NON UNA DI MENO: PRIMO LUGLIO TRANSFEMMINISTA E TRANSNAZIONALE CONTRO L’ATTACCO PATRIARCALE

Il primo luglio – la data ufficiale di uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul – Non Una di Meno si unirà alle proteste in Turchia, nell’Europa dell’Est e non solo. Ecco l’appello di Non Una di Meno.

In Italia, in Europa e in tutto il mondo, l’attacco patriarcale e la violenza contro le donne e le soggettività LGBT*QIA+ continuano a intensificarsi. Sappiamo bene che la violenza si manifesta in ogni ambito della nostra vita e in moltissime forme, e di cui i femminicidi sono solo quella più visibile. 𝗦𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟰𝟱 𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝘂𝗰𝗰𝗶𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗻𝗼.

Eppure, mentre il Piano nazionale antiviolenza è scaduto ormai da mesi, il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per una trasformazione culturale radicale e per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza.

Mancano ore di 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲 e 𝗮𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲, manca formazione a tutte quelle figure che operano e lavorano con le persone giovani. Intanto la crisi conseguente alla pandemia ci colpisce ferocemente. Il blocco dei licenziamenti non è riuscito a preservare i nostri posti di lavoro: a dicembre 2020, infatti, 𝘀𝘂 𝟭𝟬𝟭𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗯𝗲𝗻 𝟵𝟵𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲; l’imminente sblocco dei licenziamenti non potrà che peggiorare questa situazione, dimostrando ancora una volta come il peso della pandemia e le sue conseguenze economiche ricadano soprattutto sulle nostre spalle. A tutto questo il governo risponde con la promozione di politiche autoimprenditoriali per le donne, lo sfruttamento mascherato da ‘formazione permanente’ e briciole di welfare familistico.

Il Family Act fa della maternità l’unico legittimo canale di accesso a sussidi miseri e razzisti, perché per beneficiarne sono necessari criteri di residenza che escludono la maggior parte delle persone migranti, mentre d’altra parte Draghi non si fa scrupoli a scendere a patti con quelli che lui stesso ha definito dittatori per ostacolare in ogni modo la libertà di movimento.

Quella prevista dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è una vera e propria pianificazione patriarcale e familistica di uscita dalla crisi pandemica, che presenta il lavoro da casa come ultima frontiera della conciliazione tra lavoro e famiglia, ma per noi significa reperibilità continua, orari che si estendono all’infinito senza un’adeguata retribuzione, spese a nostro carico. Lavorare da casa quando bisogna farsi carico del lavoro domestico e di cura per noi vuol dire uno sfruttamento sempre più intenso.

I licenziamenti, le discriminazioni, i ricatti, le molestie sul lavoro sono una delle facce con cui la violenza patriarcale si manifesta nelle nostre vite.𝗦𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗮 𝗴𝗮𝗿𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗿𝗲𝗱𝗱𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗱𝗲𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝘀𝘃𝗶𝗻𝗰𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 qualsiasi governo non farà altro che riempirci di vuote parole di indignazione contro i femminicidi.

La violenza patriarcale si manifesta nei continui attacchi alla libertà di decidere sui nostri corpi e sulle nostre vite, al diritto all’aborto, in tutte quelle narrazioni che ci vorrebbero ancorare al ruolo di madri e mogli nella famiglia tradizionale e eterosessuale, come quella messa in scena dal primo ministro Draghi nella vergognosa passerella degli Stati Generali della Natalità. L’altra faccia di questa riaffermazione della maternità come destino naturale per lə donnə è l’opposizione reazionaria al DDL Zan. Anche se si tratta di una proposta insufficiente ad arginare la violenza omolesbobitransfobica e le sue cause sociali, per noi è del tutto inaccettabile che venga attaccata in nome dei diritti delle donne.

L’opposizione al 𝗗𝗗𝗟 𝗭𝗮𝗻 è l’insopportabile tentativo di difendere quella famiglia patriarcale dentro la quale si consuma quotidianamente la violenza maschile e di genere che schiaccia le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere identificate con ruoli, generi e posizioni in cui non si riconoscono. Quest’ordine basato sulla violenza è lo stesso che noi donne, lesbiche, trans, froce, bisessuali, persone intersex e migranti sfidiamo ogni giorno con le nostre vite e la nostra libertà.

Proprio in questo contesto di attacco globale alle donne e alle persone LGBT*QIA+, il 26 marzo Erdogan ha decretato l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Pochi giorni dopo, la Polonia ha dichiarato di voler scrivere una Convenzione alternativa, basata sulla centralità della famiglia, e ha proposto di estenderla ad altri paesi dell’Est europeo. Sono due episodi di un unico contrattacco patriarcale contro donne e persone LGBT*QIA+ che ci riguardano direttamente e ci chiamano in causa. La Convenzione di Istanbul è il primo trattato internazionale giuridicamente vincolate per gli stati che l’hanno ratificato: per questo motivo è un documento scomodo.

I partiti ultra conservatori accusano la Convenzione di indebolire la famiglia tradizionale, di incrementare i divorzi e di favorire le rivendicazione delle comunità LGBT*QIA+. Una strumentalizzazione ideologica per nascondere un dato sempre più evidente, ossia che l’unità familiare spesso si basa sulla violenza e sulla sottomissione dellə donnə. La Convenzione richiede agli stati di intervenire contemporaneamente su protezione delle vittime, procedimento contro i colpevoli, prevenzione e politiche integrate. Al di là dei paesi che minacciano il proprio ritiro dalla Convenzione, è grave anche la situazione di quei paesi che, pur avendo ratificato il trattato, non lo stanno rendendo pienamente attuativo, come accade in Italia. Gli obiettivi di leggi e convenzioni promosse per prevenire sono spesso disattesi non solo per mancanza di fondi ma per una precisa volontà politica di non affrontare il problema alla radice.

La violenza istituzionale evidente nei tribunali che continuano ad avvalorare una teoria ascientifica come la 𝗣𝗔𝗦, consentono ai padri violenti e/o abusanti l’affidamento d* figlə a discapito delle donnə che coraggiosamente li hanno denunciati.𝗣𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 – 𝗹𝗮 𝗱𝗮𝘁𝗮 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗼𝗻𝘃𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗜𝘀𝘁𝗮𝗻𝗯𝘂𝗹 – 𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼 𝘀𝗶 𝘂𝗻𝗶𝗿𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘀𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮, 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘀𝘁 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼.

