Report area aematica: riGENERIamocILIBERAmente per la liberazione della violenza sui corpi, i territori, gli animali

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La riunione dell’area tematica è iniziata con un giro di presentazioni dove ognuna,o,u di noi ha raccontato cosa ci ha portato a questa area tematica.

Dato che non tutte le persone presenti hanno seguito il percorso del TCTSU dal suo inizio, è stato spiegato brevemente per capire come la proposta si sia sviluppata. In Aprile 2017, i tavoli NUDM erano 8. Nell’assemblea a Roma in aprile 2017 venne sollevato il problema che dentro tutti i tavoli non ci fosse nulla sulla violenza ambientale, sulla terra, sui generi e sulle specie. Si formò in quella stessa assemblea una mailing list con le compagne che davano la loro adesione e si cominciò a lavorare online per preparare il lavoro per l’assemblea nazionale successiva dove ci si incontrò fisicamente per la prima volta e si stilò insieme un documento/report che venne letto in plenaria a Pisa.
L’intervento del tavolo fu accolto con grande entusiasmo dall’assemblea e nacque di fatto il tavolo 9 che ha partecipato alla stesura del piano.

Dalla scrittura del piano si è lanciata, a Milano come idea, a Bologna come proposta la campagna riGENERIamociLIBERAmente e si è lavorato alla preparazione della SEMInARIA.

Abbiamo continuato a lavorare in modo transterritoriale sia incontrandoci in occasione di tutte le assemblee nazionali che prevedendo incontri specifici e on line usando strumenti quali la mailing list, i pad per la scrittura dei documenti collettivi, un gruppo telegram, un gruppo whatsap a Roma e due gruppi territoriali uno a Milano e uno a Roma. Le nostre presenze sono nelle assemblee NUDM di Bologna, Verona, Roma, Milano, Salerno, Firenze Le proposte elaborate in questi incontri e via mail sono poi state portate a Milano nel Febbraio 2018.

Le tematiche sulle quali abbiamo costruito una campagna sono la depsichiatrizziazione e depenalizzazione delle soggettività trans, la liberazione dalle chirurgie e pratiche mediche non necessarie per le soggettività intersex, la liberazione da pratiche forzate che si verificano nell’adolescenza (ma non solo) contro le soggettività lgbtq+. Un esempio recente di questo è il caso di Sara, chiusa in casa dalla sua famiglia per più di un anno per avere dichiarato di essere lesbica.

È stata creata una mailing list specifica per organizzare la SEMInARIA che si terrà allo SCUP a Roma il 9, 10, 11 Novembre e che lavorerà in modo aperto e dialogico sui temi del transfemminismo, ambientalismo e antispecismo. La Seminaria sarà l’occasione per lanciare la campagna RigeneriamociLiberamente. Per organizzare la seminaria si è formato anche un gruppo territoriale a Roma che si occupa anche degli aspetti logistici.

La SEMInARIA è un incontro di dialogo laboratoriale a livello nazionale pensato in modo partecipato e orizzontale. Abbiamo nel percorso di avvicinamento definito le tematiche, il come vogliamo affrontarle e i titoli dei laboratori:
• Verso la liberazione dalla violenza sui corpi umani e non, sulla terra, sui territori?
• Che cos’è il transfemminismo? Approcci e pratiche transfemministe intersezionali
• L’antispecismo come possibile orizzonte di lotta per la liberazione animale e umana?

I laboratori saranno facilitati attraverso giochi ed esercizi che ci permetteranno di affrontare i temi proposti con una metodologia di interazione divertente e accessibile a tutti, a tutte, a tuttu creando forti legami fra le persone del gruppo. Con la metodologia del TeatroDeOppressao (TDO), con la lezione performativa di Egon Botteghi, con Dale Zaccaria, Ambra Joelle Orlandini, Sara Zappino, il fronte murghero, con le incursioni sonore di Severin, condivideremo il cibo vegano, gli spazi del centro sociale SCUP e il territorio in cui è inserito, dialogheremo attraverso le nostre esperienze e le nostre pratiche collettive e individuali, insomma vivremo una tre giorni intensa e speriamo arricchente.

La domenica sono previste due plenarie:
• Incontro aperto alle pratiche ed esperienze in una prospettiva di lettura di interrelazione tra transfemminismi, antispecismi e ecofemminismi: comunicazione di pratiche, di costruzione di spazi e di percorsi sia individuali che collettivi lasciando parlare le differenze, le soggettività, i corpi
• Presentazione della campagna riGENERIamociLIBERAmente

Concluderemo con la Passeggiata transECOfemminista. Si parte e si torna insieme…….

Ci muove il desiderio di uscire da una logica di dominio. In questo senso sentiamo il bisogno di attraversare la giornata del 10 novembre e abbiamo deciso di eliminare dal programma uno dei laboratori della seminaria per attraversare anche noi con i nostri corpi lo spazio di protesta contro il disegno di legge Pillon che ci colpisce duramente e colpisce forme di genitorialità che in questi anni sono andate oltre la famiglia patriarcale riproducente i ruoli di subalternità e violenza.

Dopo questa introduzione ci siamo date-i-u il compito di utilizzare il nostro incontro a Bologna per confrontarci, ridefinire la campagna riGENERIamocILIBERAmente, inserire riferimenti precisi agli attacchi transomofobici presenti nel disegno di legge Pillon ma anche riaggiornarla alla luce delle decisioni dell’OMS rispetto alla depsichiatrizzazione delle soggettività trans. Questo incontro a Bologna ci ha dato anche l’occasione di aggiungere altri aspetti emersi durante la discussione. Per iniziare la discussione da un punto di conoscenza condiviso, Lidia ha letto il testo della campagna per intero. Dopo la lettura abbiamo raccolto vari interventi incentrati sui temi della campagna che ci hanno aiutato a elaborare alcune proposte da presentare in plenaria.
Soggettività intersex
E stato suggerito di correggere la sezione in cui la campagna parla della necessità di combattere le mutilazioni forzate per intersex. Abbiamo deciso di utilizzare una definizione più corretta dal punto di vista medico riferendoci a chirurgia e medicalizzazione non necessaria. È stato inoltre suggerito che spesso questi interventi avvengono perché i genitori dei soggetti non sono informati e vengono consigliati da medici a loro volta condizionati. È stato sottolineato anche come questa tendenza a forzare ad esempio u neonatu verso un sesso o un altro sia una tendenza diffusa più che altro nella cultura e medicina occidentale (cristiana). Inoltre dobbiamo fare un distinguo e non parlare esclusivamente di neonatu o bambinu ma di persone, in quanto la medicalizzazione spesso si protrae e influenza tutta la vita. Dobbiamo prestare più attenzione ai medici che agiscono queste violenze appunto in gran parte non necessarie.
Abbiamo anche riflettuto sull’importanza di non parlare per altri e che soggettività intersex siano coinvolte nella campagna. Laurella ha riferito che associazioni intersex (gruppo Intersexioni) sono state interpellate, hanno letto e approvato la campagna e alcuni verranno alla seminaria.

Oltre il binarismo
È emersa poi la problematicità della definizione °soggetti non conformi° usata nella campagna. Liberare soggetti non conformi sembra un ossimoro, sembra suggerire ci sia una norma e un fuori norma. Allo stesso tempo per alcune-i-u è utile chiamarsi e riconoscersi dentro una certa °etichetta° come ad esempio °non conforme°, °non binaria° e preferiscono rivendicarne l’uso.
Nella campagna cercheremo di parlare di soggettività che rifiutano di conformarsi, o che vengono considerate non conformi da una società eteropatriarcale abituata ad imporre distinzioni binarie. Laurella che ha scritto gran parte del testo, si è offerta di rivederlo, con particolare attenzione su psichiatrizzazione e patologizzazione capitalistiche e cercando di decostruire completamente le categorie di maschio e femmina. Anche questo lavoro di correzione-arricchimento può essere fatto collettivamente attraverso il pad. Il pad infatti viene usato per la scrittura collettiva, nessuno cancella mai contributi di altre,i,u, le riformuliamo con un colore diverso.

Il punto che vogliamo sia chiaro è che vogliamo una società non binaria e non abilista. Infatti anche nel dibattito femminista intersezionale ancora non ci si ricorda abbastanza della disabilità.
Abbiamo concordato di usare nel testo soggettività “ritenute non conformi”

Soggettività trans
Abbiamo parlato della necessità che le soggettività trans abbiano la possibilità di accedere a consultori e consultorie dove incontrare soggettività con diverse esperienze, sia chi ha fatto transizione che chi ha deciso di non farla. Insomma che non siano persone cis le referenti del loro percorso ma che ci sia una presa in carico autonoma e autogestita delle consultorie e il lavoro per aprirne altre diffuse sul territorio.

