LA TOSCANA, L’IVG FARMACOLOGICA E L’APPLICAZIONE DELLA 194

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Durante l’emergenza COVID-19, abbiamo assistito su tutto il territorio nazionale a forti disservizi e carenze in materia di IVG e non solo, dovuti a una forte pressione praticata su un sistema sanitario già martoriato.

Nonostante la nostra regione si attesti a livelli di obiezione di coscienza tra i più bassi d’Italia, 6 medici su 10 si rifiutano di praticare aborti, e l’IVG farmacologica rappresenta solo il 28% delle IVG totali. [1]

In questi duri mesi di lockdown si sono moltiplicate le esperienze di mutuo aiuto e solidarietà transfemminista di Non una di Meno, in Toscana ma non solo. [2]

Dopo mesi a fianco di chi ha avuto pessime esperienze nel proprio percorso di aborto volontario (attese lunghissime, reparti IVG trasferiti in altri ospedali con scarsa comunicazione alle utenti, servizi temporaneamente sospesi a causa della mancanza di personale, consultori chiusi) [3] il movimento di Non Una di Meno ha lanciato la campagna “SOS aborto”. Quattro semplici richieste nate dall’emergenza ma fondamentali per il futuro, al fine di rendere realmente applicabile la 194 e garantire la libertà di scelta tra l’IVG farmacologica e quella chirurgica. [4]

È di poche settimane fa la notizia della risoluzione approvata dalla regione Toscana per la concretizzazione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Nello specifico, nella risoluzione approvata è scritto che la Giunta Regionale si impegnerà a:

  1. Realizzare, tempestivamente, la riorganizzazione e riqualificazione della rete consultoriale e a implementare pratiche e modelli innovativi anche attraverso la realizzazione di strutture intermedie in tutte le zone sociosanitarie della Toscana;
  2. Garantire l’IVG farmacologica nei poliambulatori e nei consultori;
  3. Assicurare nei presidi ospedalieri la presenza di almeno il 50 per cento del personale medico e sanitario non obiettore, al fine di garantire la piena applicazione della l194/1978 e tutelare altresì le professionalità di dette figure, così come richiesto in ambito europeo;
  4. Prevedere, nel caso di situazioni di grave carenza strutturale di personale medico non obiettore, l’indizione di concorsi pubblici con specifica indicazione, tra i requisiti per la partecipazione, della necessaria disponibilità a svolgere tutte le specifiche funzioni in applicazione della 194/1978;
  5. Verificare che le aziende sanitarie locali assicurino il rispetto dei parametri sopraindicati, anche attraverso la mobilità del personale obiettore così come previsto dall’articolo 9 della 194/1978;
  6. Avviare una fase di sperimentazione che preveda l’allungamento della tempistica limite per l’IVG farmacologica fino alle nove settimane, così come dalle indicazioni più recenti della letteratura scientifica;
  7. Prevedere che, a ogni struttura pubblica o privata, presidio ospedaliero e/o consultorio, sia concesso l’accreditamento solo qualora la struttura stessa applichi pienamente quanto previsto dalla 194/1978.

Meravigliose intenzioni che tanto ci ricordano la millantata delibera sulla contraccezione gratuita che si sarebbe dovuta applicare senza alcun aumento dei fondi ai consultori, e che difatti al momento è parzialmente applicata in alcune città -quelle in cui i consultori si sono fatti carico autonomamente delle spese- e inapplicata in altre.

Crediamo che questo sia un passo importante che deve essere seguito da concreti interventi attuativi che rendano praticabile quanto richiesto e che diano a tali azioni carattere di permanenza non legato all’emergenza Coronavirus. Un’azione che possa dare l’esempio ad altre regioni in cui l’IVG farmacologica non è nemmeno contemplata, e permetta finalmente la sperimentazione delle interruzioni volontarie di gravidanza nei consultori, che potrebbero tornare ad essere spazi delle donne e assicurare un servizio di IVG farmacologica uniforme, di qualità, con una maggiore appropriatezza clinica e organizzativa, alleggerendo gli ospedali e scavalcando l’obiezione di coscienza dilagante.

Vogliamo sottolineare come questo importante passaggio si sia potuto raggiungere solo grazie alla lotta e alla mobilitazione costante di tante donne e del movimento femminista che non ha mai cessato di porre con forza la questione della libertà di scelta- libera maternità e libero aborto- nelle piazze, nei presidi, nelle azioni di sciopero e di protesta portate avanti ininterrottamente.

