TRACCIA TAVOLO SALUTE-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Il grido “non una di meno” ci ha guidato e continua a guidare la nostra lotta, dalle nostre città fino alle reti transnazionali che negli ultimi anni hanno dato risonanza a rivendicazioni e hanno portato anche ad alcune vittorie fondamentali, come la depenalizzazione dell’aborto in Argentina o le leggi sull’autodeterminazione di genere in alcuni paesi dell’America Latina. è fondamentale oggi dare spazio ai nostri bisogni e ai nostri desideri per continuare a contrastare la violenza sistemica che si abbatte sulle nostre vite e per farlo vogliamo porre l’attenzione sulla “salute”, ancora una volta e in continuità con le analisi e le pratiche che ci siamo datə. Non possiamo non tenere conto degli eventi inediti che ci hanno colpitə.

Gli ultimi due anni di pandemia hanno evidenziato problemi strutturali di cui eravamo già consapevoli e contro i quali ci stiamo battendo come movimento femminista e transfemminista transnazionale. La distruzione capitalistica dei territori e degli ecosistemi, in un’ottica estrattivista colonialista e razzista riproduce gerarchie economiche, politiche e sociali e ci consegna un pianeta morente con la promessa che la proliferazione di malattie e disordini diventeranno all’ordine del giorno. I sistemi sanitari, anche quelli più all’avanguardia e teoricamente pubblici si sono dimostrati assolutamente inefficienti nel sostenere il peso di questo evento. Decenni di tagli, privatizzazione e precarizzazione del personale sanitario hanno portato a una sanità non accessibile ed escludente, complice la costante separazione tra i concetti di sanità, salute e cura. La dimensione politica è intrinsecamente connessa alla salute intesa come benessere psico-fisico e sociale: abbiamo bisogno di redistribuire il sapere medico per aumentare la consapevolezza del nostro corpo, della nostra esistenza e quindi delle nostre scelte. È proprio a partire da questo concetto di salute come cura collettiva e condivisione di saperi che possiamo implementare una lettura critica del presente per immaginare un futuro diverso, in grado di superare le disparità sociali, politiche e sanitarie. 

Cosa intendiamo per salute? Quali possono essere le pratiche e i processi collettivi politici e di cura che aumentano la nostra possibilità di autodeterminarci? L’accesso alla sanità non è per tuttə: donne, persone trans, persone migranti, rifugiate e non madrelingua, persone con disabilità, lavoratrici e lavoratori sessuali viviamo troppo spesso discriminazioni ed esclusione nel sistema sanitario ed in generale per ciò che riguarda il benessere in tutte le sue accezioni. 

Noi vogliamo essere liberə di scegliere il nostro destino (non)riproduttivo, se, quando e con chi diventare genitori, così come vogliamo essere liberə di vivere i nostri generi dissidenti. Per noi salute non è solo assenza di malattia, è cura, è presa in carico sociale e mutualistica, è accesso all’aborto libero, gratuito e sicuro, è smantellamento dei protocolli psichiatrizzanti per le transizioni, è prevenzione a HIV e ITS e la promozione di una sessualità libera, è poter godere, è il riconoscimento di patologie legate a utero, vulva e vagina quando non interessano la funzione meramente riproduttiva, è benessere, ed è reddito garantito: chiediamo molto più di 194!

È il riconoscimento di un lavoro di cura che non ci spetta necessariamente a causa di un ruolo imposto attraverso “verità” biologiche che da anni mettiamo in discussione, è un’educazione sessuale ed affettiva che non sia normalizzante ma inclusiva e differente, è il diritto di accedere alla salute mentale e psicologica, a quella di transizione e di affermazione. È un reddito di autodeterminazione che ci permetta di vivere serenə e liberə da violenze fisiche e psicologiche. È una sanità territoriale e di prossimità. È una scuola preparata alle esigenze delle persone con disabilità mentali o neuro-atipiche.

Per noi salute significa mettere al centro i nostri corpi e le nostre vite nella costruzione di reti di cura, fatte di altri corpi che ci sostengano e ci aiutino. Per questo ci chiediamo cosa debbano essere e di che esperienze debbano vivere luoghi come i consultori e le consultorie. Come costruiamo le nostre pratiche e come pratichiamo i nostri bisogni e nostri desideri?

Vogliamo confrontarci e costruire insieme una salute che sia femminista e transfemminista, vogliamo costruire un documento condiviso che riesca a tenere insieme la complessità dell’analisi con una serie di rivendicazioni pratiche e programmatiche per dare “corpo” alle nostre importanti parole. 

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

Laboratorio ecotransfemminista multispecie “siamo tutt∂ animale ognun∂ con la sua diversità”

Il laboratorio si svolgerà nella pausa pranzo del sabato e invitiamo tutte le persone che partecipano a venire con una colazione al sacco in modo che il laboratorio si possa svolgere …. “camminare e mangiare domandando” 
Il laboratorio continua il percorso iniziato a luglio, nella Giornata aperta della campeggia ad Agripunk: https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/camminare-domandando-dalla-campeggia-a-la-zad e poi nel Laboratorio organizzato a La ZAD (zone à défendre) di notre dame de Landes, Nantes, Francia nel corso del festival https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/laboratorio-ecotrasnfemminista-multispecie
“Arriviamo qui con alcune parole: giustizia  ecosistemica, giustizia multispecie, giustizia riproduttiva,  intersezionalità, transfemminismo, decolonialità e liberazione a cui vorremmo aggiungere quelle che incontreremo qui ….
Il  nostro più che un dire vuol essere un domandare a partire da alcune affermazioni in cui ci riconosciamo e che sono sempre e comunque situate in un pensiero ecotransfemminista multispecie di persone che vivono attualmente in Europa.
La  violenza strutturale del sistema si radica nella cultura ciseteropatriarcale e impone la sua riproduzione attraverso le norme binarie e le gerarchie di razza abilismo, genere e specie. Il  patriarcato è il sistema di oppressione politico, economico, culturale e  religioso che conferisce privilegi agli uomini “cisetero” sugli altri corpi ed ecosistemi. Capitalismo e colonialismo ne condividono la matrice oppressiva che si ripete nei territori e nel tempo. 