Obiettivi della campagna:

• la liberazione dalla patologizzazione e psichiatrizzazione di tutte le soggettività trans (con la necessaria modifica della legge 164/1982)
• la liberazione dalle mutilazioni genitali (chirurgia e medicalizzazione non necessaria ) sui corpi delle persone intersex per normare in senso binario i loro corpi
• la liberazione dalle terapie di conversione, anche dette riparative o di riorientamento sessuale che tendono a eterosessualizzare persone omosessuali con assunzione di farmaci, riti religiosi ed esorcismi

Proponiamo che NUDM nazionale assuma questa campagna e che questa si possa articolare in modo trasversale coinvolgendoci tutte tutti e tuttu attraverso:

• campagne mediatiche
• banchetti e presidi
• presenza di queste soggettività nelle assemblee dei consultori e come operatoru
• difesa e apertura di nuove consultorie dove tutte le soggettività possano trovare agio e spazio per la loro autodeterminazione
• Consultorie transfemministe nelle scuole e nelle università
• Denunce delle pratiche di mutilazioni genitali per neonatu intersex
• Campagna di sbattezzo: con l’influenza del conservatorismo cattolico sempre più estesa ed evidente nelle decisioni politiche e legislative a livello globale e italiano (vedi Pillon e iniziative contro la ‘teoria del gender) non possiamo non prendere esempio dalle compagne Argentine che hanno lanciato una campagna di apostasia collettiva. Sbattezziamoci tutte per dare un segno chiaro che vogliamo i preti fuori dalle nostre mutande, dalle nostre scuole, dai nostri ospedali.
Link con informazioni sulla procedura di sbattezzo.

Ci siamo definite come persone in un orizzonte antispecista visto che non tutte le persone che lavorano in quest’area vengono o sono parte di questo specifico percorso.

L’Antispecismo rimane spesso un termine oscuro, spesso marginalizzato o sconosciuto ed è quindi fondamentale chiarirne il significato. Come i femminismi e i transfemminismi, l’antispecismo ha lo scopo di trasformare categorie sociali, di provocare una rivoluzione culturale che ci spinga a mettere in discussione ciò che diamo per scontato. Cosi come il transfemminismo mette in discussione il patriarcato, l’antispecismo mette in discussione l’antropocentrismo, l’idea della superiorità dell’umano sugli altri esseri viventi. Anche l’antropocentrismo è una costruzione culturale oppressiva e per questo, come transfemministe intersezionali non possiamo ignorarla. Aggiungendo una prospettiva anticapitalista possiamo riferirci a Michael Hardt che allude agli animali in allevamenti intensivi come il nuovo proletariato.

Molti pensano che il veganismo sia la condizione si ne qua non dell’antispecismo mentre invece si tratta di un percorso graduale di liberazione che inizia dal riconoscimento del problema del sacrificare gli animali per il nostro piacere personale o per i nostri bisogni.

L’antispecismo però è spesso una posizione divisiva, non entra mai in altri contesti di attivismo, viene sempre snobbato, cosi come l’ecofemminismo. Forse questo è perché l’antispecismo e l’ecofemminismo ci spingono a fare i conti con comportamenti cosi radicati e piacevoli nel nostro quotidiano, con la necessità di cambiamento e con le nostre dirette responsabilità che preferiremmo ignorare. A volte si riscontra sessismo e misoginia nei movimenti antispecisti e discriminazione e ridicolizzazione della parte che si riconosce nell’antispecismo nei movimenti femministi e transfemministi

Anche all’interno di NUDM sentiamo il rischio di questa marginalizzazione. Invece crediamo che aprendoci anche a questa prospettiva, nella consapevolezza di fare delle nostre differenze ricchezze e del nostro movimento uno spazio inclusivo di libertà, NUDM si rafforzerebbe e raggiungerebbe altre,i,u attivistu.

Crediamo nella possibilità di portare quest’orizzonte di riflessione dentro il nostro movimento cominciando anche qui a fare attenzione a non riprodurre oppressione attraverso il linguaggio che utilizziamo (per esempio l’uso di metafore di animali per indicare comportamenti umani in senso dispregiativo come usare I maiali per gli stupratori o I topi per i fascisti).

Per costruire una realtà diversa dobbiamo assumere un linguaggio di rispetto tra noi, di rispetto dei generi ma anche delle altre specie.

Ci interessa anche molto in tema di gerarchie lavorare e entrare in relazione con le campagne che difendono i territori NO TAV, NO TAP, STOP Fracking perché la terra non è nostra, siamo noi che apparteniamo alla terra e la liberazione dall’uso sfrenato delle risorse, dallo sfruttamento del pianeta, dalla schiavizzazione di intere comunità, dal potere e dalle devastazioni delle multinazionali, dalle colonizzazioni, dalle oppressioni, dalle occupazioni meritano tutte le nostre energie e lavoro
Per questo riteniamo che come movimento dobbiamo intensificare le nostre reti internazionali e lavorare ad un incontro dei femminismi e transfemminismi a livello transnazionale

In sintesi tutto quello che abbiamo discusso e su cui si concentra la seminaria e la campagna ha in comune la centralità dei corpi e della loro resistenza verso un sistema di oppressione.

 

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Report gruppo contrasto alla violenza maschile e di genere

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Il gruppo di lavoro sul contrasto alla violenza maschile e di genere si è suddiviso in tre sottogruppi, su Contrasto delle norme che attaccano la libertà delle donne, spazi femministi, educazione e narrazioni.

Il gruppo educazione e narrazioni è partito dalla presenza aggressiva di reti come i Nogender e i Pro-life, che godono di risorse finanziarie significative e agiscono pervasivamente con progetti sui territori, e dall’influenza delle associazioni cattoliche e reazionarie in scuole e università. Le proposte che sono state messe in campo tentano di creare un nuovo immaginario, di mettere in circolazione nuove narrazioni, tanto nel mondo della formazione e dell’educazione, quanto a tutti i livelli della società.

Dobbiamo ripartire dal linguaggio, sia a livello educativo, progettando vademecum e pamphlet sui comportamenti e posture maschilisti di cui possano usufruire gli e le insegnanti, proponendo un modello transfemminista, sia a livello mobilitativo, costruendo momenti di confronto, assemblee e consultorie autogestite con studenti e studentesse nei luoghi della formazione.

Dobbiamo quindi sì, esigere educazione sessuale nelle scuole e nelle università, non solo in ottica di prevenzione alle malattie e alle gravidanze, ma soprattutto un’educazione alle differenze, un’educazione al piacere e alla sessualità svincolata da logiche eteronormate e riproduttive. I luoghi della formazione possono essere un motore propulsivo e trasformativo di aggregazione, sia di realtà territoriali, sia a livello più ampio, per esempio mettendo in comunicazione le varie esperienze cittadine.

Dobbiamo sfruttare ogni canale comunicativo a nostra disposizione e renderlo femminista, usando pratiche performative come appendere manifesti di impatto di sensibilizzazione sul consenso in città seguendo l’esempio di quanto già fatto in alcuni territori, portare un linguaggio femminista e inclusivo sui social media, contaminare il mondo dell’arte figurativa, dell’editoria e della didattica tutta, scardinandone l’impostazione eteropatriarcale.

La discussione del gruppo spazi e città femministe si è sviluppata seguendo quattro linee di ragionamento:

1. riappropriamoci dello spazio urbano, attraverso pratiche di subvertising per decostruire la retorica su sicurezza e decoro che fa ancora una volta del corpo delle donne un corpo da proteggere e da salvare. In questo senso sono state proposte su esempio di altre città (es. Barcellona) passeggiate notturne, marcatamente femministe, dal centro alla periferia, per attraversare luoghi denotati come insicuri o di emarginazione sociale. Inoltre da più parti si è sentita la necessità di portare i nostri discorsi fuori dai confini assembleari e moltiplicare i momenti di contaminazione dello spazio pubblico attraverso assemblee e laboratori nelle piazze e nelle strade e nei luoghi della formazione in modo da far strabordare quello stato di agitazione permanente fuori dai nostri luoghi in vista e oltre lo sciopero.

2. Proposta di vademecum di how to per elaborare strategie di risposta collettiva di fronte ad aggressioni sessiste e razziste e la condivisione di campagne di sensibilizzazione tra le varie città.

3. Difesa degli spazi femministi. Elaborazione di documento politico che riconosca questi spazi come bene inalienabile, attaccando in questo modo la precarietà dovuta a patti di collaborazione e bandi con le amministrazioni comunali, sottolineandone il valore politico per uscire dal ricatto dello sgombero.  Riappropriarsi di spazi inutilizzati nel contesto cittadino, contrastando anche l’eliminazione del vincolo di uso sociale dei beni confiscati alla mafia previsto dal DL Salvini. Creare reti di sostegno, non solo virtuali, e campagne su tutto il territorio.

4. Contrasto al sessismo nei movimenti e negli spazi misti attraverso pratiche di riconoscibilità di punti di ascolto femministi, nonché la creazione di una safety collettiva senza la delega ad altri.

Il gruppo sulle norme si è concentrato su un’analisi del Disegno di legge Pillon. Questo non deve essere affrontato nell’ottica di emendarlo, ma di respingerlo completamente. Imponendo la logica della «bigenitorialità», il Ddl nasconde un attacco rivolto alle donne che sempre più radicalmente si sottraggono alla famiglia, non solo per ragioni di violenza domestica, ma perché è un’istituzione oppressiva. Esso formalizza e aggrava una situazione di fatto già difficile per le donne, caratterizzata da una diffusa violenza nei tribunali – che bisogna continuare a contrastare – e dalla prassi di obbligare i figli a vedere il padre anche se questo è stato denunciato per atti di violenza.

