Non una di meno: per noi anche i muri della città parlano

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Impegnate insieme ad altre centinaia di donne nella costruzione dello sciopero dell’8 marzo a Roma, e poi nel proseguire il percorso di mobilitazione contro la violenza di genere che da mesi agita la parola d’ordine NON UNA DI MENO sulle pagine di tutti i giornali e nelle piazze, ci era sfuggito un appuntamento di cui abbiamo appreso recentemente l’esistenza. https://www.facebook.com/events/308939856175599/

https://www.facebook.com/events/835896609881547/ (i 2 eventi fb della stessa iniziativa).
Questo appuntamento usa i colori, il nome, le parole, il percorso di non una di meno più come un brand che come una reale presa di parola sul tema della violenza sui corpi delle donne .

Eppure, benchè i riferimenti a NON UNA DI MENO siano più che espliciti, nessuna comunicazione è giunta né attraverso la pagina facebook, nè tantomeno nelle assemblee e nelle numerose iniziative pubbliche che hanno preparato lo sciopero dell’8 marzo, su cui però si ha la pretesa di aprire il confronto…

Si gioca sull’equivoco insomma, si parla dello sciopero, di violenza di genere, si lancia come evento copromosso da NON UNA DI MENO … ma non lo si dice a NON UNA DI MENO. A proposito di meccanismi di esclusione, prevaricazione, uso strumentale delle donne… non una di meno è un percorso aperto e pubblico proprio per questo non accetta appropriazioni.
L’iniziativa è presentata come un giorno di attivismo per la ripulitura del murale contro i femminicidi in via dei sardi. Opera meritoria, senz’altro, ma quel murale rappresenta un atto di denuncia, non di decoro urbano. Sovrapporre i due piani è quanto di meno opportuno si possa fare perché confonde la sostanza con la forma, laddove proprio la logica del decoro è troppo spesso rivolta come un atto d’accusa contro le donne vittime di violenza.
La street art è un’arte, per definizione, non semplicemente decorativa, esposta al sentimento e all’usura del tempo, ai cambiamenti che avvengono nella società. Il murale di via dei sardi racconta una ferita aperta e bruciante, è un atto di denuncia delle donne di Roma che a nostro avviso è svilente e fuorviante utilizzare come mero esercizio di igiene urbana.
Inoltre, si è aperta una fase nuova finalmente. Non vogliamo più contare solo le vittime ma vogliamo riaffermare la nostra forza. È tempo di restituire sui muri della città il segno di questa forza e di quell’autonomia che rivendichiamo. e non lo farà qualcuno al nostro posto, lo faremo noi tutte, NON UNA DI MENO… stay tuned!

The inappropriate weapon of feminist strike

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Roma

The images from Italy and from the entire world should not leave any doubt about how successful was the global women’s strike. But demonstrations are not the only way to have a clear picture about it: the partial data we refer to are showing a participation of 24% of dependent workers (we are using the data from Di Vico’s article on Corriere della Sera, although he is not clear enough on his references). This was happening while the CGIL (the main Italian Trade Union) was calling for assemblies in the workplace, in open antagonism with the strike. We should add data that are not observable or detectable, about the participation of casual workers, free-lances, volunteers and non-regular workers.

Over the last decades the right to strike has been denied to a growingly wider range of workers. Therefore this instrument of struggle has lost meaning and effectiveness, the global women’s strike has given it new significance, bringing its original strength back. The general strike, denied by the unions, has been practiced in every corner of the country to make political and practical issues central again, and not at all symbolic, if with the word symbolic we mean testimonial and abstract.

The struggle against gender violence is a struggle for autonomy, for minimum wage, for an income of self-determination, for equal pay. Through striking, we want to raise the issue of care work (unpaid or underpaid) that is carried out mainly by women, and the need for new welfare that should be inclusive, open and guaranteed. The freedom to choose about our lives without encountering ideological or material obstacles. Striking, we talk about a kind of knowledge that is not a neutral object, but that so far has been against women, about stereotypes and pre-established roles, about narratives and dangerous removals.