Privilegi e gerarchie producono sessismo, razzismo, specismo, colonialismo, sfruttamento, repressione e  discriminazioni nei confronti delle donne e di tutte le persone che si sottraggono alle norme di genere (trans, travesti, persone non binarie, intersex e +), di orientamento sessuale (lesbiche, pansessualə, asessualə, poliamorosə, gay, e +), l’animalizzazione delle persone soprattutto non bianche e lo sfruttamento e stermini di massa delle altre specie.
E’ necessario partire da sé, dalla consapevolezza dei privilegi e dalle scale di oppressione per costruire quell’intersezionalità necessaria ad una lotta ad un capitalismo sistemico che non può più essere settorializzata o periodizzata.  È necessario nella pratica attraversare con questo sguardo intersezionale e le nostre pratiche contaminanti i movimenti ecologisti che si stanno con forza imponendo e una necessaria urgente e improrogabile vera transizione. 

La  prospettiva è la liberazione per tuttu che si lega fortemente a  pratiche di resistenza, ma anche alla costruzione di alternative. Il  nostro esserci con i corpi, le nostre relazioni, il nostro parlare e soprattutto il nostro ascoltare, l’apprendere dalle altre pratiche di  lotta e di resistenza, il contaminarci è fondamentale. 

Lo spazio politico va liberato per dare voce, forza ed espressione politica a tutte le diversità. Non c’è liberazione per nessun∂ se non ci  liberiamo tuttə.”
Lo faremo in piccoli gruppi con una traccia di domande e in modo interattivo! Vi aspettiamo!! 
Queste le tracce delle domande:

  • Come rompere con le pratiche di animalizzazione che riguardano animali umani e non? Perchè la violenza agita da animali umani su animali non umani non viene riconosciuta e percepita come tale? Perché nel momento in cui vogliamo indagare il privilegio di specie i movimenti, anche più antagonisti, si bloccano?
  • Come  costruire pratiche di lotta per la giustizia ecosistemicaa livello  G-Locale a partire del valore della diversità dei nostri corpi e territori? C’è una colonialitá intrinseca nel femminismo occidentale? Cosa pensiamo renda scomoda la frequentazione di persone razializzate e/o trans nel nostro movimento? come facilitarla? 
  • Cosa intendiamo per giustizia riproduttiva? Come questa si vive in corpi umani e non? Il riconoscere solo alle “donne” il ruolo di madri/non madri nelle nostre lotte non significa escludere e invisibilizzare il fatto che uomini, persone non binarie e intersex abbiano potenzialità gestanti e rimarcare un concetto patriarcale? Perchè si escludono e si invisibilizzano i corpi gestanti delle altre specie? 
  • Quando  parliamo di lavoro sessuale ci ritroviamo spesso ad affrontare sempre la stessa domanda: ” Può essere una libera scelta?Perchè questa domanda emerge continuamente e solo in relazione al lavoro sessuale o alla sfera etero-riproduttiva? 
  • Come possiamo costruire un movimento in cui coesistano molti mondi (“en el que quepan muchos mundos” ?) e quindi come praticare un movimento in cui ci sia spazio perl’agire politico e pratico dei pensieri e delle elaborazioni ecotransfemministe e multispecie? 

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TRACCIA TAVOLO LAVORO-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Dalla crisi pandemica l’offensiva padronale e patriarcale emerge in modo ancora più forte. Se prima della stesura del piano contro la violenza maschile di cinque anni fa abbiamo denunciato come le politiche economiche e l’organizzazione del lavoro fossero strutturalmente legate al patriarcato e alla violenza  maschile, adesso vediamo come la ristrutturazione capitalistica post-pandemica non rappresenti una rottura, ma poggi invece sulle stesse fondamenta.

A fronte di una enorme perdita di posti di lavoro femminili dovuta alla pandemia (quasi 400.000 rispetto al 2019), vediamo ora come la lieve ripresa occupazionale vada di pari passo con un ulteriore aumento della precarietà delle condizioni di lavoro soprattutto per donne, migranti e altre soggettività marginalizzate. Il PNRR, dietro una falsa retorica green e di genere, comporta uno spostamento netto di risorse e facilitazioni alle classi dominanti, riproponendo lo stesso paradigma neoliberale di austerità ed estrattivista, e continuando ad inasprire disuguaglianze e gerarchie di potere.

Contemporaneamente, mentre misure di welfare familistico come il Family Act riaffermano la centralità della famiglia eteropatriarcale, lo sblocco dei licenziamenti ha evidenziato ancora di più come la crisi economica viene scaricata sul mondo del lavoro, in cui donne, migranti e soggettività LGBT*QIA+ sono state e continuano ad essere maggiormente penalizzate. Il nostro impegno deve essere quello di affermare la centralità politica di tutte queste soggettività nella ricostruzione postpandemica. A quasi un anno dall’ultima assemblea [link ultimo report] riteniamo ancora più necessario ribadire l’importanza della nostra lotta per superare le gerarchie patriarcali e di potere che regolano i rapporti di lavoro.

Davanti a tutto questo non possiamo smettere di interrogarci sul ruolo che, dentro i processi di riorganizzazione post pandemica, assume il lavoro di cura e di riproduzione sociale in senso lato, per riappropriarci del suo significato andando oltre la retorica essenzialista. Davanti a tutto questo ribadiamo l’importanza delle lotte femministe e transfemministe.  Da cinque anni rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un welfare pubblico universale, gratuito e accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, che devono però emergere in modo assertivo e dirompente sul piano politico.

Negli ultimi anni lo sciopero femminista globale ha messo in connessione donne e persone lgbtqia+, salariate e non, migranti e operaie, lavoratrici essenziali e sex worker, che – rifiutando la posizione loro imposta – sono state in grado di fare emergere il nesso tra patriarcato, razzismo e sfruttamento. È importante ripensare il processo dello sciopero alla luce delle condizioni attuali – la pandemia, la frammentazione, il feroce contrattacco patriarcale e la ristrutturazione capitalistica – che rendono la sua praticabilità e la sua capacità di politicizzazione sempre più difficile.

Dobbiamo interrogarci quindi su quali siano oggi le sue potenzialità per produrre connessioni, interrompere la riproduzione sociale e sfidare l’isolamento. Alla luce dell’ultimo anno, pensiamo che sia fondamentale andare oltre alla singolarità delle varie lotte che si sono susseguite, per farne emergere la comune matrice antisessista, antirazzista e di classe, con la prospettiva di creare connessione e continuità tra le singole lotte. 

