SPECIALE ASSEMBLEA NAZIONALE ROMA 22-23 APRILE: AUDIO, VIDEO, ARTICOLI

Centinaia e centinaia di donne a Roma per la terza assemblea nazionale di Non Una di Meno per continuare la scrittura del Piano femminista contro la violenza.

Dopo la straordinaria giornata dello sciopero globale dell’8 marzo, che ha portato in piazza centinaia di migliaia di donne in 59 paesi in tutto il mondo e in moltissime città d’Italia, il movimento femminista Non una di meno si è rimesso in marcia, col lavoro di elaborazione del Piano e in vista di una nuova stagione di lotte e mobilitazioni.

Qui uno speciale in attesa dei reports finali dei tavoli

  • Audio di commento sui tavoli tematici a seguito della prima giornata a cura di Radiosonar 
  • Contributi audio a cura di Radio Onda d’urto
  • Diretta streaming video della plenaria di domenica a cura di DinamoPress

Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Quarta parte, Quinta parte, Parte finale

Video riassunto della due giorni nazionale by DinamoPress

Video riassunto della due giorni nazionale by Silvia Carabelli

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnonunadimeno%2Fvideos%2F1972449889641893%2F&show_text=0&width=560

Articoli

Non una di meno in solidarietà di Gabriele Del Grande

 

Del-Grande

Dal 10 aprile scorso Gabriele Del Grande, giornalista, blogger e documentarista, è stato fermato dalle autorità turche in un centro di detenzione amministrativa. Solo dopo più di una settimana è riuscito a chiamare la compagna, sta bene, ma le autorità turche non gli hanno dato notizie della durata del fermo né le motivazioni e non gli è stata permessa la nomina di un avvocato. Ha confermato che la natura della detenzione è collegata ad imputazioni legate al suo lavoro di giornalista e documentarista e per questo dal 18 aprile ha iniziato lo sciopero della fame. La rete di colleghe/ e amiche/i amici ha iniziato azioni di mobilitazione per la liberazione immediata di Gabriele, il 22 a Roma è previsto un presidio al Quirinale.

Nelle stesse ora Non Una Di Meno si riunirà per una altra due giorni nazionale, il Tavolo narrazioni e media a nome di tutto il movimento esprime la propria solidarietà e vicinanza ai familiari di Gabriele, condivide l’appello indirizzato al Parlamento e Governo italiano e chiede che Gabriele possa tornare subito a svolgere il suo lavoro prezioso per tutti noi.

Non una di meno

LIBERTA’ E DIRITTI PER GABRIELE DEL GRANDE
Appello al Parlamento e al Governo Italiano

Gentile Presidente del Senato della Repubblica, On.le Pietro Grasso

Conosciamo Gabriele del Grande da molti anni, abbiamo condiviso con lui viaggi, inchieste, racconti, avendo l’onore e il piacere di apprezzare la professionalità e l’umanità con cui ha sempre condotto le sue ricerche. Il suo contributo alla democrazia del nostro Paese è da anni di enorme valore, grazie alla sua capacità di incontrare, conoscere e capire realtà diverse e complesse, grazie alla sua lucidità nel saper collegare responsabilità politiche a quotidiane ingiustizie subite da uomini e donne delle tante culture che vivono nell’Italia e nel Mediterraneo di oggi.
Leggere e vedere le storie raccontate da Gabriele aiuta l’Italia, e non solo, ad essere un Paese più civile. Il suo nuovo progetto sul conflitto siriano è un altro importante tassello di questo lungo percorso di ricerca e civiltà.
E’ necessario che le massime autorità del Paese si attivino con urgenza nei confronti delle autorità turche per garantire la tutela dei diritti un proprio cittadino, nonché di un professionista di altissimo spessore e valore civile. Chiediamo che Gabriele torni quanto prima libero e possa riottenere i suoi diritti di cittadino e giornalista.

