Poche note sul Rapporto annuale dell’Inps

di Tavolo Lavoro e Welfare – Non Una Di Meno (Roma)

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Non vi è rapporto annuale di fonte istituzionale che non ricordi a questo paese le profonde discriminazioni che le donne vivono dentro e fuori il mercato del lavoro. È ora la volta del Rapporto annuale dell’Inps che, nell’analisi dei dati pensionistici, misura anche il “prezzo”, in termini retributivi, che le donne lavoratrici pagano quando decidono di diventare madri. Si tratta di una perdita secca relativa al proprio reddito che, a soli due anni dalla nascita di un figlio o una figlia, si aggira attorno al 35%. Una donna su quattro circa, nei 24 mesi successivi alla nascita del bambino o della bambina, si trova infatti costretta a lasciare la propria occupazione a causa delle enormi barriere che incontra nel preservare il proprio posto di lavoro. Difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, sovraccarico del lavoro riproduttivo e domestico, l’ormai rarefatta offerta pubblica di servizi all’infanzia, alla cura degli anziani e dei disabili, condannano sempre più spesso le donne alla disoccupazione forzata e al ruolo di supplenti permanenti del welfare state in via di dissoluzione. Ma anche per coloro che riescono, dopo la gravidanza, a mantenere il lavoro (perlopiù precario), la discriminazione non tarda a palesarsi: in media, dopo la nascita della figlia o del figlio, nella busta paga queste donne trovano il 10% in meno del proprio precedente stipendio.

Ancor più grave è l’aumento del fenomeno dell’interruzione del rapporto di lavoro se si pensa al già esiguo tasso di occupazione femminile: in Italia si ferma al 48,5%, contro il 61,2% nella UE (peggio di noi solo la Grecia). In altri termini, continua a crescere il tasso di mancata partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ed è altrettanto evidente, a partire da queste storie di bassa, intermittente o inesistente contribuzione, quale sarà, nei prossimi decenni, l’entità della povertà femminile in vecchiaia.

Insomma, la stessa Relazione dell’Inps spiega con chiarezza l’impatto che queste dinamiche hanno sulla propensione alla maternità, e dunque come sia sempre più difficile che le lavoratrici precarie e con scarse tutele contrattuali – ossia la maggior parte della forza-lavoro femminile – scelgano di diventare madri. La preoccupazione di Tito Boeri in merito è assai semplice: sempre meno donne lavoratrici, sempre meno figli, sempre meno contributi versati nelle casse dell’Inps. L’allarme che lancia: chi pagherà in futuro le pensioni? Lo stesso discorso vale per le e i migranti, di qui le ulteriori preoccupazioni del Presidente per la chiusura delle frontiere. L’auspicio è quello di agevolare, insieme all’occupazione femminile, un nuovo baby-boom, di tornare a far essere le donne italiane e non delle ben funzionanti macchine per la riproduzione, al netto di qualche concessione – briciole – sul piano del lavoro e del welfare.

Come Tavolo Lavoro e Welfare di Non Una Di Meno riteniamo fortemente inadeguate le misure prospettate in tal senso tanto dal Presidente Tito Boeri – per quanto nello scenario politico attuale possa sembrare addirittura figura illuminata – quanto dal governo. Il punto dirimente, in una prospettiva femminista – in un paese in cui ogni due giorni una donna viene uccisa, in cui la nuova povertà riguarda primariamente le donne, in cui il tasso di disoccupazione femminile è altissimo, come quello, del resto, del differenziale salariale, in cui l’elemento della dipendenza economica continua a pesare come un macigno sulla possibilità per le donne di intraprendere percorsi di fuoriuscita da relazioni violente –, sta innanzitutto nell’abbattimento della logica secondo cui alle donne spetterebbero per definizione le attività domestiche e di cura. Di qui il rifiuto di ogni approccio teso a favorire la cosiddetta conciliazione tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo; la questione della riproduzione non è un “problema femminile”, ma riguarda tutti, perciò deve essere ri-socializzata alla società nel suo complesso. Per questo vogliamo che l’indennità di maternità sia generalizzata e incondizionata, non solo dunque per le lavoratrici subordinate e parasubordinate e non solo in presenza di un contratto di lavoro; lo stesso per quella di paternità, chiediamo cioè una radicale estensione di essa come sostegno effettivo alla genitorialità condivisa; il rifinanziamento, il potenziamento e l’accesso universale ai servizi per l’infanzia.

Ancora, vogliamo combattere la disparità salariale e i meccanismi di dumping – che colpiscono soprattutto le lavoratrici e i lavoratori migranti – con un salario minimo dignitoso almeno su scala europea. Vogliamo poter rifiutare il ricatto della precarietà, dei salari da fame, del lavoro purché sia, delle molestie e delle violenze sui luoghi di lavoro – in aumento dopo il Jobs Act, vista l’ormai totale assenza di tutele contrattuali e dunque la crescita esponenziale dei livelli di ricattabilità delle lavoratrici – attraverso l’introduzione di una forma di reddito di base, universale e incondizionato.

Lo abbiamo chiamato reddito di autodeterminazione, perché deve essere strumento di autonomia e liberazione, e non misura di intervento sulla povertà. Strumento di prevenzione – perché garanzia di indipendenza economica – rispetto al problema della violenza maschile sulle donne, e non solo risposta concreta ex post per tutte coloro che intraprendono percorsi di fuoriuscita da situazioni violente. Insomma, una misura assai distante da quella appena varata dal Governo per contrastare la povertà, il REI – reddito di inclusione –, di cui rifiutiamo i tratti distintivi: il fatto di essere categoriale (riguarderà cioè solo poche famiglie[1], con figli minori o disabili a carico e in condizioni di gravissima indigenza materiale misurata attraverso l’ISEE e IRS[2]), rivolto alla famiglia e non alla persona, condizionato a un percorso di “inclusione” la cui non osservanza da parte del beneficiario comporta la sospensione del beneficio stesso (peraltro irrisorio, 340 euro mensili circa, a tal punto da collocarsi al di sotto della soglia di povertà assoluta calcolata da ISTAT). Dunque niente di più lontano dai principi dell’universalismo, dell’individualità, dell’autodeterminazione e dell’autonomia sottesi alla nostra proposta femminista.

La famiglia – ormai anche i dati come la stampa mainstream hanno dovuto riconoscerlo – è infatti il primo luogo di origine della violenza maschile contro le donne, per questo il calcolo dell’erogazione del reddito, affinché possa essere davvero uno strumento di autodeterminazione delle donne e di tutti, deve essere su base individuale; anche perché respingiamo l’imposizione della norma famigliare eterosessuale, per riconoscere piuttosto anche tutte le forme di affettività e relazionalità al di là di essa. Rifiutiamo inoltre, come nel caso del REI sempre, l’elemento della condizionalità, e quindi l’approccio workfaristico, perché netto è il rifiuto del ricatto dello sfruttamento: non vogliamo, in cambio di briciole, dover essere anche costrette ad accettare lavoretti che nulla c’entrano col nostro percorso formativo e professionale, utili solo alle aziende e alle amministrazioni per sfruttare manodopera a basso costo, quando non a titolo gratuito (i famosi lavori socialmente utili). Vogliamo piuttosto che la ricchezza che quotidianamente produciamo e che quotidianamente ci viene sottratta venga equamente redistribuita.