  • Il lavoro produttivo, riproduttivo e di cura nella fase post-pandemica: come attualizziamo le rivendicazioni nel Piano Femminista di NUDM? Il reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un permesso di soggiorno europeo svincolato da lavoro e famiglia, un welfare universale che sia gratuito ed accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, una risposta concreta ai bisogni di donne e soggettività LGBTQAI: in che modo sono il cardine ed il ribaltamento del sistema di sfruttamento?
  • Come inseriamo queste riflessioni e rivendicazioni in un percorso comune sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica che viva sui territori?
  • Come è possibile tenere ancora aperto il senso dello sciopero femminista e transfemminista come processo che ha la capacità di dare voce ad istanze e condizioni diverse, a partire dal rifiuto della violenza strutturale? Quali pratiche concrete possiamo mettere in campo a questo scopo?
  • Come riusciamo a dare risonanza e connettere tra loro lotte che, per quanto singolari, ci permette di fare emergere il modo in cui la violenza maschile e di genere, intrecciate al razzismo, incidono sulle condizioni di lavoro? Quale ruolo, pratiche, obiettivi vorremmo avere nel fare ciò?

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TRACCIA TAVOLO FEMMINISMI E TRANSFEMMINISMI-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

L’esperienza che abbiamo condiviso al grido Ni Una Menos ha trasformato il femminismo, riarticolando gli immaginari di molteplici movimenti, collettivi e reti dal basso, in un grande processo transnazionale. Scioperare contro la violenza patriarcale ha significato riconoscere che quella violenza è strutturale, che è una pratica sociale di subordinazione che colpisce le donne ma coinvolge l’intera società, che incide sulle condizioni generali di vita e di lavoro, che si intensifica con il razzismo che colpisce migranti e seconde generazioni nate in Italia, che limita qualunque libertà sessuale e pratica di genere che non sia obbediente alle posizioni e alle gerarchie che il dominio maschile impone.

Per questo motivo il femminismo che ha vissuto nel processo dello sciopero non è mai stato un movimento, un discorso o una pratica basati su una presunta identità essenziale delle donne, ma sin dal principio si è mosso e trasformato nella lotta contro le forme della riproduzione sociale neoliberale e nella convergenza con lesbiche, froce, trans, bisessuali, persone intersex e queer. È stato così nelle straordinarie giornate di Verona Città Transfemminista, quando in 100mila abbiamo preso le strade per contestare il World Congress of Families; è stato così il primo luglio, quando rispondendo alla chiamata transnazionale della rete EAST abbiamo contestato gli attacchi alla Convenzione di Istanbul denunciando come, in Turchia come nell’Europa dell’Est, quegli attacchi sono andati di pari passo con feroci politiche ‘anti-gender’.

L’alleanza tra femminismo e transfemminismo che abbiamo praticato non è una semplice sommatoria di discorsi o pratiche, ma una risorsa per rispondere al contrattacco che cerca di rigettarci nella completa subordinazione imposta dal patriarcato familista, capitalista, razzista, fondamentalista e reazionario. Discutere insieme e apertamente dell’intreccio tra femminismo e transfemminismo in occasione della prima assemblea in presenza di NUDM dopo la pandemia è allora di grande importanza. 

È necessario non solo per combattere l’aumento esponenziale della violenza contro le donne e della violenza omolesbobitransfobica, ma anche perché in ogni parte del mondo assistiamo a tentativi – diversi per intensità, ma uguali nel significato e negli intenti politici – di contrapporre la libertà e i diritti delle donne a quelli delle persone LGBT*QIA+ per indebolire le lotte e rinsaldare il dominio patriarcale in nome della famiglia, della difesa dell’autorità e della riproduzione delle gerarchie, dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro migrante ed essenziale dentro e fuori casa, della criminalizzazione del lavoro sessuale e di chi lo pratica.

Questa divisione si è vista in Italia nel dibattito sul DDL Zan, quando in nome di un femminismo in cui non ci riconosciamo alcune donne hanno di fatto prestato il fianco alla legittimazione della violenza omolesbobitransfobica. D’altra parte, sappiamo che è importante ma non è sufficiente, né per le donne né per le persone LGBT*QIA+, ottenere riconoscimenti minimi e inadeguati in termini di diritti, o programmi ‘autoimprenditoriali’ di uscita individuale dalla subordinazione, perché oggi più che mai è necessario accumulare la forza per rovesciare la violenza sistemica che ci opprime e modificare le condizioni materiali – di reddito e di salario, razziste e autoritarie ‒ che in Italia e in tutto il mondo limitano le nostre possibilità di autodeterminazione, che si intersecano determinando le nostre diverse esperienze, che influenzano la nostra capacità di mettere in comunicazione le lotte.  Per questo nel tavolo Femminismo e Transfemminismo dell’Assemblea nazionale di Non Una di Meno vogliamo discutere di:

-Quali possibilità e quali difficoltà abbiamo di fronte per rilanciare l’intersezione delle lotte

– Come spiazzare e rovesciare il tentativo di frammentare le lotte e contrapporre la libertà delle donne a quella delle persone LGBT*QIA+

-Come creare uno spazio politico espansivo, capace di nominare e contestare le differenti condizioni materiali in cui la violenza agisce e che limitano la libertà sessuale e pratiche di genere che minacciano l’ordine esistente

-Come costruire un linguaggio capace di parlare al di fuori degli spazi assembleari, senza riprodurre etichette ma dando espressione alle istanze di autodeterminazione di chi, nei modi più diversi, lotta contro la violenza maschile e omolesbobitransfobica.

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

*Foto di Valeria Altavilla

TRACCIA TAVOLO VIOLENZA-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Sono già più di 80 le donne uccise in Italia nel 2021 e nella maggior parte dei casi l’assassino è il partner o l’ex compagno. Sappiamo che durante la crisi pandemica si sono intensificate la violenza domestica e le violenze omolesbobitransfobiche. Eppure il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza. In tutto il mondo sta aumentando il contrattacco patriarcale, vogliono isolarci e frammentare le nostre lotte, attraverso retoriche e politiche patriarcali, antigender e razziste, contrapponendo i diritti delle donne con quelli delle persone lgbtq.