Con la stessa rabbia che ci ha animate nelle strade di 𝗩𝗲𝗿𝗼𝗻𝗮 𝗖𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗧𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮, quando abbiamo contestato il World Congress of Family, scenderemo ancora una volta in piazza: saremo parte della mobilitazione transnazionale lanciata dai movimenti delle donne e delle persone LGBT*QIA+ in Turchia e della rete E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational, in connessione con le mobilitazioni femministe e transfemministe contro la violenza maschile e di Stato in America Latina, per dire chiaramente che non accetteremo di pagare l’uscita dalla crisi sociale pandemica al prezzo della nostra libertà. Insieme ai 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗶 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗟𝗚𝗕𝗧*𝗤𝗜𝗔+ che da mesi portano avanti la lotta per reclamare #𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼𝗽𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗮𝗻, insieme alle lavoratrici, lə sex workers e le persone migranti che stanno combattendo contro l’impoverimento della loro esistenza e il razzismo, vogliamo costruire una giornata di mobilitazione che tracci la strada delle nostre lotte e alleanze future. Il messaggio deve essere chiaro ancora una volta: non abbassiamo la testa, non restiamo in silenzio!

𝗦𝗘 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗨𝗡* 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗧𝗨𝗧𝗧*
𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼

#civogliamovive
#civogliamolibere

👇 A breve condivideremo tutte le iniziative in molte città!


🔻 Stay tuned 🔻Grazie a Vittorio Giannitelli per averci concesso di usare la sua foto, scattata a Verona durante Verona Città Transfemminista.

Politiche familiste nell’Italia della ricostruzione postpandemica

Condividiamo il contributo dall’Assemblea di Non una di meno Bologna. Qui la versione in inglese.


Durante la pandemia in Italia il carico di lavoro riproduttivo e di cura -non pagato o mal pagato- è aumentato enormemente ed è pesato principalmente sulle spalle delle donne. La chiusura delle scuole per quasi un anno ha significato per tantissime donne con figli dover far fronte a una conciliazione spesso impossibile tra lavoro domestico e lavoro salariato, mentre il governo ha risposto in maniera del tutto insufficiente con dei bonus babysitter, per altro molto bassi, che generano precarietà per un’altra donna. Già prima della pandemia in Italia una donna su due era disoccupata (48%), ma durante il 2020 le donne sono il 70% del numero complessivo di chi ha perso il lavoro.


Per le occupate non va tanto meglio: contratti precari, redditi bassi e sfruttamento per le donne sono la norma, soprattutto se migranti.
Il lavoro riproduttivo e di cura nei settori considerati essenziali, come i servizi sociosanitari e la sanificazione, è svolto quasi esclusivamente da donne, in gran parte migranti, in cambio di salari molto bassi, contratti con scarsissime tutele e ritmi di lavoro molto intensi. A questo proposito è molto significativa la sanatoria che è stata approvata l’anno scorso per la regolarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti impiegati nell’agricoltura, nel lavoro domestico e nell’assistenza domiciliare agli anziani. Questa sanatoria ha reso evidente l’essenzialità del lavoro migrante in questi settori e il legame tra sfruttamento e razzismo istituzionale. La possibilità di regolarizzazione, infatti, è stata fatta dipendere dai datori di lavoro, aumentando la condizione di ricatto a cui lavoratori e lavoratrici migranti sono sottoposti. Soprattutto, la sanatoria ha sancito la posizione che le donne migranti devono occupare all’interno della divisione sessuale del lavoro transnazionale, letteralmente identificandole come lavoratrici domestiche e della cura.

Per quanto riguarda la violenza maschile e di genere, i Centri Antiviolenza hanno denunciato un forte aumento delle violenze domestiche durante il lockdown e hanno segnalato le mancanze strutturali di fondi e personale per accompagnare le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Le istituzioni non hanno dato nessuna risposta concreta, nonostante le ricadute della crisi pandemica sulle donne rinforzano il vincolo della dipendenza economica e rendono difficilissimo allontanare partner violenti.
Le politiche di ricostruzione che verranno messe in atto sono del tutto inadeguate per rispondere a questi problemi.


Il processo della scrittura del PNRR ha visto il passaggio tra due governi, dal governo Conte formato da una maggioranza di centro sinistra e Cinque Stelle al governo di super Mario Draghi costituito da una grande coalizione che tiene dentro la destra razzista della Lega di Salvini. Quando è iniziata la prima stesura del PNRR sono state fatte una serie di class action da parte di parlamentari donne, centri anti violenza e reti di femministe istituzionali con l’obiettivo di rendere la questione di genere centrale nella ricostruzione post pandemica. In un primo momento, durante il governo Conte, le questioni di genere erano affrontate, almeno a parole, come un problema strutturale, per il quale si sarebbe dovuto prestare un occhio di riguardo, ma da subito è stato evidente che il tema era ed è ancora trattato solo in modo retorico.

La visione di un problema strutturale è poi scomparsa anche a livello retorico nel piano presentato all’unione europea da Draghi, che tratta la problematica solo in termini neoliberali. Nel testo si ragiona infatti su come arginare il problema del profitto perso a causa della bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro. I fondi stanziati per le donne nel PNRR presentato alla commissione UE sono pochissimi, passano principalmente dalle imprese e in minima parte dal welfare. Alle imprese arrivano finanziamenti tramite lo sviluppo dell’empowerment femminile e quindi dei benefit alle imprese gestite da donne – facendo intendere che il problema è delle donne stesse che non hanno sufficiente stima in loro stesse -, e il resto delle imprese possono accedere ai finanziamenti del recovery solo se rispondono a dei degli requisiti di bilanciamento dei generi non specificati sul testo. Per le lavoratrici dipendenti l’unica politica di conciliazione suggerita, oltre un piccolo investimento sui nidi, è lo smart working.