Questa mobilitazione costante e incisiva, che non ha mai mancato di denunciare i tanti limiti nell’accesso a all’IVG, ha imposto alla politica di dare una risposta a quanto è stato portato avanti con mobilitazioni di massa, radicate nei territori e nelle coscienze di tutte le soggettività che si battono per l’autodeterminazione

Come nodi territoriali toscani di Non Una di Meno ci impegneremo a monitorare la reale applicabilità di questa risoluzione, facendo divulgazione tra le utenti, mantenendo uno stretto rapporto con le operatrici e gli operatori sanitari e denunciando pubblicamente possibili disservizi. Noi continueremo a far sentire la nostra voce e la nostra protesta, senza fare sconti a nessuno e senza permettere che sui nostri corpi, sulle nostre scelte, sulle nostre lotte si giochino campagne elettorali.

Continueremo a batterci con le nostre pratiche, forti della crescita di un movimento che negli ultimi anni ha riconquistato le piazze in modo potente. Ci mobiliteremo perché la libertà di scelta possa essere realmente esercitata senza gli ostacoli di sempre, e quindi contro l’obiezione di coscienza, contro il taglio dei consultori e dei presidi sanitari, contro la presenza finanziata dei prolife nei consultori, per l’autodeterminazione, per la tutela della salute, per l’accesso alla contraccezione e all’aborto, sia chirurgico che farmacologico.

La strada è quella giusta, l’obiettivo è l’aborto libero, gratuito e senza barriere per tutt*.

Non Una di Meno Empoli, Firenze, Livorno, Lucca, Mugello, Siena, Pisa, Obiezione Respinta.

Alessandria: https://casadelledonnealessandria.it/2020/05/07/apre-lo-sportello-non-sei-sola/

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26 giugno-Nudm: Torniamo nelle Strade! Ci tolgono il tempo, riprendiamoci tutto!

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Fin dall’inizio dell’emergenza da Covid-19 abbiamo sottolineato come questa crisi non fosse uguale per tutt* e così purtroppo è stato. La pandemia ha esasperato le disuguaglianze, lo sfruttamento e le violenze determinate dal sistema capitalista, patriarcale e razzista nel quale viviamo e che, quotidianamente, colpiscono le nostre vite.

La violenza domestica è aumentata moltissimo durante il lockdown, mentre i centri antiviolenza hanno cercato di continuare a garantire supporto alle donne che vi si rivolgono, nonostante le difficoltà imposte dal distanziamento sociale e dalla mancanza strutturale di finanziamenti. Tantissime persone si sono ritrovate senza lavoro e senza reddito, tra cassa integrazione in ritardo di mesi, bonus di 600 euro assolutamente insufficienti, nessun tipo di sussidio per tutti i lavori in nero e non riconosciuti. Nei settori considerati come “essenziali”, dalla sanità ai servizi sociali, dalla sanificazione alla grande distribuzione, dalla logistica alle troppe fabbriche rimaste aperte, tantissime donne si sono trovate spesso senza dispositivi di protezione individuale, mettendo a rischio la propria salute e quella delle persone a loro vicine in cambio dei soliti salari bassissimi, accompagnate dalla retorica che le voleva “eroine” o “angeli” e pronte a sacrificarsi per il paese con il sorriso.

Razzismo e sessismo istituzionali si rendono evidenti nell’ultimo provvedimento del governo: una sanatoria che esaspera le condizioni di ricattabilità in cui versano le donne e le soggettività migranti, la cui unica possibilità di regolarizzarsi è vincolata all’arbitrio di chi da anni le sfrutta nei campi o in casa con contratti precari o in nero.

L’epidemia, il sovraccarico del sistema sanitario, la chiusura delle scuole a tempo indeterminato, l’estensione indefinita dei tempi di lavoro causata dal ricorso allo smart working hanno moltiplicato esponenzialmente il carico di lavoro produttivo e riproduttivo che pesa sulle nostre spalle. Come si può lavorare da casa mentre ci si prende cura di una persona malata o anziana e bisogna seguire figlie e figli nella didattica a distanza? Come si può tornare a lavoro con turni spalmati su orari impossibili, mentre ancora non si sa se e come riapriranno le scuole a settembre? Queste domande non hanno trovato risposte, ad eccezione del tanto richiamato bonus baby sitter, che argina solo temporaneamente il problema e produce ulteriore lavoro precario e sottopagato per altre donne.