Quello che sta accadendo in Afghanistan è un altro tassello del contrattacco patriarcale che sta prendendo piede a livello globale: è un caso estremo ma non isolato che mostra un ordine patriarcale globale che ammette e persino richiede picchi di autoritarismo e repressione. Non accettiamo la logica dello scontro di civiltà: se l’ordine patriarcale è globale, noi vediamo il legame che unisce fondamentalisti islamici e ultra-cattolici, e che costituisce un filo rosso tra le posizioni più esplicitamente nazionaliste e fasciste e le politiche neoliberali.

La “civile” Europa che condanna i talebani in Afghanistan, è la stessa che attraverso le sue politiche migratorie rinforza la violenza che le donne e gli uomini migranti vivono sui confini e nello spazio europeo. Per questo è più che mai fondamentale rivendicare la libertà di movimento come una parte centrale della lotta contro la violenza. La civile Europa è la stessa che non riconosce il lavoro sessuale, passando da legislazioni che lo vietano totalmente a quelle che criminalizzano il cliente, ma che in tutti casi espongono le lavoratrici sessuali, ancor più se migranti senza permesso di soggiorno, a condizioni di violenza, negando ogni tipo di tutela.

Contro tutto questo come NUDM abbiamo sempre preso parola, a livello locale, nazionale e transnazionale, ponendo al centro della nostra iniziativa politica il rifiuto della violenza strutturale e cercando di essere quello spazio in cui tutte le donne e persone LGBTQAI+ che rifiutano la posizione subalterna che tale violenza ci impone possano prendere parola e fare di tale rifiuto un istanza collettiva e una pretesa di libertà. 

In questi 5 anni la potenza scatenata dal movimento femminista globale è riuscita a imporre dal basso il carattere strutturale e pubblico della violenza anche in certi discorsi mainstream, ma allo stesso tempo le forme in cui tale violenza agisce sono mutate, sono state intensificate e accelerate dalla pandemia e permangono nella riproduzione della società. Anche NUDM è cambiata, sono cambiate le pratiche e le persone che la attraversano. Se vogliamo arrivare al 25N vedendolo non come una data simbolica e rituale ma come il momento in cui rilanciare la nostra iniziativa politica autonoma, abbiamo bisogno di riarticolare la nostra analisi politica e rivedere i nostri obiettivi politici tenendo in considerazione come la violenza maschile, di genere, razzista e neoliberale agisce in questo momento a livello transnazionale e come impatta a livello locale.

Ragionando insieme su queste domande guida crediamo sia fondamentale ridare una cornice comune al nostro discorso sulla violenza in modo poi da poter articolare meglio le varie pratiche che abbiamo portato avanti in questi anni: è necessario prima costruire quest’analisi comune, chiara e comunicabile per poter poi rivedere le pratiche


– Quali sono gli obiettivi che ci diamo nella nostra azione politica contro la violenza maschile e di genere? Di cosa intendiamo farci carico con la nostra azione politica (ad esempio: vogliamo essere spazi di riconoscimento/politicizzazione? vogliamo cambiare la narrazione dei giornali? vogliamo seguire casi singoli di violenza?) In che modo possiamo ricondurre le iniziative che costruiamo sui diversi aspetti e manifestazioni della violenza (es: femminicidi, violenze omolesbobistransfobiche, violenza istituzionale, mediatica, nelle carceri, ambientale, all’interno dei movimenti) al nostro discorso comune sulla violenza strutturale, arricchendolo e potenziandolo senza frammentarlo?


– Qual è o quale può essere il nostro ruolo in rapporto ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza? Come si fa a ridare forza politica collettiva ai percorsi di fuoriuscita perché non siano percorsi individuali e assistenzialistici? Cosa significa avere un rapporto con i CAV e le Case Rifugio? In che modo facciamo rete con e potenziamo i CAV autonomi e femministi e le esperienze costruite all’interno di Case rifugio per persone LGBTQ?


–  Come concretizziamo la discussione sull’analisi e sugli obiettivi per fare in modo che il 25N sia un momento di rilancio della nostra iniziativa politica? Come riattualizziamo le nostre rivendicazione, ripensandole nella materialità della fase attuale, per rilanciarle fortemente verso e oltre il 25N (ad esempio: perché è ancora importante rivendicare un permesso di soggiorno europeo? cosa significa oggi, in un aumento estremo della precarietà e della violenza, rivendicare il reddito di autodeterminazione o un welfare universale?)

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

ASSEMBLEA NAZIONALE di NON UNA DI MENO-9-10 OTTOBRE 2021

Sabato 9 e domenica 10 ottobre ci troveremo finalmente di nuovo in presenza a Bologna per l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno, per rilanciare la sfida di tessere ancora insieme tutti i frammenti di lotte quotidiane, molteplici e necessarie, di pensare in avanti un piano di iniziativa collettivo e condiviso, perché del grido femminista e transfemminista che ci unisce c’è più che mai bisogno: Non Una di Meno!L’assemblea si svolgerà nella sede dell’Università di Bologna di Berti Pichat, in Viale Carlo Berti Pichat -> https://goo.gl/maps/5YryjXbQWuwjSjvK8

Gli orari delle due giornate:

𝗦𝗮𝗯𝗮𝘁𝗼: dalle ore 10.30-13 assemblea plenaria / 15-18.30 gruppi di discussione

𝗗𝗼𝗺𝗲𝗻𝗶𝗰𝗮: dalle ore 10.00 alle 16.00 assemblea plenaria di restituzione dei lavori dai gruppi di discussione e chiusura dell’assemblea

Le aree tematiche che abbiamo individuato e su cui si concentreranno i gruppi di discussione sono:
-Violenza maschile e di genere
-Salute
-Lavoro e welfare
-Femminismi e transfemminismi

Leggi le tracce

TRACCIA TAVOLO VIOLENZA

TRACCIA TAVOLO SALUTE

TRCCIA TAVOLO LAVORO

TRACCIA TAVOLO FEMMINISMI E TRANSFEMMINISMI

Durante la giornata di sabato ci sarà anche un Laboratorio ecotransfemminismo che non si terrà in contemporanea con i gruppi di discussione per permettere la partecipazione ad entrambi i momenti.

