NON UNA DI MENO: PRIMO LUGLIO TRANSFEMMINISTA E TRANSNAZIONALE CONTRO L’ATTACCO PATRIARCALE

Il primo luglio – la data ufficiale di uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul – Non Una di Meno si unirà alle proteste in Turchia, nell’Europa dell’Est e non solo. Ecco l’appello di Non Una di Meno.

In Italia, in Europa e in tutto il mondo, l’attacco patriarcale e la violenza contro le donne e le soggettività LGBT*QIA+ continuano a intensificarsi. Sappiamo bene che la violenza si manifesta in ogni ambito della nostra vita e in moltissime forme, e di cui i femminicidi sono solo quella più visibile. 𝗦𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟰𝟱 𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝘂𝗰𝗰𝗶𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗻𝗼.

Eppure, mentre il Piano nazionale antiviolenza è scaduto ormai da mesi, il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per una trasformazione culturale radicale e per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza.

Mancano ore di 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲 e 𝗮𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲, manca formazione a tutte quelle figure che operano e lavorano con le persone giovani. Intanto la crisi conseguente alla pandemia ci colpisce ferocemente. Il blocco dei licenziamenti non è riuscito a preservare i nostri posti di lavoro: a dicembre 2020, infatti, 𝘀𝘂 𝟭𝟬𝟭𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗯𝗲𝗻 𝟵𝟵𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲; l’imminente sblocco dei licenziamenti non potrà che peggiorare questa situazione, dimostrando ancora una volta come il peso della pandemia e le sue conseguenze economiche ricadano soprattutto sulle nostre spalle. A tutto questo il governo risponde con la promozione di politiche autoimprenditoriali per le donne, lo sfruttamento mascherato da ‘formazione permanente’ e briciole di welfare familistico.

Il Family Act fa della maternità l’unico legittimo canale di accesso a sussidi miseri e razzisti, perché per beneficiarne sono necessari criteri di residenza che escludono la maggior parte delle persone migranti, mentre d’altra parte Draghi non si fa scrupoli a scendere a patti con quelli che lui stesso ha definito dittatori per ostacolare in ogni modo la libertà di movimento.

Quella prevista dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è una vera e propria pianificazione patriarcale e familistica di uscita dalla crisi pandemica, che presenta il lavoro da casa come ultima frontiera della conciliazione tra lavoro e famiglia, ma per noi significa reperibilità continua, orari che si estendono all’infinito senza un’adeguata retribuzione, spese a nostro carico. Lavorare da casa quando bisogna farsi carico del lavoro domestico e di cura per noi vuol dire uno sfruttamento sempre più intenso.

I licenziamenti, le discriminazioni, i ricatti, le molestie sul lavoro sono una delle facce con cui la violenza patriarcale si manifesta nelle nostre vite.𝗦𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗮 𝗴𝗮𝗿𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗿𝗲𝗱𝗱𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗱𝗲𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝘀𝘃𝗶𝗻𝗰𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 qualsiasi governo non farà altro che riempirci di vuote parole di indignazione contro i femminicidi.

La violenza patriarcale si manifesta nei continui attacchi alla libertà di decidere sui nostri corpi e sulle nostre vite, al diritto all’aborto, in tutte quelle narrazioni che ci vorrebbero ancorare al ruolo di madri e mogli nella famiglia tradizionale e eterosessuale, come quella messa in scena dal primo ministro Draghi nella vergognosa passerella degli Stati Generali della Natalità. L’altra faccia di questa riaffermazione della maternità come destino naturale per lə donnə è l’opposizione reazionaria al DDL Zan. Anche se si tratta di una proposta insufficiente ad arginare la violenza omolesbobitransfobica e le sue cause sociali, per noi è del tutto inaccettabile che venga attaccata in nome dei diritti delle donne.

L’opposizione al 𝗗𝗗𝗟 𝗭𝗮𝗻 è l’insopportabile tentativo di difendere quella famiglia patriarcale dentro la quale si consuma quotidianamente la violenza maschile e di genere che schiaccia le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere identificate con ruoli, generi e posizioni in cui non si riconoscono. Quest’ordine basato sulla violenza è lo stesso che noi donne, lesbiche, trans, froce, bisessuali, persone intersex e migranti sfidiamo ogni giorno con le nostre vite e la nostra libertà.

Proprio in questo contesto di attacco globale alle donne e alle persone LGBT*QIA+, il 26 marzo Erdogan ha decretato l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Pochi giorni dopo, la Polonia ha dichiarato di voler scrivere una Convenzione alternativa, basata sulla centralità della famiglia, e ha proposto di estenderla ad altri paesi dell’Est europeo. Sono due episodi di un unico contrattacco patriarcale contro donne e persone LGBT*QIA+ che ci riguardano direttamente e ci chiamano in causa. La Convenzione di Istanbul è il primo trattato internazionale giuridicamente vincolate per gli stati che l’hanno ratificato: per questo motivo è un documento scomodo.

I partiti ultra conservatori accusano la Convenzione di indebolire la famiglia tradizionale, di incrementare i divorzi e di favorire le rivendicazione delle comunità LGBT*QIA+. Una strumentalizzazione ideologica per nascondere un dato sempre più evidente, ossia che l’unità familiare spesso si basa sulla violenza e sulla sottomissione dellə donnə. La Convenzione richiede agli stati di intervenire contemporaneamente su protezione delle vittime, procedimento contro i colpevoli, prevenzione e politiche integrate. Al di là dei paesi che minacciano il proprio ritiro dalla Convenzione, è grave anche la situazione di quei paesi che, pur avendo ratificato il trattato, non lo stanno rendendo pienamente attuativo, come accade in Italia. Gli obiettivi di leggi e convenzioni promosse per prevenire sono spesso disattesi non solo per mancanza di fondi ma per una precisa volontà politica di non affrontare il problema alla radice.

La violenza istituzionale evidente nei tribunali che continuano ad avvalorare una teoria ascientifica come la 𝗣𝗔𝗦, consentono ai padri violenti e/o abusanti l’affidamento d* figlə a discapito delle donnə che coraggiosamente li hanno denunciati.𝗣𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 – 𝗹𝗮 𝗱𝗮𝘁𝗮 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗼𝗻𝘃𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗜𝘀𝘁𝗮𝗻𝗯𝘂𝗹 – 𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼 𝘀𝗶 𝘂𝗻𝗶𝗿𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘀𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮, 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘀𝘁 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼.

Con la stessa rabbia che ci ha animate nelle strade di 𝗩𝗲𝗿𝗼𝗻𝗮 𝗖𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗧𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮, quando abbiamo contestato il World Congress of Family, scenderemo ancora una volta in piazza: saremo parte della mobilitazione transnazionale lanciata dai movimenti delle donne e delle persone LGBT*QIA+ in Turchia e della rete E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational, in connessione con le mobilitazioni femministe e transfemministe contro la violenza maschile e di Stato in America Latina, per dire chiaramente che non accetteremo di pagare l’uscita dalla crisi sociale pandemica al prezzo della nostra libertà. Insieme ai 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗶 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗟𝗚𝗕𝗧*𝗤𝗜𝗔+ che da mesi portano avanti la lotta per reclamare #𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼𝗽𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗮𝗻, insieme alle lavoratrici, lə sex workers e le persone migranti che stanno combattendo contro l’impoverimento della loro esistenza e il razzismo, vogliamo costruire una giornata di mobilitazione che tracci la strada delle nostre lotte e alleanze future. Il messaggio deve essere chiaro ancora una volta: non abbassiamo la testa, non restiamo in silenzio!

𝗦𝗘 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗨𝗡* 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗧𝗨𝗧𝗧*
𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼

#civogliamovive
#civogliamolibere

👇 A breve condivideremo tutte le iniziative in molte città!


🔻 Stay tuned 🔻Grazie a Vittorio Giannitelli per averci concesso di usare la sua foto, scattata a Verona durante Verona Città Transfemminista.

Politiche familiste nell’Italia della ricostruzione postpandemica

Condividiamo il contributo dall’Assemblea di Non una di meno Bologna. Qui la versione in inglese.


Durante la pandemia in Italia il carico di lavoro riproduttivo e di cura -non pagato o mal pagato- è aumentato enormemente ed è pesato principalmente sulle spalle delle donne. La chiusura delle scuole per quasi un anno ha significato per tantissime donne con figli dover far fronte a una conciliazione spesso impossibile tra lavoro domestico e lavoro salariato, mentre il governo ha risposto in maniera del tutto insufficiente con dei bonus babysitter, per altro molto bassi, che generano precarietà per un’altra donna. Già prima della pandemia in Italia una donna su due era disoccupata (48%), ma durante il 2020 le donne sono il 70% del numero complessivo di chi ha perso il lavoro.