Per adesioni scrivere a

iostocongabrielelibero@gmail.com

 

#ParliamoneSubito – Corpi e narrazioni mediatiche “infernali”

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Martedì 18 aprile dalle ore 18:00 presso la libreria Tuba Bazar

via del Pigneto, 39/a

Verso l’assemblea nazionale Non una di meno del 22 e 23 aprile

Non Una Di Meno Roma incontra

Selene Pascarella, giornalista, e Takoua Ben Mohamed, graphic journalist

Viviamo in tempi in cui siamo sempre tutte e tutti immediatamente interconnesse/i con ciò che ci circonda. La realtà e il linguaggio che la racconta entrano prepotentemente in ogni momento nella nostra vita con il loro carico di deformazioni sessiste, razziste e populiste.

Il tavolo romano sulle Narrazioni della violenza attraverso i media presenta una iniziativa di autoformazione e di rilancio del percorso locale verso l’assemblea nazionale che si svolgerà a Roma sabato 22 aprile e domenica 23 aprile.

Durante l’incontro con le due autrici si intende indagare come la violenza sui corpi delle donne viene raccontata dai media mainstream, dalla carta stampata alla radio passando per la tv e i media online e nello stesso tempo mettere in luce il tema della precarietà nel mondo del lavoro freelance nella comunicazione.

Dal raptus che tutto contiene alla retorica della difesa delle “nostre donne”, passando per gli stereotipi sulle donne dell’est mandati in onda dal presupposto “servizio pubblico” della Rai. Parleremo anche di come oggi i mass media semplifichino e a volte inventino il/la “diverso/a” e di come superare il colonialismo mediatico sui corpi delle donne, che vengono stereotipate attraverso simboli religiosi e/o culturali come il velo, per rinchiuderci in recinti e tenerci distanti in nome di una fittizia uguaglianza “occidentale” tra i generi. Di tutte queste cose e di molte altre ancora #parliamonesubito.

La violenza maschile sulle donne non ha paese, razza, classe, religione specifica e spesso è dissimulata nel paternalismo. Per questo attraverso l’autoformazione si vuole riflettere sul ruolo fondamentale dei media per trasformare i linguaggi che veicolano modelli stereotipati e sessisti, proponendo nuove modalità, nuove parole e nuovi linguaggi per raccontare la realtà.

Selene Pascarella:
giornalista freelance, si occupa di cronaca nera, horror fiction e produzione seriale televisiva. Ha militato in diversi tabloid italiani. Nel 2011 ha pubblicato il saggio “L’alba degli zombie. Voci dall’apocalisse: il cinema di George Romero” con Danilo Arona e Giuliano Santoro (Gargoyle Books) e nel 2016 “Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di nera” della collana Quinto Tipo, curata da Wu Ming 1 per le Edizioni Alegre.

Takoua Ben Mohamed:
graphic journalist e sceneggiatrice, disegna e scrive storie vere a fumetti su tematiche sociali di sfondo politico come l’islamofobia, razzismo, immigrazione, diritti umani, violenza contro la donna per la promozione del dialogo interculturale ed intereligioso. Ha fondato “il fumetto intercultura” all’età di 14 anni grazie agli studi in giornalismo e all’attivismo in associazioni giovanili, culturali ed umanitarie di volontariato, collaborando con università italiane ed estere, scuole ed associazioni facendo conferenze e mostre.

 

Lettera aperta alle lavoratrici e scioperanti de Lottomarzo

Care scioperanti: lavoratrici-disoccupate-inoccupate-studentesse-artiste-professioniste-casalinghe-pensionate…
scriviamo, dopo lo Sciopero globale dello scorso 8 marzo, in primo luogo per ringraziare tutte per la forza, il coraggio, per la passione, la fantasia con cui è stata animata e fatta vivere questa splendida giornata di lotta e mobilitazione globale.

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Istanbul

Lo Sciopero è stato un successo. Non era facile andare controcorrente, sfidare il blocco che in tante aziende è stato disposto non tanto e non solo dai datori, ma anche dai sindacati confederali, che non hanno ritenuto la violenza maschile sulle donne ragione abbastanza concreta per proclamare lo sciopero generale.

Eppure, noi lo sentivamo nei nostri corpi, nelle nostre teste, nel nostro diritto inalienabile a vivere e lavorare con dignità e libertà; lo avete e lo abbiamo fatto, reinventandolo tutte insieme, senza paura.

