Comunicato Stampa – Roma 23 giugno 2017 – OBIEZIONE RESPINTA

No Al Primario Confessionale Al San Camillo Di Roma

Fuori gli obiettori di coscienza dagli ospedali pubblici

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È stato bandito oggi un nuovo concorso per la nomina del primario di ostetricia e ginecologia dell’ospedale San Camillo di Roma, centro di riferimento regionale per l’accesso all’aborto.

Ma il concreto rischio che si sta profilando è che venga nominato un primario confessionale, nonostante siano chiare ed evidenti le ostilità dei ginecologi confessionali alla legge 194, all’autodeterminazione e alla salute delle donne.

Nel Lazio sono già diretti da ginecologi confessionali, quindi obiettori di coscienza, i reparti di ginecologia degli Ospedali di Frosinone (dove non si effettuano IVG) e di Viterbo e, a Roma, del San Giovanni, del Policlinico Universitario della Sapienza, del Policlinico Casilino. A questi vanno aggiunti i reparti di maternità degli Ospedali cattolici (Policlinico Gemelli, Villa San Pietro, Fatebenefratelli) e di quelli convenzionati (Santa Famiglia, Città di Roma, Villa Pia) in cui non si applica la Legge 194/78. Nel Lazio gli obiettori sono l’81% % del totale, in Italia la media è del 70%.

Non una di Meno non ha intenzione di lasciare la libertà di scelta fuori dalla sanità pubblica. Per questo oggi a Roma si è tenuto un partecipato flash mob  alla direzione dell’ospedale San Camillo mentre sui social un tweet storm ha inondato il web con gli hashtag #obiezionerespinta e #LibereDi.

Quella di oggi è stata una prima tappa verso il 28 settembre – giornata mondiale per l’aborto libero e l’autodeterminazione che vedrà iniziative e azioni in tutta Italia. Costruiremo, insieme alle argentine e alle donne che nel mondo si attiveranno, mobilitazioni sui temi della salute e della libertà di scelta.

A Roma diamo appuntamento per mercoledì 28 giugno alle h 18 all’IFEST (presso il Parco Ponte Nomentano) per un incontro su diritto alla salute e libertà di scelta e per discutere di pratiche e campagne possibili verso il 28 settembre.  

Processo di Parma: tutta la nostra solidarietà a Claudia, tutto il nostro schifo al resto!

Venerdì 23 Giugno si terrà la penultima udienza del processo per stupro, che vede coinvolti esponenti della rete antifascista di Parma, ai danni di una compagna che era del tutto incosciente.

Il processo che vede imputati i “sedicenti” compagni scaturisce dall’indagine su di un video girato durante la violenza agita nella sede di Via Testi e che è diventato prova per un’accusa di stupro di gruppo.

Vari sono i livelli di violenza agiti in questa vicenda: dallo stupro all’omertà passando per l’esilio della compagna stuprata.

Quello che si sta svolgendo dentro quell’aula altro non è che l’ennesimo processo alla morale, agli atteggiamenti e alla vita di Claudia. Ancora una volta è la donna sul banco degli imputati.

Ancora una volta è la donna che deve dimostrare di avere subito violenza, perché il fatto di essere incosciente durante lo stupro, di cui esiste anche un video, non è sufficiente.

Non è sufficiente per il tribunale, non è sufficiente per quanti e quante urlano al complotto.

Ma per noi basta la sua parola!

La cultura dello stupro gioca proprio su questo, delegittimare la parola delle donne sopravvissute alla violenza e ricacciarle indietro nei più tristi e cupi meandri dove vorrebbero rinchiuderci tutte.

Ebbene, ancora una volta non ve lo permetteremo!

Ci sono due processi in questa vicenda, quello del tribunale e quello dei “compagni” e delle “compagne” che limitano l’agibilità di Claudia nei luoghi di movimento, in nome di una logica del branco che nulla ha di diverso dalla cultura patriarcale, maschilista e sessista che cerchiamo di combattere.

Nulla di diverso dalle risatine degli stupratori durante le udienze, nulla di diverso dalla giustizia borghese quando, per difendersi, si chiama in aula uno psichiatra per dichiarare che la donna di cui avete abusato è instabile mentalmente e che ha un carattere teso a mettersi nei guai. Nulla di diverso nel minacciare le compagne solidali e nell’escludere lei perché è un problema.

3 accusati per stupro (perché riconoscibili nel video – nulla si sa di quelle altre voci che si sentono, ma che non sono state associate a nessun volto o nome), 4 per favoreggiamento e minacce – tra cui una donna – un’assoluzione per rito abbreviato e un latitante.

Questo è il problema! Un mondo che si professa antifascista e poi si rivela peggio di chi pretendeva di combattere.

Tutta la nostra solidarietà a Claudia e alle compagne e compagni che sono con lei tutti i giorni.

Tutto il nostro schifo e la nostra rabbia al resto.

 

Tavolo Sessismo nei Movimenti NonUnaDiMeno

 

Report tavolo nazionale Percorsi di fuoriuscita dalla violenza (27-28 maggio Napoli)

Un anno fa, nella notte tra il 28 e il 29 maggio, è stata uccisa brutalmente Sara Di Pietrantonio. Il suo femminicidio ha segnato l’inizio del percorso di «Non Una Di Meno», un movimento collettivo, ampio e concreto che prende parola pubblicamente e si attiva a ogni livello per contrastare la violenza sulle donne.

L’assassino di Sara è stato condannato all’ergastolo, molte altre donne sono morte e hanno subito violenze di ogni tipo in quest’anno per mano di uomini (mariti, fidanzati, partner ed ex partner, clienti, pubblici ufficiali…), nel clamore o nel silenzio.

Alcune, come Sara, non sono più qui e non potranno più scegliere cosa fare della loro vita, noi dobbiamo continuare a lottare, anche per loro, per essere tutte vive e libere.

Non una di meno!

Il Tavolo Percorsi di fuoriuscita dalla violenza ha deciso di incontrarsi a Napoli il 27 e 28 maggio per continuare a confrontarsi a livello nazionale avendo lasciato in sospeso alcuni punti importanti da condividere e sentendo l’urgenza dei tempi per un Piano femminista scritto dal basso ma capace anche di incidere concretamente sulle politiche istituzionali che dovrebbero avere il compito di contrastare la violenza sulle donne nelle sue varie forme.

I parte

metodologie dell’accoglienza femminista, i percorsi di fuoriuscita dalla violenza e autonomia economica

Un primo punto di riflessione ha riguardato la presenza di uno scollamento tra il piano femminista e il manifesto politico, ovvero tra la parte che più specificamente si occupa di violenza maschile contro le donne (i centri antiviolenza, associazioni, sportelli ecc) e quella che si è focalizzata maggiormente sulla dimensione politica. Obiettivo del tavolo sarà tenerne conto, curare meglio la comunicazione tra le diverse anime ed esperienze e provare a superare le frammentazioni per permettere al movimento di procedere in sinergia e in sintonia.

Per un ulteriore avanzamento rispetto alle tematiche non ancora discusse nelle assemblee precedenti il confronto si è soffermato sulle difficoltà riscontrate dalle donne nei percorsi di uscita dalla violenza e di autonomia partendo dalle buone prassi e dalle esperienze maturate nelle realtà che registrano i tassi più alti di disoccupazione.

Sono stati esplorati strumenti, metodologie e pratiche relative all’orientamento, alla formazione, all’inserimento lavorativo, all’accompagnamento all’autonomia economica e alloggiativa.

È stato inoltre riservato spazio alla metodologia del lavoro con i/le minori vittime di violenza assistita e diretta, accolti/e nei centri e nelle case, la cui protezione è affrontata in maniera congiunta a quella delle madri, evidenziando i tratti caratteristici della nostra competenza e differenziandoli da tutto il mondo dei servizi che ha un approccio neutro e tiene distinto l’intervento con le madri da quello con i/le figli/e.

Preziose le intersezioni con i contributi delle riflessioni maturate dagli altri tavoli, in particolare andranno tenute presenti quelle del Tavolo lavoro e welfare in merito al tema delle Molestie sul luogo di lavoro, alle possibili forme di sostegno al reddito per le donne che subiscono violenza promosse non come modalità di sostentamento per categorie deboli ma come supporto per l’autodeterminazione, alla flessibilità oraria e all’aspettativa per le lavoratrici dipendenti. Anche i temi posti all’attenzione del Tavolo

Legislativo risultano fondamentali per poter avviare proposte fattibili da inserire nel Piano tra esse la promozione di strumenti per le donne che si trovano in difficoltà nei vari procedimenti civili, in situazione di affidamento condiviso e gestione dei figli.  La de-burocratizzazione del Congedo trimestrale INPS, il trasferimento in altra sede lavorativa; il diritto alla sospensione della tassazione per le professioniste autonome. Una proposta emersa è relativa al modello spagnolo che potrebbe essere una buona prassi da emulare in Italia al netto della denuncia obbligatoria per l’accesso a tutti i servizi.