Per facilitare l’organizzazione della due giorni, ancor di più in questo periodo così complesso, chiediamo a tutte le persone che desiderano partecipare di compilare questo modulo: https://docs.google.com/…/1FAIpQLSeyAWwfKlZ…/viewform…

Sul modulo online è possibile indicare la preferenza nel partecipare in presenza o da remoto. Il link per seguire online l’assemblea sarà inviato per mail alle persone che avranno scelto l’opzione online. È inoltre possibile segnalare sul modulo la propria disponibilità ad ospitare lə compagne che arrivano da fuori città! L’assemblea è come sempre aperta a tuttə, anche a chi non fa parte dei nodi diffusi sul territorio di Non Una di Meno. Se fai già parte di un nodo cittadino, a causa della maggiore complessità logistica a cui dovremo fare fronte quest’anno ti chiediamo di fare riferimento ai loro nodi locali per le informazioni, così da gestire al meglio il tutto. È comunque possibile scrivere alla nostra pagina FB o Instagram per dubbi, domande o esigenze specifiche.

Tutto quello che c’è da sapere sulla cura reciproca nell’organizzazione dell’assemblea. Gli spazi che ospiteranno l’assemblea nazionale a Bologna saranno le aule dell’Università, che permetteranno il distanziamento necessario e il rispetto delle forme di prevenzione per il Covid-19 (all’interno andrà indossata la mascherina), in linea con la nostra pratica politica femminista e transfemminista e la nostra idea di cura collettiva e messa al centro dei bisogni di tutte le persone più marginalizzate ed esposte al virus, oltre che un agile collegamento online fatto fra le varie stanze che ospiteranno i tavoli e la plenaria finale.

La scelta di chiamare un’assemblea nazionale in un periodo in cui la pandemia è ancora presente nelle nostre vite, è frutto di una complessa discussione che ci ha portate a valutarne i rischi e le problematicità ma anche il desiderio di poterci di nuovo ritrovare in presenza. Per partecipare in presenza sarà necessario essere vaccinatə, o guaritə dal COVID-19 o esibire un referto di un tampone negativo fatto in farmacia o in presidi medici nelle 48 ore precedenti: per quanto uno strumento come il green pass ponga grossi problemi politici e contraddizioni, crediamo sia necessario riuscirci a vedere in presenza e con la massima cura reciproca, per poter continuare ad essere quel grido altissimo e feroce, per potenziarlo ed espanderlo.
Garantiamo la presenza di unə compagnə all’ingresso, per far sì che nessunə sia espostə, durante i controlli per entrare, alla violenza del deadnaming e del misgendering, o a qualsiasi altro problema che potrebbe verificarsi in caso di addetti alla sicurezza impreparati e transfobici. Ulteriori informazioni saranno comunicate presto sull’evento! AMORE E RABBIA

Non una di meno

NON UNA DI MENO: PRIMO LUGLIO TRANSFEMMINISTA E TRANSNAZIONALE CONTRO L’ATTACCO PATRIARCALE

Il primo luglio – la data ufficiale di uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul – Non Una di Meno si unirà alle proteste in Turchia, nell’Europa dell’Est e non solo. Ecco l’appello di Non Una di Meno.

In Italia, in Europa e in tutto il mondo, l’attacco patriarcale e la violenza contro le donne e le soggettività LGBT*QIA+ continuano a intensificarsi. Sappiamo bene che la violenza si manifesta in ogni ambito della nostra vita e in moltissime forme, e di cui i femminicidi sono solo quella più visibile. 𝗦𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟰𝟱 𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝘂𝗰𝗰𝗶𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗻𝗼.

Eppure, mentre il Piano nazionale antiviolenza è scaduto ormai da mesi, il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per una trasformazione culturale radicale e per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza.

Mancano ore di 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲 e 𝗮𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲, manca formazione a tutte quelle figure che operano e lavorano con le persone giovani. Intanto la crisi conseguente alla pandemia ci colpisce ferocemente. Il blocco dei licenziamenti non è riuscito a preservare i nostri posti di lavoro: a dicembre 2020, infatti, 𝘀𝘂 𝟭𝟬𝟭𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗯𝗲𝗻 𝟵𝟵𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲; l’imminente sblocco dei licenziamenti non potrà che peggiorare questa situazione, dimostrando ancora una volta come il peso della pandemia e le sue conseguenze economiche ricadano soprattutto sulle nostre spalle. A tutto questo il governo risponde con la promozione di politiche autoimprenditoriali per le donne, lo sfruttamento mascherato da ‘formazione permanente’ e briciole di welfare familistico.

Il Family Act fa della maternità l’unico legittimo canale di accesso a sussidi miseri e razzisti, perché per beneficiarne sono necessari criteri di residenza che escludono la maggior parte delle persone migranti, mentre d’altra parte Draghi non si fa scrupoli a scendere a patti con quelli che lui stesso ha definito dittatori per ostacolare in ogni modo la libertà di movimento.

Quella prevista dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è una vera e propria pianificazione patriarcale e familistica di uscita dalla crisi pandemica, che presenta il lavoro da casa come ultima frontiera della conciliazione tra lavoro e famiglia, ma per noi significa reperibilità continua, orari che si estendono all’infinito senza un’adeguata retribuzione, spese a nostro carico. Lavorare da casa quando bisogna farsi carico del lavoro domestico e di cura per noi vuol dire uno sfruttamento sempre più intenso.

I licenziamenti, le discriminazioni, i ricatti, le molestie sul lavoro sono una delle facce con cui la violenza patriarcale si manifesta nelle nostre vite.𝗦𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗮 𝗴𝗮𝗿𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗿𝗲𝗱𝗱𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗱𝗲𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝘀𝘃𝗶𝗻𝗰𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 qualsiasi governo non farà altro che riempirci di vuote parole di indignazione contro i femminicidi.

La violenza patriarcale si manifesta nei continui attacchi alla libertà di decidere sui nostri corpi e sulle nostre vite, al diritto all’aborto, in tutte quelle narrazioni che ci vorrebbero ancorare al ruolo di madri e mogli nella famiglia tradizionale e eterosessuale, come quella messa in scena dal primo ministro Draghi nella vergognosa passerella degli Stati Generali della Natalità. L’altra faccia di questa riaffermazione della maternità come destino naturale per lə donnə è l’opposizione reazionaria al DDL Zan. Anche se si tratta di una proposta insufficiente ad arginare la violenza omolesbobitransfobica e le sue cause sociali, per noi è del tutto inaccettabile che venga attaccata in nome dei diritti delle donne.