Le politiche di welfare che verranno adottate attraverso il Piano di Ricostruzione e Resilienza (PNRR), finanziato da Next Generation EU, e il piano di riforma Family Act sono prettamente familistiche. Nel particolare le misure più importanti sono: un aumento da 3 a 9 giorni della paternità, la riconversione di tutti i bonus legati ai figli in un assegno unico progressivo in base al reddito, un investimento di risorse negli asili nidi, che si calcola rimanere comunque insufficiente (ad oggi in Italia la disponibilità di posti negli asili nido copre solo il 25% del totale dei bambini che dovrebbe accedervi).

La famiglia è il principale destinatario degli aiuti economici che verranno dati attraverso le politiche di ricostruzione. Questo significa riaffermare la famiglia patriarcale tradizionale come nucleo fondante della società e come unico canale di accesso a forme di welfare e reddito indiretto erogate per far fronte alla crisi, e continuare a fare affidamento sul lavoro domestico gratuito delle donne.

Su questa linea si sono conclusi poche settimane fa Gli stati generali della natalità promossi dal Ministero delle pari opportunità e come ospiti d’onore il Papa e il Primo Ministro Draghi. Riprendendo le parole del sito: “Un figlio è un dono, ma è anche un bene comune, capitale umano, sociale e lavorativo”. La maternità è presentata non soltanto come l’unico destino legittimo per le donne, ma anche come un obbligo morale verso la società. Quelle che scelgono di non essere madri commettono il peccato di un ‘individualismo’ antisociale.
Non si tratta quindi di politiche che contrastano violenza di genere, fisica e economica, che si è intensificata con la crisi pandemica. Al contrario, queste misure riaffermano una società patriarcale e razzista, che colpiscono le possibilità di autodeterminazione delle donne, delle e dei migranti e delle persone lgbtqia+. I requisiti per accedere a questi aiuti economici, in particolare l’assegno unico per il figlio, sono razzisti perché escludono nei fatti la stragrande maggioranza delle persone migranti. L’unico modo in cui le donne migranti potranno usufruire di questi soldi sarà in modo indiretto, ossia lavorando come babysitter, lavoratrici domestiche o badanti in cambio di bassi salari per fare in modo che le donne italiane lavorino anche fuori casa. Queste politiche familiste colpiscono ed escludono le persone lgbtqia+. Rispetto alle loro condizioni e ai loro diritti in questi giorni in Italia stiamo assistendo a una forte reazione conservatrice.

Al momento è in discussione un disegno di legge (ddl Zan) contro la violenza omolesbobitransfobica e questo ha suscitato una forte reazione dai partiti di destra. Questa legge è molto limitata e in sostanza prevede un aumento delle pene contro la violenza omolesbobitransfobica, senza tuttavia programmare alcuno stanziamento di risorse per prevenirla e contrastarla efficacemente. Si tratta quindi di una proposta del tutto insufficiente, ma è evidente che molti, opponendosi a essa e nascondendosi dietro a un dibattito centrato sulla libertà di espressione, vogliono negare l’esistenza del fenomeno della violenza contro le persone lgbtqia+, e più in generale di mantenerle ai margini della società. A più riprese le donne e le soggettività lgbtqia+ sono scese in piazza, ci sono stati molti scioperi nella logistica e nei multiservizi, in molti casi le protagoniste sono state donne che hanno rivendicato la possibilità di una vita decente che potesse anche conciliare la loro scelta di maternità come nel caso delle compagne migranti delle Yoox. Anche quest’anno l’8 marzo è stata una forte giornata di mobilitazione nazionale tenendo presente la complessità della situazione legata al Covid. Continuiamo a sentire forte l’urgenza di farci sentire, di attaccare un sistema che ha svelato tutte le sue contraddizioni in pandemia ma che ora velocemente si sta ricostruendo nel tentativo di mantenere tutti i privilegi.

È per questo che scenderemo in piazza di nuovo il primo di luglio, in una cornice transnazionale, che connetta tutte le direttrici di violenza. L’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul ci riguarda direttamente, perché esprime in maniera lampante il tentativo di legittimare la violenza maschile contro le donne, e contemporaneamente di affermare la famiglia patriarcale e la repressione delle persone lgbt*qai+ come pilastri dell’ordine sociale. Questo tentativo sta avvenendo anche in Italia, dove la Convenzione è formalmente stata ratificata ma viene costantemente disattesa, e dove la violenza patriarcale si sta diffondendo sempre di più come pratica legittima di garanzia dell’ordine sociale. Non possiamo accettarlo e non lo accetteremo, per questo saremo anche noi in piazza il primo luglio: accanto a coloro che lottano in Turchia contro la violenza maschile e di Stato, contro l’autoritarismo e per la libertà sessuale, insieme a chi, in Italia e in ogni parte del mondo, non accetta più di abbassare la testa e restare in silenzio di fronte alla violenza patriarcale, al razzismo e allo sfruttamento!

Essenziale è la nostra vita, essenziale il nostro lavoro, essenziale la nostra lotta!


Non una di meno Bologna


*Foto di copertina di Margherita Caprilli

Appello per una giornata di azione transnazionale il 1° luglio

2_8

Fermiamo l’offensiva patriarcale! Solleviamoci per la Convenzione di Istanbul!

English

La decisione di Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul è una dichiarazione di guerra contro le donne e alle persone lgbtqi+ di tutto il mondo: la violenza patriarcale e di Stato è dichiarata in questo modo una questione privata che non deve essere punita, mentre le donne possono essere picchiate, uccise e stuprate; la libertà sessuale deve essere repressa perché ciò è essenziale per proteggere l’idea di famiglia tradizionale e mantenere l’ordine sociale.

Il primo luglio, il ritiro della Turchia dalla Convenzione sarà ufficiale. Sarà una giornata di lotta e di sciopero in tutta la Turchia. Ma questo non basta: vogliamo trasformare il primo luglio in una giornata di lotta globale, per rispondere con una sollevazione comune all’attacco patriarcale che stiamo vivendo ovunque.

Ritirandosi dalla Convenzione, Erdogan vuole garantire l’impunità e la legittimità della violenza domestica e di Stato contro le donne e le persone Lgbtqi+ – che ha subito un aumento proprio durante il coprifuoco imposto dopo il ritiro dalla Convenzione –, così come le torture per mano della polizia, gli abusi sessuali e le incarcerazioni contro le donne e i bambini curdi. L’Unione Europea finge di non vedere, fintantoché il regime di Erdogan tiene i richiedenti asilo fuori dai confini europei.