Non possiamo più parlare di emergenza: le conseguenze di questa pandemia saranno pesanti e stabili e stiamo già sperimentando nelle nostre vite le conseguenze di questa crisi.
Nonostante il distanziamento sociale, sappiamo che non siamo sole, ma parte di una lotta che in tutto il mondo si oppone alla violenza maschile e di genere, al razzismo e allo sfruttamento in casa e sul lavoro. L’epidemia del Coronavirus non ci ha costrette al silenzio. Le donne e le soggettività dissidenti, le persone migranti e razzializzate hanno continuato e continuano a scioperare e a ribellarsi alla violenza con cui ci vorrebbero zittire, rimettere al nostro posto, ancorare ai ruoli che ci sono imposti e che noi invece rifiutiamo.

Ora è tempo di riprenderci le strade, la visibilità, la parola che hanno provato a toglierci. È tempo di urlare tutta la nostra rabbia per annunciare che non accettiamo che la ricostruzione e la convivenza con il Covid-19 avvengano al prezzo del nostro sfruttamento, dell’intensificazione della divisione sessuale del lavoro e del razzismo.Con attenzione e cura per la salute di tutte e tutti, il 26 giugno torniamo in piazza in tantissime città.

Di fronte alle conseguenze di questa crisi e alla nuova insopportabile normalità che annuncia, non rimarremo in silenzio!

¡Juntas somos más fuertes!

Segui l’Evento in aggiornamento con gli appuntamenti dei nodi Nudm

LA PILLOLA RU486 È ANCORA UN TABOO. PERCHÉ L’ABORTO FARMACOLOGICO FA COSÌ PAURA?

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In molti Paesi, le donne scelgono di effettuare un aborto farmacologico perché meno invasivo e più “privato” dell’aborto chirurgico. La somministrazione di mifepristone (RU486) e di prostaglandine ha il vantaggio di non richiedere un intervento chirurgico e di non rendere indispensabile l’ospedalizzazione, al contrario del metodo karman, del raschiamento e delle altre forme di isterosuzione. Questi ultimi interventi vengono in genere praticati in day hospital, tuttavia si tratta di veri e propri interventi chirurgici.
In Italia, l’utilizzo della pillola RU486 viene ostacolato a livello procedurale. Introdotta soltanto nel 2009, la pillola abortiva può essere somministrata fino al 49esimo giorno di gestazione e solo in regime di ricovero ospedaliero ordinario di tre giorni, fatta eccezione per 8 regioni in cui si è deciso di sperimentare il regime day hospital. Come riportato dall’ultima relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, queste restrizioni non permettono una vera libertà di scelta tra i due tipi di intervento, attestando l’aborto farmacologico a circa il 20% delle IVG totali, percentuale nettamente in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei come, ad esempio, Inghilterra e Svezia dove le IVG farmacologiche rappresentano, rispettivamente, il 60% e il 90% delle IVG.
Il ricovero ospedaliero di tre giorni risulta quindi essere un enorme ostacolo alla diffusione dell’IVG farmacologica per le numerose difficoltà che si presentano a chi ne vuole fare ricorso. Il day hospital previsto per le IVG chirurgiche rende infatti più facile l’accesso a questa operazione a tutte coloro che non possono permettersi di richiedere più di un giorno di permesso dal lavoro o che hanno altri impegni o scadenze legate alla propria famiglia o alle proprie vite. Inoltre, in molti ospedali, la turnazione del personale medico-sanitario può portare alla difficoltà di incontrare in due momenti differenti operatori o operatrici non-obiettori addetti alla somministrazione delle due pillole abortive (prima il Mifepristone e poi la prostaglandina).

In linea con quanto già avviene da una decina d’anni in altri paesi europei e in fase sperimentale in alcune regioni italiane, chiediamo che sia introdotta la possibilità che la pillola RU486 possa essere dispensata in day hospital e in regime ambulatoriale!

Perché in Italia l’aborto farmacologico fa così paura? Perché la sua diffusione tutela l’autodeterminazione e la libertà di scelta di chi vuole decidere come abortire ed alleggerisce il lavoro dei medici non obiettori negli ospedali pubblici.
SOS ABORTO!

Una campagna di: Non Una di Meno, Obiezione Respinta, IVG Ho abortito e sto benissimo

Scarica la grafica in pdf a cura di Non una di meno Roma

#SOSABORTO TAGLI AL SISTEMA NAZIONALE SANITARIO NEGLI ULTIMI 10 ANNI (2008 – 2019)

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L’emergenza non sospende il diritto alla salute e il diritto alla salute riproduttiva!