L’opposizione al 𝗗𝗗𝗟 𝗭𝗮𝗻 è l’insopportabile tentativo di difendere quella famiglia patriarcale dentro la quale si consuma quotidianamente la violenza maschile e di genere che schiaccia le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere identificate con ruoli, generi e posizioni in cui non si riconoscono. Quest’ordine basato sulla violenza è lo stesso che noi donne, lesbiche, trans, froce, bisessuali, persone intersex e migranti sfidiamo ogni giorno con le nostre vite e la nostra libertà.

Proprio in questo contesto di attacco globale alle donne e alle persone LGBT*QIA+, il 26 marzo Erdogan ha decretato l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Pochi giorni dopo, la Polonia ha dichiarato di voler scrivere una Convenzione alternativa, basata sulla centralità della famiglia, e ha proposto di estenderla ad altri paesi dell’Est europeo. Sono due episodi di un unico contrattacco patriarcale contro donne e persone LGBT*QIA+ che ci riguardano direttamente e ci chiamano in causa. La Convenzione di Istanbul è il primo trattato internazionale giuridicamente vincolate per gli stati che l’hanno ratificato: per questo motivo è un documento scomodo.

I partiti ultra conservatori accusano la Convenzione di indebolire la famiglia tradizionale, di incrementare i divorzi e di favorire le rivendicazione delle comunità LGBT*QIA+. Una strumentalizzazione ideologica per nascondere un dato sempre più evidente, ossia che l’unità familiare spesso si basa sulla violenza e sulla sottomissione dellə donnə. La Convenzione richiede agli stati di intervenire contemporaneamente su protezione delle vittime, procedimento contro i colpevoli, prevenzione e politiche integrate. Al di là dei paesi che minacciano il proprio ritiro dalla Convenzione, è grave anche la situazione di quei paesi che, pur avendo ratificato il trattato, non lo stanno rendendo pienamente attuativo, come accade in Italia. Gli obiettivi di leggi e convenzioni promosse per prevenire sono spesso disattesi non solo per mancanza di fondi ma per una precisa volontà politica di non affrontare il problema alla radice.

La violenza istituzionale evidente nei tribunali che continuano ad avvalorare una teoria ascientifica come la 𝗣𝗔𝗦, consentono ai padri violenti e/o abusanti l’affidamento d* figlə a discapito delle donnə che coraggiosamente li hanno denunciati.𝗣𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 – 𝗹𝗮 𝗱𝗮𝘁𝗮 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗼𝗻𝘃𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗜𝘀𝘁𝗮𝗻𝗯𝘂𝗹 – 𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼 𝘀𝗶 𝘂𝗻𝗶𝗿𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘀𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮, 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘀𝘁 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼.

Con la stessa rabbia che ci ha animate nelle strade di 𝗩𝗲𝗿𝗼𝗻𝗮 𝗖𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗧𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮, quando abbiamo contestato il World Congress of Family, scenderemo ancora una volta in piazza: saremo parte della mobilitazione transnazionale lanciata dai movimenti delle donne e delle persone LGBT*QIA+ in Turchia e della rete E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational, in connessione con le mobilitazioni femministe e transfemministe contro la violenza maschile e di Stato in America Latina, per dire chiaramente che non accetteremo di pagare l’uscita dalla crisi sociale pandemica al prezzo della nostra libertà. Insieme ai 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗶 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗟𝗚𝗕𝗧*𝗤𝗜𝗔+ che da mesi portano avanti la lotta per reclamare #𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼𝗽𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗮𝗻, insieme alle lavoratrici, lə sex workers e le persone migranti che stanno combattendo contro l’impoverimento della loro esistenza e il razzismo, vogliamo costruire una giornata di mobilitazione che tracci la strada delle nostre lotte e alleanze future. Il messaggio deve essere chiaro ancora una volta: non abbassiamo la testa, non restiamo in silenzio!

𝗦𝗘 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗨𝗡* 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗧𝗨𝗧𝗧*
𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼

#civogliamovive
#civogliamolibere

👇 A breve condivideremo tutte le iniziative in molte città!


🔻 Stay tuned 🔻Grazie a Vittorio Giannitelli per averci concesso di usare la sua foto, scattata a Verona durante Verona Città Transfemminista.

Politiche familiste nell’Italia della ricostruzione postpandemica

Condividiamo il contributo dall’Assemblea di Non una di meno Bologna. Qui la versione in inglese.


Durante la pandemia in Italia il carico di lavoro riproduttivo e di cura -non pagato o mal pagato- è aumentato enormemente ed è pesato principalmente sulle spalle delle donne. La chiusura delle scuole per quasi un anno ha significato per tantissime donne con figli dover far fronte a una conciliazione spesso impossibile tra lavoro domestico e lavoro salariato, mentre il governo ha risposto in maniera del tutto insufficiente con dei bonus babysitter, per altro molto bassi, che generano precarietà per un’altra donna. Già prima della pandemia in Italia una donna su due era disoccupata (48%), ma durante il 2020 le donne sono il 70% del numero complessivo di chi ha perso il lavoro.


Per le occupate non va tanto meglio: contratti precari, redditi bassi e sfruttamento per le donne sono la norma, soprattutto se migranti.
Il lavoro riproduttivo e di cura nei settori considerati essenziali, come i servizi sociosanitari e la sanificazione, è svolto quasi esclusivamente da donne, in gran parte migranti, in cambio di salari molto bassi, contratti con scarsissime tutele e ritmi di lavoro molto intensi. A questo proposito è molto significativa la sanatoria che è stata approvata l’anno scorso per la regolarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti impiegati nell’agricoltura, nel lavoro domestico e nell’assistenza domiciliare agli anziani. Questa sanatoria ha reso evidente l’essenzialità del lavoro migrante in questi settori e il legame tra sfruttamento e razzismo istituzionale. La possibilità di regolarizzazione, infatti, è stata fatta dipendere dai datori di lavoro, aumentando la condizione di ricatto a cui lavoratori e lavoratrici migranti sono sottoposti. Soprattutto, la sanatoria ha sancito la posizione che le donne migranti devono occupare all’interno della divisione sessuale del lavoro transnazionale, letteralmente identificandole come lavoratrici domestiche e della cura.