L’intersezione col Tavolo Femminismi e migrazioni, che ha molto ragionato sulla consapevolezza delle differenze di posizionamento che attraversano ognuna di noi secondo le categorie di genere, razza, classe, orientamento sessuale, identità di genere e abilità, è di fondamentale importanza per fare luce sulle multiple oppressioni che vivono le donne migranti, e sulle conseguenti strategie da elaborare nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza.

Per agevolare la discussione il tavolo si è diviso in tre gruppi che si sono occupati distintamente del tema dell’inserimento lavorativo, della casa e del lavoro con i minori.

Report del gruppo lavoro

A partire dall’auto-narrazione delle esperienze sono stati individuati elementi che ricostruissero il quadro in cui agiscono i centri antiviolenza per l’ambito del lavoro e della formazione, e che potessero essere utilizzati per avviare analisi ulteriori e per formulare proposte.

La questione del lavoro e della formazione è fondamentale per i percorsi di liberazione e autonomia delle donne che hanno subito violenza, in quanto connessa alla rottura dell’isolamento, alla riacquisizione di stima in sé stesse, alla capacità di riconoscere le proprie competenze e abilità, alla possibilità di garantirsi una reale indipendenza anche da un punto di vista economico. Deve essere pertanto affrontata tenendo presente il complesso delle possibilità: inoccupazione, disoccupazione, lavoro dipendente, autonomo, cooperativo.  Devono essere dedicati momenti specifici al tema del sessismo diffuso e delle violenze sul posto di lavoro

All’interno dei singoli percorsi di fuoriuscita nei centri antiviolenza, la fase dell’orientamento al lavoro si presenta come distinta e specifica, e in un momento molto avanzato del percorso complessivo. Mediamente viene indicato il tempo di un anno come minimo per le situazioni più complesse. La valutazione delle possibilità lavorative dipende dal bilancio delle competenze e dai desideri della donna.

La maggior parte delle realtà presenti, alcune delle quali organizzate in cooperative legate ai centri, usufruisce di fondi da aziende e fondazioni private per sostenere i propri progetti. Non esistono ad oggi stanziamenti e interventi specifici da parte del Dipartimento Pari Opportunità, ma solo la possibilità di prevedere tra le azioni connesse al lavoro dei centri anche il sostegno all’inserimento lavorativo.  I centri per l’impiego non costituiscono affatto una risorsa e resta la necessità di sviluppare un’analisi sulle reti. La formazione all’auto-impresa può essere promossa anche da privati mentre l’attivazione di tirocini formativi e borse di lavoro dovrebbero mirare al superamento di stereotipi sessisti che orientano l’occupazione delle donne su un arco molto ristretto e specificatamente «femminile» di opzioni.

Per le donne migranti deve essere semplificato il meccanismo di riconoscimento dei titoli conseguiti all’estero.

Diverse le buone prassi evidenziate su iniziative di sensibilizzazione sulla violenza o di supporto per le donne spesso connesse a sinergie con aziende e attività commerciali, restano da approfondire in momenti specifici, prima di avanzare proposte, alcune misure governative: il congedo per motivi di violenza inserito nel jobs act e il reddito d’inserimento.

Report del gruppo casa 

Premesse: dato il progressivo peggioramento delle condizioni di vita a cui stiamo assistendo e la continua erosione di welfare, ci sembra importante evidenziare come l’attuale periodo di 6 mesi di permanenza dentro ai CAV sia oggi insufficiente e dovrebbe quindi non solo essere prolungato a 12 mesi ma anche avere una natura più flessibile in grado di tener conto delle singolarità di ogni donna e del suo percorso individualizzato.

È emersa con forza la necessità di richiedere al DPO la verifica delle spese pregresse e la filiera economica che questi finanziamenti hanno seguito negli scorsi anni. Al fine di rendere applicabili ed efficaci i progetti, si richiede che la programmazione degli enti locali tenga conto della programmazione triennale. Riportiamo sinteticamente le principali proposte riguardo la casa emerse dalla discussione:

  • Sistematizzare e ampliare l’esperienza della Delibera 163 nel Lazio che prevede il contributo quadriennale per l’affitto pensato per percorsi d’autonomia di singol* e nuclei familiari in seguito a procedure di sfratto da modificare per destinarlo anche alle donne che sono uscite da situazioni di violenza (come avviene in alcuni municipi romani);
  • Consapevoli che tra le principali difficoltà che le donne che fuoriescono dai centri oggi si trovano a vivere è l’impossibilità di stipulare un contratto di affitto a causa dell’assenza di busta paga e garanzie sufficienti, si è pensato di proporre l’istituzione di un fondo di garanzia che permetta una stipula del contratto facilitato per le donne (Cav/Associazioni come garanti). In tal senso sarebbe utile anche promuovere una campagna di sensibilizzazione per i piccoli privati che potrebbero usufruire di incentivi a seguito della messa a disposizione delle proprietà;
  • Graduatorie case popolari: acquisizione dei massimi punteggi alle donne che fuoriescono da situazioni di violenza, in seguito alla permanenza in CR, Case famiglia, case di semi autonomia o in seguito alla presa in carico presso CAV.
  • Messa a disposizione del 10% del patrimonio pubblico per l’implementazione di case di semi-autonomia gestite da CAV o Associazioni di Donne, di case con affitti calmierati per donne che escono da situazioni di violenza da sole o in cohousing per una durata di 4 anni;
  • Messa a disposizione di una percentuale dei beni confiscati commerciali per attività di imprenditoria femminile ( percorsi di autonomia economica).

Report del gruppo minori

Il gruppo minori si è soffermato a ragionare sulla attuale funzionamento dei tribunali civili e minorili che utilizzano consulenze tecniche che vengono svolte da soggetti senza alcuna competenza in violenza di genere e della inadeguatezza dei servizi territoriali ad accogliere e comprendere situazioni di violenza.

Si sono in seguito analizzate le difficoltà che le donne oggetto di violenza con figli minori, vittime di violenza assistita, incontrano nella gestione degli affidamenti condivisi molto spesso ed illegittimamente disposti anche in situazioni di violenza non solo sotto l’aspetto dell’esercizio del diritto di visita paterno ma anche sotto altri aspetti che impongono il consenso paterno (nulla osta scolastici, documenti validi per l’espatrio, sostegno psicologico) e che determinano l’utilizzo strumentale da parte del genitore maltrattante dei figli minori che diventano arma di ricatto e strumento di rivalsa nei confronti della madre. I centri antiviolenza sono anche luoghi dei bambini e non è possibile che molte delle attività siano ostacolate dalla richiesta del consenso.

Il problema è la non applicazione delle leggi spesso legata alla delega dei magistrati ai consulenti tecnici, che alla fine si genera una giurisprudenza patriarcale che lavora in un’ottica di controllo dei corpi e delle vite delle donne. Al contrario bisogna sostenere che i percorsi giudiziari sono corretti quando tengono insieme i percorsi delle donne-madri con quelli dei propri figli.

La violenza nella forma sia diretta che assistita compromette il rapporto genitoriale padri/figli e ha evidenti ripercussioni sulla relazione genitoriale. Un padre che agisce violenza alla donna alla presenza dei figli non è un buon padre. Si rende quindi necessario che l’autorità Giudiziaria e i servizi territoriali socio-assistenziali centrino sulla sola figura paterna la valutazione delle capacità genitoriali evitando l’equiparazione dell’uomo maltrattante alla donna maltrattata. L’esperienza  all’interno dei CAV ci ha insegnato che la violenza contro le donne e la violenza assistita dai loro figli non sono due condizioni distinte, e, di conseguenza l’intervento deve affrontare il problema in modo integrato. Si chiede alla donna di essere una “brava madre” al di fuori della violenza e, di contro, si considera il padre adeguato anche se violento, in aperta violazione della Convenzione di Instanbul ed in particolare del titolo V art. 31. Pensare che la violenza e la funzione genitoriale siano distinte comporta sempre un ulteriore danno sia per la donna che per i minori. Ecco perché la convenzione citata impone che “nel determinare i diritti dii custodia e di visita dei figli siano presi in considerazione gli episodi di violenza” non compromettendo i diritti e la sicurezza della vittima e de suoi bambini.

Non è possibile attuare alcun sostegno se non si interrompono gli episodi di violenza, che si amplificano spesso dopo l’interruzione della convivenza familiare e che vedono i figli strumentalmente utilizzati dai padri contro le donne, mettendo in protezione le donne ed i loro figli.

Le donne che hanno subito violenza vanno sostenute attivando risorse tese alla rielaborazione degli eventi subiti ed all’empowerment evitando di considerarle soggetti deboli da curare e da sottoporre a trattamenti che sono spesso fonti di ulteriori traumatizzazioni, rimittimizzazioni secondarie con conseguenti stigmatizzazioni e colpevolizzazioni. In piena sintonia con i lavori del tavolo giuridico a cui si fa riferimento,  riteniamo che mai, nei casi di violenza, vada previsto l’affido condiviso.

Riteniamo inoltre gli strumenti ad oggi utilizzati, incontri protetti, percorsi di valutazione genitoriali, imposizioni dei percorsi di riavvicinamento dei bambini con i padri violenti, fortemente disfunzionali perché non solo spesso posti in essere da operatori che adottano un approccio neutro, senza alcuna formazione sulla violenza ma anche perché spesso costituiscono una modalità di riproporre la mediazione familiare e pratiche ri-conciliative vietate ed illegali ai sensi dell’art. 48 della Convenzione di Instanbul.

