Assemblea nazionale nudm a torino!

IMMAGINIAMO INSIEME L’8 M!

💥 Assemblea nazionale NON UNA DI MENO 💥

Torino – 4 e 5 Febbraio 2023

🔥 Sabato 4 e domenica 5 febbraio ci troveremo da tutta Italia a Torino per l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno! L’assemblea è aperta a tutt3 e a breve daremo tutte le informazioni sul luogo in cui si svolgerà 🔥

‼𝐅𝐎𝐑𝐌 𝐃𝐈 𝐈𝐒𝐂𝐑𝐈𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 ‼

Se parteciperai all’assemblea, ti chiediamo di compilare il form di iscrizione (anche se sei di Torino!), per permetterci di organizzare al meglio tutti gli aspetti delle due giornate 👉https://tinyurl.com/3x8rm626

🏠 𝐇𝐚𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐨 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐨𝐟𝐟𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐨𝐬𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐭à 𝐧𝐞𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐬𝐬𝐞𝐦𝐛𝐥𝐞𝐚? Compila questo form 👉https://t.ly/rxm_5

ℹ 𝐏𝐑𝐎𝐆𝐑𝐀𝐌𝐌𝐀 ℹ

Sᴀʙᴀᴛᴏ 4 ꜰᴇʙʙʀᴀɪᴏ

✊🏼 𝐡 𝟏𝟎.𝟑𝟎 𝐚𝐬𝐬𝐞𝐦𝐛𝐥𝐞𝐚 𝐩𝐥𝐞𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐫𝐨𝐝𝐮𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚

🍲 𝐏𝐚𝐮𝐬𝐚 𝐩𝐫𝐚𝐧𝐳𝐨 (pasti vegan a prezzi popolari)

➡ 𝐀 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐢 (𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨𝐫𝐚𝐧𝐞𝐚)

🟣 Tavolo violenza e percorsi di fuoriuscita

🟣 Tavolo salute e aborto

🟣 Tavolo guerra/guerre

🟣 Tavolo ecologia politica

🟣 Tavolo scuola/educazione/formazione

🟣 Tavolo razzismo e confini

🟣 Tavolo lavoro/welfare/reddito di autodeterminazione

Dᴏᴍᴇɴɪᴄᴀ 5 ꜰᴇʙʙʀᴀɪᴏ

𝐡 𝟏𝟎 𝐚𝐬𝐬𝐞𝐦𝐛𝐥𝐞𝐚 𝐩𝐥𝐞𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚

Restituzione dei tavoli

Connessioni e processo verso lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 Marzo

❤️‍🔥 Con AMORE E RABBIA ❤️‍🔥

https://facebook.com/events/s/assemblea-nazionale-di-non-una/679468827309966/

Lettera 8M 2023 a sindacati, delegatə, lavoratrici e lavoratorə

L’8 marzo 2023, per il settimo anno consecutivo, sarà ancora una volta sciopero femminista e transfemminista transnazionale, in uno scenario profondamente mutato rispetto al primo sciopero chiamato da Non Una Di Meno l’8 marzo 2017. Oggi ancora una volta ci rivolgiamo allə tantissimə delegatə e lavoratrici che in questi anni hanno fatto proprio lo sciopero transfemminista, e a quellə che per la prima volta vorranno organizzarlo, certə che per noi tuttə il prossimo 8 marzo sia l’occasione per affermare con forza la nostra comune pretesa di libertà e autodeterminazione, contro
la violenza patriarcale e la povertà, le discriminazioni, lo sfruttamento.

La congiunzione delle crisi sanitaria, economica e climatica, della pandemia e della ricostruzione postpandemica e dei focolai di guerra accesi in tutto il pianeta ha effetti devastanti sul nostro lavoro e le nostre vite, oggi resi ancora più pesanti dalla guerra in Ucraina che sta aumentando l’intensità e la pervasività della violenza patriarcale e rendendo più urgente la lotta per contrastarla. Sono dinamiche complesse che in Italia dobbiamo affrontare misurandoci con un governo di estrema destra, che porta avanti politiche che ci impoveriscono, taglia i servizi, il welfare, abolisce il reddito di cittadinanza, mentre si richiama alla famiglia patriarcale, difende i confini, attacca frontalmente tutte le libertà per le quali lottiamo.

Scioperiamo sia dal lavoro produttivo che dal lavoro di cura e riproduttivo per un reddito di autodeterminazione che ci garantisca indipendenza, per un salario minimo e per l’abbattimento di ogni forma di sfruttamento e precarizzazione, per contratti stabili e tutelanti. Scioperiamo contro ogni forma di violenza e discriminazione sul luogo di lavoro e per la tutela del lavoro dellə sex workers.

Scioperiamo per un welfare pubblico, gratuito e libero da ogni forma di violenza patriarcale e di discrimazione di genere, omolesbobitransfobica, abilista e razzista. Rifiutiamo politiche familiste di welfare che costringono donne e soggettività lgbtqia+ a offrire assistenza gratuitamente a familiari e non e sostengono tagli e privatizzazioni ai servizi pubblici. Scioperiamo contro ogni attacco alla nostra autodeterminazione, per la libertà di abortire, di intraprendere percorsi
di transizione e per la tutela del nostro benessere psico-fisico.

Scioperiamo dall’attuale sistema scolastico che si configura come un laboratorio per preparare futurə lavaratorə allo sfruttamento e alla morte sul luogo di lavoro e che riproduce saperi patriarcali e di forme educative
oppressive. Scioperiamo per una scuola inclusiva, che adotti carriere alias per le persone trans, che offra educazione sessuale e affettiva, capace di veicolare saperi transfemministi, di educare al pensiero critico e libera da tutte le forme di precarità e sfruttamento delle insegnanti.

Scioperiamo perché la crisi climatica già in atto, generata da un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento capitalistico della terra e del lavoro, sta accelerando e minaccia la vita stessa del pianeta. Scioperiamo perché gli effetti dell’inquinamento, dei disastri ambientali e del profondo abuso della natura, che stiamo vivendo anche in Italia, non colpiscono tuttə allo stesso modo. Scioperiamo perché pretendiamo molto di più della tutela ambientale, del green washing dei governi e delle aziende, e perché pensiamo che soltanto una visione ecotransfemminista possa farci uscire da questa pesantissima crisi promuovendo azioni di reale giustizia climatica.

A un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, scioperiamo contro la guerra che inasprisce la violenza patriarcale e contro le sue conseguenze. Siamo vicine alle profughe ucraine e alle profughe di tutte le guerre che attraversano paesi che con l’espediente della guerra rafforzano il proprio attacco patriarcale. Scioperiamo contro il riarmo e le politiche di guerra.

L’8 marzo, insieme, dobbiamo opporci senza condizioni anche al razzismo esasperato dalla guerra, che è una leva per intensificare lo sfruttamento del lavoro, tramite la proposta di definire ‘quote’ di ingresso e il ricatto del permesso di soggiorno, obbligando le/i migranti ad accettare salari bassissimi per lavorare nelle nostre case, o a svolgere lavori tanto
essenziali quanto invisibili nelle fabbriche, nei campi e in ogni altro settore.