The battle to take back the strike was fought in every workplace, every school, every company. The hundreds of emails to NON UNA DI MENO, which were asking how to strike, indicate the will and the difficulty to exercise a constitutional right that for too long has been in the hands of trade union secretariats more than in the hands of female and male workers. Despite all this, workers caught the opportunity to cross their arms together, all around the world, exercising a radical and concrete form of struggle.

We believe, therefore, that those unions, as CGIL and FIOM, were wrong to not catch this opportunity, and on the contrary try to get rid off it, if not openly fight against this possibility; they did not want to seize the symbolic and political push and recognize the women’s battle as common and material one.
It is remarkable that, from the silence registered on November 27th – the day after the huge national demonstration against male violence on women – today we witness a chorus of disapproval. From important editorialists to the Education Minister Fedeli, we can definitely say that the “inappropriate weapon” of a feminist strike has been hurting a lot. For the newspaper Corriere della Sera we should spend our time mending. Becoming thus new good Penelopes “keepers of the West” which are threatened by the new “Proci” (suitors of Penelope). Too bad that it is precisely this West, made of Grosse Koalitionen, neoliberalism, new patriarchal and racist government, neo-Nazism, that is producing our subordination, our exclusion, the conditions of violence, exploitation, and poverty which are increasingly harder and harder.

The call, to which we responded on March 8th in more than fifty countries of the world, tells us to recognize ourselves as something different; something that goes beyond borders, genders, races. Women became the main actor of a shout of redemption: women’s lives matter and they shall not be put at your service.

To strike was not a mistake. Now we are stronger and we can return to write our feminist plan against violence on women. The appointment is for the next national assembly the 22nd to 23rd of April in Rome. Were we wrong for asking for bread, besides roses? Certainly not. And we will continue to do so.

Non Una di Meno Roma

Con lo sciopero l’8 marzo è tornata una giornata di lotta

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.
Questo slogan è risuonato ieri nelle piazze di 55 paesi in tutto il mondo. Migliaia di donne, insieme, hanno scioperato, manifestato e dimostrato la loro forza.
Lo abbiamo detto e lo abbiamo fatto. A dispetto di chi non ci credeva, di chi ci ha ostacolato e di chi ci ha sottovalutato.

Dalle manifestazioni dell’autunno in Italia alle marce contro Trump negli USA, dallo sciopero delle donne polacche alle manifestazioni contro la violenza in Argentina, le donne di tutto il mondo hanno recuperato il valore rivoluzionario della giornata dell’8 marzo. Perché l’8 marzo non è una giornata di festa ma una giornata di lotta.

In un mondo in cui le donne subiscono ogni forma di violenza, da quella fisica a quella economica, da quella ostetrica a quella sul posto di lavoro, ci siamo riappropriate dello strumento più potente che abbiamo: lo sciopero. Attraverso lo sciopero abbiamo rimesso al centro dell’attenzione di tutti il lavoro delle donne, a casa come sul luogo di lavoro. A chi ci ha detto che lo sciopero non è lo strumento adatto, che è simbolico e che non ci appartiene, rispondiamo che le donne da sempre hanno usato questo strumento. Dal 1975 in Islanda ad oggi, lo abbiamo recuperato. Le critiche, forse, sono dettate dalla paura di vivere un giorno senza le donne. Lo sciopero è lo strumento che ci ha permesso di unire tutte le rivendicazioni in una sola, grande, globale giornata di lotta.

Inoltre quest’anno la giornata internazionale della donna ha assunto un carattere globale inedito. Solo la determinazione delle donne è stata capace di reinventarsi e di organizzare uno sciopero globale. Invadere le strade di tutto il mondo, unite dalle stesse parole d’ordine. In un mondo che impone sempre più aspramente la chiusura delle frontiere abbiamo dimostrato che la determinazione delle donne supera i confini.