Bisogna mettere in campo un lavoro di informazione efficace e di largo respiro: sul piano legislativo e istituzionale, vigilare sull’iter al Senato e seguire le audizioni, pensando anche a possibili mobilitazioni a ridosso dei momenti chiave, mostrare la natura incostituzionale del Ddl, il modo in cui esso viola convenzioni internazionali, portare alla luce le statistiche. Adottare un’ottica intersezionale facendo vedere che non colpisce tutte le donne allo stesso modo. Il gruppo produrrà un piccolo opuscolo in pochi punti da far circolare ampiamente da qui in avanti e dei video in cui madri separate prendano direttamente parola.

Bisogna poi mostrare qual è la posta in gioco del disegno di legge: riaffermare l’ordine della famiglia e l’autorità dei padri, sdoganare la violenza come pratica ordinaria di garanzia dell’ordine familiare, e quindi portare alla luce il suo legame con il Decreto Salvini che non riconosce gli stupri lungo il viaggio come ragione per concedere il permesso, mentre d’altra parte assume un’ottica di «difesa delle donne» per legittimare razzismo ed espulsioni. Entrambi affermano un’intera visione della società che bisogna contrastare come tale e con ogni mezzo. Il gruppo ha discusso delle mobilitazioni del 10 e del 24 novembre. Sostenere l’iniziativa contro il Ddl è importante, partecipando al 10 anche come tappa di lancio del 25 novembre, quando il nesso tra il patriarcato del Ddl Pillon e il razzismo del Decreto Salvini e la loro visione della società dovranno essere aggrediti con forza come tasselli di una medesima violenza sistematica.

 

 

 

Report gruppo di lavoro su area tematica: Salute e autodeterminazione

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Nell’attuale contesto politico subiamo un duplice attacco sul piano della salute:

  1. Da una parte, la progressiva perdita di servizi sanitari realmente pubblici – attraverso processi di privatizzazione e commercializzazione, assicurazioni integrative, esternalizzazioni dei servizi – che ha forti ripercussioni su accessibilità, qualità del servizio e capacità di rispondere ai bisogni reali.
  2. Dall’altra, un attacco diretto alla salute delle donne, delle soggettività TFQ, delle e dei migranti, particolarmente acuitosi con quest’ultima esperienza di governo giallo-fascista come naturale prosecuzione dei governi passati.

Una questione che tiene uniti questi due attacchi è quella della riproduzione sociale ed economica della nazione bianca volta a escludere tutte le soggettività non produttive e non riproduttive, negando ogni pratica di autodeterminazione che non risponda a questo obiettivo.

È in questo quadro che si inserisce lo svuotamento della legge sull’aborto, attraverso l’obiezione di coscienza, presenza dei pro-life nelle strutture sanitarie, chiusura dei reparti deputati IVG, contrasto alla contraccezione di emergenza e all’aborto farmacologico. Dal gruppo di lavoro è stata ribadita non solo la necessità di difendere quanto di condivisibile è presente nel testo della legge 194, ma di dare concreta accessibilità al servizio, estendendo l’utilizzo della RU486, contrastando ogni forma di obiezione sino alla sua eliminazione formale e concreta.

Il tema dell’aborto apre a degli spazi di trasformazione politica solo se inserito in un più ampio discorso femminista e transfemminista sul diritto alla salute come autodeterminazione dei nostri corpi e bisogni/desideri – una lotta strutturale contro un sistema di salute funzionale al nostro destino di genere, di riproduzione sessuale ed economica.

Così come le donne anche le soggettività trans* subiscono negativamente lo smantellamento dei servizi sanitari. L’esistenza dei pochi sportelli trans* non è sufficiente a garantire un servizio che favorisca l’autodeterminazione dei corpi. Il percorso di transizione ci obbliga a sottostare alla norma etero (se sei nat* donna devi diventare il perfetto uomo e se sei nat* uomo devi diventare la perfetta donna). Tutto ciò esclude le soggettività eccedenti questa norma. Le soluzioni a questo problema sono due:

  1. La strada dei servizi privati, spesso inaccessibile economicamente.
  2. L’autosomministrazione/autogestione della terapia attraverso la collettivizzazione delle risorse, che spesso comporta rischi sulla propria salute

In risposta a questa privatizzazione e svuotamento dobbiamo alzare la posta. Non limitarci a difendere avanzamenti normativi del passato (leggi 194, 833, 180) ma riappropriarci dei servizi a livello territoriale e avviare discorsi e pratiche condivise sulle salute a livello nazionale, in cui un punto centrale sia la reale partecipazione delle/i pazienti e delle comunità che rimetta in discussione i rapporti di potere (potere medico e istituzionale).

Andare oltre l’equità formale non solo attraverso l’informazione. L’accesso alle informazioni difatti è esso stesso selettivo: diseguaglianze di classe, istruzione, lingua e cittadinanza si riproducono anche su questo piano. È per questo necessario costruire spazi che partano dall’esperienza dei vissuti e dall’autogestione, in cui il dialogo tra saperi differenti non sfoci in una subordinazione tra esperti e fruitori, ma in una circolazione degli stessi saperi.

Allo stesso modo è necessario che questi rapporti di potere vengano messi in discussione anche all’interno delle strutture sanitarie, ripensando radicalmente il rapporto tra pazienti e medici/istituzioni. Le pratiche della salute autogestite e partecipative (consultorie, laboratori, ambulatori popolari) non si pongono in contrasto con il servizio sanitario pubblico, ma ad una sua trasformazione attraverso contaminazione e attraversamento degli spazi.

Le nostre rivendicazioni e le nostre lotte femministe non possono essere ridotte e neutralizzate da una riappropriazione strumentale e privatizzata del discorso sul genere nell’istituzione medica (es. medicina di genere, race for the cure), che riaffermano una differenza biologica tra sessi e utilizza questa differenza per occultare il modo in cui i determinanti sociali di salute (condizioni di vita, lavoro, sesso e genere) producano disuguaglianze in salute.

Ripopolare questi spazi con le nostre pratiche significa ridare profondità politica e sociale, una dimensione realmente pubblica alla questione della salute per ovviare all’espropriazione, alla privatizzazione e alla conseguente inacessibilità dei servizi sanitari.

 

Proposte (e) pratiche:

– Intersecare le nostre lotte con quelle per la salute pubblica (Dico 32, Giornata difesa della salute pubblica del 7 aprile) e occupare quegli spazi per andare oltre la semplice difesa del SSN, portando all’interno di queste lotte un approccio trans-formativo e transfemminista (A dicembre ci sarà convegno Dico 32 a Milano, richiesta partecipazione di NUDM nel tavolo su legge 194).

– Riappropriarsi degli spazi fisici di partecipazione e informazione nel sistema sanitario pubblico: entrare nei consultori con articolo 2 che riguarda le associazioni che si occupano di “maternità difficile”, utilizzare lo strumento dell’”assemblea delle donne” previsto dagli stessi consultori, occupare gli spazi sanitari attraverso la diffusione di informazioni: consultorie al consultorio!

– Inchiesta sull’obiezione di coscienza, inchiesta e auto inchiesta sul funzionamento dei consultori, controllo popolare, mappatura e monitoraggio (Campagna obiezione respinta) esplicitare conflitto di interessi, e  riproduzione della normatività di genere attraverso il pinkwashing.

– Proposta campagna efficace su fare entrare la contraccezione di emergenza come classe di farmaci a sé stante che le farmacie obbligatoriamente devono tenere per evitare meccanismo di obiezione di coscienza legalizzata attuato dai farmacisti.

– Campagna per contraccezione e ormoni gratuiti.

– Distribuzione clandestina di RU486 e ormoni.

Autoformazione: far circolare nella mail list del tavolo salute materiale sull’educazione alla sessualità, al genere, all’affettività, e alla contraccezione, mts e pratiche di consultoria; creazione di un gruppo di operatrici/tori che possano aiutare le persone trans* nel loro percorso di transizione autogestita

Formazione: riappropriasi degli spazi della formazione: prendere contatto con autogestioni nelle scuole; educazione sessuale anche per insegnanti e genitori.

– Comunicazione: accattivante ma accessibile (bisogno di comunicare con il prossimo), unificare le forme di comunicazione tra territori, ritrovare formule non solo social, ma anche dal vivo con le persone.

Verona is burning! Adesione alla mobilitazione a Verona del 13 ottobre in difesa dell’aborto e contro ddl Pillon.

Report gruppo tematico lotte migranti e antirazzismo

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In questi anni NUDM ha elaborato pratiche e riflessioni antirazziste. Ci siamo dette che femminismo è antirazzismo, non solo come slogan, ma stando attivamente dentro le lotte delle e dei migranti in tutti i territori che ne hanno fatto non una questione a sé ma un punto centrale della propria lotta femminista per trasformare il presente.

Sebbene le misure che questo governo sta mettendo in atto siano in perfetta continuità con quelle dei governi precedenti e con la prassi delle questure e delle prefetture, il decreto Salvini segna un cambio di passo: l’eliminazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e l’inserimento di un permesso di soggiorno per “casi speciali” non solo produrranno clandestinità e isolamento per tutti i migranti, ma esporranno le donne migranti alla violenza in modo ancora più forte, nei paesi di provenienza, in viaggio e qui.

