Assemblea nazionale bologna 2021: report laboratoria

Laboratoria ecotransfemminista multispecie
Siamo tutt∂ animale ognun∂ con la sua diversità
9 ottobre 2021 Assemblea nazionale Non una di meno, Bologna

Breve storia della laboratoria

Come assemblee transterritoriali Corpi e Terra e Libere Soggettività abbiamo avviato questo percorso laboratoriale a partire dalle riflessioni e dal bellissimo incontro del tavolo che abbiamo fatto come NUDM a livello nazionale lo scorso gennaio che ha posto le basi della giornata aperta del 10 luglio che ha avuto luogo a conclusione della settimana della campeggia ecotransfemminista ad Agripunk (5-10 luglio 2021)

Agripunk, ex-allevamento intensivo di tacchine, è oggi un rifugio per animali resistenti che si trova in Valdambra, in provincia di Arezzo. È il secondo anno che organizziamo la campeggia e abbiamo sempre scelto luoghi di lotta. Agripunk è oggi a rischio di sgombero, per questo la nostra assemblea è diventata parte attiva della campagna di sostegno ad Agripunk. https://www.facebook.com/agripunk.it

La prima campeggia è stata in Calabria tra Riace e i comuni dell’accoglienza e vogliamo cogliere l’occasione per esprimere con un applauso la solidarietà a Mimmo Lucano e ribadire ancora una volta che le leggi ingiuste non vanno rispettate! 
Il percorso laboratoriale è continuato in un altro luogo di resistenza che ha 40 anni di vita, la ZAD (zona da difendere contro il megaprogetto di un aeroporto) di Notre dame de Landes (30 luglio) che quest’anno ha organizzato per la prima volta un incontro intergalattico separato per donne e persone trans*, travesti, queer, non binarie, intersex,… Lincontro intergalattico si è inserito nella cornice della Gira por la Vida della caravana Zapatista e ha visto la partecipazione di parte dello squadrone 421, un gruppo di delegate e una delegatoa che sono sbarcatie in Europa a maggio. 

Abbiamo pubblicato nel blog riGENERIamoci i risultati di questi due momenti che abbiamo anche condiviso in lista nazionale in modo che potessero arrivare a tutte le assemblee.

1. giornata aperta alla campeggia

https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/camminare-domandando-dalla-campeggia-a-la-zad

2. La Zad

https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/laboratorio-ecotrasnfemminista-multispecie

Che cos’è la laboratoria?

La laboratoria parte dalla proposta del viaggio zapatista, che ci interroga su quali siano le nostre lotte e ci invita a incontrarci per guardarci, raccontarci e domandarci, per trovare punti d’incontro tra lotte diverse per costruire insieme un mondo nel quale coesistano molti mondi. 

Per questo abbiamo cercato di porci e porre ad altrieuə domande che vogliono stimolare un dialogo su alcuni punti che per le nostre assemblee sono parte fondamentale del nostro ecotransfemminismo multispecie. Tra questi ci sono il questionamento del sistema ciseteropatriarcale, che si esprime anche attraverso l’animalizzazione – o disumanizzazione – degli animali umani e l’oggettificazione degli animali non umani, la critica di un sistema capitalista che si basa sullo sfruttamento, devalorizzazione, e appropriazione del lavoro e dei corpi/delle corpe di animali umani e non umani.
Non solo, ma come ecotransfemministe ci interessa anche avvicinarci a temi ampiamente accettati da diversi femminismi con una prospettiva multispecie. Per questo ci interroghiamo sulla giustizia riproduttiva e l’autodeterminazione dei corpi, così come sul concetto di lavoro libero/coercitivo e sul lavoro sessuale e riproduttivo dal punto di vista degli animali non umani.

Infine, ci interessa porre al centro la questione del capitalismo globalizzato, del neoliberalismo, della colonialità e del neocolonialismo, domandandoci quali pratiche ecotransfemministe multispecie sono effettivamente efficaci non solo a livello locale, ma, tenendo in conto le catene di produzione e divisione del lavoro, a livello globale. 

Vogliamo porci la questione delle scelte alimentari, non da un punto di vista individualista, moralista o di colpevolizzazione del soggetto consumatore (in altre parole, come ce lo presenta il sistema capitalista, cioè il greenwashing), ma da un punto di vista di radicale presa di coscienza collettiva e condivisione delle responsabilità comunitarie nei confronti di tutti i corpi, umani e non umani.

Siamo quindi una laboratoria/caravana che, partita da una giornata aperta sul tema dell’antispecismo, si è arricchita dell’esperienza di autonomia e autodeterminazione offerta dalle, dagli e dallu abitanti e ospiti della ZAD, ed è arrivata all’assemblea nazionale di NUDM del 9 ottobre 2021 per condividere le domande e gli interrogativi che ci fanno continuare a lottare.

Dal punto di vista metodologico, la laboratoria è stata organizzata per gruppi in modo da facilitare la presa di parola a partire da una traccia comune che evidenzia tematiche che richiedono approfondimenti fuori e dentro il nostro movimento L’idea sarebbe di creare uno spazio relativamente sicuro di discussione in gruppi e poi una restituzione in plenaria.

La laboratoria alla nazionale di NUDM

Abbiamo visto con soddisfazione il numero di iscrizioni. È urgente rispondere a questa domanda di spazio dell’agire politico. 

Siamo arrivatu qui con un bagaglio di parole chiave che sono giustizia ecosistemica, giustizia multispecie, giustizia riproduttiva intersezionalità trasfemminismo, decolonialità, liberazione. 

A queste si sono si sono aggiunte la critica radicale all’antropocentrismo, l’autodeterminazione sui propri corpi qualsiasi essi siano, l’urgenza di mettere al centro del nostro andare la costruzione di alternative dal basso ad una crescita che bisogna fermare, ad un sistema di produzione/consumo che comprenda anche quella alimentare e non può prescindere dalla relazione con gli animali non umani. 

Le pratiche emerse sono: il riconoscimento e la rinuncia dei privilegi, l’ascolto attivo, l’autocritica, la costruzione di parentele multispecie, il riconoscimento del binarismo primario umano/non umano, la decostruzione di ruoli e stereotipi di genere, assumendo il concetto di giustizia riproduttiva e cioè la possibilità che uomini trans, persone non binarie e intersex possano vivere, se lo desiderano, la gestazione e l’aborto.

Interessante il ribaltamento che c’è stato della domanda nella traccia che era “ma il sex work è davvero una libera scelta?” che è diventata: ma il lavoro è una libera scelta? Riflettendo come la stigmatizzazione del lavoro sessuale sia fortemente codificata in una sacralità che si riassume nel binarismo puttana/madonna, da cui nasce la necessità di abolire il giudizio e lo stigma di questo lavoro. 

Abbiamo notato che nel contesto dell’assemblea nazionale le voci che si sono incontrate e ascoltate all’interno dei gruppi avevano opinioni diverse. In alcuni gruppi in particolare, c’è stata la messa in discussione del fatto che l’ecofemminismo debba radicarsi nel pensiero multispecie. La necessità di cambiare la narrazione mainstream sull’antispecismo, la volontà di lasciare spazio a posizioni ecotransfemministe dentro il movimento, si coniuga con una volontà di dialogo e di trovare una posizione comune attraverso la costruzione di un linguaggio. 
Sappiamo che questo tipo di elaborazione a livello collettivo richiede tempo e spazio per questo continueremo a riproporre la laboratoria.

Il prossimo appuntamento della laboratoria sarà al climate camp a Roma in occasione del G20 proprio perchè riteniamo che l’intersezionalità e un nostro forte attraversamento dei movimenti ecologisti sia fondamentale per portare la nostra voce transfemminista.  
Se ci sono territori interessati a riproporre il laboratorio le tracce sono a disposizione e la sintesi dei risultati può essere mandata a retecorpieterranudm@gmail.com

SE il femminismo trans escludente non ci appartiene non ci appartiene neanche quello atispecistaveg-escludente 

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Aggiungiamo la trascrizione dai cartelloni finali di vari gruppi: grazie a chi ha partecipato 

