ReSisteremo a Ventimiglia

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A guardarlo da fuori sospendi il respiro, come davanti ad una scultura michelangiolesca: puoi non comprendere totalmente le intenzioni artistiche, ma non puoi fare a meno di ammirarla, coinvolta e complice.Così che la vista della “pietà” si traduce in un sentimento di commozione, di appartenenza. Forse prendi le distanze dalla sua iconografia religiosa, ma, inspiegabilmente, ti commuove. Pietà che non è pena, ma piuttosto un sentimento di attenta partecipazione all’infelicità e alle difficoltà altrui, nelle quali ritroviamo noi stesse.

Così è stato il corteo del 14 Luglio a Ventimiglia, per il ponente ligure una delle più ampie manifestazioni di tutti i tempi. Lo diciamo chiaramente, in questa fase storica intrisa di razzismo, ignoranza e indifferenza, è stata una boccata di aria limpida, una boccata di ossigeno: in un mondo ad altissimo deficit di identificazione, più di 7000 persone si sono immedesimate nelle condizioni umane e di vita di tutte le persone schiacciate dai confini e dalle politiche di rimpatrio.

Non Una di Meno è stata fin dall’inizio uno dei soggetti promotori della manifestazione e il 14 luglio è stata una data anche nostra, una data transfemminista.

Una marcia colorata, eterogenea e gentile: un rischio, la gentilezza, che si doveva correre. In contrasto con la dominante barbarie promossa da chi vuole chiudere i continenti, i porti, le città.

Secondo il sindaco Ioculano questa manifestazione “non ha lasciato niente se non un po’ di traffico”. [Traffico: tratto città alta chiuso per marea, alcuni rallentamenti all’altezza della galleria in direzione Francia causa esplosione di umanità]

Invece, di “cose” ne sono state lasciate: a parte un buon ritorno economico per la comunità ventimigliese (ebbene si, anche le/i solidali si nutrono), molte sono le idee che sono state messe sul tavolo perché, nessuno, ha intenzione di lasciare Ventimiglia sola. Un isolamentodovuto a politiche respingenti, non umane e razziste.

Metodi che si auto-annientano, imposti in nome del decoro: non considerando però che, trasformare una città in un campo di battaglia, sotto assedio, non ha alcuna dignità…per nessuna/o.

Forme di controllo che minano, distruggono le relazioni umane

Violenza politica perpetuata attraverso i siti, gli spazi, le infrastrutture e i simboli che, inevitabilmente, rendono il sistema debole, forviante, ed incapace di trovare soluzioni razionali e giuste.

Una guerra asimmetrica quella che si sta combattendo a Ventimiglia, nel Mediterraneo, in tutti i luoghi di confine e non solo, che trova nell’odio etnico la dimensione della sua violenza.

Dicono che la rabbia non si addica ad una donna, ci rende minacciose… ma la nostra rabbia è invece propositiva e d’azione, vediamo soluzioni, perché ben conosciamo la vulnerabilità: prodotto del sistema patriarcale.

In un disastro generalizzato non possiamo non definire alcune soggettività, non possiamo negare la specificità del problema di genere: le donne sono più vulnerabili ed attaccate sia dall’esterno, che dall’interno delle loro comunità.

Per questo crediamo che uno spazio di accoglienza specifico per donne e bambine/i sia un passo necessario da compiere. E’ necessario creare un “luogo”, seppur transitorio, che corrisponda a “casa”: allontanandoci dalla logica madre/moglie/figlia, ma piuttosto coinvolgendo le donne direttamente nella ricostruzione delle loro esistenze, dando loro maggiore capacità di controllo e di scelta, in opposizione all’infantilizzazione, allo sfruttamento, alla violenza patriarcale.

Resteremo a Ventimiglia, resisteremo, ma soprattutto ci rimboccheremo le maniche. Per questo invitiamo tutte le compagne e le sorelle a venire a Ventimiglia per partecipare alle attività del Sister Group, spazio sicuro, accogliente, aperto alle donne e alle/ai bambine/i. Partiamo dal basso, partiamo da noi.

#liberedimuoversiedirestare

#ventimigliacittàaperta

NON UNA DI MENO – Genova NON UNA DI MENO Progetto20k

Tratto da qui

 

Annunci

Assemblea nazionale di Non una di meno: Femminismo è antirazzismo!

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Il giorno 15 luglio, dopo il corteo a Ventimiglia, Non Una di Meno si ritroverà al Csa La Talpa E L Orologio di Imperia, per reclamare la libertà di movimento, il permesso di soggiorno e il diritto d’asilo europeo, sostenere l’autodeterminazione delle persone migranti e denunciare la violenza dei confini e per mettere in comune riflessioni e prospettive future.
L’incontro inizierà alle ore 10 per proseguire fino alle 15,30 circa.

#liberedimuoversiedirestare

 

Non Una Di Meno a Ventimiglia il 14 luglio #liberedimuoversiedirestare

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Non Una Di Meno invita coloro che hanno riempito le piazze femministe il 25 novembre, che hanno scioperato l’8 marzo, attraversato i Gay Pride, manifestato contro il razzismo di governo e per la riapertura dei porti, a partecipare il 14 luglio 2018 alla mobilitazione internazionale al confine italo-francese di Ventimiglia per reclamare la libertà di movimento, il permesso di soggiorno e il diritto d’asilo europeo, sostenere l’autodeterminazione delle persone migranti e denunciare la violenza dei confini.
Naufragi, internamenti, stupri, abusi, sfruttamento, discriminazioni, azzeramento di qualsiasi assistenza sanitaria e libertà di decidere, dal parto all’interruzione volontaria di gravidanza. La vita delle e dei migranti in transito è segnata, anche nel nostro paese, dalla violenza. Lo sono ancor di più oggi per le scelte politiche del nuovo governo, di stampo fascista, razzista e sessista. Per questo crediamo che la lotta per l’autodeterminazione e la libertà di movimento non possa prescindere da un’ottica di genere, femminista, partigiana.
Ecco perché invitiamo tutte e tutti a Ventimiglia e ci saremo portando il nostro sguardo, le nostre pratiche e le riflessioni prodotte in questi due anni e mezzo di condivisione di lotte e desideri.
Non ci stanchiamo di dirlo: abbiamo un piano e vogliamo farlo vivere anche Ventimiglia!
Non Una Di Meno
Rilanciamo e condividiamo il comunicato stampa che lancia le giornate del 13 e 14 luglio a Ventimiglia per il diritto alla mobilità umana.