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Saragozza, Spagna

In tanti luoghi di lavoro, nei servizi e nelle cooperative, nelle scuole e negli ospedali, nel pubblico impiego come in quello privato, abbiamo incrociato le braccia, ci siamo astenute dalla fatica, abbiamo lottato. E non hanno scioperato soltanto le lavoratrici dipendenti; lo hanno fatto anche, mettendosi doppiamente a rischio, le lavoratrici autonome e parasubordinate, quelle precarie che il diritto di sciopero non lo hanno. Ognuna a suo modo, ognuna mettendosi in gioco fino in fondo. Abbiamo scioperato in Italia, milioni di donne hanno scioperato e si sono mobilitate in tutto il mondo, in oltre 50 paesi.
Dobbiamo dirlo, senza arroganza: forse il più importante evento di lotta degli ultimi decenni.
Passato l’evento, con il ricordo ancora nitido, si tratta ora di consolidare questa straordinaria nuova marea femminista, conquistando uno dopo l’altro i diritti che ci vengono negati quotidianamente, affermando concretamente, battaglia dopo battaglia, il nostro Piano femminista contro la violenza. Piano che, già a partire dalle assemblee nazionali di novembre e di febbraio scorsi, abbiamo cominciato a delineare. Per questo motivo, invitiamo tutte a continuare insieme questo percorso, a partecipare ai prossimi appuntamenti e momenti di discussione: alle riunioni dei Tavoli che stanno proseguendo nel lavoro di studio e di scrittura per il Piano, sino alla prossima assemblea nazionale di Non una di meno, che si svolgerà a Roma il 22 e 23 aprile. Saranno occasioni per elaborare collettivamente quanto è accaduto lo scorso 8 marzo, per portare a termine il nostro Piano, per definire le prossime scadenze di lotta, per articolare il nostro intervento nei territori.
Ci siamo riprese la strada e la piazza, ci siamo riprese lo Sciopero, ora dobbiamo imparare a riprenderci tutto. Unite possiamo farcela.

Non una di meno

Basta violenza dei tribunali contro le donne! Senza consenso è stupro!

Il 15 febbraio 2017 il Tribunale di Torino ha assolto Massimo Raccuia, ex commissario della Croce Rossa, accusato di molestie e stupro da una dipendente interinale della Cri. Nel procedimento, avviato nel 2011, il pm Marco Sanini ha chiesto 10 anni per l’imputato, credendo alle parole della donna. La donna invece è passata da parte lesa a imputata per calunnia, poiché il suo racconto è stato giudicato inverosimile e il fatto non sussiste. Ora, prima di ogni analisi, il nostro pensiero va a Laura a cui noi crediamo. Le sue parole e il suo gesto ci danno forza e da ora in poi non la lasceremo sola.

Se toccano una toccano tutte!
I processi per stupro li conosciamo in tutta la loro violenza, per questo motivo alcune avvocate richiedono un cambiamento sostanziale nel modo in cui vengono affrontati. La prassi è che la donna, parte lesa, venga obbligata a ricordare e raccontare nei particolari i momenti della violenza subita di fronte all’accusato. Inoltre vengono assunti particolari irrilevanti quali le abitudini e lo stile di vita della donna che influenzano la valutazione dell’attendibilità della parte lesa.
Ma veniamo alla sentenza del collegio presieduto dalla Giudice Diamante Minucci: non ci stupisce ma ci ricorda l’arroganza dei tribunali. Questa volta però per quanto ci riguarda si è passato il limite del ragionevole. Basterebbe poco a confutare la base stessa della sentenza, secondo cui “se non ha urlato non c’è stata violenza”: molto spesso chi subisce violenza non è in grado di reagire. Ma quello che più ci interessa non è la mancanza di logica e l’evidente ignoranza di questo collegio, ma la precisa responsabilità politica e sociale che si assume con questa pronuncia. Trattando il caso senza il dovuto approfondimento ripropone, perpetua e rafforza un modello culturale sessista e violento, e si rende complice delle violenze future.