II parte

Il Piano Femminista Antiviolenza: indice parziale e proposta metodologica/organizzativa per la scrittura

 

Il 28 il lavoro del tavolo si è concentrato sull’indice del piano con l’obiettivo di costruire una proposta di strutturazione per poterla avere chiara e poi condividerla con gli altri tavoli.

La discussione si è articolata intorno alla distinzione tra i due livelli: quello politico e quello programmatico – o di azione – connesso direttamente alla parte relativa alle violenze nelle sue articolazioni. Si è deciso di denominare in maniera più chiara rispetto all’incontro precedente sia il piano stesso, condividendo la scelta di chiamarlo PFA – Piano femminista antiviolenza, sia le due parti del piano da rendere comunque sinergiche e interconnesse proponendo di definirle “Piano di inquadramento politico” e “Piano programmatico”.

La prima parte, la premessa politica è il femminismo, lo sguardo femminista sul mondo con i suoi presupposti: la libertà delle donne e la relazione tra donne, l’intersezionalità. La seconda parte, il piano programmatico, dovrebbe muoversi su un livello di concretezza prevalentemente metodologica e non misurarsi su quello governativo.

Il piano, unico e organico, dovrebbe essere redatto con un taglio lineare, semplice, attento al linguaggio come alla diffusione, riportare un’analisi di contesto e i motivi per cui è nato il movimento Non una di meno ancorandolo saldamente al contrasto del femminicidio. Dovrebbe inoltre esplicitare gli obiettivi che si pone, il contrasto alla violenza e la lotta alla struttura sociale e simbolica patriarcale, così come prevedere le azioni e gli strumenti per promuoverle.

Quindi un piano femminista antiviolenza “antagonista” una sorta di manifesto del movimento e insieme uno strumento di strategia politica d’azione nel quale ribadire il protagonismo delle donne, la regia dei centri antiviolenza nelle reti inter-istituzionali territoriali e il punto centrale: che i percorsi di autodeterminazione delle donne li decidono le donne che vivono o hanno attraversato la violenza con il supporto delle donne dei centri antiviolenza e degli spazi femministi.

Di seguito la proposta parziale di indice:

  1. Inquadramento politico:

Introduzione: il movimento “Non una di meno”; cos’è un piano femminista; come abbiamo costruito il piano.

Premessa: Analisi di contesto (macro), rapporto con le istituzioni. Sguardo femminista sulla violenza e principi femministi, intersezionalità, centralità delle donne, libertà di scelta, ribaltamento del patriarcato. Violenza intrafamiliare e di genere (compresa la tratta). Trasversalità dei tavoli (principi generali elaborati dai tavoli).

Si specifica che debba comprendere Tutti i principi elaborati all’interno dei singoli tavoli al fine di includere il più possibile la ricchezza e complessità dei loro contenuti, elemento fondante per combattere la natura strutturale della violenza maschile.

  1. PIANO programmatico per combattere la violenza:

Introduzione: analisi di contesto (specifico). Criticità e disfunzionalità del sistema antiviolenza. Metodologia (ruolo CAV, ruolo operatrice). Reti: Regia-centralità alle organizzazioni di donne. Libera scelta della donna in ogni fase del percorso di fuoriuscita dalla violenza, vantaggio delle donne.

– La Prevenzione (come strumento di cambiamento): educazione e formazione, media e comunicazione.

– I Percorsi di fuoriuscita: fasi del percorso, rivendicazioni su autonomia abitativa, economica ( reddito, formazione e lavoro) e minori.

– Gli aspetti giuridici e legislativi

– I Costi della violenza e le risorse finanziarie.

Pensiamo sia opportuno che nel Piano programmatico, nonostante sia necessario mantenere il focus sulla violenza maschile contro le donne e sugli strumenti e soluzioni specifiche per l’emersione della violenza e la fuoriuscita delle donne dalla situazione di violenza, verranno inseriti anche i diversi strumenti concreti e pratici, elaborati dagli otto tavoli, con un costante lavoro di intersezione delle elaborazioni realizzate per far emergere chiaro e forte il senso del lavoro collettivo di questi ultimi 7 mesi.

A fine giornata il Tavolo ha discusso alcune proposte operative relative alle modalità di stesura e organizzazione interna che restano da approfondire e condividere. Bisognerebbe individuare tre coordinatrici nazionali e due referenti per ogni tavolo.

Per la stesura del piano indicare delle persone differenti dalle referenti: per la parte programmatica e solo al fine di rendere agevoli le comunicazioni ed avere dei referenti per la scrittura del documento proponiamo alcune referenti del tavolo percorsi di fuoriuscita che dovrebbe costituire a nostro avviso il focus principale del piano programmatico e 2 o 3 referenti per gli altri sette tavoli. Ovviamente le referenti avranno compiti meramente esecutivi: finalizzati a  rendere più funzionali le comunicazioni dei e tra i tavoli, portando all’interno del gruppo-scrittura il lavoro ed i contributi che le assemblee territoriali stanno portando avanti ed i contenuti emersi dai tavoli nazionali, con compiti redazionali che metta a sistema i diversi contenuti del piano.

Restano da approfondire alcune questioni dirimenti possibilmente condividendo tra diversi tavoli quali i modelli operativi nei percorsi sanitari, alternativi al codice rosa, il tema della tratta, il tema dei diritti nell’ambito lavorativo.

In chiusura si conclude decidendo le date:

  • Entro giugno sarebbe opportuno fare un incontro, anche via skype, a cui parteciperanno le due referenti indicate da ogni tavolo.
  • Organizzare un incontro nazionale del tavolo a settembre

Report tavolo Lavoro e welfare (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Verso la scrittura di un Piano Femminista Antiviolenza, il Tavolo Lavoro e Welfare del movimento Non Una Di Meno, giunto al terzo appuntamento nazionale, ha sintetizzato il proprio lavoro individuando dei punti imprescindibili di analisi; principi largamente condivisi; gli obiettivi e le pratiche per ottenerli.
Forti dell’esperienza dello sciopero globale delle donne che l’8 marzo scorso ha interessato quasi 60 paesi nel mondo, intendiamo ribadire che la saldatura con i temi economici del lavoro e del welfare  è centrale e non secondaria  combattere violenza di genere nel suo aspetto sistemico e non emergenziale, per pensare la trasformazione radicale della società e del sistema produttivo, la risocializzazione del lavoro di cura e di riproduzione, e quindi l’abbattimento della contemporanea divisione sessuale del lavoro e la distruzione del sistema patriarcale.
Combattere la violenza a partire dalla specificità di questi temi vuol dire porsi il problema in termini di prevenzione, non solo ex post, ma provando a individuare ex ante strumenti misure e pratiche che garantiscano l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, in grado quindi di sottrarle preliminarmente alla potenziale spirale di violenza data dalla dipendenza economica, dallo sfruttamento e dall’assenza di servizi. È stata sottolineata la quasi assenza di strumenti che garantiscano l’indipendenza economica e forme di supporto concrete alle donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita dalla violenza, familiare e lavorativa.
In questo senso è stato fondamentale riaffermare la prospettiva femminista, ripartire dalla parzialità e dalla specificità delle condizioni di lavoro e di vita delle donne per affrontare le questioni più complessive legate al lavoro, allo sfruttamento e alla redistribuzione della ricchezza. Ricchezza che rivendichiamo sotto forma di un welfare universale, diretto e indiretto, che risponda ai bisogni delle donne e degli individui e non sia organizzato su base familiare, una volta di più se assumiamo che la casa e la famiglia sono i luoghi primari in cui si genera la violenza.

Abbiamo individuato un nesso stretto tra la ristrutturazione capitalistica in atto e la violenza di genere in tutte le sue forme e dispositivi di nuova segmentazione, esclusione e sfruttamento, nonché la violenza con cui la dismissione crescente del welfare, in nome del risanamento del debito, si abbatte sulle vite delle donne.
Con la categoria della femminilizzazione del lavoro abbiamo letto la generalizzazione a tutta la forza lavoro dei tratti che hanno storicamente caratterizzato il lavoro femminile (intermittenza, gratuità, flessibilità, supplementarietà) e, al tempo stesso, la messa al lavoro delle forme e degli stili di vita, degli stessi generi e delle facoltà relazionali e di cura. Sebbene questo processo riguardi il lavoro nella sua complessità, colpisce ancora le donne in modo particolare laddove è ancora vigente un determinato regime di divisione sessuale del lavoro.
Il portato storico delle lotte femministe ci ha insegnato che la sfera della riproduzione è divenuta immediatamente produttiva.

Le ultime riforme del lavoro hanno segnato un deciso passo in avanti nello smantellamento dei diritti e delle tutele, aumentando esponenzialmente la ricattabilità, in particolar modo delle donne e delle soggettività Lgtbqi e migranti, nei termini in cui la precarietà è diventata la forma normale del lavoro.
A partire da questa prospettiva diventa oggi possibile mettere in discussione un intero ordine di dominio e sfruttamento, coinvolgendo così tutte quelle soggettività che vivono in modi diversi la violenza quotidiana della precarietà. Riconoscere la forza globale di questa prospettiva femminista significa rilanciare la potenza dello sciopero dell’8 marzo e la sua dimensione transnazionale.