Il decreto Salvini infatti si presenta come l’altra faccia del decreto Pillon: donne e migranti, che sono state i protagonisti delle lotte in questi anni, non solo in Italia ma nel mondo, devono essere rimessi al loro posto, privati anche dei canali che permettevano una minima manovra, secondo un criterio di gerarchia sociale che mira a dividerci e a reprimere ogni forma di insubordinazione e di libertà. Nelle scuole e nelle università la cultura razzista viene riprodotta da programmi epurati di senso critico, che cancellano la storia coloniale e ancor più quella delle lotte contro il dominio coloniale, riproducendo un immaginario passivo dei processi di decolonizzazione. È poi il meccanismo classista dell’alternanza scuola–lavoro a fare del razzismo e dello sfruttamento una questione concreta già negli anni della formazione. Qui, come nei luoghi di lavoro, nei centri di accoglienza e sui confini, vediamo come razzismo e patriarcato siano riproposti per produrre sfruttamento e subordinazione e impedire una presa di parola collettiva.

Dal 2014 a oggi il numero di donne arrivate via mare è quadruplicato. Dopo il decreto Minniti, che ha chiuso le frontiere legittimando così la violenza, gli stupri e le torture in Libia, il decreto Salvini elimina ogni ragione umanitaria, riducendo la vita dei migranti a “casi speciali” e minimizzando quella stessa violenza che colpisce doppiamente le donne.

Nella nostra riflessione precedente abbiamo non solo contestato il regime dei confini e il sistema dell’accoglienza, ma rivendicato un permesso di soggiorno europeo, svincolato dal reddito, dal lavoro, dallo studio e dal matrimonio, contro la logica del trattato di Dublino e a pieno sostegno della libertà di movimento; contro la vittimizzazione e lo sfruttamento; contro l’idea di un permesso da conquistare per merito, lavorando gratis, abbiamo rivendicato salario, asilo e cittadinanza. Questo decreto mira a fare terra bruciata delle nostre rivendicazioni, ma soprattutto a creare paura e divisione.

Per questa ragione non possiamo fermarci a una lotta difensiva o di solidarietà. È arrivato il momento di mostrare che stare dalla parte delle e dei migranti significa lottare contro il razzismo ma anche contro un patriarcato che non ha confini, che è quello dei governi europei e occidentali e quello delle comunità e delle famiglie, contro cui le donne migranti e le loro figlie nate qui lottano quotidianamente. Non lasceremo che i governi occidentali strumentalizzino il patriarcato altrui per legittimare il loro.

Contro un linguaggio che cancella le esperienze soggettive e categorizza le cosiddette “seconde generazioni”, rivendichiamo lo spazio per una presa di parola autonoma sostenendo le lotte delle compagne che denunciano la violenza e il sessismo all’interno delle comunità di provenienza.

Anche per questo la nostra lotta contro il razzismo è femminista e globale. Da ogni parte del confine lottiamo per la nostra libertà e la nostra autodeterminazione.

Il 24 novembre ci offre un’occasione importante: non siamo più disposte a essere lo spezzone femminista in coda ai cortei. Rivendichiamo un antirazzismo femminista, perché il nostro femminismo non può che essere antirazzista. Come donne, lesbiche, gay e trans abbiamo scelto da che parte lottare, contro ogni logica identitaria e contro ogni opportunismo.

Siamo nei fatti l’unico movimento in grado oggi di opporsi in massa e con forza non solo a questo governo e al suo razzismo spietato ma anche alla politica di impoverimento di quelli precedenti, e in perfetta linea con quelli europei. Siamo un movimento globale che non è disposto ad arretrare anche di fronte a lotte che sembrano impossibili. Siamo quelle che scioperano senza chiedere il permesso.

A questo governo e alle forze politiche che si ricordano solo ora dell’antirazzismo vogliamo dire che non siamo disponibili a strumentalizzazioni, negoziazioni o compromessi. Il nostro Piano è chiaro e non lascia spazio a mediazioni: libertà di movimento e di autodeterminazione. Non ci servono le quote, siamo già marea. Partiamo dalle condizioni materiali dei soggetti sotto attacco per mettere in pratica lotte senza frontiere.

Contro ogni possibile frammentazione e depotenziamento della nostra iniziative e verso un 24 novembre forte e ampio facciamo invece appello a tutti i movimenti sinceramente antirazzisti di stare dalla nostra parte, di prendere parola con noi, nelle piazze e nelle iniziative, per farci sentire forte e chiaro e soprattutto di mobilitarsi con noi il 24 novembre. Una data contro questo presente, contro questo governo, contro il razzismo e contro il decreto Salvini c’è ed è il 24 novembre. L’opposizione a Pillon, all’attacco al welfare contro donne e migranti, all’attacco agli spazi femministi non fanno che rafforzare lo scopo politico di questa manifestazione: il rifiuto in massa della violenza razzista, patriarcale e neoliberale.

Sappiamo che la nostra lotta femminista e antirazzista potrà essere davvero potente solo se al fianco delle e dei migranti, perciò continueremo a sostenere le loro lotte in ogni luogo e lavoreremo per creare ogni possibile connessione. L’esperienza del Sister Group a Ventimiglia, delle lotte di Nudm Bologna affianco delle e dei richiedenti asilo di Modena e Rimini e delle diverse iniziative organizzate insieme alle e ai migranti, da Genova a Trieste, Milano, Torino, da Macerata a Catania passando per Bari, lo dimostrano. Ma da sole non bastano.

Dobbiamo essere capaci di produrre un nuovo linguaggio contro le narrazioni razziste e patriarcali, contro quello che si presenta come un attacco frontale a chi lotta e si ribella. Le nostre risposte a questo attacco all’insubordinazione delle donne e dei migranti sono il 24 novembre e lo sciopero dell’8 marzo, per gli spazi e le lotte femministe.

Sappiamo però che per rafforzare questo percorso ogni luogo dovrà continuare a promuovere iniziative e pratiche espansive e comunicative, che ora più che mai necessitano anche di mutuo sostegno e coordinazione.

Proposte:

  • Azioni coordinate nelle varie città il 10 novembre contro il Ddl Pillon di lancio del 24 novembre caratterizzate in modo tale da mostrare che la nostra lotta femminista e la nostra lotta antirazzista sono tutt’uno;
  • Rafforzare la nostra comunicazione contro la retorica e la violenza razzista a livello nazionale attraverso un meccanismo efficace di coordinamento nei social: costruire un gruppo che lavori in sinergia con quello di comunicazione nazionale, per monitorare e prendere parola ogni qualvolta il razzismo sociale e istituzionale colpisce e in sostegno alle lotte migranti
  • Iniziative di supporto, sostegno e partecipazione alle lotte migranti

Libere di muoverci, libere di lottare.

Sabato 13 ottobre mobilitazione a Verona contro le mozioni anti-abortiste

Banner agitazione permanente

Non Una Di Meno lancia lo stato di agitazione permanente

Con i nostri corpi resistenti daremo inizio allo stato di agitazione permanente lanciato da Non Una di Meno. Sabato 13 ottobre ci mobiliteremo a Verona per l’aborto libero, sicuro e gratuito, una presa di parola contro il governo giallo-verde e parte della battaglia delle femministe di tutto il mondo.

La scorsa settimana l’amministrazione comunale ha approvato una mozione che proclama Verona “città a favore della vita” e che finanzia progetti e associazioni cattoliche per la cosiddetta “adozione del feto”. Nelle prossime settimane tornerà probabilmente in discussione al consiglio comunale di Verona anche un’altra mozione, che prevede la sepoltura automatica dei feti senza il consenso della donna coinvolta. Le premesse e il contesto politico da cui nasce tale proposta sono le stesse, punitive e vendicative nei confronti delle donne, che ritroviamo in Parlamento e al governo del paese con il Ddl Pillon e con i continui attacchi all’aborto del ministro Fontana. La saldatura tra destra e movimenti per la vita trova come sempre il supporto del Papa che torna a attaccare l’aborto criminalizzando le donne. La lotta per l’aborto garantito, sicuro e gratuito è una lotta globale di liberazione dal potere di controllo sociale, politico e religioso sui corpi delle donne.

Contro la cultura patriarcale e sessista che ci confina in ruoli di genere prestabiliti, minacciando la nostra salute e limitando la nostra possibilità di autodeterminazione, rivendichiamo #moltopiùdi194! Sappiamo che la 194 è già svuotata nella sua efficacia dall’obiezione di coscienza, dai tagli ai consultori e dalle limitazioni all’uso della pillola abortiva RU486. L’autodeterminazione che rivendichiamo non è solo individuale, ma afferma la forza collettiva di un movimento globale. Per questo noi vogliamo: educazione sessuale per decidere, contraccezione gratuita per non abortire e aborto accessibile per non morire.

Verona è la città che da decenni si è imposta come laboratorio di ciò che ora vediamo in opera al governo. L’azione della giunta Sboarina riassume in sé tutta la violenza che in questi anni ha contraddistinto il clima politico della città contro donne, gay, lesbiche, trans, migranti.

Per queste ragioni la nostra lotta sarà oltre i confini delle organizzazioni tradizionali: Non Una di Meno sarà in piazza per riprendere parola insieme a movimenti LGBTQI e studenteschi, ai collettivi universitari e alle altre associazioni che lavorano per aprire spazi di libertà. La data di Verona segna l’inizio dello Stato di agitazione permanente lanciato da Non Una Di Meno verso il 24 novembre, manifestazione nazionale a Roma, e lo sciopero globale dell’8 marzo.

