Appoggiare la riforma della cittadinanza da un prospettiva femminista

di Wissal Houbabi e Enrica Rigo

Il dibattito che si è prodotto attorno alla proposta di riforma della cittadinanza, più che parlare di uno ius soli “temperato”, sembra stemperare, dissolvere la discussione attorno a una partitella politica e elettorale di bassa lega. Una partitella che, sul finire dell’estate, ha ipocritamente giocato in termini razzisti la cronaca quotidiana della violenza maschile contro le donne; una violenza che – non ci stancheremo di ripeterlo – non ha passaporto se non quello del patriarcato.

La proposta di legge in discussione in parlamento è certo una riforma stretta, innanzitutto per la retorica sacrificale che abbraccia. La cittadinanza va “meritata” – dice il testo approvato alla camera – attraverso il sudore delle madri e dei padri (almeno un genitore deve essersi conquistato il permesso di soggiorno di lungo periodo, traguardo che la legge italiana condiziona al lavoro e al reddito) o attraverso i percorsi scolastici che, nel caso della scuola primaria, devono concludersi positivamente (non sia mai che conferiamo la patente dell’italianità a dei somari!).

È una riforma stretta per le donne migranti e le loro figlie, per cui accedere alla cittadinanza significa avere uno strumento per sottrarsi alla subordinazione imposta da mariti e padri e al ricatto del permesso di soggiorno legato alla famiglia. È stretta per chi non vuole crescere i propri figli come status di privilegio o subordinazione, ma semplicemente come bambine e bambini. È stretta per chi, solo qualche anno fa, ha creduto nella possibilità di costruire un’Europa dove la cittadinanza nazionale sarebbe servita a poco; ovvero, ha creduto in quella stessa utopia visionaria che migranti e nuovi cittadini concretizzano ogni giorno attraversando i confini materiali e simbolici che intrappolano l’Europa in una gabbia sempre più angusta di razzismo, nazionalismo, sessismo.

Nonostante stia stretta anche a noi, abbiamo preso una posizione netta per l’approvazione della riforma; innanzitutto come attiviste, per farne uno strumento con cui combattere le battaglie quotidiane contro il sessismo e il razzismo, e per fare della cittadinanza stessa un campo anche di altre battaglie. Prima tra tutte, quella contro le politiche sulle migrazioni e di blocco dei confini messe in campo da questo stesso governo a cui, peraltro, va attribuita la paternità delle leggi Minniti-Orlando e al quale non va lesinata alcuna critica. Le frontiere interne della cittadinanza e quelle esterne – erette contro le e i migranti che chiedono il riconoscimento di diritti o di essere ammessi entro i confini europei, spesso mettendo in gioco la propria vita – non possono essere considerate come questioni separate, se non a costo di costruire le nostre società sulla linea dell’apartheid e del razzismo.

Basterebbe questo per sviluppare poderosi anticorpi contro la retorica dell’italianità abbracciata dagli oppositori della riforma o, peggio, da chi si nasconde dietro preoccupazioni prudenziali: la cittadinanza andrebbe “meritata”, perché “regalarla” sarebbe un pericolo per il futuro e la struttura sociale di questo paese. Sulla base di quali meriti? Quelli di una retorica populista? La stessa che alimenta le stragi sui confini? O quelli di chi la cittadinanza l’ha ottenuta per “ius sanguinis”? Che almeno bisognerebbe avere il buon gusto di chiamare privilegio.

La battaglia per lo ius soli non è più solo quella per una legge che interessa uno o più gruppi di sostenitori o diretti interessati: ha contagiato le scuole di ogni ordine e grado e le aule universitarie, alunni e genitori, attraversando luoghi che per alcuni sono di lavoro, per altri di condivisione e crescita. Quasi a confermare come la questione della cittadinanza si collochi sempre da qualche parte tra le regole che prescrivono chi può essere cittadino e la società nella sua composizione reale. Oggi queste regole sono così indietro rispetto ai soggetti sociali che pretendono di rappresentare e governare che anche una riforma stretta può segnare un lungo passo in avanti.

Peraltro, lo ha mostrato bene oltre un anno di riflessione di Non Una di Meno, un movimento che ha saputo, da un lato, far attraversare ogni pratica femminista dal tema delle migrazioni, dall’altro, ridefinire in termini femministi la critica delle frontiere, del sistema di asilo e accoglienza, il tema dei permessi di soggiorno e, non da ultimo, quello dello ius soli.  La prospettiva è stata proprio quella di rifiutare ogni retorica che vuole dipingere la cultura italiana come un qualcosa di omogeneo nello spazio e nel tempo e che consegna le figlie e figli “di seconda generazione” all’imbarazzante situazione di sentirsi chiedere continuamente se si sentono italiane e italiani.