libere

 

13 e 14 luglio, tutti e tutte a Ventimiglia: per il permesso di soggiorno europeo, per il diritto alla mobilità umana!

Si è svolta il 9 luglio a Ventimiglia in “frontiera alta” al ponte di S. Luigi la conferenza stampa di lancio della manifestazione internazionale del 14 luglio per manifestare il proprio dissenso verso i lager libici, la chiusura dei porti, al fianco delle ONG e di ogni forma di solidarietà attiva, per ricordare le vittime delle stragi in mare, per il permesso di soggiorno e di asilo europeo. La manifestazione vuole inoltre denunciare questo crimine contro l’umanità, ripercorrere le storie di tutte le persone in transito, sostenere la forza e la determinazione con cui decidono di migrare in cerca di una vita migliore.

Oltre al corteo di sabato che attraverserà la città di Ventimiglia con ritrovo alle 14.00 da via Tenda, è stato lanciato l’appuntamento del “Border Crossing” di venerdì 13 luglio alle 14.00 presso la “frontiera bassa” ai Balzi Rossi, luogo fortemente evocativo della lotta dei e delle migranti per la libertà di circolazione in Europa. Il 13 luglio l’iniziativa di “disobbedienza civile a questa linea immaginaria che è il confine che respinge uomini, donne e bambini e lascia transitare liberamente le merci”, vuole rivendicare la necessità di cambiare radicalmente le politiche europee sull’immigrazione e richiede il rilascio di un “permesso di soggiorno europeo a tutte le persone migranti presenti in Europa, per dare loro la possibilità di muoversi liberamente dentro lo spazio europeo”.

Le giornate del 13 e del 14 saranno mobilitazioni ampie e inclusive che vogliono rappresentare una risposta al clima di razzismo istituzionale che si respira in Italia. Non sono iniziative contro la Francia o contro la città di Ventimiglia ma contro tutte quelle politiche locali, nazionali, europee sempre più spietate e ciniche che criminalizzano le migrazioni e le tante forme di solidarietà, sia nei confini “esterni” dell’Unione europea, come il Mar Mediterraneo e sia in quelli interni come Ventimiglia, Brennero, Calais. Ventimiglia è stata infatti un laboratorio di repressione della solidarietà con ordinanze dell’attuale Sindaco che vietavano la somministrazione di acqua, cibo ai migranti e alle migranti bloccati nella città, loro malgrado.

Tra le numerose adesioni al corteo Vauro, Cecilia Strada, Moni Ovadia, padre Alex Zanotelli, ARCI, Lega Ambiente, la rete francese “Roya Citoyenne”, quella nata a Briancon, dalla carovana spagnola “Abriendo Fronteras”, partiti, sindacati, associazioni, reti solidali ed antirazziste, docenti universitari/e, artisti, centri sociali e moltissime singole persone.

#permessodisoggiornoeuropeo #venitimigliacittàaperta#dirittisenzaconfini #liberedimuoversiedirestare #14L

Per info e contatti: Ariela 3394393789

 

MANIFESTO PER L’ANTISESSISMO NEL RAP ITALIANO

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Premessa

Questo documento non vuole essere un’imposizione o uno strumento di censura/autocensura ma un punto di partenza per una discussione seria e approfondita. A tutti gli artisti e le artiste che si riconoscono nei suoi valori chiediamo di sottoscriverlo e farlo girare. A chi, invece, non lo condivide, chiediamo comunque di prendere esplicitamente posizione e contribuire alla discussione con le proprie argomentazioni. Di sicuro, da ora in poi tutti i concerti e gli eventi musicali che ci vedono coinvolte ad ogni titolo saranno ancora più attenti e selettivi nel rifiutare la partecipazione di chiunque, direttamente o indirettamente, si rende protagonista di testi o pratiche sessiste.

  1. L’ammissione

Chiediamo a chi scrive e a chi ascolta rap di ammettere che, insieme a valori positivi e infinite potenzialità estremamente interessanti, esiste un problema serio di sessismo all’interno della scena, è questa (an)estetizzazione che contribuisce a suo modo, consapevoli o meno, alla normalizzazione e all’accettabilità sociale della violenza sulle donne.

  1. L’impegno all’antisessismo formale

Chiediamo a chiunque sottoscrive questo manifesto di non produrre o promuovere testi di carattere esplicitamente sessista, il sessismo e l’omofobia negli spazi Hip Hop continuano a non essere controllati, non è più accettabile giustificarli come una componente valoriale imprescindibile della cultura.

  1. L’impegno all’antisessismo sostanziale.

Chiediamo a chiunque sottoscrive questo manifesto di non produrre o promuovere testi implicitamente sessisti, oggettificanti nei confronti della donna e del suo corpo o in cui si dia per scontata una posizione subalterna del genere femminile, testi che influenzano i modelli sociali e la mentalità comune, fuori e dentro ai contesti Hip Hop.