 

#GenitorialitàCondivisa

#NonConcilio

#WelfareUniversale

#RedditoDiAutodeterminazione

#SalarioMinimoEuropeo

 

[1]          400 mila famiglie saranno interessate dalla misura a fronte di 1.600.000 circa famiglie in condizioni di povertà assoluta.

[2]          Con ISEE inferiore ai 6000 euro e IRS a 3000 euro.

ESTINGUETEVI VOI!

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Sulla scelta scellerata del Parlamento di estendere alle ipotesi non aggravate di stalking la possibilità per l’imputato di godere dell’estinzione per condotta riparatoria

L’inasprimento delle pene non è mai stato un orizzonte di lotta per Non Una Di Meno, né tantomeno la strategia punitiva può ritenersi la strada nel contrasto alla violenza sulle donne.

Ma introdurre norme che depotenziano il ruolo delle persone offese (sopratutto donne) nei processi penali si traduce nuovamente in una limitazione dei loro diritti. 

Sappiamo quanto sia difficile e importante per una donna che subisce violenza o minacce giungere alla decisione di querelare lo stalker o il compagno violento;  sappiamo anche quanto denunciare sia, o dovrebbe essere, uno strumento di tutela e garanzia per chi subisce comportamenti persecutori e/o violenti e quanto sia difficile per una donna sostenere il processo. 

A pochi giorni dal femminicidio di Ester Pasqualoni, siamo costrette a registrare, con indignazione e sconcerto, quanto si è prodotto in Parlamento lo scorso 14 giugno. Durante il dibattito sulla riforma del Codice Penale, è stato votato a maggioranza un emendamento che inserisce un nuovo articolo il quale dà la  possibilità di estinguere reati procedibili  a querela – quei reati, cioè, in cui è necessaria la querela della persona offesa – offrendo a quest’ultima una somma non meglio quantificata,  senza considerare la sua volontà. Sarà dunque possibile su decisione del giudice e senza necessario consenso delle parti procedere a compensazione economica determinando l’estinzione del reato e l’esclusione della parte lesa dal processo penale. Tra queste fattispecie rientrano anche le ipotesi di stalking non aggravato – che prevede una remissione della querela  all’interno del processo –  affidando nuovamente alla discrezionalità del giudice una decisione che deve spettare unicamente alla donna, privandola in questo modo della facoltà di rifiutare un risarcimento, che può ritenere offensivo o può semplicemente non volere,  subendo l’esito di un processo che le nega ancora centralità. 

Spesso i reati rimettibili legati a stalking e violenza – proprio tra quelli oggi soggetti a condotte riparatorie – possono essere spia di una situazione di violenza di genere in atto e introdurre questo tipo di  norme  si traduce nel negare la gravità del fenomeno. 

Misure del genere vanno  a depotenziare il ruolo delle persone offese nell’azione processuale e, in particolare, l’irrilevanza del consenso delle parti limita fortemente l’autodifesa e l’autodeterminazione delle donne, il cui segnale di allarme e di accusa viene in questo modo negato e silenziato.

Esprimiamo profonda indignazione verso un Parlamento che dimostra di essere rimasto indifferente alle rivendicazioni che le donne continuano a portare in piazza. Ci chiediamo, infatti, con tali premesse, quale Piano Antiviolenza approderà in Parlamento:  di certo non metterà al centro l’autonomia delle donne.

Torneremo nelle piazze già dal prossimo 28 settembre per rivendicare autodeterminazione contro la violenza, negli ospedali, nei tribunali, a casa, al lavoro, a scuola, ovunque!

Non Una Di Meno – Roma

Comunicato Stampa – Roma 23 giugno 2017 – OBIEZIONE RESPINTA

No Al Primario Confessionale Al San Camillo Di Roma

Fuori gli obiettori di coscienza dagli ospedali pubblici

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È stato bandito oggi un nuovo concorso per la nomina del primario di ostetricia e ginecologia dell’ospedale San Camillo di Roma, centro di riferimento regionale per l’accesso all’aborto.

Ma il concreto rischio che si sta profilando è che venga nominato un primario confessionale, nonostante siano chiare ed evidenti le ostilità dei ginecologi confessionali alla legge 194, all’autodeterminazione e alla salute delle donne.

Nel Lazio sono già diretti da ginecologi confessionali, quindi obiettori di coscienza, i reparti di ginecologia degli Ospedali di Frosinone (dove non si effettuano IVG) e di Viterbo e, a Roma, del San Giovanni, del Policlinico Universitario della Sapienza, del Policlinico Casilino. A questi vanno aggiunti i reparti di maternità degli Ospedali cattolici (Policlinico Gemelli, Villa San Pietro, Fatebenefratelli) e di quelli convenzionati (Santa Famiglia, Città di Roma, Villa Pia) in cui non si applica la Legge 194/78. Nel Lazio gli obiettori sono l’81% % del totale, in Italia la media è del 70%.

Non una di Meno non ha intenzione di lasciare la libertà di scelta fuori dalla sanità pubblica. Per questo oggi a Roma si è tenuto un partecipato flash mob  alla direzione dell’ospedale San Camillo mentre sui social un tweet storm ha inondato il web con gli hashtag #obiezionerespinta e #LibereDi.

Quella di oggi è stata una prima tappa verso il 28 settembre – giornata mondiale per l’aborto libero e l’autodeterminazione che vedrà iniziative e azioni in tutta Italia. Costruiremo, insieme alle argentine e alle donne che nel mondo si attiveranno, mobilitazioni sui temi della salute e della libertà di scelta.

A Roma diamo appuntamento per mercoledì 28 giugno alle h 18 all’IFEST (presso il Parco Ponte Nomentano) per un incontro su diritto alla salute e libertà di scelta e per discutere di pratiche e campagne possibili verso il 28 settembre.  

Processo di Parma: tutta la nostra solidarietà a Claudia, tutto il nostro schifo al resto!

Venerdì 23 Giugno si terrà la penultima udienza del processo per stupro, che vede coinvolti esponenti della rete antifascista di Parma, ai danni di una compagna che era del tutto incosciente.

Il processo che vede imputati i “sedicenti” compagni scaturisce dall’indagine su di un video girato durante la violenza agita nella sede di Via Testi e che è diventato prova per un’accusa di stupro di gruppo.

Vari sono i livelli di violenza agiti in questa vicenda: dallo stupro all’omertà passando per l’esilio della compagna stuprata.

Quello che si sta svolgendo dentro quell’aula altro non è che l’ennesimo processo alla morale, agli atteggiamenti e alla vita di Claudia. Ancora una volta è la donna sul banco degli imputati.

Ancora una volta è la donna che deve dimostrare di avere subito violenza, perché il fatto di essere incosciente durante lo stupro, di cui esiste anche un video, non è sufficiente.

Non è sufficiente per il tribunale, non è sufficiente per quanti e quante urlano al complotto.

Ma per noi basta la sua parola!

La cultura dello stupro gioca proprio su questo, delegittimare la parola delle donne sopravvissute alla violenza e ricacciarle indietro nei più tristi e cupi meandri dove vorrebbero rinchiuderci tutte.

Ebbene, ancora una volta non ve lo permetteremo!

Ci sono due processi in questa vicenda, quello del tribunale e quello dei “compagni” e delle “compagne” che limitano l’agibilità di Claudia nei luoghi di movimento, in nome di una logica del branco che nulla ha di diverso dalla cultura patriarcale, maschilista e sessista che cerchiamo di combattere.