Negli ultimi dieci anni le politiche di austerity hanno comportato tagli alle risorse del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per un ammontare di 37 miliardi di euro, provocando la chiusura di 359 reparti e la perdita di 70 mila posti letto. Si è puntato tutto su grandi strutture ospedaliere nei grandi centri, sempre a scapito delle aree marginali e meno popolate.

Contemporaneamente sono cresciute la sanità privata e l’industria sanitaria delle assicurazioni. Si è incentivato il sistema delle convenzioni con il privato, spesso cattolico, a scapito delle strutture pubbliche. L’effetto è stato il prevalere della logica del profitto e confessionale su quella della tutela della salute e della libertà di scelta come diritto universale.

In tempo di crisi pandemica, i danni prodotti da anni di aziendalizzazione e di tagli alla spesa pubblica per la sanità sono emersi in maniera evidente, e le forme di regionalismo della sanità hanno mostrato la loro inefficienza nel contrastare la situazione emergenziale. L’epidemia ha reso evidente inoltre come, se da un lato siamo tutt* a rischio e possiamo tutt* rappresentare un rischio per le altre persone, non tutt* abbiamo le stesse possibilità di mettere in campo azioni personali per proteggerci. La romanticizzazione dell’emergenza sanitaria che ci vuole “tutti sulla stessa barca” nasconde quello che da diritto, il diritto alla salute, grazie anche al progressivo smantellamento della sanità pubblica e universalista, sta divenendo sempre di più un privilegio di pochi. L’emergenza ha mostrato come, per prendersi cura delle singole persone sia necessaria una comunità di supporto e un sistema sanitario che sappia rispondere ai bisogni di tutt*: Non c’è salute né cura individuale, senza quella collettiva.

Le politiche di austerity, hanno colpito inoltre le strutture socio-sanitarie territoriali e in particolare i consultori pubblici. In 5 anni ne sono stati chiusi 208, a fronte di un numero già pesantemente al di sotto delle necessità e di equipe ridotte all’osso.

Tra i servizi che hanno subito interruzioni e riduzione della disponibilità durante la pandemia ci sono ovviamente anche quelli legati al parto e all’IVG. Lungi dal voler stilare una classifica di priorità, quel che ci preme sottolineare è che ancora una volta, dietro una retorica del “non c’è alcuna alternativa” si nascondono decisioni politiche precise di definanziamento. Decisioni politiche in cui nella scelta tra cosa sia necessario ed essenziale e cosa non lo sia, la salute riproduttiva viene sempre al secondo posto. L’accesso all’aborto non è stato di fatto considerato un’urgenza, riducendo e chiudendo servizi e reparti già scarsi e rarefatti sul territorio, a discapito di chi si è trovata a fare i conti con una gravidanza indesiderata durante l’epidemia.

Procedure come l’IVG sono urgenti e non rimandabili; il parto dolce è in molti casi una necessità, non un lusso; i punti nascita sono servizi essenziali. Se oggi questi servizi sono a rischio, è a causa di anni di tagli e della precisa volontà politica di favorire un accesso differenziato alle cure.

SOS aborto!

L’emergenza non sospende il diritto alla salute e il diritto alla salute riproduttiva!

SOS aborto: Una campagna di NON UNA DI MENO, Obiezione Respinta, IVG, ho abortito e sto benissimo

La grafica in pdf a cura di Nudm Roma

SOS ABORTO: a 42 anni dal referendum sulla legge 194 gli obiettori la bloccano!

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L’italia si colloca in cima alla lista dei Paesi col maggior numero di obiettori di coscienza negli ospedali pubblici. A queste statistiche va aggiunto il peso del sanità privata cattolica e mancano tutti i farmacisti che, illegalmente e illegittimamente, si dichiarano obiettori in maniera informale e si rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo o dei cinque giorni dopo.

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SOS aborto: non torneremo alla normalità

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Il sistema sanitario nazionale in emergenza pandemia ha rivelato tutti i danni prodotti in anni di tagli e aziendalizzazione. Ecco un’infografica che ci restituisce l’immagine della situazione in cui siamo e cosa è necessario fare per invertire la rotta e rimettere al centro la salute e l’autodeterminazione come priorità.

Il taglio agli sprechi, propagandato come necessario dalle politiche di austerity, ha colpito in particolare le strutture socio-sanitarie territoriali e in particolare i consultori pubblici. in 5 anni ne sono stati chiusi 208, a fronte di un numero già pesantemente al di sotto delle necessità e di equipe ridotte all’osso.

