Assemblea nazionale bologna 2021: REPORT DI RESTITUZIONE FINALE

Abbiamo chiamato questa assemblea nazionale, in presenza, dopo due anni, perché sentivamo tutte e tuttu la necessità di confrontarci, di raccogliere le esperienze di lotta che abbiamo portato avanti sui nostri territori, ma anche la necessità di ridare una cornice comune a tutte queste esperienze per rilanciare la nostra iniziativa politica. Necessariamente in questa sintesi finali non potremmo riportare tutte le riflessioni, le proposte importanti, le pratiche ma soprattutto la potenza di questa due giorni, ma cercheremo di evidenziare tutti quei punti che indicano l’orizzonte politico comune che in questa assemblea abbiamo dimostrato di avere, che è quello di ripoliticizzare fortemente la violenza patriarcale che la pandemia ha intensificato e tornare ad essere quell’inatteso imprevisto che ha spiazzato l’Italia e il mondo. 

Questa assemblea ci ha dimostrato che siamo ancora un punto di riferimento politico per chiunque vuole sottrarsi alla violenza maschile e di genere e dobbiamo assumercene la responsabilità politica. In questa assemblea eravamo in tantissime, dopo due anni a Bologna da tutte le parti d’Italia i Nodi di Non Una di Meno si sono mobilitati prendendo treni e aerei, ci siamo ritrovate in presenza in più di 400 donne, lavoratrici, migranti, puttane, sopravvissute, frocie, trans*, disoccupate, casalinghe e madri, ci siamo ritrovate per organizzarci e ci ritroveremo in marea a Roma il 27 Novembre. 

Quando diciamo che la violenza è aumentata in pandemia lo diciamo perché l’abbiamo visto sulle nostre vite, nelle nostre case, nel nostro lavoro, nella maggiore difficoltà a ottenere un permesso di soggiorno, ma l’abbiamo visto anche nell’aumento esponenziale delle donne e persone LGBTQAI*+ che subiscono situazioni di violenza e sempre più spesso si rivolgono a Non Una Di Meno per fuoriuscire dalla violenza. L’abbiamo visto a livello transnazionale, prima nella gestione e ora nella ricostruzione della pandemia, nell’aumento di quel contrattacco patriarcale che va da picchi di autoritarismo e militarismo come in Afganistan, a politiche neoliberali come quella del PNRR che prevede un’uscita dalla pandemia che riproduce le gerarchie patriarcali e razziste di questa società. Un contrattacco che è stato allo stesso tempo una risposta al nostro inatteso imprevisto e un tentativo di frammentare le nostre lotte, di contrappore la lotta delle donne a quelle delle persone lgbtq per neutralizzare quelle pretese di libertà e pratiche di autodeterminazione che sfidano l’ordine della famiglia patriarcale. 

Questa contrapposizione si è intrecciata a politiche razziste, con un Europa che mentre afferma di voler difendere le donne afghane, di voler introdurre una parità di genere salariale e di voler legalizzare alcuni diritti per le persone lgbtq, gestisce corridoi umanitari per dividere i migranti solo a seconda di quanta manodopera e forza lavoro serve in ogni paese e contnuamente riproduce alle proprie frontiere esterne la violenza contro i e le migranti, anche se dice di non voler finanziare il muro che a gran voce alcuni paesi stanno invocando per controllare i loro movimenti.

Il nostro movimento, sin dal principio, ha rifiutato questa logica divisiva delle lotte, ha rifiutato posture separatiste, identitariste, essenzialiste e settoriali, rimettendo al centro il carattere sistemico, pubblico e politico della violenza patriarcale. E anche in questa assemblea abbiamo affermato chiaramente che la lotta delle donne contro la violenza significa riconoscere il nesso con la violenza omolesbobitransfobica, e che viceversa non è possibile contrastare la violenza di genere omolesbobitransfobica senza combattere contemporaneamente la violenza maschile sulle donne. Abbiamo riaffermato che non è possibile una lotta femminista e transfemminista senza considerare il modo in cui il razzismo aumenta la violenza patriarcale e lo sfruttamento. 

Abbiamo davanti il percorso verso il 27 novembre per una grande manifestazione di massa a Roma in connessione con il TDOR. L’impegno deve essere quello di mettere al centro questa analisi sulla violenza strutturale e concretizzarla con pratiche che ci permettano di renderla comunicabile, deve essere l’urlo di rabbia contro l’aumento esponenziale dei femminicidi quotidiani e i transcidi nascosti e in connessione con tutti i piani che sono stati affrontati nei tavoli. 

