Non una di Meno contro la dittatura dei confini: No al Decreto Sicurezza bis

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Mentre il Disegno di Legge Pillon diventa terreno di compromesso tra partiti per dire alle donne, e non solo a loro, cosa devono e non devono fare, il Decreto Sicurezza bis diventa legge. Ottenuto il risultato dell’approvazione in Parlamento, Salvini stacca la spina al governo giallo-verde per incassare il pieno di consensi e riaprire una campagna elettorale permanente che entra ora nella fase cruciale.

Intanto la dittatura dei confini continua a fare ostaggi e morti: mentre 320 naufraghi sono da 10 giorni in attesa di un porto per poter sbarcare, un’altra bracciante perde la vita in un incendio di un capannone nelle campagne del Sud Italia.

Succede tutto in un’estate torrida e violenta e conferma quanto abbiamo sempre detto: la violenza patriarcale è legata a doppio filo alle politiche razziste e di sfruttamento, ed entrambe sono diventate ordinarie pratiche istituzionali, in Italia e a livello globale. La legge Sicurezza bis è un attacco diretto alla libertà di movimento, alle lotte che la sostengono e, più in generale, a tutte le forme di insubordinazione. Questa legge sancisce una seconda volta, come se la prima non fosse abbastanza, che la vita delle e dei migranti non ha importanza a meno che non venga sfruttata, mentre intima a tutte e tutti di abbassare la testa e accettare lo stato presente delle cose per non incorrere in sanzioni e punizioni. Questa legge è la risposta alla ribellione che da più parti e in molti modi negli ultimi anni ha sfidato un neoliberalismo fatto di gerarchie di classe, patriarcali e razziste sempre più feroci.

Salvini non si accontenta di quello che ha già fatto abolendo la protezione umanitaria e condannando alla violenza, agli stupri, alle torture e allo sfruttamento donne e uomini migranti. Ora vuole fare il bis, arrogandosi il diritto di bloccare le navi in transito per motivi di sicurezza che naturalmente deciderà lui, il ministro-padrone, in modo del tutto arbitrario, senza nessun riguardo per la sicurezza di chi la vita la rischia in mare o nei paesi di provenienza.

L’attacco alle ONG, alle capitane e ai capitani che si rifiutano di rispettare i diktat autoritari di governo, e di farsi obbedienti pedine della violenza istituzionale, serve a scoraggiare tutte e tutti coloro che ogni giorno, anche in terra e non solo per mare, si schierano dalla parte delle e dei migranti e contro il razzismo. Milioni di euro vengono stanziati per assicurare alle cittadine e ai cittadini una fantomatica sicurezza messa a rischio dai cosiddetti clandestini che la legge Bossi-Fini, quella Salvini e le leggi europee producono ogni giorno, facendosi beffe di chi sa davvero che cos’è l’insicurezza perché non arriva a fine mese o è schiava di un lavoro precario e povero. Costoro non devono nemmeno pensare di ribellarsi, di opporsi alla violenza dello sfruttamento, altrimenti ne pagheranno il prezzo. Le proteste, gli scioperi, i picchetti, le manifestazioni diventano un crimine. Basterà un fumogeno per diventare un problema di ordine pubblico.

Lo sciopero femminista ha mostrato a livello globale la potenza che può avere un movimento che riconosce e ribadisce quotidianamente che lottare contro la violenza maschile e di genere significa anche lottare contro il razzismo, la precarizzazione e l’attacco alla libertà di autodeterminazione. Non Una di Meno non chinerà la testa e non starà in silenzio. Siamo già schierate con le migranti e i migranti, con chi rifiuta la violenza maschile e di genere, con chi combatte ogni giorno i muri del razzismo e dello sfruttamento. Non sarà il regime della paura e dell’ordine a fermarci, continueremo a sfidarlo come abbiamo fatto finora, occupando le piazze con i nostri corpi, con lo sciopero, con la libertà sessuale e di movimento che rivendichiamo, pratichiamo e non contrattiamo, con le nostre lotte quotidiane di liberazione.

Non ci faremo attendere: alla brutalità della violenza istituzionale risponderemo ancora con la forza del movimento transfemminista globale.

Non Una Di Meno

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Foto dal Presidio del 10 agosto a Milano contro il Decreto sicurezza Bis

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Se cade una, cadiamo tutte!

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Manifesto verso una rete di solidarietà femminista internazionale

Il 26 luglio, Alexandra Măceșanu, ragazza di 15 anni, viene data per dispersa. L’adolescente viene rapita tre giorni prima nei pressi della cittadina di Caracal, sequestrata, stuprata ed uccisa da Gheorghe Dincă, di 65 anni. Dincă ha confessato di aver ucciso sia lei che Luiza Melencu, scomparsa già in aprile. Lo shock provocato a livello sociale da questi avvenimenti è continuato nei giorni seguenti, quando si è scoperto che Alexandra aveva lottato durante il sequestro, ed era riuscita a chiamare per ben tre volte la polizia durante i tre giorni di prigionia. Tuttavia, gli agenti non solo non hanno affatto reagito con sufficiente prontezza, anzi, è emerso che hanno parlato alla ragazza in tono sarcastico ed arrogante, minimizzando le sue richieste di aiuto. Questi eventi hanno portato alla luce il gravissimo sessismo nella polizia, l’indifferenza delle autorità verso gli abusi sofferti dalle donne, ed una cultura mediatica che rende la sofferenza un mero spettacolo.

La scomparsa di Alexandra Măceșanu così come quello che ne è seguito – il disinteresse delle autorità, la complicità delle forze dell’ordine, la manipolazione della notizia da parte di varie istituzioni pubbliche e la caduta nel sensazionalismo da parte dei mass-media – sono tutte manifestazioni di una cultura patriarcale che normalizza la violenza maschile, alimenta la sfiducia tra le donne e riduce al silenzio le loro voci.