In Italia, c’è un pezzo di società che rivendica il proprio diritto a non riconoscersi in alcuna identità data, che ha piena coscienza di sé e non accetta più di vivere alcun trattamento discriminatorio. Un pezzo di società che pretende gli stessi diritti di partecipare alla vita politica, di circolare liberamente e di poter restare in questo paese senza subire una vita in continua scadenza. Un pezzo di società che non sarà messa a tacere perché coinvolge quasi un milione di giovani ragazze e ragazzi; nonostante la politica istituzionale si ostini a non riconoscerlo.

 

 

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Non Una di Meno: la marea sta tornando, non si fermerà

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Siamo tornate a riempire le piazze di oltre 30 città in Italia, in migliaia in corteo a Roma e a Milano per reagire e dire basta alla violenza sui nostri corpi. Nella giornata mondiale internazionale per l’aborto libero e sicuro ci siamo riprese lo spazio pubblico per denunciare quel che le donne vivono sul piano della salute sessuale e riproduttiva.

Al non riconoscimento de facto della legge 194, con una media del 70% di ginecologi obiettori sul territorio nazionale, si accompagnano le violenze perpetrate nei reparti di ginecologia e maternità, dove le donne e le persone intersessuali subiscono l’abbandono, la disinformazione, l’umiliazione e procedure mediche coercitive.

Respingiamo i consigli paternalisti di chi ci vorrebbe rassegnate al nostro destino di angeli del focolare, fragili ancelle di una società misogina e patriarcale. Rifiutiamo con forza la retorica vittimista, funzionale soltanto al nostro addomesticamento, alla nostra marginalizzazione nel discorso e nello spazio pubblici, nei rapporti sociali. Ai femminicidi, alle violenze, agli stupri, non corrispondono una presa di coscienza e delle azioni di contrasto adeguate da parte delle istituzioni e della società tutta che, anzi, continuano a utilizzare retoriche volte a colpevolizzare le donne. Dai giornali, ai tribunali, agli ospedali le nostre vite sono passate al setaccio e giudicate, la nostra autonomia offesa e ostacolata.

Abbiamo riaffermato la centralità della libertà di scelta sui nostri corpi e desideri, rifiutando qualsiasi norma che tenti di imbrigliare le nostre forme di vita e soggettività favolose e smascherando l’inganno di politiche autoritarie e razziste che, in nostro nome, strumentalizzano la violenza di genere, proponendosi come la (falsa) soluzione a un fenomeno che da tempo definiamo strutturale.

Abbiamo riempito le piazze non solo con un’utopia, ma con tutta la nostra concretissima realtà: quella dei centri anti-violenza, degli sportelli autogestiti, delle consultorie transfemministe queer, delle studentesse e delle insegnanti, delle precarie, delle migranti, di tutt* coloro che quotidianamente lottano contro ogni forma di violenza e subordinazione, di sessismo e di razzismo.

Nuovamente al grido di Non Una Di Meno ci siamo rimesse in cammino: un percorso che fin dalla prima assemblea nazionale ha avuto la capacità di mettere insieme l’ampiezza e la complessità dei femminismi, delle esperienze di lotta, di riappropriazione, autogestione e mutuo soccorso delle donne nel nostro Paese. Abbiamo scioperato l’8 marzo insieme alle donne di oltre 60 paesi nel mondo, dal lavoro produttivo e riproduttivo, rifiutando le politiche globali di sfruttamento e il nuovo impoverimento che colpiscono in primo luogo le donne.

Il 14 e il 15 ottobre saremo a Pisa per la quinta assemblea nazionale di NonUnaDiMeno, dove discuteremo del nuovo anno di mobilitazione che ci attende e continueremo il lavoro sul nostro Piano Femminista Contro La Violenza, iniziativa delle donne e delle soggettività transfemministe queer per dar vita a cambiamenti sostanziali e per elaborare uno strumento autorevole di trasformazione, ma anche e soprattutto di lotta, sui temi dell’autodeterminazione, della salute, della libertà di scelta, del lavoro, del welfare, dell’educazione, delle migrazioni, della narrazione.

Il 25 novembre torneremo a essere marea nella giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, riempendo ancora le strade con la ricchezza, la complicità, la solidarietà dei nostri corpi, la potenza dei nostri desideri e delle nostre rivendicazioni. 

Siamo marea, stiamo tornando a inondare le strade!

28 settembre 2017 – Giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro.

Il movimento femminista Non Una Di Meno torna in piazza in tutta Italia.

 Roma – Piazza dell’Esquilino ore 18.00

Le donne tornano in piazza per difendere il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Nella giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro, il movimento femminista Non Una Di Meno scende nelle piazze di tutta Italia per chiedere che venga riconosciuta in tutti i Paesi del mondo la libertà di scelta delle donne e che l’aborto sia OVUNQUE sicuro, libero e depenalizzato.