  • Perchè la violenza agita da animali umani su animali non umani non viene riconosciuta e percepita come tale? Perché nel momento in cui vogliamo indagare il privilegio di specie i movimenti, anche i più antagonisti, si bloccano? come costruire alternative le risposte sono state: 
  • la difficoltà maggiore è nel riconoscersi come persone oppressore/privilegiate e assumere la necessità di rinunciare ai privilegi
  • le gerarchie di specie vivono perchè ci sono le gerarchie delle lotte e continua a non essere intaccato il binarismo primigenio umani/non umani
  • la distanza con le esperienze di vita degli animali che sfruttiamo ci portano a non vedere, sapere, riconoscere 
  • Che fare? 
  • costruire “parentele multispecie” indagare e decostruire il privilegio umanio, uscire dal centro (antropocentrismo), stare nelle contraddizioni 
  • trasformazione di sè come trasformazione del mondo
  • contrastare la cultura del dominio, della proprietà, dello sfruttamento, mercificazione, oggettivazione degli animali non umani 
  • considerare gli animali non umani nella loro individualità e riconoscerli come soggetti 
  • contrastare il greenwashing
  • Riconoscere la dignità delle vite e dell’autodeterminazione del proprio corpo qualunque esso sia 
  • distruggere regole prestabilite di controllo sulla fecondità che questo sistema esercita attraverso il controllo della riproduzione e del lavoro di cura assegnato alle soggettività femminilizzate e agli animali non umani. 
  • Ma il lavoro sessuale può essere davvero una libera scelta? Perchè questa domanda emerge solo se si tocca la sfera sessualità riproduzion? 
  • ribaltiamo  la domanda … ma il lavoro è una libera scelta? 
  • La sfera sessuale è altamente codoficata culturalmente, politicamente, moralmente (“sacralità” e binarismo madonna/puttana ne sono l’espressione) 
  • perchè si confonde volutamente il sex work con lo sfruttamento della tratta stigmatizzando e criminalizzando il lavoro e perchè si continua a vederlo come attenente alla sfera sessuale personale, intima e fondata sul desiderio 
  • abolire il giudizio sul lavoro sessuale e affermare la dignità e la necessità di sicurezza e il riconoscimento di questo lavoro 
  • Cosa intendiamo per giustizia riproduttiva? Come questa si vive in corpi umani e non?  Il riconoscere solo alle “donne” il ruolo di madri/non madri nelle nostre lotte non significa escludere e invisibilizzare il fatto che uomini, persone non binarie e intersex abbiano potenzialità gestanti e rimarcare un concetto patriarcale? Perchè si escludono e si invisibilizzano i corpi gestanti delle altre specie?
  • Giustizia riproduttiva come processo di decostruzione dei ruoli e stereotipi di genere partendo da noi. 
  • Imparare a delegare e condividere il lavoro di cura. 
  • Il ruolo riproduttivo trascende il genere: riconosciamo il diritto alla gestazione di uomini, persone non binarie,… 

Nel Movimento Non una di meno Che fare? 

  • ascolto, autocritica, coesistenza 
  • sostenere le lotte ecotransfemministe 
  • ripensare a un futuro radicalmente altro da quello che stiamo vivendo 
  • riconoscere e lasciare spazio all’agire politico del pensiero ecotransfemminista e multispecie nel nostro movimento (un mundo donde quepan muchos mundos) 
  • contrastare la narrazione dell’antispecismo 
  • attraversare e riconoscersi nella galassia ecotransfemminista multispecie 
  • decostruire il sistema eurocentrico, antropocentrico, capitalista nel quale siamo natə.

*Foto di Saraliù Bruni

ASSEMBLEA NAZIONALE BOLOGNA 2021: REPORT TAVOLO SALUTE

A due anni dall’ultima volta in cui abbiamo avuto la possibilità di confrontarci in presenza, le questioni inerenti al tema della salute si sono ulteriormente acuite e rese complesse dall’attuale sindemia. Utilizzando questo termine vogliamo sottolineare la necessità di analizzare l’attuale crisi sanitaria ed ecologica tenendo centrali i fattori sociali, politici, economici ed ambientali.

Questi due anni sono stati rappresentativi della fallace organizzazione e gestione della sanità pubblica che ha portato al collasso degli ospedali, alla mancanza di personale, attrezzature e fondi. La cattiva gestione e il sovraccarico del sistema nazionale sanitario pubblico, colpito da anni di tagli, aziendalizzazione e privatizzazione, ha reso l’accesso ai servizi un privilegio per poch*. Registriamo anche un indecente aumento di obiettori e antiabortisti no choice che trovano sponde e alleanze tra i nogender e i cattofascisti, gli stessi soggetti che si rendono protagonisti delle numerose aggressioni omolesbotransfobiche, giustificati e armati dall’incessante aumento della violenza patriarcale sistemica.

La pandemia ha, però, solo reso più evidenti problematiche che già c’erano: l’invisibilizzazione e ritardi diagnostici di malattie e dolore cronico di vulva, vagina, utero e ovaie (es. vulvodinia, endometriosi), tempistiche lunghe che intasano ospedali e ambulatori, assenza di prevenzione ed educazione alla prevenzione, sessuale e affettiva, indebolimento delle strutture locali e territoriali e dei piani regionali, ospedalizzazione, psichiatrizzazione e medicalizzazione del paziente (vedi legge Basaglia).

La nostra analisi parte dall’idea che salute non significa solo assenza di malattia, non è “solo” una domanda di posti letto in ospedale, di finanziamenti o di tamponi, ma riguarda anche le condizioni sociali e materiali delle persone nel loro complesso. Per noi la salute deve essere territoriale e di prossimità, è cura collettiva, è reddito di autodeterminazione, è libero accesso alle cure, è aiuto psicologico, è decisionalità sui nostri corpi.

Riconosciamo e rifiutiamo la violenza psichiatrica insita nel modello neoliberale sanitario, così come rigettiamo la patologizzazione di problematiche psicologiche e delle persone neuroatipiche.

Durante l’assemblea nazionale si sono poste in evidenza e messe a critica le contraddizioni insite nel rapporto di dominio del sistema capitalistico ed eteropatriarcale sulla salute nella sua complessità.

Si è messo in evidenza come il sapere scientifico sia impostato su uno standard binario e maschiocentrico, che ha la pretesa di essere universale. I trial clinici e farmacologici vengono fatti su un campione non realmente rappresentativo della popolazione mondiale, riproponendo una gerarchia razzista, classista, sessista e binaria. Vengono così escluse dalla ricerca e dal sapere tutte le problematiche che interessano i nostri corpi ma che non sono direttamente coinvolte col nostro predestinato ruolo sociale: la produttività e la riproduzione. Queste sono le ragioni delle diagnosi tardive con normalizzazione e banalizzazione del dolore sui corpi femminili o con caratteri socialmente accomunati a questo genere con una conseguente invisibilizzazione e dunque una mancanza di riconoscimento sia diagnostico che terapeutico.

Si è anche evidenziata la specificità della violenza transfobica all’interno del sistema sanitario nazionale con lo strumento discriminatorio del green pass per chi non ha i documenti rettificati. Se riconosciamo da un lato la nostra responsabilità politica di trasformare l’esistente anche in termini di avanzamento giuridico, dall’altro si pone la necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra diritto alla salute riproduttiva, il suo accesso nei termini pluriversali e la soggettività giuridica-politica sistematicamente marginalizzata.

Inoltre, si è posta al centro la riflessione politica collettiva rispetto all’accesso ai consultori e alla loro necessaria fruibilità: da un lato abbiamo denunciato la loro totalizzante privatizzazione e destrutturazione in quanto servizio territoriale pubblico, con conseguente mancanza di ricezione social/istituzionale delle istanze transfemministe, anche in luce tenendo delle progressive ristrutturazioni in termini negativi portate come obiettivi istituzionali dal PNNR in continuità con l’agire istituzionale in pre-sindemia; dall’altro, come ulteriore arricchimento all’analisi complessiva sul suddetto tema si è discusso sul valore e la dimensione eminentemente politica del consultorio come spazio di riconoscimento della cura come luogo di autodeterminazione e socializzazione;

Alla luce di tutto questo, abbiamo formulato un piano di rivendicazioni:

Pretendiamo una sanità pubblica che sia accessibile a tuttx, transfemminista, antirazzista, anticolonialista, non abilista, non classista, non omolesbobitransfobica e libera dagli stigmi e dal produttivismo;

Vogliamo una sanità di prossimità e territoriale, vogliamo consultori gratuiti, realmente accessibili, vicini – fisicamente e non – a chiunque ne abbia bisogno, quartiere per quartiere, affinché siano spazi di ascolto e condivisione mutualistica e non di sola erogazione di servizi. Per questo pretendiamo siano presidi liberi dalla presenza dei no choice (in tutte le loro forme e declinazioni), con un’impostazione transfemminista del rapporto tra personale medico e soggettività che lo attraversano.

Per fare questo rivendichiamo una formazione iniziale e continua del personale medico e socio-sanitario in ottica transfemminista; condivisione e scambio dei saperi tra personale medico e pratiche dal basso;

Vogliamo un’educazione sessuale, di genere, affettiva, alla prevenzione e al consenso a tutti i livelli formativi che metta al centro conoscenza e ascolto del proprio corpo;

Vogliamo un diverso approccio alla salute mentale, che lasci spazio ad un ruolo attivo e consapevole nella scelta della terapia;

Vogliamo una de-psichiatrizzazione dei percorsi di transizione contro la diagnosi di disforia di genere e la legge 164 del’82;

Vogliamo il consenso informato che permette alle persone trans di ritirare i propri farmaci in farmacia e non più passando per gli organi prescrittori;

Vogliamo un accesso al reddito come strumento fondamentale per l’accesso alla salute e all’autodeterminazione come tutti gli altri aspetti della vita della persona (casa, lavoro, etc).