Si è puntato tutto su grandi strutture ospedaliere nei grandi centri, sempre a scapito delle aree marginali e meno popolate. Si è incentivato il sistema delle convenzioni con il privato, spesso cattolico, a scapito delle strutture pubbliche. L’effetto è stato il prevalere della logica del profitto e confessionale su quella della tutela della salute e della libertà di scelta come diritto universale.

Il modello Lombardia è drammaticamente emblematico da questo punto di vista, ma non è il solo.

In questo quadro già complesso l’emergenza non ha fatto che evidenziare disparità e contraddizioni. L’accesso all’aborto non è stata di fatto considerata un’urgenza, riducendo e chiudendo servizi e reparti già scarsi e rarefatti sul territorio, a discapito di chi si è trovata a fare i conti con una gravidanza indesiderata durante l’epidemia.

Questo è potuto accadere perchè in Italia l’aborto farmacologico è praticato ancora in via residuale (solo il 20,9% delle ivg è farmacologica contro il 77,6 di chirurgico) e l’uso della ru486 è molto limitato e vincolato, contrariamente a quanto accade già da decenni nel resto d’Europa.

Per questo vogliamo:

* l’estensione immediata dell’iVG farmacologica fino alla nona settimana e senza ricovero

*la somministrazione della RU486 anche nei consultori pubblici oltre che negli ospedali.

* il potenziamento e il rifinanzamento della rete dei consultori pubblici e laici e dei servizi socio-sanitari territoriali.

Non torneremo alla normalità perchè la normalità era il problema!

#sosaborto

#obiezionerespinta

Campagna di NON UNA DI MENOObiezione RespintaIVG, ho abortito e sto benissimo

Infografiche scaricabili di Eleonora di Non Una Di Meno – Roma 

 

 

1° maggio Femminista Transnazionale: Lo sciopero vive nelle lotte

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In questa data storica, che unisce le lavoratrici e i lavoratori di tutto il mondo nella lotta per i loro diritti, convochiamo – a partire dai nostri femminismi che sono una forza transnazionale e una potente memoria delle lotte – un

1° maggio Femminista Transnazionale

Continuiamo ad alzare le nostre voci con forza di fronte all’urgenza di denunciare insieme la crisi della riproduzione della vita di fronte a cui ci pone la pandemia, che precarizza e intensifica ulteriormente il lavoro produttivo e riproduttivo che facciamo noi donne, lesbiche, trans, queer e non-binarie. Per questo dobbiamo organizzarci e lottare insieme.

La pandemia globale generata dal COVID-19 ha reso ancora più visibile non solo la crisi capitalistica e patriarcale, ma anche l’urgenza di trasformare complessivamente la società e combattere le sue disuguaglianze. Milioni di lavoratrici e lavoratori durante questa pandemia continuano a lavorare nei magazzini logistici senza protezione e con salari bassi. Le condizioni di lavoro delle e dei migranti diventano ancora più precarie: tanto le misure che di fatto mantengono irregolari le e i migranti, quanto quelle che li/le regolarizzano in maniera selettiva, sono ugualmente funzionali a poterli/e mettere a lavoro in condizioni di maggiore sfruttamento. Milioni di operatrici sanitarie e di operaie lavorano senza sosta, con salari bassi e in condizioni inadeguate, mettendo a rischio la loro vita ogni giorno. Migliaia di lavoratrici domestiche vengono licenziate senza ricevere alcun sussidio. Milioni di donne sono sovraccaricate di lavoro domestico e milioni di lavoratrici informali, delle economie popolari e precarie si ritrovano senza lavoro. La crisi pandemica mostra chiaramente che i lavori necessari per la riproduzione sociale sono i più sfruttati e precari, svolti il più delle volte da donne e migranti.

Allo stesso tempo, l’attuale isolamento dimostra che migliaia di donne, lesbiche, e trans non possono rimanere a casa e proteggere la loro salute perché devono continuare a lavorare. Coloro che possono rimanere a casa, si vedono obbligate dal sistema patriarcale ad assistere e prendersi cura degli anziani e dei bambini, aumentando ancora di più il loro lavoro domestico per il quale non c’è mai stato né un limite di ore né una retribuzione. Per molte, le case non sono luoghi sicuri perché significa essere esposte alla violenza dei propri partner ogni giorno. I femminicidi e la violenza contro le donne e le persone LGBTQI+ si sono intensificati con questa crisi, la cui gestione securitaria omette questa realtà. La crisi invisibilizza anche il ruolo nella società delle donne diversamente abili, la cui cura e vita quotidiana sono soggette a ritmi molto particolari.