Il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, però, non è un fatto isolato. La Convenzione viene ora respinta in tutta l’Europa centro-orientale. In Polonia, quelle stesse forze politiche che hanno quasi completamente vietato l’aborto alla fine dello scorso anno ora vogliono scrivere una convenzione alternativa. Da est a ovest, da nord a sud, i governi stanno sfruttando la pandemia per rimettere le donne in quelle posizioni sociali che esse stanno contestando: nelle case, a prendersi cura gratuitamente della famiglia, oppure sfruttate e sovraccaricate di lavoro nei settori essenziali – lavoro di cura, assistenza sanitaria, sanificazione, logistica, agricoltura, pulizie – che sono mal pagati e svalutati. Più è visibile il carattere essenziale del nostro lavoro, più le nostre libertà vengono attaccate.

Non ci lasciamo ingannare dalla menzogna che vede l’Unione Europea come baluardo dell’uguaglianza di genere, perché l’UE tollera, e addirittura promuove, la violenza patriarcale con il suo regime dei confini, con la violenza della polizia, con il razzismo istituzionale e con il ricatto del permesso di soggiorno. Ovunque, i governi stanno mettendo in atto politiche patriarcali:

– ostacolando il divorzio, anche se da partner violenti, e mettendo in discussione il diritto agli alimenti;

– tagliando i fondi per i centri antiviolenza;

– finanziando sussidi sociali per le famiglie, accessibili secondo criteri razzisti, che quindi escludono le migranti e favoriscono lo sfruttamento di altre donne;

– limitando o vietando la libertà di aborto;

– criminalizzando le persone Lgbtqi+;

– reprimendo le proteste antigovernative;

– sfrattando e segregando persone e intere comunità, soprattutto poveri e rom, nelle periferie degradate delle città;

– rendendosi complici e legittimando stupri e torture su donne migranti e rifugiate.

Il primo luglio vogliamo gridare che la lotta delle persone LGBTQI+ per la libertà sessuale e contro la loro criminalizzazione, e quella contro la violenza patriarcale sulle donne, costituiscono una lotta transnazionale comune per la sovversione della riproduzione neoliberale e razzista della società patriarcale. Ispirandoci allo sciopero femminista globale, alle lotte in corso dalla Polonia all’Argentina, alla forza delle rivendicazioni femministe nelle rivolte popolari in America Latina, dalla Colombia al Cile, e alla lotta quotidiana delle donne contro la violenza maschile e di Stato, chiamiamo tutte e tutti a mobilitarsi il primo luglio insieme a chi sta lottando in Turchia. Chiamiamo a mobilitarsi contro il modo in cui, dall’Europa all’America Latina e oltre, la pandemia e le sue conseguenze sono gestite a spese delle donne, delle persone Lgbtqi+, delle e dei migranti, delle e dei Rom, dei lavoratori e delle lavoratrici essenziali.

Il 23 maggio ci sarà un incontro online organizzato da E.A.S.T. per coordinare la giornata di mobilitazione transnazionale del 1° luglio. Invitiamo attivistə, lavoratrici e lavoratorə e le organizzazioni che condividono l’urgenza di un’azione collettiva per opporsi alla violenza patriarcale a unirsi a noi per questo incontro. Discuteremo di come mobilitarci insieme, quali pratiche condividere, quali slogan comuni possono risuonare a livello transnazionale.

Per partecipare, inviaci un’e-mail a essentialstruggles@gmail.com.

E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational

*Foto di Ilaria Turini

CAMMINANDO INSIEME! Basta con il terricidio!

Non una di meno che fa parte della rete Feministas Transfronterizas, una rete femminista, transfemminista e antipatriarcale sostiene e diffonde la marcia del Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir.

E’ stato attivato come rete un evento facebook che seguirà la marcia fino al 25 maggio con l’obiettivo di pubblicare le informazioni e le azioni internazionali a sostegno 
E’ stata attivata una raccolta di fondi che saranno direttamente disponibili per il Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir per appoggiare la marcia di donne e libere soggettività che ha bisogno di tutto il nostro sostegno. Ricordiamo che sono partite due colonne dalle comunità indigene una da nord e una da sud. Camminare dalle comunità indigene a Buenos Aires non è certo un’impresa semplice. Chi è in marcia ha bisogno del nostro sostegno. https://www.gofundme.com/f/caminandojuntes

Ecco il testo di Feministas Transfronterizas che condividiamo anche noi, a sostegno della marcia ‘Basta de Terricidio’ del Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir

CAMMINANDO INSIEME! Basta con il terricidio!

Finché non ci sarà giustizia, non ci sarà pace per loro!
Dai diversi territori plurinazionali che compongono il Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir, si è deciso di dire basta al terricidio, e di camminare per due mesi attraversando i territori. Nei nostri territori si soffre per la mancanza d’acqua, a volte non c’è nemmeno da bere. Animali, persone e bambini di pochi mesi muoiono di disidratazione e diarrea. C’e molta sofferenza. Ci sono deforestazione e incendi. Manca il lavoro. I giovani non possono studiare.
Tutto questo si chiama terricidio.
Lo stato continua a perpetuare il genocidio (non più silenzioso) di corpi e terre.  Siamo in un’emergenza, la terra ha bisogno del nostro coinvolgimento, è ora, è urgente: Stop alla violenza terricida! #StopTerricidio
Il messaggio del Movimento è chiaro: “Non ci arrenderemo perché, come fiori nativi, non sappiamo cosa significa arrendersi. In solidarietà andremo avanti, vi invitiamo a camminare con noi. Camminiamo per guarire e curare“.
La rete transfronteriza di movimenti femministi, transfemministi e antipatriarcali appoggia e si mette in cammino globale con il Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir e ne condivide gli obiettivi. Camminiamo tuttə perché il terricidio è in ogni angolo del pianeta. È il sistema capitalista patriarcale, con i suoi modi di produzione e l’estrattivismo. Siamo nello stesso sistema di violenza, dominazione e oppressione.
Ci mettiamo in cammino per diffondere l’informazione sulla Camminata. Ci mettiamo in cammino per sostenere la Camminata in ogni modo possibile e per tutto quanto ci è possibile. Ci mettiamo in cammino per un’azione globale il 25 maggio, giorno in cui la marcia arriverà a Buenos Aires.Finché non ci sarà giustizia, per loro non ci sarà pace!
Cammina con noi! Accompagna la marcia fino al 25 maggio Fai se puoi una donazione utilizzando il crowdfuning 


Rete Feminista Transfronteriza a sostegno della marcia ‘Basta de Terricidio’ del Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir.