Per quanto riguarda la violenza maschile e di genere, i Centri Antiviolenza hanno denunciato un forte aumento delle violenze domestiche durante il lockdown e hanno segnalato le mancanze strutturali di fondi e personale per accompagnare le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Le istituzioni non hanno dato nessuna risposta concreta, nonostante le ricadute della crisi pandemica sulle donne rinforzano il vincolo della dipendenza economica e rendono difficilissimo allontanare partner violenti.
Le politiche di ricostruzione che verranno messe in atto sono del tutto inadeguate per rispondere a questi problemi.


Il processo della scrittura del PNRR ha visto il passaggio tra due governi, dal governo Conte formato da una maggioranza di centro sinistra e Cinque Stelle al governo di super Mario Draghi costituito da una grande coalizione che tiene dentro la destra razzista della Lega di Salvini. Quando è iniziata la prima stesura del PNRR sono state fatte una serie di class action da parte di parlamentari donne, centri anti violenza e reti di femministe istituzionali con l’obiettivo di rendere la questione di genere centrale nella ricostruzione post pandemica. In un primo momento, durante il governo Conte, le questioni di genere erano affrontate, almeno a parole, come un problema strutturale, per il quale si sarebbe dovuto prestare un occhio di riguardo, ma da subito è stato evidente che il tema era ed è ancora trattato solo in modo retorico.

La visione di un problema strutturale è poi scomparsa anche a livello retorico nel piano presentato all’unione europea da Draghi, che tratta la problematica solo in termini neoliberali. Nel testo si ragiona infatti su come arginare il problema del profitto perso a causa della bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro. I fondi stanziati per le donne nel PNRR presentato alla commissione UE sono pochissimi, passano principalmente dalle imprese e in minima parte dal welfare. Alle imprese arrivano finanziamenti tramite lo sviluppo dell’empowerment femminile e quindi dei benefit alle imprese gestite da donne – facendo intendere che il problema è delle donne stesse che non hanno sufficiente stima in loro stesse -, e il resto delle imprese possono accedere ai finanziamenti del recovery solo se rispondono a dei degli requisiti di bilanciamento dei generi non specificati sul testo. Per le lavoratrici dipendenti l’unica politica di conciliazione suggerita, oltre un piccolo investimento sui nidi, è lo smart working.

Le politiche di welfare che verranno adottate attraverso il Piano di Ricostruzione e Resilienza (PNRR), finanziato da Next Generation EU, e il piano di riforma Family Act sono prettamente familistiche. Nel particolare le misure più importanti sono: un aumento da 3 a 9 giorni della paternità, la riconversione di tutti i bonus legati ai figli in un assegno unico progressivo in base al reddito, un investimento di risorse negli asili nidi, che si calcola rimanere comunque insufficiente (ad oggi in Italia la disponibilità di posti negli asili nido copre solo il 25% del totale dei bambini che dovrebbe accedervi).

La famiglia è il principale destinatario degli aiuti economici che verranno dati attraverso le politiche di ricostruzione. Questo significa riaffermare la famiglia patriarcale tradizionale come nucleo fondante della società e come unico canale di accesso a forme di welfare e reddito indiretto erogate per far fronte alla crisi, e continuare a fare affidamento sul lavoro domestico gratuito delle donne.

Su questa linea si sono conclusi poche settimane fa Gli stati generali della natalità promossi dal Ministero delle pari opportunità e come ospiti d’onore il Papa e il Primo Ministro Draghi. Riprendendo le parole del sito: “Un figlio è un dono, ma è anche un bene comune, capitale umano, sociale e lavorativo”. La maternità è presentata non soltanto come l’unico destino legittimo per le donne, ma anche come un obbligo morale verso la società. Quelle che scelgono di non essere madri commettono il peccato di un ‘individualismo’ antisociale.
Non si tratta quindi di politiche che contrastano violenza di genere, fisica e economica, che si è intensificata con la crisi pandemica. Al contrario, queste misure riaffermano una società patriarcale e razzista, che colpiscono le possibilità di autodeterminazione delle donne, delle e dei migranti e delle persone lgbtqia+. I requisiti per accedere a questi aiuti economici, in particolare l’assegno unico per il figlio, sono razzisti perché escludono nei fatti la stragrande maggioranza delle persone migranti. L’unico modo in cui le donne migranti potranno usufruire di questi soldi sarà in modo indiretto, ossia lavorando come babysitter, lavoratrici domestiche o badanti in cambio di bassi salari per fare in modo che le donne italiane lavorino anche fuori casa. Queste politiche familiste colpiscono ed escludono le persone lgbtqia+. Rispetto alle loro condizioni e ai loro diritti in questi giorni in Italia stiamo assistendo a una forte reazione conservatrice.

Al momento è in discussione un disegno di legge (ddl Zan) contro la violenza omolesbobitransfobica e questo ha suscitato una forte reazione dai partiti di destra. Questa legge è molto limitata e in sostanza prevede un aumento delle pene contro la violenza omolesbobitransfobica, senza tuttavia programmare alcuno stanziamento di risorse per prevenirla e contrastarla efficacemente. Si tratta quindi di una proposta del tutto insufficiente, ma è evidente che molti, opponendosi a essa e nascondendosi dietro a un dibattito centrato sulla libertà di espressione, vogliono negare l’esistenza del fenomeno della violenza contro le persone lgbtqia+, e più in generale di mantenerle ai margini della società. A più riprese le donne e le soggettività lgbtqia+ sono scese in piazza, ci sono stati molti scioperi nella logistica e nei multiservizi, in molti casi le protagoniste sono state donne che hanno rivendicato la possibilità di una vita decente che potesse anche conciliare la loro scelta di maternità come nel caso delle compagne migranti delle Yoox. Anche quest’anno l’8 marzo è stata una forte giornata di mobilitazione nazionale tenendo presente la complessità della situazione legata al Covid. Continuiamo a sentire forte l’urgenza di farci sentire, di attaccare un sistema che ha svelato tutte le sue contraddizioni in pandemia ma che ora velocemente si sta ricostruendo nel tentativo di mantenere tutti i privilegi.