La cronaca della giornata è cominciata in Australia (mentre per noi era ancora martedì 7 Marzo), dove le lavoratrici degli asili nido hanno smesso di lavorare alle 15:20, ora in cui a causa della disparità salariale avrebbero iniziato a lavorare gratis. Sono state organizzate iniziative in tutto il sud-est asiatico, dall’Indonesia al Giappone. Le donne sono scese in piazza a Mosca, Varsavia, Istanbul. A Buenos Aires decine di migliaia di donne hanno marciato contro la violenza maschile sulle donne. E proprio dall’Argentina era partito l’appello per uno sciopero internazionale l’otto marzo, unite nello slogan #NiUnaMenos. Negli Stati Uniti a partire dalle proteste contro la sfrontata misoginia di Trump, migliaia di donne hanno invaso le strade delle principali città statunitensi. A Roma, una giornata intera di sciopero. Chiusi molti asili e scuole, sciopero dei trasporti, diverse iniziative la mattina per poi convergere tutte nel corteo serale che ha sfilato per il centro della capitale. Dal sostegno alle lavoratrici di Almaviva, al ministero dell’istruzione, dall’università alla regione. Da Sidney a Montevideo, da Mosca a New York, abbiamo fermato il mondo intero con uno Sciopero Globale delle Donne.

A dispetto delle critiche che lo sciopero ha ricevuto, degli arresti (a New York) e delle cariche ( a Napoli), i giornali non hanno potuto nascondere dietro la solita retorica della Festa della Donna, le rivendicazioni che le donne hanno fatto emergere ieri. Tuttavia non è mancato il tentativo di nascondere la portata della giornata di ieri, di ridurla a una notizia da raccolta fotografica (addirittura dopo la notizia della presenza di Berlusconi in un McDonald). Questo dimostra che, oggi come in passato, “una giornata senza di noi” fa paura.

Siamo scese in piazza ieri rispondendo alla chiamata internazionale per uno sciopero contro la violenza maschile sulle donne. A partire dalla riscrittura di un piano femminista antiviolenza rivendichiamo i diritti delle donne. Il diritto a una sanità accessibile che garantisca l’aborto gratuito e sicuro per tutte. Il diritto a un welfare basato sui diritti delle donne, che le renda indipendenti dalla violenza economica che siamo costrette a subire. Il diritto alla giusta retribuzione del lavoro, per combattere la disparità salariale. Il diritto a un’istruzione senza stereotipi di genere. Il diritto a essere donne, lesbiche, trans senza nessuna discriminazione. Il diritto a vivere in un mondo senza frontiere.

La giornata del 26 Novembre e la giornata dell’8 marzo lo dimostrano.
Un nuovo movimento femminista è iniziato

di Degender Communia
da Communianet.org

 

L’ARMA IMPROPRIA DELLO SCIOPERO FEMMINISTA

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Le immagini delle piazze italiane e di tutto il mondo non dovrebbero lasciare dubbi sul successo dello sciopero globale delle donne. Ma le enormi manifestazioni di piazza non bastano a rappresentarlo: i dati, ancora parzialissimi (non sappiamo infatti a quali dati faccia riferimento di vico sul corriere), parlano di un’adesione delle lavoratrici Inps del 24%, ad esempio, questo mentre contemporaneamente la Cgil indiceva assemblee sui luoghi di lavoro, in aperto antagonismo con lo sciopero. A ciò andrebbe aggiunto il dato, non rilevato né rilevabile, dell’adesione nel mondo del lavoro autonomo, precario, gratuito e nero. Uno strumento di lotta svuotato di senso e efficacia dal venire meno di un diritto per una fascia sempre più estesa di lavoratrici e lavoratori è stato, infatti, risignificato e riconsegnato alla sua originaria forza. Lo sciopero generale, negato dai sindacati confederali, è stato praticato in ogni angolo del paese per mettere al centro temi tanto politici quanto concreti, nient’affatto simbolici, se per simbolico si intende testimoniale e astratto. La lotta alla violenza di genere è lotta per l’autonomia, per il salario minimo e per il reddito di autodeterminazione, per la parità salariale. Scioperando vogliamo porre il problema del lavoro di cura (gratuito o sottopagato) che ricade sulle donne; della necessità di un nuovo welfare includente, aperto e garantito. Della libertà di scegliere delle nostre vite senza incontrare ostacoli ideologici o materiali. Scioperando parliamo di un sapere che non è un oggetto neutro ma finora è stato contro le donne; di stereotipi e ruoli prestabiliti; di narrazioni e rimozioni pericolose.