È stata accolta la proposta delle compagne argentine di mobilitarsi il 28 settembre sui temi dell’aborto e della libera scelta. È stata poi da tutte espressa la necessità di trovare un momento di comune di mobilitazione a livello nazionale ad ottobre ed è stato nuovamente assunto il 25 novembre come scadenza centrale e di convergenza nazionale, riflettendo sulla possibilità di indire un nuovo sciopero delle donne.

È unanime la volontà di proseguire la lotta, valutando la possibilità di stringere alleanze con altri settori sociali per  radicare il movimento alle vertenze dei territori e per rifiutare ogni nuovo affondo di tagli alla spesa sociale. reclamando piuttosto una reale redistribuzione della ricchezza al fine di prevenire e contrastare la violenza neoliberale e patriarcale che si abbatte sulle donne e tutti, in tutte le sue forme.

A partire da questa analisi di contesto che nella discussione è stata ovviamente assai più articolata in tutte le sue differenti questioni e sfaccettature, abbiamo enucleato i seguenti principi da inserire nel Piano Femminista Antiviolenza:

  • l’autonomia, in primo luogo delle donne, ma anche di tutte le soggettività, come condizione preliminare e necessaria per il contrasto e la prevenzione alla violenza in tutte le sue forme
  • l’autodeterminazione delle donne e di tutti, come liberazione dal ricatto dello sfruttamento, della precarietà dal lavoro pur che sia, e dai ruoli imposti dal patriarcato
  • la socializzazione del lavoro di riproduzione e cura a tutta la società, come condizione necessaria per la liberazione dai ruoli e dalla segregazione lavorativa fondata sulle differenze di genere e razza
  • prevenzione:  ripensamento complessivo della società, dei ruoli e del sistema produttivo e del welfare, al fine di evitare l’insorgenza ex ante delle situazioni di violenza
  • solidarietà, affermando nuovi strumenti e pratiche mutualistiche volti a rompere la frammentazione e la solitudine per riaffermare piuttosto la potenza dell’essere in comune non soltanto nelle sue forme territoriali, ma anche a livello globale
  • principio dell’intersezionalità, intesa come intreccio e combinazione virtuosa nel movimento delle condizioni specifiche di sfruttamento e oppressione dettate dalle nuove gerarchie non solo di genere e di classe, ma anche razziale, senza velleità di livellamento alla ricerca di una condizione universale

Obiettivi:

  • Rivendicazione di un salario minimo dignitoso per tutte e tutti; un salario minimo come rivendicazione non sono nazionale ma in prospettiva anche europea per contrastare i bassi salari, il gender pay gap e i dispositivi di dumping salariale
  • Reddito di autodeterminazione incondizionato e universale, nella sua doppia articolazione: in primo luogo come strumento di contrasto e di garanzia di indipendenza economica per tutte le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da situazioni violente, familiari e lavorative. in secondo luogo come uno degli strumenti principali di liberazione dai meccanismi di ricatto e di sfruttamento sul lavoro. In questo senso è stata rifiutata ogni impostazione workfaristica
  • Permesso di soggiorno incondizionato, slegato dal lavoro e dalle relazioni familiari, per contestare lo sfruttamento del lavoro migrante e delle donne migranti in particolare, in tutti gli ambiti e in particolare in quello della cura e del welfare privatizzato e monetizzato
  • Misure di sostegno ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza: Trasferimento dai luoghi di lavoro con assicurazione di ricollocazione delle donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza, diritto alla casa e aspettativa retribuita.
  • Monitoraggio sulle forme di violenza e mobbing sui luoghi di lavoro e sviluppo di forme di raccordo tra centri antiviolenza e sindacati per un intervento efficace anche sul piano delle molestie sui luoghi di lavoro
  • Infrastrutture sociali: ridenominare i servizi per la riproduzione sociale, in modo di tenere insieme le esigenze del lavoro professionale della cura con il servizio che garantisce alle donne la liberazione di parte del tempo di vita.
  • Welfare universale e anche autonomo, pensato sui bisogni e i desideri delle donne e delle soggettività lgbtiq, adeguato e all’altezza delle forme, delle relazioni e degli stili di vita contemporanei. Esemplari sono gli esperienze delle consultorie autogestite all’interno delle quali sia possibile sovvertire le forme di riproduzione sociale che impongono e fissano le identità e i ruoli di genere. Servizi laici, gratuiti e non ingerenti rispetto alle scelte di vita degli individui.
  • Rifiuto del welkfare aziendale in quanto forma privatizzata di welfare, che rivendichiamo invece accessibile a tutte e tutti, non monetizzabile e slegata dai contratti di lavoro
  • Politiche a sostegno della maternità e alla genitorialità condivisa, quindi indennità garantita e generalizzata a tutte le forme contrattuali e non solo al lavoro garantito, tradizionale.  
  • Rifiuto delle politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, nei termini in cui riafferma una determinata divisione sessuale del lavoro che assegna “naturalmente” alle donne il lavoro riproduttivo e di cura

Pratiche:

  • Presidi e forme di solidarietà concreta a sostegno delle donne che hanno subito provvedimenti disciplinari e repressivi in seguito agli scioperi e alle lotte sul lavoro,  a partire dallo sciopero dell’ 8 marzo
  • Costruire reti mutualistiche di solidarietà che accolgano i bisogni delle donne; sovvenzionare casse di resistenza per finanziare tali reti, sulla scia della storia dei movimenti femministi che hanno creato, autogestito e rivendicato servizi delle donne per le donne espropriando al dominio maschile le conoscenze e le decisioni in termini di salute e autodeterminazione sui corpi e come strumento di rifiuto della sessualità normata
  • Campagna contro i ricatti e le molestie sul lavoro come contributo del Tavolo contro la violenza sulle donne
  • Conoscere lo sciopero come pratica di lotta, così come iniziato con l’8 marzo, a partire dall’alleanza tra diversi settori sociali e sindacali, insistendo sul processo di riappropriazione e risignificazione dello stesso, al fine di sovvertire i ruoli sociali imposti, lo sfruttamento e la precarietà, e affermare il rifiuto della violenza neoliberista.
  • Creazione e diffusione di nuove pratiche mutualistiche e sindacali
  • Declinazione del diritto all’abitare dal punto di vista di genere, per tutelare le situazioni di donne sole costrette ad affrontare il calvario dello sfratto e le cui condizioni di precarietà lavorativa rappresentano un ostacolo forte all’ottenimento di una situazione abitativa stabile e dignitosa
  • Costruzione di una banca dati sul gender pay gap, sulle molestie e le discriminazioni sulle donne e le soggettività lgbtiq, per realizzare ricerche incrociate che consentano di mappare i bisogni e le situazioni sui territori, imponendo criteri differenti di lettura e analisi
  • Creazione di un osservatorio che intersechi la ricerca e la produzione e la trasmissione dei saperi, che coinvolga Istat, i centri di ricerca e le università, e che possa servire anche a mappare l’accesso all’università, le ragioni economiche, sociali e culturali che vanno a definire le scelte delle studentesse, native e migranti.
  • Indagine sul rapporto tra sfruttamento e salute delle donne, anche riproduttiva, nei luoghi di lavoro
  • La promozione di una lettura femminista trasversale alle discipline. Riconoscimento anche della pratica dell’ autoformazione fra i dispositivi di produzione e trasmissione di saperi critici situati e femministi
  • Consultori e servizi per la salute anche dentro l’università, come forma di prevenzione per le giovani generazioni e la garanzia del libero accesso alle infrastrutture regionali

Report tavolo Legislativo e Giuridico (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Principi generali

La violenza maschile contro le donne è questione sociale, culturale, sistemica e strutturale che nasce e si nutre della disuguaglianza economica e sociale delle donne.

E’ per questo che, nel gestire le azioni di contrasto alla violenza maschile contro le donne, è fondamentale che le giuriste e le avvocate femministe contrastino interventi normativi securitari e parcellizzati che non mettono al centro le donne, le loro scelte ed i loro diritti e si impegnino a promuovere e difendere tutti i diritti delle donne, comprendendo anche i diritti economici e sociali delle stesse, quali precondizioni per la libertà femminile e per il superamento e la fuoriuscita dalla violenza.

La violenza di genere è questione trasversale ed intersezionale che interessa non solo le donne, ma una pluralità di soggettività, discriminate per identità e/o scelta di genere.