Per le occupate non va tanto meglio: contratti precari, redditi bassi e sfruttamento per le donne sono la norma, soprattutto se migranti.
Il lavoro riproduttivo e di cura nei settori considerati essenziali, come i servizi sociosanitari e la sanificazione, è svolto quasi esclusivamente da donne, in gran parte migranti, in cambio di salari molto bassi, contratti con scarsissime tutele e ritmi di lavoro molto intensi. A questo proposito è molto significativa la sanatoria che è stata approvata l’anno scorso per la regolarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti impiegati nell’agricoltura, nel lavoro domestico e nell’assistenza domiciliare agli anziani. Questa sanatoria ha reso evidente l’essenzialità del lavoro migrante in questi settori e il legame tra sfruttamento e razzismo istituzionale. La possibilità di regolarizzazione, infatti, è stata fatta dipendere dai datori di lavoro, aumentando la condizione di ricatto a cui lavoratori e lavoratrici migranti sono sottoposti. Soprattutto, la sanatoria ha sancito la posizione che le donne migranti devono occupare all’interno della divisione sessuale del lavoro transnazionale, letteralmente identificandole come lavoratrici domestiche e della cura.

Per quanto riguarda la violenza maschile e di genere, i Centri Antiviolenza hanno denunciato un forte aumento delle violenze domestiche durante il lockdown e hanno segnalato le mancanze strutturali di fondi e personale per accompagnare le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Le istituzioni non hanno dato nessuna risposta concreta, nonostante le ricadute della crisi pandemica sulle donne rinforzano il vincolo della dipendenza economica e rendono difficilissimo allontanare partner violenti.
Le politiche di ricostruzione che verranno messe in atto sono del tutto inadeguate per rispondere a questi problemi.


Il processo della scrittura del PNRR ha visto il passaggio tra due governi, dal governo Conte formato da una maggioranza di centro sinistra e Cinque Stelle al governo di super Mario Draghi costituito da una grande coalizione che tiene dentro la destra razzista della Lega di Salvini. Quando è iniziata la prima stesura del PNRR sono state fatte una serie di class action da parte di parlamentari donne, centri anti violenza e reti di femministe istituzionali con l’obiettivo di rendere la questione di genere centrale nella ricostruzione post pandemica. In un primo momento, durante il governo Conte, le questioni di genere erano affrontate, almeno a parole, come un problema strutturale, per il quale si sarebbe dovuto prestare un occhio di riguardo, ma da subito è stato evidente che il tema era ed è ancora trattato solo in modo retorico.

La visione di un problema strutturale è poi scomparsa anche a livello retorico nel piano presentato all’unione europea da Draghi, che tratta la problematica solo in termini neoliberali. Nel testo si ragiona infatti su come arginare il problema del profitto perso a causa della bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro. I fondi stanziati per le donne nel PNRR presentato alla commissione UE sono pochissimi, passano principalmente dalle imprese e in minima parte dal welfare. Alle imprese arrivano finanziamenti tramite lo sviluppo dell’empowerment femminile e quindi dei benefit alle imprese gestite da donne – facendo intendere che il problema è delle donne stesse che non hanno sufficiente stima in loro stesse -, e il resto delle imprese possono accedere ai finanziamenti del recovery solo se rispondono a dei degli requisiti di bilanciamento dei generi non specificati sul testo. Per le lavoratrici dipendenti l’unica politica di conciliazione suggerita, oltre un piccolo investimento sui nidi, è lo smart working.

Le politiche di welfare che verranno adottate attraverso il Piano di Ricostruzione e Resilienza (PNRR), finanziato da Next Generation EU, e il piano di riforma Family Act sono prettamente familistiche. Nel particolare le misure più importanti sono: un aumento da 3 a 9 giorni della paternità, la riconversione di tutti i bonus legati ai figli in un assegno unico progressivo in base al reddito, un investimento di risorse negli asili nidi, che si calcola rimanere comunque insufficiente (ad oggi in Italia la disponibilità di posti negli asili nido copre solo il 25% del totale dei bambini che dovrebbe accedervi).

La famiglia è il principale destinatario degli aiuti economici che verranno dati attraverso le politiche di ricostruzione. Questo significa riaffermare la famiglia patriarcale tradizionale come nucleo fondante della società e come unico canale di accesso a forme di welfare e reddito indiretto erogate per far fronte alla crisi, e continuare a fare affidamento sul lavoro domestico gratuito delle donne.

Su questa linea si sono conclusi poche settimane fa Gli stati generali della natalità promossi dal Ministero delle pari opportunità e come ospiti d’onore il Papa e il Primo Ministro Draghi. Riprendendo le parole del sito: “Un figlio è un dono, ma è anche un bene comune, capitale umano, sociale e lavorativo”. La maternità è presentata non soltanto come l’unico destino legittimo per le donne, ma anche come un obbligo morale verso la società. Quelle che scelgono di non essere madri commettono il peccato di un ‘individualismo’ antisociale.
Non si tratta quindi di politiche che contrastano violenza di genere, fisica e economica, che si è intensificata con la crisi pandemica. Al contrario, queste misure riaffermano una società patriarcale e razzista, che colpiscono le possibilità di autodeterminazione delle donne, delle e dei migranti e delle persone lgbtqia+. I requisiti per accedere a questi aiuti economici, in particolare l’assegno unico per il figlio, sono razzisti perché escludono nei fatti la stragrande maggioranza delle persone migranti. L’unico modo in cui le donne migranti potranno usufruire di questi soldi sarà in modo indiretto, ossia lavorando come babysitter, lavoratrici domestiche o badanti in cambio di bassi salari per fare in modo che le donne italiane lavorino anche fuori casa. Queste politiche familiste colpiscono ed escludono le persone lgbtqia+. Rispetto alle loro condizioni e ai loro diritti in questi giorni in Italia stiamo assistendo a una forte reazione conservatrice.

Al momento è in discussione un disegno di legge (ddl Zan) contro la violenza omolesbobitransfobica e questo ha suscitato una forte reazione dai partiti di destra. Questa legge è molto limitata e in sostanza prevede un aumento delle pene contro la violenza omolesbobitransfobica, senza tuttavia programmare alcuno stanziamento di risorse per prevenirla e contrastarla efficacemente. Si tratta quindi di una proposta del tutto insufficiente, ma è evidente che molti, opponendosi a essa e nascondendosi dietro a un dibattito centrato sulla libertà di espressione, vogliono negare l’esistenza del fenomeno della violenza contro le persone lgbtqia+, e più in generale di mantenerle ai margini della società. A più riprese le donne e le soggettività lgbtqia+ sono scese in piazza, ci sono stati molti scioperi nella logistica e nei multiservizi, in molti casi le protagoniste sono state donne che hanno rivendicato la possibilità di una vita decente che potesse anche conciliare la loro scelta di maternità come nel caso delle compagne migranti delle Yoox. Anche quest’anno l’8 marzo è stata una forte giornata di mobilitazione nazionale tenendo presente la complessità della situazione legata al Covid. Continuiamo a sentire forte l’urgenza di farci sentire, di attaccare un sistema che ha svelato tutte le sue contraddizioni in pandemia ma che ora velocemente si sta ricostruendo nel tentativo di mantenere tutti i privilegi.

È per questo che scenderemo in piazza di nuovo il primo di luglio, in una cornice transnazionale, che connetta tutte le direttrici di violenza. L’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul ci riguarda direttamente, perché esprime in maniera lampante il tentativo di legittimare la violenza maschile contro le donne, e contemporaneamente di affermare la famiglia patriarcale e la repressione delle persone lgbt*qai+ come pilastri dell’ordine sociale. Questo tentativo sta avvenendo anche in Italia, dove la Convenzione è formalmente stata ratificata ma viene costantemente disattesa, e dove la violenza patriarcale si sta diffondendo sempre di più come pratica legittima di garanzia dell’ordine sociale. Non possiamo accettarlo e non lo accetteremo, per questo saremo anche noi in piazza il primo luglio: accanto a coloro che lottano in Turchia contro la violenza maschile e di Stato, contro l’autoritarismo e per la libertà sessuale, insieme a chi, in Italia e in ogni parte del mondo, non accetta più di abbassare la testa e restare in silenzio di fronte alla violenza patriarcale, al razzismo e allo sfruttamento!

Essenziale è la nostra vita, essenziale il nostro lavoro, essenziale la nostra lotta!


Non una di meno Bologna


*Foto di copertina di Margherita Caprilli

8 marzo 2021, il Vademecum dello sciopero

Print

Lo sciopero è un diritto

L’art. 40 della Costituzione dichiara: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Lo sciopero è dunque un diritto di rango costituzionale in capo a ogni lavoratrice e lavoratore sebbene, negli anni, abbia subito limitazioni che ne hanno intaccato la potenza e l’emergenza sanitaria venga utilizzata come ulteriore motivo di pesanti restrizioni all’esercizio del diritto.  Anche per questo motivo, scioperare e rivendicare nuovi diritti rappresenta un elemento di rottura imprescindibile. Durante lo sciopero il rapporto di lavoro è sospeso, di conseguenza, anche la prestazione lavorativa da parte della lavoratrice e la retribuzione da parte del datore di lavoro.

