REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO 2019 A TORINO GRUPPI DI LAVORO SUL MOVIMENTO TRANSNAZIONALE

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Non Una di Meno nasce fin da subito come movimento transnazionale che ha il rifiuto della violenza strutturale come suo elemento catalizzatore. Per tanto, le riflessioni fatte in questa assemblea sono da considerare un momento di crescita e avanzamento nell’analisi e nelle pratiche piuttosto che come discussioni dall’intento fondativo.

La necessità di incrementare le relazioni a livello transnazionale nasce dal riconoscimento di una fase di attacco globale alla vita e alla libertà di donne, soggettività lgbtq* e migranti, che necessita una risposta globale. Dal momento che le forme con cui si attua la violenza patriarcale travalicano i confini nazionali, è solo con una prospettiva globale che possiamo comprenderne appieno la sistematicità e avere più strumenti per combatterla anche nelle sue manifestazioni locali.

La sfida di attraversare la dimensione globale del nostro movimento ci impone innanzitutto di metterci in discussione: dobbiamo partire dal riconoscere che Non Una di Meno è un movimento nato in un paese europeo, prevalentemente bianco, con un portato coloniale che non è possibile tralasciare. Questo posizionamento richiede che ci interroghiamo sul nostro privilegio, su come decostruirlo, su come evitare in ogni modo di imporre un paradigma di femminismo universalista e di assumere atteggiamenti paternalistici.

In questo processo svolge un ruolo importante la riflessione sul linguaggio: dobbiamo partire dalla consapevolezza che non sempre i linguaggi usati sono comuni a contesti diversi e porci l’obiettivo di condividere idee e progetti senza farci limitare dalle differenti definizioni che utilizziamo. Le nostre relazioni possono partire non tanto dall’identificazione nella medesima posizione di soggetti oppressi, ma dalla condivisione di lotte comuni.

Il lavoro sul movimento transnazionale può essere un’ulteriore occasione per praticare l’intersezionalità, che non vogliamo intendere solo come una sommatoria di diversi assi di oppressione ma che vogliamo costruire e riaffermare costantemente in un processo che parta necessariamente dal sé. Per fare questo è imprescindibile riconoscere la centralità della questione del potere che attraversa anche noi e il nostro relazionarci con altre persone e movimenti.

Il nostro obiettivo è superare il racconto delle diverse esperienze, la coalizione di più lotte locali per avviare percorsi condivisi che vivano sia sul livello dell’individuazione dei nemici comuni e della decostruzione dell’esistente sia su quello della costruzione di campagne e pratiche comuni. In questi anni di movimento transnazionale, uno delle pratiche che abbiamo già condiviso, in modo molto diffuso a livello globale, è stato lo sciopero femminista dell’8 marzo, da alcune considerato un elemento caratterizzante di questo movimento.

A questo scopo, non ci sembra utile stabilire a priori con chi relazionarci ma siamo consapevoli della necessità di preservarci dal rischio di strumentalizzazioni da parte di “femminismi” liberali e elitari e riteniamo fondamentale mantenere come caratterizzante la dimensione di rottura e incompatibilità con il sistema sociale attuale. Non Una di Meno si definisce come movimento femminista, antirazzista, antifascista, anticapitalista autoorganizzato: partiamo da questo posizionamento senza tuttavia pretendere che questi debbano essere i termini esatti con cui si definiscono tutte le realtà con cui entriamo in contatto.

Sono stati suggeriti alcuni temi che potrebbero essere discussi per costruire campagne comuni (salute e aborto, lotta all’eteronormatività, ambiente e difesa dei territori, contrasto alle violenze di genere, formazione, migrazioni e confini, antimilitarismo, antispecismo, etc) ma anche su questo è stata espressa la necessità che ci sia un confronto transnazionale precedente all’assemblea.