Qui infatti non si parla di lettura dei fatti ma di ragionamento fondato sul non riconoscimento della violenza perché la reazione ad essa è stata giudicata debole. È evidente che questo impianto non segue alcuna logica, perché la reazione non misura la veridicità della violenza agita. Inoltre la giudice per sostenere la sua tesi sentenzia che dire Basta non Basta e prosegue affermando che il racconto della donna è inverosimile poiché non è accompagnato da condotte tipiche riscontrabili durante uno stupro. Questa posizione del tribunale oltre che assurda e illogica è di una gravità inaudita; non siamo di quelle che chiedono pene e aggravanti ma di certo riconosciamo il portato che queste sentenze hanno sulla nostre vite: rafforzano il potere di chi stupra e indeboliscono chi reagisce.
Ora poniamo noi delle domande: La violenza c’è solo se chi la subisce urla? Lo stupro sussiste solo se c’è il test di gravidanza che lo prova o altre condotte tipiche? Se la reazione non è forte vuol dire che c’è consenso? Una donna che racconta uno stupro deve essere lucida e chiara?

Ci basta il basta di Laura per dire che se non c’è consenso è stupro.

Questa sentenza ci coinvolge tutte per questo la nostra lotta sarà più forte e più determinata.

Lanciamo anche l’appello a tutte le Reti Nudm di costruire presidi, azioni o volantinaggi davanti i Tribunali delle varie città il 12 aprile alle ore 12 #LottoMarzo sempre #NonUnaDiMeno

Conflitto: sostantivo femminile plurale

È un movimento internazionale di donne quello che ha animato la giornata dello scorso 8 marzo. Un percorso lungo, cominciato in tempi diversi che ha visto una vera e propria escalation nell’ultimo anno. Dal movimento Decido Yo, in Spagna, per il diritto all’aborto, agli scioperi che nell’autunno hanno bloccato la Polonia e l’Argentina, fino all’oceanica manifestazione fucsia all’indomani dell’elezione di Donald Trump.
Imponenti manifestazioni di donne (e non solo) contro la violenza maschile e patriarcale, intesa come uno dei marchi più significativi lasciati sui corpi dai rapporti di potere del nostro tempo. La natura strutturale della violenza è il terreno di riconoscimento reciproco e da qui è nata la prima fioritura di questo movimento. Non per questo la questione della violenza patriarcale sembra astrarsi dalle condizioni di vita materiali, dalla critica alla sfera della produzione e della riproduzione sociale. Infatti nelle piattaforme di quasi tutti i 59 paesi del mondo che hanno raccolto l’appello allo sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo, la questione della violenza è stata definita nel suo profondo intreccio con le condizioni socio-economiche dei rispettivi paesi e in particolare con la specifica condizione della donna. Una condizione che non si ricostruisce attraverso la ricerca di un’identità universale, né tanto meno per sottrazione o balcanizzazione delle identità particolari, ma al contrario si caratterizza per la capacità di un’accumulazione positiva delle identità e delle rivendicazioni, di una richiesta di diritti sempre in termini inclusivi ed estensivi a partire, come ovvio, dalla condizione e dai bisogni delle donne.
Questo movimento sta insomma mostrando una vocazione intersezionale e allo stesso tempo universale, accogliente dal punto di vista delle rivendicazioni fino ad includere le rivendicazioni di diritti per quelle donne, come le migranti, che ancora faticano a riconoscersi come soggetto.
Il riconoscimento dell’esistenza di una enorme quantità di donne che lavorano in condizioni servili e semischiavistiche e la rivendicazione per loro di diritti di cittadinanza e sul lavoro, è infatti ricorrente in moltissimi paesi. Pur non registrandosi al momento una presenza organizzata di donne migranti nei movimenti, c’è una diffusa consapevolezza che una liberazione e un’emancipazione solo parziali non possano esistere.

