Appello Non Una Di Meno – 23 novembre, manifestazione nazionale a Roma : Contro la vostra violenza, la nostra rivolta!

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Il prossimo 23 novembre la marea femminista e transfemminista tornerà a inondare le strade di Roma contro la violenza che segna le nostre vite e diventa sistema!

In tutto il mondo le donne sono in rivolta contro la violenza patriarcale, razzista, istituzionale, ambientale ed economica. In Sud America, in Medio Oriente, In Asia, in Africa, in Europa le donne e le persone lgbtqipa+ stanno affermando chiaramente che nessun processo di democratizzazione e liberazione è possibile senza trasformazione radicale dell’esistente. In Cile, in Messico, in Ecuador, in Argentina, in Brasile, le donne lottano contro la violenza patriarcale e economica che attacca i corpi e l’ambiente.

Le donne curde stanno difendendo e portando avanti un processo rivoluzionario femminista, ecologista e democratico e combattono per la liberazione da ogni fondamentalismo e contro l’autoritarismo turco. Il 23 novembre ci uniremo a queste sollevazioni globali, dalle quali traiamo forza e convinzione!

Abbiamo disvelato la natura strutturale e politica della violenza maschile, che agisce sulle donne e sulle soggettività lgbtqipa+. A quattro anni dall’esplosione del movimento femminista è il momento di affermare, a partire dalle lotte, dalle pratiche, dalla solidarietà femminista, rivendicazioni chiare e non negoziabili su cui vogliamo risposte.

Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner, e continuano le violenze omolesbotransfobiche. Sono i giornali a valutare quale dei tanti femminicidi debba essere raccontato e come. Quello del “gigante buono” – come nel caso di Elisa Pomarelli – o quello di chi “se l’è cercata”. Quello della vittima dell’invasore nero o del raptus di gelosia, nel caso si tratti di un marito italiano.

Noi invece sappiamo che la violenza può colpire chiunque di noi e che non ha passaporto, colore né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa. È la storia di tante donne e di persone non conformi al modello patriarcale che ogni giorno si ribellano a molestie, stalking, violenza domestica, psicologica, sessuale ma trovano ulteriore violenza nei tribunali.

È tempo di dire basta alla Giustizia Patriarcale: se in Parlamento la Pas (sindrome da alienazione parentale) finisce nel cassetto insieme al Ddl Pillon, nelle cause di divorzio è sempre più frequente il suo utilizzo per giustificare l’allontanamento dei minori dalle madri, diventando così uno strumento punitivo per le donne che si separano e un deterrente alla denuncia per le donne che subiscono violenza domestica. Vogliamo la Pas fuori dai tribunali!

Il Codice Rosso ha già fallito confermandosi una mera operazione propagandistica: è necessario riconoscere le donne come soggetto attivo e intervenire efficacemente prima e non dopo che la violenza o il femminicidio si compiono.

Per questo il lavoro dei centri antiviolenza femministi va riconosciuto, garantito e valorizzato perché siamo stanche di finire sul banco degli imputati o ricordate in maniera strumentale in qualche pessimo articolo di giornale. Gli spazi femministi sono invece sotto attacco in tutto il Paese e le risorse per le realtà che sostengono le donne che resistono alla violenza sono sempre più vincolate e carenti. Difendiamo e moltiplichiamo gli spazi femministi e transfemmninisti, come Lucha y Siesta, le case delle donne e tutti gli spazi di autodeterminazione sotto minaccia di sgombero!

L’indipendenza economica è la condizione fondamentale per affrancarsi dalla violenza, per essere libere di scegliere: le molestie e gli abusi si riproducono in condizioni di minaccia e di ricatto, nella vergogna e nella solitudine, ma ancora permane il limite di un anno di tempo entro cui denunciare. Questo limite è un’arma in mano a molestatori e stupratori.

Vogliamo essere liber* dalla povertà, dallo sfruttamento, dal rischio di licenziamento o del mancato rinnovo di contratto e dei documenti di soggiorno. In un paese in cui solo una donna su due lavora, la maternità può costarti il posto di lavoro e la disparità salariale è un dato di fatto, non serve la propaganda, ci vogliono atti concreti: vogliamo un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione svincolato dalla famiglia e dai documenti di soggiorno, congedi di maternità, paternità e parentali di uguale durata e retribuiti per entrambi i genitori.

Se scegliere di fare un figlio non è semplice, non lo è nemmeno non farlo: obiezione di coscienza dilagante e smantellamento del welfare ostacolano la nostra autodeterminazione psicologica, sessuale e riproduttiva. Riprendiamoci i consultori pubblici e rompiamo il monopolio degli obiettori sulle nostre scelte: vogliamo educazione sessuale per conoscere, educazione al rispetto di generi e orientamenti sessuali, spazi per condividere, contraccezione gratuita per proteggerci, la pillola abortiva senza ricovero e fino a 12 settimane per decidere. Vogliamo servizi socio-sanitari pubblici e laici che garantiscano la salute e la libera scelta di tutte e tuttu.

L’Italia è il paese in Europa con il più alto numero di uccisioni di persone trans ‒ spesso donne trans, migranti e sex workers. La presa di parola delle persone trans e lgbtqiap+ contro la violenza di genere e dei generi è un fiume che ingrossa e rafforza la marea femminista e transfemminista che si riverserà a Roma il 22 novembre con la Trans Freedom March: l’autodeterminazione non ha confini!