La libertà di autodeterminazione delle donne e  l’inviolabilità dei loro corpi costituiscono i principi basilari irrinunciabili che devono ispirare ogni azione di contrasto alla violenza maschile, animando gli obiettivi e le pratiche del piano femminista antiviolenza

Obiettivi del piano femminista contro la violenza

  • realizzare la piena ed effettiva attuazione della Convenzione di Istanbul, che è tuttora ostacolata dal permanere di pregiudizi e stereotipi sessisti, omo-transfobici e discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le soggettività non eteronormate.
  • organizzare -a tutti i livelli – banche dati che garantiscano la conoscenza qualitativa e quantitativa delle violenze di genere, in tutte le forme, quale premessa indispensabile per agire politiche del diritto consapevoli;
  • promuovere e assicurare la formazione specializzata e permanente di tutti gli operatori che entrano in contatto con le vittime di violenza (operatori del diritto, magistrati, avvocati, rappresentando i tribunali uno dei luoghi di massima espressione del patriarcato, ed ancora operatori sociosanitari, educatori, e forze dell’ordine);
  • conferire pieno riconoscimento alla competenza specifica delle donne che lavorano nei centri antiviolenza e nelle case-rifugio femministi.
  • garantire la formazione sin dai percorsi scolastici ed universitari, che deve avere come obiettivo principale il superamento dei pregiudizi e degli stereotipi sessisti
  • riconoscere ogni forma di violenza maschile contro le donne, compresa quella psicologica e economica, nonché quella subita dai minori che vi assistono (cd violenza “assistita”), ed ancora la violenza ostetrica, le molestie sessuali sui luoghi di lavoro, la violenza sul web e attraverso i social media.
  • superare una cultura giuridica che riconduce la violenza maschile sulle donne alla ‘conflittualità’ di coppia, così disconoscendo il fenomeno stesso e sminuendo la credibilità delle donne che la subiscono.
  • garantire protezione e accesso alla giustizia alle donne straniere vittime di violenza, sfruttamento sessuale e lavorativo, tratta e traffico di esseri umani, indipendentemente dalla loro posizione giuridica sul territorio italiano e dalla presentazione della denuncia, garantendo loro un permesso di soggiorno permanente, svincolato dal loro aggressore.
  • assicurare alle vittime di violenza, tratta e sfruttamento l’accesso ai servizi di protezione e supporto, quali le consulenze legali, il sostegno psicologico, l’assistenza finanziaria, l’alloggio, l’istruzione, la formazione e l’assistenza nell’inserimento lavorativo
  • garantire l’effettività del risarcimento del danno per le vittime di violenza, superando l’attuale burocratizzazione delle procedure di accesso ai fondi costituiti;
  • porre a carico dello Stato l’anticipazione di tutte le somme disposte dalla autorità giudiziaria in favore delle donne vittime di violenza sia in sede civile che in sede penale
  • ridurre i tempi della giustizia, anche mediante la previsione di corsie preferenziali tuttora carenti per i procedimenti civili e scarsamente attuate per i procedimenti penali.
  • vietare nei casi di violenza maschile contro le donne la mediazione familiare e le altre forme alternative di soluzione delle controversie, che determinano vittimizzazione secondaria per le donne e per i loro figli/e;
  • escludere espressamente l’affidamento condiviso in tutti i casi di violenza intrafamiliare e opporsi ad altre forme di affidamento che causano pregiudizio per i minori e svuotamento dei diritti economici delle donne, quali l’affidamento alternato dei figli e la conseguente perdita del diritto alla assegnazione della casa familiare, che diventa ennesimo strumento di ricatto e mantenimento della donna in una condizione di sudditanza economica nei confronti degli uomini
  • contrastare la abdicazione da parte dei giudici minorili e civili alla propria funzione  di valutazione e decisione, praticata attraverso una delega di fatto ai CTU e agli operatori dei  servizi sociali, e quindi vietare di procedere a valutazione psicologica e psicodiagnostica sulle donne vittime di violenza e sulla loro capacità genitoriale;
  • introdurre strumenti idonei ad assicurare la più rapida ed efficace protezione della donna con figli/e minorenni, quali la semplificazione delle procedure di rilascio/rinnovo dei documenti e del nullaosta al trasferimento scolastico, agevolando l’accesso ai servizi di sostegno psicologico e alle cure sanitarie;

Pratiche e Mobilitazione

  • Promuovere la diffusione dei principi ispiratori e del lavoro di elaborazione del nostro movimento in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario di Febbraio prossimo
  • Costituire un Osservatorio composto da delegazioni di tutti i “tavoli” di NUDM come strumento di accertamento e raccolta di dati informativi e di documenti utili alla elaborazione di piattaforme legislative e di lotta, oltre a strumento di elaborazione e diffusione di dati relativi alle criticità rilevate nelle prassi giudiziarie e relative a violenza agite in famiglia, nei luoghi di lavori, nelle strutture sanitarie e nei luoghi di detenzione penale e amministrativa.
  • Costituire una banca di raccolta delle sentenze in materia che consenta uno scambio continuo di competenze ed esperienze nei diversi tribunali nazionali
  • Collaborare, con le proprie competenze, alla costituzione di assemblee pubbliche di donne nei territori, utilizzando le sedi delle Associazioni già esistenti e che partecipano al progetto di “NonUnaDiMeno”, o di altri luoghi di incontro da creare insieme alle donne.

 

Report tavolo Femminismi e migrazioni (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Contributo per il piano femminista contro la violenza.

Principi:

Ci opponiamo al regime dei confini, critichiamo il sistema istituzionale d’accoglienza, rivendichiamo libertà di movimento e di soggiorno incondizionata in Europa. Ripudiamo la logica emergenziale applicata alle migrazioni; rigettiamo l’invisibilizzazione delle migranti in nome del decoro urbano e la militarizzazione delle vite di tutte e tutti. Rifiutiamo la vittimizzazione delle donne migranti. Diciamo no al lavoro gratuito per “meritarsi” il diritto di restare e a ogni forma di sfruttamento. Ci opponiamo alle espulsioni, alla detenzione, al ricatto del permesso di soggiorno; no alla selezione delle soggettività indecorose.

Rivendichiamo e risignifichiamo politicamente il diritto d’asilo per le donne che si sottraggono a ogni forma di violenza fisica, psicologica ed economica sia nei paesi di origine che di transito.  Riportiamo il discorso sulla tratta all’interno di quello sulle forme della violenza strutturale e sistemica contro le donne. Imponiamo una prospettiva femminista nell’approccio alla questione della tratta che rifiuta il predominante discorso repressivo e rifiuta di condizionare la tutela delle donne alla narrazione di sé come vittime.

Partiamo dalle nostre vite, consapevoli delle differenze di posizionamento che attraversano ognuna di noi secondo le categorie di genere, razza, classe, orientamento sessuale, identità di genere e abilità.  Combattiamo ogni forma di sessismo nei suoi intrecci con gli altri sistemi di dominio quali il razzismo, il capitalismo e la violenza patriarcale e di stato: ci opponiamo non solo al razzismo istituzionale, ma alle forme di razzismo diffuso che strutturano la società, preesistono ai movimenti migratori e dalle quali nessuna può dirsi immune. A fronte della retorica sull’integrazione che pone un binarismo gerarchico tra “noi” e “loro”, pratichiamo alleanze tra forme diverse di oppressione come abbiamo fatto per lo sciopero globale dell’otto marzo.

Obiettivi:

  • Abolizione dei decreti Minniti- Orlando e delle leggi italiane ed europee che limitano e governano mobilità delle migranti, inclusi il migration compact e gli  accordi internazionali di esternalizzazione delle frontiere
  • Abolizione del sistema della detenzione amministrativa anche tramite l’abrogazione del cosiddetto “reato di clandestinità”. Chiusura di tutti i CIE (rinominati dal nuovo decreto CPR) in quanto strutture di detenzione che limitano la libertà di movimento di tutte e tutti e che invisibilizzano e opprimono le soggettività non conformi (come le persone trans), sottoposte alla discrezionalità dei direttori delle strutture detentive, e spesso private delle cure ormonali e sottoposte a condizioni di prigionia che violano la loro dignità.
  • Permesso europeo incondizionato e illimitato slegato dal lavoro e svincolato da padri e mariti
  • Reddito di autodeterminazione slegato dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno (dialogo con tavolo lavoro)
  • Salario minimo europeo contro la segregazione lavorativa delle donne e la discriminazione salariale e sessuale fuori e dentro i luoghi di lavoro
  • Riconoscimento della casa, della residenza e del domicilio di fatto
  • Accesso incondizionato alla salute e al welfare
  • Diritto all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva per le donne migranti (dialogo con tavolo salute)
  • Riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali ottenuti nei paesi di provenienza
  • Cittadinanza e ius soli per le seconde generazioni e per chi vive sul territorio
  • Procedure semplificate, accelerate e requisiti ridotti (reddito, residenza) per l’ottenimento della cittadinanza per le donne migranti
  • Diritto al ricongiungimento con i figli presenti sul territorio
  • Presenza garantita dei sevizi di mediazione culturale e di traduzione in tutti i presidi sanitari, nei servizi sociali e nei rapporti con la pubblica amministrazione.
  • Messa in discussione e rielaborazione critica della scelta politica di distinguere nettamente il piano nazionale antiviolenza e il piano nazionale antitratta.
  • Garantire l’effettivo accesso e il riconoscimento della protezione internazionale per le donne che si sottraggono a ogni forma di violenza anche economica.
  • Riconoscere esplicitamente le donne e le soggettività non conformi come specifico “gruppo sociale” ai fini della legislazione sulla protezione internazionale
  • Praticare un approccio femminista nei percorsi dedicati sia alle vittime di tratta che alle richiedenti asilo con l’obbiettivo che l’utenza diventi agente delle strategie di fuoriuscita dalla violenza
  • Ridefinire gli strumenti di contrasto alla tratta, incluse le linee guida UNHCR per l’identificazione delle vittime, non in relazione alla coercizione o meno della volontà delle donne bensì sulla base della violenza dello sfruttamento
  • Svincolare il p.d.s. per protezione sociale (art. 18 TUIMM) dal percorso giudiziario
  • Allargare la tutela del p.d.s per le donne che subiscono qualunque forma di violenza (art. 18 bis TUIMM), anche episodica e sul posto di lavoro, svincolandolo dal percorso giudiziario/penale, e garantendone l’accesso effettivo alle donne prive di documenti sul territorio
  • Svincolare il p.d.s. per sfruttamento lavorativo (art. 22 TUIMM) dal percorso giudiziario/penale
  • Favorire i percorsi di fuoriuscita dalla violenza e dallo sfruttamento garantendo reddito di autodeterminazione, diritti e servizi
  • Messa in discussione dei canoni dell’italianità  e della “bianchezza” rileggendo, a partire dal genere, la storia coloniale italiana ed europea e mettendo in luce i rapporti tra razzializzazione, sessismo e sfruttamento.
  • Riscrivere, in quest’ottica, i programmi e i testi scolastici di ogni ordine e grado, sottolineando il ruolo della violenza sui corpi delle donne nei processi storici di colonizzazione
  • Scardinare la strumentalizzazione politica dei corpi delle donne a fini razzisti e securitari
  • Liberare gli spazi urbani dai processi di ghettizzazione coatta e di gentrificazione costruendo spazi politici condivisi e femministi.