Nulla di diverso dalle risatine degli stupratori durante le udienze, nulla di diverso dalla giustizia borghese quando, per difendersi, si chiama in aula uno psichiatra per dichiarare che la donna di cui avete abusato è instabile mentalmente e che ha un carattere teso a mettersi nei guai. Nulla di diverso nel minacciare le compagne solidali e nell’escludere lei perché è un problema.

3 accusati per stupro (perché riconoscibili nel video – nulla si sa di quelle altre voci che si sentono, ma che non sono state associate a nessun volto o nome), 4 per favoreggiamento e minacce – tra cui una donna – un’assoluzione per rito abbreviato e un latitante.

Questo è il problema! Un mondo che si professa antifascista e poi si rivela peggio di chi pretendeva di combattere.

Tutta la nostra solidarietà a Claudia e alle compagne e compagni che sono con lei tutti i giorni.

Tutto il nostro schifo e la nostra rabbia al resto.

 

Tavolo Sessismo nei Movimenti NonUnaDiMeno

 

Report tavolo nazionale Percorsi di fuoriuscita dalla violenza (27-28 maggio Napoli)

Un anno fa, nella notte tra il 28 e il 29 maggio, è stata uccisa brutalmente Sara Di Pietrantonio. Il suo femminicidio ha segnato l’inizio del percorso di «Non Una Di Meno», un movimento collettivo, ampio e concreto che prende parola pubblicamente e si attiva a ogni livello per contrastare la violenza sulle donne.

L’assassino di Sara è stato condannato all’ergastolo, molte altre donne sono morte e hanno subito violenze di ogni tipo in quest’anno per mano di uomini (mariti, fidanzati, partner ed ex partner, clienti, pubblici ufficiali…), nel clamore o nel silenzio.

Alcune, come Sara, non sono più qui e non potranno più scegliere cosa fare della loro vita, noi dobbiamo continuare a lottare, anche per loro, per essere tutte vive e libere.

Non una di meno!

Il Tavolo Percorsi di fuoriuscita dalla violenza ha deciso di incontrarsi a Napoli il 27 e 28 maggio per continuare a confrontarsi a livello nazionale avendo lasciato in sospeso alcuni punti importanti da condividere e sentendo l’urgenza dei tempi per un Piano femminista scritto dal basso ma capace anche di incidere concretamente sulle politiche istituzionali che dovrebbero avere il compito di contrastare la violenza sulle donne nelle sue varie forme.

I parte

metodologie dell’accoglienza femminista, i percorsi di fuoriuscita dalla violenza e autonomia economica

Un primo punto di riflessione ha riguardato la presenza di uno scollamento tra il piano femminista e il manifesto politico, ovvero tra la parte che più specificamente si occupa di violenza maschile contro le donne (i centri antiviolenza, associazioni, sportelli ecc) e quella che si è focalizzata maggiormente sulla dimensione politica. Obiettivo del tavolo sarà tenerne conto, curare meglio la comunicazione tra le diverse anime ed esperienze e provare a superare le frammentazioni per permettere al movimento di procedere in sinergia e in sintonia.

Per un ulteriore avanzamento rispetto alle tematiche non ancora discusse nelle assemblee precedenti il confronto si è soffermato sulle difficoltà riscontrate dalle donne nei percorsi di uscita dalla violenza e di autonomia partendo dalle buone prassi e dalle esperienze maturate nelle realtà che registrano i tassi più alti di disoccupazione.

Sono stati esplorati strumenti, metodologie e pratiche relative all’orientamento, alla formazione, all’inserimento lavorativo, all’accompagnamento all’autonomia economica e alloggiativa.

È stato inoltre riservato spazio alla metodologia del lavoro con i/le minori vittime di violenza assistita e diretta, accolti/e nei centri e nelle case, la cui protezione è affrontata in maniera congiunta a quella delle madri, evidenziando i tratti caratteristici della nostra competenza e differenziandoli da tutto il mondo dei servizi che ha un approccio neutro e tiene distinto l’intervento con le madri da quello con i/le figli/e.

Preziose le intersezioni con i contributi delle riflessioni maturate dagli altri tavoli, in particolare andranno tenute presenti quelle del Tavolo lavoro e welfare in merito al tema delle Molestie sul luogo di lavoro, alle possibili forme di sostegno al reddito per le donne che subiscono violenza promosse non come modalità di sostentamento per categorie deboli ma come supporto per l’autodeterminazione, alla flessibilità oraria e all’aspettativa per le lavoratrici dipendenti. Anche i temi posti all’attenzione del Tavolo

Legislativo risultano fondamentali per poter avviare proposte fattibili da inserire nel Piano tra esse la promozione di strumenti per le donne che si trovano in difficoltà nei vari procedimenti civili, in situazione di affidamento condiviso e gestione dei figli.  La de-burocratizzazione del Congedo trimestrale INPS, il trasferimento in altra sede lavorativa; il diritto alla sospensione della tassazione per le professioniste autonome. Una proposta emersa è relativa al modello spagnolo che potrebbe essere una buona prassi da emulare in Italia al netto della denuncia obbligatoria per l’accesso a tutti i servizi.

L’intersezione col Tavolo Femminismi e migrazioni, che ha molto ragionato sulla consapevolezza delle differenze di posizionamento che attraversano ognuna di noi secondo le categorie di genere, razza, classe, orientamento sessuale, identità di genere e abilità, è di fondamentale importanza per fare luce sulle multiple oppressioni che vivono le donne migranti, e sulle conseguenti strategie da elaborare nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza.

Per agevolare la discussione il tavolo si è diviso in tre gruppi che si sono occupati distintamente del tema dell’inserimento lavorativo, della casa e del lavoro con i minori.

Report del gruppo lavoro

A partire dall’auto-narrazione delle esperienze sono stati individuati elementi che ricostruissero il quadro in cui agiscono i centri antiviolenza per l’ambito del lavoro e della formazione, e che potessero essere utilizzati per avviare analisi ulteriori e per formulare proposte.

La questione del lavoro e della formazione è fondamentale per i percorsi di liberazione e autonomia delle donne che hanno subito violenza, in quanto connessa alla rottura dell’isolamento, alla riacquisizione di stima in sé stesse, alla capacità di riconoscere le proprie competenze e abilità, alla possibilità di garantirsi una reale indipendenza anche da un punto di vista economico. Deve essere pertanto affrontata tenendo presente il complesso delle possibilità: inoccupazione, disoccupazione, lavoro dipendente, autonomo, cooperativo.  Devono essere dedicati momenti specifici al tema del sessismo diffuso e delle violenze sul posto di lavoro

All’interno dei singoli percorsi di fuoriuscita nei centri antiviolenza, la fase dell’orientamento al lavoro si presenta come distinta e specifica, e in un momento molto avanzato del percorso complessivo. Mediamente viene indicato il tempo di un anno come minimo per le situazioni più complesse. La valutazione delle possibilità lavorative dipende dal bilancio delle competenze e dai desideri della donna.

La maggior parte delle realtà presenti, alcune delle quali organizzate in cooperative legate ai centri, usufruisce di fondi da aziende e fondazioni private per sostenere i propri progetti. Non esistono ad oggi stanziamenti e interventi specifici da parte del Dipartimento Pari Opportunità, ma solo la possibilità di prevedere tra le azioni connesse al lavoro dei centri anche il sostegno all’inserimento lavorativo.  I centri per l’impiego non costituiscono affatto una risorsa e resta la necessità di sviluppare un’analisi sulle reti. La formazione all’auto-impresa può essere promossa anche da privati mentre l’attivazione di tirocini formativi e borse di lavoro dovrebbero mirare al superamento di stereotipi sessisti che orientano l’occupazione delle donne su un arco molto ristretto e specificatamente «femminile» di opzioni.