Abbiamo riconosciuto nell’assemblea di Verona Città Transfemminista un primo passo importante in questo percorso, pur individuandone molti limiti, tra tutti quello di essere stata di fatto un’assemblea nazionale con inviti transnazionali. Per costruire una vera assemblea transnazionale è invece imprescindibile condividere fin da subito il percorso di costruzione della stessa a livello transnazionale.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO 2019: GRUPPI DI LAVORO SULLO SCIOPERO

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Lo sciopero transfemminista è un processo che travalica la giornata dell’8M. Considerare lo sciopero come un processo significa partire dalla sua dimensione transnazionale, che permette di mettere in connessione le specifiche situazioni territoriali oltre i confini degli Stati nazione, e dalla sua capacità di innescare movimenti di soggettivazione e trasformazione che vanno al di là dei collettivi e le forme organizzative preesistenti, in un movimento che aspira a essere espansivo. Lo sciopero è una pratica centrale che ci rende parte di quel movimento transnazionale, ci permette di dare concretezza alla prospettiva intersezionale che consideriamo fondamentale per la nostra iniziativa politica.

Parlare di sciopero come processo significa insistere sulla continuità della sua costruzione sui territori, sul fatto che è importante accumulare attraverso lo sciopero la forza per rifiutare tutti i giorni le condizioni di violenza, sfruttamento e oppressione, di genere e razzista, mettendo in questione della loro produzione e riproduzione.

Pensare lo sciopero come processo significa anche pensare il rapporto tra la sua dimensione politica, sociale o vertenziale. Queste tre dimensioni devono essere connesse alla cornice politica nella quale agiamo, che parte dalla lotta contro la violenza maschile e di genere, e devono potersi rafforzare a vicenda.

Lo sciopero femminista ha carattere politico perché considera la violenza come sistemica e mostra in che modo questa coinvolge tutti gli aspetti della società. È sociale, perché ci permette di andare oltre i confini del lavoro produttivo e coinvolgere quello riproduttivo, anche se quando parliamo di riproduzione non stiamo parlando solo di quest’ultimo, ma dei rapporti di potere, delle gerarchie e dei ruoli di genere, dei privilegi, del razzismo e di ogni forma di oppressione che sostiene la produzione di questa società. All’interno dello sciopero femminista hanno preso parola vertenze specifiche: gli esempi che sono stati fatti sono quelli di Italpizza, delle insegnanti in lotta, delle operatrici dell’accoglienza e assistenti sociali lavoratrici e lavoratori dei consultori il cui sciopero ha imposto di ripensare la relazione con i cosiddetti utenti.

Rispetto a queste vertenze, NUDM non deve assumere una funzione concertativa, ma di collegamento con la sua prospettiva femminista e transnazionale, mostrando i nessi politici tra di esse, e la lotta contro patriarcato, razzismo, sfruttamento neoliberale. Lo sciopero femminista, in questo senso, a partire dalle lotte deve cercare di offrire una risposta politica a fronte delle violenze gravi e puntuali che si manifestano in tutti i territori.

In questo senso lo sciopero femminista come sciopero politico e sociale è anche il punto di partenza per rapportarsi con istituzioni e sindacati ed è espressione di un’autonomia che NUDM deve mantenere di fronte a ogni possibile strumentalizzazione da parte di sindacati e partiti.

Il rapporto con i sindacati è importante per la costruzione dello sciopero, non solo per via della convocazione, che finora è stata fatta solo da alcuni sindacati, ma anche per avere la possibilità di accedere nei luoghi di lavoro, facendo assemblee, portando avanti pratiche di inchiesta e autoinchiesta. Tuttavia, il rapporto con i sindacati non deve essere pensato come l’unico strumento, come se a loro delegassimo il compito di organizzare lo sciopero produttivo. Questo è un lavoro che NUDM può fare costruendo un rapporto diretto con le lavoratrici, le RSU, le iscritte di base, perché aprano contraddizioni all’interno delle strutture sindacali. Questo tipo di lavoro non può ridursi ai due mesi precedenti lo sciopero, e richiede di tenere conto dei diversi rapporti di forza con il sindacato che variano di situazione in situazione e di territorio in territorio.