In Italia, dove l’interruzione volontaria di gravidanza è formalmente garantita dalla legge 194 del 1978, siamo oggi in una situazione paradossale: la media nazionale dei medici obiettori di coscienza ha raggiunto ormai il 70%, costringendo di fatto le donne che scelgono di abortire a una corsa contro il tempo, a spostamenti in altre regioni se non a viaggi all’estero.

Scendiamo in piazza per mettere la parola FINE sulla strumentalizzazione del corpo delle donne in tutti i settori della vita sociale, dalla politica alla medicina; per mettere la parola FINE sulla violenza contro le donne che viene agita ogni giorno, dentro e fuori le mura domestiche; per mettere la parola FINE sul racconto distorto dei media e delle istituzioni che vogliono addomesticare le donne con i loro “manuali” e consigli paternalistici: del resto, ce lo insegna il senatore D’Anna, il desiderio maschile è “istinto primordiale”, se non teniamo conto di ciò, vuole dire che un po’ ce l’andiamo a cercare!

Uno stupro è uno stupro, e a stuprare sono gli uomini, al di là della loro nazionalità, provenienza o estrazione sociale.

Rifiutiamo la cultura del possesso che innesca la violenza maschile e non accettiamo il ricatto della paura, che vuole le strade delle nostre città come savane infestate da predatori, da cui ci si può difendere solo rinunciando alla libertà di muoversi e al prezzo di una diffusa militarizzazione e videosorveglianza.

La nostra difesa non la deleghiamo perché le strade sicure le fanno solo le donne che le attraversano. Se questa è guerra contro le donne, noi risponderemo! ve la siete cercata! Libere dalla paura, unite nella solidarietà!

Non Una di Meno – Roma

Contatti per la stampa:

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Appello Assemblea Nazionale, Pisa 14-15 Ottobre