Per le donne migranti deve essere semplificato il meccanismo di riconoscimento dei titoli conseguiti all’estero.

Diverse le buone prassi evidenziate su iniziative di sensibilizzazione sulla violenza o di supporto per le donne spesso connesse a sinergie con aziende e attività commerciali, restano da approfondire in momenti specifici, prima di avanzare proposte, alcune misure governative: il congedo per motivi di violenza inserito nel jobs act e il reddito d’inserimento.

Report del gruppo casa 

Premesse: dato il progressivo peggioramento delle condizioni di vita a cui stiamo assistendo e la continua erosione di welfare, ci sembra importante evidenziare come l’attuale periodo di 6 mesi di permanenza dentro ai CAV sia oggi insufficiente e dovrebbe quindi non solo essere prolungato a 12 mesi ma anche avere una natura più flessibile in grado di tener conto delle singolarità di ogni donna e del suo percorso individualizzato.

È emersa con forza la necessità di richiedere al DPO la verifica delle spese pregresse e la filiera economica che questi finanziamenti hanno seguito negli scorsi anni. Al fine di rendere applicabili ed efficaci i progetti, si richiede che la programmazione degli enti locali tenga conto della programmazione triennale. Riportiamo sinteticamente le principali proposte riguardo la casa emerse dalla discussione:

  • Sistematizzare e ampliare l’esperienza della Delibera 163 nel Lazio che prevede il contributo quadriennale per l’affitto pensato per percorsi d’autonomia di singol* e nuclei familiari in seguito a procedure di sfratto da modificare per destinarlo anche alle donne che sono uscite da situazioni di violenza (come avviene in alcuni municipi romani);
  • Consapevoli che tra le principali difficoltà che le donne che fuoriescono dai centri oggi si trovano a vivere è l’impossibilità di stipulare un contratto di affitto a causa dell’assenza di busta paga e garanzie sufficienti, si è pensato di proporre l’istituzione di un fondo di garanzia che permetta una stipula del contratto facilitato per le donne (Cav/Associazioni come garanti). In tal senso sarebbe utile anche promuovere una campagna di sensibilizzazione per i piccoli privati che potrebbero usufruire di incentivi a seguito della messa a disposizione delle proprietà;
  • Graduatorie case popolari: acquisizione dei massimi punteggi alle donne che fuoriescono da situazioni di violenza, in seguito alla permanenza in CR, Case famiglia, case di semi autonomia o in seguito alla presa in carico presso CAV.
  • Messa a disposizione del 10% del patrimonio pubblico per l’implementazione di case di semi-autonomia gestite da CAV o Associazioni di Donne, di case con affitti calmierati per donne che escono da situazioni di violenza da sole o in cohousing per una durata di 4 anni;
  • Messa a disposizione di una percentuale dei beni confiscati commerciali per attività di imprenditoria femminile ( percorsi di autonomia economica).

Report del gruppo minori

Il gruppo minori si è soffermato a ragionare sulla attuale funzionamento dei tribunali civili e minorili che utilizzano consulenze tecniche che vengono svolte da soggetti senza alcuna competenza in violenza di genere e della inadeguatezza dei servizi territoriali ad accogliere e comprendere situazioni di violenza.

Si sono in seguito analizzate le difficoltà che le donne oggetto di violenza con figli minori, vittime di violenza assistita, incontrano nella gestione degli affidamenti condivisi molto spesso ed illegittimamente disposti anche in situazioni di violenza non solo sotto l’aspetto dell’esercizio del diritto di visita paterno ma anche sotto altri aspetti che impongono il consenso paterno (nulla osta scolastici, documenti validi per l’espatrio, sostegno psicologico) e che determinano l’utilizzo strumentale da parte del genitore maltrattante dei figli minori che diventano arma di ricatto e strumento di rivalsa nei confronti della madre. I centri antiviolenza sono anche luoghi dei bambini e non è possibile che molte delle attività siano ostacolate dalla richiesta del consenso.

Il problema è la non applicazione delle leggi spesso legata alla delega dei magistrati ai consulenti tecnici, che alla fine si genera una giurisprudenza patriarcale che lavora in un’ottica di controllo dei corpi e delle vite delle donne. Al contrario bisogna sostenere che i percorsi giudiziari sono corretti quando tengono insieme i percorsi delle donne-madri con quelli dei propri figli.

La violenza nella forma sia diretta che assistita compromette il rapporto genitoriale padri/figli e ha evidenti ripercussioni sulla relazione genitoriale. Un padre che agisce violenza alla donna alla presenza dei figli non è un buon padre. Si rende quindi necessario che l’autorità Giudiziaria e i servizi territoriali socio-assistenziali centrino sulla sola figura paterna la valutazione delle capacità genitoriali evitando l’equiparazione dell’uomo maltrattante alla donna maltrattata. L’esperienza  all’interno dei CAV ci ha insegnato che la violenza contro le donne e la violenza assistita dai loro figli non sono due condizioni distinte, e, di conseguenza l’intervento deve affrontare il problema in modo integrato. Si chiede alla donna di essere una “brava madre” al di fuori della violenza e, di contro, si considera il padre adeguato anche se violento, in aperta violazione della Convenzione di Instanbul ed in particolare del titolo V art. 31. Pensare che la violenza e la funzione genitoriale siano distinte comporta sempre un ulteriore danno sia per la donna che per i minori. Ecco perché la convenzione citata impone che “nel determinare i diritti dii custodia e di visita dei figli siano presi in considerazione gli episodi di violenza” non compromettendo i diritti e la sicurezza della vittima e de suoi bambini.

Non è possibile attuare alcun sostegno se non si interrompono gli episodi di violenza, che si amplificano spesso dopo l’interruzione della convivenza familiare e che vedono i figli strumentalmente utilizzati dai padri contro le donne, mettendo in protezione le donne ed i loro figli.

Le donne che hanno subito violenza vanno sostenute attivando risorse tese alla rielaborazione degli eventi subiti ed all’empowerment evitando di considerarle soggetti deboli da curare e da sottoporre a trattamenti che sono spesso fonti di ulteriori traumatizzazioni, rimittimizzazioni secondarie con conseguenti stigmatizzazioni e colpevolizzazioni. In piena sintonia con i lavori del tavolo giuridico a cui si fa riferimento,  riteniamo che mai, nei casi di violenza, vada previsto l’affido condiviso.

Riteniamo inoltre gli strumenti ad oggi utilizzati, incontri protetti, percorsi di valutazione genitoriali, imposizioni dei percorsi di riavvicinamento dei bambini con i padri violenti, fortemente disfunzionali perché non solo spesso posti in essere da operatori che adottano un approccio neutro, senza alcuna formazione sulla violenza ma anche perché spesso costituiscono una modalità di riproporre la mediazione familiare e pratiche ri-conciliative vietate ed illegali ai sensi dell’art. 48 della Convenzione di Instanbul.

II parte

Il Piano Femminista Antiviolenza: indice parziale e proposta metodologica/organizzativa per la scrittura

 

Il 28 il lavoro del tavolo si è concentrato sull’indice del piano con l’obiettivo di costruire una proposta di strutturazione per poterla avere chiara e poi condividerla con gli altri tavoli.