Proposte:

–   Costruire coordinamenti regionali transfemministi: le aziende sanitarie sono regionali ed è necessario agire in ottica transfemminista nei singoli territori;

–   Rivedere e integrare il piano antiviolenza di Non Una Di Meno inserendo le questioni relative alle malattie croniche, ai corpi non conformi, trans e intersex e ampliare la parte relativa ai consultori e medicina territoriale;

–   Utilizzare lo strumento del questionario come mezzo (riferimento al questionario di NUDM Torino), non solo per reperire informazioni, ma anche per raggiungere le persone delle periferie della città e ai margini della società;

–   Creare una parte apposita nel blog nazionale per condividere dati e informazioni raccolte territorialmente e vademecum/strumenti rispetto a obiezione, accesso all’ivg, e in generale al tema salute. Relativamente a ciò, integrare i documenti raccolti dal Coordinamento donne e libere soggettività dei consultori di Roma e in generale iniziare una pratica di condivisione in questo senso;

–   Aumentare l’informazione e facilitare l’accesso a questa informazione per poter accedere all’ivg e in generale alla salute (sportelli e adattamento delle farmacie per questo scopo);

–   Continuare, ampliare e diffondere la mappatura nazionale sull’obiezione di coscienza e l’applicazione delle linee nazionali sulla ru486; avviare campagne e iniziative nazionali concrete sul tema a partire dai dati della mappatura per tutte le soggettività gestanti per un contrasto reale all’articolo 9 (obiezione di coscienza) e per un ripensamento della 194 per un aborto davvero libero sicuro e gratuito;

–   Intensificare le iniziative territoriali per opporsi e limitare l’agibilità dei movimenti antiabortisti e antiscelta: è necessario scendere in piazza e alzare il conflitto;

–   Agire sul tema dell’educazione (scolastica, universitaria, ma anche sociale – luoghi di lavoro femminilizzati della formazione- sulla prevenzione, sull’autodeterminazione dei nostri corpi, sessuale, emotiva) in ottica intergenerazionale. A questo proposito, apertura di un tavolo educazione permanente nazionale;

–   Assumere come NUDM nazionale le date del 28 settembre (giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito) e del 16 ottobre (mobilitazione nazionale su malattie croniche).

*Foto di Saraliù Bruni

ASSEMBLEA NAZIONALE BOLOGNA 2021: REPORT TAVOLO FEMMINISMI E TRANSFEMMINISMI

La discussione portata avanti nel tavolo femminismi e transfemminismi può apparire astratta, ma in realtà parla di condizioni materiali che riguardano contemporaneamente l’esperienza del nostro movimento e la sua proiezione in avanti, le sue pratiche, la sua iniziativa. Va detto subito che è stata una discussione anche molto ricca in termini di racconti di esperienze e di conseguenti proposte: dalle pratiche di educazione alle differenze nelle scuole (con le ritorsioni verso le insegnanti che le hanno portate avanti) al transfemimnismo ecologista antispecista e antimilitarista; dagli interventi diretti nelle periferie contro razzismo e violenza contro le donne e violenza omolesbobitransfobica al rapporto con le lavoratrici sessuali da stringere e approfondire, alle esperienze di contrasto al sessismo nei movimenti, alle pratiche digitali di trasformazione dei linguaggi e artistiche di potenziamento del corpo al di fuori dei canoni patriarcali, abilisti e commerciali della sua definizione, alle esperienze queer vissute dalle più giovani in contesti che non sono segnati solo dall’essere vittime, ma dal desiderio e dall’amore.

Non si può in sintesi tornare su tutto questo ma bisogna provare a restituire i punti guida di questa discussione. 

All’inizio della discussione c’è stato un momento di silenzio che forse esprimeva il timore di produrre tensioni o contraddizioni. Queste esistono, ma sono il segno di una ricchezza soggettiva e di una complessità reale. Ma la discussione è stata portata avanti non per trattare femminismi e transfemminismi come scatole chiuse che al massimo possono produrre un’alleanza al ribasso. L’intento è stato quello di rilanciare un’iniziativa intersezionale anche a partire dalla critica e dell’autocritica della nostra esperienza e su un piano di reciprocità. Quello che è emerso è che non è possibile o desiderabile omogeneizzare i discorsi e le pratiche, ma di riconoscere che ci sono differenze materialmente e politicamente significative. Diversi sono i femminismi e transfemminismi che pratichiamo e che dovrebbero modificarsi reciprocamente dentro a percorsi e lotte condivisi. Diverse sono le condizioni di vita e di lavoro in cui viviamo, e che quelle lotte devono intercettare. Quindi il senso del tavolo è stato proprio quello di trovare terreni di lotta comuni, di convergenza che non cancella la differenza e la specificità delle lotte e dei linguaggi.

Riconosciamo che ci sono donne, che fatichiamo a chiamare femministe, i cui discorsi finiscono per sostenere il contrattacco patriarcale, fissando le donne nella loro presunta essenza biologica e giustificando la violenza omolesbobitransfobica, come è stato evidente nel dibattito sul DDL Zan. Sia nella plenaria di ieri mattina sia nel tavolo c’è stata chi ha invitato a distinguerci da queste sedicenti femministe. La pratica e i discorsi condivisi in questi anni rendono però chiaro che NUDM si è mossa fin dal principio su un altro piano perché non ha mai praticato un femminismo essenzialista e sin da subito è stata animata dalle lotte portate avanti dalle donne insieme alle persone LGBTQIA+. Nella discussione sono emerse differenze territoriali che riguardano l’apertura e la capacità delle assemblee di essere concretamente attraversate dalle lotte delle persone LGBTQIA+, e certamente vanno affrontate. Si è anche preso atto del fatto che NUDM non dispone degli stessi mezzi e della stessa visibilità pubblica e mediatica di quelle sedicenti femministe, e questo è un limite da affrontare perché non abbiamo nessuna intenzione di lasciare il femminismo in mano a donne che accettano che le persone trans siano discriminate e sfruttate. Tuttavia, noi sappiamo anche che questo femminismo transescludente è una manifestazione molto piccola del grande contrattacco patriarcale che dobbiamo fronteggiare e non dobbiamo fare l’errore di confondere la visibilità mediatica con una forza politica. Partiamo da noi, dalla forza di un movimento di massa che ha trasformato il femminismo mettendone in questione le pratiche storiche e arricchendone le aspirazioni. Pratiche come il separatismo (di cui riconosciamo la forza di rottura ma ora non risponde ai piani di iniziativa che dobbiamo affrontare), aspirazioni come quella di fare della differenza una forza politica. Tutto questo è stato possibile anche in forza del processo dello sciopero, che ci ha permesso di trasformare il rifiuto della

 violenza patriarcale contro le donne e le persone LGBTQIA+ in un momento di contestazione della società nel suo complesso, della sua forma neoliberale e delle sue condizioni razziste.

Per rispondere alla violenza misogina e queerfobica che ci colpisce dobbiamo sapere che si manifesta in modi diversi in Italia o nell’Est europeo, in Turchia o in Texas, e che altrettanto diverse sono le condizioni e le lotte delle donne e delle persone LGBTQ nei diversi contesti.  Non si può pretendere di ricondurre tutto questo a omogeneità. Il livello transnazionale su cui ci muoviamo ci impedisce di parlare di noi stesse come se condividessimo tutte e tutt* un’identica oppressione. Le critiche al femminismo radicale portate avanti dalle donne nere, operaie e lesbiche sono state su questo molto chiare: non siamo tutte oppresse allo stesso modo e la sorellanza è un risultato della lotta, non un presupposto dato. Nominiamo quindi le differenze: a livello transnazionale le condizioni vanno dalla più dura repressione alla liberalizzazione e valorizzazione per il profitto delle identità. Il razzismo istituzionale rende più difficile sottrarsi alla posizione di subordinazione nella divisione sessuale del lavoro, limita gli spazi dell’autodeterminazione sui nostri corpi, colpisce chi scompagina l’eterosessualità prescritta dall’ordine patriarcale. Nel tavolo è stata denunciata la difficoltà di costruire spazi di agibilità politica con le persone trans, le persone migranti e colpite dal razzismo, chi pratica il lavoro sessuale. Bisognerebbe aggiungere che nemmeno tutte le donne che vogliono lottare contro la violenza sono dentro a NUDM. La riflessione sul linguaggio riguarda la nostra capacità di produrre un movimento quanto più espansivo e capillare possibile. Il nostro discorso deve coinvolgere coloro che dovrebbero dare corpo e forza alla nostra lotta condivisa. Non tutte le persone LGBTQIA+, migranti e colpite dal razzismo, e nemmeno tutte le donne, hanno lo stesso linguaggio e non basta elencarle per creare le condizioni del loro protagonismo. Allora forse la nostra sfida dovrebbe essere quella di nominare, denunciare, contestare le condizioni concrete in cui ciascuno

di questi soggetti vive, individuando una possibilità condivisa di lottare contro quelle condizioni opprimenti. E’ stato proposto di rinunciare a usare termini binari. Dobbiamo sapere però che quel binarismo che impone posizioni di dominio e ruoli di genere sulla base del sesso e del corpo in cui siamo nate e nat* continua effettivamente a colpire le donne e le soggettività dissidenti cercando di determinare, anche con la violenza, la loro esistenza. E’ stato proposto di non parlare di orientamento sessuale per riconoscere la pluralità delle pratiche già esistenti. Dobbiamo però sapere che le persone sono colpite dalla violenza patriarcale perché non si adeguano a una sessualità subordinata alla famiglia patriarcale e all’ordine eterosessuale della riproduzione, perché rivendicano la propria autodeterminazione sessuale contro l’autorità. Affinché il nostro linguaggio sia efficace deve essere un laboratorio costantemente orientato a contestare patriarcato, razzismo e neoliberalismo nelle loro manifestazioni molteplici. La possibilità di un linguaggio comune dipende dalla nostra capacità di produrre relazioni entro le quali i discorsi comuni vengono costruiti.