Ci vediamo a Verona sabato 13 ottobre alle ore 15.00 Stazione Porta Nuova (Piazzale XXV aprile)

#AgitazionePermanente – #moltopiùdi194

Scarica il volantino agitazione permanente

 

Report dell’Assemblea Nazionale 6-7 ottobre 2018 a Bologna

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Abbiamo dovuto fare un grande sforzo di sintesi e questo significa che forse sacrificheremo frasi cariche di potenza, riflessioni e proposte importanti che hanno animato questa due giorni ma certamente troveranno spazio nei report. Ma una sintesi è necessaria per trasformare tutto ciò che abbiamo condiviso in questi due giorni in un processo che sia all’altezza delle nostre aspettative.

Cominciamo dalle date, non perché siano la cosa più importante ma perché stabiliscono una scansione di passaggi, e abbiamo il compito di trasformare queste date in momenti propulsivi e non semplicemente in punti di arrivo. Abbiamo tracciato un percorso che comprende la proposta di un’iniziativa a Verona il 13 ottobre per l’aborto libero, sicuro e gratuito. Mobilitarsi a Verona risponde all’urgenza di intervenire là dove gli attacchi reazionari all’aborto si stanno manifestando in modo eclatante, sapendo che si tratta di una battaglia del femminismo globale. Il 10 novembre ci sarà un’iniziativa coordinata a livello territoriale contro il Ddl Pillon.

Avremo modo di discutere di come organizzarla sui territori, ma questo è un terreno prioritario di iniziativa per noi. Il 10 novembre deve essere catalizzatore verso il 24 novembre a Roma, in un processo in cui dobbiamo avere la capacità di mostrare che quel disegno di legge è una reazione alla nostra pretesa di libertà, di far vedere che è parte di un disegno patriarcale e razzista che fa della violenza una colonna portante della società.

Questo non lo possiamo accettare ed è per questo che la lotta contro il Ddl Pillon e il decreto del razzista Salvini sarà centrale per noi da qui in avanti. Alcune hanno osservato che il decreto Salvini è anche una risposta alla nostra iniziativa politica, vuole impedire le nostre lotte, vuole impedire che scendiamo in piazza, e questo significa che mai come ora, ostinatamente, saremo in piazza e non ci faremo fermare!

Dobbiamo riconoscere che come Non una di meno abbiamo anticipato i tempi. Il Piano femminista antiviolenza, che noi faremo vivere da qui in avanti nelle nostre lotte, contiene risposte alle misure che oggi ci stanno attaccando duramente. La rivendicazione di un reddito di autodeterminazione è già una risposta a un infame reddito di cittadinanza fatto per mettere al lavoro quelli che chiamano poveri, ma in realtà non sono altro che precarie e precari che oggi guadagnano pochi centesimi e domani non guadagneranno nulla, e non riescono a conquistare un salario sufficiente per vivere, e non è un caso che anche il salario minimo sia stato parte del nostro Piano.

Noi non accettiamo di farci moralizzare, di farci trattare come colpevoli della nostra precarietà quotidiana. Rivendichiamo la parola autodeterminazione anche per rispondere a chi, come Pillon, vuole usare la dipendenza economica per riaffermare la famiglia come ordine gerarchico che ci opprime. Noi abbiamo anticipato la rivendicazione di un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato dal reddito, dal lavoro e dal matrimonio, perché sappiamo che la libertà di movimento è la condizione per rifiutare e lottare contro il patriarcato e contro la violenza, e quindi non accettiamo che siano maschi, padroni e tribunali a stabilire quali siano i casi “speciali” che meritano la concessione di un permesso di soggiorno.

Questo è il modo per trasformare il nostro piano in una lotta. Lo stato di agitazione permanente che dichiariamo da qui all’8 marzo significa che tutto quello che è venuto fuori dalle aree tematiche vivrà nei territori da qui in avanti. È impossibile fare una sintesi delle moltissime proposte che sono emerse, ma dobbiamo riconoscere che d’ora in avanti saremo presenti nei luoghi di formazione e della salute, nelle strade e sui posti di lavoro, nelle lotte operaie.

Ci saremo, porteremo avanti la nostra iniziativa politica, e lo faremo coltivando intensamente il rapporto di coordinamento tra i territori. Nudm non è soltanto fatta di grandi città: Nudm va oltre i confini delle organizzazioni tradizionali della militanza, ha portato l’iniziativa dove prima semplicemente non c’era.

Sentire, come abbiamo sentito in questa assemblea, “sono diventata femminista l’8 marzo” è un risultato e una sfida, e dobbiamo raccoglierla valorizzando lotte territoriali che appaiono piccole e sono in realtà fondamentali, e anche per questo ricordiamo l’iniziativa antifascista lanciata da Nudm Trieste per il 3 novembre. Non dobbiamo perdere di vista il piano globale: dall’Argentina agli Stati Uniti, dalla Polonia alla Rojava, come le iniziative locali esistono in forza di un processo più ampio, così noi traiamo forza in Italia da un processo globale al quale dobbiamo richiamarci perché ne siamo parte e quello che facciamo ogni giorno è questo processo globale.

Dobbiamo riconoscere che, in un momento in cui è legittimo dire che la libertà di qualcuno si può conquistare solo al prezzo dell’oppressione di qualcun altro, noi siamo l’unico movimento globale a rifiutare espressamente questa logica. Il nostro è un discorso che parte dalla libertà e dalla differenza per darle una forza politica, perché quella differenza stabilisce la linea dello schieramento. Di fronte a un uso sistematico delle gerarchie, che dice che la lotta contro la violenza sulle donne giustifica il razzismo o che alcuni possono godere di un po’ di benessere solo se altri sono esclusi, noi siamo le uniche a prendere chiaramente parola e lo sciopero è la pratica che ci permette di affermare questa posizione. Lo sciopero è lo spazio che permette a chiunque rifiuti di essere violentata, sfruttata e oppressa di essere protagonista e prendere parola.

La discussione su che cosa sia sciopero femminista deve essere perciò portata avanti continuamente e sistematicamente, perché noi lo sciopero femminista lo stiamo imparando nella pratica. Non esiste una definizione o un modello, lo sciopero femminista rompe i modelli. Non riguarda solo la produzione anche se non abbiamo mai rinunciato a entrare nei luoghi di lavoro, ma riguarda anche il lavoro riproduttivo e la riproduzione di tutta la società, perché sciopero significa rifiutare i ruoli e le posizioni che ci vengono imposti e di accettarli a testa bassa.

Dobbiamo pensare che cosa significa dare visibilità al carattere femminista dello sciopero, e questo impegno è associato allo stato di agitazione permanente. Arriviamo all’8 marzo facendo in modo che quell’appuntamento sia imperdibile per chiunque ha deciso che non accetta queste condizioni, per chiunque non accetta la violenza come pratica ordinaria di riproduzione della società, o che non accetta il razzismo praticato in proprio nome. Dobbiamo farlo facendo dello sciopero un momento di esplosione, il momento culminante di questa battaglia. Questo ci permette di essere all’altezza della speranza espressa nell’appello che convocava questa assemblea: che “Non una di meno”, sia, perché può continuare a esserlo, un grido di liberazione per tutte e tutti.

NON UNA DI MENO

(Foto di NON UNA DI MENO – Genova)

Verso l’assemblea nazionale a Bologna: presentazione delle aree tematiche

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Assemblea nazionale di Non Una di Meno a Bologna, sabato 6 e domenica 7 ottobre 2018 presso le aule di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, in viale Carlo Berti Pichat 6.

👉 Sabato 6 ottobre, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, per confrontarci in ASSEMBLEA PLENARIA

👉 e dalle 14.00 alle 18.00, per confrontarci sulle AREE TEMATICHE che abbiamo individuato:

1) Contrasto alla violenza maschile e di genere

2) Salute e autodeterminazione

3) Lavoro e welfare

4) Lotte migranti e antirazzismo

5) riGENERIamociLIBERAmente contro la violenza sui corpi, i territori, gli animali

👉 Domenica 7 ottobre, ci ritroveremo di nuovo in viale Berti Pichat 6 per confrontarci in ASSEMBLEA PLENARIA, dalle ore 10.00 alle 14.00

Qui il form per la registrazione

CONTRASTO ALLA VIOLENZA MASCHILE E DI GENERE

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Negli ultimi anni le immense mobilitazioni planetarie delle donne e lo sciopero femminista hanno reso evidente che la violenza maschile e di genere è un fattore strutturale della società globale. In ogni parte del mondo, questa violenza è la risposta brutale a ogni pretesa di libertà e di riscatto avanzata dalle donne e da chiunque rifiuti di essere un oggetto silenzioso e passivo di violenza. Questa violenza assume forme diverse, attraversa le case e i luoghi di lavoro, la famiglia e le istituzioni ed è una violenza sociale, perché sostiene e garantisce la riproduzione delle gerarchie su cui si regge complessivamente l’ordine neoliberale.

In Italia, l’attacco alla Casa internazionale delle donne, la precarietà degli spazi femministi, il Ddl Pillon, le logiche securitarie alla base delle recenti politiche istituzionali, l’attacco strumentale ai Gender Studies e alle proposte educative volte a valorizzare le differenze, la narrazione vittimistica e stereotipata hanno come obiettivo quello di rendere drasticamente più difficile rifiutare la violenza per le donne e le soggettività LGBTQIA+ che la subiscono e che non sono più disposte ad accettarla. Il nuovo decreto sicurezza proposto dal Ministero degli Interni, in continuità con le misure adottate dal precedente governo, intende ridurre le possibilità di ottenere la protezione umanitaria per donne e uomini migranti e privarli anche dei minimi servizi sociali: così la violenza e gli stupri subiti dalle donne da una parte e dall’altra del confine sono completamente legittimati.