La guerra contro le persone migranti sta raggiungendo intensità senza precedenti, non soltanto nel Mediterraneo, e colpisce soprattutto le donne facendo dello stupro un’arma di soggezione. Vogliamo fermare la violenza degli accordi che esternalizzano le frontiere, disseminando Europa, Mediterraneo e Nord Africa di lager del XXI secolo. Vogliamo essere liber* di muoverci attraverso i confini e di restare se lo vogliamo. vogliamo l’abrogazione dei decreti sicurezza che criminalizzano la migrazione, la solidarietà e il dissenso, di tutte le leggi che legano il permesso di soggiorno al lavoro o alla famiglia e di quelle che alimentano il razzismo negando la cittadinanza a chi è nat* o cresciut* in Italia. Un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, asilo e cittadinanza sono i soli strumenti possibili contro violenza e sfruttamento. Reclamiamo l’accesso al welfare per tutt* contro la distruzione dello Stato sociale che anno dopo anno taglia risorse mentre aumenta la spesa militare.

La lotta femminista e transfemminista crea resistenza e alternativa nella costruzione di legami e intrecci attraverso la riappropriazione dello sciopero come pratica di conflitto come processo di trasformazione dell’esistente che opponga la cura, l’autodeterminazione e l’equità sociale allo sfruttamento dei corpi e dell’ambiente.

Scendiamo in piazza il 23 Novembre anche per tutte quelle donne e quelle persone che vedono limitata la propria libertà. Le donne e le persone trans detenute, le persone sottoposte a misure restrittive o confinate all’interno di strutture psichiatriche che le sottopongono a misure di contenimento inappropriate e violente.

Il 23 Novembre saremo a Roma, saremo insieme, porteremo in piazza i nostri corpi e le nostre relazioni, quelle che costruiscono la discontinuità che nessun governo può garantirci, quelle che uniscono le vite di milioni di donne e soggettività lgbtqiap+ in tutto il mondo. Il 24 novembre ci incontreremo in assemblea nazionale verso lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo. Di fronte alla violenza di questa società non facciamo un passo indietro: noi siamo rivolta!

CONTATTI

Info logistiche 23 e 24 novembre, assemblea nazionale 

23-24N Info logistiche Manifestazione e Assemblea Nazionale 2019

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In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la marea transfemminista di Non una di meno torna in piazza!

📌23 NOVEMBRE – MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE E DI GENERE ore 14.00 da Piazza della Repubblica

Contro la vostra violenza, saremo rivolta!

📌24 NOVEMBRE – ASSEMBLEA NAZIONALE A ROMA ore 10.00 presso Nuovo Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti 9A

All’indomani della manifestazione che ci vedrà insieme a Roma, è convocata per il 24 novembre l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno verso lo sciopero del prossimo 8 marzo 2020.

A breve il testo di convocazione. More info soon, stay tuned…

Manifesti da stampare

🚐PULLMAN IN PARTENZA DALLE CITTA’

Cerca la tua città e chiedi info per venire in pullman a Roma

🔴 Bergamo
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🔴 Bologna
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🔴 Brescia
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🔴 Firenze
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🔴 La Spezia
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🔴 Padova
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🔴 Perugia
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🔴 Piacenza
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🔴 Ravenna https://www.facebook.com/events/562913870919490/

🔴 Reggio Emilia
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🔴 Terni
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🔴 Venezia e Treviso
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CONTATTI

Non Una di Meno verso il 23N: Chiamata per Artist@ e Cospiratrici

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23 Novembre, Roma, ore 14:00 @Piazza della Repubblica

Siamo le attiviste di Non Una di Meno, il movimento transfemminista che combatte la violenza maschile, razzista, economica e ambientale.

Il 23 novembre inonderemo le strade di Roma e vorremmo averti con noi.

Perché le tue performances, le tue immagini, la tua musica e le tue parole raccontano di donne che vogliono trasformare il mondo, di corpi desideranti che si ribellano alla misoginia, al razzismo e al ricatto della povertà.

Perché ogni rivolta ha bisogno di corpi, suoni, immagini e parole.

Ti invitiamo a unirti a noi, come puoi:

– vieni in corteo
– usa i microfoni di Non Una di Meno
– sostieni #NonUnadiMeno sui social con un post
– diffondi un’immagine del pugno di fuoco o il pañuelo fucsia, simboli del movimento.

Da oggi al 23 novembre e all’infinito, respiriamo/cospiriamo insieme.

Che la rivolta abbia inizio!

#NonUnadiMeno

CONTATTI

*Foto di Vittorio Giannitelli per DinamoPress

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LA VIOLENZA È SISTEMICA E MULTIFORME E UNA DI QUESTE FORME È QUELLA DI STATO

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La violenza delle armi e il tentativo di distruzione del più grande laboratorio di Resistenza al patriarcato, esperienza fondata sul rispetto delle diversità sociali e culturali, sull’autogestione, sull’economia sociale, sulla partecipazione di tutte le comunità della regione in chiave femminista ed ecologista.

La violenza delle armi e la cancellazione delle reti di mutualismo senza confini, la colonizzazione delle risorse naturali,  il ricatto delle e dei profughi come chiave di creazione perpetua della fabbrica permanente della paura.

La violenza che supera le geografie e si compatta nell’attacco alle libertà.

La violenza e le sue coperture, quelle della narrazione tossica delle denunce general generiche che si nutrono di retorica ipocrita, quelle delle analisi miopi e immemori, quelle della solidarietà tutta chiacchiere e distintivo, quelle dei proclami con le committenze militari in aumento esponenziale.

Quella del Governo e del Parlamento italiano che, a parole, dicono di volere fermare le armi e, nella pratica, sono perfetti complici di un genocidio in diretta mondiale.

Quella che non ricorda l’accordo del 2016 tra UE e Turchia: un ricatto bilaterale che prevede finanziamenti alla Turchia pari a 6 miliardi di euro per il contenimento delle profughe/i impedendo loro di accedere alla rotta balcanica e raggiungere l’Europa.

Quella che omette la grande esercitazione aerea Anatolian Eagle 2019 a cui hanno partecipato i cacciabombardieri AMX del 51° Stormo dell’Aeronautica Militare di Istrana (Treviso).