Tutta questa riflessione serve a continuare a pensare lo sciopero come processo, per allargarlo, per intensificare la sua forza. Ci sono una serie di impegni programmatici venuti fuori da tutti i gruppi. Tra questi, quello di “fare spazio”, riconoscendo la centralità delle lotte delle persone LGBT*QIA+ e delle e dei migranti e chi quotidianamente subisce e combatte il razzismo. Queste lotte quotidiane sono il punto di partenza che ci impone di chiederci come dare efficacia allo sciopero dei e dai generi e come declinare i nostri linguaggi in modo tale da rendere efficace la nostra comunicazione politica, sapendo che anche le azioni che facciamo sono una parte del nostro linguaggio e della nostra comunicazione.

Il prossimo 8 marzo cadrà di domenica e questo pone la questione di come organizzarci. Non pensiamo di poter decidere in questa assemblea, a prescindere dal processo che avrà luogo sul piano transnazionale, ma diverse ipotesi sono state messe in campo.

– La prima è quella di concentrasi sulla giornata di domenica.

– La seconda è di fare lo sciopero il venerdì e poi estendere la mobilitazione a sabato e domenica.

– La terza è di fare lo sciopero lunedì cominciando la mobilitazione la domenica (lanciando lo sciopero con un’acampada).

– Alcune infine hanno chiesto di non farlo la domenica ma solo il venerdì o il lunedì.

Attorno a queste ipotesi non c’è stato accordo ma sono state avanzate diverse considerazioni: in generale, c’è accordo nel considerare che la domenica è una giornata che permetterebbe di valorizzare la dimensione del lavoro riproduttivo, domestico e di cura, anche salariato e di praticare quello dei consumi. Altre, ancora, che altre categorie sarebbero penalizzate (pubblici e mondo della formazione). Alcune, sostengono che sarebbe l’occasione di dare visibilità a particolari categorie di lavoro, come quella dei commerciali costretti a lavorare anche la domenica. Altre fanno obiezione proprio sul fatto che lo sciopero femminista avrebbe il compito di connettere lavoro produttivo e riproduttivo, non distinguerli con “giornate dedicate”. Nessun accordo nemmeno sull’acampada. Si tratta di questioni che sono sul tavolo e delle quali sarebbe opportuno discutere nei prossimi mesi e in una prossima assemblea nazionale.

Nel quadro dello sciopero dai consumi, è stata avanzata la proposta di abbracciare la campagna BDS contro il Pinkwashing israeliano come campagna collettiva.

È stata sottolineata l’importanza di pensare lo sciopero femminista anche come uno strumento di lotta che può andare oltre l’8 marzo, diventando la risposta alle aggressioni patriarcali e razziste. La nostra iniziativa parte dal Piano Femminista che deve essere messo in movimento e praticato alla luce delle urgenze del presente e dell’intensificazione della violenza che combattiamo. In questo modo lo sciopero come processo può essere lo spazio per continuare a produrre una presa di parola collettiva e globale contro la violenza.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO: PLENARIA SULLA COMUNICAZIONE

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Da tempo veniva sottolineata la necessità di affrontare in un’assemblea plenaria temi quali: luoghi e metodi decisionali, linguaggi, relazioni tra di noi e con il mondo esterno e pratiche con cui portare avanti la nostra sfida definitiva al patriarcato. Per fare questo è imprescindibile riconoscere di far parte in modo soggettivo e collettivo di un processo in continuo divenire, riconoscendo le tante cose che abbiamo fatto ma anche i nodi e le criticità per superarle.

Diversi interventi delle realtà territoriali più piccole e/o più giovani hanno segnalato difficoltà a relazionarsi e trovare spazio e ascolto adeguati nella cooperazione, presa di decisione e eleborazione a livello nazionale. La capillarità con cui continuano a diffondersi assemblee di Non una di meno in tutto il paese ci pone una sfida costante affinché i meccanismi di coordinamento, di elaborazione e di presa di decisione collettiva tra nodi e assemblee siano effettivamente attraversabili da tutte le soggettività e tutte le assemblee.