  1. Il diritto/dovere all’autocritica

Chiunque si è reso in passato protagonista o promotore di testi o comportamenti sessisti può e deve prendere coscienza dell’errore e delle conseguenze di tali comportamenti. L’autocritica è sempre ammessa e salutare, senza censura e processi pubblici. Non ci sono rapper che non si siano pentiti di qualche loro pezzo, ma è inaccettabile continuare a far finta di niente e soprattutto è imperdonabile difendere questo atteggiamento.

Si ha una contorta interpretazione di ciò che è la libertà di espressione, il rap è una responsabilità condivisa.

  1. La coscienza che anche l’uomo è vittima del maschilismo

Chiediamo di comprendere ed ammettere che il machismo e la cultura patriarcale offendono anche il genere maschile, non è solo gerarchia tra uomini e donne, ma anche gerarchia tra gli stessi uomini e, per estensione, la sua produzione artistica. Un testo che allude a discorsi superficiali, in fondo, non richiede né intelletto né critica da parte di chi lo riceve. E’ naturale che i fan percepiscano i rapper di maggior spicco come modello da seguire, il problema emerge nel momento in cui la gravità dei fatti compiuti da un rapper viene giudicata sulla base del suo stesso successo: più quest’ultimo è alto e più è accettabile ciò che dice o fa, accondiscendendo ai contenuti più beceri e rafforzando il problema della misoginia e della cultura machista.

  1. Il dibattito

Chiediamo ad artisti ed ascoltatori di affrontare il problema del sessismo in tutti i luoghi – reali e virtuali – dove si fa musica e si discute di musica. L’evoluzione è fisiologica ma il rispetto non deve mancare: il rispetto per se stessi, per le persone e per la cultura.

  1. La promozione dell’antisessismo

Chiediamo ai locali, i centri sociali, le associazioni e le realtà che organizzano eventi musicali di prendere posizione e promuovere dando supporto agli artisti ed alle artiste che si siano impegnat* in maniera esplicita contro il sessismo.

La scena rap non ha mai risposto concretamente alle critiche riguardo al sessismo, non ha mai preso una netta posizione ed è ora il momento di farlo esplicitamente.

(Foto tratta da qui)

Senza l’aborto legale, non c’è Ni Una Menos. No al patto di Macri con il FMI. No al pagamento del debito estero

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Il potente documento politico letto in piazza dalle sorelle argentine con tutte le rivendicazioni di #NiUnaMenos 2018 – in traduzione integrale su Manastabal blog.

Buenos Aires, 4 giugno 2018. Per il quarto anno consecutivo, al grido di Ni Una Menos, una marea di donne, lesbiche e trans* invade la capitale argentina concentrandosi nella piazza del Congresso. Agitano i fazzoletti verdi, simbolo di una campagna durata tredici anni per l’aborto legale, sicuro e gratuito, in procinto di approdare alla discussione parlamentare. Annunciano di non essere disposte ad accontentarsi di un singolo provvedimento, ma di voler «cambiare tutto»: dove “tutto” sta per i dispositivi politici, economici, giuridici e sociali che, con rinnovata intensità nella fase neoliberale, imprimono sulla vita delle donne, negli spazi pubblici e privati, il marchio della coazione etero-patriarcale. Ni una menos si conferma come la punta di lancia di un movimento femminista cha sta contagiando gli altri paesi dell’America Latina.

Ecco il testo del documento redatto collettivamente dalle assemblee femministe per Ni Una Menos 2018 e letto il 4 giugno in Plaza de los Dos Congresos, tradotto da Manastabal.

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Nel 2015 la forza dei nostri passi e della nostra voce ha fatto girare la terra sul suo asse. Abbiamo messo in marcia una rivoluzione. In Argentina siamo state un milione a levare un solo grido: BASTA UCCIDERCI. NON UNA DI MENO. CI VOGLIAMO VIVE. Il terremoto non si è fermato qui. Oggi, per la quarta volta, donne cis e trans, lesbiche, bisessuali e travestiti sono qui, e in tutte le province dell’Argentina, per riprendere a gridare NI UNA MENOS. Siamo un movimento potente, vario, eterogeneo, che è stato in grado di dimostrare che ogni violenza esercitata contro di noi nasce dalla violenza esercitata dagli Stati e dai governi ogni volta che ci sottomettono allo sfruttamento dei nostri corpi, ogni volta che violano i nostri diritti umani, ogni volta che ripetono formule economiche neoliberali e capitaliste che producono più fame e violenza. Siamo quelle che si oppongono a tutti i governi che hanno voluto e vogliono imporci un regime di sfruttamento, spoliazione e fame, nell’ambito del quale le più pregiudicate siamo noi lavoratrici, disoccupate ed escluse: le più povere tra i poveri.

Non siamo vittime, cresciamo nella potenza della nostra danza collettiva. I nostri femminismi di lotta sono latinoamericani e internazionali come il pugno in alto delle irlandesi che hanno conquistato il diritto all’aborto. Veniamo a riscuotere un debito dagli Stati e dai governi per quelle che in tutti gli angoli del pianeta si ribellano e si organizzano. Siamo molte di più di quelle che si trovano qui, siamo le eredi delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo, siamo le combattenti popolari, siamo le donne, trans, lesbiche, bisessuali, non-binarie, travestiti, indigene, afrodiscendenti, migranti, abitanti dei quartieri poveri e donne con HIV. Siamo ognuna delle attiviste che nel 2005 hanno iniziato questa lotta con la Campagna Nazionale per il Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito. Al tempo stesso diciamo di smetterla di vittimizzarci, affermiamo il nostro diritto al piacere, a decidere dei nostri destini, a disporre del nostro tempo, a non essere sfruttate né obbligate a soddisfare desideri che non sono nostri.