In questi anni con lo sciopero femminista e tranfemminista abbiamo inteso fare della lotta contro la violenza patriarcale una leva potente di rivolta e cambiamento radicale,  interrompendo la produzione e la riproduzione sociale, gli algoritmi del sistema di sviluppo e consumo, le tirannie dei generi e dei confini. Abbiamo voluto tracciare linee di contrasto nette e inequivocabili contro tutti gli assi di oppressione che gravano su di noi, innescando una conflittualità sistemica finalizzata ad aggredire tutti i gangli del sistema di subordinazione patriarcale che attraversa l’intera società, dalle case, ai luoghi di lavoro, alle istituzioni, ai tribunali, ai media. Politicizzare la violenza patriarcale facendone una questione pubblica e non più solo privata restituisce allo sciopero la potenza di un processo espansivo e inclusivo di lotta, fatto proprio ad esempio dalle donne in Polonia, diffuso oggi in Iran anche attraverso lo sciopero generale di dicembre, contro l’oppressione patriarcale istituzionalizzata, per far sentire la forza collettiva di chi non accetta più quella tirannia, la povertà e lo sfruttamento che sorregge.

Sappiamo che riappropriarci della pratica dello sciopero, per lə tantə che fanno lavori precari, sottopagati, in nero, non riconosciuti, senza orari, che non riescono a pagare le bollette, che sono schiacciate ogni giorno tra il carico di lavoro in casa e fuori casa, è una sfida, un processo di lungo periodo, ancora difficile ma a cui non siamo disposte a rinunciare. Siamo convintə che questa sfida la possiamo raccogliere insieme, con la partecipazione di tutte le lavoratrici, lavoratorə, delegatə che stanno lottando in questo momento per il salario, contro le molestie e il razzismo sul posto di lavoro, e per non dover sostenere da sole il lavoro domestico e di cura. Siamo convinte che anche i sindacati, sia quelli che negli anni passati hanno aderito allo sciopero sia quelli che non lo hanno fatto, non possano e non debbano sottrarsi a questo impegno.

Tutte lavoratrici e le delegate sui posti di lavoro hanno il diritto di pretendere dalle proprie organizzazioni sindacali, incluse le RSU, di proclamare lo sciopero del prossimo 8 marzo 2023, garantendo la copertura sindacale alle lavoratrici e lavoratorə che vorranno astenersi dall’attività lavorativa e mettendo in campo tutto ciò che è necessario, in ogni settore e area del paese, per sostenerlo e organizzarlo, inviando la comunicazione dell’indizione in tutti i luoghi di lavoro, organizzando assemblee sindacali sui temi dello sciopero dell’8 marzo, favorendo l’incontro tra lavoratrici e lavoratorə e i nodi territoriali di Non Una Di Meno, nel rispetto della reciproca autonomia.

È comunque un diritto di tuttɘ, anche lɘ iscrittɘ a differenti organizzazioni sindacali, aderire ad uno sciopero indetto da altre sigle.

L’8M 2023 lo sciopero femminista e transfemminista sarà per tuttə e per ognunə di noi, NON UNA DI MENO!

Invitiamo lə destinatariə di questa lettera a leggere anche l’appello allo sciopero pubblicato a questa pagina QUI

8M 2023: APPELLO VERSO lo SCIOPERO GLOBALE femminista e TRANSFEMMINISTA!

Il prossimo 8 marzo, per il settimo anno consecutivo in tutto il mondo sarà sciopero femminista e transfemminista  contro la violenza maschile sulle donne e ogni forma di violenza di genere.

Scioperiamo dal lavoro dentro e fuori casa, dai ruoli di genere e da tutti i ruoli che ci vengono imposti, dai consumi. 

La violenza di genere, la pandemia, la guerra, il disastro ecologico, l’inflazione: viviamo in un mondo di crisi continue che non sono emergenze ma segnali evidenti di un sistema che si sta sgretolando, un sistema ingiusto che ci costringe a vivere vite insostenibili e che vorrebbe chiuderci nell’isolamento e nell’impotenza.

In questa solitudine non vogliamo starci e insieme troviamo la forza di ribellarci, lottare e rifiutare tutto questo. 

Insieme scioperiamo. Rivolgiamo questo appello: 

A tutte le persone che in questi mesi hanno riempito le piazze con la loro opposizione e il loro rifiuto di questo governo, dell’ideologia “Dio, patria e famiglia” e più in generale di questo sistema capitalista e patriarcale violento, che ci uccide e ci mortifica quotidianamente, 

A tutte le donne e le soggettività che non possono scendere in piazza e scioperare ma vorrebbero farlo; a quellә che non riescono a smettere di lavorare nemmeno per un giorno e si ribellano a modo loro allo sfruttamento;

A tuttә quellә che fanno lavori di merda sottopagati e precari, che vengono licenziatә se restano incintә, che vengono molestatә e discriminatә sui luoghi di lavoro,  allә sex workers, a quellә che sono disoccupatә, che vivono solo grazie ai sussidi insufficienti,

A quellә che sentono addosso il peso della propria condizione sociale in un mondo che ci costringe a vivere la povertà come una colpa e una vergogna,

A chi lavora dentro casa senza nessun riconoscimento economico e sociale, occupandosi di casa e famiglia nell’invisibilità e nella solitudine più totale,

A chi una casa non ce l’ha o rischia di perderla perché non riesce a pagare affitto e bollette

A quellә che sono fuggitә dalla guerra e dalla povertà, rischiando la propria vita in viaggio dopo aver lasciato la propria casa e i propri affetti,

A chi continua a subire la violenza istituzionale nei tribunali che riconoscono la PAS attraverso ctu, ctp e servizi sociali compiacenti, venendo considerate madri non adeguate solo perché hanno denunciato il proprio partner per violenza e/o abusi e a cui vengono sottrattə, spesso con l’uso della forza, lə bambinə nonostante l’ordinanza 9691/2022 della Corte di Cassazione che non riconosce la legittimità dell’alienazione parentale definendola un costrutto ascientifico, così come, fuori dallo Stato di diritto il prelevamento coatto də bambinə se fondato sullo stesso principio.

A tuttә questә donne e soggettività, e a ognunә di noi, rivolgiamo la chiamata allo sciopero femminista e transfemminista globale.

Sappiamo che la precarietà delle vite, la mancanza di un welfare dignitoso e universale e l’impoverimento a cui sempre più persone sono esposte, rende difficile prendere parola e alzare la testa. 

Ma con lo sciopero, possiamo costruire una forza comune contro la violenza patriarcale, la precarizzazione, l’austerità, i licenziamenti e la povertà che questi comportano. Ci appropriamo di uno strumento tradizionale di lotta per superarlo, reinventarlo insieme sulla base delle nostre necessità e farlo esplodere in tutti gli ambiti delle nostre vite. Facciamo di questa pratica una forza e una potenza collettiva.

Ci fermiamo un giorno per imparare insieme a fermarci e a scioperare contro la violenza tutti i giorni dell’anno. Lo sciopero è il processo di liberazione per tuttә, è la rivoluzione dentro e fuori di noi, è urlare tuttә insieme che se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo. 

Scioperiamo per prenderci del tempo per noi, per stare insieme e diventare più forti.

Scioperiamo insieme
contro femminicidi, stupri, molestie, sessismo e ogni forma di discriminazione,
contro la violenza dei tribunali e delle narrazioni tossiche dei media,
contro la legge 54/2006 sull’affidamento condiviso
per il finanziamento dei centri antiviolenza laici e femministi,
per garantire che i percorsi di fuoriuscita dalla violenza rispettino le nostre scelte e la nostra autodeterminazione.