Appello per l’assemblea nazionale di Non Una Di meno a Pisa
Un anno di non una di meno a Pisa, in Italia e nel mondo.
È passato un anno da quando Non una di Meno ha iniziato a vedersi, confrontarsi e redigere il Piano Femminista contro la violenza. Nel corso di quest’anno Non Una Di Meno ha costruito tre date di mobilitazione internazionale, 4 assemblee nazionali con migliaia di partecipanti, assemblee territoriali attive in tutta Italia. La stesura del piano femminista dal basso attraverso gli 8 tavoli tematici contro la violenza e la costruzione dello sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo dai generi e dei generi sono stati i vettori trainanti dell’attivazione di migliaia di donne.
Anche a Pisa a partire da quest’autunno abbiamo iniziato a confrontarci sui temi del Piano Nazionale contro la violenza. La nostra rete è composta da tante anime differenti che hanno imparato a conoscersi e unirsi per un obiettivo comune. Nell’invitare tutt* all’assemblea nazionale di Non Una di Meno nella nostra città, abbiamo deciso di raccontare la nostra esperienza cittadina, per condividere riflessioni, emozioni, e prospettive.
Ni una menos : una marea globale.
La marea globale di Ni Una Menos ha scosso profondamente il mondo intero. Da quando nel 2015 in Plaza del Congresso a Buenos Aires e in centinaia di altre piazze argentina, migliaia di donne si sono radunate per organizzarsi ed unirsi contro la violenza sulle donne, le porte si sono aperte per una rivoluzione femminista globale.
Il 26 novembre a Roma, 250.000 persone sfilano in corteo per le strade della capitale. La marea inonda la città e il paese. Non riusciamo ancora a trovare le parole per descrivere l’incredibile potenza collettiva che abbiamo percepito quel giorno. La nostra storia inizia lì, con i nostri passi che procedono decisi lungo le strade di Roma, insieme a quelli di tante che non avevamo mai incontrato, a fianco dei familiari, degli amici, delle amiche delle donne uccise dalla violenza,vicino a tutte quelle che da sempre rendono vivi luoghi di mutualismo e supporto per le donne, per i/le omosessuali, per i/le trans, per tutti i soggetti non conformi.
Lo sciopero globale dell8 marzo.
Tante e complesse assemblee per costruire la giornata di mobilitazione, la rete Non Una di Meno a Pisa sconta ancora molte difficoltà e limiti. Molte di noi si conoscono già da tempo, hanno partecipato insieme ad altri movimenti in città e in Italia, venendo da percorsi politici diversi. Alcune si affacciano per la prima volta su questo composito e complesso panorama di realtà cittadine. Nuovi collettivi transfemministi queer nati in città costruiscono la rete insieme a realtà con più anni alle spalle.
Le cose sono andate avanti: da anni Pisa non vedeva una giornata di mobilitazione come quella dell’otto marzo, dove si sono incrociati percorsi vecchi e nuovi ed altri ne sono stati tracciati. Iniziata con lo sciopero delle lavoratrici delle pulizie dell’ospedale in un continuo di iniziative sino al corteo di migliaia di persone, aperto dai centri antiviolenza attivi da anni sul territorio, seguiti dalle donne che questa città la abitano, che hanno riscontrato sul proprio corpo i mille volti della violenza di cui il movimento tutto ha parlato. Un soggetto chiaro ma con confini labili, dai tanti volti e dall’irriducibile trasversalità.
È stato il riconoscersi in una condizione comune e nella volontà di rifiutare i soprusi che ad essa vengono collegati. E da questa condizione comune siamo partite, incrociando i nostri passi che con nuovo ritmo hanno invaso la città di Pisa, segnalando le farmacie obiettrici di coscienza, luoghi in cui il pink washing è pratica quotidiana, i luoghi della precarietà lavorativa e sociale, i palazzi vuoti tolti alla città e la forte militarizzazione delle strade al grido “le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”.
Una giornata di cui il corteo è stato solo il momento finale. Lo sciopero femminista e` iniziato la mattina con azioni e incontri dislocati in città: sanzionamenti e blocchi degli ospedali, prima dalle lavoratrici in lotta della Sodexo, poi per fare luce sul diffuso fenomeno dell’obiezione; incontri pubblici organizzati dai centri antiviolenza; momenti di educazione alle differenze per bambin*; consultori in piazza; una biciclettata per rinominare le strade e le statue di Pisa, che vedono solo nomi maschili. È cosi che dalle prime luci del giorno, Pisa si e` tinta di fuxia.
Le nuove occupazioni femministe a Pisa
Questo percorso ha inciso così tanto sulla città e sulle persone che la vivono che si è sentito il bisogno di aprire nuovi spazi e di connotare quelli già esistenti in un ottica transfemministaqueer. Una rivoluzione che ha inciso sulle nostre vite personali e suoi luoghi che attraversiamo. Per questo la primavera ha visto l’apertura di due spazi: la Mala Servanen Jin – casa delle donne che combattono l’8 marzo e la Limonaia – Zona Rosa Il 7 Aprile. L’autogestione, con la conseguente creazione di servizi dal basso che rispondano ad esigenze reali, è una pratica femminista, così come il riaprire spazi affinché siano attraversati e vissuti da tutt*. Oltre alle due occupazioni in città viene aperto uno spazio d’ascolto curato dal collettivo Quersquilie, dedicato a giovani e adolescenti LGBTQI, un centro dove poter essere ascoltat* riguardo a questioni di genere e di orientamento sessuale.
I due spazi diventano safe, spazi aperti a tutte e tutti. Mentre alla Mala Servanen Jin dopo ingenti lavori di ristrutturazione dello spazio, trovano casa alcune donne in emergenza abitativa, e iniziano percorsi di riflessione e lotta sul terreno del welfare, alla Limonaia viene aperta la consultoria autogestita e lo sportello legale di Obiezione Respinta, entrambi con il supporto di due altre realtà della rete cittadina, il centro anti-violenza “Casa della Donna” e l’AIED.