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Ci opponiamo al governo di Macri, alla coalizione Cambiemos e ai governatori, agli imprenditori e alla giustizia egemonica, padronale, bianca, misogina, eteronormativa, razzista, sessista, patriarcale e capitalista dei ricchi e dei potenti. Oggi veniamo in questa piazza davanti al Congresso per dire che non ci disciplineranno più, che non accettiamo che ci dicano come, quando, dove e con chi vivere, partorire, fare sesso. E diciamo loro che stiamo facendo la storia! Viviamo e ci assumiamo la responsabilità per quelle che non vivono più. Ci organizziamo per dimostrare a noi stesse, e mostrare a quelle che domani si uniranno a noi, che unite possiamo abbattere il patriarcato e il capitalismo e dire no al patto illegittimo che imprigiona in debiti che non intendiamo pagare con le nostre vite, e dire sì, un’altra volta, all’autonomia dei nostri corpi, sì all’aborto legale, sicuro e gratuito.

SENZA ABORTO LEGALE NON C’È NI UNA MENOS! NO AL PATTO DI MACRI CON IL FMI! NON UNA DI MENO! CI VOGLIAMO VIVE! LO STATO È RESPONSABILE

  1. SENZA ABORTO LEGALE NESSUNA NI UNA MENOS. VA APPROVATO IL PROGETTO DELLA CAMPAGNA NAZIONALE PER IL DIRITTO ALL’ABORTO LEGALE, SICURO E GRATUITO, NESSUN ALTRO!

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Vogliamo l’aborto legale subito! Con la nostra forza e la nostra mobilitazione abbiamo imposto che si discutesse al Congresso Nazionale il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito. E alzando i nostri fazzoletti verdi esigiamo che il Congresso approvi il progetto di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza redatto dalla Campagna Nazionale per l’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito. Rifiutiamo i progetti di legge che cercano di trarre in inganno proponendo solo la “depenalizzazione”, chiediamo la legalizzazione!

Non vogliamo che le chiese interferiscano con i nostri corpi. Diciamo no all’obiezione di coscienza come scusa per ostacolare i nostri diritti. Esigiamo la separazione della Chiesa dallo Stato e la fine delle sovvenzioni alla Chiesa cattolica e all’educazione religiosa, che quest’anno ammontano a 32.000 milioni di dollari. La nostra richiesta è globale: educazione sessuale per decidere, contraccettivi per non abortire, aborto legale per non morire.

Esigiamo che la legalizzazione dell’aborto garantisca la sua realizzazione e copertura nel piano sanitario obbligatorio degli ospedali pubblici e privati; che includa la produzione pubblica di Misoprostol di qualità e autorizzato per l’uso gineco-ostetrico, per finirla con il monopolio che oggi rende i prezzi esorbitanti; che siano garantiti l’accesso e la distribuzione gratuita nel sistema sanitario pubblico e la vendita a prezzi popolari nelle farmacie.

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Esigiamo il finanziamento del Programma di Educazione Sessuale e di Salute Sessuale e Procreazione Responsabile. Esigiamo la regolamentazione e l’implementazione della legge di Educazione Sessuale Integrale. Vogliamo un’educazione sessuale integrale, laica e con una prospettiva di genere a tutti i livelli e in tutte le province del paese. FUORI la chiesa dall’educazione!

Denunciamo lo Stato ipocrita che ci obbliga ad abortire in clandestinità, molte volte portate a rischiare le nostre vite per le condizioni estreme di miseria e di precarietà in cui siamo obbligate a vivere all’interno di questo regime sociale. Esigiamo il diritto di accedere alle condizioni materiali, economiche e sanitarie che ci permettano di decidere se vogliamo essere madri o no.

Ripudiamo i governi che mantengono l’aborto illegale in America Latina, e in particolare i governi di El Salvador, Honduras, Nicaragua, Haiti, Suriname e Repubblica Dominicana. Esigiamo che si rispetti in questi paesi, e nel mondo intero, il diritto a decidere sul proprio corpo. La maternità è un’opzione e un diritto della donna, non un’imposizione. Vogliamo che l’approvazione dell’aborto legale in Argentina sia la punta di lancia di un movimento che attraversi tutta l’America Latina. Non una morta in più di aborti insicuri! Vanno rispettate le nostre decisioni se non vogliamo partorire!

  1. NO AL PATTO DI MACRI CON IL FMI. NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO ESTERO. ABBASSO L’AUSTERITÀ DI MACRI E DEI GOVERNATORI. BASTA LICENZIAMENTI, SOSPENSIONI E REPRESSIONE.NUDM argentina 02

Ripudiamo la decisione del governo di Mauricio Macri di portare avanti un accordo con il FMI che significa FAME. Un patto che significa austerità, licenziamenti, povertà e precarizzazione per l’intera classe lavoratrice e soprattutto per donne, trans, lesbiche, bisessuali, non-binarie, travestiti, indigene, afrodiscendenti, migranti, abitanti dei quartieri poveri e donne con HIV. Denunciamo le richieste di questo organismo, come il taglio del bilancio già scarso per la salute e l’educazione, aree storicamente femminilizzate e l’eliminazione dei regimi pensionistici speciali. Abbasso la riforma delle pensioni!

Abbasso la CUS e il progetto ospedaliero Sur, che puntano alla privatizzazione della sanità pubblica. Diciamo NO all’UNICABA insieme alle/agli studenti degli istituti terziari.

Esigiamo di non pagare il debito estero e vogliamo al suo posto stanziamenti per l’implementazione di politiche di genere che contribuiscano all’attuazione dei nostri diritti. Il debito ce l’avete con noi.