Essere femministe e transfemministe valorizzando quella congiunzione significa riconoscere un approccio transnazionale, intergenerazionale, intersezionale, e che tenga conto delle condizioni di classe e materiali. Significa partire da pratiche ed esperienze di cui sono protagoniste le donne e le persone LGBTQIA+ quando sfidano la divisione sessuale del lavoro, la famiglia come istituzione che impedisce di vivere la propria sessualità liberamente, quando contestano la radice patriarcale e razzista del neoliberalismo. Queste sono le linee di conflitto che vengono praticate da donne e persone LGBTQIA+ a cui il patriarcato sta rispondendo con la violenza. Contro questa violenza noi dobbiamo prendere posizione in maniera espansiva, radicale e interconnessa, senza cancellare le differenze e la complessità ma facendole convergere in un processo condiviso.

*Foto di Saraliù Bruni

Assemblea nazionale bologna 2021: report tavolo lavoro

La presenza al tavolo lavoro e alla plenaria di donne e soggettività LGBTQUAI* che hanno condiviso con noi le condizioni disperate che vivono nei posti di lavoro, nelle case e per le strade – anche a causa della pandemia – ha reso la discussione che abbiamo fatto molto più potente ri-confermando l’esigenza di trovare una connessione tra lotte e ri-confermando che la cornice della violenza continua a porre nuovi terreni di lotta. La presenza di tante lavoratrici yoox, rgis, gkn, di studentesse, e di tante altre lotte che hanno riportato la situazione materiale in cui ci troviamo tutte e tuttu, fa sentire necessario il rilancio di Non Una di Meno verso il 25 novembre e verso lo sciopero dell’8 marzo. Lo sfruttamento e la svalutazione che donne e soggettività vivono nel lavoro riproduttivo e produttivo è violenza maschile e di genere, l’analisi, le pratiche e le rivendicazioni devono partire da questo. Non una di meno è uno movimento che non si arresta perché resta essenziale, perché è ancora in grado di riportare la marginalità al centro del proprio piano.

1) Il lavoro produttivo, riproduttivo e di cura nella fase post-pandemica: come attualizziamo le rivendicazioni nel Piano Femminista di NUDM? Il reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un permesso di soggiorno europeo svincolato da lavoro e famiglia, un welfare universale che sia gratuito ed accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, una risposta concreta ai bisogni di donne e soggettività LGBTQAI: in che modo sono il cardine ed il ribaltamento del sistema di sfruttamento? Come inseriamo queste riflessioni e rivendicazioni in un percorso comune sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica che viva sui territori?

La pandemia e la fase post-pandemica che stiamo vivendo hanno avuto un impatto fortissimo sulla vita delle donne, che non hanno dovuto aspettare lo sblocco dei licenziamenti per perdere il posto di lavoro. Prima ancora dei licenziamenti di massa molte donne sono state costrette a lasciare il posto di lavoro.

Le lavoratrici dei cosiddetti lavori essenziali – in gran parte migranti – hanno subito un aumento del carico di lavoro e dello sfruttamento, reso possibile dal ricatto del permesso di soggiorno legato al lavoro. Le sex workers hanno perso il lavoro e in assenza di ogni riconoscimento della loro situazione lavorativa non si sono viste garantite alcuna tutela o misura di sostegno. Chiediamo molto di più della legge Merlin attraverso il riconoscimento del lavoro sessuale e il rifiuto di qualsiasi proposta di introduzione del modello nordico, gravemente lesivo dell’autodeterminazione delle lavoratrici sessuali.

Le caratteristiche che abbiamo messo in luce del lavoro riproduttivo, l’isolamento, la svalutazione e il rischio legato alla violenza ormai sono caratteristiche del lavoro produttivo. Vogliamo aggiornare il piano con le considerazioni attuali sulle condizioni innescate dalla pandemia.

Il tema del lavoro diventa trasversale ai tavoli di questa nazionale quando parliamo di salute. Non solo confindustria e istituzioni hanno messo a repentaglio la salute di lavoratoru, è evidente che l’impatto sui lavoratoru, sui loro corpi e sulla salute mentale si è aggravato, fino a casi estremi. Non possiamo dimenticare che Luana D’Orazio è morta perché l’azienda ha rimosso le misure di sicurezza del macchinario per fare l’8% in più di produttività. 

Il tema del lavoro diventa trasversale anche quando parliamo di soggettività LGBTQAI+ infatti condividiamo il bisogno di indagare quali sono le condizioni reali delle soggettività LGBTQAI+ anche nei posti di lavoro, serve più visibilità e riconoscimento per chi è comunque parte del ciclo produttivo e riproduttivo e quindi anche di sfruttamento.  

Il PNRR ha la pretesa di colmare il divario nella retribuzione e di favorire l’aumento delle donne in posizioni di responsabilità. Sulla stessa linea, anche il Family Act evidenzia come l’obiettivo, con la retorica dell’empowerment femminile non migliora in modo sostanziale le condizioni delle donne, delle persone migranti e delle vite più marginalizzate. Soldi e finanziamenti continuano a passare attraverso le imprese anche tramite l’investimento sull’imprenditoria femminile, mentre non sono state calcolate misure di welfare sostanziali. Rispetto alla divisione del lavoro di cura abbiamo sottolineato l’importanza di congedo parentale obbligatorio, condiviso, paritario e di una genitorialità condivisa.

Per quanto riguarda il welfare pubblico e universale pensiamo sia giusto redistribuire il carico di lavoro riproduttivo e produttivo che come detto prima ha raggiunto vette esasperanti, di cui lo smartworking è una riprova.

Negli ultimi anni l’azione dei territori sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica è proseguita ed è stata importantissima poiché ci ha permesso di incontrare e sostenere moltissime lotte e lavoratrici. Ora però sentiamo il bisogno di darci una cornice comune forte, con delle parole d’ordine semplici, grazie alla quale portare avanti un percorso di lotta condiviso. 

Dalle nostre riflessioni e analisi sono emerse chiaramente alcune questioni.

In primo luogo, pensiamo non ci sia contraddizione nel rivendicare un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo, un welfare pubblico universale e non familistico; al contrario, nessuna di queste istanze è sufficiente e dobbiamo necessariamente adottare una prospettiva che le integri. 

Le nostre rivendicazioni sul welfare devono includere anche la rivendicazione di una redistribuzione del lavoro domestico e di cura. In un contesto in cui il reddito di cittadinanza, che riconosciamo come insufficiente ed escludente, è stato oggetto di attacchi classisti vergognosi, Il rilancio del reddito di autodeterminazione è fondamentale per garantire autonomia. Tuttavia, il reddito non è sufficiente ma deve aggiungersi alla pretesa di un salario minimo europeo che contrasti i ribassi dei salari nella divisione transnazionale del lavoro che deve essere l’orizzonte fondamentale delle nostre lotte per evidenziare e lottare contro le fondamenta patriarcali e razziste dello sfruttamento. Anche per questo chiediamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato da lavoro e famiglia.  

2) Come è possibile tenere ancora aperto il senso dello sciopero femminista e transfemminista come processo che ha la capacità di dare voce ad istanze e condizioni diverse, a partire dal rifiuto della violenza strutturale? Quali pratiche concrete possiamo mettere in campo a questo scopo?

La prospettiva d’insieme che vogliamo darci deve avere al centro lo sciopero inteso proprio come processo che vive sui territori e in ogni lotta che portiamo avanti. Lo sciopero femminista globale è uno strumento di rifiuto della violenza maschile sulle donne e di genere che non possiamo dare per scontato, ma che deve essere ripensato a partire dalle attuali condizioni materiali, riprendendo anche lo sciopero dai generi per autodeterminarci e uscire dall’invisibilità. I tanti interventi di lavoratrici presenti hanno dimostrato come lo sciopero e la solidarietà femminista possano davvero cambiare le nostre vite. Il nostro è uno sciopero politico e non solo vertenziale che, andando oltre le singole rivendicazioni e condizioni di lavoro, ha il potere di unire le lotte, creare connessioni tra condizioni diverse, rilanciarle rivendicando nuovi terreni di scontro. 

In questo modo, possiamo mettere a tema lo sfruttamento, il razzismo, l’intreccio di lavoro produttivo e riproduttivo, il ricatto della precarietà e la violenza economica come forme strutturali della violenza maschile contro le donne e della violenza di genere e dare loro spazio nei nostri percorsi verso e oltre il 27 novembre. Allo stesso tempo, questo lavoro ci consente di gettare fin da ora le basi perché lo sciopero femminista sia davvero un processo che si costruisce nei luoghi di lavoro, nelle case, nei territori.

Le diverse voci che hanno parlato all’interno del tavolo hanno fatto emergere ancora di più i tratti comuni che legano le varie lotte. Le testimonianze di lavoratrici e lavoratoru di yoox, rgis, gkn, della scuola e dell’università hanno sottolineato quanto il ruolo di NUDM sia fondamentale anche per mettere in luce queste continuità. NUDM ha permesso di fare emergere un percorso comune permettendo a tante lotte di mettere in pratica lo sciopero come processo, di mettere a tema ed analizzare le dinamiche attraverso cui lo sfruttamento si dispiega e di evidenziare come la precarietà stessa sia una conseguenza della violenza strutturale e di genere che continuiamo a contrastare. 