Pratiche:

  • Co-formazione/autoformazione sui decreti Minniti/Orlando, sulle loro conseguenze sui corpi delle donne e per il tema asilo-tratta, a partire dalle pratiche delle realtà che partecipano a Non Una Di Meno, anche al fine di individuare pratiche di resistenza e disobbedienza.
  • Autoformazione critica sulle linee guida UNHCR per l’identificazione delle vittime di tratta.
  • Proposta di giornata di mobilitazione delle donne migranti e di tutte le donne sulla condizione politica specifica delle migranti, da pensarsi sul lungo periodo e coordinando sul piano nazionale il lavoro territoriale; la mobilitazione avrà tra gli obbiettivi l’abolizione dei decreti Minniti- Orlando e delle leggi italiane ed europee che limitano e governano mobilità delle migranti.
  • Proponiamo un approccio trasversale, che non settorializzi la questione migrante e affronti le rivendicazioni nel quadro globale della critica al regime dei confini e nel contesto delle lotte migranti esistenti.
  • A partire da  strumenti linguistici e di lotta volti a favorire la partecipazione delle donne migranti   progettiamo di spazi politici condivisi e femministi.
  • Continuiamo la discussione su razzismo e intersezionalità interrogandoci sul nostro posizionamento per decostruire il razzismo interiorizzato.

 

Report tavolo Percorsi di fuoriuscita dalla violenza (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

 

I centri antiviolenza, le case rifugio, le case, le associazioni, gli spazi occupati e autogestiti delle donne sono luoghi politici, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica contro la violenza maschile e patriarcale contro le donne[1].

L’autonomia e il riconoscimento di tutti questi luoghi non è garantita dalle istituzioni che sono permeate da cultura patriarcale, che non combattono la violenza ma se ne occupano con azioni di contenimento, controllo, vittimizzazione e paternalismo.

Centrale in questi luoghi è l’operatrice, figura complessa e articolata che fonda il suo operato nella pratica della relazione e nel contrasto agli stereotipi e alle discriminazioni di genere. L’operatrice, indipendentemente dal profilo professionale posseduto, ha una formazione politica e operativa femminista che tiene anche conto dei saperi intersezionali, formazione acquisita solo ed esclusivamente all’interno dei centri.

Per quanto riguarda il riconoscimento giuridico di un profilo professionale la discussione è ancora aperta e rimandiamo a tavoli tecnici e assemblee future. Siamo invece unanimemente concordi nel ritenere che, in un’ottica in cui è il centro nella sua interezza e complessità a essere riconosciuto e legittimato, le donne che vi svolgono attività, a qualunque titolo, devono avere eguale riconoscimento sia in termini economici che di autorevolezza, riconoscimento funzionale a garantire la continuità e l’adeguatezza del lavoro a vantaggio dei diritti e libertà delle donne.

La discriminante per rientrate nella cornice appena descritta è definire, per quanto complessa e variegata, una metodologia comune. La discussione del tavolo si è quindi concentrata sulla condivisione dei punti cardine dell’agire politico dei centri. Innanzitutto ci sembra fondamentale ribadire che:

Le donne che fuoriescono dalla violenza sono soggette attive non solo nella propria esperienza ma anche in quella delle altre, attraverso la costruzione di relazioni di auto mutuo aiuto, di condivisione di esperienze, nel motivare e nell’esempio concreto. Ogni percorso di fuoriuscita dalla violenza si avvia su iniziativa e scelta della donna coinvolta e ne segue le esigenze e i tempi, supportando e orientando, e mai imponendo passaggi obbligati. La relazione tra donne è in sé una pratica complessiva e articolata da mettere al centro e valorizzare, anche ribadendo la natura dei centri come luoghi in cui è determinante l’approccio indirizzato verso l’autonomia e non verso l’assistenza. Differentemente dai servizi “neutri”, tutte le donne che lavorano al CAV/CR costituiscono una equipe integrata con competenze multifattorali, che lavora in ottica condivisa, mettendo al centro il progetto della donna e la relazione con lei, basata sull’accoglienza di suoi desideri.

L’ascolto empatico e la giusta vicinanza, valutando la giusta misura della relazione, richiedono la capacità di partire da sé, di saper affrontare la violenza, riconoscere e gestire le proprie reazioni emotive. È necessario interrompere qualsiasi ricerca di una figura autoritaria che indichi cosa sia giusto fare e cosa no, lasciare spazio al racconto e ai silenzi senza interporre il proprio giudizio.

Rimandare una lettura politica della violenza che permetta alla donna di assumere consapevolezza e non sentire la propria storia come isolata dal contesto sociale violento e patriarcale in cui si trova, non significa massificarne l’esperienza e standardizzarla attraverso passaggi definiti che potrebbero eludere il vissuto stesso della donna e creare false rappresentazioni della storia di violenza. Ciò significa, che il rischio di un “uso deterministico” nel rileggere la storia di una relazione, può alimentare un’ immaginario della violenza non aderente a quella singola donna, e a quella singola storia, e pertanto può generare il pericolo di generalizzazioni distanti dalla percezione che la donna ha di sé e del maltrattante a cui è legata, rischiando quindi di consolidare un senso di inadeguatezza nella donna e di non tener adeguatamente conto della complessità della relazione tra la donna e il maltrattante che invece è uno dei punti focali dell’elaborazione della violenza.

Il rifiuto della mediazione familiare (imposto anche dalla convenzione di Istanbul), così come l’impossibilità di interlocuzione con l’uomo maltrattante, devono essere considerati tratti distintivi del nostro agire.

Rivendichiamo il posizionamento di parte a favore dei diritti delle donne quale valore discriminante della nostra pratica. Tale posizionamento non significa atteggiamento difensivo delle donne in nome di una loro supposta “minorità”, ma significa consapevolezza della dimensione sistemica della violenza contro le donne. Questo ci porta a schierarci con loro, nella consapevolezza che la supposta neutralità delle istituzioni rappresenta una perpetuazione delle situazioni di violenza contro le donne, perché oblitera la consapevolezza della disparità dei ruoli di potere tra uomini e donne nella storia e tutt’oggi.

Non è mai richiesto un compenso economico e sono garantiti anonimato e segretezza.

La formazione e ricerca di consapevolezza continue dell’operatrice, il confronto con un’equipe stabile, la supervisione e la copresenza di due operatrice nei colloqui con la donna, sono tutti elementi che contribuiscono all’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra il centro e la donna, a limitare la riproposizione di rapporti di dipendenza e permettono la messa in pratica della relazione tra donne scardinando le relazioni di potere proprie del modello patriarcale. La scelta tra la rotazione delle operatrici o la loro fissità attiene alla valutazione che ogni centro fa in base alle esigenze emerse nel corso del suo operato.

Per evitare che si creino dinamiche non trasversali all’interno del centro antiviolenza, è necessario stabilire chiaramente le specifiche funzioni delle differenti figure professionali (psicologa, avvocata, assistente sociale, ecc) che si affiancano all’operatrice.

Nella seconda parte della discussione il tavolo ha ragionato in merito alla scrittura del piano come strumento politico. Il piano che abbiamo immaginato è composto di due parti complementari e inscindibili tra loro, che tengono insieme la dimensione dell’elaborazione e quella della mobilitazione. La prima parte, il Piano Femminista contro la violenza maschile, vuole essere quindi un documento programmatico contenente tutta l’elaborazione che i tavoli stanno portando avanti; dunque un Piano in grado di proporre una lettura della violenza in termini sistemici e complessivi.