Cosa insegna lo sciopero dell’8 marzo

Uno sciopero globale e sociale. È stato questo il tratto più evidente della mobilitazione in Italia e nel mondo. Con la particolarità di aver sottratto ai sindacati “l’esclusiva” dell’indizione. In Italia, tantissime sigle sindacali di base ne hanno poi colto l’opportunità e hanno provato a costruirlo nei luoghi di lavoro. E tanto quanto sembra completamente inutile ed estranea a concreti processi sociali la nascita ormai quasi quotidiana di presunte soggettivà politiche di sinistra, ma anche alcune manifestazioni e mobilitazioni concepite in modo del tutto identitario, le soggettività sindacali che hanno saputo cogliere l’opportunità di questo sciopero hanno mostrato come possono divenire strumento utile ad un conflitto sociale più ampio e autonomo.
Al contrario, le organizzazioni politiche e sindacali che non hanno voluto coglierne l’importanza e che anzi lo hanno criticato e persino boicottato, hanno fatto una precisa scelta: hanno deciso di negare la possibilità del conflitto sociale per la liberazione e piena autodeterminazione delle donne.

Il movimento femminista è parte di una battaglia generale

La crisi del debito, la riduzione del welfare e dei diritti legati alla salute e l’abbassamento dei salari producono ulteriori forme di violenza sulle donne. Anche in un momento in cui la femminilizzazione è divenuta la condizione normale del lavoro, le donne restano al gradino più basso fra gli sfruttati, in termini di precarietà, ricattabilità e bassi salari.
I dati sul gender salary gap dimostrano infatti come le differenze retributive siano ancora altissime in Europa e nel mondo; così come l’accesso alle carriere e la segregazione sessuale del lavoro sia ancora un elemento fortissimo.
Lo sciopero dell’8 marzo ha posto al centro dell’analisi i meccanismi che espongono la sfera della riproduzione sociale alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. È riuscito ad abbracciare il lavoro produttivo ma anche riproduttivo, il lavoro formale e quello informale. Ha puntato il dito contro la “catena globale della cura” facendone il paradigma dei meccanismi dell’accumulazione capitalista.
Ci troviamo infatti di fronte sia a una divisione tra lavoro riproduttivo e lavoro produttivo, che assegna il primo come compito non retribuito alle donne, sia a una gerarchia interna alla forza lavoro per cui il genere serve a distinguere settori del lavoro maschili e femminili dove il femminile è generalmente pagato meno.
Questa subordinazione è possibile anche a causa di una svalutazione delle donne sul piano culturale e simbolico, che dà luogo a una serie di violenze: da quella sessuale, domestica, economica ed ostetrica fino alla mercificazione del corpo sui media. La vita delle donne a quanto pare vale meno della gelosia con cui i titoli dei quotidiani giustificano i femminicidi. Da qui lo slogan “Se la mia vita non vale mi fermo e non produco”. Il piano culturale e quello dello sfruttamento sono legati e la violenza è lo strumento che incatena le donne in una condizione subordinata.

Sul piano della razza, troviamo un meccanismo analogo che, quando si intreccia alla condizione sociale delle donne, determina diversi livelli di oppressione che ad esempio hanno portato, storicamente, le donne nere a separarsi dal femminismo delle donne bianche e borghesi. È qui che il necessario riconoscimento delle identità specifiche e delle particolari forme di oppressione rischia di dare vita a un’eccessiva frammentazione allontanandosi così da quel piano universale in cui deve invece necessariamente collocarsi.
“La catena globale della cura” è l’esempio perfetto di questo piano universale: le donne bianche dei paesi a capitalismo avanzato, impiegate nel lavoro formale, utilizzano donne di estrazione sociale inferiore o migranti per svolgere il lavoro di cura da cui esse devono sottrarsi per mancanza di tempo o perché ritenuto svilente per una “donna in carriera”. A loro volta, le lavoratrici della cura nei paesi cosiddetti occidentali, sono costrette a delegare quello stesso lavoro per le loro famiglie ad altre donne, spesso rimaste nel paese natìo.
La domanda di giustizia retributiva deve dunque portare con sé anche la domanda di eliminazione delle differenze basate sul genere e sulla razza. Per questo dobbiamo pensare al movimento con un approccio trasformativo che, a partire dalle identità, sappia decostruirle per tendere al superamento del genere, un po’ come il socialismo è una tensione al superamento delle classi.
Dobbiamo mettere in discussione il capitalismo in quanto struttura che genera ingiustizie, ponendo al centro la trasformazione dei rapporti di produzione e il superamento della divisione in classi, mirando a ristrutturare i rapporti di riconoscimento, sfumando o annullando le differenze fra i gruppi.