8 marzo 2021 – Sciopero generale di 24 ore, settore pubblico e privato

Anche quest’anno, per l’8 marzo, Non Una di Meno ha chiesto a tutte le organizzazioni sindacali di convocare lo sciopero generale di 24 ore, dunque in tutti i settori del pubblico impiego e del privato; a partire dalla convinzione che l’astensione dal lavoro produttivo sia un’articolazione fondamentale dello sciopero femminista (qui puoi leggere l’appello per lo sciopero di Non Una di Meno)

A oggi lo sciopero è stato proclamato da diversi sindacati di base. Sul blog  potrai trovare le proclamazioni (https://nonunadimeno.wordpress.com/2021/02/24/vademecum-8-marzo-2021-lista-singole-adesioni-di-categoria-in-aggiornamento/) inviate alla Commissione di Garanzia.

Nelle 24 ore del giorno 8 marzo 2021, quindi, tutte le lavoratrici sia del pubblico impiego che del privato possono scioperare perché esiste la copertura sindacale generale, salvo i settori esclusi per le limitazioni imposte al diritto di sciopero e  ulteriormente rafforzate durante l’emergenza sanitaria (articolazioni, restrizioni e esclusioni dallo sciopero sono riportate in fondo al testo). Il che significa che puoi scioperare anche se nel tuo luogo di lavoro non c’è un sindacato di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato (se vuoi saperne di più clicca qui).

La comunicazione dello sciopero arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dall’associazione datoriale alla quale l’azienda fa riferimento.

È comunque possibile, soprattutto per il comparto privato, che qualche datore di lavoro non riceva la comunicazione o neghi di averla ricevuta. In tal caso, controlla le comunicazioni affisse in bacheca, se non compare, richiedila al tuo responsabile del personale o contattaci per avere una copia dell’indizione e dell’articolazione dello sciopero nel tuo settore, così da poterla affiggere direttamente sul posto di lavoro.

A ogni modo, sul blog di Non Una di Meno, nel riquadro “sciopero 8 marzo”, saranno pubblicate le indizioni dei singoli luoghi di lavoro; puoi pertanto estrarre copia di quelle già inviate e utilizzarle.

È anche possibile, data l’estrema frammentarietà del mondo del lavoro contemporaneo, che in qualche luogo di lavoro privato – soprattutto tra quelli che non fanno riferimento alle maggiori confederazioni padronali – non sia stato indetto lo sciopero. In questo caso, rivolgiti al nodo di Non Una di Meno della tua città o a quello a te più vicino: è possibile provvedere all’indizione – tramite i sindacati – fino al giorno prima dello sciopero (fatta eccezione per i posti di lavoro sottoposti a L.146/90, i cosiddetti servizi pubblici essenziali, per i quali è necessario inviare la comunicazione al datore di lavoro almeno 10 giorni prima).

Scuole statali, ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali, dato l’elevato numero e la capillare diffusione sul territorio, ricevono comunicazione dello sciopero tramite una Circolare che il MIUR (nel caso delle scuole statali) e la Regione (per ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali) sono tenuti a inviare in ogni singola scuola e a ogni direzione di ente ospedaliero e/o ASL.

Nonostante la proclamazione sindacale dello sciopero, con relativa pubblicazione sul sito della Commissione di Garanzia Sciopero (http://www.cgsse.it), avvenga con largo anticipo rispetto alla data prevista, queste circolari spesso arrivano a ridosso dello sciopero o non arrivano e alle lavoratrici viene detto che non possono scioperare. Non solo le lavoratrici possono scioperare, ma è bene segnalare, attraverso la casella di posta elettronica di Non Una di Meno, dove questo accade, per procedere, là dove si persista, con una diffida sindacale.

La Circolare del MIUR verrà comunque pubblicata sul sito appena emanata, in modo da poter essere presentata in ogni scuola dalla stessa lavoratrice. Per la sanità pubblica, essendo le Circolari regionali, ci si può rivolgere al nodo di Non Una di Meno del territorio di appartenenza.

La lavoratrice non è tenuta a dichiarare preventivamente all’azienda la sua adesione allo sciopero, dunque non occorre alcuna comunicazione personale.

Nel settore sanità e per molte altre categorie che utilizzano la turnazione, la copertura parte dal primo turno della mattina dell’8 marzo e finisce all’inizio del primo turno della mattina del 9 marzo; tutte le lavoratrici possono quindi scioperare indipendentemente dal turno cui sono adibite: sia la mattina, sia il pomeriggio che la notte.

Nel caso del trasporto pubblico locale l’articolazione delle ore di sciopero, così come delle fasce protette, può variare da città a città.

Per il settore dei Vigili del Fuoco, lo sciopero nazionale è così articolato: personale operativo dalle ore 9,00 alle ore 13,00 (4 ore senza decurtazione); personale giornaliero o amministrativo (intera giornata).

Restrizioni Al Diritto Di Sciopero: Facciamo Chiarezza

Sciopero nei servizi pubblici essenziali L. 146/90

La legge 146 del 1990 disciplina il diritto di sciopero per i servizi pubblici essenziali, cioè quelli volti a garantire il diritto alla vita, alla salute, alla libertà, alla libertà di circolazione, all’assistenza e previdenza sociale, all’istruzione e alla libertà di comunicazione.

I servizi per cui la legge disciplina tale diritto, quindi, sono molti e diversi tra loro: i più noti – per la loro vicinanza alla vita quotidiana della maggior parte delle persone – sono la sanità, i trasporti pubblici urbani ed extraurbani, l’amministrazione pubblica, le poste, la radio e la televisione pubblica e la scuola; ma devono essere garantiti anche i servizi di raccolta dei rifiuti,l’approvvigionamento di energie, risorse naturali e beni di prima necessità.

In tutti questi ambiti il diritto allo sciopero, quindi, non è assoluto ma relativo alla possibilità di garantire alcuni diritti dei cittadini.

Per questo motivo, per tutti i servizi sottoposti a L. 146/90, devono essere previsti i contingenti minimi di personale tramite contrattazione integrativa o accordo sindacato/azienda. È in capo al datore di lavoro il diritto/dovere di individuare le/i dipendenti da inserire nei contingenti minimi e inviare loro entro 5 giorni dalla data dello sciopero la comunicazione di“esonero dallo sciopero”, ovvero di recarsi in servizio il giorno dello stesso.

Qualora la dipendente inserita nei contingenti minimi abbia intenzione di scioperare, deve inviare entro 24 ore dal ricevimento dell’ordine di prestare servizio una comunicazione all’azienda della volontà di aderire all’astensione e, quindi, di essere sostituita.

L’azienda ha il dovere di verificare la possibilità di sostituzione della dipendente. Solo nel caso tale sostituzione non fosse possibile è ammissibile il rifiuto al diritto. In ogni caso, l’azienda deve comunicare alla dipendente di averla sostituita o meno, quindi se può scioperare o se deve lavorare.

Le aziende che erogano il servizio che lo sciopero potrebbe far venir meno, inoltre, sono obbligate con almeno 5 giorni di anticipo a dare comunicazione all’utenza sulle modalità e gli orari dei servizi essenziali garantiti.

Ricordati che il diritto allo sciopero è un diritto individuale in capo a ogni singola lavoratrice e lavoratore, sancito e garantito dalla Costituzione Italiana, e il cui esercizio non può essere precluso e/o limitato (se non per quanto riguarda le modalità di erogazione dei servizi di pubblica utilità di cui ai paragrafi precedenti).

Per chiarire qualsiasi dubbio o segnalare eventuali abusi al tuo diritto di scioperare contattaci a questa e-mail: nudmsciopero@gmail.com.

Proveremo a rispondere alle tue richieste e seguiremo con il supporto di sindacati e legali qualsiasi sopruso verrà riscontrato.

ATTENZIONE! Settori esclusi, restrizioni e diverse articolazioni dello sciopero generale dell’8 marzo 2021

Segnaliamo, in seguito alle comunicazioni della Commissione di Garanzia Sciopero (cgsse) relative alle limitazioni imposte allo sciopero generale dell’8 marzo 2021:

– l’esclusione del comparto scuola (insegnanti e personale Ata);

l’esclusione del personale di Poste Italiane della Regione Emilia Romagna;

– relativamente al settore dei Vigili del Fuoco, lo sciopero è cosi riarticolato:

  • personale turnista dalle ore 09.00 alle ore 13.00 (4 ore senza decurtazione)
  • personale giornaliero o amministrativo (tutta la giornata), come da comunicazione di settore in allegato;

– relativamente al personale addetto alla circolazione del Trasporto ferroviario, lo sciopero sarà per il:

  • Personale addetto alla circolazione dalle ore 09.00 alle 16.59, come da nostre modalità inviate il 25/02/2021
  • Personale fisso intera prestazione giornaliera fino alle ore 21.00;
  • l’astensione della Circolazione e sicurezza stradale – Autostrade terminerà alle ore 22.00.

Questo vademecum verrà costantemente aggiornato con eventuali ulteriori restrizioni e/o diverse articolazioni, imposte dalla Cgsse in virtù del persistere dell’emergenza sanitaria.