Scioperiamo insieme
per un reddito di autodeterminazione che ci garantisca indipendenza economica e autonomia per sottrarci alla violenza,
per un welfare pubblico e universale,
per un salario minimo,
per la redistribuzione del carico di lavoro di cura e non essere schiave della famiglia che è il principale luogo di violenza e sfruttamento 
contro tutti i lavori sottopagati e precari che siamo costrettә ad accettare per sopravvivere,
per dei contratti stabili e tutelanti.

Scioperiamo insieme
per una sanità pubblica accessibile e libera da stereotipi sessisti, transfobici, grassofobici, abilisti e razzisti,
contro l’obiezione di coscienza e l’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori, 
per un aborto libero, sicuro e gratuito,
per una medicina femminista e transfemminista, che consideri e studi anche i corpi e le patologie delle donne e delle persone assegnate femmina alla nascita.

Scioperiamo insieme
contro la violenza della scuola del merito e dell’umiliazione, 
contro un sistema scolastico sempre più moralista e autoritario,
per una scuola che sia davvero per tuttә, 
che tenga conto delle condizioni materiali e di esistenza delle persone che la vivono, 
che educhi alle differenze e combatta sessismo e discriminazioni. 

Scioperiamo insieme
contro la violenza di razzismo e confini, 
per la libera circolazione delle persone, 
contro il razzismo sistemico che attraversa ogni ambito delle nostre vite.

Scioperiamo insieme
contro la violenza di tutte le guerre, fatte da ricchi e potenti e pagate dalle popolazioni civili, donne e bambinә prima di tutto,
per la pace, l’autodeterminazione dei popoli e la giustizia sociale,
per un mondo senza confini, senza imperialismi e senza eserciti.

Scioperiamo insieme
contro la crisi climatica,
contro un sistema predatorio e insostenibile che considera la terra e gli animali risorse infinitamente disponibili, 
contro il greenwashing dei governi e delle multinazionali,
per una trasformazione radicale del  sistema produttivo capitalista,
per una transizione ecologica ed energetica equa.

Scioperiamo insieme
dai consumi per immaginare una possibilità di esistenza alternativa allo sfruttamento dei corpi e dei  territori e per creare uno spazio di relazione e lotta che ragioni su produzione/distribuzione/consumo da un punto di vista etico e ambientale.

Scioperiamo insieme dai ruoli di genere
perché siamo lesbiche, trans, froce e queer e i nostri desideri contano
perchè tuttә le soggettività possano essere liberә e possano affermare il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi,
contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex.

Scioperiamo insieme
per affermare diversi modi di fare ed essere famiglia

Scioperiamo insieme
contro lo stigma che uccide chi fa sex work e per la decriminalizzazione del lavoro sessuale

Scioperiamo insieme
contro l’abilismo che discrimina le persone con disabilità, 
per rivendicare l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti.

Scioperiamo insieme alle donne curde, afghane e iraniane e alle donne che in tutto il mondo stanno lottando per una vita libera dall’oppressione e felice.

Il prossimo 8 marzo organizziamo, partecipiamo, facciamo vivere insieme lo sciopero nei luoghi di lavoro, in casa, a scuola, nelle strade. 
Rendiamo visibile la violenza che colpisce le nostre vite. Facciamolo fermandoci, bloccando le attività che svolgiamo ogni giorno e prendendo parte ai cortei e alle manifestazioni che ci saranno nelle nostre città.


Scioperiamo insieme perché ci muove il desiderio di costruire adesso il mondo che vogliamo vivere!

Non una di meno

🔥

26 NOV 22_ BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI: RIVOLTA TRANSFEMMINISTA – PRESS

CONTATTI E MATERIALI CONSULTABILI E SCARICABILI PER LA STAMPA

PRESS OFFICE GUIDE

Contatti per la stampa: stampa.nonunadimeno@gmail.com

COMUNICATO STAMPA/PRESS RELEASE
Online
Scaricabile

APPELLO PUBBLICO PER CORTEO E ASSEMBLEA – 26 novembre tuttǝ a Roma!
Online
Scaricabile

LINK A FOTO DELLA GIORNATA (IN AGGIORNAMENTO)

LINK AD IMMAGINI DELLE ULTIME PIAZZE PRIMA DEL 26 NOV
28 Settembre 2022 – FURIOSƏ_RISALE LA MAREA Per l’aborto libero sicuro e gratuito

OSSERVATORIO NUDM FEMMINICIDI, LESBICIDI, TRANSICIDI
https://osservatorionazionale.nonunadimeno.net/

TUTTI I RIFERIMENTI SOCIAL/BLOG
Foto: https://www.facebook.com/nonunadimeno/photos_albums
blog: https://nonunadimeno.wordpress.com/
twitter: https://twitter.com/nonunadimeno
FB: https://www.facebook.com/nonunadimeno/
IG: https://www.instagram.com/nonunadimeno/
canale youtube: https://bit.ly/2QugP7Z

COMUNICATO STAMPA / PRESS RELEASE 26/27 NOV 2022

BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI: RIVOLTA TRANSFEMMINISTA
Il 26 novembre Non Una Di Meno scende in piazza contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere per dire “Basta guerre sui nostri corpi!”

Sale la marea in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne e di genere, il movimento transfemminista NON UNA DI MENO organizzerà i seguenti eventi:

🔥26 novembre🔥 h 14 – piazza della Repubblica 

Il 26 novembre si svolgerà a Roma il corteo nazionale chiamato da Non Una di Meno contro la violenza maschile sulle donne e di genere. 

Ci mobilitiamo contro le guerre sui nostri corpi: 

Contro la violenza patriarcale che avvelena le nostre vite. Dal 1° gennaio al 22 novembre 2022 sono oltre 100 i femminicidi, lesbicidi e transcidi, come riporta l’osservatorio di Non Una di Meno (i dati saranno aggiornati il 25 novembre) e il conto continua a salire. 

Contro l’economia di guerra che cancella il nostro futuro e le priorità poste dalla pandemia. Crisi climatica, violenza economica, disuguaglianze e impoverimento colpiscono soprattutto le donne, le persone lgbtqia+, migranti, precarie. 

Contro il governo Meloni che attacca l’aborto e l’autodeterminazione riaffermando il diktat “Dio, Patria, Famiglia”, attacca l’educazione alle differenze e sessuale nelle scuole; attacca il welfare e il reddito di cittadinanza, misura insufficiente e condizionata, che ha una platea a maggioranza femminile.

Scenderemo in piazza con i centri antiviolenza femministi e transfemministi che apriranno il corteo e che rivendicano risorse e autonomia fuori dalle logiche di neutralizzazione, dei bandi e della riduzione a meri servizi sociali. 

Scenderemo in piazza con le donne iraniane in rivolta contro l’oppressione del regime, facendo nostro lo slogan “Donna, Vita, Libertà” che da Rojava diventa inno di lotta per l’autodeterminazione di tuttə. 