La seconda parte, il Piano Femminista d’Azione, affronta in modo più specifico la questione della violenza maschile con proposte concrete, discusse nei tavoli, che incalzino il piano nazionale antiviolenza e la sua applicazione.

Questo secondo documento nel quale saranno affrontate tutte le questioni relative ai centri antiviolenza, alla prevenzione e ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza, lo immaginiamo solo come la prima tappa della battaglia del contrasto alla violenza contro le donne, battaglia che vedrà molte altre tappe sia di elaborazione politica che di conflitto e mobilitazione.

È evidente che la posizione che il movimento Non Una di Meno prende rispetto all’interlocuzione con le istituzioni è tema complesso e spinoso. All’interno del tavolo è emersa la forte esigenza di tenere strettamente connessa la contrattazione che avverrà con del Dipartimento delle Pari Opportunità (e in generale con le istituzioni con le quali interloquiamo) con quella che verrà agita e agitata attraverso mobilitazioni a livello locale e nazionale.

La storia dei centri antiviolenza e degli spazi delle donne ci porta a sottolineare quanto le istituzioni sono per noi esclusivamente una risorsa da usare per il vantaggio delle donne, cui siamo disposte a rinunciare tutte le volte che le istituzioni usino tale vantaggio in modo ricattatorio o controllante nei confronti dei liberi percorsi delle donne. Proprio per questo abbiamo ritenuto necessario definire con chiarezza una cornice di senso teorica e metodologica condivisa sulla quale non siamo disposte a scendere a compromessi. Forti della chiarezza di questa cornice e dell’impossibilità di disgiungere il Piano dalla lotta, crediamo che l’interlocuzione con le istituzioni non è di per sè contraddittoria rispetto alla nostra pratica politica se spesa a vantaggio delle donne, ma ci costituisca come alternativa forte e autorevole.

Il nostro confronto continuo ci porta a pensare che abbiamo bisogno di parole nuove che approfondiscano e facciano incontrare le diverse esperienze e i risultati raggiunti.

Ci opponiamo a tutto quello che è imposto istituzionalmente, le donne che subiscono violenza maschile non sono né malate né problematiche quindi non devono essere sottoposte ad alcun tipo di diagnosi patologizzante. Per questo il tavolo riconferma il rifiuto del Codice Rosa in tutte le sue applicazioni –  e vi proponiamo quindi una data di mobilitazione a maggio a livello nazionale da svolgersi localmente.

Infine avendo lasciato in sospeso alcuni punti importanti da condividere e avendo il desiderio di continuare a confrontarci abbiamo deciso che il Tavolo Percorsi si rincontrerà in un momento nazionale il 27 e 28 maggio nella città di Napoli.  Invitiamo chi voglia partecipare ad essere lì con noi per avere poi nei tempi previsti un Piano Femminista che tenga conto della libertà e dell’autodeterminazione e il riconoscimento dei centri antiviolenza come luoghi politici in cui si realizza la libertà delle donne.

[1] Con donne si intende donne cisgender, transessuali e lesbiche.

REPORT TAVOLO EDUCAZIONE E FORMAZIONE (ASSEMBLEA NAZIONALE 22-23 APRILE ROMA)

PRINCIPI

Definiamo l’educazione alle differenze come uno sguardo critico e radicale sui saperi, un approccio trasversale e interdisciplinare necessario alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere, da promuovere nei diversi contesti educativi, formativi e di ricerca, formali e non.

Consideriamo l’educazione alle differenze, inoltre, in una prospettiva intersezionale e basata su principi non classisti, non sessisti, non razzisti, non fascisti, non etero-normati e aconfessionali.

Inoltre, affinché l’educazione alle differenze costituisca un reale ripensamento in ottica femminista delle prospettive educative, che vada oltre l’emergenzialità, occorre che diventi sistemica e che sia il risultato di metodi e pratiche cooperativi, orizzontali e partecipati da tutti i soggetti che vivono i contesti scolastici e universitari. Tale prospettiva si pone necessariamente in antitesi all’attuale modello educativo, parte integrante del sistema neoliberale e patriarcale che crea gerarchizzazione, esclusione e discriminazione, producendo soggetti sempre più precari e sfruttati.

A fronte della cattura neoliberale del concetto di autonomia -introdotto in ambito scolastico e universitario dalla riforma Berlinguer e portato alle estreme conseguenze dalla L.107/2015- è necessario che tutti i soggetti coinvolti tornino a determinare i processi di produzione e trasmissione di saperi, conquistino nuovo protagonismo riappropriandosi della piena facoltà di individuare bisogni e necessità della scuola e dell’università, di gestire le risorse, di progettare in cooperazione metodi e pratiche didattiche e di ricerca, di creare reti mutualistiche territoriali non basate sulla logica del mercato, con realtà autorganizzate che condividano prospettive e pratiche femministe.

Dalla riflessione sul ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori nei contesti educativi e formativi emerge come le riforme della scuola e dell’università da una parte e quelle del mercato del lavoro dall’altra abbiano usato strumentalmente la retorica della missione e del sacrificio, ponendo particolare enfasi sulle capacità relazionali e di cura, considerate tipicamente femminili, allo scopo di precarizzarci e impoverirci sempre di più.

La conseguenza macroscopica di questo modo di intendere il lavoro di insegnanti ed educatrici, come fosse la prosecuzione di un ‘naturale istinto materno’ e non una professionalità acquisita in anni di studio e formazione, è il determinarsi dell’ormai tristemente noto soffitto di cristallo, un meccanismo che vede la presenza dell’80% di forza lavoro femminile nei primi due cicli d’istruzione e una netta diminuzione della stessa nei gradi superiori (secondo ciclo e università) e nella distribuzione di ruoli di potere (prof. ordinari e rettori).

Rifiutiamo con forza la retorica della missione e del sacrificio e il carico di lavoro gratuito e la discriminazione che ne conseguono.

OBIETTIVI

  1. Finanziamento pubblico strutturale del settore dell’educazione, della formazione e della ricerca (dal nido all’università), da destinarsi nello specifico a:
  • retribuire le ore di formazione di docenti ed educatrici, sia per chi le eroga che per chi vi partecipa.
  • attivare percorsi strutturati di prevenzione e contrasto della violenza di genere con realtà territoriali, che prevedano una retribuzione adeguata per le figure coinvolte, in opposizione alla logica di bandi una tantum
  • stabilizzare insegnanti e ricercatori precari/e e adeguarne gli stipendi alla media europea
  • garantire una ricerca slegata dalle logiche di mercato e che sappia mettere al centro la qualità e le esigenze della società.
  1. Abolizione della L.107/2015 e della riforma Gelmini e apertura di un processo dal basso di scrittura delle riforme di scuola e università.
  2. Ridefinizione della centralità e dell’autonomia degli organi collegiali come luoghi privilegiati per il confronto e l’elaborazione dei percorsi formativi e didattici che veda coinvolti tutti i soggetti partecipi dei processi di formazione ed educazione.
  3. Definizione di percorsi di formazione dal basso e di autoformazione, in contrasto con il nuovo piano nazionale formazione docenti che si basino sui principi esposti e coinvolgano realtà competenti nell’elaborazione e nella realizzazione di progetti formativi orientati alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere
  4. Estensione del sistema di welfare vigente: consultori diffusi nei territori, accesso al diritto allo studio, sostegno alla genitorialità, reddito di autodeterminazione.
  5. Rimodulazione dei programmi universitari a partire dalle esigenze dei soggetti che vivono i contesti formativi, seguendo i principi esposti sopra.

PRATICHE

  • Autoformazione, ovvero l’elaborazione collettiva di percorsi formativi da attivarsi attraverso la cooperazione e il confronto tra i soggetti coinvolti nel processo di educazione e formazione a partire dai loro desideri e dalle loro necessità. Autoformazione come riappropriazione di un sapere critico non neutro e situato.
  • Realizzazione di una piattaforma digitale attraverso la quale condividere e mettere in rete materiali, esperienze e progetti frutto dell’elaborazione dei diversi tavoli di NUDM
  • Costruzione di osservatori e laboratori d’inchiesta al fine di realizzare una mappatura delle esperienze positive e di sanzionare quelle sessiste, razziste e omo-transfobiche.
  • Organizzazione di seminari tematici da portare avanti a livello nazionale e territoriale.
  • Partecipazione del corpo docente ai percorsi di autogestione e dei percorsi di lotta degli/lle studenti/esse.
  • Individuazione, sanzionamento e boicottaggio dell’editoria scolastica e universitaria sessista, razzista e omotransfobica.
  • Lancio della campagna pubblica nazionale ‘Li correggiamo noi’ relativa alla pratica didattica dell’autocorrezione dei libri di testo da promuovere nella classi
  • Costruzione di una campagna comunicativa ad apertura dell’anno 2017-2018 per una scuola e un’università non sessiste, razziste e omotransfobiche.
  • Scrittura e redazione di un vademecum informativo per socializzare pratiche e mettere a disposizione strumenti in modo tale da potenziare l’agire dei/lle singole nei territori.
  • Bilancio di genere: ripensamento dei modelli di stanziamento dei fondi costanti in prospettiva di genere e intersezionale.