Siamo qui contro l’austerità neoliberale messa in atto da Macri e dai governi provinciali. L’austerità ci taglia, ci precarizza, ci vuole indebolire, ma noi siamo unite e ci aggiungiamo alle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori dello Stato, della Metropolitana, di Telam, di Radio Del Plata, delle/gli insegnanti, dell’Istituto Nazionale di Tecnologia Industriale, dell’ospedale Posadas, della linea 144, etc. E sosteniamo tutte le lotte contro il tetto salariale che il governo punta a imporre con il silenzio complice della burocrazia sindacale. Esigiamo l’apertura delle commissioni paritarie e rifiutiamo il tetto salariale che ci vuole imporre un aumento ben al di sotto dell’inflazione che, per quanto riguarda quest’anno, supera il 10%. Rifiutiamo anche gli articoli sul presenzialismo e la produttività che comportano una riduzione delle retribuzioni, soprattutto per le lavoratrici, e rifiutiamo la persecuzione dell’attivismo combattivo da parte della burocrazia sindacale e dei governi nazionali e provinciali. Abbasso il patto fiscale! No alla modifica dei contratti collettivi! Diciamo no alla riforma del lavoro che precarizza le nostre vite!

Da questa piazza chiediamo SCIOPERO GENERALE SUBITO! Come abbiamo detto durante ogni sciopero, ogni 8 marzo, NOI SCIOPERIAMO, NOI SCIOPERIAMO! Imparate dal movimento femminista che scende in piazza in modo unitario per mettere un freno a queste politiche che vogliono la miseria economica e affettiva delle maggioranze!

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Rifiutiamo tutte le forme di violenza sul posto di lavoro contro donne, trans, lesbiche, bisessuali, non-binarie, travestiti, indigene, afrodiscendenti, migranti, abitanti dei quartieri poveri e donne con HIV. Perché le lavoratrici sono esposte alla limitazione dei loro diritti, al taglio dei loro salari e sono sottoposte alla minaccia della disoccupazione e alla disciplina della produttività. Perché la disoccupazione cresce di due punti quando si parla di donne, perché il divario salariale è in media del 27% e nel mercato informale sale al 40%. Rivendichiamo l’accesso a tutte le categorie alle stesse condizioni degli uomini. Basta discriminazioni sul lavoro, esigiamo tutti i diritti per le lavoratrici.

Siamo venute per dire nuovamente che migrare non è un crimine! Non una migrante di meno! Esigiamo l’annullamento del Decreto di Necessità e Urgenza 70/2017 e l’eliminazione del Centro di Detenzione Migrante. Ripudiamo l’esproprio violento delle terre delle comunità indigene e contadine, contro l’estrattivismo, contro l’intossicazione da agrotossici che ci avvelenano e ci uccidono. Contro il razzismo, la discriminazione e la xenofobia nei confronti delle donne afrodiscendenti, afroindigene e afroargentine che la tratta schiavista ha costretto a partecipare alla crescita del sistema capitalista che stiamo affrontando oggi. Esigiamo la riparazione storica che ci è dovuta secondo la legge 26.856 “Maria Remedios del Valle, Capitana della Matria, che grazie al suo coraggio ha contribuito all’indipendenza di questo paese”.

Noi donne con HIV esigiamo la promulgazione della nuova legge su HIV, ITS ed epatite virale. Basta con la riduzione dei fondi che ci garantiscono prevenzione, profilassi, farmaci, aderenza al trattamento e reagenti. Basta violenza contro la libertà riproduttiva. Basta violenza ginecologica e ostetrica contro di noi. Siamo più di 40.000! L’HIV non uccide, lo stigma e la discriminazione sì. NON C’È PIÙ TEMPO!

Basta repressione. Esigiamo il ritiro delle denunce e la libertà per tutti/e i/le prigionieri/e politici/he. Libertà per Milagro Sala e per tutte le compagne della Tupac prigioniere.

Non vogliamo che alle Forze Armate si permetta di occuparsi di sicurezza interna,  vogliono solo spianare la strada alla repressione della protesta sociale. Santiago Maldonado e Rafael Nahuel: presenti! Respingiamo il tentativo di Macri di riformare il codice penale per incarcerare le/i combattenti. Siamo al fianco delle lavoratrici della metropolitana che sono state duramente represse per aver difeso il loro salario. Ci opponiamo ai licenziamenti delle metro-delegate e alla violenza patita da tutte le compagne represse, picchiate e imprigionate dalla polizia municipale. Esigiamo la liberazione di tutti i/le detenuti/e delle giornate del 14 e 18 dicembre. Basta con il grilletto facile nei quartieri popolari. Non vogliamo più repressione nelle città, né incursioni illegali, pestaggi e arresti come quelli di Iván ed Ezequiel, compagni di La Poderosa.

Abrogazione della legge anti-terrorismo, dei protocolli e di tutte le leggi anti-repressive.

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Smantellamento delle reti di trafficanti e delle forze repressive dello Stato e dei loro complici. Condanna effettiva per i papponi. Creazione di politiche pubbliche che sostengano la legge sulla tratta, così come tutti gli strumenti finalizzati all’assistenza legale e alla protezione completa delle vittime e delle loro famiglie. Denunciamo la chiusura dei rifugi per le vittime. Basta repressione, persecuzione, abusi ed estorsioni poliziesche ai danni delle lavoratrici del sesso e delle persone in situazione di prostituzione. Chiediamo l’abolizione degli articoli che permettono di tenere in stato d’arresto chiunque senza autorizzazione giudiziaria e che criminalizzano l’esercizio della prostituzione in 18 province. In particolare l’articolo 680 del codice della provincia di Buenos Aires.