Dagli sgomberi alle rioccupazioni: una rete che cresce
Verso fine mese la Limonaia riceve la notizia dell’ordine di sequestro e si prepara ad uno sgombero. Viene convocata una grande assemblea cittadina dal titolo:”Chi decide ?”. Tutte le realtà della città rispondono alla chiamata, il tema della giornata è quello della decisionalità. Chi decide sui nostri corpi, sui nostri spazi, sulla nostra città? A partire dai percorsi di autodeterminazione nell’ambito della salute, riflettiamo in quanto soggettività i cui corpi sono sempre stati terreno di conquista, sullo stato dell’arte dei servizi che riteniamo carenti nella nostra città e sui quali l’amministrazione ha disinvestito. Prende parte alla giornata anche il neo-nato collettivo Migranti di Pisa, nato dai centri d’accoglienza, che già aveva organizzato alcune iniziative nel giardino della Limonaia Zona Rosa, dentro la mobilitazione femminista, a partire dalla comune condizione di subalternità.
Di lì a poco la Limonaia viene sgomberata ma l’umore non si abbassa. Il percorso Chi Decide, iniziato dentro lo spazio, prosegue fuori, più precisamente in piazza davanti al Comune di Pisa, quando è ormai chiaro a tutt*che è arrivato il momento di chiedere conto al Sindaco, fino ad allora rimasto estremamente silenzioso, del futuro dei nostri e degli altri spazi della città. Arriva anche lo sgombero della Mala Servanen Jin. Ci ritroviamo tutte, proprio tutte, lì davanti, insieme di fronte alla celere. Ancora insieme, dopo le cariche violentissime che tutte e tutti hanno poi visto nei video diffusi quel giorno.Da lì la mobilitazione riparte e la rete Non Una Di Meno torna a crescere in fiducia, in rapporti, in capacità di costruzione collettiva.
Dopo gli sgomberi i vari laboratori, sportelli, eventi, aperitivi si svolgono nelle piazze e negli spazi occupati che hanno offerto una casa temporanea ai progetti. Continuano le lotte femministe sui luoghi di lavoro e per il diritto alla casa e all’autodeterminazione, contro un sistema welfaristico che riproduce sistematicamente subalternità. Altro momento fondamentale per riflettere insieme su come costruire ogni giorno gli spazi safe che attraversiamo e’ stata la due giorni transfemministaqueer de La Collettiva, che è proseguita con riflessioni sul genere e sulla sessualità, sulla pornografia fino alla violenza che le donne subiscono nelle aule di tribunale.
Proseguono intanto le assemblee e le iniziative in piazza davanti al Comune e cresce il bisogno di dare corpo a questo intreccio di lotte,dalle battaglie sul diritto all’abitare, alla questione della salute, a quella degli spazi, alle condizioni di vita nei centri d’accoglienza. Nasce così l’idea di costruire un corteo cittadino il 10 giugno,raccogliendo la data lanciata dal movimento di lotta per la casa cittadino, in cui tutte le vertenze e soggetti potessero camminare insieme. Dieci giorni prima del corteo le compagne della rete Non Una Di Meno riaprono tutte insieme la Mala Servanen Jin. Il 9 giugno le stesse compagne, tutte insieme, riaprono la Limonaia – Zona Rosa. Il 10 giugno alla manifestazione chiamata «Decide la città», un grande striscione fuxia dice: sui nostri corpi e sui nostri spazi decidiamo noi, firmato Limonaia – Zona Rosa e Mala Servanen Jin riaperte.
Non una di meno Pisa riparte
Tra sgomberi, iniziative e cortei i ritmi imposti dagli eventi si fanno frenetici e diviene, in questo periodo, sempre più difficile confrontarsi: riaffiorano tensioni e incomprensioni. A termine del periodo delle rioccupazioni, la rete decide di riunirsi. Sedute in cerchio, esauste alla fine di una anno di mobilitazione permanente,parliamo senza peli sulla lingua: le criticità sono messe a nudo, senza tattiche, perché l’unica cosa che tutte avevamo da perdere era la rete stessa, che però al contempo non avrebbe potuto continuare senza una condivisione più profonda, più intima, più cruda. Quella sera i dubbi che ci avevano divise, insieme alle fragilità che tanto avevamo cercato di nascondere,ci hanno fatto ritrovare vicine, empatiche e complici nella decisione di continuare una lotta comune. É per questo, che anche oggi, mentre scriviamo questo appello non nascondiamo le difficoltà e le tensioni che ci sono state: è anche grazie a queste che oggi siamo qualcosa di molto diverso da quando siamo partite. Oggi crediamo che le nostre debolezze e insicurezze non sono tali se le mettiamo insieme: siamo donne unite dalla forza di voler reagire. Sta in questi gesti, in queste mutazioni radicali del nostro modo di stare insieme e di lottare insieme che Non Una Di meno Pisa ha saputo costruire una rete femminista che è anche rete di solidarietà.
Mentre in queste calde settimane di sgomberi italiani anche i nostri spazi sono a rischio, non riusciamo però a trattenere l’emozione all’idea di ospitare in questa città l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno per costruire insieme la giornata di mobilitazione del 25 novembre. Per questo invitiamo tutte e tutti a costruire con noi le giornate dell’assemblea nazionale, il 14-15 ottobre.
Prima di quella data, saremo impegnate come tante della rete Nazionale nella costruzione della giornata del 28 settembre, giornata mondiale per l’aborto sicuro, un tema lungamente affrontato nel tavolo “salute”, un diritto assolutamente non garantito. Perché privare le donne della possibilità di scegliere sul proprio corpo e’ violenza di genere.
Non Una di Meno Pisa