Quella che non racconta, l’addestramento delle forze armate, l’intensificazione tra l’Italia e la Turchia del numero delle esercitazioni aeree, terrestri e navali, le visite ufficiali di ministri, sottosegretari e alti comandanti delle forze armate, le attività di formazione di personale turco nelle accademie di guerra e nei reparti d’élite di mezza Italia e, finanche, la “vendita” delle unità navali dismesse, la partecipazione del Ministro della Difesa appena lo scorso 2 maggio 2019 alla fiera internazionale dell’Industria e della Difesa che si tiene a Istanbul con cadenza biennale.

Quella che nasconde la formazione-addestramento delle unità turche, il progetto biennale di “rafforzamento della capacità istituzionale del Comando Generale della Gendarmeria turca in materia di gestione dell’ordine pubblico e controllo della folla”, conclusosi nel febbraio 2019 presso il CoESPU (il Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità dell’Arma dei Carabinieri) con sede presso la caserma “Chinotto” di Vicenza.    Quella che finanzia un progetto indirizzato alla famigerata polizia militare turca: oltre 1.400 gendarmi sono stati addestrati in operazioni antisommossa dai Carabinieri sia in Italia che in Turchia, con particolare enfasi al “controllo in aree rurali manipolate da elementi terroristici” su decisione dell’Unione Europea.

Quella delle partnership commerciali Italia-Turchia che fa accumulare profitti all’industria bellica italiana: negli ultimi 4 anni, il Ministero degli Esteri italiano ha autorizzato l’esportazione di 890 milioni di armi in Turchia, 360 solo nel 2018, rendendo l’Italia il terzo Paese al mondo per esportazioni di armi in Turchia, il tutto nell’ambito di un generale incremento delle autorizzazioni del governo italiano per il commercio di armi verso Paesi in guerra e/o dittature.

Quella di una legge, la 185/1990 che prevede il divieto di export di armi ai Paesi in conflitto ma, seppure legge dello Stato, viene deliberatamente non applicata e sostituita con i teatrini delle promesse futuribili.

Quella di Active Fence, missione Nato inaugurata a giugno 2016, prorogata dal Parlamento italiano nel luglio 2019 sino al 31 dicembre 2019, finalizzata alla  protezione dello spazio aereo turco con la batteria di missili ASTER SAMP, 130 soldati e veicoli logistici a supporto dell’alleato turco, in quanto “sotto minaccia”. Missione il cui fabbisogno finanziario per l’anno 2018 è stato pari a 8.438.295 euro e per l’anno 2019, come riportato nel Dpp (Documento Programmatico Pluriennale) Difesa, è pari a 12.756.907 euro.

Quella del Presidente del Consiglio che lo scorso 11 ottobre, in pieno attacco della Turchia, ha promesso di aumentare di 7 miliardi di euro all’anno la spesa militare per la Nato.

Quella violenza nascosta del doppio gioco ipocrita che appena lo scorso 11 ottobre ha portato il Presidente della Nato, Stoltenberg, a evidenziare l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia» e il Ministro degli Esteri Çavuşoğlu a ringraziare in particolare l’Italia che, dal giugno 2016, ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia.

Quella violenza che non conosce pudore e negli stessi giorni del conflitto si prepara a spedire da Roma il cannone marca Rheinmetall, capace di sparare  600 colpi al minuto.

Quella del grande gioiello italiano nell’offensiva della Turchia in Siria: gli elicotteri da combattimento costruiti in Turchia ma creazioni del Made in Italy, versione avanzata dell’Agusta A129, ovvero i Mangusta, prodotti da Leonardo, azienda a capitale pubblico per il 33 per cento. Piccoli, veloci, robusti, zeppi di apparati hi-tech in grado di scoprire gli obiettivi con un radar e un sistema ad infrarossi a cui non sfugge nulla, neppure di notte, nemmeno nei boschi. Finmeccanica ha ottenuto un miliardo e 79 milioni soltanto per la licenza, l’assistenza e i prototipi.

La violenza camuffata di un Paese, l’Italia, che sposta altrove le responsabilità per assolvere se stessa e tenta di rimandare ancora una volta il momento collettivo in cui sarà chiaro a tutt* che è un Paese con la mani sporche di sangue e una colonia che scodinzola alle potenze imperialiste, arrivando a sacrificare risorse pubbliche e istituzionalizzare lo smantellamento dello Stato sociale a tutto vantaggio dello Stato servo militare .

Ipocrisia e doppio gioco di un Paese in cui i partiti di Governo si dissociano da se stessi e vestono i panni dell’opposizione, tentando di dare una verniciata alle proprie responsabilità politiche,   invece che assumerne di reali e attuali, ivi compresi il sequestro militare delle spiagge in Sardegna e il MUOS in Sicilia.

Contro questa ipocrisia, oggi, Non Una di Meno prende posizione e denuncia le responsabilità del Governo, del Parlamento italiano e del sistema bancario e commerciale che fa profitti con le armi.

Lo fa per mettere in pratica Tolhildan, che in curdo significa vendetta, laddove vendetta significa “costruire il mondo per il quale le compagne e i compagni rivoluzionari hanno lottato fino all’ultimo giorno”.

Un mondo dove le spese militari non possano crescere senza misura mentre Stato sociale, ospedali, centri antiviolenza subiscono un progressivo smantellamento.

Un mondo dove le donne in lotta possano riscrivere la Storia e cancellare la violenza patriarcale, costruendo un cambio di sistema che si fondi sul rispetto della terra, dei corpi, e quindi sulla natura e i suoi cicli.

La rivoluzione in Rojava è la nostra rivoluzione, l’attacco alla libertà del Rojava è un attacco anche alle nostre libertà e alla nostra capacità di farci “marea in movimento”, la lotta delle combattenti curde contro le bande fasciste dello stato islamico è la nostra lotta contro il patriarcato e la violenza sistemica sulle donne e le soggettività LGBTQIA+’.”