 

REPORT TAVOLO DIRITTO ALLA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA (assemblea nazionale 22-23 Aprile Roma)

  1. ANALISI E PRINCIPI
  • consideriamo la salute come benessere psichico, fisico, sessuale e sociale e come espressione della libertà di scelta: la salute non è solo l’assenza della malattia.
  • I corpi e i desideri, i bisogni e le condizioni materiali d’esistenza vanno rimessi al centro per valorizzare la dimensione del piacere come cardine della salute sessuale.
  • Il Rapporto tra diritto alla salute, autodeterminazione e libertà di scelta va letto nel quadro di un progressivo smantellamento del welfare, di aziendalizzazione, privatizzazione e precarizzazione della sanità pubblica. Mettere in luce la relazione tra condizioni di lavoro degli operatori/trici e il benessere delle persone che accedono ai servizi è infatti un passo necessario per risignificare il rapporto tra i soggetti coinvolti.
  • La salute sessuale non può essere pensata solo in chiave riproduttiva e medica. La violenza istituzionalizzata agisce sui corpi e le soggettività considerati fuori dalla norma attraverso processi di patologizzazione e medicalizzazione. quindi centrale rimodulare l’universalità del diritto alla salute in senso estensivo e con attenzione alle soggettività, non solo bianche, giovani, abili ed etero; ripartire dalla trasformazione della composizione sociale, degli stili e delle condizioni di vita (soggettività lgbtqi, migranti, precarie).
  • L’autodeterminazione si afferma attraverso la riappropriazione e la condivisione di saperi e risorse su cui si fondano il potere medico e l’asimmetria tra utenti e specialisti/operatori.
  1. OBIETTIVI
  • IVG:
  • l’obiezione di coscienza nel servizio sanitario nazionale è illegittima perché lede il diritto all’autodeterminazione delle donne. Infatti l’obiezione di coscienza, in qualunque campo, costituisce un diritto all’inosservanza di un obbligo giuridico vincolante per tutti e comporta la violazione della legge, Dunque non può essere considerata un diritto da nessun ordinamento che voglia sopravvivere ed essere effettivo perché la garanzia dei diritti è costruita sulla certezza dell’adempimento degli obblighi: senza tale certezza i diritti sono lasciati alla mercé della volontà individuale. L’obiezione di coscienza alla IVG si pone come mezzo per sabotare la certezza della realizzazione del diritto della donna a interrompere la propria gravidanza, e dunque come ostacolo al diritto di autodeterminazione delle donne.
  • Il contrasto all’obiezione di coscienza deve quindi agire su un piano politico e culturale e deve essere messo in atto attraverso pratiche molteplici:
  • Campagna contro l’obiezione di coscienza (negli ospedali, nei consultori e nelle farmacie) anche attraverso l’uso di strumenti condivisi di inchiesta, informazione e agitazione (es obiezionerespinta.info come strumento comune di denuncia, mappatura e azione)
  • Azione di pressione sugli Enti Regionali, avendo questi competenza in materia di IVG e non solo (garanzia del servizio Ivg, protocolli di applicazione, formazione del personale, organizzazione del servizio, assunzione stabile del personale, sanzioni economico-amministrative per i Direttori Generali delle aziende sanitarie che non garantiscono il servizio ivg).
  • De-ospedalizzazione dell’aborto attraverso l’incremento della somministrazione della RU486, modifica del relativo protocollo di somministrazione e uniformazione dell’uso a livello nazionale: RU486 fino a 63 giorni, senza ospedalizzazione, somministrato anche dalle ostetriche nei consultori.
  • Abolizione delle sanzioni amministrative per le donne che ricorrono a aborto autoprocurato fuori dai termini di legge, perché costituiscono un ricatto e un deterrente al ricorso a cure mediche in caso di complicazioni.

VIOLENZA OSTETRICA – MEDICALIZZAZIONE – PATOLOGIZZAZIONE:

  • La violenza ostetrica deve essere riconosciuta, anche a livello giuridico, come una delle forme di violenza contro le donne che interessa la salute riproduttiva e sessuale, declinata sia nella scelta della maternità sia nel suo rifiuto (v. Statement dell’OMS del 2014)
  • la libertà di scelta della donna per quanto concerne la gravidanza e il parto va garantita mettendo in atto differenti politiche e strumenti:
    • la promozione della cultura della fisiologia della gravidanza, del parto, del puerperio e dell’allattamento attraverso l’applicazione in tutti i punti nascita di Linee Guida e protocolli Evidence Based; la diffusione di informazioni corrette; l’introduzione dell’agenda di gravidanza e del ricettario ostetrico; la formazione degli operatori/trici; la rilevazione e pubblicazione di dati statistici su indicatori di violenza ostetrica (ad es. revisione moduli CEDAP e affidamento dell’analisi dei dati all’ISS).
    • l’apertura di case maternità pubbliche gestite da ostetriche e rimborso per il parto in casa riconosciuto da SSN.
  • l’abolizione della pratica della rettificazione neonatale dei genitali per le persone intersex va perseguita in quanto pratica violenta, in un’ottica di superamento del binarismo di genere.
  • Emerge la necessità di ridefinire le procedure e il trattamento dei percorsi di transizione fuori da ogni logica patologizzante. Allo stesso tempo va garantito l’accesso alle terapie ormonali, al sostegno e alle cure per le persone trans.
  • il Diritto alla salute, anche sessuale e riproduttiva, in carcere, in luoghi di internamento e in condizioni di autonomia limitata incontra pesanti limitazioni che richiedono un piano di attivazione specifico e necessario. In particolare si pone l’urgenza di svincolare l’accesso alla copertura sanitaria dall’obbligo di residenza per i migranti senza documenti, di superare il limite dei tre mesi di presenza certificata sul territorio per accedere ai servizi sanitari.
  • il diritto all’autodeterminazione va garantito anche in caso di una scelta non riproduttiva irreversibile (es. chiusura delle tube).

CONSULTORI E CONSULTORIE:

  • I consultori vanno risignificati come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari.
  • La ri-politicizzazione del consultorio va agita attraverso forme di riappropriazione del servizio: l’apertura all’attraversamento di corpi differenti per età, cultura, provenienza, desideri, abilità; il riconoscimento dei saperi transfemministi, prodotti e incarnati dai soggetti.
  • Le consultorie sono spazi di sperimentazione, autoinchiesta, mutualismo e ridefinizione di welfare fondamentali da diffondere per ripensare e ricostruire processi di circolarità tra nuove esperienze di autogestione e forme di riappropriazione dei servizi.
  • La riqualificazione dei consultori pubblici si attua anche con:
    • l’assunzione di personale stabile con differenti competenze e professionalità (es. mediatori linguistici e culturali), in numero tale da garantire la presenza di èquipe multidisciplinari  complete in ciascun consultorio.
    • Il potenziamento e rifinanziamento della rete nazionale dei consultori nel rispetto del rapporto tra numero di consultori e numero di abitanti.
    • l’apertura dei consultori in diverse fasce orarie per garantire l’accesso a tutte le tipologie di utenti e poter espletare le attività di prevenzione secondo il modello dell’offerta attiva (POMI 2000) nel territorio.
  • I consultori pubblici devono assolvere al compito di garantire l’accesso alla contraccezione gratuita; all’informazione e alla prevenzione delle Malattie Sessualmente Trasmissibili, dentro e fuori i consultori; ai servizi e l’offerta per le sessualità e le pratiche non riproduttive.

FORMAZIONE:

  • il terreno della formazione universitaria e del personale già operativo si rileva di particolare importanza e mette in evidenza l’utilità di un confronto anche con il tavolo formazione su questo tema.
  • Emerge la necessità di produrre e rimettere al centro saperi e approcci transfemministi, a partire dai quali orientare e contaminare i percorsi di formazione istituzionali. Altrettanto importante è, quindi, aprire terreni di conflitto sul sapere biomedico e sulle sue modalità di trasmissione.
  • l’educazione sessuale nelle scuole, nel rispetto delle differenze, va finalmente garantita (punto da articolare anche in relazione al tavolo formazione).
  • Va promossa dentro e fuori dai consultori una differente cultura del corpo attraverso percorsi di autoformazione e di consapevolezza a partire dal proprio piacere e dalla salute sessuale.
  • Ridefinire la formazione mettendo al centro l’autoderminazione dei soggetti significa mettere in crisi il potere medico. Contrastare il monopolio dei saperi e la loro gerarchizzazione, quindi, passa anche attraverso una ripoliticizzazione del rapporto tra utenti e operatori che rompa l’asimmetria e il meccanismo della delega.
  1. PRATICHE
  • assumiamo il 28 Settembre, giornata di azione internazionale sul tema dell’aborto rilanciata da NI UNA MENOS Argentina, come giornata di azioni territoriali e dislocate sul tema dell’autodeterminazione, della libertà di scelta e dell’accesso all’aborto.