⚠️ Sarà una manifestazione senza spezzoni né bandiere, dai due camion organizzati il microfono sarà aperto alla molteplicità delle voci che la compongono. Invitiamo le rappresentanti politiche a rimanere in ascolto e non occupare lo spazio mediatico della manifestazione, diamo indicazione alle strutture partitiche, sindacali e organizzate di rispettare le indicazioni date. ⚠️

🔥27 novembre🔥 h 10 – aula magna Facoltà di Lettere Università Roma 3 – via Ostiense 236
Domenica mattina saremo in assemblea nazionale a Roma, per costruire il piano femminista contro le guerre sui nostri corpi, verso lo sciopero dell’8 marzo 2023. 

Scateniamo assieme la rivolta transfemminista contro le guerre sui nostri corpi!

L’unico carico residuale che conosciamo è il patriarcato! 

PERCORSO DEL CORTEO: PARTENZA DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA, VIALE LUIGI EINAUDI, VIA CAVOUR, PIAZZA ESQUILINO, VIA LIBERIANA, VIA MERULANA, VIA DELLO STATUTO, PIAZZA VITTORIO, VIA EMANUELE FILIBERTO, ARRIVO A PIAZZA SAN GIOVANNI

REPORT PLENARIA CONCLUSIVA – 30 ottobre

La plenaria di domenica 30 ottobre è stata dedicata al confronto sul percorso verso e oltre il corteo nazionale del 26 novembre a Roma, in occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere. L’obiettivo è stato rilanciare e mettere a sistema il nostro agire politico quotidiano, in un percorso che sia in grado di costruire un immaginario comune di lotta e trasformazione della realtà a livello nazionale e in forte connessione con la dimensione transnazionale. Ci siamo confrontatə in particolare sul significato che assume il 26 novembre in questo contesto, sull’immaginario, gli slogan e le rivendicazioni con cui vogliamo lanciare la manifestazione e sulle relazioni che vogliamo stringere e rafforzare verso e oltre questo appuntamento.

1. IL 26 NOVEMBRE NEL CONTESTO ATTUALE

L’assemblea ha evidenziato le strette connessioni tra la violenza patriarcale, capitalista, razzista e ambientale e il fatto che queste trovano espressione nella guerra. Abbiamo condiviso come l’analisi sulla violenza patriarcale sistemica e sulle diverse forme che assumono la violenza maschile contro le donne e le violenze di genere siano chiavi di lettura fondamentali in questa fase per tenere insieme le

diverse crisi e oppressioni che viviamo sulla nostra pelle e rafforzare la dimensione transnazionale della nostra lotta. Il 26 novembre, quindi, vuole essere una giornata di mobilitazione contro la violenza patriarcale, che oggi si manifesta anche e primariamente con la guerra: la guerra in Ucraina, le guerre in tutto il mondo, le tante guerre che si giocano sui nostri corpi.

Il nostro ruolo, in questo momento, ci impone una doppia responsabilità: da un lato, essere in opposizione a questo governo e alle sue politiche in chiara continuità con il contrattacco patriarcale transnazionale; dall’altro, non limitarci alla difesa di uno status quo che non ci è mai bastato, ben consapevoli che non vogliamo di certo un patriarcato conservatore, ma nemmeno un patriarcato democratico, vogliamo invece continuare a immaginare e costruire con le nostre lotte un mondo diverso.

Il 26 novembre vuole essere una data ampia, di connessione di diverse oppressioni, di convergenza, perché nelle nostre vite in primo luogo si intrecciano diverse contraddizioni, siamo donne e lavoratrici precarie e sfruttate, persone lgbtqia+, razzializzate e migranti, persone che subiscono gli effetti del carovita, della crisi climatica, della guerra. Il riconoscimento della sistematicità della violenza, quindi, ci aiuta a dare conto di questi intrecci.

La pratica dello sciopero in questo contesto di crisi va ripresa e potenziata, perché sia un’opzione praticabile anche al di fuori della cornice dell’8 marzo, ad esempio se il decreto Gasparri sul riconoscimento della capacità giuridica del nascituro verrà discusso in parlamento.

2.IMMAGINARIO, SLOGAN, RIVENDICAZIONI PER IL 26N

Abbiamo detto che vogliamo costruire un immaginario che renda visibile la nostra forza collettiva e la nostra rabbia, per ribaltare la vittimizzazione che ci impongono i media. Le tre questioni a cui abbiamo dedicato i tavoli, violenza e autodeterminazione, guerra, ecologia politica, ci sembrano tre nodi utili anche per articolare le nostre analisi e rivendicazioni nell’appello verso il 26 novembre, nel quale sarà fondamentale portare un’attenzione particolare all’uso di un linguaggio semplice e diretto.

Per quanto riguarda il linguaggio, negli anni abbiamo usato termini diversi per far comprendere il nostro messaggio nelle diverse circostanze e considerando a chi ci rivolgiamo: violenza maschile sulle donne e violenza di genere/violenza patriarcale, così come femminismo/transfemminismo non sono termini tra loro escludenti ma sono termini che assumiamo e usiamo a seconda dei contesti. Anche per articolare la giornata del 26N dobbiamo riuscire a mantenere l’eterogeneità del nostro linguaggio e al contempo cercare di essere chiare e comprensibili, per questo abbiamo pensato a diverse forme di comunicazione:

Lo slogan di lancio della manifestazione sarà BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI: RIVOLTA TRANSFEMMINISTA!

Nella comunicazione, grafiche, azioni, striscioni, post useremo anche JIN, JIYAN, AZADI. DONNA, VITA, LIBERTÀ, per richiamare la dimensione transnazionale delle lotte femministe, oltre agli hashtag #siamofurios #risalelamarea #sorellaioticredo.

Tra le tantissime rivendicazioni che, a partire dal Piano femminista contro la violenza, Non Una di Meno porta in piazza abbiamo riconosciuto come centrali in questa fase:

  • Il reddito di autodeterminazione, come ribadito da D.i.RE, strumento fondamentale di fuoriuscita dalla violenza, ma anche risposta agli attacchi classisti al reddito di cittadinanza e strumento di redistribuzione della ricchezza e risposta all’impoverimento dovuto al carovita.
  • Molto più di 194. Vogliamo costruire un tavolo permanente sull’aborto per elaborare rivendicazioni su aborto, educazione sessuale, diritto alla salute che vorremmo.
  • Il rifiuto della guerra e l’opposizione alla corsa al riarmo, a partire dalla nostra lettura femminista e transfemminista del concetto di pace.
  • La lotta contro la presunta Sindrome di Alienazione Parentale e i decreti Allontanamento Zero.
  • L’educazione alle differenze e per prevenire la violenza.
  • L’eliminazione della legge 164 e un focus sui trans*cidi, in forte connessione con il Trans Day ofRemembrance.