Per Hevrin, uccisa, lapidata, vilipesa e usata come simbolo della rivalsa patriarcale, per Zain morta in combattimento, per Orso, che voleva diventare goccia nella tempesta, per tutte le donne in lotta in ogni parte del mondo noi oggi siamo Tolhildan e denunciamo l’ipocrisia e il doppio gioco dell’Italia.

A Napoli abbiamo invaso le strade con la potenza di un corteo selvaggio al grido Le donne in lotta scrivono la storia, con il Rojava fino alla vittoria.

La marea ha rotto gli argini del patriarcato e si è fatta rivolta e oggi chiama alla mobilitazione permanente e alla partecipazione ai due grandi cortei a Milano il 26 ottobre e a Roma il 1 novembre per urlare tutt* insieme Jin, Jïyan, Azadi – Donna, Vita, Libertà e per denunciare le responsabilità italiane, pubbliche, economiche e industriali Made in Italy.

Tracce Assemblea Nazionale Napoli 19/20 ottobre 2019: Tavoli

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Tavolo 1
“Libere/u dalla violenza ambientale: ecologia e transfemminismo”

Le mobilitazioni degli ultimi anni femministe, transfemministe ed ecologiste e di difesa della terra hanno ribaltato l’agenda politica: quelle che fino a ieri erano state considerate appendici accessorie oggi ci danno una prospettiva chiara sul rapporto tra capitalismo, patriarcato, estrattivismo e colonialismo. Ribaltando il paradigma essenzialista che vuole le donne legate alla Terra e a chi la abita per il solo lavoro riproduttivo e di cura, oggi crediamo sia fondamentale risignificare l’intersezione tra la questione ecologica e i femminismi per attaccare al cuore il patriarcato e il capitalismo. La lotta transfemminista ha bisogno di assumersi come imprescindibile alleata la lotta contro la violenza ambientale; la lotta contro la violenza ambientale è transfemminista o non è. Crediamo inoltre che quella climatica sia ormai un’emergenza a livello globale, ma è ugualmente fondamentale ridare protagonismo alle lotte sui nostri territori, alle resistenze troppo spesso isolate e taciute.
Vorremmo concentrarci sulle seguenti questioni:
– “Si scrive antropocene si legge capitalocene”. Svelare la natura mistificatoria del concetto antropocene, che non può essere ridotto ad una narrazione depoliticizzata in cui sembra che l’intera umanità imprima la stessa pressione nel distruggere l’ecosistema; il nostro pensiero e le nostre pratiche trasformative partono dalla lettura dell’insostenibilità del capitalismo.

– Qual è il ruolo delle donne, dei corpi femminilizzati, degli animali e della terra nella riproduzione sociale? Come spezziamo la catena di produzione e riproduzione del sistema capitalista? Quali le alleanze possibili per farlo? Come impostare la questione dei consumi in una prospettiva che non sia solo sul piano della scelta individuale, ma in una lotta politica collettiva e anticapitalista sostenibile?

– Il ciclo del profitto, dalla produzione all’estrazione, segnano in modo diverso alcuni corpi e alcuni territori considerati solo come risorse da sfruttare, seguendo le linee tracciate dalla povertà, dal genere e dal colonialismo; è per questo che la nostra lotta parte dai territori e assume una prospettiva transnazionale, allo stesso tempo transfemminista e antirazzista.

-Come costruire materialmente la trama che lega le lotte in difesa del territorio e i percorsi di resistenza, dal Sud Italia all’Amazzonia proprio a partire dai percorsi di una nuova soggettivazione politica?

– In questi anni di lotta nei comitati, anche attraverso la vulnerabilità dei nostri corpi davanti alla devastazione ambientale, abbiamo dovuto costruire con l’esperienza un discorso che lega i nostri corpi al territorio che ci circonda. Come sviluppare un’idea per rideclinare il tema della salute in una prospettiva non solo individuale, ma collettiva? Come ribaltiamo il paradigma della bonifica come militarizzazione e piano di governo dei corpi, imponendo ancora una volta la nostra lotta per l’autodeterminazione?

– Assumiamo la lotta antispecista come questione politica di uscita dall’antropocentrismo e di lotta al capitale. Come rompere la logica della centralità della natura umana?

– Quali le pratiche e quali le contraddizioni dei movimenti? Fridaysforfuture Italia, in seguito alla sua seconda assemblea nazionale, ha dichiarato il quarto sciopero globale per il 29 novembre. Che rapporti già abbiamo o possiamo allacciare con le assemblee locali di FFF? Tra 23 e 29 novembre su quali prospettive di interrelazione possiamo lavorare?

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Tavolo 2
AUTODETERMINAZIONE TRANSFEMMINISTA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E DEI GENERI

L’ondata di Non una di meno si sprigiona come resistenza e azione contro i molteplici aspetti della violenza di genere e dei generi. Oggi, dopo anni dall’inizio delle prime mobilitazioni siamo ancora in guerra, ancora sotto attacco: lo dicono i dati sui femminicidi, sugli omicidi di matrice trans fobica, sulle violenze intrafamiliari, su quelle occasionali, a cui si aggiunge la violenza sui corpi e la loro autodeterminazione (194, obiezione, violenza ostetrica, patologizzazione delle persone trans e non binarie), la violenza mediatica e delle istituzioni…etc.

In questi anni abbiamo sviluppato un’analisi della violenza come strutturale e sistemica, politica e sociale. Abbiamo dedicato altrettanta energia a riconoscere gli strumenti che in tutto il mondo sono continuamente prodotti per resistere a tutto questo a partire dalla pratica dell’autodeterminazione.