Di fronte a tutto questo, Non Una di Meno ha il compito di mettere in campo una risposta politica forte ed espansiva.

Come possiamo coordinare e dare visibilità dentro a una comune cornice politica globale alle molteplici iniziative – nei centri antiviolenza e nelle scuole, nelle città e attraverso i confini – che quotidianamente sfidano l’ordine patriarcale?

Come possiamo – anche in vista del 25 novembre e dello sciopero globale – declinare il nesso tra la violenza patriarcale e quella sociale di fronte all’attacco a cui assistiamo ovunque?

Come organizziamo una difesa collettiva degli spazi femministi contro gli strumenti giuridici e la repressione istituzionale all’insegna dell’”ordine e del decoro”?

Partendo dall’assunto che il diritto non è neutro, come organizziamo la nostra lotta di fronte a proposte di legge che colpiscono direttamente le donne e tentano di cancellare le conquiste ottenute in decenni di lotte femministe, senza farci strumentalizzare dentro opportunistiche iniziative di opposizione anti-governativa?

Come diamo voce e potere al nostro discorso sull’educazione alle differenze e alla sessualità libera a tutti livelli della formazione?

Metodologia:

si propone un’articolazione di quest’area per sottogruppi:

*Gli spazi femministi e transfemministi esistono e resistono – spazi e pratiche sotto attacco.

*norme antifemministe e violenza nei tribunali – (in part. campagna contro il ddl Pillon)

*educazione e narrazione contro gli stereotipi di genere

 AUTODETERMINAZIONE E SALUTE

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Un’ondata politica conservatrice, nazionalista e razzista, non solo in Italia, mette duramente sotto attacco l’autodeterminazione e la salute delle donne che non vogliono accettare la maternità come destino. Questo contrattacco è la risposta reazionaria alle lotte che si sono susseguite dall’Irlanda all’Argentina, dalla Polonia all’Ungheria per rivendicare la libertà di abortire. In Italia, le dichiarazioni del governo hanno espresso la chiara volontà di chiudere ogni spazio di libertà per le donne: ridurre i tassi di aborto con ogni mezzo necessario, fino alla possibilità di “costringerci” a non abortire, dichiarata con brutale violenza dal senatore Pillon. Questa volontà non è una novità. La percentuale inaccettabile di obiezione di coscienza si iscrive in un quadro poco rassicurante: va letta insieme allo scarso impiego dell’aborto farmacologico nelle strutture pubbliche, al Piano Nazionale per la Fertilità, alla legge 40 che nega l’accesso alla genitorialità a single, lesbiche e gay, all’assenza di percorsi formativi su salute sessuale e riproduttiva, alla patologizzazione dei percorsi di transizione.

Il mancato accesso a reddito, saperi, tecniche e strumenti, a interventi e farmaci, si traduce di fatto nella negazione della nostra capacità di autodeterminarci, funziona come dispositivo governativo di controllo e disciplinamento di corpi e vite.

L’attuale organizzazione- dettata dai tagli- di consultori, ospedali e università – dove la didattica spesso non include l’insegnamento delle tecniche di Ivg chirurgiche e farmacologiche – riflette una concezione della sessualità finalizzata alla riproduzione e organizzata nella famiglia e nella coppia di matrice eterosessuale, incapace di rispondere all’autonomia delle donne e delle soggettività LGBTQ. Quella stessa famiglia e quella stessa coppia dove si consuma il maggior tasso di violenza contro le donne. I limiti posti alla libertà di abortire diventano uno dei perni per imporre ruoli “tradizionali” di genere e per schiacciare i desideri soggettivi che quotidianamente li contestano e li sovvertono. In questo senso, le politiche antiabortiste esprimono una chiara idea di società: possiamo venderci sul mercato del lavoro – al prezzo più basso e alle condizioni più precarie – ma dobbiamo accettare di tornare in casa a lavorare gratuitamente per supplire ai vuoti lasciati dal welfare.

Il ricatto del permesso di soggiorno è un ulteriore ostacolo alla libertà di scelta delle donne migranti, il cui accesso ai servizi, e più in generale il cui diritto alla salute, è quotidianamente eroso e negato.

A tutto ciò intendiamo sottrarci. Ci interessa lavorare su terreni concreti:

– Come rendere più accessibile l’aborto tramite la ru486 e come diffondere la conoscenza e l’accessibilità di questa pratica? Come facciamo a rendere la pillola abortiva una pratica comune riuscendo così a contrastare il potere medico anche a partire dalla formazione universitaria?

– Come intercettiamo le campagne già esistenti? (es: contraccezione gratuita (https://www.change.org/p/contraccezione-gratuita-e-consapevole), aborto farmacologico (https://www.change.org/p/ministero-della-salute-aborto-chirurgico-o-farmacologico-la-scelta-è-della-donna-aifa-ufficiale-ministerosalute), campagna Dico32 (setteaprile.altervista.org)

– Come lottare contro l’obiezione di coscienza all’IVG? Come rendere quotidianità il grido delle compagne cilene “educazione per decidere, contraccettivi per non abortire e aborto per non morire”? Sul piano di una critica più complessiva alla L.194, come rivendichiamo piena capacità di decisione (i no-choice nei consultori? vedi art.2; i 7 gg di attesa per il certificato vedi art. 5)

– È possibile pensare a percorsi formativi su salute e piacere sessuale non focalizzati sulla sola contraccezione e pianificazione familiare per le scuole primarie e secondarie?

– Come sovvertire l’eterosessualità obbligatoria a partire dalla diffusione di pratiche di autodeterminazione al di là del binarismo di genere? Sul piano dell’autogestione: le consultorie, gli sportelli, i progetti di mappatura, le reti possono lavorare in sinergia su campagne che sovvertano la narrazione della nazione eterosessuale e bianca? Sul piano dei servizi: i consultori e le strutture sanitarie possono trasformarsi in luoghi capaci di accogliere istanze e desideri delle soggettività LGBTQI*?

ANTIRAZZISMO E LOTTE MIGRANTI

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In questi anni le migranti e i migranti si sono ribellati contro i confini, contro il sistema dell’accoglienza e del permesso di soggiorno, contro la precarietà e i soprusi dei padroni sui posti di lavoro, contro un sistema di welfare che impoverisce e crea privilegi per pochi mentre si regge sempre di più sul lavoro sottopagato delle migranti. Hanno affrontato la violenza incontrata nel corso del viaggio e quella dell’Europa per liberarsi da condizioni patriarcali, autoritarie, di guerra e di povertà. Per questo motivo non è possibile separare la lotta contro la violenza maschile e di genere da quella contro la violenza razzista. Sappiamo che dietro il discorso sulla pericolosità del “maschio nero” e/o migrante c’è una visione patriarcale della donna come oggetto docile e subordinato e sappiamo che la violenza maschile non ha colore né classe. Sappiamo che nei posti di lavoro le gerarchie tra migranti e italiane/i – e anche tra i diversi status concessi ai migranti – indeboliscono le lotte di tutte e di tutti e sono funzionali a intensificare la precarietà e lo sfruttamento. Vogliamo discutere di come costruire insieme percorsi di lotta in grado di sovvertire la situazione presente. Come movimento globale, Non Una di Meno ha urlato che femminismo è antirazzismo. In Italia, la Bossi-Fini, il decreto Minniti-Orlando così come il prossimo decreto Salvini sono l’esempio lampante di politiche mirate a restringere il più possibile gli spazi di libertà per tutti i migranti. Per le donne, questo significa che la violenza sessuale non sarà più considerata una ragione sufficiente a ottenere la protezione umanitaria e che, più in generale, gli spazi per una loro concreta autonomia saranno ristretti al massimo. In questo senso, il decreto Salvini è perfettamente coerente con la proposta di legge Pillon.

Come rafforzare il legame politico tra lotta femminista e lotta migrante e opporci alla strumentalizzazione politica e mediatica?

Quale può essere il ruolo dei luoghi della formazione nel riconoscere e sovvertire la cultura razzista, coloniale e patriarcale?

Come lottare contro provvedimenti che mirano a produrre clandestinità e istituzionalizzano la violenza razzista e sostenere le lotte autonome delle e dei migranti?

LAVORO E WELFARE

International Women's Day In Padua

Le analisi e gli strumenti che abbiamo individuato nel Piano femminista antiviolenza per liberarci dalla violenza economica, dallo sfruttamento e dalla precarietà acquistano ogni giorno un’urgenza maggiore. Al di là della propaganda, il populismo di destra agisce di fatto in perfetta continuità con le politiche dei governi neoliberali tecnici e di centro-sinistra, rendendo sempre più stretto il nesso tra capitalismo, patriarcato e razzismo.

Sono molti i “nuovi” provvedimenti del governo giallo-verde che vanno in questa direzione.