Il 28 luglio siamo uscite in strada furiose, ma organizzate!

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In solidarietà con Alexandra Măceșanu e contro l’ignoranza e la complicità delle autorità e delle forze dell’ordine, abbiamo urlato “la polizia uccide!” e “se cade una, cadiamo tutte!”.

La polizia uccide!

Siamo una collettività di gruppi femministi. Con la manifestazione Se Cade Una, Cadiamo Tutte! del 28 luglio di fronte al Ministero degli Interni, abbiamo mostrato sia solidarietà con Alexandra, sia furia nei confronti della complicità della polizia con la violenza sulle donne! Abbiamo scritto sul muro all’ingresso del Ministero: “la polizia uccide!”, rendendo chiara la nostra posizione contro un sistema punitivo e di controllo che è complice dell’ umiliazione e distruzione delle vite delle donne.

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Più che puntare il dito contro attitudini e gesti sessisti e misogni, ci rivoltiamo contro l’ordine patriarcale che domina la società! Un ordine basato sulla esclusiva circolazione del suo potere, dele sue risorse e dei suoi benefici materiali tra uomini. In queste transazioni ritroviamo l’infrastruttura di disciplina e controllo dello Stato, della Polizia, della Gendarmeria rumena, di tutte le altre strutture che fanno parte dell’apparato repressivo statale. Nel caso del rapimento e abuso subiti da Alexandra Măceșanu, consideriamo che il ritardo e la condiscendenza che hanno caratterizzato l’intervento della polizia locale vogliano dire complicità!

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Il patriarcato uccide!

Come spesso accade, le violenze sulle donne sono o ignorate, o instrumentalizzate per altri scopi. Allo stesso modo, la tragedia di Alexandra Măceșanu è stata ridotta nel discorso pubblico a tematiche come la critica contro il Partito Social Democratico [PSD – partito attualmente al governo, spesso accusato di corruzione, ndt], contro la corruzione, contro il caos istituzionale o la così detta “arretratezza” rumena. Può così sembrare che questa tragedia sia stata causata da una sorta di patologia rumena, od eventualmente da una mentalità locale “balcanica”. Tutte queste spiegazioni non sono che storie, che servono a coprire efficientemente le vere problematiche alla base, come ad esempio il fatto che l’apparato di potere è una struttura patriarcale al servizio degli interessi di un’elite maschile che ha abbandonato totalmente l’area rurale del Paese. E questo non ha nulla a che vedere con alcuna specificità rumena: si tratta invece di una violenza strutturale che può essere ritrovata in tutte le zone periferiche e semi-periferiche del mondo.

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La violenza di genere è normalizzata

Considerare la Romania un “caso speciale” per quanto riguarda la violenza sulle donne non aiuta. Così come non aiuta il descrivere Gheorghe Dincă come “mostro amorale”. Il presentarlo come un’eccezione o come una deviazione abietta maschera il fatto che la violenza di genere è normalizzata e che, la maggior parte delle volte, inizia nella sfera domestica. Le statistiche sulla Romania mostrano che 1 omicidio su 4 succede in famiglia, che all’incirca la metà dei cittadini rumeni crede che lo stupro possa essere giustificato in certe circostanze, che l’81% dei casi di violenza succede in casa – tanto in ambiente rurale (53% dei casi), quanto in  ambiente urbano (47% dei casi) –, che nell’81% dei casi le vittime di violenza sono donne e che nel 92% dei casi gli aggressori sono uomini, che 1 rumena su 4 è stata aggredita a livello fisico o sessuale da un partner, e che nonostante tutto ciò solo il 4% degli atti di violenza arrivino in tribunale. Inoltre, la Romania è uno tra i principali paesi di origine delle vittime di tratta di esseri umani in Europa, ed un terzo delle vittime sono persone minorenni.

Il sistema uccide!

La violenza sulle donne è sia taciuta che apertamente accettata, a livello di società e a livello istituzionale. Manca un adeguato quadro di protezione per le vittime di aggressioni fisiche e sessuali. L’attitudine delle autorità avvantaggia gli aggressori. I poliziotti insultano, incolpano, molestano e deridono le donne che sporgono denuncia; oppure le consigliano che il fatto “rimanga in famiglia”. I poliziotti rifiutano spesso la deposizione delle denunce fatte da donne rom o donne povere perchè “se la risolvono tra di loro”, e “non c’è bisogno di intervenire”..I funzionari pubblici respingono le denunce ed i mandati di protezione, i  giudici criticano e fanno ironia nei confronti delle vittime di violenza oltre che difendere gli aggressori o coprire la complicità delle autorità nei casi di tratta di persone. I problemi continuano anche a livello dell’educazione: il Ministero dell’Istruzione non rispetta gli obblighi legali sulla prevenzione e sullotta alla violenza: ad esempio manca dai curricula scolastici qualsiasi informazione sui diritti delle donne, sulla disuguaglianza di genere e sulla violenza sulle donne.

Il patriarcato, in complicità col capitalismo ed il razzismo, uccide!

Più che prodotto comportamentale della società, il sessismo è funzionale al capitalismo. L’accumulazione sulla base del profitto ha bisogno non solo di manodopera a basso costo e surplus di ricchezza, ma anche di lavoro gratuito come quello domestico – per la stragrande maggioranza svolto da donne. La precarietà e l’impoverimento della popolazione in tempi di crisi sono per la maggior parte sentite ed affrontate dalle donne – e non da donne qualsiasi ma soprattutto da lavoratrici e donne appartenenti alle comunità rom. Il razzismo va di pari passo con l’ordine patriarcale quando le ragazze e le donne rom non sono ascoltate, sono marginalizzate, umiliate e spinte ancora di più verso la precarietà. Sotto al capitalismo, l’ordine patriarcale spinge a disgregare i legami di solidarietà tra donne provenienti da ambienti diversi: in base alla classe sociale ed economica o all’etnia le donne sono spinte a non solidarizzare le une con le altre e a riprodurre gerarchie disumanizzanti, razziste e classiste.