La discussione si è articolata intorno alla distinzione tra i due livelli: quello politico e quello programmatico – o di azione – connesso direttamente alla parte relativa alle violenze nelle sue articolazioni. Si è deciso di denominare in maniera più chiara rispetto all’incontro precedente sia il piano stesso, condividendo la scelta di chiamarlo PFA – Piano femminista antiviolenza, sia le due parti del piano da rendere comunque sinergiche e interconnesse proponendo di definirle “Piano di inquadramento politico” e “Piano programmatico”.

La prima parte, la premessa politica è il femminismo, lo sguardo femminista sul mondo con i suoi presupposti: la libertà delle donne e la relazione tra donne, l’intersezionalità. La seconda parte, il piano programmatico, dovrebbe muoversi su un livello di concretezza prevalentemente metodologica e non misurarsi su quello governativo.

Il piano, unico e organico, dovrebbe essere redatto con un taglio lineare, semplice, attento al linguaggio come alla diffusione, riportare un’analisi di contesto e i motivi per cui è nato il movimento Non una di meno ancorandolo saldamente al contrasto del femminicidio. Dovrebbe inoltre esplicitare gli obiettivi che si pone, il contrasto alla violenza e la lotta alla struttura sociale e simbolica patriarcale, così come prevedere le azioni e gli strumenti per promuoverle.

Quindi un piano femminista antiviolenza “antagonista” una sorta di manifesto del movimento e insieme uno strumento di strategia politica d’azione nel quale ribadire il protagonismo delle donne, la regia dei centri antiviolenza nelle reti inter-istituzionali territoriali e il punto centrale: che i percorsi di autodeterminazione delle donne li decidono le donne che vivono o hanno attraversato la violenza con il supporto delle donne dei centri antiviolenza e degli spazi femministi.

Di seguito la proposta parziale di indice:

  1. Inquadramento politico:

Introduzione: il movimento “Non una di meno”; cos’è un piano femminista; come abbiamo costruito il piano.

Premessa: Analisi di contesto (macro), rapporto con le istituzioni. Sguardo femminista sulla violenza e principi femministi, intersezionalità, centralità delle donne, libertà di scelta, ribaltamento del patriarcato. Violenza intrafamiliare e di genere (compresa la tratta). Trasversalità dei tavoli (principi generali elaborati dai tavoli).

Si specifica che debba comprendere Tutti i principi elaborati all’interno dei singoli tavoli al fine di includere il più possibile la ricchezza e complessità dei loro contenuti, elemento fondante per combattere la natura strutturale della violenza maschile.

  1. PIANO programmatico per combattere la violenza:

Introduzione: analisi di contesto (specifico). Criticità e disfunzionalità del sistema antiviolenza. Metodologia (ruolo CAV, ruolo operatrice). Reti: Regia-centralità alle organizzazioni di donne. Libera scelta della donna in ogni fase del percorso di fuoriuscita dalla violenza, vantaggio delle donne.

– La Prevenzione (come strumento di cambiamento): educazione e formazione, media e comunicazione.

– I Percorsi di fuoriuscita: fasi del percorso, rivendicazioni su autonomia abitativa, economica ( reddito, formazione e lavoro) e minori.

– Gli aspetti giuridici e legislativi

– I Costi della violenza e le risorse finanziarie.

Pensiamo sia opportuno che nel Piano programmatico, nonostante sia necessario mantenere il focus sulla violenza maschile contro le donne e sugli strumenti e soluzioni specifiche per l’emersione della violenza e la fuoriuscita delle donne dalla situazione di violenza, verranno inseriti anche i diversi strumenti concreti e pratici, elaborati dagli otto tavoli, con un costante lavoro di intersezione delle elaborazioni realizzate per far emergere chiaro e forte il senso del lavoro collettivo di questi ultimi 7 mesi.

A fine giornata il Tavolo ha discusso alcune proposte operative relative alle modalità di stesura e organizzazione interna che restano da approfondire e condividere. Bisognerebbe individuare tre coordinatrici nazionali e due referenti per ogni tavolo.

Per la stesura del piano indicare delle persone differenti dalle referenti: per la parte programmatica e solo al fine di rendere agevoli le comunicazioni ed avere dei referenti per la scrittura del documento proponiamo alcune referenti del tavolo percorsi di fuoriuscita che dovrebbe costituire a nostro avviso il focus principale del piano programmatico e 2 o 3 referenti per gli altri sette tavoli. Ovviamente le referenti avranno compiti meramente esecutivi: finalizzati a  rendere più funzionali le comunicazioni dei e tra i tavoli, portando all’interno del gruppo-scrittura il lavoro ed i contributi che le assemblee territoriali stanno portando avanti ed i contenuti emersi dai tavoli nazionali, con compiti redazionali che metta a sistema i diversi contenuti del piano.

Restano da approfondire alcune questioni dirimenti possibilmente condividendo tra diversi tavoli quali i modelli operativi nei percorsi sanitari, alternativi al codice rosa, il tema della tratta, il tema dei diritti nell’ambito lavorativo.

In chiusura si conclude decidendo le date:

  • Entro giugno sarebbe opportuno fare un incontro, anche via skype, a cui parteciperanno le due referenti indicate da ogni tavolo.
  • Organizzare un incontro nazionale del tavolo a settembre

Report tavolo Lavoro e welfare (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Verso la scrittura di un Piano Femminista Antiviolenza, il Tavolo Lavoro e Welfare del movimento Non Una Di Meno, giunto al terzo appuntamento nazionale, ha sintetizzato il proprio lavoro individuando dei punti imprescindibili di analisi; principi largamente condivisi; gli obiettivi e le pratiche per ottenerli.
Forti dell’esperienza dello sciopero globale delle donne che l’8 marzo scorso ha interessato quasi 60 paesi nel mondo, intendiamo ribadire che la saldatura con i temi economici del lavoro e del welfare  è centrale e non secondaria  combattere violenza di genere nel suo aspetto sistemico e non emergenziale, per pensare la trasformazione radicale della società e del sistema produttivo, la risocializzazione del lavoro di cura e di riproduzione, e quindi l’abbattimento della contemporanea divisione sessuale del lavoro e la distruzione del sistema patriarcale.
Combattere la violenza a partire dalla specificità di questi temi vuol dire porsi il problema in termini di prevenzione, non solo ex post, ma provando a individuare ex ante strumenti misure e pratiche che garantiscano l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, in grado quindi di sottrarle preliminarmente alla potenziale spirale di violenza data dalla dipendenza economica, dallo sfruttamento e dall’assenza di servizi. È stata sottolineata la quasi assenza di strumenti che garantiscano l’indipendenza economica e forme di supporto concrete alle donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita dalla violenza, familiare e lavorativa.
In questo senso è stato fondamentale riaffermare la prospettiva femminista, ripartire dalla parzialità e dalla specificità delle condizioni di lavoro e di vita delle donne per affrontare le questioni più complessive legate al lavoro, allo sfruttamento e alla redistribuzione della ricchezza. Ricchezza che rivendichiamo sotto forma di un welfare universale, diretto e indiretto, che risponda ai bisogni delle donne e degli individui e non sia organizzato su base familiare, una volta di più se assumiamo che la casa e la famiglia sono i luoghi primari in cui si genera la violenza.