Il “Decreto dignità”, attraverso la reintroduzione e l’estensione dei voucher ad agricoltura, turismo ed enti locali e la riduzione della durata dei contratti a termine, aumenterà la generale precarizzazione già aggravata dal Jobs Act, rendendo le donne ancora più esposte al ricatto della perdita dei redditi da lavoro e dunque allo sfruttamento e alle molestie sessuali. La cosiddetta “Quota100”, presentata come superamento della legge Fornero, riguarderà in realtà solo una piccola parte di lavoratori dipendenti tra i 64 e i 65 anni, prevalentemente uomini delle aziende private del Nord, andando quindi a rafforzare gli effetti delle politiche di austerità sulle pensioni e la progressiva sostituzione del metodo retribuitivo con quello contributivo, economicamente più penalizzante.

La proroga del protocollo “Opzione donna”, ovvero la possibilità anche per le donne di 57-58 anni di accedere al pensionamento anticipato su base contributiva a fronte di una riduzione del 30% dell’assegno pensionistico, introdotta nel 2004 come strumento di conciliazione per le lavoratrici dipendenti e autonome con impegni di caregiving familiare, non fa altro che confermare l’idea che la cura di anziani, disabili e minori debba riguardare solo le donne e vada completamente delegata all’ambito privato e familiare.

In questo senso, il disegno di legge Pillon sull’affido, rendendo più difficili separazioni e divorzio, non solo minaccia di ostacolare i percorsi di fuoriuscita dalla violenza domestica, ma concorre anche a rafforzare la prospettiva di una controriforma sociale reazionaria. Si ripropone così un ordine tradizionale nella divisione sessuale e internazionale del lavoro, intensificando lo sfruttamento del lavoro gratuito di riproduzione sociale svolto dalle donne sia in famiglia sia nel mercato del lavoro e la cristallizzazione delle donne migranti nel ruolo di colf e badanti.

Una controriforma maschilista, favorita anche da un disinvestimento sempre più veloce nel welfare pubblico e universale, in linea con le politiche europee, dall’inserimento degli strumenti di welfare aziendale in numerosi contratti collettivi nazionali e dalla diffusione delle assicurazioni sanitarie, e quindi dallo smantellamento del sistema sanitario nazionale. Una controriforma razzista, che esclude le persone migranti dall’accesso ai servizi e alle protezioni sociali con il decreto sicurezza, estremizzando ulteriormente la Bossi-Fini. Una controriforma che rivendica un carattere nazionalista e sovranista, che vuole limitare gli strumenti di contrasto alla povertà e di sostegno al reddito solo a pochi, e comunque solo a chi possiede la cittadinanza italiana.

La proposta del reddito di cittadinanza, infatti, si profila sempre di più come un “reddito di subordinazione” alla ferocia del mercato neoliberista, di addestramento al lavoro povero, scarsamente retribuito o gratuito, in perfetta coerenza con le politiche di alternanza scuola-lavoro introdotte dal governo Renzi con la cosiddetta Buona Scuola. Un dispositivo paternalista, che come il Reddito di inserimento (REI) attualmente in vigore, sarà disegnato sulla famiglia e non sulla persona, con lo scopo di acuire la dipendenza delle donne dal reddito dei “capofamiglia”.

In questo contesto il reddito di autodeterminazione, ovvero un reddito di base universale e incondizionato per liberarci tutte e tutti dal ricatto della precarietà e dello sfruttamento e per rimettere in discussione i ruoli di genere nel lavoro domestico e di cura, rappresenta l’esatto contrario del reddito di cittadinanza.

Come possiamo tradurre la rivendicazione del reddito e di un salario minimo europeo in iniziative di lotta in grado di segnare davvero una frattura e un’inversione di tendenza contro le politiche statali al servizio del capitalismo?

Come ha mostrato lo sciopero globale delle donne e come hanno rimarcato in questi giorni le lotte  delle lavoratrici di McDonalds contro le molestie sul lavoro in molte città statunitensi, la pratica femminista, transnazionale e intersezionale dello sciopero esprime una potenza ormai inarrestabile e una concreta possibilità di rifiutare lo sfruttamento e la violenza patriarcale e razzista.

Come possiamo, nei prossimi mesi, dare visibilità alle lotte contro la violenza e le molestie sui posti di lavoro, creando le condizioni perché si moltiplichino e accumulino forza? Come possiamo trasformare lo sciopero sociale femminista, della produzione e della riproduzione, dai generi e dei generi, in una pratica di lotta quotidiana e sempre più capillare e coordinata, dentro e fuori i luoghi di lavoro verso il 25 novembre e lo sciopero globale del prossimo 8 marzo?

riGENERIamociLIBERAmente

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Come lavorare al lancio della campagna riGeneriamociLIBERAmente e alla SEMInARIA che ci sarà il 9,10,11 novembre a Roma?

La SEMIinARIA ha l’obiettivo di offrire uno spazio di incontro, approfondimento e confronto partecipato aperto sulle tematiche a cui stiamo lavorando a partire dal piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Vogliamo farlo con un approccio laboratoriale, performatico, orizzontale e partecipativo. Spazi e tempi in cui i nostri corpi staranno insieme per produrre dinamiche che ci consentano di vivere senza preconcetti e stereotipi le nostre differenze e per rendere possibile la decostruzione e costruzione di possibili percorsi.

Per l’incontro di Bologna quello su cui vogliamo lavorare è come trasformare le parole che abbiamo usato nel piano in pratiche politiche che attraversino tutti gli spazi del nostro agire. Vogliamo uscire dalle sole affermazioni teoriche, dagli slogans, dalle astrazioni e aprire un confronto, o meglio un incontro, su queste tematiche per vedere in che modo, e con quali cammini comuni, trasformarle in pratiche di vita e di lotta quotidiana. La violenza del patriarcato e del sistema capitalista sulle donne, ma anche le discriminazioni che subiscono le donne lesbiche, trans e tutte le soggettività LGBTQIA+, gli animali e la Terra sono problemi di portata globale.

Siamo transfemministe e transnazionali: siamo tutte persone in transito nel tempo, tra i generi, tra i territori e gli spazi urbani, oltre i confini che vogliono impedire violentemente la libertà di movimento, seguendo il nostro cammino di liberazione da stereotipi e norme in cui non ci riconosciamo e che non ci rappresentano. vogliamo rilanciare una cultura di pace contro le guerre, le logiche militariste e di occupazione finalizzate allo sfruttamento delle risorse ambientali e al controllo del loro prezzo, alla distruzione della terra, al suo assoggettamento al servizio del profitto. Rivendichiamo l’abolizione delle dicotomie gerarchizzanti che vedono gli altri animali come polo inferiore di un binarismo più profondo di altri, quello umano-non umano, che sembra biologico e quindi “naturale”, ma che è invece politico e culturale. Siamo portatrici di strategie diverse, più radicali, che non rafforzino privilegi e dominio di una specie sull’altra, di alcun* soggetti su altr* resi invisibili ma che sono portatori di desideri e dignità. Ci riconosciamo nella resistenza di tutti i corpi resi oggetto per poter essere sfruttati.

In questo momento di grave attacco alle libertà dai decreti Pillon alle dichiarazione di Salvini, del ministro Fontana e del patto di governo in cui si sta imponendo un ritorno alla famiglia patriarcale eteronormata pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività, una liberazione antagonista all’attuale società maschilista eteronormata/eterosessista contro la violenza sulle donne e sulle soggettività malamente denominate “non conformi” e su tutti i viventi schiavizzati che subiscono le violenze del sistema patriarcale/pastorale.

Vogliamo partire dai desideri di persone lesbiche intersessuali trans bisessuali etero asessuali gay o comunque vogliano (o no) definirsi, dalla conquista di spazi di libertà e autogestione nei territori (territori che possono essere spazi rurali e/o città quartieri vie e piazze, orti e giardini) riscoprendo il significato più autentico della decolonizzazione, delle relazioni animali (umane e non), riconoscendoci nell’orizzonte antispecista, anticapitalista, antifascista e transfemminista per trasformarci e riGENERARCI LIBERAmente.

Consideriamo che questa rivoluzione culturale non possa che passare dalla liberazione di soggettività che sono, ancora oggi, tragicamente definite patologiche,come le persone trans e le persone intersex.

Proponiamo a tutta NUDM l’assunzione della campagna riGENERIamociLIBERAmente:

  • ​per la liberazione dalla patologizzazione e psichiatrizzazione di tutte le soggettività trans (con la necessaria modifica della legge 164/1982)
  • per la liberazione dalle mutilazioni genitali sui corpi delle persone intersex per normare in senso binario i loro corpi
  • per la liberazione dalle terapie di conversione, anche dette riparative o di riorientamento sessuale che tendono a eterosessualizzare persone omosessuali con assunzione di farmaci, riti religiosi ed esorcismi

 

28 SETTEMBRE 2018 – GIORNATA MONDIALE PER L’ABORTO LIBERO E SICURO

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Ecco alcuni appuntamenti nelle città d’Italia:

• A Bologna dalle 18.30 presso il Barattolo, Via del Borgo di San Pietro 26/a 
con aperitivo benefit e banchetto
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/1369329929864437/

Non Una Di Meno Bologna

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• A Brescia dalle ore 18.00 a Piazza della Vittoria, iniziativa informativa e mostra
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/538534713251344/

Non Una Di Meno – Brescia
• A Firenze dalle ore 17:30: volantinaggio presso l’Ospedale Careggi, al nuovo ingresso.
Dalle ore 18.00 in Piazza Santo Spirito con Consultoria femminista e banchino informativo – Presentazione dei risultati dell’inchiesta su consultori e 194 a Firenze – Performances – Musica – Aperitivo
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/337120620392104/

Non Una Di Meno Firenze

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• A Genova ore 18.00 Flash mob in Piazza Giacomo Matteotti
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/387998111736576/

NON UNA DI MENO – Genova

genova

• A Macerata dalle ore 18.00 presso “Spulla”, Via Armaroli 54, 56 con volantinaggi, banchetti e materiale informativo.