1. Comunicazione e metodo

Il punto di partenza comune a tutti gli interventi è stato il riconoscimento della necessità dell’orizzontalità e di una fiducia diffusa come base delle relazioni che intessiamo tra assemblee, tanto quanto tra singolu. È stato però sottolineato che per costruire questa orizzontalità è necessaria un’organizzazione puntuale e il rispetto dei tempi di tuttu.

Quasi tutti gli interventi hanno ribadito la centralità dei nodi territoriali come infrastruttura portante della nostra lotta e come luogo prioritario di presa di decisione, e proprio nelle assemblee deve nascere ed essere messo alla prova quel metodo che diciamo definirci, dandoci strumenti per far sì che tutte le assemblee territoriali siano orizzontali e capaci di una decisionalità fondata sul consenso femminista. Parallelamente, però, è emersa anche la necessità di riprendere un lavoro trasversale e transterritoriale su specifici temi, sia come spazio di discussione e confronto tra le assemblee territoriali, sulla base di obiettivi condivisi, sia come imbastitura di campagne pubbliche.

In merito alle campagne si è sollecitata la necessità di dare visibilità e fiducia alle campagne elaborate dai territori, rafforzandole a livello nazionale con gli strumenti di comunicazione disponibili e costituendo contaminazioni che possano essere occasioni di crescita tra i territori.

In merito alla differenza di velocità e di esperienza, rimane forte l’esigenza di affrontare una dicotomia, da alcunu definita tra centro e periferia, da altri tra nodi piccoli e nodi grossi o altro ancora. La realtà di quello che veniva segnalato, in ogni caso, è la sproporzione di mezzi ed energie a disposizione – in termini di persone, tempo ed esperienze pregresse – tra assemblee numerose, eterogenee (e quindi a loro modo complesse) ed assemblee più giovani (non in senso anagrafico), magari in territori in cui capita di essere l’unico soggetto politico “non partitico”. Da qui l’esigenza di sfruttare gli strumenti di comunicazione e coordinamento interni in modo da moltiplicare gli spazi di confronto.

Per quanto riguarda la dimensione dell’azione politica: da un lato è emersa l’esigenza di non rincorrere agende dettate da altri, dall’altro la lettura della fase attuale come attacco inedito – per quanto in continuità con le politiche dei governi che ci hanno preceduto – all’autodeterminazione e alla libertà di tuttu rende necessaria e urgente una risposta oppositiva, ma al tempo stesso costruttiva e quindi che metta al centro le nostre lotte.

2. Comunicare i nostri contenuti

Se da un lato emerge l’esigenza di un linguaggio più accessibile che vada nella direzione di un allargamento “quantitativo” della nostra referenza sociale e di una maggiore accessibilità ai nostri contenuti di persone molto diverse, dall’altro è stato identificato come imprescindibile l’imporre nella comunicazione pubblica termini e contenuti radicali, a volte scomodi, con cui vogliamo contaminare i linguaggi predominanti.

Trasversale, in ogni caso, la necessità di proseguire con la diversificazione dei registri linguistici e comunicativi: pillole, video, grafiche, comunicati, ecc. Importante è la traduzione in altre lingue dei nostri materiali e la condivisione via drive dei materiali esistenti con una maggiore attenzione alla loro archiviazione.

3. Relazioni con altri soggetti politici

Aldilà delle scelte personali è stata ribadita l’autonomia politica di Non una di meno. Questo non vuol dire che le assemblee e i percorsi non siano attraversabili da persone che possono vivere una “doppia presenza” tra movimento e istituzioni (ovviamente a loro e alle assemblee di riferimento sta sciogliere eventuali contraddizioni), ma si ribadisce il fatto che Non una di meno non ha mai visto come sbocco delle proprie rivendicazione la rappresentanza politica. Anche quando ci relazioniamo con le istituzioni, vogliamo che siano loro a venire da noi secondo i metodi e i tempi da noi stabiliti.

È stato sottolineato la necessità di prestare attenzione a tutti i tentativi di strumentalizzazione e pinkwashing da parte dei partiti, in particolare in questa congiuntura violenta e neofascista.