3) Come inseriamo queste riflessioni e rivendicazioni in un percorso comune sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica che viva sui territori?

  1. Considerando quindi questo ruolo di NUDM, è emerso quanto sia importante continuare a portare avanti un percorso di dialogo continuo e costante con le varie realtà in lotta portando anche avanti un lavoro capillare sui territori con l’obiettivo di rendere operativo quello che ci siamo dette nel corso dell’assemblea. Abbiamo quindi deciso di incontrarci di nuovo online tra un paio di settimane, in modo che le assemblee abbiano modo di riportare e discutere quanto emerso nell’assemblea nazionale, produrre testi e materiali comunicativi condivisi, aggiornarci sui percorsi e le lotte che attraversano i territori, declinare il tema della violenza economica nel percorso di lancio e avvicinamento al 25 novembre. Alcuni interventi hanno anche messo in luce la necessità partecipare allo sciopero generale unitario del sindacalismo di base. 
  2. Gli interventi hanno anche sottolineato come la condizione di precariato delle lavoratrici derivino da una normativa sul lavoro che, a partire da leggi come la Legge Biagi, hanno ridotto progressivamente le tutele conquistate in anni di lotte permettendo che si realizzino condizioni di lavoro semi servili.

Si è parlato anche della necessità di una presa di parola di NUDM sugli attacchi feroci portati avanti sia sul reddito che sul salario, proponendo un ragionamento sul salario minimo in Italia.

  1. Il nostro ruolo è anche quello di creare spazi di ascolto e condivisione che possano permettere di ricondurre ogni lotta alle dinamiche strutturali che riproducono condizioni di sfruttamento con l’obiettivo di superare la frammentazione del mondo del lavoro precario, creare reti e connettere lotte diverse. In questo contesto, l’inchiesta e l’auto inchiesta sono strumenti fondamentali per creare sapere e permettere a tutte le lavoratrici e lu lavoratoru di riconoscere nella precarietà e nello sfruttamento un terreno comune di lotta. 

Non facciamo retorica rivendicando l’impossibile, è proprio nella rivendicazione dell’impossibile che siamo riuscite ad unire lotte locali e transnazionali. 

*Foto di Saraliù Bruni

Assemblea nazionale bologna 2021: REPORT DI RESTITUZIONE FINALE

Abbiamo chiamato questa assemblea nazionale, in presenza, dopo due anni, perché sentivamo tutte e tuttu la necessità di confrontarci, di raccogliere le esperienze di lotta che abbiamo portato avanti sui nostri territori, ma anche la necessità di ridare una cornice comune a tutte queste esperienze per rilanciare la nostra iniziativa politica. Necessariamente in questa sintesi finali non potremmo riportare tutte le riflessioni, le proposte importanti, le pratiche ma soprattutto la potenza di questa due giorni, ma cercheremo di evidenziare tutti quei punti che indicano l’orizzonte politico comune che in questa assemblea abbiamo dimostrato di avere, che è quello di ripoliticizzare fortemente la violenza patriarcale che la pandemia ha intensificato e tornare ad essere quell’inatteso imprevisto che ha spiazzato l’Italia e il mondo. 

Questa assemblea ci ha dimostrato che siamo ancora un punto di riferimento politico per chiunque vuole sottrarsi alla violenza maschile e di genere e dobbiamo assumercene la responsabilità politica. In questa assemblea eravamo in tantissime, dopo due anni a Bologna da tutte le parti d’Italia i Nodi di Non Una di Meno si sono mobilitati prendendo treni e aerei, ci siamo ritrovate in presenza in più di 400 donne, lavoratrici, migranti, puttane, sopravvissute, frocie, trans*, disoccupate, casalinghe e madri, ci siamo ritrovate per organizzarci e ci ritroveremo in marea a Roma il 27 Novembre. 

Quando diciamo che la violenza è aumentata in pandemia lo diciamo perché l’abbiamo visto sulle nostre vite, nelle nostre case, nel nostro lavoro, nella maggiore difficoltà a ottenere un permesso di soggiorno, ma l’abbiamo visto anche nell’aumento esponenziale delle donne e persone LGBTQAI*+ che subiscono situazioni di violenza e sempre più spesso si rivolgono a Non Una Di Meno per fuoriuscire dalla violenza. L’abbiamo visto a livello transnazionale, prima nella gestione e ora nella ricostruzione della pandemia, nell’aumento di quel contrattacco patriarcale che va da picchi di autoritarismo e militarismo come in Afganistan, a politiche neoliberali come quella del PNRR che prevede un’uscita dalla pandemia che riproduce le gerarchie patriarcali e razziste di questa società. Un contrattacco che è stato allo stesso tempo una risposta al nostro inatteso imprevisto e un tentativo di frammentare le nostre lotte, di contrappore la lotta delle donne a quelle delle persone lgbtq per neutralizzare quelle pretese di libertà e pratiche di autodeterminazione che sfidano l’ordine della famiglia patriarcale. 

Questa contrapposizione si è intrecciata a politiche razziste, con un Europa che mentre afferma di voler difendere le donne afghane, di voler introdurre una parità di genere salariale e di voler legalizzare alcuni diritti per le persone lgbtq, gestisce corridoi umanitari per dividere i migranti solo a seconda di quanta manodopera e forza lavoro serve in ogni paese e contnuamente riproduce alle proprie frontiere esterne la violenza contro i e le migranti, anche se dice di non voler finanziare il muro che a gran voce alcuni paesi stanno invocando per controllare i loro movimenti.

Il nostro movimento, sin dal principio, ha rifiutato questa logica divisiva delle lotte, ha rifiutato posture separatiste, identitariste, essenzialiste e settoriali, rimettendo al centro il carattere sistemico, pubblico e politico della violenza patriarcale. E anche in questa assemblea abbiamo affermato chiaramente che la lotta delle donne contro la violenza significa riconoscere il nesso con la violenza omolesbobitransfobica, e che viceversa non è possibile contrastare la violenza di genere omolesbobitransfobica senza combattere contemporaneamente la violenza maschile sulle donne. Abbiamo riaffermato che non è possibile una lotta femminista e transfemminista senza considerare il modo in cui il razzismo aumenta la violenza patriarcale e lo sfruttamento. 

Abbiamo davanti il percorso verso il 27 novembre per una grande manifestazione di massa a Roma in connessione con il TDOR. L’impegno deve essere quello di mettere al centro questa analisi sulla violenza strutturale e concretizzarla con pratiche che ci permettano di renderla comunicabile, deve essere l’urlo di rabbia contro l’aumento esponenziale dei femminicidi quotidiani e i transcidi nascosti e in connessione con tutti i piani che sono stati affrontati nei tavoli. 

La connessione tra il 20 e il 27 dovrà essere pensata nelle condizioni materiali di vita e di lotta sui territori e nei processi, non c’è un modello omogeneo di organizzazione, ma noi possiamo indicare la necessità di una connessione reciproca che renda chiaro qual è il nesso politico e antagonista tra la lotta contro la violenza maschile sulle donne e la lotta contro la violenza di genere sulle persone LGBTQAI*+, per realizzare una convergenza che riconosca le differenze senza cancellarle ma potenziando la nostra lotta comune. 

Per questo verso il 20 e il 27 novembre noi dobbiamo riaprire quel processo espansivo che è parte del processo dello sciopero che ci ha permesso di rendere visibili le nostre lotte, renderle un esempio, dobbiamo essere più presenti ovunque e riprenderci gli spazi immaginandoci città femminista e transfemminista. Questo vuol dire che dobbiamo essere nelle città per far sì che tutte quelle che vogliono sfuggire alla violenza possano riconoscersi nella nostra lotta. Dobbiamo essere nei luoghi di lavoro perché abbiamo la responsabilità politica di visibilizzare e allargare le lotte e le vertenze delle lavoratrici, come è stato detto nel tavolo lavoro.  Dobbiamo essere nelle scuole perché la questione dell’educazione e della formazione è un terreno centrale e inevitabile di lotta, necessario per sradicare la cultura della violenza. Dobbiamo essere negli ospedali perché non possiamo accettare che la libertà di autodeterminarci possa dipendere dall’obbiettore di turno, non possiamo accettare di non vedere riconosciute malattie croniche come la vulvodinia e la fibromialgia, e perché non possiamo accettare un accesso alla salute che riproduce dinamiche patriarcali, omolesbobitransfobiche, razziste e classiste. Dobbiamo essere ovunque.

Per essere espansive dobbiamo radicare le nostre rivendicazioni nel contesto attuale e evidenziare il carattere antagonista e conflittuale. Reddito di autodeterminazione come possibilità di sfuggire alla violenza e a tutte le condizioni che la riproducono. 

Permesso di soggiorno europeo slegato da famiglia, reddito e salario perché le donne e persone lgbtq migranti non possono essere legate a un documento per sfuggire alla violenza. Decraminilizzazione del lavoro sessuale perché è l’unico modo per allargare i margini di libertà contro lo sfruttamento. Formazione alle differenze per un cambiamento capace di delegittimare la cultura della violenza nelle scuole nelle istituzioni e nei servizi. Ecologia come terreno di lotta che non soltanto già ci coinvolge ma diventerà sempre più rilevante ora con una ‘transizione verde’ che riproduce dinamiche del profitto e dello sfruttamento capitalistico delle risorse e del lavoro. 