Evento Fb: https://www.facebook.com/events/920259611491265/

Non una di meno Macerata

• A Milano ore 20.30 a Piazza San Fedele: proiezione del documentario “Aborto – Le nuove crociate”
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/1997236546966269/

Non Una Di Meno – Milano

milano

• Nel Mugello ore 21.30, dibattito presso la saletta Pio La Torre a Borgo San Lorenzo

Info nel gruppo di Non una di meno Mugello: https://www.facebook.com/groups/1457500600951274/

mugello
• A Pisa dalle 17.30 a Piazza Vittorio Emanuele II: “Street Parade – NUDM Per L’aborto libero e sicuro”
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/294561071363248/

Non Una di Meno Pisa

pisa

• A Pavia presidio informativo a Piazza Vittoria, ore 17
Post Fb: https://www.facebook.com/nonunadimenopavia/photos/a.215856162351254/296982654238604/?type=3&theater

Non Una Di Meno Pavia

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• A Roma ore 10.00: Conferenza presso la Sala del Refettorio della Camera dei deputati, Via del Seminario, 76 “Non tornare indietro: molto più di 194”
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/751372611862099/

• A Roma ore 18.30: assemblea pubblica presso il Nuovo Cinema Palazzo a Piazza dei Sanniti 9a
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/2165529043703604/

Non Una Di Meno – Roma

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• A Salerno ore 18.30 – Proiezione “Aborto: Le Nuove Crociate” presso Cafe Diem, Via Vincenzo Loria 33
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/722303754796986/

NON UNA DI MENO – Salerno

• A Trento ore 17.30 in piazza Duomo
Evento Fb: https://www.facebook.com/events/2146936415547983/

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6-7 ottobre 2018: Assemblea nazionale di Non Una Di Meno a Bologna

ass nazionale

NON UNA DI MENO chiama a raccolta tutte le energie che è stata capace di innescare e far esplodere in questi due anni di mobilitazione straordinaria e planetaria contro la violenza patriarcale che uccide, opprime, impoverisce! ✊💥
(➡ leggi sotto l’appello completo)

Incontriamoci a Bologna, sabato 6 e domenica 7 ottobre 2018
per l’assemblea nazionale di Non Una di Meno
presso le aule di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, in Viale Carlo Berti Pichat, 6.

👉 Sabato 6 ottobre, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, per confrontarci in ASSEMBLEA PLENARIA

👉 e dalle 14.00 alle 18.00, per confrontarci sulle AREE TEMATICHE che abbiamo individuato:
1) Contrasto alla violenza maschile e di genere 🙅‍♀🏠
2) Salute e autodeterminazione 💅🌈
3) Lavoro e welfare 💻🔨
4) Lotte migranti e antirazzismo 🌍📢
5) riGENERIamociLIBERAmente contro la violenza sui corpi, i territori, gli animali 🐳🌳

👉 Domenica 7 ottobre, ci ritroveremo di nuovo in in Viale Carlo Berti Pichat, 6 per confrontarci in ASSEMBLEA PLENARIA, dalle ore 10.00 alle 14.00

📋📜 Qui il form per la registrazione 

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Non Una Di Meno chiama a raccolta tutte le energie che è stata capace di innescare e far esplodere in questi due anni di mobilitazione straordinaria e planetaria contro la violenza patriarcale che uccide, opprime, impoverisce. Questo movimento femminista, nato sulla spinta di una mobilitazione globale, ha organizzato due scioperi al fianco delle compagne di tutto il mondo e ha mostrato che è ancora possibile organizzarsi e ribellarsi contro il silenzio e la violenza creando una grande potenza collettiva.
Questa forza viene dal movimento globale dello sciopero femminista, dalla lotta transnazionale per l’aborto libero e sicuro, “dalla furia e dall’euforia” delle nostre compagne argentine, in grado di fare di una protesta per la libertà di aborto una sollevazione globale, da milioni di donne che, partendo dal #metoo, hanno urlato #wetoogether e hanno alzato la testa contro la violenza e le molestie subite, dalle migliaia di iniziative che abbiamo organizzato per affermare la nostra libertà sessuale e di movimento e il nostro rifiuto dello sfruttamento, in Italia e in tutto il mondo.

Il 6 e 7 ottobre Non Una di Meno si incontrerà nuovamente a Bologna per un’assemblea nazionale. Il presente reclama con urgenza la nostra presa di parola e azione. È in atto un feroce contrattacco patriarcale: dopo la vittoria alla Camera, il Senato argentino ha respinto la proposta di legge per l’aborto libero, sicuro e gratuito, scavalcando milioni di voci che hanno infiammato la piazza di Buenos Aires. La risposta alle manifestazioni che reclamano e difendono la libertà di abortire e quella sessuale, dalla Corea del Sud alla Polonia, dall’Italia al Cile, dagli Stati Uniti alla Tunisia, è una risposta che mira a schiacciare e addomesticare quella libertà attraverso una violenza sempre più intensa e politiche che mirano a riaffermare la divisione sessuale del lavoro e tutelare la famiglia come luogo di garanzia di ordine, riproduzione dei ruoli e disciplina della sessualità.

La posta in gioco di questo scontro è altissima anche in Italia. Stupri e femminicidi hanno scandito il tempo di quest’estate torrida trascorsa sotto il segno della violenza. I fatti di Brescia, di Parma e di Como hanno raggiunto l’onore della cronaca, mentre altri hanno continuato, e continuano, ad accadere, come sempre, fuori dal clamore mediatico. Questa violenza è usata per obbligarci a tacere, per intensificare il nostro sfruttamento nei luoghi di lavoro, per stabilire gerarchie sociali e sopprimere ogni aspirazione all’uguaglianza.
Questa violenza è sostenuta dalla più sfacciata legittimazione istituzionale. Il governo ha già annunciato il suo impegno per restringere il più possibile l’autodeterminazione sessuale e riproduttiva delle donne e delle soggettività lgbtqi+; le misure proposte per tutelare padri e mariti, come quella sull’affido, sono tentativi di impedire alle donne di liberarsi dall’oppressione familiare, se non al prezzo di impoverimento e precarizzazione; gli attacchi all'”ideologia di genere” nelle scuole pretendono di riaffermare, difendere e riprodurre ruoli e gerarchie sessuali; quelli agli spazi femministi e transfemministi sono parte di un programma che intende rispondere alla violenza maschile incrementando le misure di polizia e riducendo le possibilità di autodeterminazione delle donne; le politiche razziste di limitazione dei permessi di soggiorno umanitari e di chiusura dei porti legittimano gli stupri subiti dalle donne migranti e la violenza che accompagna il viaggio di chi si muove perché non accetta di essere soltanto un oggetto di violenza.

A tutto questo risponderemo con la forza della nostra iniziativa. Abbiamo affermato che la violenza maschile e di genere è una violenza strutturale. Per questo abbiamo abbracciato la pratica dello sciopero femminista, reclamando una trasformazione globale della società neoliberale e patriarcale. La nostra iniziativa non sarà di opposizione occasionale a questo governo e dovrà coinvolgere chiunque riconosca che, per combattere la violenza patriarcale e razzista che alimenta il nostro sfruttamento quotidiano, è necessario scegliere chiaramente da che parte stare. Ci incontreremo a Bologna per discutere di tutto questo: verso il prossimo 25 novembre abbiamo di fronte la sfida di alimentare il fuoco che ha reso grandiosa la presa di parola femminista contro la violenza maschile; verso il prossimo 8 marzo vogliamo immaginare lo sciopero senza farne un rito, ma producendo ancora uno o più momenti di rottura.

Abbiamo organizzato le due giornate di discussione come un momento di confronto aperto e diretto, individuando 4 terreni principali di riflessione e di analisi: il contrasto alla violenza maschile e di genere, in tutte le sue forme; il lavoro e il welfare, terreni su cui oggi si gioca la nostra lotta contro la precarietà e il lavoro gratuito, contro un impoverimento che per molte di noi rasenta o sfocia nell’indigenza e nell’assenza sia di forme di reddito diretto che di welfare; la salute e l’autodeterminazione, in tutti i suoi risvolti e per la libertà sessuale e di aborto; la lotta migrante e l’antirazzismo. Verrà inoltre lanciata la campagna transfemmista di autodeterminazione “riGENERIamociLIBERAmente contro la violenza sui corpi, i territori, gli animali”.
A partire da questi nodi, strettamente connessi tra loro e che rappresentano la sfida altissima con cui non possiamo non confrontarci, vogliamo ragionare sulle pratiche possibili da mettere in campo e su quelle già in sperimentazione, nonché sulla comunicazione politica necessaria a raccogliere le forze per organizzarci. Abbiamo la necessità di condividere parole d’ordine e priorità politiche capaci di rispondere all’urgenza del presente, perché non una di meno! continui a essere un grido globale di lotta e di liberazione.

Non una di Meno