8 MARZO: SCIOPERO DALLA SMART WORKING

nudm_8M_logo_sciopero

💥L’8 MARZO SARA’ ANCHE SCIOPERO FEMMINISTA E TRANSFEMMINISTA DELLO SMARTWORKING!💥

L’8 marzo si avvicina e migliaia di lavoratrici si preparano a scioperare dallo smartworking.

📲💻🖥🖨🖱📞⁉️…Ma come facciamo a far notare il nostro sciopero, dato che ormai lavoriamo da casa, da dietro a uno schermo? Come facciamo a rendere visibile la nostra assenza e quindi la nostra lotta?

💥 Ecco un vademecum per la scioperante in smartworking!💥a) Usa il nostro logo come foto profilo su fb, whatsapp, twitter, telegram, gmail, linkedin, zoom, jitsi e altri strumenti che utilizzi a lavoro (Teams, Skype, Gsuite…).

Lo puoi scaricare a questo link

b) Imposta una risposta automatica sulla tua casella email: in questo modo, ad ogni mail ricevuta nella giornata dell’8 marzo, automaticamente verrà inviata una risposta con un testo che spiega che l’8 marzo scioperi, e che quindi per quella giornata non risponderai alle mail di lavoro.

ℹ️ Il testo della risposta automatica lo puoi scegliere tu, magari coordinandoti con altre colleghe per renderlo aderente alla situazione lavorativa. Una proposta generica potrebbe essere: “Oggi non lavoro perché aderisco allo sciopero promosso da Non Una di Meno!

📌 SCIOPERO DAL LAVORO PRODUTTIVO E RIPRODUTTIVO perché lo smartworking, a cui la pandemia ci ha costrette, pur avendo liberato alcuni spazi e tempi di vita, ha spesso coinciso con un’intensificazione del nostro lavoro nelle nostre case. Ci siamo trovate a lavorare a tutte le ore e senza soluzione di continuità tra lavoro produttivo, domestico e di cura, spesso senza risorse e forme di welfare aggiuntive o dispositivi che garantiscano la sicurezza della postazione e la salute psico-fisica.

📌Oggi sciopero anche per tutte coloro che hanno perso il lavoro o sono state costrette ad abbandonarlo, per tutte coloro hanno subito violenza nell’isolamento delle case e per tutte coloro che lavorano nei servizi essenziali e non possono scioperare.

📌A chi ci dice che il nostro lavoro è essenziale, anche se continua ad essere per lo più precario e svalorizzato, a chi ci ha chiamate eroine, a chi dà per scontato il nostro sacrificio rispondiamo ESSENZIALE È IL NOSTRO SCIOPERO, ESSENZIALE È LA NOSTRA LOTTA!L’OTTO MARZO SCIOPERO!”

📌Aggiungi se vuoi alcuni degli slogan di Non una di Meno:#8m Sciopero femminista e transfemminista#8m Lottomarzosciopero#8m Sciopero produttivo e riproduttivo

ℹ️ Come impostare la risposta automatica su Gmail:1. Apri Gmail sul computer.2. In alto a destra, fai clic su Impostazioni Impostazioni e poi Visualizza tutte le impostazioni.3. Scorri verso il basso fino alla sezione “Risponditore automatico”.4. Seleziona Attiva risponditore automatico.5. Inserisci a. l’intervallo di date (dall’8/03/21 all’8/03/21),b. l’oggetto (SCIOPERO FEMMINISTA GLOBALE)c. il messaggio scelto6. Sotto il messaggio, seleziona la casella apposita se vuoi che la risposta automatica venga visualizzata solo dai tuoi contatti.7. Fai clic su Salva modifiche in fondo alla pagina8. SCIOPERA CON NOI!

ℹ️Oppure con Tiscali Mail:1. Apri Tiscali Mail sul computer2. In alto a destra, fai clic sull’icona Impostazioni3. Clicca sulla voce di menu a sinistra “Risposta Automatica”4. Per attivare la funzione, seleziona l’opzione Attiva la funzione Risposta Automatica”5. Inserisci:a. l’intervallo di date (da oggi fino all’8/03/21),b. il messaggio scelto6. Clicca su SALVA7. SCIOPERA CON NOI!

profilo tondo

MANIFESTO PER LO SCIOPERO FEMMINISTA GLOBALE

156606289_113442037463642_4389691581578911930_o

💥IL NOSTRO MANIFESTO PER LO SCIOPERO FEMMINISTA GLOBALE DELL’8 MARZO 2021 💥#8M

Siamo Rivoluzione. Feministe Transfronterizas contro ogni violenza #FeministasTransfronterizas🔺Dai nostri diversi femminismi, intrecciati e potenziati dalla nostra connessione transnazionale, convochiamo tutt* l* donne, lesbiche, non binarie, trans, intersex, queer, migranti, indigen*, ner*, afrodiscendenti, allo sciopero femminista globale dell’8M 2021. 🔥Invitiamo tutte e tutt* ad interrompere ogni tipo di lavoro produttivo e riproduttivo, a riacquisire visibilità ovunque, soprattutto in quegli spazi che ci sono stati tradizionalmente negati e che la pandemia ci ha sottratto, verso lo sciopero femminista globale dell’8 Marzo e oltre, per continuare a costruire le nostre ribellioni collettive e transnazionali. ¡Essenziale è chi lotta!Feministas Transfronterizas #ScioperoEssenziale#HuelgaFeminista

Segui la pagina Feministas Transfronterizas

MANIFESTO PER LO SCIOPERO FEMMINISTA GLOBALE

Dai nostri diversi femminismi, intrecciati e  potenziati dalla nostra connessione transnazionale, convochiamo tutt* l* donne, lesbiche, non binarie, trans, intersex, queer, migranti, indigen*, ner*, afrodiscendenti, allo sciopero femminista globale dell’8M 2021.