Abbiamo individuato un nesso stretto tra la ristrutturazione capitalistica in atto e la violenza di genere in tutte le sue forme e dispositivi di nuova segmentazione, esclusione e sfruttamento, nonché la violenza con cui la dismissione crescente del welfare, in nome del risanamento del debito, si abbatte sulle vite delle donne.
Con la categoria della femminilizzazione del lavoro abbiamo letto la generalizzazione a tutta la forza lavoro dei tratti che hanno storicamente caratterizzato il lavoro femminile (intermittenza, gratuità, flessibilità, supplementarietà) e, al tempo stesso, la messa al lavoro delle forme e degli stili di vita, degli stessi generi e delle facoltà relazionali e di cura. Sebbene questo processo riguardi il lavoro nella sua complessità, colpisce ancora le donne in modo particolare laddove è ancora vigente un determinato regime di divisione sessuale del lavoro.
Il portato storico delle lotte femministe ci ha insegnato che la sfera della riproduzione è divenuta immediatamente produttiva.

Le ultime riforme del lavoro hanno segnato un deciso passo in avanti nello smantellamento dei diritti e delle tutele, aumentando esponenzialmente la ricattabilità, in particolar modo delle donne e delle soggettività Lgtbqi e migranti, nei termini in cui la precarietà è diventata la forma normale del lavoro.
A partire da questa prospettiva diventa oggi possibile mettere in discussione un intero ordine di dominio e sfruttamento, coinvolgendo così tutte quelle soggettività che vivono in modi diversi la violenza quotidiana della precarietà. Riconoscere la forza globale di questa prospettiva femminista significa rilanciare la potenza dello sciopero dell’8 marzo e la sua dimensione transnazionale.

È stata accolta la proposta delle compagne argentine di mobilitarsi il 28 settembre sui temi dell’aborto e della libera scelta. È stata poi da tutte espressa la necessità di trovare un momento di comune di mobilitazione a livello nazionale ad ottobre ed è stato nuovamente assunto il 25 novembre come scadenza centrale e di convergenza nazionale, riflettendo sulla possibilità di indire un nuovo sciopero delle donne.

È unanime la volontà di proseguire la lotta, valutando la possibilità di stringere alleanze con altri settori sociali per  radicare il movimento alle vertenze dei territori e per rifiutare ogni nuovo affondo di tagli alla spesa sociale. reclamando piuttosto una reale redistribuzione della ricchezza al fine di prevenire e contrastare la violenza neoliberale e patriarcale che si abbatte sulle donne e tutti, in tutte le sue forme.

A partire da questa analisi di contesto che nella discussione è stata ovviamente assai più articolata in tutte le sue differenti questioni e sfaccettature, abbiamo enucleato i seguenti principi da inserire nel Piano Femminista Antiviolenza:

  • l’autonomia, in primo luogo delle donne, ma anche di tutte le soggettività, come condizione preliminare e necessaria per il contrasto e la prevenzione alla violenza in tutte le sue forme
  • l’autodeterminazione delle donne e di tutti, come liberazione dal ricatto dello sfruttamento, della precarietà dal lavoro pur che sia, e dai ruoli imposti dal patriarcato
  • la socializzazione del lavoro di riproduzione e cura a tutta la società, come condizione necessaria per la liberazione dai ruoli e dalla segregazione lavorativa fondata sulle differenze di genere e razza
  • prevenzione:  ripensamento complessivo della società, dei ruoli e del sistema produttivo e del welfare, al fine di evitare l’insorgenza ex ante delle situazioni di violenza
  • solidarietà, affermando nuovi strumenti e pratiche mutualistiche volti a rompere la frammentazione e la solitudine per riaffermare piuttosto la potenza dell’essere in comune non soltanto nelle sue forme territoriali, ma anche a livello globale
  • principio dell’intersezionalità, intesa come intreccio e combinazione virtuosa nel movimento delle condizioni specifiche di sfruttamento e oppressione dettate dalle nuove gerarchie non solo di genere e di classe, ma anche razziale, senza velleità di livellamento alla ricerca di una condizione universale

Obiettivi:

  • Rivendicazione di un salario minimo dignitoso per tutte e tutti; un salario minimo come rivendicazione non sono nazionale ma in prospettiva anche europea per contrastare i bassi salari, il gender pay gap e i dispositivi di dumping salariale
  • Reddito di autodeterminazione incondizionato e universale, nella sua doppia articolazione: in primo luogo come strumento di contrasto e di garanzia di indipendenza economica per tutte le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da situazioni violente, familiari e lavorative. in secondo luogo come uno degli strumenti principali di liberazione dai meccanismi di ricatto e di sfruttamento sul lavoro. In questo senso è stata rifiutata ogni impostazione workfaristica
  • Permesso di soggiorno incondizionato, slegato dal lavoro e dalle relazioni familiari, per contestare lo sfruttamento del lavoro migrante e delle donne migranti in particolare, in tutti gli ambiti e in particolare in quello della cura e del welfare privatizzato e monetizzato
  • Misure di sostegno ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza: Trasferimento dai luoghi di lavoro con assicurazione di ricollocazione delle donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza, diritto alla casa e aspettativa retribuita.
  • Monitoraggio sulle forme di violenza e mobbing sui luoghi di lavoro e sviluppo di forme di raccordo tra centri antiviolenza e sindacati per un intervento efficace anche sul piano delle molestie sui luoghi di lavoro
  • Infrastrutture sociali: ridenominare i servizi per la riproduzione sociale, in modo di tenere insieme le esigenze del lavoro professionale della cura con il servizio che garantisce alle donne la liberazione di parte del tempo di vita.
  • Welfare universale e anche autonomo, pensato sui bisogni e i desideri delle donne e delle soggettività lgbtiq, adeguato e all’altezza delle forme, delle relazioni e degli stili di vita contemporanei. Esemplari sono gli esperienze delle consultorie autogestite all’interno delle quali sia possibile sovvertire le forme di riproduzione sociale che impongono e fissano le identità e i ruoli di genere. Servizi laici, gratuiti e non ingerenti rispetto alle scelte di vita degli individui.
  • Rifiuto del welkfare aziendale in quanto forma privatizzata di welfare, che rivendichiamo invece accessibile a tutte e tutti, non monetizzabile e slegata dai contratti di lavoro
  • Politiche a sostegno della maternità e alla genitorialità condivisa, quindi indennità garantita e generalizzata a tutte le forme contrattuali e non solo al lavoro garantito, tradizionale.  
  • Rifiuto delle politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, nei termini in cui riafferma una determinata divisione sessuale del lavoro che assegna “naturalmente” alle donne il lavoro riproduttivo e di cura

Pratiche:

  • Presidi e forme di solidarietà concreta a sostegno delle donne che hanno subito provvedimenti disciplinari e repressivi in seguito agli scioperi e alle lotte sul lavoro,  a partire dallo sciopero dell’ 8 marzo
  • Costruire reti mutualistiche di solidarietà che accolgano i bisogni delle donne; sovvenzionare casse di resistenza per finanziare tali reti, sulla scia della storia dei movimenti femministi che hanno creato, autogestito e rivendicato servizi delle donne per le donne espropriando al dominio maschile le conoscenze e le decisioni in termini di salute e autodeterminazione sui corpi e come strumento di rifiuto della sessualità normata
  • Campagna contro i ricatti e le molestie sul lavoro come contributo del Tavolo contro la violenza sulle donne
  • Conoscere lo sciopero come pratica di lotta, così come iniziato con l’8 marzo, a partire dall’alleanza tra diversi settori sociali e sindacali, insistendo sul processo di riappropriazione e risignificazione dello stesso, al fine di sovvertire i ruoli sociali imposti, lo sfruttamento e la precarietà, e affermare il rifiuto della violenza neoliberista.
  • Creazione e diffusione di nuove pratiche mutualistiche e sindacali
  • Declinazione del diritto all’abitare dal punto di vista di genere, per tutelare le situazioni di donne sole costrette ad affrontare il calvario dello sfratto e le cui condizioni di precarietà lavorativa rappresentano un ostacolo forte all’ottenimento di una situazione abitativa stabile e dignitosa
  • Costruzione di una banca dati sul gender pay gap, sulle molestie e le discriminazioni sulle donne e le soggettività lgbtiq, per realizzare ricerche incrociate che consentano di mappare i bisogni e le situazioni sui territori, imponendo criteri differenti di lettura e analisi
  • Creazione di un osservatorio che intersechi la ricerca e la produzione e la trasmissione dei saperi, che coinvolga Istat, i centri di ricerca e le università, e che possa servire anche a mappare l’accesso all’università, le ragioni economiche, sociali e culturali che vanno a definire le scelte delle studentesse, native e migranti.
  • Indagine sul rapporto tra sfruttamento e salute delle donne, anche riproduttiva, nei luoghi di lavoro
  • La promozione di una lettura femminista trasversale alle discipline. Riconoscimento anche della pratica dell’ autoformazione fra i dispositivi di produzione e trasmissione di saperi critici situati e femministi
  • Consultori e servizi per la salute anche dentro l’università, come forma di prevenzione per le giovani generazioni e la garanzia del libero accesso alle infrastrutture regionali

Report tavolo Legislativo e Giuridico (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Principi generali

La violenza maschile contro le donne è questione sociale, culturale, sistemica e strutturale che nasce e si nutre della disuguaglianza economica e sociale delle donne.

E’ per questo che, nel gestire le azioni di contrasto alla violenza maschile contro le donne, è fondamentale che le giuriste e le avvocate femministe contrastino interventi normativi securitari e parcellizzati che non mettono al centro le donne, le loro scelte ed i loro diritti e si impegnino a promuovere e difendere tutti i diritti delle donne, comprendendo anche i diritti economici e sociali delle stesse, quali precondizioni per la libertà femminile e per il superamento e la fuoriuscita dalla violenza.

La violenza di genere è questione trasversale ed intersezionale che interessa non solo le donne, ma una pluralità di soggettività, discriminate per identità e/o scelta di genere.

La libertà di autodeterminazione delle donne e  l’inviolabilità dei loro corpi costituiscono i principi basilari irrinunciabili che devono ispirare ogni azione di contrasto alla violenza maschile, animando gli obiettivi e le pratiche del piano femminista antiviolenza

Obiettivi del piano femminista contro la violenza

  • realizzare la piena ed effettiva attuazione della Convenzione di Istanbul, che è tuttora ostacolata dal permanere di pregiudizi e stereotipi sessisti, omo-transfobici e discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le soggettività non eteronormate.
  • organizzare -a tutti i livelli – banche dati che garantiscano la conoscenza qualitativa e quantitativa delle violenze di genere, in tutte le forme, quale premessa indispensabile per agire politiche del diritto consapevoli;
  • promuovere e assicurare la formazione specializzata e permanente di tutti gli operatori che entrano in contatto con le vittime di violenza (operatori del diritto, magistrati, avvocati, rappresentando i tribunali uno dei luoghi di massima espressione del patriarcato, ed ancora operatori sociosanitari, educatori, e forze dell’ordine);
  • conferire pieno riconoscimento alla competenza specifica delle donne che lavorano nei centri antiviolenza e nelle case-rifugio femministi.
  • garantire la formazione sin dai percorsi scolastici ed universitari, che deve avere come obiettivo principale il superamento dei pregiudizi e degli stereotipi sessisti
  • riconoscere ogni forma di violenza maschile contro le donne, compresa quella psicologica e economica, nonché quella subita dai minori che vi assistono (cd violenza “assistita”), ed ancora la violenza ostetrica, le molestie sessuali sui luoghi di lavoro, la violenza sul web e attraverso i social media.
  • superare una cultura giuridica che riconduce la violenza maschile sulle donne alla ‘conflittualità’ di coppia, così disconoscendo il fenomeno stesso e sminuendo la credibilità delle donne che la subiscono.
  • garantire protezione e accesso alla giustizia alle donne straniere vittime di violenza, sfruttamento sessuale e lavorativo, tratta e traffico di esseri umani, indipendentemente dalla loro posizione giuridica sul territorio italiano e dalla presentazione della denuncia, garantendo loro un permesso di soggiorno permanente, svincolato dal loro aggressore.
  • assicurare alle vittime di violenza, tratta e sfruttamento l’accesso ai servizi di protezione e supporto, quali le consulenze legali, il sostegno psicologico, l’assistenza finanziaria, l’alloggio, l’istruzione, la formazione e l’assistenza nell’inserimento lavorativo
  • garantire l’effettività del risarcimento del danno per le vittime di violenza, superando l’attuale burocratizzazione delle procedure di accesso ai fondi costituiti;
  • porre a carico dello Stato l’anticipazione di tutte le somme disposte dalla autorità giudiziaria in favore delle donne vittime di violenza sia in sede civile che in sede penale
  • ridurre i tempi della giustizia, anche mediante la previsione di corsie preferenziali tuttora carenti per i procedimenti civili e scarsamente attuate per i procedimenti penali.
  • vietare nei casi di violenza maschile contro le donne la mediazione familiare e le altre forme alternative di soluzione delle controversie, che determinano vittimizzazione secondaria per le donne e per i loro figli/e;
  • escludere espressamente l’affidamento condiviso in tutti i casi di violenza intrafamiliare e opporsi ad altre forme di affidamento che causano pregiudizio per i minori e svuotamento dei diritti economici delle donne, quali l’affidamento alternato dei figli e la conseguente perdita del diritto alla assegnazione della casa familiare, che diventa ennesimo strumento di ricatto e mantenimento della donna in una condizione di sudditanza economica nei confronti degli uomini
  • contrastare la abdicazione da parte dei giudici minorili e civili alla propria funzione  di valutazione e decisione, praticata attraverso una delega di fatto ai CTU e agli operatori dei  servizi sociali, e quindi vietare di procedere a valutazione psicologica e psicodiagnostica sulle donne vittime di violenza e sulla loro capacità genitoriale;
  • introdurre strumenti idonei ad assicurare la più rapida ed efficace protezione della donna con figli/e minorenni, quali la semplificazione delle procedure di rilascio/rinnovo dei documenti e del nullaosta al trasferimento scolastico, agevolando l’accesso ai servizi di sostegno psicologico e alle cure sanitarie;

Pratiche e Mobilitazione

  • Promuovere la diffusione dei principi ispiratori e del lavoro di elaborazione del nostro movimento in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario di Febbraio prossimo
  • Costituire un Osservatorio composto da delegazioni di tutti i “tavoli” di NUDM come strumento di accertamento e raccolta di dati informativi e di documenti utili alla elaborazione di piattaforme legislative e di lotta, oltre a strumento di elaborazione e diffusione di dati relativi alle criticità rilevate nelle prassi giudiziarie e relative a violenza agite in famiglia, nei luoghi di lavori, nelle strutture sanitarie e nei luoghi di detenzione penale e amministrativa.
  • Costituire una banca di raccolta delle sentenze in materia che consenta uno scambio continuo di competenze ed esperienze nei diversi tribunali nazionali
  • Collaborare, con le proprie competenze, alla costituzione di assemblee pubbliche di donne nei territori, utilizzando le sedi delle Associazioni già esistenti e che partecipano al progetto di “NonUnaDiMeno”, o di altri luoghi di incontro da creare insieme alle donne.