Per questo non ci interessa l’essenzialismo femminista, con la sua sorellanza universale, perché vogliamo favorire la costruzione di alleanze politiche e sociali del movimento femminista con tutti i settori del lavoro.
Le identità non sono da considerare fisse ed eterne, ma storicamente definite e collocate. E il conflitto parte dal loro riconoscimento ma è, al contempo, lo strumento più efficace per trasformarle. Per questo dobbiamo insistere sulla centralità del conflitto, attraverso il quale le identità si trasformano.
La realizzazione e l’eventuale approvazione del Piano Femminista Antiviolenza costituisce, dal punto di vista del movimento, il necessario mezzo e non il fine. Mezzo perché consente di mettere insieme una serie di punti e linee guida che rappresentano un immaginario femminista da contrapporre all’esistente. Ma ogni punto sulla carta rischierebbe di restare lettera morta se a questo processo non se ne accompagnasse un altro.
Occorre perciò ripensare l’universalismo in termini inclusivi, dinamici e autotrasformativi. Analizzare il capitalismo nei limiti che esso pone alla realizzazione di una società in cui il genere e l’orientamento sessuale non siano più fonte di gerarchie sociali.
Il femminismo di cui sentiamo il bisogno deve avere la capacità anche di pensarsi come parte di una battaglia più generale, che pone al centro la questione dei diritti sociali e civili, contro l’austerità e la disoccupazione, ma allo stesso tempo lotti contro la strumentalizzazione nazionalista e islamofobica dell’idea della liberazione della donna, portata avanti da politiche criminali dell’Unione Europea e dell’Italia a danno delle e dei migranti.
A metà marzo, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa relativamente ai ricorsi di donne musulmane (uno in Belgio e uno in Francia) sulla possibilità di presentarsi al lavoro con il capo coperto in osservanza della propria religione. Nella sentenza la Corte ha affermato che “una regola interna che proibisca di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso non costituisce diretta discriminazione”. Le aziende possono quindi vietare ai propri dipendenti di indossare indumenti che siano “segni religiosi” come il velo islamico.
Questa decisione della Corte Europea è solo l’ultimo di una serie di atti che, negli ultimi anni, ha prodotto vera e propria violenza sulle donne migranti, svilite nella possibilità di scelta e di autodeterminazione.
Una battaglia, questa, troppo spesso combattuta in nome di una presunta difesa della libertà della donne, che ha portato anche una serie di femministe e femminismi a schierarsi con lo Stato e a favore di politiche nazionaliste. Permettendo così di utilizzare un certo discorso femminista come giustificazione di interventi e politiche colonialiste, fenomeno che Sara Farris denuncia come “femonazionalismo”, nel suo testo “Femonationalism and the ‘regular’ army of labor called migrant women” («History of the Present» vol. 2, n. 2 2012, pp. 184-199).

Questi temi, così come la lotta al decreto Minniti, che restringe ancor più il campo già estremamente esiguo dei diritti delle e dei migranti, sono temi e lotte femministe, perché riguardano da vicino la condizione di vita di milioni di donne che vorremmo spesso avere accanto a noi nella nostra lotta ma che fatichiamo ad intercettare. Una difficoltà dovuta anche ad un’errata lettura di quello che significano, in termini di marginalizzazione e criminalizzazione, interventi normativi di questa portata, che minano alla base la possibilità di avere diritti sul piano lavorativo, politico e di cittadinanza.

Al femminismo falsamente universalista, che non fatica ad allearsi con l’islamofobia ed il razzismo, che contribuisce a marginalizzare e ad azzittire la voce delle donne migranti, andrebbe contrapposto invece un altro tipo di femminismo che tra l’altro porti con sé la critica antirazzista, in cui far posto anche alle donne migranti come parte integrante dei processi di trasformazione.