La battaglia per riprenderci lo sciopero si è combattuta su ogni posto di lavoro, in ogni scuola, dentro ogni azienda. Centinaia le email giunte a NON UNA DI MENO per sapere come scioperare testimoniano la volontà e insieme la difficoltà di esercitare un diritto costituzionale da troppo tempo appannaggio delle segreterie sindacali più che delle lavoratrici e dei lavoratori. Malgrado ciò, l’occasione di incrociare le braccia tutte insieme in tutto il mondo, di esercitare quindi una forma radicale e concreta di lotta, è stata pienamente raccolta.

Crediamo dunque che l’errore sia stato di quei sindacati, come la Cgil e la Fiom, che non hanno colto questa occasione, anzi l’hanno liquidata, se non combattuta, come possibilità; non hanno voluto cogliere la spinta ideale e politica, constatare il riconoscimento delle donne in una battaglia comune e materialissima.

È significativo che al silenzio registrato il 27 novembre, all’indomani della enorme manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne, oggi si sostituisca un coro di disapprovazione. Da autorevoli editorialisti fino alla ministra Fedeli, l’”arma impropria” dello sciopero femminista ha fatto molto male, evidentemente. Dovremmo dedicarci al rammendo, secondo il Corriere della sera. Farci dunque, da brave Penelopi, “custodi dell’Occidente” minacciato da nuovi Proci. Peccato che sia proprio l’“Occidente” delle Grosse Koalitionen, del neoliberismo che si fa governo patriarcale e razzista, dei neo-nazismi, quello che produce la nostra subalternità, la nostra esclusione, le condizioni di una violenza, di uno sfruttamento, di una povertà sempre più duri.

L’appello a cui abbiamo risposto l’8 marzo in più di cinquanta paesi del mondo è a riconoscersi in altro, in qualcosa che va aldilà dei confini, dei generi, delle razze. Le donne si sono fatte le interpreti principali di un grido di riscatto: le nostre vite valgono e non le mettiamo al vostro servizio.

Scioperare non è stato dunque, un errore. Ora torniamo più forti di prima a lavorare al Piano femminista contro la violenza sulle donne. L’appuntamento è per l’assemblea nazionale dei tavoli di lavoro in programma per il 22-23 aprile a Roma. Abbiamo sbagliato a chiedere il pane, oltre le rose? Siamo certe di no. E continueremo a farlo.

Non Una di Meno Roma

Lotto marzo sciopero globale delle donne non una di meno – Lettera alla ministra Fedeli