Report del tavolo Femminismi e Migrazioni (Trieste 16-17 sett)

Il tavolo nazionale “femminismi e migrazioni” di Non una di meno si è riunito a Trieste e ha iniziato la discussione a partire dai punti concordati il 22-23 aprile. È emersa innanzitutto l’esigenza di una mobilitazione da parte di Nudm, in risposta a due istanze. La prima è quella di far sentire il nostro secco “No!” al decreto Minniti Orlando e alle politiche del governo Gentiloni in materia di migrazioni. La seconda istanza è la lunga sequela di strumentalizzazioni del corpo delle donne in chiave razzista e sessista: o vittime o puttane, il terreno di scontro è sempre il corpo femminile. È stata in sostanza ribadita la necessità della ripresa della parola pubblica da parte di Nudm all’interno del dibattito politico complessivo a partire dai punti riportati nel report precedente. Questa ripresa di parola pubblica non può che avvenire all’interno di uno spazio politico, orientato verso una mobilitazione autunnale.

MOBILITAZIONE AUTUNNALE. I lavori sono stati inaugurati sabato 16 settembre, all’insegna dell’esigenza di una mobilitazione. A tale proposito è emerso che negli scorsi giorni a Roma è stata lanciata la data del 21 ottobre. Vi parteciperanno realtà eterogenee, che dall’Arci ai centri sociali alla Rete operatori sociali contro l’Orlando Minniti. Ci siamo così confrontate sul tema di un’eventuale adesione a una mobilitazione lanciata da altri: un inedito per la rete Nudm nazionale. Preso atto che la data c’è, da lì ci si è interrogate tenendo conto di due esigenze. La prima è quella di rispettare le modalità di elaborazione tipiche di Nudm: i suoi tempi, i suoi percorsi, la scelta di convocare solo date autonome. L’altra opzione è provare a contaminare una piattaforma preesistente con una prospettiva femminista. Su questo rimandiamo ai territori le discussioni poiché non spetta al tavolo “femminismi e migrazioni” prendere una decisione collettiva.

Indipendentemente dal punto precedente, concordiamo sulla necessità di portare avanti le date lanciate autonomamente da Nudm improntandole ai temi dell’antirazzismo e dell’antisessismo in maniera trasversale. Ad esempio Roma renderà trasversale la data del 28 settembre, inizialmente pensata in termini di diritto alla salute, includendo i temi sopra citati. Invitiamo i vari territori a portare avanti iniziative e pratiche in vista del 25 novembre.

OBIETTIVI E PRATICHE. L’esigenza di una mobilitazione è sentita e condivisa come l’esito di un percorso che tocca i temi più disparati, attorno ai quali la discussione si è concentrata soprattutto nella giornata di domenica 17 settembre. Indipendentemente dalla partecipazione o meno di Nudm alla giornata del 21 ottobre, infatti, crediamo sia fondamentale portare avanti le iniziative di mobilitazione proprie di Nudm nelle città. Queste iniziative devono essere il frutto di una presenza capillare sui territori, capace di influire su aspetti della vita pubblica quali comunicazione mediatica, educazione, salute, lavoro, politiche.

La discussione di domenica 17 settembre si è aperta con l’intervento dei Compas dalla Slovenia. I compagni hanno messo in luce la criticità della situazione slovena: la migrazione è trattata come un fenomeno emergenziale e non si lavora in direzione dell’integrazione; le donne migranti in particolare sono escluse dagli spazi pubblici e dal discorso mediatico; i richiedenti asilo sono “accolti” in centri molto lontani dalle città dove le donne rimangono schiacciate nel ruolo di madri o mogli. A ciò si aggiunga che in tutta la Slovenia ci sono 400 richiedenti asilo di cui nessuno dall’Afganistan (giacché è considerato un paese sicuro dal governo sloveno); praticamente tutti i partiti politici sloveni considerano l’immigrazione un pericolo; a occuparsene rimangono realtà come i due collettivi di Lubiana che lavorano con i migranti. In seguito agli interventi dei compagni sloveni è stata ribadita la necessità e la disponibilità delle varie realtà presenti sul territorio del Friuli Venezia Giulia a costruire reti internazionali e ad attivare quelle preesistenti. È stata portata la testimonianza diretta della limonaia di Pisa come spazio di chi non ha voce, luogo di incontro per i richiedenti asilo che si sono costituiti in “Collettivo migranti” e hanno organizzato una mobilitazione cittadina. È stato un percorso a metà tra autocoscienza e forma assembleare in cui i migranti si sono raccontati, gli uni agli altri e poi in piazza.

Ciò detto, ecco l’elenco di obiettivi e pratiche programmatici su cui ci si è focalizzate durante la due giorni triestina:

OBIETTIVI

  • Ribadire il nostro secco “No!” al decreto Minniti Orlando
  • Ribadire che la violenza è soprattutto maschile e patriarcale e legata a doppio filo con il razzismo
  • Mettere in luce il legame di sessismo e razzismo con il precariato
  • Richiedere un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato da studio e lavoro nonché da mariti, fratelli, padri
  • Far sì che le donne migranti siano considerate non oggetti bensì soggetti politici
  • Stare nel dibattito pubblico
  • Organizzarsi come presenza capillare sui territori

PRATICHE

  • Scendere in piazza nelle città per dire “non sui nostri corpi”
  • Cercare di entrare nei luoghi dove le donne migranti vivono
  • Creare spazi per sole donne, dal corso di cucina al corso di lingua, ad esempio, nei quali porsi in maniera orizzontale
  • Coinvolgere anche uomini migranti e donne e uomini non migranti (intersezione con temi educazione e media)
  • Valorizzare le donne migranti che già sono presenti nel movimento