Oggi pensiamo sia il momento -non solo- di difenderci con ancora più potenza dagli attacchi ai nostri corpi, alle nostre esistenze e ai nostri spazi (centri antiviolenza, case rifugio, case delle donne, consultori e consultorie, ecc.) ma di sferrare un’offensiva capace di mettere in circolo la nostra potenza sovversiva e che parta dall’agitazione permanente per rilanciare una rivolta transfemminista!

La lotta contro il ddl Pillon non è archiviata, la storia di Lucha y Siesta non è ancora scritta, le violenze prodotte dai tribunali e dalle procure con PAS e codice rosso continuano a seminare disperazione e sopraffazione. La pratica della rettificazione neonatale dei genitali per le persone intersex è ancora diffusa. L’inizio dei percorsi di transizione passa ancora per procedure patologizzanti, per non parlare del fatto che l’accesso ai trattamenti ormonali e’ sempre piu’ complesso. Non intendiamo fare un passo indietro, aspettare un ulteriore attacco, piangere un’altr* uccis*.

Riteniamo che tutti i luoghi dove iniziano e si svolgono percorsi di fuoriuscita dalla violenza siano luoghi sovversivi, di messa in discussione del sistema e per questo motivo sotto attacco diretto o indiretto ad esempio sottraendo risorse o destinandole a servizi “neutri” oppure lasciando i posti letto nelle case rifugio molto al di sotto dei parametri previsti dalla convenzione di Istanbul mentre le case rifugio per persone trans sono talmente rare da essere considerate eccezioni.
-Quali campagne, azioni, scioperi, mobilitazioni, boicottaggi, e pratiche di lotta incisiva intendiamo portare avanti per liberarci dalla violenza patriarcale e dalla logica binaria?

-Come sprigioniamo la potenza sovversiva degli spazi transfemministi e creiamo meccanismi di moltiplicazione ?

-Come difendiamo i nostri spazi e come intessiamo solidarietà attive trans territoriali in grado di non lasciare solo alcun nodo di fronte agli attacchi?

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Tavolo 3

Sguardi intersezionali, strumenti e pratiche collettive transfemministe di lotta e di mutualismo.

La prospettiva intersezionale è fondamentale nell’articolare la lotta femminista e transfemminista e disarticolare il nesso tra ristrutturazione capitalistica e neoliberale e la violenza di e dei generi. Siamo consapevoli che senza una lente che riveli l’intreccio tra classe, genere e razza non si possa sovvertire il sistema attuale. Le lotte delle donne e delle soggettività LGBTQI+, che come NUDM abbiamo attraversato, ci mostrano come questa trama di oppressioni si concretizzi nella razzializzazione e genderizzazione delle nostre vite. Proponiamo che questo spazio metta al centro della riflessione, alla luce delle elaborazioni presenti nel piano, le questioni di classe e razza riuscendo a riconoscere privilegi e bisogni per individuare pratiche di lotta capaci di garantire materialmente l’autonomia e l’autodeterminazione di cui parliamo.

– In che modo in questa fase di riorganizzazione si articolano i dispositivi di frammentazione, disoccupazione forzata, precarietà e flessibilità obbligata?

– Che impatto ha sulle nostre vite la femminilizzazione del lavoro? Nella privazione della redistribuzione della ricchezza che produciamo, in che modo ci riappropriamo dei nostri tempi, dei nostri bisogni e dei nostri desideri?

– Il reddito di cittadinanza introdotto dal precedente governo si presenta come una misura tutt’altro che inclusiva e universale, ma al contrario binaria, razzista e familista.

-Di quali strumenti ci dotiamo per arrivare al reddito che noi definiamo di autodeterminazione, incondizionato e universale, slegato dalla prestazione lavorativa, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno?

– Come sfuggire al dispositivo di workfare e mettere al centro un welfare accessibile e gratuito per tutt* e come costruiamo reti di mutualismo e nuove infrastrutture sociali comunitarie capaci di dare risposta alle nostre esigenze?

– Espulsioni, ghettizzazioni, detenzioni e razzismo istituzionale criminalizzano le soggettività migrant*, trans e non conformi. Partendo dal riconoscimento delle soggettività a cui è negato l’accesso allo spazio pubblico, come lottiamo insieme contro il razzismo, la violenza dei confini, l’inagibilità dei corpi e la limitazione delle libertà?

– Abbiamo più volte messo al centro il mutualismo e la solidarietà fuori e dentro i posti di lavoro contro ritorsioni, ricatti, molestie, discriminazioni e per la fuoriuscita dalla violenza di ogni genere. Attraverso lo sciopero inteso come processo il movimento di Non Una di Meno è stato capace di connettere ambiti che lo sciopero classico; lascia separati e incapaci di comunicare, come fortifichiamo le nostre relazioni e tessiamo reti capaci di rendere ancora più temibile la marea?

APPELLO DI CONVOCAZIONE – ASSEMBLEA NAZIONALE NUDM NAPOLI 19/20.10.2019

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ROMPERE GLI ARGINI DEL PATRIARCATO, TRAVOLGERE TUTTO!

Di fronte ai numerosi proclami di discontinuità, i fatti dicono che la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere e dei generi continuano ad agire a tutti i livelli della società. Stupri, femminicidi e aggressioni di ogni tipo contro le donne e le persone LGTBQIPA+ non solo crescono di intensità, ma spesso sono anche legittimati nel discorso pubblico e politico, che giustificano la violenza e colpevolizzano chi la subisce. Quello che è successo con la morte di Elisa a Piacenza e la riabilitazione del suo assassino sulla stampa è inaccettabile e stabilisce una volta di più la necessità e l’urgenza della nostra lotta femminista e transfemminista. In questi anni abbiamo avuto la capacità di modificare i termini del discorso sulla violenza maschile e di genere, la forza di mostrare che è una violenza sociale che deve essere combattuta globalmente. Questa battaglia non può fermarsi: per questo Non Una Di Meno chiama ancora una volta a raccolta tutte le energie che è stata capace di innescare e far esplodere in questi anni di mobilitazione contro la violenza patriarcale che uccide, opprime, impoverisce.