Molto piu di 194, della 164, fine della legge 54 sulla bigenitorialità, molto più del ddlzan, sono e rimarranno campi di battaglia aperti  perché l’aborto non può dipendere dal medico di turno che ci troviamo davanti in ospedale, perché la nostra autodeterminazione di genere non può dipendere da perizie psichiatriche, perché non ci accontentiamo di diritti a ribasso ma vogliamo una trasformazione radicale a partire dal riconoscimento che la violenza omolesbobitransfobica non può essere ammessa né legittimata socialmente.

Ripoliticizzare la lotta contro la violenza patriarcale significa agire su tutti questi terreni facendo valere la nostra pretesa collettiva di non essere oppresse sfruttate, stuprate e ammazzate perché non accettiamo le posizioni che ci impone l’ordine patriarcale. Ripoliticizzare la violenza significa tornare in massa nelle strade per continuare a essere un punto di riferimento per tutte le donne, lesbiche, froce, trans, queer, intersex, sex workers, migranti, secondo generazioni, persone disabili. 

Oggi abbiamo dimostrato di essere capaci di unire potenziare le lotte di tutti questi soggetti non con alleanze al ribasso ma producendo una marea, una forza di rottura che estirpa le radici patriarcali di questa società!

CI vogliamo vive, ci vogliamo libere, il nostro movimento è stato, è, e deve continuare a essere il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce.

*Foto scattata nel corso dell’ultima assemblea nazionale di Non una di meno a Bologna da Stefania Biamonti

Report Assemblea nazionale Non una di meno del 6 febbraio 2021

I numeri sulla violenza ‒ che nel giorno 6 febbraio, data della nostra Assemblea nazionale, si sono aggravati con il femminicidio di Ilenia Fabbri a Faenza ‒ come le statistiche sui licenziamenti e la ‘perdita’ obbligata del lavoro, e l’intensificazione dello sfruttamento di chi sta continuando a lavorare confermano l’assoluta urgenza del nostro percorso, la necessità di riprenderci lo spazio di parola per la trasformazione radicale dell’esistente

In questi mesi abbiamo visto rinnovarsi il conflitto tra essenziale e non essenziale, dove non essenziale è considerata l’autodeterminazione per la quale noi insieme stiamo lottando in tutto il mondo. Abbiamo visto nel modo più evidente la dimensione strutturale della violenza, anche perché la divisione sessuale del lavoro fa ricadere proprio sulle spalle delle donne le mancanze strutturali del sistema. Nei tavoli della scorsa settimana abbiamo avuto la conferma che NUDM continua a essere un punto di riferimento per chi tutti i giorni combatte contro la violenza maschile, di genere e dei generi, che continua a essere un soggetto trainante della lotta in questa crisi, ma anche che è necessario un processo condiviso che metta in comunicazione la rabbia e l’ostinazione delle nostre lotte quotidiane.

L’8M quest’anno accade alla vigilia del possibile sblocco dei licenziamenti e con la partita del Recovery Plan tutta aperta. Il governo dei competenti è un tentativo di depoliticizzare quello che per noi è un terreno di lotta aperto e cruciale, perché non ha niente di temporaneo ma anzi consoliderà l’infrastruttura neoliberale, patriarcale e razzista della società, ancora una volta giustificandola con la retorica della resilienza e dell’eroismo. L’altra faccia dei cosiddetti investimenti competitivi sarà un aumento della precarietà e dello sfruttamento. In questo nuovo contesto, la sfida dello sciopero femminista e transfemminista è di aprire una lotta sul terreno della redistribuzione della ricchezza, per un welfare che risponda ai nostri bisogni, per strumenti di autonomia economica per uscire dalla violenza e dal ricatto, per attaccare i patrimoni di chi in questi mesi non ha fatto altro che accrescere i propri profitti sfruttando il nostro lavoro e obbligandoci a scegliere tra lavoro e salute, tra lavoro e formazione, tra lavoro e giustizia climatica, tra lavoro e liberazione dalla violenza. È fondamentale battersi per la libertà di movimento, perché le migranti stanno pagando un prezzo altissimo in questa crisi e perché la battaglia per rompere il nesso tra permesso di soggiorno, lavoro e famiglia che intensifica la violenza e lo sfruttamento è una lotta transnazionale. Affermare la necessità di socializzare la cura contro il suo modello di organizzazione patriarcale, contro le sue pratiche binarie e patologizzanti, contro gli attacchi alla nostra libertà riproduttiva e la sua stigmatizzazione, contro la precarizzazione e lo sfruttamento di chi lavora nella cura giustificato dall’ideologia della ‘missione’. Dobbiamo ribaltare questo modello di sviluppo distruttivo dell’ecosistema e dell’ambiente. Dobbiamo sostenere la lotta delle sex-workers che non sono state solo duramente colpite dalla crisi, ma hanno anche portato avanti in questi mesi pratiche di resistenza e continuano a farlo verso l’8M. Mentre sta scadendo il piano contro la violenza governativo attivato cinque anni fa, dobbiamo sostenere l’iniziativa dei CAV, dei consultori e degli spazi femministi e transfemministi sempre più sotto attacco. La riproduzione sociale è per noi oggi più che mai un terreno di lotta

Sappiamo che lo sciopero generale è una sfida ardua in questo momento, per le condizioni materiali in cui ci troviamo e per le limitazioni che colpiscono i lavori essenziali, che non hanno però impedito la moltiplicazione delle lotte, degli scioperi, il protagonismo delle donne e delle libere soggettività, che ancora oggi si sono mobilitate nelle Marche contro l’ennesimo attacco alla nostra libertà e autodeterminazione proveniente dalle istituzioni regionali. Queste lotte e questi scioperi dobbiamo metterli in comunicazione e amplificarli, per dare il segno che ‘non siamo sole’. È necessario ancora una volta un appello ai sindacati a proclamare e sostenere sciopero femminista e transfemminista [leggi la lettera aperta LINK], mentre continueremo a sostenere quelle delegate e lavoratrici che hanno già cominciato a mobilitarsi per lo sciopero, così come connetterci con tutte le lotte in corso nel lavoro, su giustizia climatica ed ecosistemi, contro il razzismo, per l’aborto, l’autodeterminazione delle persone trans e delle libere soggettività.

Oggi ci siamo fatte delle domande per costruire insieme l’8M, sapendo che questo è uno snodo fondamentale di una mobilitazione che dovrà continuare, perché lo dobbiamo pensare come laboratorio di resistenza femminista contro il neoliberalismo. Come innovare le pratiche dello sciopero, muovendoci sempre su tutti i piani dello sciopero femminista e transfemminista: produttivo e riproduttivo, dei/dai consumi, dei/dai generi, per rifiutare i ruoli e i comportamenti che questi ci impongono e vengono messi a valore nella società capitalistica? Quali pratiche per chi cura ed è curato? Come rivolgerci anche a chi ha perso il lavoro, chi fa lavoro informale, nero, chi fa smart working e si trova a svolgere simultaneamente il lavoro salariato e quello riproduttivo e di cura? Rispondendo a queste domande, oggi sono state indicate pratiche di sciopero della DAD, capaci di sfidare le limitazioni alla possibilità di scioperare che sono state introdotte anche nella scuola, e forme di ‘disconnessione’ dalle attività didattiche e lavorative condotte in remoto, anche nell’Università, e lezioni in piazza, forme di sciopero dallo smartworking e iniziative che non siano solo la sottrazione dal lavoro, ma anche l’individuazione di altre pratiche che riempiano il tempo e lo spazio dell’8M quando l’interruzione dal lavoro non è possibile. È stata indicata la possibilità di usare lo spazio online, che ha mostrato tutta la sua dimensione ‘reale’ in questa pandemia, per immaginare pratiche di sciopero per chi non può scioperare. Coinvolgere le donne che lavorano nei settori cosiddetti essenziali per noi è fondamentale anche se sappiamo che non sarà affatto facile, ma mai come in questo momento è necessario rompere l’isolamento, quello domestico e quello lavorativo, e costruire momenti collettivi.

Dai tavoli sono uscite molte proposte e non riportiamo tutte quelle che sono state indicate nei report [LINK], che ci permettono di coordinarci e valorizzare pratiche comuni di avvicinamento all’8M. Si sono aggiunte a queste proposte di avvicinamento allo sciopero dell’8M pratiche di autoinchiesta nella scuola per attivare campagne di comunicazione delle istanze e delle voci che provengono dalla scuola, inchieste che esprimano le nostre posizioni e i nostri bisogni in merito a ciò che intendiamo per ‘ricostruzione’ e qual è la nostra idea di ricostruzione, interventi e azioni nei supermercati per lanciare messaggi in direzione dello sciopero, presa di parola sui social costante verso l’8M ‒ come i video per rispondere alla domanda ‘sciopero perché’, una giornata il 14 febbraio sulla violenza e momenti di discussione come quelli che sono già previste in diverse città (violenza online e diffusione non consensuale di immagini intime [LiNK?], manifesto EAST — Essential Autonomous Struggles Transnational, connessione con i CAV), o ancora assemblee tematiche per discutere di alcuni luoghi e momenti cardine dello sciopero, proposte di sanzionamento fucsia delle big corporations e multinazionali, diffusione nello spazio pubblico di video e immagini. Perché riconosciamo la necessità di condividere le pratiche e parole chiave. Assumiamo una data collettiva di lancio dello sciopero e del countdown di avvicinamento il 26 febbraio, riconoscendo comunque l’importanza di dare visibilità fin da subito all’organizzazione dello sciopero e al lancio dell’8M, pensando anche a una conferenza stampa simultanea in tutti i territori; possibili obiettivi comuni delle iniziative (come Confinustria e i tribunali o in modo diverso le RSA) e piazze pubbliche e zone fuxia, organizzate come sempre per permettere la partecipazione in sicurezza e in chiave antiabilista, che siano un punto di riferimento per tutte le persone che stanno scioperando e che quel giorno lotteranno insieme a noi.