Scarica e stampa il vademecum in pdf

Qui la lista delle adesioni

Qui un Vademecum “Come scioperare dallo smart working”

NON UNA DI MENO LANCIA LO SCIOPERO DELL’8 MARZO

roma def

8 marzo 2021: Sciopero globale femminista e transfemminista. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta! Trova la tua città in mobilitazione qui.

Negli ultimi anni abbiamo vissuto lo sciopero femminista e transfemminista globale come una manifestazione di forza, il grido di chi non accetta di essere vittima della violenza maschile e di genere. Abbiamo riempito le piazze e le strade di tutto il mondo con i nostri corpi e il nostro desiderio di essere vive e libere, abbiamo sfidato la difficoltà di scioperare causata dalla precarietà, dall’isolamento, dal razzismo istituzionale, abbiamo dimostrato che non esiste produzione di ricchezza senza il nostro lavoro quotidiano di cura e riproduzione della vita, abbiamo affermato che non siamo più disposte a subirlo in condizioni di sfruttamento e oppressione.

A un anno dall’esplosione dell’emergenza sanitaria, la pandemia ha travolto tutto, anche il nostro movimento e la nostra lotta, rendendoli ancora più necessari e urgenti. Lo scorso 8 marzo ci siamo ritrovatə allo scoccare del primo lockdown e abbiamo scelto di non scendere in piazza a migliaia e migliaia come gli anni precedenti, per la salute e la sicurezza di tutte. È a partire dalla consapevolezza e dalla fantasia che abbiamo maturato in questi mesi di pandemia, in cui abbiamo iniziato a ripensare le pratiche di lotta di fronte alla necessità della cura collettiva, che sentiamo il bisogno di costruire per il prossimo 8 marzo un nuovo sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi. Non possiamo permetterci altrimenti. il prossimo 8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi.

Dobbiamo creare l’occasione per dare voce a chi sta vivendo sulla propria pelle i violentissimi effetti sociali della pandemia, e per affermare il nostro programma di lotta contro piani di ricostruzione che confermano l’organizzazione patriarcale della società contro la quale da anni stiamo combattendo insieme in tutto il mondo. Non abbiamo bisogno di spiegare l’urgenza di questa lotta. Le tantissime donne che sono state costrette a licenziarsi perché non potevano lavorare e contemporaneamente prendersi cura della propria famiglia sanno che non c’è più tempo da perdere. Lo sanno le migliaia di lavoratrici che hanno dovuto lavorare il doppio per ‘sanificare’ ospedali e fabbriche in cambio di salari bassissimi e nell’indifferenza delle loro condizioni di salute e sicurezza. Lo sanno tutte le donne e persone Lgbt*QIAP+ che sono state segregate dentro alle case in cui si consuma la violenza di mariti, padri, fratelli. Lo sanno coloro che hanno combattuto affinché i centri antiviolenza e i consultori, i reparti IVG, i punti nascita, le sale parto, continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di personale e di finanziamenti pubblici aggravata nell’emergenza. continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di fondi.

Lo sanno le migranti, quelle che lavorano nelle case e all’inizio della pandemia si sono viste negare ogni tipo di sussidio, o quelle che sono costrette ad accettare i nuovi turni impossibili del lavoro pandemico per non perdere il permesso di soggiorno. Lo sanno le insegnanti ridotte a ‘lavoratrici a chiamata’, costrette a fare i salti mortali per garantire la continuità dell’insegnamento mentre magari seguono i propri figli e figlie nella didattica a distanza. Lo sanno lə studenti che si sono vistə abbandonare completamente dalle istituzioni scolastiche, già carenti in materia di educazione sessuale, al piacere, alle diversità e al consenso, sullo sfondo di un vertiginoso aumento delle violenze tra giovanissimə. Lo sanno le persone trans* che hanno perso il lavoro e fanno ancora più fatica a trovarlo perché la loro dissidenza viene punita sul mercato. Lo sanno lə sex workers, invisibilizzatə, criminalizzatə e stigmatizzatə, senza alcun tipo di tutela nè sindacalizzazione, che hanno dovuto affrontare la pandemia e il lockdown da solə.

A tuttə loro, a chi nonostante le difficoltà in questi mesi ha lottato e scioperato, noi rivolgiamo questo appello: l’8 marzo scioperiamo! Abbiamo bisogno di tenere alta la sfida transnazionale dello sciopero femminista e transfemminista perché i piani di ricostruzione postpandemica sono piani patriarcali.

A fronte di uno stanziamento di risorse economiche per la ripresa, il Recovery Plan non rompe la disciplina dell’austerità sulle vite e sui corpi delle donne e delle persone LGBT*QIAP+. Da una parte si parla di politiche attive per l’inclusione delle donne al lavoro e di «politiche di conciliazione», dando per scontato che chi deve conciliare due lavori, quello dentro e quello fuori casa, sono le donne. Dall’altra non sono le donne, ma è la famiglia – la stessa dove si consuma la maggior parte della violenza maschile, la stessa che impedisce la libera espressione delle soggettività dissidenti ‒ il soggetto destinatario dei fondi sociali previsti dal Family Act. E da questi fondi sono del tutto escluse le migranti, confermando e mantenendo salde le gerarchie razziste che permettono di sfruttarle duramente in ogni tipo di servizi. Così anche gli investimenti su salute e sanità finiranno per essere basati su forme inaccettabili di sfruttamento razzista e patriarcale. Miliardi di euro sono poi destinati a una riconversione verde dell’economia, che mira soltanto ai profitti e pianifica modalità aggiornate di sfruttamento e distruzione dei corpi tutti, dell’ecosistema e della terra.

Poco o nulla si dice delle misure contro la violenza maschile e di genere, nonostante questa sia aumentata esponenzialmente durante la pandemia, mentre il «reddito di libertà» è una risposta del tutto insufficiente alla nostra rivendicazione dell’autodeterminazione contro la violenza, anche se dimostra che la nostra forza non può essere ignorata. Questo 8 Marzo non sarà facile, ma è necessario. Lo sciopero femminista e transfemminista non è soltanto una tradizionale forma di interruzione del lavoro ma è un processo di lotta che attraversa i confini tra posti di lavoro e società, entra nelle case, invade ogni spazio in cui vogliamo esprimere il nostro rifiuto di subire violenza e di essere oppressə e sfruttatə. Questa è da sempre la nostra forza e oggi lo pensiamo più che mai, perché ogni donna che resiste, che sopravvive, ogni soggettività dissidente che si ribella, ogni migrante afferma la propria libertà fa parte del nostro sciopero.

Il 30 e 31 una prima tappa verso l’8 marzo, nel corso della quale ci siamo incontrat* in gruppi divisi per tematiche per costruire le prime tappe dello sciopero femminista ed il 6 febbraio l’Assemblea per discutere collettivamente e indicare quali sono per noi terreni di lotta nella ricostruzione pandemica.

Proprio oggi che il nostro lavoro, dentro e fuori casa, è stato definito «essenziale», e questo ci ha costrette a livelli di sfruttamento, isolamento e costrizione senza precedenti, noi diciamo che “essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!”.

Cartella per la stampa 

Qui i report dei tavoli tematici

ℹCerca la tua città e sciopera anche tu l’8 marzo!

📍Qui LA MAPPA DELLE CITTA’ in mobilitazione (in aggiornamento)

𝟕𝐌𝐚𝐫𝐳𝐨
▶️Lucca: https://www.facebook.com/events/453544199410238
▶️Monterotondo: https://www.facebook.com/events/551285599109157
▶️Palermo: https://www.facebook.com/events/130955622247885/
▶️Ticino: https://www.facebook.com/events/1229493887468203/

𝟖𝐌𝐚𝐫𝐳𝐨
▶️Alessandria: https://www.facebook.com/events/226255765866323/
▶️Bergamo: https://www.facebook.com/events/2707110569600787/
▶️Bologna: https://www.facebook.com/events/2849819581925862/
▶️Brescia: https://www.facebook.com/events/537401933903870/
▶️Catania: https://www.facebook.com/events/455454145774803/
▶️Firenze: https://www.facebook.com/events/1068055300363903/
▶️Genova: https://www.facebook.com/events/471467130653022/
▶️La Spezia: https://www.facebook.com/events/450219766325365/
▶️Lampedusa: https://www.facebook.com/events/241121817678844/
▶️Livorno: https://www.facebook.com/events/857280908169852/
▶️Mantova: https://www.facebook.com/events/516858352815679/
▶️Modena: https://www.facebook.com/events/927076081379396/
▶️Monterotondo: https://www.facebook.com/events/551285599109157
▶️Milano: https://www.facebook.com/events/1319648708420829/
▶️Napoli: https://www.facebook.com/events/1096625740800917/
▶️Oristano: https://www.facebook.com/events/336692071104022/
▶️Padova: https://www.facebook.com/events/195118662404381/
▶️Parma: https://www.facebook.com/events/426606618633699/
▶️Pavia: https://www.facebook.com/events/153661709914166/
▶️Piacenza: https://www.facebook.com/events/431124591333288
▶️Pisa: https://www.facebook.com/events/2911579919060739/
▶️Ravenna: https://www.facebook.com/events/792139331402679/
▶️ReggioCalabria https://www.facebook.com/events/448259153286717/
▶️ReggioEmilia: https://www.facebook.com/events/527094824936394/
▶️Roma: https://www.facebook.com/events/467800727708999/
▶️Savona: https://www.facebook.com/events/265244761745717
▶️Torino: https://www.facebook.com/events/115151300510228/
▶️Transterritoriale Marche:
https://www.facebook.com/events/75938
▶️Trento: https://www.facebook.com/events/441800357025714
▶️Treviso: https://www.facebook.com/events/426094785143179/
▶️Trieste: https://www.facebook.com/events/192661702617741/
▶️Venezia: https://www.facebook.com/events/263953221861572/
▶️Verona: https://www.facebook.com/events/212159857264656/
▶️Viareggio: https://www.facebook.com/events/212159857264656