Denunciamo l’invasione da parte dello Stato genocida dei territori indigeni, basta criminalizzarci e processarci per il recupero del territorio ancestrale, basta violenza istituzionale contro le/i combattenti indigeni, basta razzismo e xenofobia. Respingiamo il modello estrattivista che porta benefici soltanto alle multinazionali e ai governi complici dell’espulsione. Basta femminicidi e femicidi territoriali! Ci vogliamo plurinazionali!

  1. NI UNA MENOS. BASTA FEMMINICIDI E TRAVESTICIDI: L’ODIO PER LE DONNE, LE LESBICHE, I TRAVESTITI, I BISESSUALI E LE TRANS È ASSASSINO. IL MACHISMO È FASCISMO.

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Siamo venute in questa piazza per pronunciarci contro tutte le forme di violenza machista. Una donna viene assassinata ogni 30 ore e il governo di Macri e Fabiana Tuñez congela il bilancio dell’Istituto Nazionale per le Donne e assegna solo 8 dollari per l’assistenza a ogni donna. Esigiamo finanziamenti per l’applicazione della legge 26.485 per sradicare la violenza contro le donne. Rifugi sicuri per le vittime di violenza con assistenza psicologica e legale adeguata. Lavoro vero e alloggi per le vittime di violenza e i/le loro figli/e. Esigiamo la riapertura e il finanziamento degli spazi adibiti all’assistenza per la violenza di genere nelle municipalità, nelle università e in ogni spazio comune in cui la legge 26.485 prevede che si fornisca assistenza alle vittime. C’è una legge, vogliamo che venga applicata!

Denunciamo il potere giudiziario della Repubblica Argentina come uno dei bracci esecutivi del patriarcato. Il potere giudiziario è sessista, misogino, razzista, odia le lesbiche e le trans, ci invisibilizza, ci discrimina, ci rivittimizza. Esigiamo dallo Stato che attivi in forma immediata i procedimenti di rimozione e destituzione di tutti i giudici, pubblici ministeri e funzionari giudiziari che esercitano violenza di genere istituzionale e disattendono sistematicamente la legge 26.485 a quasi dieci anni dalla sua approvazione.

Di fronte alla violenza, l’inasprimento delle pene non scoraggia i crimini contro la vita. Si tratta di demagogia punitiva di fronte all’indignazione sociale. Non invocatelo a nostro nome. Reclamare a gran voce più carcere non serve a risolvere il problema di fondo. Chiediamo politiche di prevenzione contro la violenza machista, educazione con prospettiva di genere, formazione degli operatori giudiziari e una risposta efficace dello Stato alle denunce. Solidarizziamo con le compagne incarcerate comprendendo che il sistema le opprime due volte: le stigmatizza in quanto incarcerate e in quanto donne. Diciamo no all’infantilizzazione delle donne nelle prigioni e no alla tortura psicologica.

Basta repressione, persecuzione, abuso ed estorsione poliziesche ai danni delle persone in situazione di prostituzione. Per lo smantellamento delle reti della tratta. Liberazione delle ragazze rapite. Carcere per i papponi, i poliziotti e i politici coinvolti. Risarcimenti per i danni fisici, psicologici ed economici causati alle vittime e ai loro familiari.

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Siamo venute a gridare che l’eterosessualità obbligatoria è violenza!Basta crimini di omo-lesbo-trans-odio. Chiediamo l’attuazione della legge di identità di genere: accesso reale al diritto alla salute integrale, alle rettifiche anagrafiche veloci, al rispetto della propria identità. Esigiamo la quota professionale trans come legge nazionale e una protezione speciale per la loro infanzia e vecchiaia. Riparazione storica e riconoscimento del genocidio di travestiti e trans, lo Stato è responsabile. Per l’integrità, il rispetto e l’autonomia dei corpi grassi e intersex stigmatizzati e patologizzati.

Esigiamo che le politiche pubbliche tengano conto delle donne con disabilità.

Denunciamo la precarizzazione patita dalle lesbiche che raggiungono l’età adulta senza alloggio e senza famiglia.

Basta con la violenza ginecologica.

Siamo venute in questa piazza a dichiarare che ci vogliamo vive, che abbiamo il diritto al piacere, a vivere la notte in libertà e senza paura, a godere della nostra sessualità senza repressioni, senza mandati, senza molestie, senza gerarchie. Abbiamo il diritto alla festa e all’amore, abbiamo diritto al tempo libero e a dire sì ogni volta che vogliamo dire sì, proprio come diciamo no quando ci ribelliamo a ciò che ci viene imposto.

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Siamo venute in questa piazza perché siamo stufe e siamo organizzate! E ora che siamo insieme, chiediamo giustizia per il travesticidio di Diana Sacayan e di tutte le compagne assassinate per crimini di odio! Veniamo a gridare che non c’è Ni Una Menos senza l’assoluzione di Higui, di Mariana Gomez, di Yanina Faríaz, accusata dalla giustizia misogina che l’ha stigmatizzata come cattiva madre e Joe Lamonge, ragazzo trans incarcerato per essersi difeso da transodio patriarcale. Non c’è Ni Una Menos senza la richiesta di giustizia per Marielle Franco, crivellata dalle forze di sicurezza in Brasile sotto il governo di Temer. Per gridare forte: Libertà per l’adolescente palestinese Ahed Tamimi!