Con il nostro sciopero vogliamo connettere le lotte e le ribellioni che stiamo costruendo in comune e tutte le lotte femministe, transfemministe e antipatriarcali che hanno attraversato il mondo negli ultimi mesi, perché la nostra voce collettiva possa risuonare globalmente, sfidando i limiti che la pandemia ci impone.

Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema. Abbiamo affermato che non permetteremo che la crisi economica mondiale ricada sui nostri corpi e i nostri territori. È evidente come la gestione neoliberale della pandemia intensifica la violenza sistematica sulle donne e le persone LGBTQIA+, nonché l’oppressione coloniale e razzista.

Vogliamo mostrare ora, ancor di più, la nostra potenza collettiva, affinchè le nostre molteplici esperienze, lotte e ribellioni possano rinforzarsi, connettersi ed espandersi a livello transnazionale, dando forma al processo dello sciopero femminista, che ci permette di mettere in luce e di sottrarci dall’organizzazione patriarcale, razzista, capitalista e coloniale delle nostre società.

Mentre costruivamo reti di appoggio, solidarietà e autodifesa per frenare l’aumento della violenza domestica, non abbiamo mai smesso di lottare e di denunciare la violenza sessista e di genere.

Mentre lavoravamo in prima linea negli ospedali, nelle scuole, nelle fabbriche, nei servizi di pulizia, e mentre continuavamo a praticare lavoro domestico e di cura nelle nostre case, nei quartieri e nelle comunità, non abbiamo mai smesso di costruire lo sciopero femminista.

Mentre continuavamo ad attraversare le frontiere per fornire la manodopera necessaria per le catene alimentari e della cura in cambio di salari miseri, non abbiamo mai smesso di denunciare il razzismo istituzionale e di rivendicare a gran voce un permesso di soggiorno che ci permetta di vivere una vita degna.

Mentre nelle comunità indigene garantivamo la riproduzione della vita attraverso reti  collettive  per  far fronte alla pandemia, non abbiamo mai smesso di difendere i nostri territori dall’aggressione estrattivista e dalla militarizzazione.

Mentre ci impegnavamo sui fronti di guerra, come quelli curdo e palestinese, abbiamo continuato a tessere le nostre reti di solidarietà, non abbiamo

mai interrotto la nostra rivoluzione femminista e antiimperialista, e non abbiamo mai smesso di rivendicare la libertà per tutt* l* detenut* politic*.

Mentre la salute veniva amministrata in maniera individuale e aziendalistica, abbiamo continuato a evidenziare le differenze materiali e di condizioni sociali basate su genere, razza e classe nell’accesso alla salute. Non abbiamo smesso di costruire pratiche femministe e autonome per la salute collettiva e comunitaria e di lottare per l’aborto libero, sicuro e gratuito.

In questi ultimi anni, siamo riuscit* a costruire un movimento femminista globale capace di declinare in tutti i movimenti sociali il femminismo in maniera trasversale, come dimostrano le lotte del movimento Black Lives Matter negli Stati Unti, le lotte di #EndSars contro la brutalità della polizia in Nigeria e quelle che stanno facendo tremare i governi fascisti e conservatori in tutto il mondo a partire dal Sud, come è avvenuto in Bolivia, Perù e Cile.

Invece di arrenderci all’individualismo e all’attacco ai nostri corpi, ai nostri territori e agli ecosistemi che la gestione neoliberale della pandemia ci avanzava, abbiamo ampliato la nostra lotta. Invece di arrenderci alla criminalizzazione delle nostre lotte sostenuta dai nostri governi, abbiamo rinforzato le nostre interconnessioni globali, come dimostrano l’organizzazione del 35esimo Incontro Plurinazionale di Donne e Dissidenze in America Latina, la creazione della rete E.A.S.T (Essential

Autonomous Struggles Transnational) in Europa e oltre per connettere le lotte contro la svalutazione del lavoro produttivo e riproduttivo delle donne migranti, la solidarietà transnazionale allo sciopero delle donne polacche, la vittoria delle sorelle argentine per la legalizzazione dell’aborto, e il rafforzamento di questo spazio di Feministas Transfronterizas che con la sua prima assemblea pubblica del 7 febbraio si è ulteriormente esteso e rinforzato.

In un momento storico in cui il nostro lavoro produttivo e riproduttivo è più intenso, sfruttato e svalutato che mai, e in cui l’attacco della violenza patriarcale, di genere, capitalista e razzista si intensifica, sentiamo l’urgenza e l’importanza di costruire lo sciopero femminista globale, come un processo collettivo di articolazione, di politicizzazione, di enorme convergenza, di espansione e di trasformazione di una normalità opprimente.

Per tutti questi motivi, invitiamo tutte e tutt* ad interrompere ogni tipo di lavoro produttivo e riproduttivo, a riacquisire visibilità ovunque, soprattutto in quegli spazi che ci sono stati tradizionalmente negati e che la pandemia ci ha sottratto, verso lo sciopero femminista globale dell’8 Marzo e oltre, per continuare a costruire le nostre ribellioni collettive e transnazionali.

¡Essenziale è chi lotta! Feministas Transfronterizas

La Commissione di Garanzia Sciopero vieta al comparto scuola la partecipazione allo sciopero generale dell’8 marzo

scuola4

La Commissione di Garanzia Sciopero vieta al comparto scuola la partecipazione allo sciopero generale dell’8 marzo 

Denunciamo una grave violazione del diritto di sciopero: la commissione di garanzia ha deciso di vietare la partecipazione allo sciopero dell’8 marzo all’intero comparto scuola, con la motivazione che l’1 marzo è stato indetto uno sciopero di categoria dal sindacato Sisa e il 3 marzo da Feder Ata.