Countdown verso l’8 marzo: conferenza stampa il 26 febbraio

Il 26 febbraio, in moltissime città, NON UNA DI MENO lancia il countdown verso lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo.
Durante il 2020 a perdere il lavoro sono state 444mila persone, di cui il 70% sono donne. Solo nel mese di dicembre, su 101mila persone i cui contratti non sono stati rinnovati o che sono state costrette a licenziarsi, 99mila sono donne, a causa di lavori precari e salari più bassi, e quindi più sacrificabili nell’economia familiare.
La fine del blocco dei licenziamenti, previsto a fine Marzo, fa prospettare una situazione destinata a peggiorare. Tuttavia, di fronte a una perdita di autonomia economica, le donne non hanno smesso di lavorare, perchè sono coloro che si occupano – gratuitamente o in cambio di bassi salari – della cura di anzian* e bambin* e il cui carico di lavoro è aumentato per la Dad.

La centralità assunta dalla riproduzione ha gettato luce sulle condizioni di lavoro nei cosiddetti lavori essenziali, svolti prevalentemente da donne, in gran parte migranti, sottoposte a un’intensificazione di orari di lavoro e turni impossibili.
Il Covid-19 ha reso ancora più evidenti le linee della violenza strutturali. Dall’inizio dell’anno sono tredici le donne uccise, ma i finanziamenti ai centri antiviolenza femministi, fondamentali nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sono del tutti inadeguati. Mentre il Piano Antiviolenza sta per scadere, la discussione governativa invoca la parità di genere nella gestione del Recovery Plan attraverso l’attuazione di politiche neoliberali e un Family Act che oltre a escludere le persone migranti non tiene conto della divisione sessuale del lavoro.

Le limitazioni e i rischi non hanno impedito la moltiplicazione delle lotte, nei magazzini, nelle scuole, nei multiservizi, e il protagonismo delle donne e delle libere soggettività. La voce di 600 donne e soggettività LGBTIQ+ Precarie, migranti, operaie, maestre, madri, delegate sindacali e sex worker è risuonata forte nella tre giorni di assemblea nazionale online, affermando che lo sciopero non è più rimandabile. Per queste ragioni, Non Una Di Meno chiama uno sciopero femminista e transfemminista: della produzione e della riproduzione, del consumo, sciopero dai ruoli imposti dai generi. Abbiamo chiesto a tutti i sindacati di riconoscere l’urgenza del nostro sciopero e di garantire la copertura sindacale alle lavoratrici e ai lavoratori che vorranno astenersi dal lavoro produttivo. Alcuni hanno già risposto all’appello convocando per l’8M lo sciopero generale. Le donne lottano da mesi nelle fabbriche, nelle scuole, nelle case, lottano in Italia, in Polonia, in Argentina, in Bulgaria, in Georgia e in Cile, e nelle città degli Stati Uniti e in Francia dimostrando, ancora una volta, la necessità di una risposta transnazionale alla violenza strutturale.

Le politiche economiche europee di gestione della crisi ci hanno definite “essenziali” per intensificare il nostro sfruttamento. Noi l’8 marzo dimostreremo che essenziale è la nostra lotta, essenziale è il nostro sciopero.

Report Assemblea nazionale Non una di meno del 6 febbraio 2021

I numeri sulla violenza ‒ che nel giorno 6 febbraio, data della nostra Assemblea nazionale, si sono aggravati con il femminicidio di Ilenia Fabbri a Faenza ‒ come le statistiche sui licenziamenti e la ‘perdita’ obbligata del lavoro, e l’intensificazione dello sfruttamento di chi sta continuando a lavorare confermano l’assoluta urgenza del nostro percorso, la necessità di riprenderci lo spazio di parola per la trasformazione radicale dell’esistente

In questi mesi abbiamo visto rinnovarsi il conflitto tra essenziale e non essenziale, dove non essenziale è considerata l’autodeterminazione per la quale noi insieme stiamo lottando in tutto il mondo. Abbiamo visto nel modo più evidente la dimensione strutturale della violenza, anche perché la divisione sessuale del lavoro fa ricadere proprio sulle spalle delle donne le mancanze strutturali del sistema. Nei tavoli della scorsa settimana abbiamo avuto la conferma che NUDM continua a essere un punto di riferimento per chi tutti i giorni combatte contro la violenza maschile, di genere e dei generi, che continua a essere un soggetto trainante della lotta in questa crisi, ma anche che è necessario un processo condiviso che metta in comunicazione la rabbia e l’ostinazione delle nostre lotte quotidiane.

L’8M quest’anno accade alla vigilia del possibile sblocco dei licenziamenti e con la partita del Recovery Plan tutta aperta. Il governo dei competenti è un tentativo di depoliticizzare quello che per noi è un terreno di lotta aperto e cruciale, perché non ha niente di temporaneo ma anzi consoliderà l’infrastruttura neoliberale, patriarcale e razzista della società, ancora una volta giustificandola con la retorica della resilienza e dell’eroismo. L’altra faccia dei cosiddetti investimenti competitivi sarà un aumento della precarietà e dello sfruttamento. In questo nuovo contesto, la sfida dello sciopero femminista e transfemminista è di aprire una lotta sul terreno della redistribuzione della ricchezza, per un welfare che risponda ai nostri bisogni, per strumenti di autonomia economica per uscire dalla violenza e dal ricatto, per attaccare i patrimoni di chi in questi mesi non ha fatto altro che accrescere i propri profitti sfruttando il nostro lavoro e obbligandoci a scegliere tra lavoro e salute, tra lavoro e formazione, tra lavoro e giustizia climatica, tra lavoro e liberazione dalla violenza. È fondamentale battersi per la libertà di movimento, perché le migranti stanno pagando un prezzo altissimo in questa crisi e perché la battaglia per rompere il nesso tra permesso di soggiorno, lavoro e famiglia che intensifica la violenza e lo sfruttamento è una lotta transnazionale. Affermare la necessità di socializzare la cura contro il suo modello di organizzazione patriarcale, contro le sue pratiche binarie e patologizzanti, contro gli attacchi alla nostra libertà riproduttiva e la sua stigmatizzazione, contro la precarizzazione e lo sfruttamento di chi lavora nella cura giustificato dall’ideologia della ‘missione’. Dobbiamo ribaltare questo modello di sviluppo distruttivo dell’ecosistema e dell’ambiente. Dobbiamo sostenere la lotta delle sex-workers che non sono state solo duramente colpite dalla crisi, ma hanno anche portato avanti in questi mesi pratiche di resistenza e continuano a farlo verso l’8M. Mentre sta scadendo il piano contro la violenza governativo attivato cinque anni fa, dobbiamo sostenere l’iniziativa dei CAV, dei consultori e degli spazi femministi e transfemministi sempre più sotto attacco. La riproduzione sociale è per noi oggi più che mai un terreno di lotta

Sappiamo che lo sciopero generale è una sfida ardua in questo momento, per le condizioni materiali in cui ci troviamo e per le limitazioni che colpiscono i lavori essenziali, che non hanno però impedito la moltiplicazione delle lotte, degli scioperi, il protagonismo delle donne e delle libere soggettività, che ancora oggi si sono mobilitate nelle Marche contro l’ennesimo attacco alla nostra libertà e autodeterminazione proveniente dalle istituzioni regionali. Queste lotte e questi scioperi dobbiamo metterli in comunicazione e amplificarli, per dare il segno che ‘non siamo sole’. È necessario ancora una volta un appello ai sindacati a proclamare e sostenere sciopero femminista e transfemminista [leggi la lettera aperta LINK], mentre continueremo a sostenere quelle delegate e lavoratrici che hanno già cominciato a mobilitarsi per lo sciopero, così come connetterci con tutte le lotte in corso nel lavoro, su giustizia climatica ed ecosistemi, contro il razzismo, per l’aborto, l’autodeterminazione delle persone trans e delle libere soggettività.