Non vogliamo che il futuro assomigli a questo presente e ci rifiutiamo di ritornare alla normalità neoliberale, la cui insostenibilità si rivela in modo indiscutibile in questa crisi. Lottiamo per porre fine all’estrattivismo, agli allevamenti intensivi e alla produzione industriale di alimenti su larga scala, che subordinano tutte le specie viventi e la terra ai profitti del capitale.

Oggi stiamo combattendo per sopravvivere nella pandemia, ma ci stiamo anche organizzando per affrontare le conseguenze a lungo termine che questa avrà sulle condizioni economiche e di vita di milioni di persone in tutto il mondo.

Non vogliamo uscire da questa “emergenza” ancora più indebitate e precarie! Chiediamo che la ricchezza sia utilizzata per garantire che nessuna persona sia lasciata senza entrate economiche o costretta a indebitarsi per sopravvivere. La ricchezza dovrà servire per sostenere la vita e non più per essere appropriata da una minoranza privilegiata. Chiediamo che l’accesso al sistema sanitario sia garantito gratuitamente e che i diritti alla salute mentale, sessuale e (non) riproduttiva siano riconosciuti come diritti essenziali, perché il confinamento obbligatorio non può essere una scusa per impedirci di decidere sul nostro corpo e garantire la nostra autonomia.

Nei quartieri popolari si stanno organizzando ruidazos (azioni rumorose) contro i femminicidi e reti di autodifesa contro la violenza maschile. Nelle comunità, le donne indigene, che hanno sempre lottato contro la devastazione ambientale, si trovano ad affrontare uno Stato che approfitta dell’isolamento per realizzare progetti estrattivi. In ogni carcere, le e i detenute/i denunciano le condizioni disumane di detenzione e la mancanza di protezione. Ovunque, le e i migranti si ribellano contro il sovraffollamento dei centri di detenzione e rivendicano i loro documenti, senza i quali la loro vita, ancor più con questa pandemia, è soggetta a condizioni di maggiore sfruttamento e violenza. Nei magazzini e nelle fabbriche si moltiplicano gli scioperi che richiedono che si continuino solo le attività essenziali e in condizioni dignitose.

Lo sciopero femminista è stato negli ultimi anni lo strumento che ha unito le nostre lotte a livello globale e che ci ha permesso di rifiutare la violenza patriarcale nella sua dimensione strutturale: nelle case, nelle strade, nei luoghi di lavoro, attraverso le frontiere. Nello sciopero dei passati 8 e 9 marzo abbiamo invaso le strade con la nostra potenza femminista, siamo state milioni in tutto il mondo. Durante la pandemia e nei prossimi mesi il processo di insubordinazione alimentato dallo sciopero femminista deve convertire il nostro lavoro riproduttivo in un campo di lotta per contestare la divisione sessuale e razzista del lavoro e per esigere la socializzazione del lavoro di cura. Vogliamo che sia data totale attenzione alla salute e che i servizi essenziali siano rafforzati.

Pretendiamo che tutti i lavori non indispensabili a sostenere la vita siano sospesi: i lavori non necessari devono essere interrotti! Vogliamo la fine della subordinazione, dello sfruttamento, della precarizzazione. Pretendiamo anche che si forniscano le protezioni necessarie contro il virus per i lavori essenziali.

Vogliamo sovvertire tutto per mettere fine alla violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, per poter abortire in modo sicuro, libero e gratuito, per non indebitarci ancora di più, per poter disporre delle nostre libertà. Lo sciopero femminista globale ci ha insegnato che quando siamo unite siamo forti e ora più che mai dobbiamo alzare le nostre voci nella stessa direzione per evitare la frammentazione che la pandemia sembra imporci.

Vogliamo un’uscita femminista transnazionale dalla crisi per non tornare più a una normalità fatta di disuguaglianze e violenze. Nella giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori grideremo tutta la nostra rabbia contro la violenza di una società che ci sfrutta, opprime e uccide.

Il Primo Maggio diciamo più che mai che le nostre vite non sono al servizio dei loro profitti.

Nella giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori affermiamo ancora una volta che la società può essere organizzata su nuove basi, che è possibile una vita senza violenza patriarcale e razzista e libera dallo sfruttamento.

Feministas Transfronterizas

Evento fb transnazionale

Evento fb Nudm

Video di lancio globale