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Egregia Ministra Valeria Fedeli,
nella giornata di oggi, milioni di donne di oltre cinquanta Paesi del mondo stanno
scioperando contro la violenza maschile. Come saprà, nel nostro Paese, si conta (Istat
2014) che circa 6,8 milioni di donne hanno subito violenze maschili almeno una volta
nella loro vita. Converrà con noi che si tratta di un dato allarmante, che contrasta con
quella facile retorica di chi, in questi anni, ha sostenuto un presunto raggiungimento di
una definitiva emancipazione femminile dalle più arcaiche condizioni di dominio.
Contrariamente a questa rappresentazione, abbiamo invece scoperto sulla nostra pelle
che nella contemporaneità la violenza si presenta in molteplici forme. Si tratta, dunque, di
una vera e propria “violenza sistemica”, che pervade ogni campo dell’esistente, una
violenza che attraversa la società tutta, dalla famiglia, alla scuola, al lavoro, alla sanità.
È per questo motivo che abbiamo deciso che fosse giunto il momento di rompere con la
consumata ritualità della “festa della donna”, scegliendo invece lo sciopero come
strumento della nostra lotta. La violenza maschile sulle donne non vive soltanto nelle
mura domestiche e nella vita privata; al contrario si alimenta della precarietà che
caratterizza il lavoro contemporaneo, in modo particolare quello delle donne, le quali,
sottoposte al ricatto della differenza salariale, alle dimissioni in bianco, al peso
riproduttivo, faticano doppiamente a sottrarsi da legami o relazioni violente.
Ci rivolgiamo a Lei per segnalarle che oggi anche tutto il mondo della scuola ha
incrociato le braccia, è sceso in piazza, ha riconvertito in quest’ultima settimana la
didattica aprendola alle tematiche di genere.
Siamo insegnanti precarie e di ruolo, siamo personale ATA, collaboratrici ed
esternalizzate, educatrici, mamme, studentesse, ricercatrici; siamo quelle che la scuola la
fanno ogni giorno e siamo anche parte di quella marea che ha già invaso le strade di
Roma lo scorso 26 novembre.
Ma ci teniamo a dirle che siamo anche quelle che hanno già manifestato chiaramente la
propria contrarietà alla legge 107, i cui effetti hanno prodotto un peggioramento
notevole delle nostre condizioni lavorative e di vita e un pesante arretramento della
qualità dell’insegnamento e quindi del diritto all’istruzione delle studentesse e degli
studenti dal nido all’università. Due esempi del fallimento dell’ultima riforma della scuola,
per noi emblematici perché riguardanti il mondo studentesco e il corpo docente, sono
l’alternanza scuola-lavoro e il concorso a cattedra.
L’alternanza scuola-lavoro che dovrebbe fornire, oltre alle conoscenze di base, quelle
competenze necessarie a inserirsi nel mercato del lavoro, si sta traducendo nella
diffusione di forme di lavoro gratuito assolutamente prive di tutele accompagnate da
discutibili piani formativi. L’accordo tra Miur e McDonald’s è esemplare in tal senso.
Il concorso docenti si è rivelato un fallimento da tutti i punti di vista: procedure fumose,
prove di selezione discutibili, lunghissimi tempi di valutazione delle prove scritte e
soprattutto migliaia di cattedre rimaste vacanti. Le/i docenti non ammesse/i rischiano di
essere espulse/i definitivamente dal mondo della scuola per effetto dell’applicazione
della sentenza europea che vieta la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i
36 mesi.
Il Concorso, da strumento di reclutamento potenzialmente atto a ridurre l’incidenza dei
precari, viene trasformato in una macchina in grado di moltiplicare le divisioni e la
competizione e di tagliare fuori dal mondo della scuola i/le precari/e.
In queste ultime settimane il Suo ministero è impegnato a discutere i decreti delegati,
che finiranno per inasprire ulteriormente alcuni tratti già contenuti nella “Buona Scuola”.
Nella giornata dell’8 Marzo, giornata dello sciopero globale delle donne, ci troviamo in
presidio di fronte al MIUR perché vogliamo il ritiro immediato dei Decreti Delegati e un
reale processo di stabilizzazione di tutte e tutti le/i docenti precari/e, entrambe
condizioni imprescindibili perché si realizzi l’educazione alle differenze nelle scuole.
Egregia Ministra, l’educazione alle differenze per noi non è una “materia”, non è un
progetto realizzato una tantum da associazioni esterne alla scuola e nemmeno l’addizione
ai programmi di studio del contributo delle donne intese come appendice al sapere
dominante. L’educazione alle differenze è un approccio trasversale capace di riconoscere
le radici socio-culturali delle diseguaglianze tra maschile e femminile e di decostruire i
rapporti di potere con l’obiettivo di trasformare la cultura sessista. È un processo che
deve iniziare al nido e proseguire fino all’università, diventare sistemico e strutturale
divenendo patrimonio della cultura educativa su scala nazionale.
Per fare questo è cruciale garantire la continuità didattica e non l’intermittenza
contrattuale, un contesto lavorativo cooperativo e non competitivo e la valorizzazione
dell’autoformazione dei e delle docenti come pratica che parta dai bisogni, dai saperi e
dalle esperienze e che generi rielaborazione consapevole delle conoscenze formali e
informali, individuali e di gruppo.
Nella giornata di oggi milioni di donne in tutto il mondo si fermano per contrastare la
cultura sessista e la violenza di genere che questa produce. La scuola ha un ruolo
determinante in questa lotta, Le chiediamo delle risposte immediate ai nodi
fondamentali esposti nella lettera.
Se le nostre vite non valgono, allora scioperiamo!