3.RELAZIONI

Vogliamo riprendere e rafforzare la relazione con i centri antiviolenza, che è fondativa di questo movimento. D.i.Re stessa ha portato in assemblea la volontà di costruire il 26 novembre insieme, ora serve portare avanti anche un percorso sui territori, perché la manifestazione nazionale sia un punto di partenza per continuare a lavorare insieme. Abbiamo proposto di organizzare sui territori degli incontri verso il 25N con i centri antiviolenza locali.A livello transnazionale, gli interventi delle compagne curde, palestinesi, iraniane hanno sottolineato come il grido DONNA, VITA, LIBERTÀ risuoni ora in tutto il mondo. La violenza contro ogni donna ci riguarda tutte e le lotte contro il patriarcato in ogni paese si danno forza a vicenda, l’unico modo per fuoriuscire dalla violenza è lottare insieme, ogni passo in questo cammino è un passo nella lotta contro il patriarcato, in tutte le sue manifestazioni. Vogliamo ricostruire e riprendere le relazioni transnazionali, a partire dalla call di EAST contro la guerra e verso il 25 novembre che si terrà il 12 novembre. Per fare questo, vogliamo ristrutturare il gruppo di lavoro transnazionale.C’è stato un intenso confronto sulle relazioni con i movimenti ecologisti e il percorso Convergere per Insorgere, promosso dal collettivo di fabbrica GKN. Abbiamo deciso che vogliamo provare ad attraversare questo percorso, consapevoli che potranno esserci delle difficoltà, portando i nostri contenuti ma soprattutto le lotte e le pratiche femministe sul lavoro costruite in questi anni, a partire dallo sciopero, per contaminare e contaminarci.Vogliamo che queste relazioni si costruiscano anche e soprattutto a livello nazionale, per non lasciare soli i territori. Allo stesso tempo, è importante riportare e condividere le esperienze di alleanze dai territori al livello nazionale. Si è discusso molto, inoltre, delle parole che vogliamo usare per nominare gli intrecci di diverse realtà, tematiche e percorsi: parlare di convergenze, intersezioni, contaminazioni rimanda a prospettive diverse ma non contrapposte su queste connessioni. A tal proposito, abbiamo deciso di scrivere una presa di posizione condivisa su cosa significa convergere per noi e perché parteciperemo al corteo a Napoli del 5 novembre “Mo bast… insorgiamo!”.

La data del 5 a Napoli può essere un primo passo per dare importanza al rifiuto delle condizioni di precarietà e violenza che si fanno sentire con maggiore forza in determinati territori del sud. Le compagne dei nodi del sud Italia hanno infatti evidenziato la difficoltà a partecipare ai momenti nazionali, date anche da queste condizioni materiali complesse. È emersa quindi la necessità di interrogarci a livello nazionale su come ritessere connessioni di lotta con compagne e collettive del sud. In generale, abbiamo condiviso una necessità di apertura del movimento senza purismi né paure, poiché abbiamo contenuti e pratiche forti a partire dalle quali metterci in dialogo. In particolare, è fondamentale metterci in gioco in spazi e con persone che non parlano i nostri linguaggi. Per questo, parlando di alleanze e relazioni, non vogliamo pensare solo ai gruppi già organizzati ma anche a persone, spazi e realtà che vogliamo attraversare e coinvolgere. In particolare, per continuare a costruire e rafforzare il processo dello sciopero – pratica che, come si diceva, potrebbe rivelarsi necessaria anche al di fuori dell’8 marzo – ci sembra fondamentale riprendere e rafforzare le relazioni con iscritte e delegate sindacali e non solo. Una proposta è quella di organizzare sui territori dei momenti di confronto sullo sciopero aperti, coinvolgendo movimenti ecologisti, rappresentanti sindacali, lavoratrici e lavoratorə in agitazione, etc.

Senza limitare tale apertura, d’altra parte, è ugualmente importante in questo contesto preservare il movimento dai tentativi di strumentalizzazione da parte dei soggetti politici che sono stati responsabili della situazione in cui ci troviamo e che ora vorrebbero usarci nella loro opposizione al governo. E, oltre a questo tipo di strumentalizzazioni, dobbiamo anche fare attenzione a non appiattire i nostri discorsi al ribasso e, consapevoli delle criticità che esistono in altri percorsi rispetto alla lotta contro la violenza patriarcale, dobbiamo essere in grado di proporre la nostra lettura, forti della potenza collettiva delle nostre elaborazioni.

Durante l’assemblea sono intervenute persone a nome di Stati Genderali, Collettivo di fabbrica GKN, moltissimi collettivi studenteschi che hanno confermato la volontà di attraversare la giornata del 26N e il bisogno di intraprendere percorsi comuni e intrecciarsi con Non Una Di Meno. Per creare davvero uno spazio di confronto, elaborazione e lotta comune, sarà fondamentale dar vita a un’assemblea nazionale il 27 novembre a Roma, aperta e attraversabile da movimenti ecologisti, studenteschi, percorsi di lotta sul lavoro e soggettività lgbtqia+.

RESTITUZIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE NON UNA DI MENO – TUTTI I REPORT

Reggio Emilia, 29-30 Ottobre 2022


Di seguito tutti i link a tutti report della due giorni nazionale a Reggio Emilia. Selezionando la pagina che ti interessa troverai i documenti conclusivi di plenarie e tavoli tematici!

Plenaria Iniziale
Tavolo Violenza
Autodeterminazione
Tavolo Guerre
Tavolo Ecologie Politiche
Plenaria Conclusiva








Aspettando di vederci il 26 Novembre a Roma, buona lettura!

testo introduttivo ASSEMBLEA PLENARIA 29 OTTOBRE

Abbiamo aperto il testo della chiamata a questa assemblea nazionale, frutto di una discussione condivisa tra le assemblee territoriali di Nudm, assumendo gli scenari che ci troviamo di fronte oggi, profondamente mutati rispetto a quelli che hanno caratterizzato la nascita del nostro movimento di lotta, come base da cui partire per immaginare i nostri passi nell’immediato futuro ma anche per definire una prospettiva di più lungo periodo.
Se volgiamo lo sguardo alla prima travolgente marea transfemminista del 26 novembre 2016, non possiamo non rilevare come la situazione sociale e politica che stiamo vivendo presenti tratti impensabili fino a qualche anno fa, un vero e proprio passaggio epocale che ci interroga sul che fare in relazione all’inedito contesto e alla sfida (alle sfide) trasformativa che ci attende. Le parole chiave che abbiamo evocato nelle nostre più recenti discussioni sono state non a caso discontinuità, mutamento radicale, urgenza.

La guerra, le crisi sanitaria, sociale e climatica hanno impattato con la forza di un tornado sui nostri corpi e sulle nostre vite e non possiamo ignorare la centralità che esse assumono nell’analisi della violenza patriarcale, strutturale e sistemica contro cui ci battiamo fin dalla nostra nascita, e che ci impone di mettere e rimettere in discussione elaborazioni teoriche, chiavi di lettura, sguardi e prospettive, strumenti e pratiche. Tutti questi processi hanno reso la violenza patriarcale più intensa e pervasiva, e rendono più difficile raccogliere le forze necessarie per lottare contro di essa, ma anche più urgente che mai ripensare la nostra iniziativa per essere all’altezza di quello che abbiamo davanti.

– Il lockdown e la crisi pandemica hanno riportato al centro il tema della riproduzione sociale come fondamentale terreno di conflitto per chiunque voglia affrontare il tema della violenza strutturale e sistemica senza semplificazioni e riduzionismi.
Abbiamo assistito alla definitiva visibilizzazione del lavoro essenziale e di cura, gratuito o malpagato, denunciando la retorica della sua glorificazione mediatica in assenza di qualsiasi misura di riconoscimento degna di questo nome. Le impennate dei trend che ci hanno consegnato – e ci consegnano tuttora in modo incrementale – cifre da capogiro riguardanti la povertà assoluta e la povertà relativa ci parlano di un impoverimento crescente della popolazione che colpisce con particolare gravità donne, bambinə e lavoratrici precarie lgbtqia+.