È per questo che scenderemo in piazza di nuovo il primo di luglio, in una cornice transnazionale, che connetta tutte le direttrici di violenza. L’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul ci riguarda direttamente, perché esprime in maniera lampante il tentativo di legittimare la violenza maschile contro le donne, e contemporaneamente di affermare la famiglia patriarcale e la repressione delle persone lgbt*qai+ come pilastri dell’ordine sociale. Questo tentativo sta avvenendo anche in Italia, dove la Convenzione è formalmente stata ratificata ma viene costantemente disattesa, e dove la violenza patriarcale si sta diffondendo sempre di più come pratica legittima di garanzia dell’ordine sociale. Non possiamo accettarlo e non lo accetteremo, per questo saremo anche noi in piazza il primo luglio: accanto a coloro che lottano in Turchia contro la violenza maschile e di Stato, contro l’autoritarismo e per la libertà sessuale, insieme a chi, in Italia e in ogni parte del mondo, non accetta più di abbassare la testa e restare in silenzio di fronte alla violenza patriarcale, al razzismo e allo sfruttamento!

Essenziale è la nostra vita, essenziale il nostro lavoro, essenziale la nostra lotta!


Non una di meno Bologna


*Foto di copertina di Margherita Caprilli

Appello per una giornata di azione transnazionale il 1° luglio

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Fermiamo l’offensiva patriarcale! Solleviamoci per la Convenzione di Istanbul!

English

La decisione di Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul è una dichiarazione di guerra contro le donne e alle persone lgbtqi+ di tutto il mondo: la violenza patriarcale e di Stato è dichiarata in questo modo una questione privata che non deve essere punita, mentre le donne possono essere picchiate, uccise e stuprate; la libertà sessuale deve essere repressa perché ciò è essenziale per proteggere l’idea di famiglia tradizionale e mantenere l’ordine sociale.

Il primo luglio, il ritiro della Turchia dalla Convenzione sarà ufficiale. Sarà una giornata di lotta e di sciopero in tutta la Turchia. Ma questo non basta: vogliamo trasformare il primo luglio in una giornata di lotta globale, per rispondere con una sollevazione comune all’attacco patriarcale che stiamo vivendo ovunque.

Ritirandosi dalla Convenzione, Erdogan vuole garantire l’impunità e la legittimità della violenza domestica e di Stato contro le donne e le persone Lgbtqi+ – che ha subito un aumento proprio durante il coprifuoco imposto dopo il ritiro dalla Convenzione –, così come le torture per mano della polizia, gli abusi sessuali e le incarcerazioni contro le donne e i bambini curdi. L’Unione Europea finge di non vedere, fintantoché il regime di Erdogan tiene i richiedenti asilo fuori dai confini europei.

Il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, però, non è un fatto isolato. La Convenzione viene ora respinta in tutta l’Europa centro-orientale. In Polonia, quelle stesse forze politiche che hanno quasi completamente vietato l’aborto alla fine dello scorso anno ora vogliono scrivere una convenzione alternativa. Da est a ovest, da nord a sud, i governi stanno sfruttando la pandemia per rimettere le donne in quelle posizioni sociali che esse stanno contestando: nelle case, a prendersi cura gratuitamente della famiglia, oppure sfruttate e sovraccaricate di lavoro nei settori essenziali – lavoro di cura, assistenza sanitaria, sanificazione, logistica, agricoltura, pulizie – che sono mal pagati e svalutati. Più è visibile il carattere essenziale del nostro lavoro, più le nostre libertà vengono attaccate.

Non ci lasciamo ingannare dalla menzogna che vede l’Unione Europea come baluardo dell’uguaglianza di genere, perché l’UE tollera, e addirittura promuove, la violenza patriarcale con il suo regime dei confini, con la violenza della polizia, con il razzismo istituzionale e con il ricatto del permesso di soggiorno. Ovunque, i governi stanno mettendo in atto politiche patriarcali:

– ostacolando il divorzio, anche se da partner violenti, e mettendo in discussione il diritto agli alimenti;

– tagliando i fondi per i centri antiviolenza;

– finanziando sussidi sociali per le famiglie, accessibili secondo criteri razzisti, che quindi escludono le migranti e favoriscono lo sfruttamento di altre donne;

– limitando o vietando la libertà di aborto;

– criminalizzando le persone Lgbtqi+;

– reprimendo le proteste antigovernative;

– sfrattando e segregando persone e intere comunità, soprattutto poveri e rom, nelle periferie degradate delle città;

– rendendosi complici e legittimando stupri e torture su donne migranti e rifugiate.

Il primo luglio vogliamo gridare che la lotta delle persone LGBTQI+ per la libertà sessuale e contro la loro criminalizzazione, e quella contro la violenza patriarcale sulle donne, costituiscono una lotta transnazionale comune per la sovversione della riproduzione neoliberale e razzista della società patriarcale. Ispirandoci allo sciopero femminista globale, alle lotte in corso dalla Polonia all’Argentina, alla forza delle rivendicazioni femministe nelle rivolte popolari in America Latina, dalla Colombia al Cile, e alla lotta quotidiana delle donne contro la violenza maschile e di Stato, chiamiamo tutte e tutti a mobilitarsi il primo luglio insieme a chi sta lottando in Turchia. Chiamiamo a mobilitarsi contro il modo in cui, dall’Europa all’America Latina e oltre, la pandemia e le sue conseguenze sono gestite a spese delle donne, delle persone Lgbtqi+, delle e dei migranti, delle e dei Rom, dei lavoratori e delle lavoratrici essenziali.

Il 23 maggio ci sarà un incontro online organizzato da E.A.S.T. per coordinare la giornata di mobilitazione transnazionale del 1° luglio. Invitiamo attivistə, lavoratrici e lavoratorə e le organizzazioni che condividono l’urgenza di un’azione collettiva per opporsi alla violenza patriarcale a unirsi a noi per questo incontro. Discuteremo di come mobilitarci insieme, quali pratiche condividere, quali slogan comuni possono risuonare a livello transnazionale.

Per partecipare, inviaci un’e-mail a essentialstruggles@gmail.com.

E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational

*Foto di Ilaria Turini