REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO 2019: GRUPPI DI LAVORO SULLO SCIOPERO

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Lo sciopero transfemminista è un processo che travalica la giornata dell’8M. Considerare lo sciopero come un processo significa partire dalla sua dimensione transnazionale, che permette di mettere in connessione le specifiche situazioni territoriali oltre i confini degli Stati nazione, e dalla sua capacità di innescare movimenti di soggettivazione e trasformazione che vanno al di là dei collettivi e le forme organizzative preesistenti, in un movimento che aspira a essere espansivo. Lo sciopero è una pratica centrale che ci rende parte di quel movimento transnazionale, ci permette di dare concretezza alla prospettiva intersezionale che consideriamo fondamentale per la nostra iniziativa politica.

Parlare di sciopero come processo significa insistere sulla continuità della sua costruzione sui territori, sul fatto che è importante accumulare attraverso lo sciopero la forza per rifiutare tutti i giorni le condizioni di violenza, sfruttamento e oppressione, di genere e razzista, mettendo in questione della loro produzione e riproduzione.

Pensare lo sciopero come processo significa anche pensare il rapporto tra la sua dimensione politica, sociale o vertenziale. Queste tre dimensioni devono essere connesse alla cornice politica nella quale agiamo, che parte dalla lotta contro la violenza maschile e di genere, e devono potersi rafforzare a vicenda.

Lo sciopero femminista ha carattere politico perché considera la violenza come sistemica e mostra in che modo questa coinvolge tutti gli aspetti della società. È sociale, perché ci permette di andare oltre i confini del lavoro produttivo e coinvolgere quello riproduttivo, anche se quando parliamo di riproduzione non stiamo parlando solo di quest’ultimo, ma dei rapporti di potere, delle gerarchie e dei ruoli di genere, dei privilegi, del razzismo e di ogni forma di oppressione che sostiene la produzione di questa società. All’interno dello sciopero femminista hanno preso parola vertenze specifiche: gli esempi che sono stati fatti sono quelli di Italpizza, delle insegnanti in lotta, delle operatrici dell’accoglienza e assistenti sociali lavoratrici e lavoratori dei consultori il cui sciopero ha imposto di ripensare la relazione con i cosiddetti utenti.

Rispetto a queste vertenze, NUDM non deve assumere una funzione concertativa, ma di collegamento con la sua prospettiva femminista e transnazionale, mostrando i nessi politici tra di esse, e la lotta contro patriarcato, razzismo, sfruttamento neoliberale. Lo sciopero femminista, in questo senso, a partire dalle lotte deve cercare di offrire una risposta politica a fronte delle violenze gravi e puntuali che si manifestano in tutti i territori.

In questo senso lo sciopero femminista come sciopero politico e sociale è anche il punto di partenza per rapportarsi con istituzioni e sindacati ed è espressione di un’autonomia che NUDM deve mantenere di fronte a ogni possibile strumentalizzazione da parte di sindacati e partiti.

Il rapporto con i sindacati è importante per la costruzione dello sciopero, non solo per via della convocazione, che finora è stata fatta solo da alcuni sindacati, ma anche per avere la possibilità di accedere nei luoghi di lavoro, facendo assemblee, portando avanti pratiche di inchiesta e autoinchiesta. Tuttavia, il rapporto con i sindacati non deve essere pensato come l’unico strumento, come se a loro delegassimo il compito di organizzare lo sciopero produttivo. Questo è un lavoro che NUDM può fare costruendo un rapporto diretto con le lavoratrici, le RSU, le iscritte di base, perché aprano contraddizioni all’interno delle strutture sindacali. Questo tipo di lavoro non può ridursi ai due mesi precedenti lo sciopero, e richiede di tenere conto dei diversi rapporti di forza con il sindacato che variano di situazione in situazione e di territorio in territorio.

Tutta questa riflessione serve a continuare a pensare lo sciopero come processo, per allargarlo, per intensificare la sua forza. Ci sono una serie di impegni programmatici venuti fuori da tutti i gruppi. Tra questi, quello di “fare spazio”, riconoscendo la centralità delle lotte delle persone LGBT*QIA+ e delle e dei migranti e chi quotidianamente subisce e combatte il razzismo. Queste lotte quotidiane sono il punto di partenza che ci impone di chiederci come dare efficacia allo sciopero dei e dai generi e come declinare i nostri linguaggi in modo tale da rendere efficace la nostra comunicazione politica, sapendo che anche le azioni che facciamo sono una parte del nostro linguaggio e della nostra comunicazione.

Il prossimo 8 marzo cadrà di domenica e questo pone la questione di come organizzarci. Non pensiamo di poter decidere in questa assemblea, a prescindere dal processo che avrà luogo sul piano transnazionale, ma diverse ipotesi sono state messe in campo.

– La prima è quella di concentrasi sulla giornata di domenica.

– La seconda è di fare lo sciopero il venerdì e poi estendere la mobilitazione a sabato e domenica.

– La terza è di fare lo sciopero lunedì cominciando la mobilitazione la domenica (lanciando lo sciopero con un’acampada).

– Alcune infine hanno chiesto di non farlo la domenica ma solo il venerdì o il lunedì.

Attorno a queste ipotesi non c’è stato accordo ma sono state avanzate diverse considerazioni: in generale, c’è accordo nel considerare che la domenica è una giornata che permetterebbe di valorizzare la dimensione del lavoro riproduttivo, domestico e di cura, anche salariato e di praticare quello dei consumi. Altre, ancora, che altre categorie sarebbero penalizzate (pubblici e mondo della formazione). Alcune, sostengono che sarebbe l’occasione di dare visibilità a particolari categorie di lavoro, come quella dei commerciali costretti a lavorare anche la domenica. Altre fanno obiezione proprio sul fatto che lo sciopero femminista avrebbe il compito di connettere lavoro produttivo e riproduttivo, non distinguerli con “giornate dedicate”. Nessun accordo nemmeno sull’acampada. Si tratta di questioni che sono sul tavolo e delle quali sarebbe opportuno discutere nei prossimi mesi e in una prossima assemblea nazionale.

Nel quadro dello sciopero dai consumi, è stata avanzata la proposta di abbracciare la campagna BDS contro il Pinkwashing israeliano come campagna collettiva.

È stata sottolineata l’importanza di pensare lo sciopero femminista anche come uno strumento di lotta che può andare oltre l’8 marzo, diventando la risposta alle aggressioni patriarcali e razziste. La nostra iniziativa parte dal Piano Femminista che deve essere messo in movimento e praticato alla luce delle urgenze del presente e dell’intensificazione della violenza che combattiamo. In questo modo lo sciopero come processo può essere lo spazio per continuare a produrre una presa di parola collettiva e globale contro la violenza.

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