La nostra lotta contro la violenza di genere è anche una lotta contro le altre violenze che la attraversano. Per questo diciamo: Se Cade Una, Cadiamo Tutte! Ci appelliamo alla solidarietà antirazzista ed anticlassista!

Crediamo nella solidarietà e nella prevenzione!

Crediamo nella solidarietà e nella prevenzione. Crediamo che un mondo migliore non si costruisca tenendo la popolazione ancor di più sotto controllo! La crescita delle misure punitive potrebbe tenere lontani dai loro obiettivi alcuni individui, ma fintantoché il sistema giudiziario continua ad essere sessista, razzista ed omofobo, e fintantoché si dedica a servire gli interessi del profitto, nulla ci garantisce che i processi siano corretti e che le persone vengano realmente protette. Al contrario, la crescita delle misure punitive non elimina il problema: continueremo ad avere molestatori, aggressori e stupratori fino a che non educheremo i ragazzini a non molestare e riprodurremo una cultura di gerarchie immobili e di definizioni restrittive rispetto a cosa vuol dire essere “donna” o “uomo”.

Noi firmatarie siamo un gruppo tra cui si trovano persone precarie, persone rom, persone con orientamento sessuale non-etero, e sappiamo bene che proprio le persone più vulnerabili sono quelle che finiscono più spesso in carcere! Non desideriamo un mondo con più carceri, né carceri più piene di uomini. Il carcere peggiora e traumatizza –non è una scuola che insegna ad essere una persona migliore, tutt’altro: diminuiscono drasticamente le opportunità di vivere in un ambiente che si basa su relazioni di amore, di attenzione ed aiuto reciproco. Non vogliamo perpetuare una pedagogia dell’odio e dell’abuso. Vogliamo una pedagogia che condanni la violenza patriarcale e che si basi sul rispettoare della dignità delle donne.

Solidarietà internazionale

Il movimento #SeCadeUnaCadiamoTutte è contro il patriarcato istituzionalizzato, contro la violenza sistemica della cultura patriarcale, che ignora la sofferenza delle donne e annulla il loro potere, la loro autonomia e le loro capacità. Come organizzatrici di questo movimento dichiariamo solidarietà a un movimento femminista intersezionale più ampio –  Ni una menos e le altre simili iniziative europee, dell’America Latina, degli USA e non solo, che lottano per i diritti delle donne senza differenze di etnia, nazionalità o orientamento sessuale.

romania3RIVENDICAZIONI

Chiediamo:

  1. Informazioni ufficiali sui casi di abuso da parte della polizia. Chiediamo dati concreti ad ogni livello istituzionale, accompagnati da descrizioni delle misure intraprese nei confronti agenti di polizia che sono stati segnalati per casi di violenza di genere, sia domestica che sul lavoro!
  2. Semplificazione delle procedure attraverso le quali le persone vittime di violenza ignorate dagli agenti di polizia possano sporgere denuncia contro di loro. È necessario che questa procedura sia accessibile e che protegga la persona che sporge denuncia da possibili minacce o ritorsioni.
  3. De-burocratizzazione del processo di rilascio gratuito di certificazioni medico-legali per i casi di stupro, violenza domestica ed altre forme di violenza.
  4. Semplificazione delle procedure istituzionali di segnalazioni di stupro ed aggressioni sessuali: Riportare continuamente gli eventi nel corso delle indagini (a partire dalle persone di fiducia e continuando con specialisti – medici, assistenti sociali, poliziotti, funzionari, ed infine giudici) equivale a rivivere l’evento, ed a accentuare le umiliazioni a cui sono sottoposte le vittime.
  5. Più case di accoglienza per le persone che subiscono violenza domestica e sessuale, in conformità con le raccomandazioni del Gruppo di Lavoro per Combattere la Violenza Sulle Donne del Consiglio Europeo.
  6. Miglioramento e sovvenzione dei trasporti pubblici e dei servizi abitativi a livello nazionale. Vogliamo essere in grado di spostarci in sicurezza sia che viviamo in una città, in un paese o in un villaggio! Vogliamo essere in grado di uscire da relazioni abusive senza timore di rimanere in strada perché non possiamo permetterci un affitto di centinaia di euro al mese!
  7. Introduzione nelle scuole di programmi accessibili dedicati all’educazione alla salute riproduttiva e all’uguaglianza di genere. Vogliamo che l’elaborazione di questi programmi venga realizzata consultando pubblicamente organizzazioni e reti femministe, antirazziste, LGBT, così come persone di ambienti accademici di provata esperienza nel settore.
  8. Formazione obbligatoria della polizia, del personale giuridico e medico sulle problematiche della violenza di genere. I poliziotti, i giudici ed i funzionari pubblici devono imparare ad agire in modo da non minimizzare più la gravità delle segnalazioni di abusi, molestie, violenza e stupro; devono imparare a trattare le persone aggredite con rispetto, evitando il peggioramento del trauma.