Emerge, inoltre, l’importanza di confronto con atri movimenti sulla base di pratiche e valori condivisi quali l’antisessismo, l’anticapitalismo e l’antirazzismo e di tessere e mantenere relazioni con altre realtà femministe alleate, sempre nell’ottica per cui la lotta intersezionale sia reale e non solo teorizzata e menzionata.

Sulle relazioni con sindacati e realtà istituzionali non vogliamo porre veti a priori ma adottare un metodo che ci permetta di valutare le situazioni a seconda del contesto e degli obiettivi, relazionarcisi anche se necessario in termini conflittuali. In ogni caso i rapporti di forza devono essere chiari e metterci nella posizione di condurre il confronto, dettando i nostri contenuti e i nostri tempi con l’obiettivo di contaminare le realtà con cui entriamo in contatto.

24 e 25 Novembre 2018: Report dell’Assemblea Nazionale di Non una di meno

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Da ormai 3 anni il movimento femminista e transfemminista in Italia e nel mondo è potente e in costante trasformazione.
Esprime radicalità condivisa, autonomia e radicamento nei territori e si afferma come spazio di costruzione di alternativa e motore di conflitto permanente e intersezionale contro la violenza.

La fase politica attuale è segnata da un’avanzata autoritaria e reazionaria e dalla saldatura tra le politiche neoliberiste e l’ordine patriarcale e razzista. In Italia, come nel mondo, l’attacco ideologico in atto ha pesanti ricadute materiali. In questo contesto il movimento femminista globale apre lo spazio di un grande processo di soggettivazione politica ma anche di ricomposizione.

Lo Stato di agitazione permanente lanciato a Bologna durante l’assemblea nazionale di Non Una di Meno del 6-7 ottobre è rapidamente diventato un dispositivo potente di mobilitazione e di moltiplicazione delle lotte nei territori. È un processo di opposizione alle politiche sessiste e razziste del governo che non disperde, ma anzi potenzia la capacità affermativa, produttiva e trasformativa della presa di parola femminista e transfemminista. Un’opposizione che pratichiamo e che continueremo a praticare a partire dall’elaborazione collettiva costruita in questi 3 anni e concretizzata nel Piano Femminista che ha anticipato le risposte alle politiche patriarcali, razziste, neoliberali e securitarie, del governo giallo verde. Un’opposizione che, proprio grazie all’analisi e alle proposte che avanziamo, mette in luce sia le continuità con i governi precedenti che le radicalizzazioni e le oppressioni portate avanti da questo esecutivo.

A partire dal Piano Femminista costruiremo lo sciopero femminista dell’8 marzo e daremo corpo e sostanza alle rivendicazioni e alle battaglie aperte contro il Ddl Pillon, il decreto Sicurezza, il reddito di cittadinanza, l’attacco all’aborto libero, sicuro e gratuito. Lo sciopero sarà politico e globale, darà voce a chi si oppone con tutte le sue forze alle politiche reazionarie che in ogni parte del mondo cercano di schiacciare chi quotidianamente lotta contro la violenza di questa società.

Come movimento femminista sveliamo la relazione tra il razzismo istituzionale e la violenza sulle donne, frutto di uno stesso paradigma e risultato della saldatura tra destra di governo, neofascisti e fronte cattolico pro-life che passa anche attraverso le mozioni antiabortiste proposte nei consigli comunali. Anche in questo caso non ci limitiamo a reagire contro le pretese della Chiesa sui nostri corpi ma riaffermiamo la nostra autodeterminazione rivendicando molto più di 194.

Costruiamo reti solidali e pratiche efficaci contro le molestie e le discriminazioni sui posti di lavoro, contro il ricatto della precarietà e della dipendenza economica. Rivendichiamo reddito di autodeterminazione, salario minimo europeo e welfare universale contro le misure economiche e sociali del governo. Rivendichiamo la varietà delle nostre reti affettive contro l’eteronormatività del decreto Pillon. Rivendichiamo la possibilità per tutte di muoversi e di restare: contro la violenza dei confini e il ricatto della clandestinità rivendichiamo un permesso di soggiorno europeo, il diritto di asilo e la cittadinanza senza condizioni. Rivendichiamo la libertà da stereotipi, condizionamenti e ruoli sociali imposti, costruiamo spazio pubblico femminista nelle città, sui media, nelle scuole e nelle università.