Non permetteremo a questo regime sociale capitalista bianco, misogino, eteronormativo, razzista e machista di prendersi il nostro diritto di abitare il mondo essendo quello che vogliamo essere. Contro ogni forma di sfruttamento e oppressione, chiamiamo le nostre sorelle di tutto il mondo a continuare a lottare per le nostre vite. Il nostro movimento continuerà a difendere il suo carattere anticlericale, anticapitalista, antipatriarcale e indipendente dallo Stato e dai governi. Siamo state le prime a fare uno sciopero nazionale contro questo governo dell’austerità e ora diciamo NO al patto di Macri con il FMI e chiediamo alle centrali sindacali di convocare uno sciopero nazionale e un piano di lotta per sconfiggerlo. Conquisteremo il nostro diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito. Separazione immediata della Chiesa e dello Stato. Questo 13 giugno ci mobiliteremo tutte al Congresso e che tutta l’America Latina sia dipinta di verde. Senza aborto legale non c’è Ni Una Menos.

Qui il testo originale pubblicato su Latfem.

Testo tratto da Manastabal.

Testo di Betta Cianchini per Non Una di Meno

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Un testo che Betta Cianchini, attrice e autrice teatrale e voce di Radio Rock, ha scritto per NUDM in occasione della mobilitazione #moltopiudi194. L’attrice Donatella Allegro lo ha letto in apertura della manifestazione a Roma.

TU… dico tu!

TU mi hai fatto abortire quando sono stata Claudia e ho detto a Luca: “sì, un figlio con te lo voglio, anche se non abbiamo una casa, un lavoro, non abbiamo nulla”. Luca mi ha guardata, mi ha stretto le mani e mi ha detto: “no, forse no, amore mio, come facciamo, dove cazzo andiamo io e te?”.

E senza dirgli una parola, ho pensato: aspettiamo, aspettiamo ancora un po’. Forse ha ragione.

Ho aspettato tanto. Troppo. Quel figlio non c’è più stato.

TU mi hai fatto abortire.

TU mi hai fatto abortire quando sono stata Amel. Arrivata a Roma ho trovato subito lavoro, sono in gamba, so 4 lingue. Pulisco cessi e condomini. Mi alzo alle 4.30 e torno in uno scantinato stanca morta. Poi un giorno dolore forte. Cado a terra. Paura di perdere il lavoro. Mi faccio forza. Mi faccio forte. Mi faccio male. Distacco della placenta. Dovevo riposarmi, dovevo stare più attenta. Tutti che sapevano tutto. Tutti che mi insegnano a vivere, anche il dottore. Mi fa morire di vergogna, come se già non fossi morta io dentro.

Ma se a stento arrivavamo a mangiare qualcosa io e mio marito… Riposo di che?

TU mi hai fatto abortire.

TU mi hai fatto abortire quando sono stata lasciata sola. Sì, sola. Senza possibilità a 40 anni di ritrovare un lavoro, senza la possibilità di non scoprirmi disperata e bisognosa.

Bisognosa, sai cosa vuol dire sentirsi BISOGNOSA? Aver bisogno di accoglienza, di certezza di un futuro. Ma se io non ho futuro, chi posso crescere? Sentirsi bisognosa è un fallimento per tutta la società.

Tu mi hai fatto abortire PRIMA di quando lo avrei voluto!

Nel momento acido e ghiacciato che in testa ti fa rimbombare lo strazio di due parole: NON POSSO. NON POSSO. NON POSSO AVERE UN FIGLIO. NON CE LA FAREI, non me la sento, non ce la faremo mai.

Stato… Non è un bisturi che ci ha fatto abortire, è la tua indifferenza.

Non è la “nostra poca sensibilità, il nostro poco senso di maternità come se fosse un tot all’etto se di migliore produzione o meno, non è il nostro cinismo a farci abortire” come ti piace gridarci in faccia, ma molto spesso la nostra paura. Il non potersi permettere una vita – almeno – decorosa, a volte!

Anche se appena nati bisognerebbe avere accesso privilegiato a una vita felice.  Solo per festeggiarla… questa vita. Ti riempi tanto la bocca di questa parola, vita.

Ma se non la si può vivere felici è una parola e basta. Invece appena si nasce nascono conti e sconti da fare e ottenere.

Donne felici non ne nascono.

E donne e uomini felici sceglierebbero con meno dolore.

Non ci sono scelte dolorose, ci sono necessità dolorose, cazzo.

E quando io chiederò di farlo, sarà una mia necessità.

I figli sono gioia quando arrivano.  Se non è gioia, non lo sarà neanche la loro vita.

Guarda i miei occhi, vergognati e domandati perché non sono felice.

E se sono a letto malata, ricorda Stato, devo essere tutelata prima IO che l’embrione.

Il tuo cieco potere, il tuo potere forte non può condannarmi a morte.

Stato, tu mi hai fatto abortire tante volte.

Ma ora che IO voglio abortire… ti arroghi il diritto di decidere per me.

Ora che sono Sabrina e che non voglio un figlio, trovo chi pretende di scegliere per me.

Ma io ho deciso che un figlio non lo metto al mondo.

Non ci sono solo donne semplicemente “portatrici di maternità”, incubatrici, donne ripiene e già pronte, ci sono donne che scelgono di avere o di NON avere un figlio.

E’ una scelta libera… che è l’unica possibile per questa mia testa, questo mio grembo, questo mio corpo e questo mio cervello. E’ una MIA scelta consapevole. Mia.

MI chiamo Valentina ho 32 anni, sono al quinto mese di gravidanza e sono morta al Cannizzaro di Catania in seguito ad una setticemia, dovuta alla mancata proposta di aborto terapeutico.

Mi volevi davvero proteggere? Non lo hai fatto.

Lo fai per me? Non lo fare.

Lo fai per Dio? Non lo farebbe neanche lui.

Lo fai per mio figlio?  Non lo fai felice.

COSI’ non lo fai felice.

Non lo fare.