Le limitazioni al diritto di sciopero nei servizi essenziali (e non solo) con la pandemia sono ulteriormente aumentate grazie  al protocollo d’intesa in merito alle procedure di raffreddamento nei servizi essenziali del 2 dicembre 2020, sottoscritto da CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA, ANIEF, cui va tutto il nostro sdegno.

La comunicazione della Commissione di Garanzia giunge a una settimana dall’8 marzo e  impedisce di fatto il diritto di sciopero in uno dei settori a altissima densità femminile –  l’80% del corpo insegnante è infatti composto da donne – e tra i più importanti e più colpiti dall’emergenza sanitaria, proprio in una fase in cui si discute, e localmente si sta già attuando, di una nuova chiusura delle scuole e il carico di lavoro delle insegnanti, in presenza e in Dad, è notevolmente aumentato in assenza di regolamentazione e tutele della salute.

Lo sciopero femminista dell’8 marzo quest’anno assume un significato ancora più rilevante in un momento in cui la pandemia ha evidenziato le criticità e le fragilità delle istituzioni del welfare, in particolare della scuola, dovute a decenni di tagli e disinvestimenti e ha scaricato ulteriormente il lavoro di cura sulle donne. Nonostante il divieto di sciopero del comparto scuola, invitiamo insegnati, personale, ata e studenti a partecipare alle mobilitazioni organizzate nell’ambito dello sciopero femminista e transfemminista nelle piazze di decine di città italiane. Invitiamo le/gli studenti a fare propria questa giornata di sciopero e di lotta. 

Ribadiamo inoltre che il divieto non riguarda le lavoratrici degli asili nido e delle scuole materne comunali ed educatrici ed educatori dipendenti di cooperativa che possono scioperare.

Essenziali sono le nostre vite, essenziale è la nostra lotta, essenziale è il nostro sciopero! 

Non una di meno

8 marzo 2021, il Vademecum dello sciopero

Print

Lo sciopero è un diritto

L’art. 40 della Costituzione dichiara: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Lo sciopero è dunque un diritto di rango costituzionale in capo a ogni lavoratrice e lavoratore sebbene, negli anni, abbia subito limitazioni che ne hanno intaccato la potenza e l’emergenza sanitaria venga utilizzata come ulteriore motivo di pesanti restrizioni all’esercizio del diritto.  Anche per questo motivo, scioperare e rivendicare nuovi diritti rappresenta un elemento di rottura imprescindibile. Durante lo sciopero il rapporto di lavoro è sospeso, di conseguenza, anche la prestazione lavorativa da parte della lavoratrice e la retribuzione da parte del datore di lavoro.

8 marzo 2021 – Sciopero generale di 24 ore, settore pubblico e privato

Anche quest’anno, per l’8 marzo, Non Una di Meno ha chiesto a tutte le organizzazioni sindacali di convocare lo sciopero generale di 24 ore, dunque in tutti i settori del pubblico impiego e del privato; a partire dalla convinzione che l’astensione dal lavoro produttivo sia un’articolazione fondamentale dello sciopero femminista (qui puoi leggere l’appello per lo sciopero di Non Una di Meno)

A oggi lo sciopero è stato proclamato da diversi sindacati di base. Sul blog  potrai trovare le proclamazioni (https://nonunadimeno.wordpress.com/2021/02/24/vademecum-8-marzo-2021-lista-singole-adesioni-di-categoria-in-aggiornamento/) inviate alla Commissione di Garanzia.

Nelle 24 ore del giorno 8 marzo 2021, quindi, tutte le lavoratrici sia del pubblico impiego che del privato possono scioperare perché esiste la copertura sindacale generale, salvo i settori esclusi per le limitazioni imposte al diritto di sciopero e  ulteriormente rafforzate durante l’emergenza sanitaria (articolazioni, restrizioni e esclusioni dallo sciopero sono riportate in fondo al testo). Il che significa che puoi scioperare anche se nel tuo luogo di lavoro non c’è un sindacato di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato (se vuoi saperne di più clicca qui).

La comunicazione dello sciopero arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dall’associazione datoriale alla quale l’azienda fa riferimento.

È comunque possibile, soprattutto per il comparto privato, che qualche datore di lavoro non riceva la comunicazione o neghi di averla ricevuta. In tal caso, controlla le comunicazioni affisse in bacheca, se non compare, richiedila al tuo responsabile del personale o contattaci per avere una copia dell’indizione e dell’articolazione dello sciopero nel tuo settore, così da poterla affiggere direttamente sul posto di lavoro.

A ogni modo, sul blog di Non Una di Meno, nel riquadro “sciopero 8 marzo”, saranno pubblicate le indizioni dei singoli luoghi di lavoro; puoi pertanto estrarre copia di quelle già inviate e utilizzarle.

È anche possibile, data l’estrema frammentarietà del mondo del lavoro contemporaneo, che in qualche luogo di lavoro privato – soprattutto tra quelli che non fanno riferimento alle maggiori confederazioni padronali – non sia stato indetto lo sciopero. In questo caso, rivolgiti al nodo di Non Una di Meno della tua città o a quello a te più vicino: è possibile provvedere all’indizione – tramite i sindacati – fino al giorno prima dello sciopero (fatta eccezione per i posti di lavoro sottoposti a L.146/90, i cosiddetti servizi pubblici essenziali, per i quali è necessario inviare la comunicazione al datore di lavoro almeno 10 giorni prima).

Scuole statali, ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali, dato l’elevato numero e la capillare diffusione sul territorio, ricevono comunicazione dello sciopero tramite una Circolare che il MIUR (nel caso delle scuole statali) e la Regione (per ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali) sono tenuti a inviare in ogni singola scuola e a ogni direzione di ente ospedaliero e/o ASL.

Nonostante la proclamazione sindacale dello sciopero, con relativa pubblicazione sul sito della Commissione di Garanzia Sciopero (http://www.cgsse.it), avvenga con largo anticipo rispetto alla data prevista, queste circolari spesso arrivano a ridosso dello sciopero o non arrivano e alle lavoratrici viene detto che non possono scioperare. Non solo le lavoratrici possono scioperare, ma è bene segnalare, attraverso la casella di posta elettronica di Non Una di Meno, dove questo accade, per procedere, là dove si persista, con una diffida sindacale.