Oggi ci siamo fatte delle domande per costruire insieme l’8M, sapendo che questo è uno snodo fondamentale di una mobilitazione che dovrà continuare, perché lo dobbiamo pensare come laboratorio di resistenza femminista contro il neoliberalismo. Come innovare le pratiche dello sciopero, muovendoci sempre su tutti i piani dello sciopero femminista e transfemminista: produttivo e riproduttivo, dei/dai consumi, dei/dai generi, per rifiutare i ruoli e i comportamenti che questi ci impongono e vengono messi a valore nella società capitalistica? Quali pratiche per chi cura ed è curato? Come rivolgerci anche a chi ha perso il lavoro, chi fa lavoro informale, nero, chi fa smart working e si trova a svolgere simultaneamente il lavoro salariato e quello riproduttivo e di cura? Rispondendo a queste domande, oggi sono state indicate pratiche di sciopero della DAD, capaci di sfidare le limitazioni alla possibilità di scioperare che sono state introdotte anche nella scuola, e forme di ‘disconnessione’ dalle attività didattiche e lavorative condotte in remoto, anche nell’Università, e lezioni in piazza, forme di sciopero dallo smartworking e iniziative che non siano solo la sottrazione dal lavoro, ma anche l’individuazione di altre pratiche che riempiano il tempo e lo spazio dell’8M quando l’interruzione dal lavoro non è possibile. È stata indicata la possibilità di usare lo spazio online, che ha mostrato tutta la sua dimensione ‘reale’ in questa pandemia, per immaginare pratiche di sciopero per chi non può scioperare. Coinvolgere le donne che lavorano nei settori cosiddetti essenziali per noi è fondamentale anche se sappiamo che non sarà affatto facile, ma mai come in questo momento è necessario rompere l’isolamento, quello domestico e quello lavorativo, e costruire momenti collettivi.

Dai tavoli sono uscite molte proposte e non riportiamo tutte quelle che sono state indicate nei report [LINK], che ci permettono di coordinarci e valorizzare pratiche comuni di avvicinamento all’8M. Si sono aggiunte a queste proposte di avvicinamento allo sciopero dell’8M pratiche di autoinchiesta nella scuola per attivare campagne di comunicazione delle istanze e delle voci che provengono dalla scuola, inchieste che esprimano le nostre posizioni e i nostri bisogni in merito a ciò che intendiamo per ‘ricostruzione’ e qual è la nostra idea di ricostruzione, interventi e azioni nei supermercati per lanciare messaggi in direzione dello sciopero, presa di parola sui social costante verso l’8M ‒ come i video per rispondere alla domanda ‘sciopero perché’, una giornata il 14 febbraio sulla violenza e momenti di discussione come quelli che sono già previste in diverse città (violenza online e diffusione non consensuale di immagini intime [LiNK?], manifesto EAST — Essential Autonomous Struggles Transnational, connessione con i CAV), o ancora assemblee tematiche per discutere di alcuni luoghi e momenti cardine dello sciopero, proposte di sanzionamento fucsia delle big corporations e multinazionali, diffusione nello spazio pubblico di video e immagini. Perché riconosciamo la necessità di condividere le pratiche e parole chiave. Assumiamo una data collettiva di lancio dello sciopero e del countdown di avvicinamento il 26 febbraio, riconoscendo comunque l’importanza di dare visibilità fin da subito all’organizzazione dello sciopero e al lancio dell’8M, pensando anche a una conferenza stampa simultanea in tutti i territori; possibili obiettivi comuni delle iniziative (come Confinustria e i tribunali o in modo diverso le RSA) e piazze pubbliche e zone fuxia, organizzate come sempre per permettere la partecipazione in sicurezza e in chiave antiabilista, che siano un punto di riferimento per tutte le persone che stanno scioperando e che quel giorno lotteranno insieme a noi.

È infine fondamentale tenere al centro dell’organizzazione il piano transnazionale, non solo perché il Recovery Plan ha una dimensione europea ma anche per l’importanza della comunicazione e l’organizzazione con coloro che tengono aperta la lotta contro le politiche patriarcali, razziste e neoliberali e vivo il movimento dello sciopero. Per questo è importantissima la partecipazione all’assemblea transfronteriza del 7 febbraio, anche per riportare il lavoro dei tavoli e dell’assemblea di oggi.

Questa forza transnazionale è necessaria per caricare ancora di più la parola sciopero di tutta la sua urgenza, anche se in questo presente pandemico sarà ancora più difficile praticarlo, in tutte le forme attivate dal movimento femminista e transfemminista. Ma in ogni lotta, in ogni momento di piazza l’8M e non solo l’8M dobbiamo avere la capacità di ribadire che il nostro sciopero è essenziale. Che proprio perché il nostro lavoro e la nostra vita sono essenziali per la produzione e riproduzione di questa società, è ancora più vero che se ci fermiamo noi si ferma il mondo. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!

Non una di meno: appello ai sindacati verso lo sciopero dell’8 marzo

cagliari

Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!

Appello ai sindacati verso lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo

Qui la lettera in pdf

La pandemia ha reso evidente quello che il movimento femminista e transfemminista globale ha affermato negli ultimi anni con la pratica dello sciopero: non è possibile lottare efficacemente per aumentare il salario o per migliorare le condizioni contrattuali senza combattere la violenza maschile e di genere che pervade la società entrando in ogni luogo di lavoro.

L’8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista: sciopero generale della produzione e della riproduzione, del consumo, sciopero dai ruoli imposti dai generi.

La pandemia ha esibito la centralità e insieme la crisi della riproduzione sociale e del welfare pubblico: le condizioni della sanità e della scuola ne sono l’esempio più lampante. La gestione dell’emergenza ha fatto leva su altro sfruttamento: sull’assenza completa della tutela della salute in particolare nei settori essenziali; sul lavoro gratuito o malpagato di milioni di donne; sull’intensificarsi di forme di lavoro a distanza non normato e sul sovrapporsi del lavoro produttivo e di cura nello spazio domestico, più che mai luogo di violenza per le donne e le soggettività lgbtqia+. I dati Istat mostrano che a essere colpiti dalla pandemia in termini di perdita del lavoro sono soprattutto le donne (a dicembre, 99mila su 101mila), che si sommano a quelli persi a causa di un doppio carico di lavoro divenuto del tutto ingestibile nel corso della pandemia. La crisi sanitaria, economica e sociale ha colpito e colpirà ancora una volta il lavoro femminile, migrante, non tutelato, informale, precario. Le attività di riproduzione sociale sono state definite ‘essenziali’, il che ha significato un’intensificazione massiccia dello sfruttamento. Al di là di ogni falsa retorica sull’inclusione lavorativa e sulle politiche di conciliazione vita-lavoro, sono e saranno le donne, le migranti e le soggettività lgbtqia+ a pagare il prezzo più alto.

L’8 marzo ci troveremo alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti e nel pieno della definizione del Recovery Plan. I 209 miliardi per la “ricostruzione” arriveranno in Italia, ma sul loro impiego lo scontro è aperto. La gestione dei fondi europei ha determinato la caduta del governo Conte bis e un nuovo commissariamento avanza.

Alla prospettiva di un piano di ricostruzione patriarcale e confindustriale, vogliamo opporre un piano femminista di trasformazione sociale: un salario minimo europeo e reddito di autodeterminazione, welfare universale e non familistico, permesso di soggiorno europeo non condizionato al lavoro e alla famiglia, diritto alla salute e all’autodeterminazione, priorità della salute ecosistemica rispetto ai profitti.

La sfida di uno sciopero generale è più che mai ardua quanto urgente: abbiamo visto già a partire dal marzo dello scorso anno l’introduzione di ulteriori limitazioni e attacchi al diritto di sciopero, che mirano a spuntarne la forza. Eppure in questi mesi duri molti sono stati gli scioperi e grande il protagonismo delle donne: pensiamo agli scioperi delle lavoratrici che con il lavoro rischiano anche il permesso di soggiorno, a quelli delle lavoratrici e delle operaie che non vogliono scegliere tra salute e salari da fame per garantire i profitti; a quelli della scuola e della sanità che rifiutano l’etica della missione e reclamano investimenti pubblici e fuoriuscita dalla precarietà; agli scioperi contro i licenziamenti camuffati da trasferimenti, a quelle lavoratrici che non vogliono arrendersi al peso crescente del lavoro riproduttivo a discapito del proprio salario.

Noi crediamo che i sindacati che condividono questa urgenza oggi debbano raccogliere di nuovo la sfida e sostenere lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo. Ai sindacati che fino ad ora non hanno accolto i nostri appelli chiediamo se si adatteranno a questo presente opprimente, oppure se staranno dalla parte delle donne, delle persone Lgbt*qia+ e di tutt* coloro che lottano non solo per i loro diritti, ma per eliminare il sessismo, lo sfruttamento e le molteplici forme di discriminazioni e violenza ancora così radicati e diffusi nella nostra società.