È infine fondamentale tenere al centro dell’organizzazione il piano transnazionale, non solo perché il Recovery Plan ha una dimensione europea ma anche per l’importanza della comunicazione e l’organizzazione con coloro che tengono aperta la lotta contro le politiche patriarcali, razziste e neoliberali e vivo il movimento dello sciopero. Per questo è importantissima la partecipazione all’assemblea transfronteriza del 7 febbraio, anche per riportare il lavoro dei tavoli e dell’assemblea di oggi.

Questa forza transnazionale è necessaria per caricare ancora di più la parola sciopero di tutta la sua urgenza, anche se in questo presente pandemico sarà ancora più difficile praticarlo, in tutte le forme attivate dal movimento femminista e transfemminista. Ma in ogni lotta, in ogni momento di piazza l’8M e non solo l’8M dobbiamo avere la capacità di ribadire che il nostro sciopero è essenziale. Che proprio perché il nostro lavoro e la nostra vita sono essenziali per la produzione e riproduzione di questa società, è ancora più vero che se ci fermiamo noi si ferma il mondo. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO 2019 A TORINO GRUPPI DI LAVORO SUL MOVIMENTO TRANSNAZIONALE

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Non Una di Meno nasce fin da subito come movimento transnazionale che ha il rifiuto della violenza strutturale come suo elemento catalizzatore. Per tanto, le riflessioni fatte in questa assemblea sono da considerare un momento di crescita e avanzamento nell’analisi e nelle pratiche piuttosto che come discussioni dall’intento fondativo.

La necessità di incrementare le relazioni a livello transnazionale nasce dal riconoscimento di una fase di attacco globale alla vita e alla libertà di donne, soggettività lgbtq* e migranti, che necessita una risposta globale. Dal momento che le forme con cui si attua la violenza patriarcale travalicano i confini nazionali, è solo con una prospettiva globale che possiamo comprenderne appieno la sistematicità e avere più strumenti per combatterla anche nelle sue manifestazioni locali.

La sfida di attraversare la dimensione globale del nostro movimento ci impone innanzitutto di metterci in discussione: dobbiamo partire dal riconoscere che Non Una di Meno è un movimento nato in un paese europeo, prevalentemente bianco, con un portato coloniale che non è possibile tralasciare. Questo posizionamento richiede che ci interroghiamo sul nostro privilegio, su come decostruirlo, su come evitare in ogni modo di imporre un paradigma di femminismo universalista e di assumere atteggiamenti paternalistici.

In questo processo svolge un ruolo importante la riflessione sul linguaggio: dobbiamo partire dalla consapevolezza che non sempre i linguaggi usati sono comuni a contesti diversi e porci l’obiettivo di condividere idee e progetti senza farci limitare dalle differenti definizioni che utilizziamo. Le nostre relazioni possono partire non tanto dall’identificazione nella medesima posizione di soggetti oppressi, ma dalla condivisione di lotte comuni.

Il lavoro sul movimento transnazionale può essere un’ulteriore occasione per praticare l’intersezionalità, che non vogliamo intendere solo come una sommatoria di diversi assi di oppressione ma che vogliamo costruire e riaffermare costantemente in un processo che parta necessariamente dal sé. Per fare questo è imprescindibile riconoscere la centralità della questione del potere che attraversa anche noi e il nostro relazionarci con altre persone e movimenti.

Il nostro obiettivo è superare il racconto delle diverse esperienze, la coalizione di più lotte locali per avviare percorsi condivisi che vivano sia sul livello dell’individuazione dei nemici comuni e della decostruzione dell’esistente sia su quello della costruzione di campagne e pratiche comuni. In questi anni di movimento transnazionale, uno delle pratiche che abbiamo già condiviso, in modo molto diffuso a livello globale, è stato lo sciopero femminista dell’8 marzo, da alcune considerato un elemento caratterizzante di questo movimento.

A questo scopo, non ci sembra utile stabilire a priori con chi relazionarci ma siamo consapevoli della necessità di preservarci dal rischio di strumentalizzazioni da parte di “femminismi” liberali e elitari e riteniamo fondamentale mantenere come caratterizzante la dimensione di rottura e incompatibilità con il sistema sociale attuale. Non Una di Meno si definisce come movimento femminista, antirazzista, antifascista, anticapitalista autoorganizzato: partiamo da questo posizionamento senza tuttavia pretendere che questi debbano essere i termini esatti con cui si definiscono tutte le realtà con cui entriamo in contatto.

Sono stati suggeriti alcuni temi che potrebbero essere discussi per costruire campagne comuni (salute e aborto, lotta all’eteronormatività, ambiente e difesa dei territori, contrasto alle violenze di genere, formazione, migrazioni e confini, antimilitarismo, antispecismo, etc) ma anche su questo è stata espressa la necessità che ci sia un confronto transnazionale precedente all’assemblea.

Abbiamo riconosciuto nell’assemblea di Verona Città Transfemminista un primo passo importante in questo percorso, pur individuandone molti limiti, tra tutti quello di essere stata di fatto un’assemblea nazionale con inviti transnazionali. Per costruire una vera assemblea transnazionale è invece imprescindibile condividere fin da subito il percorso di costruzione della stessa a livello transnazionale.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO 2019: GRUPPI DI LAVORO SULLO SCIOPERO

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Lo sciopero transfemminista è un processo che travalica la giornata dell’8M. Considerare lo sciopero come un processo significa partire dalla sua dimensione transnazionale, che permette di mettere in connessione le specifiche situazioni territoriali oltre i confini degli Stati nazione, e dalla sua capacità di innescare movimenti di soggettivazione e trasformazione che vanno al di là dei collettivi e le forme organizzative preesistenti, in un movimento che aspira a essere espansivo. Lo sciopero è una pratica centrale che ci rende parte di quel movimento transnazionale, ci permette di dare concretezza alla prospettiva intersezionale che consideriamo fondamentale per la nostra iniziativa politica.

Parlare di sciopero come processo significa insistere sulla continuità della sua costruzione sui territori, sul fatto che è importante accumulare attraverso lo sciopero la forza per rifiutare tutti i giorni le condizioni di violenza, sfruttamento e oppressione, di genere e razzista, mettendo in questione della loro produzione e riproduzione.

Pensare lo sciopero come processo significa anche pensare il rapporto tra la sua dimensione politica, sociale o vertenziale. Queste tre dimensioni devono essere connesse alla cornice politica nella quale agiamo, che parte dalla lotta contro la violenza maschile e di genere, e devono potersi rafforzare a vicenda.

Lo sciopero femminista ha carattere politico perché considera la violenza come sistemica e mostra in che modo questa coinvolge tutti gli aspetti della società. È sociale, perché ci permette di andare oltre i confini del lavoro produttivo e coinvolgere quello riproduttivo, anche se quando parliamo di riproduzione non stiamo parlando solo di quest’ultimo, ma dei rapporti di potere, delle gerarchie e dei ruoli di genere, dei privilegi, del razzismo e di ogni forma di oppressione che sostiene la produzione di questa società. All’interno dello sciopero femminista hanno preso parola vertenze specifiche: gli esempi che sono stati fatti sono quelli di Italpizza, delle insegnanti in lotta, delle operatrici dell’accoglienza e assistenti sociali lavoratrici e lavoratori dei consultori il cui sciopero ha imposto di ripensare la relazione con i cosiddetti utenti.

Rispetto a queste vertenze, NUDM non deve assumere una funzione concertativa, ma di collegamento con la sua prospettiva femminista e transnazionale, mostrando i nessi politici tra di esse, e la lotta contro patriarcato, razzismo, sfruttamento neoliberale. Lo sciopero femminista, in questo senso, a partire dalle lotte deve cercare di offrire una risposta politica a fronte delle violenze gravi e puntuali che si manifestano in tutti i territori.

In questo senso lo sciopero femminista come sciopero politico e sociale è anche il punto di partenza per rapportarsi con istituzioni e sindacati ed è espressione di un’autonomia che NUDM deve mantenere di fronte a ogni possibile strumentalizzazione da parte di sindacati e partiti.