Il 19 e 20 Ottobre ci incontreremo a Napoli, una sfida importante che per la prima volta riunisce a Sud il nostro movimento. Sotto il Vesuvio portiamo una forza globale. Attraverso lo sciopero abbiamo costruito connessioni tra soggetti e terreni di iniziativa che lo sciopero “classico” lascia separati e incapaci di comunicare, dimostrando che è possibile organizzarsi e ribellarsi contro il silenzio e la violenza attraverso una grande potenza collettiva e intersezionale. Lo abbiamo detto a Torino e lo ribadiamo, lo sciopero è un processo che, partendo dalla sua dimensione transnazionale, è capace di innescare movimenti di soggettivazione espansivi, tessendo la ragnatela femminista e transfemminista sui territori e permettendoci di rifiutare tutti i giorni violenza, sfruttamento e oppressione. Anche a Napoli porteremo la capacità e l’ambizione di creare collegamenti attraverso una prospettiva femminista e transnazionale contro il patriarcato, il razzismo e lo sfruttamento neoliberale. A Napoli questa esperienza, a cui abbiamo dato il nome di agitazione permanente, dovrà ancora condensarsi nell’elaborazione e nell’agire collettivo di una nuova stagione di lotta.

Questa lotta dovrà continuare sotto il segno della piena autonomia del nostro movimento dalle istituzioni, da partiti e sindacati, senza zone d’ombra e ambivalenza. Lo ribadiamo alla luce di questo nuovo avvicendamento di forze governative perché non crediamo che la proclamata discontinuità con il precedente esecutivo sia all’altezza delle questioni strutturali e radicali che noi poniamo. L’unica vera discontinuità è quella che noi pretendiamo e pratichiamo lottando per una trasformazione radicale della società globale che si alimenta della violenza maschile e di genere.

Sappiamo di dover riconoscere alcuni cambiamenti: si è infatti chiusa la fase più spettacolarmente reazionaria della destra sovranista al governo e della sua guerra dichiarata contro le donne, le persone razzializzate e migranti, le persone LGTBQIPA+ e le loro lotte. Questo però non stabilisce un cambio di rotta: ciò che abbiamo davanti è il tentativo di utilizzare le tematiche femministe e di genere per verniciare di rosa politiche patriarcali, razziste e neoliberali. È vero che è stato messo da parte, anche se non ancora ritirato, il ddl Pillon, ma mentre si parla di attribuire alla prole il doppio cognome si prepara una riforma strutturale del diritto di famiglia che rischia ancora una volta di trasformare la libertà delle donne e delle persone LGTBQIPA+ in un terreno di negoziazione e scambio tra partiti che non siamo disposte ad accettare. Le Ong non sono costrette a restare in mare per giorni e giorni, ma le due leggi sicurezza patrocinate da Salvini sono ancora in vigore e nuove politiche di rimpatrio sono state decretate, con l’effetto di intensificare l’esposizione dei migranti e delle donne in particolare alla violenza e allo sfruttamento. La precarietà resta all’ordine del giorno, sostenuta dai continui proclami sui tagli ai costi del lavoro, mentre il reddito di cittadinanza non ha fatto che aggravare l’obbligo di accettare qualsiasi condizione di sfruttamento. A questa discontinuità non crederemo mai e non abbiamo alcuna intenzione di legittimare un uso strumentale delle nostre rivendicazioni.

Quello che accade in Italia è parte di un processo globale e globale è la risposta politica femminista e transfemminista. Le mobilitazioni in America Latina per la libertà di aborto, quelle in Nordafrica, in Palestina e in Arabia Saudita contro la violenza patriarcale sono il segno che la marea continua a crescere. Le mobilitazioni planetarie di Friday for Future mostrano che la scommessa femminista sullo sciopero è espansiva e capace di produrre un protagonismo di massa. Il 19 e 20 Ottobre a Napoli vogliamo perciò rilanciare un’iniziativa in cui la lotta contro la violenza maschile e di genere sia anche lotta contro il neoliberismo, il razzismo e contro la violenza ambientale. Sarà l’occasione per riarticolare nuove forme di autodeterminazione per un modello di vita non capitalista, libere dallo sfruttamento e dal colonialismo delle risorse, per rilanciare la difesa e la moltiplicazione degli spazi di iniziativa politica femminista e transfemminista e i percorsi di fuoriuscita dalla violenza, per discutere di come la violenza patriarcale e quella razzista riorganizzano il mercato del lavoro e in che modo intrecciare le lotte di donne, persone LGBTQIPA+, razzializzate e migranti per migliorare le condizioni di vita di tutte e tuttu, per andare oltre l’agitazione permanente, praticare discontinuità e alzare il livello della nostra iniziativa fino a inondare nuovamente le strade di Roma il 23 Novembre.

Noi ripartiamo da Verona, dalla marea femminista e transfemminista che dopo lo sciopero dell’8 marzo ha inondato le strade con un corteo oceanico reagendo alla violenza del Word Congress of Families. Ripartiamo dalle riflessioni condivise a Torino nella nostra ultima assemblea nazionale, su cui abbiamo deciso di sedimentare il farsi collettivo delle nostre pratiche femministe. Ci muove l’esigenza di intensificare la comunicazione tra i nostri mille modi di praticare il femminismo e il transfemminismo, agitazione permanente, sciopero sui singoli territori, e che Napoli offra l’occasione per creare una maggiore aderenza, contaminare e disseminare i territori e modulare le nostre pratiche di trasformazione della società. Vogliamo decidere insieme cosa rilanciare, in quali direzioni e con quali obiettivi muoverci per rendere ancora più temibile la marea femminista.