“Assieme sopravviviamo! Non Una Di Meno!”  [“Împreună supravieţuim! Niciuna mai puţin!” ]

“Stop alla violenza sulle donne”

“Il patriarcato uccide”

#secadeunacadiamotute [ #cadeunacademtoate ]

#ilsessismouccide [ #sexismulucide ]

#niunamenos

#nonunadimeno

#yositecreo

Cade Una Cădem Toate, România

Testo originale tratto da qui

Traduzione a cura di Alice Venir

 

 

 

 

It’s my fregna. Decoro, sicurezza e criminalizzazione del dissenso

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Il “decoro” – si sa – funge da cornice ideologica alle modifiche di gran parte degli spazi urbani e al tentativo di normalizzare o reprimere soggettività e comportamenti che contraddicono l’ordine neoliberale ed etero-patriarcale della città-vetrina, cattedrale del consumo e dello sfruttamento dei corpi e dei territori. Attraverso la retorica del decoro, i centri delle città vengono svuotati a suon di ordinanze: sono istituite “zone rosse”, è vietato chiedere l’elemosina (pena il Daspo urbano), vengono levate le panchine per impedire la sosta, è vietato mangiare e bere all’aperto, al di fuori dei locali. Tali politiche securitarie e di controllo sociale, attraverso l’utilizzo delle categorie dicotomiche “decoro/indecenza” e “per bene/per male”, mirano al perseguimento di città funzionali esclusivamente all’uso e al consumo di soggetti privilegiati e turisti e a contenere e governare le condotte delle donne e delle soggettività che non si adeguano al paradigma imposto. Non a caso, la retorica del decoro e della “sicurezza” è utilizzata in modo trasversale dalle forze di ogni colore partitico per attuare politiche razziste ed escludenti, strumentalizzando i nostri corpi.

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Non ci stancheremo mai di ripetere che la violenza maschile contro le donne è strutturale e che per fermarla bisogna soppiantare la cultura fascista e patriarcale che la sostiene.

In decine di città italiane e del mondo, nella meravigliosa giornata di sciopero globale dell’8 marzo, le donne, le soggettività LGBTIQ+, autoctone e migranti, lavoratrici e disoccupate hanno percorso le strade della città inondandola con una marea indecorosa per scioperare dal lavoro produttivo, riproduttivo, di cura, formale o informale, gratuito o retribuito, contro ogni forma di violenza di genere e dei generi, per costruire un tempo nuovo e aprire spazi di libertà.

Recentemente un’attivista di Non Una di Meno Padova ha ricevuto una denuncia penale per deturpamento e imbrattamento per aver fatto, assieme ad altre compagne, degli stencil murari in difesa della Legge 194, durante il corteo cittadino dell’8 marzo. In una città in cui – il giorno successivo all’8 marzo – viene concesso agli integralisti oscurantisti del Comitato No 194 di esprimere pubblicamente le loro idee violente, non possiamo rimanere in silenzio e far parlare anche i muri è un nostro diritto: vogliamo molto più di 194 perché non ci basta la difesa e l’applicazione della legge, vogliamo una contraccezione gratuita, un’educazione sessuale nelle scuole, più consultori e l’espulsione dei medici obiettori dalle strutture ospedaliere e dai consultori pubblici. Per noi il degrado è infatti rappresentato dalle sfilate garantite ai fascisti stupratori e di Casapound e Forza Nuova che hanno marciato nelle strade padovane in più occasioni e che hanno tappezzato intere aree della città di manifesti inneggianti al fascismo.

Libertà significa anche costruire una città femminista, vivibile e attraversabile da tutt*, una città che combatte contro la violenza e le discriminazioni sulla base del genere, dell’orientamento sessuale, della posizione economica e sociale, dell’abilità e della provenienza geografica, una città con più consultori e meno obiettori di coscienza, dove il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza sia garantito, una città accogliente verso i e le migranti, una città con servizi pubblici gratuiti e un trasporto pubblico realmente funzionante.

Rigettiamo il concetto di decoro urbano, tanto quanto quello di “sicurezza”. Per noi la sicurezza sta nel diritto all’abitare, nel diritto ad un lavoro salariato dignitoso e a un reddito di autodeterminazione per uscire dal ricatto e dalla violenza, nel diritto ad attraversare la città a tutte le ore senza essere molestate, per strada così come nei luoghi di lavoro, nel finanziamento del trasporto pubblico, degli asili nido, dei consultori, dei centri antiviolenza. Per questo lottiamo anche contro il “Decreto Sicurezza bis” che inasprisce le pene a danno dei e delle manifestanti accusat* di danneggiamento, travisamento e resistenza a pubblico ufficiale nel corso delle manifestazioni, vieta fumogeni e materiali “imbrattanti” e trasforma qualsiasi resistenza – attiva e passiva – da violazione amministrativa a reato.

Il decreto, entrato in vigore il 15 giugno e approvato dalla Camera il 25 luglio (entro il 1 agosto sarà sottoposto al voto del Senato per completare la conversione in legge), conferisce al Ministro dell’Interno il potere di emanare provvedimenti volti a vietare o limitare l’ingresso, il transito o la permanenza nelle acque territoriali di navi per motivi di “sicurezza e ordine pubblico”; mira inoltre a criminalizzare le ONG, che diventano il nemico pubblico numero 1 da colpire con multe tra i 3500 e i 5500 euro per ogni migrante tratt* in salvo in mare e trasportat*. Il decreto n. 53/2019 rappresenta così una gravissima violazione dei diritti fondamentali delle e dei migranti, che rischiano di affogare in mare o di essere riportat* nei lager libici, e parallelamente mette pesantemente in discussione la libertà di manifestare dissenso, concretizzando così una preoccupante deriva autoritaria.

Lo sciopero globale dell’8 marzo ha restituito voce alle donne anche rispetto all’agibilità politica e sindacale oggi sempre più ristretta e l’attacco a una compagna per degli stencil testimonia il fatto che la lotta transfemminista fa paura alle forze reazionarie e oscurantiste alle quali è garantita sempre maggiore agibilità. A queste noi continueremo a rispondere con le nostre pratiche indecorose. Se scrivere sui muri “Molto più di 194”, “Obietta su sta fregna” e “La 194 non si tocca” comporta una denuncia, allora denunciateci tutte, perché questa è la lotta di tutte noi.