La Circolare del MIUR verrà comunque pubblicata sul sito appena emanata, in modo da poter essere presentata in ogni scuola dalla stessa lavoratrice. Per la sanità pubblica, essendo le Circolari regionali, ci si può rivolgere al nodo di Non Una di Meno del territorio di appartenenza.

La lavoratrice non è tenuta a dichiarare preventivamente all’azienda la sua adesione allo sciopero, dunque non occorre alcuna comunicazione personale.

Nel settore sanità e per molte altre categorie che utilizzano la turnazione, la copertura parte dal primo turno della mattina dell’8 marzo e finisce all’inizio del primo turno della mattina del 9 marzo; tutte le lavoratrici possono quindi scioperare indipendentemente dal turno cui sono adibite: sia la mattina, sia il pomeriggio che la notte.

Nel caso del trasporto pubblico locale l’articolazione delle ore di sciopero, così come delle fasce protette, può variare da città a città.

Per il settore dei Vigili del Fuoco, lo sciopero nazionale è così articolato: personale operativo dalle ore 9,00 alle ore 13,00 (4 ore senza decurtazione); personale giornaliero o amministrativo (intera giornata).

Restrizioni Al Diritto Di Sciopero: Facciamo Chiarezza

Sciopero nei servizi pubblici essenziali L. 146/90

La legge 146 del 1990 disciplina il diritto di sciopero per i servizi pubblici essenziali, cioè quelli volti a garantire il diritto alla vita, alla salute, alla libertà, alla libertà di circolazione, all’assistenza e previdenza sociale, all’istruzione e alla libertà di comunicazione.

I servizi per cui la legge disciplina tale diritto, quindi, sono molti e diversi tra loro: i più noti – per la loro vicinanza alla vita quotidiana della maggior parte delle persone – sono la sanità, i trasporti pubblici urbani ed extraurbani, l’amministrazione pubblica, le poste, la radio e la televisione pubblica e la scuola; ma devono essere garantiti anche i servizi di raccolta dei rifiuti,l’approvvigionamento di energie, risorse naturali e beni di prima necessità.

In tutti questi ambiti il diritto allo sciopero, quindi, non è assoluto ma relativo alla possibilità di garantire alcuni diritti dei cittadini.

Per questo motivo, per tutti i servizi sottoposti a L. 146/90, devono essere previsti i contingenti minimi di personale tramite contrattazione integrativa o accordo sindacato/azienda. È in capo al datore di lavoro il diritto/dovere di individuare le/i dipendenti da inserire nei contingenti minimi e inviare loro entro 5 giorni dalla data dello sciopero la comunicazione di“esonero dallo sciopero”, ovvero di recarsi in servizio il giorno dello stesso.

Qualora la dipendente inserita nei contingenti minimi abbia intenzione di scioperare, deve inviare entro 24 ore dal ricevimento dell’ordine di prestare servizio una comunicazione all’azienda della volontà di aderire all’astensione e, quindi, di essere sostituita.

L’azienda ha il dovere di verificare la possibilità di sostituzione della dipendente. Solo nel caso tale sostituzione non fosse possibile è ammissibile il rifiuto al diritto. In ogni caso, l’azienda deve comunicare alla dipendente di averla sostituita o meno, quindi se può scioperare o se deve lavorare.

Le aziende che erogano il servizio che lo sciopero potrebbe far venir meno, inoltre, sono obbligate con almeno 5 giorni di anticipo a dare comunicazione all’utenza sulle modalità e gli orari dei servizi essenziali garantiti.

Ricordati che il diritto allo sciopero è un diritto individuale in capo a ogni singola lavoratrice e lavoratore, sancito e garantito dalla Costituzione Italiana, e il cui esercizio non può essere precluso e/o limitato (se non per quanto riguarda le modalità di erogazione dei servizi di pubblica utilità di cui ai paragrafi precedenti).

Per chiarire qualsiasi dubbio o segnalare eventuali abusi al tuo diritto di scioperare contattaci a questa e-mail: nudmsciopero@gmail.com.

Proveremo a rispondere alle tue richieste e seguiremo con il supporto di sindacati e legali qualsiasi sopruso verrà riscontrato.

ATTENZIONE! Settori esclusi, restrizioni e diverse articolazioni dello sciopero generale dell’8 marzo 2021

Segnaliamo, in seguito alle comunicazioni della Commissione di Garanzia Sciopero (cgsse) relative alle limitazioni imposte allo sciopero generale dell’8 marzo 2021:

– l’esclusione del comparto scuola (insegnanti e personale Ata);

l’esclusione del personale di Poste Italiane della Regione Emilia Romagna;

– relativamente al settore dei Vigili del Fuoco, lo sciopero è cosi riarticolato:

  • personale turnista dalle ore 09.00 alle ore 13.00 (4 ore senza decurtazione)
  • personale giornaliero o amministrativo (tutta la giornata), come da comunicazione di settore in allegato;

– relativamente al personale addetto alla circolazione del Trasporto ferroviario, lo sciopero sarà per il:

  • Personale addetto alla circolazione dalle ore 09.00 alle 16.59, come da nostre modalità inviate il 25/02/2021
  • Personale fisso intera prestazione giornaliera fino alle ore 21.00;
  • l’astensione della Circolazione e sicurezza stradale – Autostrade terminerà alle ore 22.00.

Questo vademecum verrà costantemente aggiornato con eventuali ulteriori restrizioni e/o diverse articolazioni, imposte dalla Cgsse in virtù del persistere dell’emergenza sanitaria.

Scarica e stampa il vademecum in pdf

Qui la lista delle adesioni

Qui un Vademecum “Come scioperare dallo smart working”

VADEMECUM 8 MARZO 2021 – LISTA SINGOLE ADESIONI DI CATEGORIA IN AGGIORNAMENTO

vademecum-nonunadimeno-lista-adesioni-sciopero

ADESIONI DI CATEGORIA USB

ADESIONI DI CATEGORIA CUB

Proclamazione Sciopero generale

ADESIONI DI CATEGORIA COBAS

ADESIONI DI CATEGORIA USI

Proclamazioni sciopero lavoro dipendente e pubblico e privato

Qui il Vademecum sul blog e in versione pdf