Dopo il presidio a Il Messaggero…Una lettera del Tavolo Media Roma

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Gentili Redazioni,

scriviamo a proposito dell’azione che l’assemblea territoriale Non Una di Meno Roma ha svolto ieri pomeriggio davanti alla sede del Messaggero, che sta portando avanti la campagna Per una Roma Sicura. Visti i fatti di cronaca delle ultime settimane e la risonanza che stanno avendo sulle pagine dei vostri giornali, riteniamo utile esporvi quali sono a nostro giudizio gli aspetti più problematici e le implicazioni più rischiose di campagne come quella promossa dal Messaggero. Tutte discendono dalla scelta di incentrarla solo su ciò che una donna debba o non debba fare al fine di evitare stupri e aggressioni. Questo rischia di ribadire la violenza maschile contro le donne come dato immutabile della realtà sociale (che le donne possono al massimo sperare di “schivare”). Ma significa anche schiacciare le donne dentro un perenne dualismo: ora vittime inermi, individui deboli che gli uomini “buoni” (“bodyguard addestrati”, taxisti collaborativi) devono proteggere dagli uomini “cattivi” (gli immigrati), ora unici soggetti tenuti a cambiare condotta (e agire con maggiore prudenza, si dice). In questo modo si limita la libertà femminile e, viceversa, si lascia nella protezione dell’invisibilità proprio coloro che cambiare dovrebbero: gli uomini che esercitano violenza.

Non possiamo infatti trattare la violenza maschile contro le donne come una malattia dalle cause incerte e affrontarla in una logica di riduzione dei fattori di rischio o alleggerimento dei sintomi. “Lampioni intelligenti”, informazioni riservate a turiste e studentesse, taxi dedicati, potranno al massimo fare questo, senza però intervenire sulla causa. La violenza maschile contro le donne non è neppure un problema di sicurezza o di ordine pubblico: le aggressioni sessuali che avvengono nella sfera pubblica per mano di sconosciuti o di stranieri incidono per una parte davvero minima, come le statistiche ben illustrano; sono la punta – solo più visibile, ma non più rilevante – di un iceberg tutto immerso nella sfera privata e nelle relazioni di prossimità. Dove, saremo d’accordo, è difficile piazzare lampioni intelligenti…

Concentrarsi solo su questa punta rischia a nostro avviso di falsare il problema, creando inutile allarme sociale e quindi terreno fertile per politiche securitarie e xenofobe. Nonché un palcoscenico di eccellenza per i politici che sapranno cavalcarle per primi. Mentre gli uomini continueranno a vessare le donne indisturbati.

Per andare alla radice della violenza di genere, e devitalizzarla, c’è solo un modo: affrontarla proprio a partire dalle analogie tra ciò che avviene dentro e fuori le mura domestiche, tra i fatti più eclatanti e gravi e l’ordinario sessismo annidato in ogni ambito della nostra società, dalla famiglia alle istituzioni educative alle organizzazioni mediali. C’è, crediamo, una forte linea di continuità tra gli abusi che prendono corpo sui cartelloni pubblicitari, nei social media, all’ora di ricreazione, sull’autobus o sul posto di lavoro.

Giornaliste e i giornalisti, in quanto operatori culturali, possono contribuire moltissimo, se non a fornire le soluzioni – certo non immediate – sicuramente a porre le domande giuste, imprescindibili per vincere questa battaglia. Quali sono i modelli di sessualità e di relazione sentimentale, di maschilità e di femminilità che ci circondano? Quali sono le idee, le canzoni, le storie, le frasi fatte e i comportamenti che nella nostra società e cultura hanno ormai reso normale, accettabile, a volte persino “figa” la violenza di un maschio su una femmina? Perché, insomma, gli uomini abusano delle donne?

Noi ci occupiamo di violenza di genere da molti anni e crediamo che sia fondamentale rivolgersi anche agli uomini, interpellandoli come principali destinatari di queste domande anziché come “cavalieri” che erogano protezione. Noi crediamo sia urgente rompere il paradigma e affrontare finalmente il problema della violenza maschile sulle donne per quello che è: una questione di genere. Per violenza di genere intendiamo anche la violenza nei confronti degli individui non eteronormati (GLBT) perchè figlia di un agire di stampo patriarcale che tarda a sparire.

​Perché non c’è “sicurezza”  né felicità ​ collettiva ​ se non sono garantiti i diritti sul corpo delle donne.

Per questo il 28 settembre le donne saranno in piazza per la giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro [www.28september.org]. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto la media nazionale del 70% di medici obiettori ed è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Il 28 torneremo a chiedere che l’aborto sia ovunque depenalizzato, garantito e sicuro, un diritto per le donne di tutti i paesi.

Libere dalla paura, unite nella solidarietà!

Contributo Tavolo Narrazione della violenza attraverso i media Non una di meno Roma

VE LA SIETE CERCATA. Perché torniamo in piazza il 28 settembre

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Il 28 settembre le donne tornano in piazza in tutto il pianeta per la giornata mondiale per l’aborto libero. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto livelli non più accettabili con una percentuale del 70% di medici obiettori nella media nazionale
Occuperemo di nuovo le piazze per dire che l’obiezione di coscienza è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Sentiamo forte l’urgenza che il 28 settembre sia una giornata di lotta per rispondere all’attacco feroce che mai come in queste settimane ci sta riguardando. 