Non una di Meno

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Diretta streaming Assemblea Nazionale 1-2 giugno 2019 a Torino

DIRETTA STREAMING ASSEMBLEA NAZIONALE 1 GIUGNO 2019

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Introduzione dell’assemblea e presentazione del programma delle due giornate

Plenaria di restituzione dei gruppi di lavoro sullo sciopero

Apriamo la sessione del pomeriggio con la plenaria dedicata alla comunicazione

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Mattinata dedicata alla discussione sulla dimensione transnazionale

Plenaria di restituzione dei gruppi di discussione sulla dimensione transnazionale

Testo di convocazione Assemblea Nazionale Non Una Di Meno a Torino – 1/2 giugno 2019

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Nell’anno appena trascorso Non Una di Meno è stata protagonista di un grande percorso di affermazione politica che ha travalicato i segnali già incredibili raccolti negli anni precedenti. L’abbiamo detto fin dall’inizio e lo ripetiamo con sempre maggiore convinzione: la rivoluzione sarà femminista e transfemminista, o non sarà. Ne troviamo conferma nella nostra quotidianità, nelle lotte che attraversiamo, nelle relazioni, sui luoghi di lavoro, in casa e per le strade: negli anni precedenti. La prospettiva intersezionale che stiamo cercando di costruire e praticare è imprescindibile per trasformare le nostre vite e il mondo che ci circonda.

Le assemblee territoriali si sono moltiplicate e ampliate, crescendo non solo nei numeri, ma soprattutto nella capacità di innescare processi di soggettivazione e lotta. Lo stato di agitazione permanente non è stato solo uno slogan: dal corteo che ha attraversato Verona il 13 ottobre, in opposizione al duro attacco sferrato dall’amministrazione locale alla salute e all’autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività Lgbtqia+, alla giornata di mobilitazione contro il ddl Pillon del 10 novembre; dalla marea che si è riversata a Roma il 24 novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, al percorso di costruzione dello sciopero transfemminista globale; dalla tre giorni Verona Città Transfemminista, durante la quale, con un corteo oceanico, abbiamo reagito alla violenza del World Congress of Families, alle centinaia di iniziative, lotte, percorsi che riempiono la quotidianità dei tantissimi nodi locali di Non Una di Meno.

Questo movimento ha aperto uno spazio di azione sociale e politico non identitario che si oppone con la sua forza globale a tutti i governi neoliberali, misogini, omolesbobitransfobici e razzisti, con i quali non potrà mai scendere a patti. Sono sempre più frequenti e sdoganati gli attacchi alla libertà e alla vita stessa di donne, soggettività lgbtqia*, migranti, di tutte le persone che, con le loro lotte, travalicano ruoli e confini e rifiutano quotidianamente di stare al posto che è stato loro assegnato. Il movimento femminista transnazionale si oppone all’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo: dall’Argentina all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi all’aborto vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e razzializzate.

Fin dal Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, abbiamo riconosciuto il carattere strutturale della violenza patriarcale, radicata nelle gerarchie di potere che plasmano la società. Una violenza che attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, intersecandosi e rafforzandosi con altri sistemi di oppressione. Lo riscontriamo negli stupri sistematicamente subiti dalle donne migranti nei loro viaggi, nella coercizione del permesso di soggiorno legato al matrimonio, nelle molestie sul lavoro che si moltiplicano sotto il ricatto della precarietà, nei tagli al welfare che aumentano il carico di lavoro domestico e di cura gratuito o ipersfruttato per le donne, nel sistema di produzione insostenibile basato sull’abuso di corpi umani e non, territori e del pianeta stesso.

Una delle nostre risposte più incisive a tutta questa violenza è lo sciopero transfemminista globale: una giornata di sottrazione dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo, dalle imposizioni dei generi. Il valore dello sciopero femminista non risiede soltanto nell’aver riattivato una pratica che negli ultimi anni aveva perso di senso e significato, allargando la prospettiva oltre la dimensione vertenziale e concertativa classica. La sua forza dirompente sta anche, e soprattutto, nell’aver rivoluzionato un processo, scardinato gerarchie e verticalità e promosso una pratica dal basso che parte e prende forma dalle persone come soggettività individuali e collettive.

Lo sciopero non è solo l’otto marzo, ma vive in un processo globale e quotidiano che amplifica ogni presa di parola singolare e locale, un grande esercizio di messa in discussione personale e collettiva, in cui ogni istanza e ogni soggettività deve trovare posto, spazio di visibilità, diritto di esistenza, parola e voce. Dopo aver gridato insieme “D’ora in poi l’otto marzo sempre” in quella giornata, non siamo disposte a tornare ai ruoli che ci sono imposti. La vera scommessa è che l’azione di sottrazione diventi esperienza quotidiana, che la forza globale dello sciopero sia tanto dirompente da innescare pratiche di ribellione, liberazione, trasformazione radicale del mondo e delle nostre vite. Per avanzare in questa direzione, dobbiamo interrogarci su come lo sciopero possa esprimere la sua dimensione tanto politica quanto sociale, riuscendo contemporaneamente ad affrontare le questioni più sentite nei luoghi di lavoro, un grande esercizio di messa in discussione personale e collettiva, in cui ogni istanza e ogni soggettività deve trovare posto, spazio di visibilità, diritto di esistenza, parola e voce.

Se parliamo di un processo globale è perché nei fatti già esiste un movimento femminista transnazionale, che ha fatto dello sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo e dai generi, la sua forza e il suo tratto distintivo. Ogni azione di Non Una di Meno, dalle grandi manifestazioni nazionali alle tantissime iniziative locali, è parte di questo percorso, traendone forza e rafforzandolo allo stesso tempo. A tre anni dalle prime chiamate allo sciopero, dobbiamo ora interrogarci su come la dimensione transnazionale di questo movimento faccia la differenza a livello locale e su come rafforzare le relazioni che stringiamo a livello globale, facendo sì che i momenti di incontro e confronto non si limitino a creare alleanze tra movimenti, ma mettano a tema questioni politiche e lotte che travalicano necessariamente i confini nazionali.