 

Report tavolo Femminismi e migrazioni (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Contributo per il piano femminista contro la violenza.

Principi:

Ci opponiamo al regime dei confini, critichiamo il sistema istituzionale d’accoglienza, rivendichiamo libertà di movimento e di soggiorno incondizionata in Europa. Ripudiamo la logica emergenziale applicata alle migrazioni; rigettiamo l’invisibilizzazione delle migranti in nome del decoro urbano e la militarizzazione delle vite di tutte e tutti. Rifiutiamo la vittimizzazione delle donne migranti. Diciamo no al lavoro gratuito per “meritarsi” il diritto di restare e a ogni forma di sfruttamento. Ci opponiamo alle espulsioni, alla detenzione, al ricatto del permesso di soggiorno; no alla selezione delle soggettività indecorose.

Rivendichiamo e risignifichiamo politicamente il diritto d’asilo per le donne che si sottraggono a ogni forma di violenza fisica, psicologica ed economica sia nei paesi di origine che di transito.  Riportiamo il discorso sulla tratta all’interno di quello sulle forme della violenza strutturale e sistemica contro le donne. Imponiamo una prospettiva femminista nell’approccio alla questione della tratta che rifiuta il predominante discorso repressivo e rifiuta di condizionare la tutela delle donne alla narrazione di sé come vittime.

Partiamo dalle nostre vite, consapevoli delle differenze di posizionamento che attraversano ognuna di noi secondo le categorie di genere, razza, classe, orientamento sessuale, identità di genere e abilità.  Combattiamo ogni forma di sessismo nei suoi intrecci con gli altri sistemi di dominio quali il razzismo, il capitalismo e la violenza patriarcale e di stato: ci opponiamo non solo al razzismo istituzionale, ma alle forme di razzismo diffuso che strutturano la società, preesistono ai movimenti migratori e dalle quali nessuna può dirsi immune. A fronte della retorica sull’integrazione che pone un binarismo gerarchico tra “noi” e “loro”, pratichiamo alleanze tra forme diverse di oppressione come abbiamo fatto per lo sciopero globale dell’otto marzo.

Obiettivi:

  • Abolizione dei decreti Minniti- Orlando e delle leggi italiane ed europee che limitano e governano mobilità delle migranti, inclusi il migration compact e gli  accordi internazionali di esternalizzazione delle frontiere
  • Abolizione del sistema della detenzione amministrativa anche tramite l’abrogazione del cosiddetto “reato di clandestinità”. Chiusura di tutti i CIE (rinominati dal nuovo decreto CPR) in quanto strutture di detenzione che limitano la libertà di movimento di tutte e tutti e che invisibilizzano e opprimono le soggettività non conformi (come le persone trans), sottoposte alla discrezionalità dei direttori delle strutture detentive, e spesso private delle cure ormonali e sottoposte a condizioni di prigionia che violano la loro dignità.
  • Permesso europeo incondizionato e illimitato slegato dal lavoro e svincolato da padri e mariti
  • Reddito di autodeterminazione slegato dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno (dialogo con tavolo lavoro)
  • Salario minimo europeo contro la segregazione lavorativa delle donne e la discriminazione salariale e sessuale fuori e dentro i luoghi di lavoro
  • Riconoscimento della casa, della residenza e del domicilio di fatto
  • Accesso incondizionato alla salute e al welfare
  • Diritto all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva per le donne migranti (dialogo con tavolo salute)
  • Riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali ottenuti nei paesi di provenienza
  • Cittadinanza e ius soli per le seconde generazioni e per chi vive sul territorio
  • Procedure semplificate, accelerate e requisiti ridotti (reddito, residenza) per l’ottenimento della cittadinanza per le donne migranti
  • Diritto al ricongiungimento con i figli presenti sul territorio
  • Presenza garantita dei sevizi di mediazione culturale e di traduzione in tutti i presidi sanitari, nei servizi sociali e nei rapporti con la pubblica amministrazione.
  • Messa in discussione e rielaborazione critica della scelta politica di distinguere nettamente il piano nazionale antiviolenza e il piano nazionale antitratta.
  • Garantire l’effettivo accesso e il riconoscimento della protezione internazionale per le donne che si sottraggono a ogni forma di violenza anche economica.
  • Riconoscere esplicitamente le donne e le soggettività non conformi come specifico “gruppo sociale” ai fini della legislazione sulla protezione internazionale
  • Praticare un approccio femminista nei percorsi dedicati sia alle vittime di tratta che alle richiedenti asilo con l’obbiettivo che l’utenza diventi agente delle strategie di fuoriuscita dalla violenza
  • Ridefinire gli strumenti di contrasto alla tratta, incluse le linee guida UNHCR per l’identificazione delle vittime, non in relazione alla coercizione o meno della volontà delle donne bensì sulla base della violenza dello sfruttamento
  • Svincolare il p.d.s. per protezione sociale (art. 18 TUIMM) dal percorso giudiziario
  • Allargare la tutela del p.d.s per le donne che subiscono qualunque forma di violenza (art. 18 bis TUIMM), anche episodica e sul posto di lavoro, svincolandolo dal percorso giudiziario/penale, e garantendone l’accesso effettivo alle donne prive di documenti sul territorio
  • Svincolare il p.d.s. per sfruttamento lavorativo (art. 22 TUIMM) dal percorso giudiziario/penale
  • Favorire i percorsi di fuoriuscita dalla violenza e dallo sfruttamento garantendo reddito di autodeterminazione, diritti e servizi
  • Messa in discussione dei canoni dell’italianità  e della “bianchezza” rileggendo, a partire dal genere, la storia coloniale italiana ed europea e mettendo in luce i rapporti tra razzializzazione, sessismo e sfruttamento.
  • Riscrivere, in quest’ottica, i programmi e i testi scolastici di ogni ordine e grado, sottolineando il ruolo della violenza sui corpi delle donne nei processi storici di colonizzazione
  • Scardinare la strumentalizzazione politica dei corpi delle donne a fini razzisti e securitari
  • Liberare gli spazi urbani dai processi di ghettizzazione coatta e di gentrificazione costruendo spazi politici condivisi e femministi.

Pratiche:

  • Co-formazione/autoformazione sui decreti Minniti/Orlando, sulle loro conseguenze sui corpi delle donne e per il tema asilo-tratta, a partire dalle pratiche delle realtà che partecipano a Non Una Di Meno, anche al fine di individuare pratiche di resistenza e disobbedienza.
  • Autoformazione critica sulle linee guida UNHCR per l’identificazione delle vittime di tratta.
  • Proposta di giornata di mobilitazione delle donne migranti e di tutte le donne sulla condizione politica specifica delle migranti, da pensarsi sul lungo periodo e coordinando sul piano nazionale il lavoro territoriale; la mobilitazione avrà tra gli obbiettivi l’abolizione dei decreti Minniti- Orlando e delle leggi italiane ed europee che limitano e governano mobilità delle migranti.
  • Proponiamo un approccio trasversale, che non settorializzi la questione migrante e affronti le rivendicazioni nel quadro globale della critica al regime dei confini e nel contesto delle lotte migranti esistenti.
  • A partire da  strumenti linguistici e di lotta volti a favorire la partecipazione delle donne migranti   progettiamo di spazi politici condivisi e femministi.
  • Continuiamo la discussione su razzismo e intersezionalità interrogandoci sul nostro posizionamento per decostruire il razzismo interiorizzato.