Riaffermiamo l’arma dello sciopero femminista – sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, sciopero dai e dei generi, sciopero dal lavoro sessuale, sciopero ecofemminista e del consumo – come processo di attivazione politica e sociale per le donne ma anche per tutte le soggettività precarie, migranti, trans*, lesbiche, e chiunque non si adegua ai modelli di sessualità dominanti. Rilanciamo la forza collettiva dello sciopero anche come possibilità di sperimentazione di tempi di vita diversi, e pratiche di condivisione e liberazione.

Intendiamo lo sciopero come uno strumento da reinventare per essere all’altezza di questi percorsi e di queste pratiche.

Bloccare produzione e riproduzione sociale significa scioperare nei luoghi di lavoro, nelle relazioni di cura ma anche radicarsi nei territori, significa preparare lo sciopero stando in piazza nei momenti decisivi con la forza delle nostre parole e delle nostre pratiche.

Proprio per costruire lo sciopero è stata individuata l’esigenza di articolare in modo diffuso spazi di elaborazione e confronto sulle pratiche (case dello sciopero), per organizzare lo sciopero, per immaginare insieme forme efficaci e concrete di astensione dal lavoro autonomo, informale, gratuito e riproduttivo, strategie di sottrazione dal ricatto del permesso di soggiorno e della precarietà attraverso la costruzione di casse di mutuo soccorso altre pratiche di solidarietà, cosi come luoghi e strumenti di alfabetizzazione sindacale sul diritto di sciopero (anche riprendendo vademecum, grafiche e video). A tal fine ci proponiamo di costituire un gruppo di lavoro e di raccordo tra le assemblee territoriali che si occupi praticamente di informare e supportare le lavoratrici che vorranno scioperare.

A partire dalla consapevolezza che lo sciopero è un diritto delle lavoratrici, la convocazione dello sciopero generale parte da noi e da questa assemblea: lanceremo lo sciopero con un appello potente che a partire dal lavoro femminile e femminilizzato interpella tutti quei soggetti che si oppongono alla violenza maschile e di genere, alla precarietà e al razzismo. Convochiamo lo sciopero dell’8 marzo a partire dalla forza accumulata in questi tre anni di mobilitazione, dallo stato di agitazione permanente espressa nei territori e nella marea femminista. Con questa forza e determinazione costruiamo lo sciopero e il confronto con i sindacati, nel segno della riappropriazione di uno strumento di lotta da parte delle lavoratrici, che apre contraddizioni anche interne ai sindacati stessi. Affermiamo la necessità, quindi, che i sindacati si facciano strumento di un processo di opposizione e costruzione di alternativa che parte dai soggetti e li veda protagonisti al di là delle organizzazioni e delle strutture sindacali.

In questa ottica incalziamo i sindacati perché sappiano mettersi al servizio dello sciopero femminista, garantendo la possibilità concreta di praticarlo in ogni settore produttivo. Cogliamo, quindi, l’invito al congresso della Fiom, come occasione per porre alle lavoratrici che saranno presenti lo sciopero come proposta politica da sostenere in forme non simboliche ma effettive.

Si mette a verifica la possibilità di costruire un meeting internazionale sullo sciopero globale delle donne che ci dia la possibilità di un confronto politico anche sulle pratiche e sul processo della sua costruzione, creando le condizioni di un rafforzamento della rete oltre i confini nazionali.

Il meeting internazionale potrà anche essere l’occasione per un ulteriore confronto anche nazionale, che incornici la nostra iniziativa nel quadro globale.

Ci volete sottomesse, ricattate e sfruttate, noi scioperiamo!

La marea che sale e arriva ovunque traboccherà l’8 marzo. Saremo tempesta…
Non Una di Meno