Da tre anni questi obiettivi ci pongono di fronte a un’altra sfida: immaginare e costruire pratiche, forme di lotta e di comunicazione politica, modalità di autorganizzazione se non completamente nuove, quanto meno capaci di mettere in discussione i modelli più tradizionali dell’agire politico. Se siamo il metodo che scegliamo di darci, la scelta di essere una rete femminista e transfemminista ci interroga su cosa significhi partire da noi per rendere politica e collettiva un’esperienza soggettiva. Per questo vogliamo riflettere sulle pratiche con cui costruiamo le nostre lotte, sulle relazioni che intessiamo, sul tipo di comunicazione che produciamo, sul rapporto con istituzioni, mezzi di comunicazione, organizzazioni politiche.

Lo sciopero, la comunicazione/organizzazione e la dimensione transnazionale saranno quindi in sintesi le questioni che affronteremo insieme durante l’assemblea nazionale di Non Una di Meno che si terrà a Torino l’1 e 2 giugno prossimi. I momenti di lavoro e confronto saranno aperti e liberamente attraversabili, perché tutte, tutti, tuttu sono Non Una di Meno, perché il contributo di persone nuove e l’apertura della nostra rete è uno degli aspetti più importanti che ci contraddistingue e che vogliamo continuare a costruire con forza.

Ci vediamo a Torino! Ancora e sempre saremo marea!

Evento fb

Leggi le info logistiche sull’Assemblea nazionale

18 maggio | Gran Galà del Futuro, Indietro non si torna!

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18 MAGGIO, GRAN GALÀ DEL FUTURO!
H.16 @ piazza Cairoli: CORTEO Gran Galà del Futuro
H.14 @ piazza del Cannone: musiche, danze, teatro e arti di ogni genere e provenienza

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GRAN GALÀ DEL FUTURO: INDIETRO NON SI TORNA!
MILANO CITTÀ TRANSFEMMINISTA, ANTIRAZZISTA E ANTIFASCISTA
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Il 18 maggio Salvini chiuderà la campagna elettorale per le europee a Milano chiamando i reazionari di tutta Europa a partecipare.

Saranno presenti tutti coloro che coltivano il sogno di tornare al fascismo, a forti confini nazionali, alla supremazia della “razza bianca”, alla condanna dell’omo e transessualità e al ritorno delle donne nelle case ad occuparsi della famiglia oppure nelle case chiuse, rinsaldando l’immaginario della donna madre o prostituta.

Mentre un’intera generazione è in piazza denunciando che il cambiamento climatico gli sta sottraendo il futuro, le destre europee promuovono lo sfruttamento incondizionato di terra, corpi e territori, fomentano la guerra fra poveri per evitare il conflitto di classe, promuovono la persecuzione di Rom e Sinti, negano diritti universali non salvando le vite in mare, finanziano paesi come Turchia e Libia che sfruttano e torturano i/le migranti e aprono centri di detenzione amministrativa.

Per contrastare questa ondata reazionaria, vogliamo costruire per il 18 maggio una giornata che porti in piazza la Milano favolosa per dire no al ritorno dei nazionalismi e di ogni forma di fascismo in Europa e nel mondo: vogliamo dare vita al GRAN GALÀ DEL FUTURO, perché indietro non si torna!

Saremo lotta e festa, colore e canto, per rispondere al nero dell’odio suprematista.

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Per adesioni: nonunadimenomilano@gmail.com

Tratto dal blog di Non una di meno Milano

1-2 Giugno 2019 – Programma e info logistiche Assemblea Nazionale NonUnaDiMeno a Torino

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🔥 Assemblea nazionale di Non Una Di Meno 🔥

NON UNA DI MENO chiama a raccolta tutte le energie che è stata capace di innescare e far esplodere in questi anni di mobilitazione contro la violenza patriarcale che uccide, opprime, impoverisce!

Incontriamoci a Torino, sabato 1 e domenica 2 giugno 2019
per l’assemblea nazionale di Non Una di Meno

➡ Per iscriverti, chiedere ospitalità e segnalare eventuali esigenze compila questo format:
https://bit.ly/2H6Zv44

>>> All’interno degli spazi di Palazzo Nuovo sarà allestito uno spazio bimb* per permettere a tutte e tuttu di seguire gli incontri

PROGRAMMA

SABATO
10-10.30 accoglienza/introduzione e mandato sulle tracce x i gruppi
10.30-12 gruppi sciopero
12-13 plenaria sciopero
13-14 pranzo
14-18 comunicazione/metodo/relazioni

DOMENICA
10-10.30 introduzione e mandato tracce x i gruppi
10.30-12 gruppi transnazionale
12-13 plenaria di restituzione
13-14 pausa pranzo
14-16 plenaria conclusiva

Evento fb

Le mappe e la locandina dell’Assemblea Nazionale

 

 

 

Qui la locandina da stampare e attacchinare

Testo di convocazione – Assemblea Nazionale di Non Una Di Meno a Torino

Comunicato: Non Una Di Meno è un movimento politico autonomo da qualsiasi partito

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Non Una di Meno è un movimento politico transfemminista, intersezionale, antirazzista, antifascista, anticapitalista, autonomo da qualsiasi partito, che mira alla trasformazione radicale della società a partire dalla lotta contro la violenza maschile e di genere e contro le gerarchie sociali.

Per questo, adesso che stiamo entrando nella fase della campagna elettorale per le elezioni europee e amministrative con il suo carico di strumentalizzazioni, vogliamo ribadire che Non Una Di Meno ha scelto di restare fuori dall’arena elettorale: non vogliamo piccole riforme e compromessi che modificano la condizione di pochi mentre lasciano intatte le gerarchie che ci opprimono, i confini che ci dividono e la violenza sociale che ci schiaccia.