La pandemia ha anche mostrato le sempre più evidenti difficoltà nell’accesso alla salute, conseguenza ampiamente prevista dei processi di privatizzazione selvaggia delle istituzioni della cura e del welfare “universalistico”, che decenni di smantellamento dei servizi pubblici hanno condannato ad essere escludenti e classiste (dobbiamo cominciare a riappropriarci di questi termini!).

La crisi pandemica è stata inoltre l’occasione per progettare e sperimentare la riorganizzazione in senso mercatistico e aziendalistico del sistema scolastico e formativo, sempre più schiacciato in logiche di potere e controllo da parte di un mondo economico e finanziario che intende garantire a se stesso la riproduzione di forza lavoro povera e funzionale ai propri obiettivi di profitto. Percorsi formativi standardizzati, la didattica a distanza, già ampiamente sperimentata durante la pandemia, strumenti di controllo dell’insegnamento/apprendimento quali la didattica per competenze, i sistemi di valutazione Invalsi (nella scuola) e Anvur (nell’università), l’ingresso nelle scuole, in veste di esperti, di

rappresentanti dei movimenti pro-vita e di sponsor aziendali, sono solo alcuni dei dispositivi di disciplinamento attivati.

– La crisi climatica sta accelerando e, come abbiamo scritto nel nostro appello, non è più solo lo scenario di un futuro imminente, ma un presente generato da un modello di sviluppo neoliberista, patriarcale e predatorio segnato dalla violenza, dallo sfruttamento dell’ecosistema e del lavoro, che minaccia la vita stessa. La guerra ha posticipato indefinitamente piani di transizione ecologica già insufficienti e orientati al profitto, e di fronte abbiamo la sfida di articolare un discorso femminista e transfemminista all’altezza del conflitto ecologico in corso.

Il tema della riproduzione ambientale ed ecologica si propone con forza e con modalità diverse rispetto al passato, interrogandoci su come costruire collettivamente, secondo una prospettiva antipatriarcale e transfemminista, le condizioni per respingere i diktat della guerra, che impongono sacrifici insostenibili e decretano l’archiviazione dei già insufficienti processi di “riparazione” ambientale avviati, rischiando di chiudere il campo di scontro della lotta globale per la giustizia climatica e quello aperto con la pandemia sul terreno della salute.

– La guerra, come esito ultimo della crisi della globalizzazione, assume i connotati di un evento/processo che sconvolge e ridefinisce la mappa geopolitica ed economica mondiale attraverso la corsa al riarmo e la minaccia atomica, la stretta autoritaria e antidemocratica che colpisce innanzitutto i corpi di donne, migranti, persone LGBTQIA+ e lavoratrici, utilizzando l’approvvigionamento energetico come una delle leve principali.
L’incremento dell’inflazione, che colpisce non solo l’Europa ma sta letteralmente esplodendo nei paesi dell’Est, raddoppiando o triplicando i prezzi nel giro di pochi giorni, significa che la povertà sarà una condizione sempre più diffusa, lo sfruttamento del lavoro gratuito e salariato delle donne nelle case sarà ulteriormente intensificato, le “rimesse” saranno radicalmente impoverite minacciando la sopravvivenza delle famiglie dei migranti.
La guerra russo-ucraina, come tutte le guerre attive o latenti sul pianeta, legittima la violenza sessuale sulle donne socialmente tollerata e la repressione e la cancellazione dei diritti delle persone lgbtqia+ .
I profughi ucraini, prevalentemente donne, sono oggetto di forme di sfruttamento estremo e la guerra è diventata un alibi per instaurare nuove gerarchie tra i migranti.
Il contraccolpo patriarcale transnazionale, alimentato dai discorsi autoritari che prescrivono alle donne i ruoli di mogli e madri di famiglia, le misure e le campagne anti-gender, gli attacchi alla convenzione di Istanbul, le misure antiaborto, tutto converge per consolidare e inasprire la divisione sessista del lavoro e attaccare quei movimenti che mettono in discussione la famiglia patriarcale come nucleo di riproduzione sociale dei sistemi neoliberali e capitalistici. Anche il patriarcalismo reazionario del nuovo governo italiano, che fa della famiglia il perno della riproduzione sociale e della stabilizzazione del mercato, va letto in questa cornice.
La guerra in Ucraina evidenzia in particolare come la posta in gioco oggi, in uno scenario in cui la guerra sta esacerbando la violenza patriarcale, moltiplicando gerarchie e differenze, dividendo le nostre lotte, è come riattivare un’iniziativa politica transnazionale femminista e transfemminista per modificare profondamente le attuali condizioni di riproduzione sociale e le nostre condizioni materiali di vita.

In tutto questo l’affermazione elettorale della destra razzista, antiabortista, familista e ultraconservatrice ci consegna un governo che, al di là delle dichiarazioni “ufficiali”, sta agendo alacremente, sopra o

sottobanco, per depotenziare il diritto all’aborto e sopprimere gli spazi di autodeterminazione delle donne e delle persone lgbtqia+, per svuotare, quando non sopprimere, i percorsi di affermazione di genere, di liberazione dalle oppressioni delle norme imposte dal sistema per tuttə.
Un governo che, prima ancora di costituirsi, ha alimentato a dismisura la propaganda razzista preparandosi a perseguire l’obiettivo della chiusura dei confini. Che vuole programmaticamente ridurre le tasse ai ricchi ed eliminare strumenti già minimi e insufficienti di autonomia economica, come il reddito di cittadinanza. Che già nella sua composizione e nell’immaginario che evoca attraverso le provocatorie denominazioni che ha dato ai suoi ministeri (della famiglia, natalità, e parità di genere, etc.) riproduce uno schema sociale profondamente patriarcale, iniquo e classista. Un governo che nel suo profilo internazionale allinea l’Italia al clima culturale e al programma politico reazionario e autoritario di Polonia e Ungheria, affermando un’idea di fortezza Europa sovranista e razzista.

Il modello caro ai clerico-fascisti, che promuove la triade Dio-Patria-Famiglia in funzione repressiva e liberticida, non è più il fantasma che si aggirava a Verona e in alcune aule regionali (vd. Regione Emilia-Romagna) nel 2019, ma si incarna oggi in un disegno di governo del paese già in atto e ha le orribili fattezze di uomini e donne ultracattolici e fascisti – oggi uomini e donne “governativi” e “istituzionali”-, Fontana, La Russa, Roccella…

Ed eccoci qui, di fronte a uno scenario e a un clima politico e culturale non solo profondamente mutato ma decisamente avverso alle nostre istanze, a tessere di nuovo il nostro discorso politico ripensandolo, dopo sei anni intensi di lotte del movimento femminista e transfemminista, attraversati da accadimenti anche estremi, qualcuno sicuramente non prevedibile e non previsto.