Il rapporto con i sindacati è importante per la costruzione dello sciopero, non solo per via della convocazione, che finora è stata fatta solo da alcuni sindacati, ma anche per avere la possibilità di accedere nei luoghi di lavoro, facendo assemblee, portando avanti pratiche di inchiesta e autoinchiesta. Tuttavia, il rapporto con i sindacati non deve essere pensato come l’unico strumento, come se a loro delegassimo il compito di organizzare lo sciopero produttivo. Questo è un lavoro che NUDM può fare costruendo un rapporto diretto con le lavoratrici, le RSU, le iscritte di base, perché aprano contraddizioni all’interno delle strutture sindacali. Questo tipo di lavoro non può ridursi ai due mesi precedenti lo sciopero, e richiede di tenere conto dei diversi rapporti di forza con il sindacato che variano di situazione in situazione e di territorio in territorio.

Tutta questa riflessione serve a continuare a pensare lo sciopero come processo, per allargarlo, per intensificare la sua forza. Ci sono una serie di impegni programmatici venuti fuori da tutti i gruppi. Tra questi, quello di “fare spazio”, riconoscendo la centralità delle lotte delle persone LGBT*QIA+ e delle e dei migranti e chi quotidianamente subisce e combatte il razzismo. Queste lotte quotidiane sono il punto di partenza che ci impone di chiederci come dare efficacia allo sciopero dei e dai generi e come declinare i nostri linguaggi in modo tale da rendere efficace la nostra comunicazione politica, sapendo che anche le azioni che facciamo sono una parte del nostro linguaggio e della nostra comunicazione.

Il prossimo 8 marzo cadrà di domenica e questo pone la questione di come organizzarci. Non pensiamo di poter decidere in questa assemblea, a prescindere dal processo che avrà luogo sul piano transnazionale, ma diverse ipotesi sono state messe in campo.

– La prima è quella di concentrasi sulla giornata di domenica.

– La seconda è di fare lo sciopero il venerdì e poi estendere la mobilitazione a sabato e domenica.

– La terza è di fare lo sciopero lunedì cominciando la mobilitazione la domenica (lanciando lo sciopero con un’acampada).

– Alcune infine hanno chiesto di non farlo la domenica ma solo il venerdì o il lunedì.

Attorno a queste ipotesi non c’è stato accordo ma sono state avanzate diverse considerazioni: in generale, c’è accordo nel considerare che la domenica è una giornata che permetterebbe di valorizzare la dimensione del lavoro riproduttivo, domestico e di cura, anche salariato e di praticare quello dei consumi. Altre, ancora, che altre categorie sarebbero penalizzate (pubblici e mondo della formazione). Alcune, sostengono che sarebbe l’occasione di dare visibilità a particolari categorie di lavoro, come quella dei commerciali costretti a lavorare anche la domenica. Altre fanno obiezione proprio sul fatto che lo sciopero femminista avrebbe il compito di connettere lavoro produttivo e riproduttivo, non distinguerli con “giornate dedicate”. Nessun accordo nemmeno sull’acampada. Si tratta di questioni che sono sul tavolo e delle quali sarebbe opportuno discutere nei prossimi mesi e in una prossima assemblea nazionale.

Nel quadro dello sciopero dai consumi, è stata avanzata la proposta di abbracciare la campagna BDS contro il Pinkwashing israeliano come campagna collettiva.

È stata sottolineata l’importanza di pensare lo sciopero femminista anche come uno strumento di lotta che può andare oltre l’8 marzo, diventando la risposta alle aggressioni patriarcali e razziste. La nostra iniziativa parte dal Piano Femminista che deve essere messo in movimento e praticato alla luce delle urgenze del presente e dell’intensificazione della violenza che combattiamo. In questo modo lo sciopero come processo può essere lo spazio per continuare a produrre una presa di parola collettiva e globale contro la violenza.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO: PLENARIA SULLA COMUNICAZIONE

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Da tempo veniva sottolineata la necessità di affrontare in un’assemblea plenaria temi quali: luoghi e metodi decisionali, linguaggi, relazioni tra di noi e con il mondo esterno e pratiche con cui portare avanti la nostra sfida definitiva al patriarcato. Per fare questo è imprescindibile riconoscere di far parte in modo soggettivo e collettivo di un processo in continuo divenire, riconoscendo le tante cose che abbiamo fatto ma anche i nodi e le criticità per superarle.

Diversi interventi delle realtà territoriali più piccole e/o più giovani hanno segnalato difficoltà a relazionarsi e trovare spazio e ascolto adeguati nella cooperazione, presa di decisione e eleborazione a livello nazionale. La capillarità con cui continuano a diffondersi assemblee di Non una di meno in tutto il paese ci pone una sfida costante affinché i meccanismi di coordinamento, di elaborazione e di presa di decisione collettiva tra nodi e assemblee siano effettivamente attraversabili da tutte le soggettività e tutte le assemblee.

1. Comunicazione e metodo

Il punto di partenza comune a tutti gli interventi è stato il riconoscimento della necessità dell’orizzontalità e di una fiducia diffusa come base delle relazioni che intessiamo tra assemblee, tanto quanto tra singolu. È stato però sottolineato che per costruire questa orizzontalità è necessaria un’organizzazione puntuale e il rispetto dei tempi di tuttu.

Quasi tutti gli interventi hanno ribadito la centralità dei nodi territoriali come infrastruttura portante della nostra lotta e come luogo prioritario di presa di decisione, e proprio nelle assemblee deve nascere ed essere messo alla prova quel metodo che diciamo definirci, dandoci strumenti per far sì che tutte le assemblee territoriali siano orizzontali e capaci di una decisionalità fondata sul consenso femminista. Parallelamente, però, è emersa anche la necessità di riprendere un lavoro trasversale e transterritoriale su specifici temi, sia come spazio di discussione e confronto tra le assemblee territoriali, sulla base di obiettivi condivisi, sia come imbastitura di campagne pubbliche.

In merito alle campagne si è sollecitata la necessità di dare visibilità e fiducia alle campagne elaborate dai territori, rafforzandole a livello nazionale con gli strumenti di comunicazione disponibili e costituendo contaminazioni che possano essere occasioni di crescita tra i territori.

In merito alla differenza di velocità e di esperienza, rimane forte l’esigenza di affrontare una dicotomia, da alcunu definita tra centro e periferia, da altri tra nodi piccoli e nodi grossi o altro ancora. La realtà di quello che veniva segnalato, in ogni caso, è la sproporzione di mezzi ed energie a disposizione – in termini di persone, tempo ed esperienze pregresse – tra assemblee numerose, eterogenee (e quindi a loro modo complesse) ed assemblee più giovani (non in senso anagrafico), magari in territori in cui capita di essere l’unico soggetto politico “non partitico”. Da qui l’esigenza di sfruttare gli strumenti di comunicazione e coordinamento interni in modo da moltiplicare gli spazi di confronto.

Per quanto riguarda la dimensione dell’azione politica: da un lato è emersa l’esigenza di non rincorrere agende dettate da altri, dall’altro la lettura della fase attuale come attacco inedito – per quanto in continuità con le politiche dei governi che ci hanno preceduto – all’autodeterminazione e alla libertà di tuttu rende necessaria e urgente una risposta oppositiva, ma al tempo stesso costruttiva e quindi che metta al centro le nostre lotte.

2. Comunicare i nostri contenuti

Se da un lato emerge l’esigenza di un linguaggio più accessibile che vada nella direzione di un allargamento “quantitativo” della nostra referenza sociale e di una maggiore accessibilità ai nostri contenuti di persone molto diverse, dall’altro è stato identificato come imprescindibile l’imporre nella comunicazione pubblica termini e contenuti radicali, a volte scomodi, con cui vogliamo contaminare i linguaggi predominanti.

Trasversale, in ogni caso, la necessità di proseguire con la diversificazione dei registri linguistici e comunicativi: pillole, video, grafiche, comunicati, ecc. Importante è la traduzione in altre lingue dei nostri materiali e la condivisione via drive dei materiali esistenti con una maggiore attenzione alla loro archiviazione.

3. Relazioni con altri soggetti politici

Aldilà delle scelte personali è stata ribadita l’autonomia politica di Non una di meno. Questo non vuol dire che le assemblee e i percorsi non siano attraversabili da persone che possono vivere una “doppia presenza” tra movimento e istituzioni (ovviamente a loro e alle assemblee di riferimento sta sciogliere eventuali contraddizioni), ma si ribadisce il fatto che Non una di meno non ha mai visto come sbocco delle proprie rivendicazione la rappresentanza politica. Anche quando ci relazioniamo con le istituzioni, vogliamo che siano loro a venire da noi secondo i metodi e i tempi da noi stabiliti.

È stato sottolineato la necessità di prestare attenzione a tutti i tentativi di strumentalizzazione e pinkwashing da parte dei partiti, in particolare in questa congiuntura violenta e neofascista.

Emerge, inoltre, l’importanza di confronto con atri movimenti sulla base di pratiche e valori condivisi quali l’antisessismo, l’anticapitalismo e l’antirazzismo e di tessere e mantenere relazioni con altre realtà femministe alleate, sempre nell’ottica per cui la lotta intersezionale sia reale e non solo teorizzata e menzionata.

Sulle relazioni con sindacati e realtà istituzionali non vogliamo porre veti a priori ma adottare un metodo che ci permetta di valutare le situazioni a seconda del contesto e degli obiettivi, relazionarcisi anche se necessario in termini conflittuali. In ogni caso i rapporti di forza devono essere chiari e metterci nella posizione di condurre il confronto, dettando i nostri contenuti e i nostri tempi con l’obiettivo di contaminare le realtà con cui entriamo in contatto.