Noi siamo un movimento transnazionale che aspira a una trasformazione radicale della società e alla sovversione di rapporti di potere che travalicano i confini nazionali.

Mentre la crisi della rappresentanza politica è un dato di fatto, il nostro movimento ha mostrato la capacità di aprire uno spazio politico sempre più espansivo, nel quale hanno potuto prendere parola in prima persona tutti quei soggetti che rifiutano violenza, oppressione e sfruttamento: donne e persone LGBT*QI+, precar*, italian* senza cittadinanza e migranti che non hanno alcun diritto di voto da esercitare, ma combattono in prima persona per la loro libertà di movimento.

Lo sciopero femminista globale è il processo attraverso il quale abbiamo affermato la nostra autonomia, che si è riversata anche nelle strade di Verona e che ha aperto lo spazio transnazionale per il protagonismo di chiunque voglia lottare contro le politiche sessiste, razziste e neoliberali implementate con sempre maggiore intensità a livello globale.

Questa autonomia è la nostra forza e a partire da qui abbiamo rifiutato e rifiutiamo ogni forma di gerarchia e delega, facendo dell’orizzontalità e del consenso assembleare la base della nostra pratica politica.

Sappiamo che i partiti ci vedono come un bacino di possibili voti e che in questa fase di crisi cercano sponde nel movimento, ma diciamo a quei partiti che vogliono relazionarsi con noi di rispettare l’autonomia e le pratiche organizzative del movimento. Le candidature alle europee di alcune attiviste femministe sono frutto di scelte e desideri individuali; scelte che rispettiamo ma che non sono espressione del movimento.

Per questo motivo la sigla nonunadimeno e la grafica consuetamente adottata dal movimento non possono essere utilizzate a scopo elettorale. Tutte le compagne del movimento Non Una Di Meno continueranno ad avere cura dell’autonomia di quel soggetto politico che hanno attivamente contribuito a costruire, un’attenzione che rappresenta un comune denominatore nella pluralità delle nostre pratiche femministe.

Non Una di Meno continuerà la propria lotta con le modalità di un movimento transnazionale nato e cresciuto dal basso: abbiamo un Piano e non ci fermeremo finché non lo avremo realizzato.

Vérone Ville Transféministe

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Dans la famille patriarcale hétéronormée se produit et se reproduit un modèle social hiérarchique et sexiste. La famille est le lieu où se manifeste la majorité des violences de genre, elle est en même temps le dispositif qui reproduit la division sexuée du travail et de l’oppression. De plus, la famille est un outil idéologique utilisé à des fins racistes, lorsqu’elle est évoquée pour promouvoir la reproduction d’une identité nationale blanche. Pour ces raisons, nous réaffirmons que la liberté d’autodétermination des femmes et de toutes les subjectivités LGBT*QI+ passe nécessairement par la liberté de mouvement des migrant.e.s. La violence des frontières s’exprime sur les territoires et sur les corps des personnes qui les traversent.

Cette idée de famille sera au centre du Congrès Mondial des Familles (World Congress of Families, WCF) qui aura lieu à Vérone les 29, 30 et 31 mars 2019. Les féministes et les transféministes de Non Una di Meno, avec d’autres mouvements italiens et internationaux, vont donc occuper la ville avec leur rage, leur détermination et leur fabuleusité. Le congrès sera coorganisé par l’administration locale et parrainé par la « présidence du Conseil des ministres – Ministère de la famille et du handicap » et par la région Vénétie. Y participeront le ministre de l’Intérieur Matteo Salvini, le ministre pour la famille et le handicap Lorenzo Fontana, le ministre de l’éducation Marco Bussetti et le sénateur de la Ligue [‘la Lega‘, parti d’extrême-droite au gouvernement, NdT] Simone Pillon. Ces individus sont les principaux promoteurs de la violence hétéropatriarcale et raciste et de son institutionnalisation. À ces gens et à tous ceux qui vont les rejoindre au nom de l’oppression et de l’exploitation, nous allons opposer la force d’un mouvement transnational de libération.

Malgré leur rhétorique sur les valeurs et la vie humaine, les attaques contre le droit à l’avortement et l’apologie de la famille menées par ces maîtres du patriarcat sont liées à l’organisation générale d’une société faite de violence et d’oppression. Derrière la revendication idéologique d’une nation blanche se cache le racisme institutionnel, qui reproduit sans cesse le travail migrant à exploiter à l’intérieur des frontières – les mêmes frontières que ces gens déclarent vouloir fermer. Derrière l’appel à la famille naturelle, il y a de la violence : l’hétérosexualité obligatoire, contre la liberté sexuelle des femmes et des subjectivités LGBT*QI+ qui refusent de se reconnaître dans les identités normatives et dans les rôles sociaux imposés. Nous refusons toute tentative de subordonner  les femmes au travail de soin au sein de la famille et à la maternité comme destin.

Ces attaques catholico-fascistes touchent également le milieu scolaire et celui de la formation. Au niveau institutionnel, les récits alarmistes qui décrivent les enfants comme les victimes d’une prétendue « idéologie du genre », se traduisent par de fortes limitations, voire de véritables censures, de la circulation de savoirs qui critiquent la reproduction des hiérarchies de genre et reconnaissent la liberté des différences. Nous savons que le Congrès Mondial des Familles fait partie des tentatives désordonnées de défense face au puissant soulèvement global des femmes, qui est en train de faire éclater un ordre fondé sur la coercition, l’exploitation et les hiérarchies.