Riprendiamo qui le parole condivise del nostro appello.
Ripensare il discorso politico non può prescindere dal ripensare e rilanciare pratiche e forme organizzative adeguate alle sfide del presente, in grado di agire i conflitti sui territori e nello spazio politico pubblico, non solo sul terreno della resistenza ma per costruire nuovi immaginari che partano dai nostri bisogni e desideri.
Non può sfuggire dall’interrogarci sul moltiplicare convergenze e costruire percorsi e orizzonti comuni a partire da un approccio intersezionale fondato sulla materialità delle nostre esistenze, dal riconoscimento di privilegi e oppressioni che le percorrono, dall’attraversamento e dalla moltiplicazione di spazi di espressione politica larghi, non identitari nè appropriabili.

Chiamiamo donne, persone lgbtqia+, persone migranti e razzializzate, precariə, disoccupatə, attivistə per il clima e chi si riconosce in queste urgenze a costruire insieme le lotte per i mesi futuri e la mobilitazione nazionale del prossimo 26 novembre.

Facciamo risalire la marea verso e oltre il 26N. Tuttə insieme, Non Una Di Meno!!!

Tocca il titolo che ti interessa per leggere il report

Plenaria Iniziale
Tavolo Violenza
Autodeterminazione
Tavolo Guerre
Tavolo Ecologie Politiche
Plenaria Conclusiva

REPORT TAVOLO ECOLOGIE POLITICHE

ANALISI
Il tavolo ha avuto l’obiettivo di assumere una prospettiva di analisi femminista e transfemminista sul tema delle ecologie politiche. È risultato chiaro fin da subito la necessità di andare oltre le elaborazioni fatte fino a quel momento sul tema, che sono state messe in secondo piano rispetto ad altro. La volontà emersa è quella di rendere concrete e tradurre in pratiche l’intersezionalità delle nostre lotte, andando oltre la teoria, includendo il discorso ecologista e rendendolo parte strutturale delle nostre rivendicazioni. Si è assunto sin da subito uno sguardo focalizzato sulle responsabilità del sistema capitalistico e patriarcale nel determinare la crisi climatica. Questo ci ha permesso di adottare una visione sistemica e strutturale sulle forme di oppressione e di violenza su corpi, umani e non, e sui territori. Questa prospettiva sposta il focus dalla responsabilità individuale della crisi climatica ad una prospettiva collettiva e, appunto, sistemica. Vogliamo uscire dalla retorica volta a colpevolizzare lə singolə e lo stile di vita che essə conducono, in quanto non fa altro che perpetuare dinamiche di privilegio e spostare il focus sui veri colpevoli: governi e multinazionali. In particolare, abbiamo ricordato ancora una volta la necessità di riappropriarci di saperi prodotti dai movimenti femministi e spesso invisibilizzati, e allo stesso tempo abbiamo sottolineato con forza l’importanza di dare spazio a saperi decoloniali e di decostruire la prospettiva occidentale. 

Abbiamo individuato la questione della riproduzione sociale come una lente fondamentale attraverso cui interpretare i fenomeni di devastazione ambientale. In particolare, questa lente ci permette di individuare i nessi fra la lotta ambientalista e quella femminista, a partire dalla possibilità di autodeterminazione sui nostri corpi e sulla nostra salute, messa in serio pericolo anche dalle conseguenze della crisi climatica. Inoltre, le conseguenze provocate da questa crisi riproducono e amplificano la divisione sessuale del lavoro e la violenza di genere. Proprio la lente della riproduzione sociale ci consente anche di leggere in maniera chiara il nesso tra ecologia, razza e genere, in particolare riconoscendo che la crisi climatica è uno dei terreni su cui si gioca la libertà di movimento e si riproducono le disuguaglianze e le oppressioni a livello globale. 

La nostra prospettiva transfemminista è anche importante e necessaria per poter superare l’immaginario di lotta per il clima come lotta giovane e generazionale e iniziare a portare nel dibattito pubblico un tema fondamentale: gli effetti della crisi hanno conseguenze sulle vite di tuttə, ma in misure profondamente differenti. Corpi di donne e persone lgbtqia+ sono quelli più colpiti, e sui quali le ripercussioni sociali derivanti dal cambiamento climatico sono più invasive. Non ci limitiamo, infatti, a proporre una equivalenza tra i corpi delle donne e la terra su cui viviamo, ma proprio a partire dalle oppressioni che subiamo abbiamo sviluppato un punto di vista che ci rende capaci di cogliere le ingiustizie perpetrate contro l’ambiente e i viventi e di proporre soluzioni che non si limitino alla conservazione, ma che abbiano una spinta creatrice e siano in grado di immaginare un futuro possibile, oltre i modi e i processi di produzione e riproduzione sociale del presente. 

Rifiutiamo la cosiddetta transizione ecologica o verde, poiché mantiene la gerarchizzazione dei territori, per cui alcuni vengono sfruttati e devastati più di altri perché, per esempio, sono più poveri. Inoltre, non mette in discussione il sistema di sfruttamento capitalistico e non tiene in considerazione la tutela della salute. Infine, prevede di mantenere, anzi di consolidare e acuire, la divisione sessuale del lavoro e di far ricadere il peso della transizione (e del lavoro di cura che ne deriverà) su donne e persone migranti. Ciò che noi pretendiamo è un radicale cambio di paradigma.

ALLEANZE FRA NUDM E I MOVIMENTI ECOLOGISTI (MA NON SOLO)
Siamo partitə dalle nostre esperienze personali per individuarci come soggetti di intersezionalità e non solo come alleatə. Siamo noi: quellə precariə, sfruttatə,ricattatə sui luoghi di lavoro, che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che si ammalano, che si assumono la responsabilità del lavoro di cura. 

Abbiamo individuato i temi legati alle condizioni materiali di vita su cui è possibile intrecciarsi con altre lotte, come per esempio reddito, salario, carovita, gendergap, salute, welfare di autodeterminazione. Questo ci permette anche di creare alleanze fondate su rivendicazioni concrete, portando le riflessioni femministe e transfemministe in altri terreni, ma anche imparando dal sapere prodotto da altri movimenti che riconosciamo come una fonte preziosa capace di portarci arricchimento. 

Abbiamo individuato dei possibili terreni di alleanza su alcune tematiche – da approfondire – come per esempio quelle dell’antispecismo. Abbiamo sentito l’esigenza di allearci con la lotta di classe e la lotta antirazzista per assumere uno sguardo decoloniale e femminista rispetto alla crisi climatica. Questo ci ha portatə anche a rivendicare, per tutti i popoli, un ambiente ospitale dove potersi autosostenere e autodeterminare e avere le condizioni fondamentali per vivere in salute. Non possiamo però slegare queste rivendicazioni da quelle per la libertà di movimento delle e dei migranti, più espostə a situazioni di violenza e di ricatto.
Abbiamo anche messo in luce come il contrasto e il rifiuto della guerra siano strettamente legati alla lotta ecologista. 

Abbiamo discusso su come allearci e abbiamo evidenziato la complessità di realizzare, nella pratica, una lotta intersezionale: proprio perché viviamo molteplici oppressioni spesso ci troviamo a non avere le forze per affrontare tutte le mobilitazioni, o non ci sentiamo preparate a sufficienza su alcuni temi per prendere parola pubblicamente. Non si tratta, però, di sottrarsi, ma di costruire potenza collettiva che ci sostenga e ci permetta di lottare insieme. Questo anche perché riconosciamo la responsabilità politica di portare una prospettiva transfemminista in luoghi diversi dai nostri. Veniamo sempre più chiamatə a farlo e, se non lo facciamo, corriamo spesso il rischio che i nostri discorsi vengano strumentalizzati da soggetti terzi. 