Strettamente connessi tra loro e che rappresentano la sfida altissima con cui non possiamo non confrontarci, vogliamo ragionare sulle pratiche possibili da mettere in campo e su quelle già in sperimentazione:

➡ Libere/u dalla violenza ambientale: ecologia e transfemminismo

➡ Pratiche di autodifesa transfemminista e autonomia del movimento

➡ Sguardi intersezionali, strumenti e pratiche collettive transfemministe di lotta e di mutualismo.

➡ Analisi di fase plenaria del movimento e del contesto attuale

➡ Organizzazione verso la marea del 23 Novembre

Saranno questi i punti su cui ci vogliamo confrontare per rompere gli argini del patriarcato e travolgere tutto!

La rivoluzione sarà transfemminista o non sarà.
Ancora e sempre saremo marea!
Vi aspettiamo a Napoli!
Non Una di Meno.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO 2019 A TORINO GRUPPI DI LAVORO SUL MOVIMENTO TRANSNAZIONALE

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Non Una di Meno nasce fin da subito come movimento transnazionale che ha il rifiuto della violenza strutturale come suo elemento catalizzatore. Per tanto, le riflessioni fatte in questa assemblea sono da considerare un momento di crescita e avanzamento nell’analisi e nelle pratiche piuttosto che come discussioni dall’intento fondativo.

La necessità di incrementare le relazioni a livello transnazionale nasce dal riconoscimento di una fase di attacco globale alla vita e alla libertà di donne, soggettività lgbtq* e migranti, che necessita una risposta globale. Dal momento che le forme con cui si attua la violenza patriarcale travalicano i confini nazionali, è solo con una prospettiva globale che possiamo comprenderne appieno la sistematicità e avere più strumenti per combatterla anche nelle sue manifestazioni locali.

La sfida di attraversare la dimensione globale del nostro movimento ci impone innanzitutto di metterci in discussione: dobbiamo partire dal riconoscere che Non Una di Meno è un movimento nato in un paese europeo, prevalentemente bianco, con un portato coloniale che non è possibile tralasciare. Questo posizionamento richiede che ci interroghiamo sul nostro privilegio, su come decostruirlo, su come evitare in ogni modo di imporre un paradigma di femminismo universalista e di assumere atteggiamenti paternalistici.

In questo processo svolge un ruolo importante la riflessione sul linguaggio: dobbiamo partire dalla consapevolezza che non sempre i linguaggi usati sono comuni a contesti diversi e porci l’obiettivo di condividere idee e progetti senza farci limitare dalle differenti definizioni che utilizziamo. Le nostre relazioni possono partire non tanto dall’identificazione nella medesima posizione di soggetti oppressi, ma dalla condivisione di lotte comuni.

Il lavoro sul movimento transnazionale può essere un’ulteriore occasione per praticare l’intersezionalità, che non vogliamo intendere solo come una sommatoria di diversi assi di oppressione ma che vogliamo costruire e riaffermare costantemente in un processo che parta necessariamente dal sé. Per fare questo è imprescindibile riconoscere la centralità della questione del potere che attraversa anche noi e il nostro relazionarci con altre persone e movimenti.

Il nostro obiettivo è superare il racconto delle diverse esperienze, la coalizione di più lotte locali per avviare percorsi condivisi che vivano sia sul livello dell’individuazione dei nemici comuni e della decostruzione dell’esistente sia su quello della costruzione di campagne e pratiche comuni. In questi anni di movimento transnazionale, uno delle pratiche che abbiamo già condiviso, in modo molto diffuso a livello globale, è stato lo sciopero femminista dell’8 marzo, da alcune considerato un elemento caratterizzante di questo movimento.

A questo scopo, non ci sembra utile stabilire a priori con chi relazionarci ma siamo consapevoli della necessità di preservarci dal rischio di strumentalizzazioni da parte di “femminismi” liberali e elitari e riteniamo fondamentale mantenere come caratterizzante la dimensione di rottura e incompatibilità con il sistema sociale attuale. Non Una di Meno si definisce come movimento femminista, antirazzista, antifascista, anticapitalista autoorganizzato: partiamo da questo posizionamento senza tuttavia pretendere che questi debbano essere i termini esatti con cui si definiscono tutte le realtà con cui entriamo in contatto.

Sono stati suggeriti alcuni temi che potrebbero essere discussi per costruire campagne comuni (salute e aborto, lotta all’eteronormatività, ambiente e difesa dei territori, contrasto alle violenze di genere, formazione, migrazioni e confini, antimilitarismo, antispecismo, etc) ma anche su questo è stata espressa la necessità che ci sia un confronto transnazionale precedente all’assemblea.

Abbiamo riconosciuto nell’assemblea di Verona Città Transfemminista un primo passo importante in questo percorso, pur individuandone molti limiti, tra tutti quello di essere stata di fatto un’assemblea nazionale con inviti transnazionali. Per costruire una vera assemblea transnazionale è invece imprescindibile condividere fin da subito il percorso di costruzione della stessa a livello transnazionale.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO 2019: GRUPPI DI LAVORO SULLO SCIOPERO

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Lo sciopero transfemminista è un processo che travalica la giornata dell’8M. Considerare lo sciopero come un processo significa partire dalla sua dimensione transnazionale, che permette di mettere in connessione le specifiche situazioni territoriali oltre i confini degli Stati nazione, e dalla sua capacità di innescare movimenti di soggettivazione e trasformazione che vanno al di là dei collettivi e le forme organizzative preesistenti, in un movimento che aspira a essere espansivo. Lo sciopero è una pratica centrale che ci rende parte di quel movimento transnazionale, ci permette di dare concretezza alla prospettiva intersezionale che consideriamo fondamentale per la nostra iniziativa politica.

Parlare di sciopero come processo significa insistere sulla continuità della sua costruzione sui territori, sul fatto che è importante accumulare attraverso lo sciopero la forza per rifiutare tutti i giorni le condizioni di violenza, sfruttamento e oppressione, di genere e razzista, mettendo in questione della loro produzione e riproduzione.