LottoMarzo

Decine di migliaia di donne in tutta Italia, e molte di più nel mondo, si sono riversate nelle piazze e hanno preso parte allo sciopero globale contro la violenza sulle donne.

La mobilitazione che in Italia è partita con la costruzione del corteo del 26 novembre non si ferma qua!

L’otto marzo a Roma… Verso il corteo delle 17.00 a Colosseo

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Centinaia di donne hanno riempito le piazze degli appuntamenti mattutini previsti a Roma per lo sciopero globale. Sotto la sede della Regione Lazio la Piazza dal titolo “libere di scegliere, pronte a reagire!” ha visto convergere le vertenze delle operatrici socio-sanitarie del privato convenzionato e delle esternalizzate della sanità pubblica, i centri antiviolenza e tutte le rivendicazioni che riguardano la salute, l’autodeterminazione e la libertà di scelta.
Una delegazione di NON UNA DI MENO è stata ricevuta da rappresentanti delle cabine di regia della salute e contro la violenza sulle donne, dalla consigliera Marta Bonafoni, dalla segreteria dell’assessora al lavoro e alle pari opportunità Lucia Valente.
L’incontro è stato l’occasione per aprire un primo confronto sui temi della tutela dei diritti del lavoro in ambito sanitario, salute e centri antiviolenza. La richiesta della delegazione è stata quella di aprire tavoli specifici in cui approfondire le questioni accennate e aprire un’interlocuzione nel merito delle diverse istanze presentate.
Per il 24 e il 27 marzo verranno calendarizzati i tavoli per quanto riguarda i temi della salute e dei centri antiviolenza.

L’ultimo appuntamento della giornata dello sciopero sarà per il corteo cittadino che partirà alle ore 17 dal Colosseo.

8# Manifesto dell’INTERNATIONAL WOMEN’S STRIKE

#8M MANIFESTO

INTERNATIONAL WOMEN’S STRIKE

Oggi, 8 Marzo, noi donne ci uniamo negli spazi pubblici dei nostri paesi e delle nostre città in uno Sciopero Internazionale delle Donne. Ci opponiamo alla misoginia, alla xenophobia, alla transfobia, al razzismo e ai femminicidi, che stanno aumentando, a livello internazionale.

Da secoli, e ancor più forte negli ultimi mesi, alziamo le nostre voci in coro per dichiarare un forte NO a questi sistemi di oppressione e violenza. Abbiamo ricevuto insulti e umiliazioni da parte dei nostri governi e di chi li supporta. Oggi, 8 marzo 2017, è ora di dire basta.

Siamo coscienti che non tutte possiamo scioperare oggi, non tutte possiamo camminare libere per le strade a protestare. Alcune di noi non possono nemmeno camminare per strada senza essere accompagnate da un uomo. Care sorelle, non temete, siamo al vostro fianco e alziamo le nostre voci in protesta anche a nome vostro.

Siamo le donne di 55 paesi unite in questo sciopero internazionale che è composto non solo da migliaia di organizzazioni femministe ma in gran parte da movimenti locali e da donne singole. Lo Sciopero Internazionale delle Donne è stato creato per TUTTE le donne e OGNI donna ne fa parte.

Oggi, unite dalla volontà di ottenere quello che meritiamo nelle nostre vite di esseri umani e per le nostre figlie, sorelle e amiche, continuiamo in questo 21esimo secolo il lavoro che le nostre nonne iniziarono tra il 19esimo e il 20esimo secolo per ottenere il diritto al voto, allo studio, il diritto di divorziare, di scegliere la professione che desideriamo, di andare in bicicletta o guidare. Ancora oggi in questo secolo troppe di noi vedono negate il proprio diritto all’istruzione o alla terra solo perchè siamo nate donne. Il nostro lavoro di cura (letteralmente il lavoro che facciamo come madri e curatrici) non viene riconosciuto e come donne siamo spesso incapaci di essere economicamente autonome. Alcune tra noi non riescono a realizzare il diritto a determinare la propria vita, gli viene perfino proibito di praticare gli sport che desiderano.