Non è (solo) la Rai. #ParliamoneSubito

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Il 20 marzo è andata in onda l’ennesima rappresentazione sessista delle donne, espressione mediatica della violenza maschile sulle donne.
Oltre l’immaginabile, la TV di stato ha espresso frasi e concetti sessisti, misogini e razzisti durante la trasmissione “Parliamone sabato” condotta da Paola Perego.
Tutta la trasmissione è stata pervasa da toni umilianti, svilenti e offensivi nei confronti del genere femminile, cercando di alimentare un’assurda competizione tra donne per ottenere il piacere maschile. Nessuna parola sulla personalità, autonomia e autodeterminazione delle singole donne.
Non solo, la trasmissione ha svelato l’intreccio fra sessismo e razzismo, additando improbabili “competenze” a donne provenienti da specifiche zone del pianeta.
Il movimento Non Una Di Meno esprime ancora una volta la propria indignazione. Non si tratta di stigmatizzare un solo programma televisivo, oppure la conduttrice o gli autori dello stesso, ma di ampliare il discorso rispetto al linguaggio sessista e razzista veicolato in televisione e che alimenta un’immagine sociale degradata delle donne e nutre in questo modo la cultura della violenza sulle donne.
Il 22 marzo a Roma e a Milano le donne del movimento Non una di meno si sono mobilitate presso le sedi della Rai per evidenziare la necessità di un linguaggio , di una cultura e di una narrazione differente sui corpi delle donne nella televisione italiana, troppo spesso fertile di stereotipi di genere.
La chiusura del programma “Parliamone sabato” è un atto doveroso, ma non sufficiente, così come non sono sufficienti le scuse da parte della presidente Rai, Monica Maggioni, e del direttore di Rai1, Andrea Fabiani, avvenute via twitter.
Non siamo disposte a stare a guardare, chiediamo al Governo azioni immediate per la realizzazione di un Osservatorio su Media capace di intervenire e prevenire il sessismo nei media e chiediamo all’Ordine dei giornalisti, al sindacato in Rai e a tutti gli organi competenti di intervenire in ogni sede.
Invitiamo anche il mondo dell’informazione al prossimo incontro pubblico del tavolo tematico sulla narrazione della violenza attraverso i media che si terrà mercoledì 29 marzo alle ore 18 a San Lorenzo, in Via dei Volsci 159.

Non una di meno: per noi anche i muri della città parlano

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Impegnate insieme ad altre centinaia di donne nella costruzione dello sciopero dell’8 marzo a Roma, e poi nel proseguire il percorso di mobilitazione contro la violenza di genere che da mesi agita la parola d’ordine NON UNA DI MENO sulle pagine di tutti i giornali e nelle piazze, ci era sfuggito un appuntamento di cui abbiamo appreso recentemente l’esistenza. https://www.facebook.com/events/308939856175599/

https://www.facebook.com/events/835896609881547/ (i 2 eventi fb della stessa iniziativa).
Questo appuntamento usa i colori, il nome, le parole, il percorso di non una di meno più come un brand che come una reale presa di parola sul tema della violenza sui corpi delle donne .

Eppure, benchè i riferimenti a NON UNA DI MENO siano più che espliciti, nessuna comunicazione è giunta né attraverso la pagina facebook, nè tantomeno nelle assemblee e nelle numerose iniziative pubbliche che hanno preparato lo sciopero dell’8 marzo, su cui però si ha la pretesa di aprire il confronto…