La connessione tra il 20 e il 27 dovrà essere pensata nelle condizioni materiali di vita e di lotta sui territori e nei processi, non c’è un modello omogeneo di organizzazione, ma noi possiamo indicare la necessità di una connessione reciproca che renda chiaro qual è il nesso politico e antagonista tra la lotta contro la violenza maschile sulle donne e la lotta contro la violenza di genere sulle persone LGBTQAI*+, per realizzare una convergenza che riconosca le differenze senza cancellarle ma potenziando la nostra lotta comune. 

Per questo verso il 20 e il 27 novembre noi dobbiamo riaprire quel processo espansivo che è parte del processo dello sciopero che ci ha permesso di rendere visibili le nostre lotte, renderle un esempio, dobbiamo essere più presenti ovunque e riprenderci gli spazi immaginandoci città femminista e transfemminista. Questo vuol dire che dobbiamo essere nelle città per far sì che tutte quelle che vogliono sfuggire alla violenza possano riconoscersi nella nostra lotta. Dobbiamo essere nei luoghi di lavoro perché abbiamo la responsabilità politica di visibilizzare e allargare le lotte e le vertenze delle lavoratrici, come è stato detto nel tavolo lavoro.  Dobbiamo essere nelle scuole perché la questione dell’educazione e della formazione è un terreno centrale e inevitabile di lotta, necessario per sradicare la cultura della violenza. Dobbiamo essere negli ospedali perché non possiamo accettare che la libertà di autodeterminarci possa dipendere dall’obbiettore di turno, non possiamo accettare di non vedere riconosciute malattie croniche come la vulvodinia e la fibromialgia, e perché non possiamo accettare un accesso alla salute che riproduce dinamiche patriarcali, omolesbobitransfobiche, razziste e classiste. Dobbiamo essere ovunque.

Per essere espansive dobbiamo radicare le nostre rivendicazioni nel contesto attuale e evidenziare il carattere antagonista e conflittuale. Reddito di autodeterminazione come possibilità di sfuggire alla violenza e a tutte le condizioni che la riproducono. 

Permesso di soggiorno europeo slegato da famiglia, reddito e salario perché le donne e persone lgbtq migranti non possono essere legate a un documento per sfuggire alla violenza. Decraminilizzazione del lavoro sessuale perché è l’unico modo per allargare i margini di libertà contro lo sfruttamento. Formazione alle differenze per un cambiamento capace di delegittimare la cultura della violenza nelle scuole nelle istituzioni e nei servizi. Ecologia come terreno di lotta che non soltanto già ci coinvolge ma diventerà sempre più rilevante ora con una ‘transizione verde’ che riproduce dinamiche del profitto e dello sfruttamento capitalistico delle risorse e del lavoro. 

Molto piu di 194, della 164, fine della legge 54 sulla bigenitorialità, molto più del ddlzan, sono e rimarranno campi di battaglia aperti  perché l’aborto non può dipendere dal medico di turno che ci troviamo davanti in ospedale, perché la nostra autodeterminazione di genere non può dipendere da perizie psichiatriche, perché non ci accontentiamo di diritti a ribasso ma vogliamo una trasformazione radicale a partire dal riconoscimento che la violenza omolesbobitransfobica non può essere ammessa né legittimata socialmente.

Ripoliticizzare la lotta contro la violenza patriarcale significa agire su tutti questi terreni facendo valere la nostra pretesa collettiva di non essere oppresse sfruttate, stuprate e ammazzate perché non accettiamo le posizioni che ci impone l’ordine patriarcale. Ripoliticizzare la violenza significa tornare in massa nelle strade per continuare a essere un punto di riferimento per tutte le donne, lesbiche, froce, trans, queer, intersex, sex workers, migranti, secondo generazioni, persone disabili. 

Oggi abbiamo dimostrato di essere capaci di unire potenziare le lotte di tutti questi soggetti non con alleanze al ribasso ma producendo una marea, una forza di rottura che estirpa le radici patriarcali di questa società!

CI vogliamo vive, ci vogliamo libere, il nostro movimento è stato, è, e deve continuare a essere il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce.

*Foto scattata nel corso dell’ultima assemblea nazionale di Non una di meno a Bologna da Stefania Biamonti

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