Pensare lo sciopero come processo significa anche pensare il rapporto tra la sua dimensione politica, sociale o vertenziale. Queste tre dimensioni devono essere connesse alla cornice politica nella quale agiamo, che parte dalla lotta contro la violenza maschile e di genere, e devono potersi rafforzare a vicenda.

Lo sciopero femminista ha carattere politico perché considera la violenza come sistemica e mostra in che modo questa coinvolge tutti gli aspetti della società. È sociale, perché ci permette di andare oltre i confini del lavoro produttivo e coinvolgere quello riproduttivo, anche se quando parliamo di riproduzione non stiamo parlando solo di quest’ultimo, ma dei rapporti di potere, delle gerarchie e dei ruoli di genere, dei privilegi, del razzismo e di ogni forma di oppressione che sostiene la produzione di questa società. All’interno dello sciopero femminista hanno preso parola vertenze specifiche: gli esempi che sono stati fatti sono quelli di Italpizza, delle insegnanti in lotta, delle operatrici dell’accoglienza e assistenti sociali lavoratrici e lavoratori dei consultori il cui sciopero ha imposto di ripensare la relazione con i cosiddetti utenti.

Rispetto a queste vertenze, NUDM non deve assumere una funzione concertativa, ma di collegamento con la sua prospettiva femminista e transnazionale, mostrando i nessi politici tra di esse, e la lotta contro patriarcato, razzismo, sfruttamento neoliberale. Lo sciopero femminista, in questo senso, a partire dalle lotte deve cercare di offrire una risposta politica a fronte delle violenze gravi e puntuali che si manifestano in tutti i territori.

In questo senso lo sciopero femminista come sciopero politico e sociale è anche il punto di partenza per rapportarsi con istituzioni e sindacati ed è espressione di un’autonomia che NUDM deve mantenere di fronte a ogni possibile strumentalizzazione da parte di sindacati e partiti.

Il rapporto con i sindacati è importante per la costruzione dello sciopero, non solo per via della convocazione, che finora è stata fatta solo da alcuni sindacati, ma anche per avere la possibilità di accedere nei luoghi di lavoro, facendo assemblee, portando avanti pratiche di inchiesta e autoinchiesta. Tuttavia, il rapporto con i sindacati non deve essere pensato come l’unico strumento, come se a loro delegassimo il compito di organizzare lo sciopero produttivo. Questo è un lavoro che NUDM può fare costruendo un rapporto diretto con le lavoratrici, le RSU, le iscritte di base, perché aprano contraddizioni all’interno delle strutture sindacali. Questo tipo di lavoro non può ridursi ai due mesi precedenti lo sciopero, e richiede di tenere conto dei diversi rapporti di forza con il sindacato che variano di situazione in situazione e di territorio in territorio.

Tutta questa riflessione serve a continuare a pensare lo sciopero come processo, per allargarlo, per intensificare la sua forza. Ci sono una serie di impegni programmatici venuti fuori da tutti i gruppi. Tra questi, quello di “fare spazio”, riconoscendo la centralità delle lotte delle persone LGBT*QIA+ e delle e dei migranti e chi quotidianamente subisce e combatte il razzismo. Queste lotte quotidiane sono il punto di partenza che ci impone di chiederci come dare efficacia allo sciopero dei e dai generi e come declinare i nostri linguaggi in modo tale da rendere efficace la nostra comunicazione politica, sapendo che anche le azioni che facciamo sono una parte del nostro linguaggio e della nostra comunicazione.

Il prossimo 8 marzo cadrà di domenica e questo pone la questione di come organizzarci. Non pensiamo di poter decidere in questa assemblea, a prescindere dal processo che avrà luogo sul piano transnazionale, ma diverse ipotesi sono state messe in campo.

– La prima è quella di concentrasi sulla giornata di domenica.

– La seconda è di fare lo sciopero il venerdì e poi estendere la mobilitazione a sabato e domenica.

– La terza è di fare lo sciopero lunedì cominciando la mobilitazione la domenica (lanciando lo sciopero con un’acampada).

– Alcune infine hanno chiesto di non farlo la domenica ma solo il venerdì o il lunedì.

Attorno a queste ipotesi non c’è stato accordo ma sono state avanzate diverse considerazioni: in generale, c’è accordo nel considerare che la domenica è una giornata che permetterebbe di valorizzare la dimensione del lavoro riproduttivo, domestico e di cura, anche salariato e di praticare quello dei consumi. Altre, ancora, che altre categorie sarebbero penalizzate (pubblici e mondo della formazione). Alcune, sostengono che sarebbe l’occasione di dare visibilità a particolari categorie di lavoro, come quella dei commerciali costretti a lavorare anche la domenica. Altre fanno obiezione proprio sul fatto che lo sciopero femminista avrebbe il compito di connettere lavoro produttivo e riproduttivo, non distinguerli con “giornate dedicate”. Nessun accordo nemmeno sull’acampada. Si tratta di questioni che sono sul tavolo e delle quali sarebbe opportuno discutere nei prossimi mesi e in una prossima assemblea nazionale.

Nel quadro dello sciopero dai consumi, è stata avanzata la proposta di abbracciare la campagna BDS contro il Pinkwashing israeliano come campagna collettiva.

È stata sottolineata l’importanza di pensare lo sciopero femminista anche come uno strumento di lotta che può andare oltre l’8 marzo, diventando la risposta alle aggressioni patriarcali e razziste. La nostra iniziativa parte dal Piano Femminista che deve essere messo in movimento e praticato alla luce delle urgenze del presente e dell’intensificazione della violenza che combattiamo. In questo modo lo sciopero come processo può essere lo spazio per continuare a produrre una presa di parola collettiva e globale contro la violenza.