Nous arriverons à Vérone fortes de la grève féministe qui grandit et se propage. Le 8 mars nous étions des centaines de milliers à occuper les places et les rues du monde entier, àcroiser les bras et à déserter les lieux d’exploitation et de violence patriarcale, pour prendre la parole contre le racisme et contre toute forme d’oppression, pour revendiquer notre liberté face aux contraintes du genre et de la famille hétéropatriarcale comme institution oppressive. Le féminisme et le transféminisme que nous avons déployés vont au-delà des identités et de leurs codifications, ils traversent les espaces sociaux pour créer de nouvelles formes de lutte. Ils procèdent par relations plutôt que par identifications et ils articulent toutes les dimensions d’une mobilisation globale.

La grève féministe a révélé le lien entre violence hétéropatriarcale, racisme et exploitation : le 8 mars nous avons brisé ce lien en portant sur les  places du monde entier nos libertés et notre puissance collective. Non Una Di Meno est un mouvement féministe et transféministe parce que, en remettant en cause les relations de pouvoir et les hiérarchies et en luttant contre la violence masculine faite aux femmes et la violence de-s genre-s, Non Una di Meno s’attaque à  toutes les formes de la violence systémique. Notre lutte a montré que sexisme, exploitation, racisme, colonialisme, fondamentalisme politique et religieux, homo-lesbo-transphobie et fascisme sont liés et se soutiennent mutuellement. Le féminisme et le transféminisme de ce mouvement s’appuient sur la liberté et l’autodétermination de toutes les subjectivités dans la construction de processus de lutte et de libération collectifs qui s’inscrivent dans la reproduction de la société.

Tous les droits conquis  par la lutte des femmes sont aujourd’hui attaqués : le divorce, l’avortement et la réforme du droit de la famille. Nous répondons à cette vague réactionnaire avec la force des revendications du Plan féministe contre la violence masculine faite aux femmes et contre toute forme de violence de genre.

Nous sommes la marée féministe, transféministe, antiraciste et antifasciste qui inondera Vérone, et nous ouvrirons des espaces de libération en nous appuyant sur la force globale de notre grève féministe.

ÔTEZ VOS MAINS DE NOS DÉSIRS!

«Non una di meno» revendique:

  • Que les écoles et les universités deviennent des lieux privilégiés où contrer les violences de genre : que les associations «no gender» dégagent, et qu’à la place l’éducation sexuelle, l’éducation de genre et aux différences aient plus d’espace.
  • Que soit créée une formation continue pour les  professionnels impliqués dans le parcours de sortie de la violence des femmes : enseignant.e.s, avocat.e.s, procureure.s, magistrat.e.s, formateur.trice.s  des travailleur.se.s des médias et des industries culturelles, pour contrer les récits  toxiques et promouvoir une culture différente.
  • Que se développe dans le monde du travail la formation contre le harcelèment, la violence et les discriminations de genre, avec pour objectif de fournir des outils de défense et d’autodéfense adaptés et efficaces.
  • Nous concevons la santé comme bien-être physique, psychologique, sexuel, social et expression de la liberté d’autodétermination. Nous sommes contre la pathologisation des personnes trans et la réassignation sexuelle forcée pour les personnes intersexuelles.

  • Nous savons que l’objection de conscience dans les services de santé (le droit des médecins à refuser de pratiquer des avortements pour des raisons religieuses ou éthiques) entrave le droit à l’autodétermination des femmes, nous voulons le plein accès à toutes les techniques d’avortement pour toutes les femmes qui le demandent.
  • Nous revendiquons la garantie de la liberté de choix  et demandons que la violence obstétricale soit reconnue comme une forme de violence faite aux femmes, dans le domaine de  la santé reproductive et sexuelle.
  • Nous nous opposons aux  logiques sécuritaires dans le domaine des soins médicaux : nous estimons que les interventions fondées exclusivement sur l’assistance, l’urgence et la répression, sans tenir compte de l’analyse féministe de la violence comme d’un phénomène structurel, sont inadaptées et nocives. Nous voulons des équipes médicales avec des professionnelles  expérimentées.
  • Nous revendiquons un modèle de protection sociale universel garanti. Nous demandons la création de plannings familiaux qui soient des espaces laïcs, politiques, culturels et sociaux, et pas seulement socio-sanitaires. Nous soutenons leur renforcement et leur renouvellement via le recrutement d’équipesstables et pluridisciplinaires.
  • Nous encourageons l’ouverture de nouvelles et nombreuses  «permanences féministes et transféministes » [‘consultorie transfemministe queer‘ en italien, des sortes de plannings familiaux autogérés NdT]: des espaces de vie et d’expérimentaton, d’auto-analyse, d’entraide et de rédéfinition de l’État social.
  • Nous revendiquons un salaire minimum européen, un revenu d’autodetermination universel et inconditionnel , comme outil de libération vis-à-vis de la violence hétéropatriarcale qui s’exerce sur les lieux de travail et ailleurs.
  • Contre le système des frontières et le système institutionnel d’accueil, nous revendiquons la liberté de circulation pour toutes et tous et un permis de séjour européen sans conditions, indépendendammentdu statut familial, des études, des revenus.
  • Nous voulons la citoyenneté pour toutes et pour tous et le droit du sol pour les enfants qui naissent en Italie ou qui ont grandi ici même si ils ou elles n’y sont pas né.e.s.
  • Nous critiquons le système institutionnel de l’accueil et nous refusons la logique sécuritaire appliquée aux migrations.
  • Nous nous opposons à la récuperation raciste, sécuritaire et nationaliste de la violence de genre.
  • Nous voulons des espaces politiques féministes et transféministes partagés.
  • Nous savons que les violences faites à la Terre s’abattent aussi sur nous. Nous nous opposons à la « violence environnementale » qui est menée contre le bien-être de nos corps et celui des écosystèmes dans lesquels nous vivons, sans cesse menacés par des pratiques d’exploitation.