 

 

Rassegna stampa: Molto più di 194

SEMInARIA riGENERIamociLIBERAmente

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La SEMInARIA ha l’obiettivo di offrire uno spazio di incontro, approfondimento e confronto partecipato aperto sulle tematiche a cui stiamo lavorando a partire dal piano femminista contro la violenza femminista sulle donne e la violenza di genere. Vogliamo farlo con un approccio laboratoriale, performatico, orizzontale e partecipativo. Spazi e tempi in cui i nostri corpi sstaranno insieme per produrre dinamiche che ci consentano di vivere senza preconcetti e stereotipi le nostre differenze e per rendere possibile la decostruzione e costruzione di possibili percorsi.

La violenza del patriarcato e del sistema capitalista sulle donne, ma anche le discriminazioni che subiscono le donne lesbiche, trans e tutte le soggettività LGBTQIA+, gli animali e la Terra sono problemi di portata globale.

Siamo transfemministe e transnazionali: siamo tutte persone in transito nel tempo, tra i generi, tra i territori e gli spazi urbani, oltre i confini che vogliono impedire violentemente la libertà di movimento, seguendo il nostro cammino di liberazione da stereotipi e norme in cui non ci riconosciamo e che non ci rappresentano.

Rilanciamo una cultura di pace contro le guerre, le logiche militariste e di occupazione finalizzate allo sfruttamento delle risorse ambientali e al controllo del loro prezzo, alla distruzione della terra, al suo assoggettamento al servizio del profitto.

Rivendichiamo l’abolizione delle dicotomie gerarchizzanti che vedono gli altri animali come polo inferiore di un binarismo più profondo di altri, quello umano-non umano, che sembra biologico e quindi “naturale”, ma che è invece politico e culturale.

Siamo portatrici di strategie diverse, più radicali, che non rafforzino privilegi e dominio di una specie sull’altra, di alcun* soggetti su altr* resi invisibili ma che sono portatori di desideri e dignità.

Ci riconosciamo nella resistenza di tutti i corpi resi oggetto per poter essere sfruttati.

Pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività, una liberazione antagonista all’attuale società maschilista eteronormata/eterosessista contro la violenza sulle donne e sulle soggettività malamente denominate “non conformi” e su tutti i viventi schiavizzati che subiscono le violenze del sistema patriarcale/pastorale.

Vogliamo partire dai desideri di persone lesbiche intersessuali trans bisessuali etero asessuali gay o comunque vogliano (o no) definirsi, dalla conquista di spazi di libertà e autogestione nei territori (territori che possono essere spazi rurali e/o città quartieri vie e piazze, orti e giardini) riscoprendo il significato più autentico della decolonizzazione, delle relazioni animali (umane e non), riconoscendoci nell’orizzonte antispecista, anticapitalista, antifascista e transfemminista per trasformarci e riGENERARCI LIBERAmente.

Vogliamo uscire dalle sole affermazioni teoriche, dagli slogans, dalle astrazioni e aprire un confronto, o meglio un incontro, su queste tematiche per vedere in che modo, e con quali cammini comuni, trasformarle in pratiche di vita e di lotta quotidiana oltre#LottoMarzo

Consideriamo che questa rivoluzione culturale non possa che passare dalla liberazione di soggettività che sono, ancora oggi, tragicamente definite patologiche, come le persone trans e le persone intersex.

Lanciamo la campagna riGENERIamociLIBERAmente per fermare:

  • la patologizzazione dell’omosessualità
  • la psichiatrizzazione forzata di tutte le soggettività trans attraverso il cambiamento della legge 164/1982,
  • le mutilazioni genitali, praticate anche in Italia, sui corpi delle persone intersex

 

Vi aspettiamo il 9,10,11 novembre 2018 a Roma a SCUP,  http://scupsportculturapopolare.it/  Via della Stazione Tuscolana, 84, 00182 Roma, raggiungibile facilmente da Termini in bus o metropolitana (fermata Pontelungo)

Molto più di 194! La salute è un diritto

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Oggi 22 maggio e il prossimo 26 maggio, a 40 anni dalla legge 194 che ha depenalizzato e regolato l’interruzione volontaria di gravidanza, il movimento femminista Non Una di Meno torna nelle piazze di tutta Italia per rimettere al centro del dibattito pubblico l’autodeterminazione delle donne e la libertà di scelta.

In Italia il 70 per cento dei medici è obiettore di coscienza con punte fino al 90 per cento in alcune regioni.

Abbiamo scelto il Ministero della salute, per denunciare il sabotaggio sistematico della libertà di scelta delle donne non solo attraverso l’obiezione di coscienza ma anche tramite lo smantellamento dei consultori operata dalle Regioni, le scelte protocollari dell’Agenzia Italiana per il Farmaco che limitano fortemente la somministrazione della pillola abortiva RU486 e stabiliscono la non rimborsabilità della contraccezione, così come la recente esclusione della pillola del giorno dopo dai farmaci obbligatori nelle farmacie.

A farne le spese sono le donne più povere e precarie, quelle più giovani e quelle senza documenti di soggiorno, quelle che vivono fuori dalle norme eterosessuali.

Siamo qui per gridare con forza che vogliamo gli obiettori fuori dalle strutture sanitarie pubbliche e dalle farmacie. Vogliamo l’accesso alla contraccezione gratuita, alla RU486 e ai servizi sanitari per la gravidanza e il parto, indipendentemente dal possesso di documenti. Vogliamo più consultori laici e aperti alle assemblee delle donne.

Il 26 maggio scenderemo in piazza per difendere la libertà delle donne e la Casa Internazionale delle donne, simbolo delle battaglie femministe a Roma, minacciata di chiusura.

A Roma corteo, ore 17, Piazza dell’Esquilino.

Non una di meno Roma