I fatti di cronaca delle ultime settimane e il modo indegno in cui gli stessi sono stati trattati, dai media come dalle istituzioni, hanno ormai svelato che cosa è in gioco quando si parla della violenza di genere: il corpo delle donne è un terreno oggetto di conquista, un terreno da espropriare. Questo è lo sguardo alla base della cultura patriarcale che porta al conseguente gesto della violenza maschile e alle sue molteplici giustificazioni. Oggi, nello stato di emergenza e di crisi permanente in cui viviamo, quel gesto trasforma i nostri corpi in un campo di battaglia su cui tracciare nuove linee di confine. La violenza maschile diventa lo strumento utile a legittimare e imporre, allo stesso tempo, il ritorno all’ordine delle donne e delle soggettività fuori norma, così come le politiche autoritarie e razziste.

Ed è così che quando a compiere la violenza è un migrante diventiamo le “loro donne” – proprietà dei “patri uomini” – da difendere contro l’invasione straniera. Poi, un attimo dopo, se a “cadere in tentazione” è il maschio italico, magari in alta uniforme, sotto sotto è colpa nostra, delle nostre abitudini leggere e indecorose, del femminismo che ci ha instillato la falsa credenza nell’autodeterminazione, nell’autodifesa, nella libertà. Il nostro corpo allora andrebbe coperto, circondato da una “corazza protettiva”, secondo le ormai celebri parole del “manuale per le donne” de Il Messaggero, e perché no, costretto tra le sole mura domestiche. Del resto, ce lo insegna il senatore D’Anna, il desiderio maschile è “istinto primordiale”, se non teniamo conto di ciò, vuole dire che un po’ ce l’andiamo a cercare!

Se a morire, invece, è una ragazza di 16 anni, uccisa da un ragazzo di 17, la cronaca nera torna di nuovo utile a derubricare il fattaccio a trama usurata da romanzetto rosa-nero – la gelosia, il fidanzatino, la devianza, la droga – e a occultare questioni ben più scomode. Sarebbe, infatti, il caso di cominciare a interrogarsi sui modelli dell’identità maschile piuttosto che stilare vademecum antistupro.

Rifiutiamo la cultura del possesso che innesca la violenza maschile. Rifiutiamo la retorica su cui si fonda: il “destino biologico” di fragilità e inferiorità a cui saremmo naturalmente assegnate. È questo che vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri o quando la nostra vita vale comunque meno del feto che portiamo. È questo che ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate, o quando non possiamo decidere se procedere o meno contro il nostro stalker. È questo che scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle.

Non accettiamo il ricatto della paura, che vuole le strade delle nostre città come savane infestate da predatori, da cui ci si può difendere solo rinunciando alla libertà di muoversi e al prezzo di una diffusa militarizzazione e videosorveglianza.
La nostra difesa non la deleghiamo perché le strade sicure le fanno solo le donne che le attraversano.

Uno stupro è uno stupro, e a stuprare sono gli uomini, al di là della loro nazionalità, provenienza o estrazione sociale. Inoltre a commettere violenze sono nella maggioranza dei casi fidanzati, mariti, amanti, ex compagni, datori di lavoro.
È arrivato il momento di tornare in piazza, a gridare che respingiamo ogni forma di violenza e di strumentalizzazione sui nostri corpi. Razzismo e sessismo si giocano, infatti, sui corpi delle donne migranti e native. Lo mostrano le politiche di blocco delle frontiere, che negano la libertà di scegliere dove e come muoversi consegnando le vite delle donne migranti alla morte, alla violenza sessuale, allo sfruttamento. Ma anche la violenza del razzismo istituzionale messa in campo nelle nostre città, come hanno mostrato gli idranti di piazza Indipendenza a Roma, utilizzati contro chi rivendicava(no) il diritto a decidere come vivere.

Il 28 settembre le donne saranno in piazza per la giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro [www.28september.org]. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto la media nazionale del 70% di medici obiettori ed è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Il 28 torneremo a chiedere che l’aborto sia ovunque depenalizzato, garantito e sicuro, un diritto per le donne di tutti i paesi.

Non solo, in Italia i fatti di cronaca delle ultime settimane e il modo indegno in cui gli stessi sono stati trattati, dai media come dalle istituzioni, hanno svelato chiaramente che quando parliamo di violenza di genere è in gioco il corpo delle donne come oggetto di conquista e terreno da espropriare. Questo è lo sguardo alla base della cultura patriarcale che porta al conseguente gesto della violenza maschile e alle sue molteplici giustificazioni.

Sui nostri corpi e della nostra vita decidiamo solo noi, donne, trans, queer… 

Torneremo a gridare che se questa è guerra contro le donne, noi risponderemo!

Ve la siete cercata!

Libere dalla paura, unite nella solidarietà!

Non una di meno Roma