Si gioca sull’equivoco insomma, si parla dello sciopero, di violenza di genere, si lancia come evento copromosso da NON UNA DI MENO … ma non lo si dice a NON UNA DI MENO. A proposito di meccanismi di esclusione, prevaricazione, uso strumentale delle donne… non una di meno è un percorso aperto e pubblico proprio per questo non accetta appropriazioni.
L’iniziativa è presentata come un giorno di attivismo per la ripulitura del murale contro i femminicidi in via dei sardi. Opera meritoria, senz’altro, ma quel murale rappresenta un atto di denuncia, non di decoro urbano. Sovrapporre i due piani è quanto di meno opportuno si possa fare perché confonde la sostanza con la forma, laddove proprio la logica del decoro è troppo spesso rivolta come un atto d’accusa contro le donne vittime di violenza.
La street art è un’arte, per definizione, non semplicemente decorativa, esposta al sentimento e all’usura del tempo, ai cambiamenti che avvengono nella società. Il murale di via dei sardi racconta una ferita aperta e bruciante, è un atto di denuncia delle donne di Roma che a nostro avviso è svilente e fuorviante utilizzare come mero esercizio di igiene urbana.
Inoltre, si è aperta una fase nuova finalmente. Non vogliamo più contare solo le vittime ma vogliamo riaffermare la nostra forza. È tempo di restituire sui muri della città il segno di questa forza e di quell’autonomia che rivendichiamo. e non lo farà qualcuno al nostro posto, lo faremo noi tutte, NON UNA DI MENO… stay tuned!

The inappropriate weapon of feminist strike

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Roma

The images from Italy and from the entire world should not leave any doubt about how successful was the global women’s strike. But demonstrations are not the only way to have a clear picture about it: the partial data we refer to are showing a participation of 24% of dependent workers (we are using the data from Di Vico’s article on Corriere della Sera, although he is not clear enough on his references). This was happening while the CGIL (the main Italian Trade Union) was calling for assemblies in the workplace, in open antagonism with the strike. We should add data that are not observable or detectable, about the participation of casual workers, free-lances, volunteers and non-regular workers.

Over the last decades the right to strike has been denied to a growingly wider range of workers. Therefore this instrument of struggle has lost meaning and effectiveness, the global women’s strike has given it new significance, bringing its original strength back. The general strike, denied by the unions, has been practiced in every corner of the country to make political and practical issues central again, and not at all symbolic, if with the word symbolic we mean testimonial and abstract.

The struggle against gender violence is a struggle for autonomy, for minimum wage, for an income of self-determination, for equal pay. Through striking, we want to raise the issue of care work (unpaid or underpaid) that is carried out mainly by women, and the need for new welfare that should be inclusive, open and guaranteed. The freedom to choose about our lives without encountering ideological or material obstacles. Striking, we talk about a kind of knowledge that is not a neutral object, but that so far has been against women, about stereotypes and pre-established roles, about narratives and dangerous removals.

The battle to take back the strike was fought in every workplace, every school, every company. The hundreds of emails to NON UNA DI MENO, which were asking how to strike, indicate the will and the difficulty to exercise a constitutional right that for too long has been in the hands of trade union secretariats more than in the hands of female and male workers. Despite all this, workers caught the opportunity to cross their arms together, all around the world, exercising a radical and concrete form of struggle.

We believe, therefore, that those unions, as CGIL and FIOM, were wrong to not catch this opportunity, and on the contrary try to get rid off it, if not openly fight against this possibility; they did not want to seize the symbolic and political push and recognize the women’s battle as common and material one.
It is remarkable that, from the silence registered on November 27th – the day after the huge national demonstration against male violence on women – today we witness a chorus of disapproval. From important editorialists to the Education Minister Fedeli, we can definitely say that the “inappropriate weapon” of a feminist strike has been hurting a lot. For the newspaper Corriere della Sera we should spend our time mending. Becoming thus new good Penelopes “keepers of the West” which are threatened by the new “Proci” (suitors of Penelope). Too bad that it is precisely this West, made of Grosse Koalitionen, neoliberalism, new patriarchal and racist government, neo-Nazism, that is producing our subordination, our exclusion, the conditions of violence, exploitation, and poverty which are increasingly harder and harder.

The call, to which we responded on March 8th in more than fifty countries of the world, tells us to recognize ourselves as something different; something that goes beyond borders, genders, races. Women became the main actor of a shout of redemption: women’s lives matter and they shall not be put at your service.

To strike was not a mistake. Now we are stronger and we can return to write our feminist plan against violence on women. The appointment is for the next national assembly the 22nd to 23rd of April in Rome. Were we wrong for asking for bread, besides roses? Certainly not. And we will continue to do so.

Non Una di Meno Roma