VERSO IL 26 NOVEMBRE
Identifichiamo la data del 26 Novembre non come una ricorrenza, ma come una data attraversata da diverse lotte. In questo contesto, scendiamo in piazza contro la violenza strutturale, partendo dalle nostre condizioni materiali per costruire alleanze e iniziare a lavorare verso lo sciopero dell’8 marzo 

Abbiamo condiviso l’importanza di trovare pratiche inedite per visibilizzare gli impatti della crisi climatica su donne e persone lgbtqia+ e per mostrare la violenza che ne deriva, superando la lettura maschile e mainstream del fenomeno della crisi ambientale. Nel creare alleanze con le lotte ambientaliste (ma non solo) verso il 26 novembre, ci proponiamo di attraversare spazi di confronto dove poter costruire percorsi comuni e prenderci il tempo per conoscere le altre lotte ed elaborare una condivisione di tematiche. Tuttavia, pensiamo sia necessario che anche i “margini” si costituiscano come terreni di alleanza e che creare alleanze territoriali e laboratori politici sia fondamentale in questo senso, per superare la gerarchia tra centro e periferie che agisce anche facendo pagare la crisi climatica ai territori già più fragili. In questo crediamo che la capillarità della diffusione dei nodi di Non Una Di Meno possa essere una ricchezza per costruire iniziativa politica, lotte territoriali e saperi locali da condividere e rendere contestualmente patrimonio collettivo.

REPORT TAVOLO GUERRA

Il tavolo Guerra ha aperto un momento di discussione e confronto sulla guerra in Ucraina, sul tema delle guerre in generale e sulla nostra prospettiva transfemminista, un ambito di confronto che fino a oggi non aveva avuto questa ampiezza e focalizzazione. Dal tavolo è emerso il bisogno condiviso di fare del rifiuto della guerra in Ucraina una priorità del movimento femminista e transfemminista da qui in avanti, in vista della manifestazione del 26 Novembre a Roma e oltre. Per noi la lotta contro la violenza maschile e di genere in questo momento non può prescindere dall’opposizione a questa guerra che sta trasformando radicalmente le nostre condizioni di vita e di lotta.

Ci siamo a lungo confrontate sulla possibilità di parlare di guerra o guerre. La discussione è stata articolata e ha espresso posizioni diverse rispetto alla discontinuità e centralità della guerra in Ucraina. Abbiamo però condiviso l’urgenza di trovare dei terreni comuni a partire dai quali costruire un discorso femminista e transfemminista e una mobilitazione contro la guerra. Come rete di movimento ci siamo sempre schierate contro tutte le guerre, oggi questo nostro rifiuto deve confrontarsi con il presente e non può fare a meno di riconoscere gli effetti che la guerra in Ucraina sta producendo sulle nostre vite. La guerra in corso si pone in forte discontinuità e al tempo stesso riconfigura gli altri conflitti nel mondo. Un altro tema al centro della discussione è stato quello dell’aumento delle spese militari e per il riarmo che implica precise scelte da parte dei governi europei e va a svantaggio di altre destinazioni dei soldi pubblici. La contestazione di queste
politiche di riarmo non significa che non siamo dalla parte di tuttə e tutti coloro che sono obbligatə a difendersi
per sopravvivere, ma che vogliamo innanzitutto la fine di questa guerra. Abbiamo ritenuto fondamentale unire al nostro rifiuto della guerra il tema del disarmo globale. Contemporaneamente abbiamo sviluppato una riflessione sulla necessità di superare queste polarizzazioni su tematiche che non sono in nostro potere e che per loro natura si presentano con una dicotomia che non ci appartiene, per concentrarci invece, partendo dall’analisi della violenza patriarcale, sulle logiche di questa guerra.

Non ci ritroviamo dunque nella polarizzazione del dibattito che abbiamo visto fin dall’inizio della guerra e che replica i fronti di guerra, che invece Noi vogliamo e dobbiamo attraversare per radicare le nostre lotte nel presente. Siamo dalla parte di coloro che ovunque stanno pagando il prezzo della guerra e i suoi effetti e la stanno rifiutando. Non siamo neanche per un pacifismo vuoto e indeterminato perché per noi la pace è un terreno di battaglia femminista contro violenza patriarcale, razzismo e sfruttamento.
La guerra in Ucraina, che produce morte e miseria, è una guerra alle donne che legittima la violenza patriarcale, impone gerarchie sessuali e di genere, produce effetti materiali sulle nostre vite, come l’inflazione e il carovita, intensifica l’attacco alle donne e alle persone lgbtqia+, chiude spazi di lotta. Legittima governi conservatori e reazionari come il governo Meloni, che forte della sua legittimazione atlantica attaccherà le donne e le persone lgbtqia+, o Erdogan e il governo polacco. Sottrae fondi al welfare per destinarli alla militarizzazione, distrugge i territori e l’ecosistema.

Nel tavolo abbiamo anche ripercorso le ricadute delle guerre sui nostri territori e la militarizzazione di ogni ambito della società. Allo stesso tempo abbiamo condiviso le diverse iniziative di lotta che ci sono state in questi mesi sui territori – la lotta contro la base di Coltano e le basi in Sardegna, contro il rigassificatore, le carovane in sostegno alle donne ucraine – e le lotte transnazionali come quelle promosse dall’Assemblea Permanente contro la guerra e la rete EAST. Abbiamo parlato della scuola e dell’istruzione, ambiti che sono anch’essi trasformati dalle guerre e nei quali in questo istante è fondamentale prendere posizione contro la guerra mettendo in comunicazione studentx, docenti, genitori.

La manifestazione contro la guerra che si terrà a Roma il 5 novembre ci impone di pensare e discutere che pace vogliamo. Per noi non c’è pace senza lotta alla violenza patriarcale e di genere. Abbiamo anche enfatizzato l’importanza di mettere insieme la lotta contro la guerra e il caro vita per costruire una politica transnazionale di pace. È emersa l’urgenza di articolare una posizione autonoma femminista e transfemminista che ci permetta di parlare alle donne e alle libere soggettività e di intervenire all’interno dei movimento producendo alleanze con movimenti sul territorio e movimenti transnazionali che già si oppongono alla guerra. Su questo è emerso forte il desiderio sia di ricostruire/rafforzare un gruppo transnazionale di NUDM, sia di unirsi alla chiamata di EAST del 12 e verso il 26N per unire la nostra lotta a quella delle
compagne iraniane, ucraine e russe. Per questo dal tavolo è emerse la necessità di caratterizzare la manifestazione del 26 novembre contro la violenza maschile e di genere in modo da mostrare il nesso tra violenza patriarcale e guerra e rendere evidente la necessità di costruire una pace femminista e transfemminista. Per questo abbiamo discusso diversi slogan come “no alla guerra sui nostri corpi e alla vita”o lo slogan “Jin Jiyan Azadi” (donna vita libertà) che richiama esplicitamente la potente rivolta guidata dalle donne in Iran e la lotta delle compagne curde.

Infine per il 26N riteniamo necessario pensare insieme come caratterizzare il corteo con la nostra opposizione alla guerra, quali punti segnalare e quali azioni fare in tal senso.