Come abbiamo sempre fatto, continueremo a sostenere con tutte le nostre forze le delegate e le lavoratrici che, con o senza l’appoggio delle segreterie sindacali, si stanno mobilitando per organizzare e praticare lo sciopero. E anche oggi chiediamo dunque a tutti i sindacati di aderire allo sciopero generale del prossimo 8 marzo 2021 garantendo la copertura sindacale alle lavoratrici e ai lavoratori che vorranno astenersi dal lavoro. Oltre all’indizione dello sciopero per l’intera giornata e per tutti i comparti del settore pubblico e privato, invitiamo inoltre le organizzazioni sindacali a sostenere lo sciopero femminista nelle forme più opportune: mandando la convocazione su tutti i posti di lavoro e riportando le motivazioni dello sciopero, indicendo le assemblee sindacali per informare lavoratrici e lavoratori sulle rivendicazioni della giornata, favorendo l’incontro tra lavoratrici e lavoratori e i nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista.

Report GRUPPO LAVORO

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico

1 – Come analizziamo il lavoro, produttivo e riproduttivo, e le condizioni economiche nell’attuale fase politica? Come si è riarticolata la divisione sessuale del lavoro? Quali lotte si sono innescate sul terreno della riproduzione sociale? 

Gli interventi che hanno aperto il tavolo hanno fin da subito segnalato la complessità della situazione e la necessità e l’urgenza dello sciopero.

Sex worker, migranti, lavoratrici del settore multiservizi, della scuola, degli ospedali, dei magazzini, autonome e precarie hanno sottolineato in che modo la divisione sessuale del lavoro, la criminalizzazione del lavoro sessuale, il razzismo hanno determinato in modo diverso e profondo gli effetti della pandemia. La pandemia ha evidenziato la centralità della riproduzione sociale e mostrato in tutta la sua brutalità che il modello di produzione neoliberale entra in contraddizione con la riproduzione della vita. 

Crediamo sia essenziale riconoscere come le linee di oppressione e sfruttamento siano molteplici e diverse fra loro ma tutte intersecate. Le donne non hanno mai smesso di lavorare sia dentro che fuori casa. In questi mesi le case sono diventate ancora di più un luogo di lavoro, non soltanto di quello domestico non retribuito ma anche di quello salariato, mentre il capitale taglia i costi, aumenta la precarietà e intensifica lo sfruttamento.

Lo smartworking, che va letto nella sua ambivalente complessità, si è rivelato nella maggior parte dei casi come una forma di sfruttamento intensificato, travalicando gli orari, scaricando i costi su chi lavora e impedendo forme di organizzazione. Le lavoratrici che hanno continuato a lavorare perché “essenziali” hanno dovuto accettare turni di lavoro folli che hanno ristretto ai minimi termini gli spazi di vita e di libertà.

Il sex work non è riconosciuto come lavoro. Lə sex workers sono invisibilizzatə, criminalizzatə e stigmatizzatə, senza alcun tipo di tutela nè sindacalizzazione, ed hanno dovuto affrontare la pandemia e il lockdown da solə. Lə migranti che da sempre fanno i conti con il razzismo istituzionale e la lotta quotidiana per un permesso di soggiorno che anche durante la crisi pandemica continua ad essere vincolato ad un lavoro che non c’è o è sempre più precario, si sono trovatə ancora una volta a dover decidere fra l’essere sfruttatə o clandestinə. Lə  precariə si sono trovatə improvvisamente a casa a dover pagare di tasca loro le utenze, a dover accettare i ritardi dei pagamenti, le ore extra e le condizioni di lavoro insostenibili, perché “se non lo si accetta semplicemente ci sarà qualcuno che lo accetterà al tuo posto”. 

Tuttavia, in questi mesi, lo sfruttamento non è stato accettato passivamente. Dall’inizio della pandemia, abbiamo assistito a mobilitazioni di lavoratrici e lavoratorə della sanità, del personale scolastico e dellə studenti, della pubblica amministrazione e delle politiche attive. Sono stati innumerevoli gli scioperi nel settore della logistica, mentre a novembre le lavoratrici delle multiservizi (un settore fortemente femminilizzato e per lo più composto da donne migranti) hanno scioperato per il rinnovo del contratto nazionale rifiutando le condizioni imposte e attaccando direttamente il ruolo di Confindustria. Da ricordare anche le lavoratrici della Yoox che lottano dal 25 novembre denunciando il razzismo e il maschilismo delle loro condizioni di lavoro. 

Nonostante continuamente invisibilizzatə lə sex worker si sono autorganizzate attraverso pratiche di mutuo aiuto; così come ci sono state anche lotte collettive contro gli affitti esorbitanti e il diritto all’abitare da parte di chi in un momento in cui si era costretti a stare a casa lottavano per la possibilità stessa di averne una.  

   2- Come attualizziamo le rivendicazioni che abbiamo portato avanti in questi anni (reddito, salario e permesso di soggiorno europeo)? Quali pratiche per rispondere alla disciplina dei mercati finanziari sui nostri corpi, alla luce di una lettura femminista del Recovery Plan e del debito? Come riportare la riproduzione al centro delle nostre rivendicazioni? 

Sono 444.000 le persone che hanno perso il lavoro nell’ultimo anno di cui il 70% circa sono donne. Solo tra novembre e dicembre 2020, di 101 mila occupatx in meno, 99 mila sono di donne. Lo sblocco dei licenziamenti previsto a marzo peggiorerà ulteriormente i livelli di occupazione e di attività. Tantissime nel tentativo di conciliare lavoro produttivo e riproduttivo hanno dovuto lasciare il lavoro salariato per prendersi cura di figli o genitori, in una continua riproposizione di ruoli predefiniti che vengono puntualmente riaffermati dalle stesse misure proposte per l’uscita dalla crisi. La discussione e le testimonianze riportate all’interno del tavolo hanno dimostrato ancora una volta che il Recovery Plan e il Family Act sono misure fortemente neoliberali, patriarcali e razziste. 

Nel Recovery Plan, ipocritamente inondato di discorsi sulla parità di genere, l’inclusione sociale delle donne passa essenzialmente attraverso sgravi fiscali e sussidi alle imprese e la formula per la risoluzione del problema dell’occupazione femminile è l’empowerment e l’autoimprenditorialità (che nasconde una realtà di precarietà, falsi contratti autonomi, partite iva e appalti a cooperative) In generale la condizione delle donne e delle persone lgbt*qia+ appaiono come un capitolo a parte invece che qualcosa di costitutivo della società stessa.

Nel Family Act, quando si parla di “conciliazione” si dà per scontato che il salario accessorio è quello della donna, si divide l’assegno unico per i figli fra genitori come se tra loro non esistessero condizioni asimmetriche e inique. Quando si parla di “famiglia” sappiamo che si parla di qualcosa che esclude le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere schiacciate in ruoli e generi in cui non si riconoscono. Queste misure escludono totalmente le donne migranti: la loro fruizione è possibile solo se in possesso di un permesso di lungo periodo o di un contratto di lavoro di due anni. 

Noi non possiamo accettare queste misure: ancora una volta chiedono a noi di pagare il prezzo più grande. Sappiamo che ogni taglio al welfare va nella direzione di colpire chi è più debole. Mai come ora è necessaria una redistribuzione della ricchezza. Sappiamo che la condizione di autonomia economica è una delle basi imprescindibili non solo per l’autodeterminazione, ma anche per la stessa fuoriuscita dalla violenza. 

Abbiamo rivendicato reddito di autodeterminazione per tuttə e ci troviamo reddito di libertà. Bisogna registrare che la nostra lotta ha avuto un peso, ma non è sufficiente: è necessario legare la nostra rivendicazione ancora più saldamente a un presente in cui la perdita del lavoro e la povertà mostrano che le condizioni per la fuoriuscita dalla violenza strutturale sono sempre più rigide. Il significato di quella «autodeterminazione» deve essere fatto valere non solo come battaglia per misure più adeguate, ma anche per esprimere il nostro incondizionato rifiuto complessivo ad essere sfruttate da una società che vuole ricostruirsi assoggettandoci agli imperativi patriarcali di famiglia, maternità e divisione sessuale del lavoro. Per questo vogliamo legare la rivendicazione di un reddito di autodeterminazione a quella di un welfare non solo realmente universale, ma che superi il modello familistico. 

Pretendiamo un permesso di soggiorno europeo svincolato da famiglia e lavoro e l’abolizione delle leggi Bossi-Fini e Minniti-Orlando. Queste rivendicazioni – sostenute anche da movimenti di migranti, femministi e Lgbtqia+ dentro e fuori l’Europa – devono essere al centro del nostro 8 marzo perché riconosciamo che le linee della violenza razzista si intrecciano con quelle della violenza patriarcale. 

   3- Come costruiamo lo sciopero femminista nelle sue diverse declinazioni, superando le difficoltà di accesso ai luoghi di lavoro, di mobilitazione nello spazio pubblico e di organizzazione di forme di astensione e protesta tra le mura domestiche? Quali pratiche di sciopero possiamo inventare/reinventare non solo contro il lavoro riproduttivo non salariato, ma anche contro lo smartworking e tutti quei lavori che hanno subito pesanti conseguenze (freelance, lavoro informale, etc.)? Quali rapporti possiamo tessere con lavoratrici, delegate e sindacaliste? In quali contesti e con quali strumenti? 