Ognuna di noi ha una lista specifica di rivendicazioni per lo sciopero basate sul contesto specifico in cui viviamo. Ma ognuna di noi si trova d’accordo su quanto segue: vogliamo che ogni donna, a qualsiasi latitudine, possa realizzare i propri diritti e avere la libertà di decidere della propria vita, chi ci opprime deve essere perseguito e punito secondo la legge invece di vittimizzarci e godere della protezione di un sistema legale corrotto, vogliamo la separazione della Chiesa, uno dei nostri oppressori, dalle strutture dello stato, leggi giuste e adeguate sulla nostra vita riproduttiva, vogliamo uguale salario, indennità di maternità e stipendi dignitosi.

Noi donne non tollereremo più le restrizioni imposte su di noi dai potenti. Siamo unite come non mai nella storia, rappresentiamo più di meta della popolazione su questo pianeta e lotteremo per il bene comune senza fermarci , fino a quando le nostre richieste non verranno realizzate. Chi ci governa non ha risposto alle nostre richieste di diritti, perciò ora deve temerci.

Perché noi siamo il potere.

Siamo invincibili, siamo ovunque, in ogni angolo del mondo.

Perché abbiamo l’arma migliore: la solidarietà.


English version

#8M MANIFEST

INTERNATIONAL WOMEN’S STRIKE

On this day, 8 March, we the women gather in the public space of our villages, towns and cities in opposition against growing international misogyny, xenophobia, homophobia, transphobia and racism and femicides, in the International Women’s Strike (IWS).

For centuries now, and very strongly in recent months, we are raising our voices in unison to declare an emphatic NO against these systemic wrongs and violences. Yet we have been meeting consistently with insults and humiliations from our governments and their supporters.

Today, 8 March 2017, it’s time to declare: ENOUGH. No more.

Though not all of us can strike today, not all of us can walk freely into our streets to protest, though not all of us can even walk into our streets without being supervised by a man – dear sisters, fear not, we remember you and we raise our voices of protest also in your name.

We are women from 55 countries united in IWS and striking today across the globe. IWS is constituted not only of thousands of feminist organizations but in great part by local grassroots movements, and above all by individual women. IWS has been created for ALL women and EACH woman makes up part of IWS.

Today, bonded and united by the vital will to get what we deserve as human beings in our lives and for our daughters, sisters and friends, we continue in the 21st century the work our grandmothers set out upon in the 19th and 20th centuries in achieving for some of us voting rights, rights to study, the right to divorce, rights to perform in the professions we desire or to drive a bike or a car! But in the 21st century too many of us are still refused education or land rights because we were born girls, the work we do as mothers and carers is not recognized, poverty and financial dependence affects us more because we are women. For some girls human desire to live the way they want is taken away – even dreams of performing sports they want are forbidden.

Each of us across the planet-wide IWS organization is presenting on this day our list of specific demands depending on our local realities. But each and every one of us agree on: demanding human rights for women at every latitude and securing the freedom to decide about our lives and choices; that our oppressors must be persecuted and punished by law, instead of victimizing us and being protected by corrupt legal systems; separation of state institutions from the church, which is shamefully among one of our oppressors; equal economic benefits; pay equity; and fair and appropriate legal conditions in our reproductive lives, paid maternity time and a living wage.

We, the women, will not tolerate restrictions imposed on us by those who are in power any longer. United as at no other time in human history, constituting more than a half of the population on this planet and focused on the common good, will fight without ceasing until our demands are realized. The ruling powers have not agreed to submit to our call for rights, so now they must fear us.

Because we are the power.

We are invincible, we are everywhere, in every single corner and oasis of the globe.

Because we have the best weapon, Solidarity.