Gli interventi al tavolo lavoro hanno ribadito l’urgenza dello sciopero dell’8 marzo e la necessità di tenere al centro della nostra mobilitazione le diverse posizioni, rivendicazioni ed esperienze che sono state riportate durante l’assemblea. 

Per la costruzione dello sciopero è prioritario riattivare i rapporti con i sindacati che in questi anni hanno sempre appoggiato il movimento femminista e transfemminista e sperimentando nuovi canali di comunicazione con delegate sindacali e lavoratrici.Per questo è prioritario inviare il prima possibile la lettera ai sindacati per accelerarne la sua indizione. È stata inoltre proposta una giornata di rilancio dello sciopero di cui è necessario definire una data il prima possibile.

È stata condivisa l’idea di entrare in contatto con i gruppi virtuali di lavoratrici e lavoratorə nati durante la pandemia, oltre che con le lottegià presenti sul territorio, e condurre pratiche di inchiesta militante per entrare in contatto con lavori invisibilizzati e costruire azioni di boicottaggio. È importate continuare ad approfondire la critica femminista del Recovery Plan e attivare campagne di rivendicazione. È necessario connettere le diverse lotte perché solo unite possiamo far sentire la nostra rabbia. Sappiamo che non sarà facile scioperare e proprio nei settori ‘essenziali’ l’astensione dal lavoro sarà ancora più difficile. Per lo smartworking sarà necessario immaginare forme di sciopero visibili.

Non rinunciamo però a costruire lo sciopero femminista e transfemminista in tutte le forme che lo caratterizzano, non rinunciamo a dare forza e amplificare le molte lotte e i molti scioperi che nel presente pandemico si oppongono alle condizioni patriarcali dello sfruttamento, non rinunciamo a costruire momenti di lotta e agitazione capaci di dare visibilità al lungo percorso di costruzione dello sciopero dell’8M e oltre. 

Lo sciopero è stato definito essenziale perché a chi ci ha definite “essenziali” solo per poterci sfruttare rispondiamo che essenziale è la nostra lotta!

REPORT GRUPPO SCUOLA 31 Gennaio 2021

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico
  1. ANALISI:

L’8 marzo 2020 le nostre vite sono state stravolte: eravamo alle prese con il primo sciopero transfemminista in pandemia e avevamo lasciato le aule pochi giorni prima senza sapere che, per molto tempo, non ci saremmo tornate e non avremmo potuto incontrare compagne, colleghe, alunne. Il mondo della scuola e della formazione – come pure la rete di Non Una Di Meno – è attraversato da soggettività differenti, con vissuti, bisogni ed esperienze plurali: sentiamo la necessità, a partire dalla nostra autonomia di elaborazione e azione, di costruire coordinamento e alleanze, in vista del prossimo sciopero globale e oltre.

Rifiutiamo il ricatto che contrappone scuola, salute e reddito, rivendicando una scuola in presenza e allo stesso tempo in totale sicurezza, dalle aule ai trasporti. Rifiutiamo l’invisibilizzazione dei corpi, di cui affermiamo la centralità nei processi di formazione. La scuola potrebbe essere un luogo di cura collettiva e di screening, ma per questo servono fondi. Riteniamo di gran lunga insufficienti le risorse previste dal Recovery Fund e rigettiamo le logiche di aziendalizzazione e normalizzazione della DAD che con queste risorse si pretende di consolidare. Vogliamo investimenti in termini di strutture, spazi, dispositivi di prevenzione e nuove assunzioni, non attingendo ai soli fondi pubblici ma prelevando risorse anche dai patrimoni dei più ricchi.

La retorica patriarcale della “missione dell’insegnante” è la foglia di fico che nasconde la mancanza strutturale di tutele per lə insegnanti, lasciatə solə di fronte al virus e alle lacune croniche della formazione. La dilatazione dei tempi di lavoro in DAD porta ad una compenetrazione del lavoro produttivo e riproduttivo pressoché totale. I contratti covid, improvvisati e non pagati da oltre 3 mesi, privi di adeguate tutele contrattuali, segnano una nuova frontiera della precarietà estrema che colpisce le diverse componenti della scuola (insegnanti, educatrici e educatorə, collaboratrici e collaboratorə ATA, operatrici e operatorə della sanificazione).. “Sacrificio” è diventata la parola d’ordine ministeriale: sacrificio dellə insegnanti lasciatə allo sbaraglio e dellə studentə più vulnerabili, senza alcuna attenzione alla disabilità o a qualsiasi difficoltà individuale e famigliare. La colpevolizzazione dellə singolə è l’escamotage con cui le istituzioni trovano un capro espiatorio in caso di contagio.

Il mondo della formazione è per eccellenza luogo di riproduzione sociale e per questo è per noi territorio strategico di lotta. Le contraddizioni esplose con la pandemia sono il contesto in cui immaginare una riproduzione differente e rivoluzionarla.

La preoccupazione tecnocratica per la valutazione, anteposta alla socializzazione e condivisione egualitaria del sapere e indifferente alle condizioni materiali di vita, riflette l’impostazione competitiva e gerarchica della formazione. Per questo ora più che mai rifiutiamo i sistemi INVALSI nella scuola e ANVUR nell’università, il voto di condotta, l’attuale impostazione degli esami di Stato e avvertiamo il bisogno di una ristrutturazione complessiva del rapporto tra studentə e insegnanti, “a partire da noi”. L’introduzione dell’educazione civica non compensa in alcun modo il nozionismo e l’impostazione patriarcale dei programmi scolastici, nonché la cronica mancanza di educazione sessuale e di strumenti per vivere scuole e università come spazi safe. L’aumento delle violenze offline e online in quarantena si ripercuote anche sullə studentə, ma la scuola ha scelto di abdicare completamente alla sua funzione di socialità e sostegno, delegandola alla famiglia, luogo di replica del sistema patriarcale e, troppo spesso, di violenza misogina e omo-lesbo-bi-transfobica. È necessario ripensare l’istituzione scolastica nel più generale contesto delle battaglie sul welfare, concependo la scuola come laboratorio di pratiche transfemministe di cura comunitaria, prevenzione e contrasto della violenza.

Di fronte alle pesanti limitazioni al diritto di sciopero, promosse con la complicità dei sindacati confederali, sentiamo la necessità di ripensare anche le nostre pratiche di sottrazione e disconnessione dalla produzione e dalla riproduzione, tanto in presenza quanto nella DAD. Questo è l’anno in cui partiremo dalle nostre paure e dai nostri corpi vulnerabili per riprenderci e cambiare la scuola da dentro e da fuori.

  • RIVENDICAZIONI / TERRENI DI LOTTA
  • Pretendiamo fondi e investimenti strutturali per la scuola pubblica. Vogliamo decidere come i fondi vengono spesi.
  • Vogliamo consultori, presidi sanitari e psicologici non medicalizzanti nelle scuole e nelle università, intesi come spazi per la cura ed il benessere.
  • Vogliamo tamponi periodici gratuiti per tuttə, trasporti rinforzati, sicuri e gratuiti.
  • Vogliamo l’abolizione dei sistemi INVALSI e ANVUR, del voto di condotta e della valutazione sommativa, nonché del condizionamento che lə insegnanti di religioni esercitano su di essa. Vogliamo una nuova impostazione per gli esami di Stato, nella direzione del colloquio aperto.
  • Pretendiamo educazione sessuale orientata al piacere, alle differenze e al consenso nei programmi di educazione civica e scolastici.
  • Pretendiamo programmi di formazione per lə  insegnanti.
  • Pretendiamo regolamenti chiari per il contrasto delle molestie nelle scuole e nelle università
  • PRATICHE:
  • Sciopero della valutazione sommativa
  • #OccupyEducazioneCivica e proposta di laboratori, incontri e assemblee nelle scuole orientati all’educazione/autoeducazione al piacere, alle differenze e al consenso e alla prevenzione della violenze di genere e dei generi. Realizzazione di materiale didattico da utilizzare nell’insegnamento trasversale dell’educazione civica
  • Proposta di laboratori e percorsi per la formazione femminista e transfemminista delle insegnanti
  • Sciopero Lezioni “al contrario”: lezioni alternative e transfemministe nelle scuole autogestite e occupate, oppure nello spazio urbano e all’aperto
  • Sostenere le pratiche di sciopero, le occupazioni e le lotte territoriali per la scuola e la formazione
  • Sostenere gli spazi e i progetti transfemministi, soprattutto se sotto attacco, e battersi per moltiplicarli nelle scuole e nelle università
  • Praticare inchiesta e auto-inchiesta, per mappare e connettere le esperienze di chi vive il mondo della formazione e metterci in relazione con le soggettività presenti in esso. Condividere materiali e risultati
  • Dare continuità al gruppo scuola nazionale oltre lo sciopero dell’8 marzo