8 marzo 2021, il Vademecum dello sciopero

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Lo sciopero è un diritto

L’art. 40 della Costituzione dichiara: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Lo sciopero è dunque un diritto di rango costituzionale in capo a ogni lavoratrice e lavoratore sebbene, negli anni, abbia subito limitazioni che ne hanno intaccato la potenza e l’emergenza sanitaria venga utilizzata come ulteriore motivo di pesanti restrizioni all’esercizio del diritto.  Anche per questo motivo, scioperare e rivendicare nuovi diritti rappresenta un elemento di rottura imprescindibile. Durante lo sciopero il rapporto di lavoro è sospeso, di conseguenza, anche la prestazione lavorativa da parte della lavoratrice e la retribuzione da parte del datore di lavoro.

8 marzo 2021 – Sciopero generale di 24 ore, settore pubblico e privato

Anche quest’anno, per l’8 marzo, Non Una di Meno ha chiesto a tutte le organizzazioni sindacali di convocare lo sciopero generale di 24 ore, dunque in tutti i settori del pubblico impiego e del privato; a partire dalla convinzione che l’astensione dal lavoro produttivo sia un’articolazione fondamentale dello sciopero femminista (qui puoi leggere l’appello per lo sciopero di Non Una di Meno)

A oggi lo sciopero è stato proclamato da diversi sindacati di base. Sul blog  potrai trovare le proclamazioni (https://nonunadimeno.wordpress.com/2021/02/24/vademecum-8-marzo-2021-lista-singole-adesioni-di-categoria-in-aggiornamento/) inviate alla Commissione di Garanzia.

Nelle 24 ore del giorno 8 marzo 2021, quindi, tutte le lavoratrici sia del pubblico impiego che del privato possono scioperare perché esiste la copertura sindacale generale, salvo i settori esclusi per le limitazioni imposte al diritto di sciopero e  ulteriormente rafforzate durante l’emergenza sanitaria (articolazioni, restrizioni e esclusioni dallo sciopero sono riportate in fondo al testo). Il che significa che puoi scioperare anche se nel tuo luogo di lavoro non c’è un sindacato di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato (se vuoi saperne di più clicca qui).

La comunicazione dello sciopero arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dall’associazione datoriale alla quale l’azienda fa riferimento.

È comunque possibile, soprattutto per il comparto privato, che qualche datore di lavoro non riceva la comunicazione o neghi di averla ricevuta. In tal caso, controlla le comunicazioni affisse in bacheca, se non compare, richiedila al tuo responsabile del personale o contattaci per avere una copia dell’indizione e dell’articolazione dello sciopero nel tuo settore, così da poterla affiggere direttamente sul posto di lavoro.

A ogni modo, sul blog di Non Una di Meno, nel riquadro “sciopero 8 marzo”, saranno pubblicate le indizioni dei singoli luoghi di lavoro; puoi pertanto estrarre copia di quelle già inviate e utilizzarle.

È anche possibile, data l’estrema frammentarietà del mondo del lavoro contemporaneo, che in qualche luogo di lavoro privato – soprattutto tra quelli che non fanno riferimento alle maggiori confederazioni padronali – non sia stato indetto lo sciopero. In questo caso, rivolgiti al nodo di Non Una di Meno della tua città o a quello a te più vicino: è possibile provvedere all’indizione – tramite i sindacati – fino al giorno prima dello sciopero (fatta eccezione per i posti di lavoro sottoposti a L.146/90, i cosiddetti servizi pubblici essenziali, per i quali è necessario inviare la comunicazione al datore di lavoro almeno 10 giorni prima).

Scuole statali, ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali, dato l’elevato numero e la capillare diffusione sul territorio, ricevono comunicazione dello sciopero tramite una Circolare che il MIUR (nel caso delle scuole statali) e la Regione (per ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali) sono tenuti a inviare in ogni singola scuola e a ogni direzione di ente ospedaliero e/o ASL.

Nonostante la proclamazione sindacale dello sciopero, con relativa pubblicazione sul sito della Commissione di Garanzia Sciopero (http://www.cgsse.it), avvenga con largo anticipo rispetto alla data prevista, queste circolari spesso arrivano a ridosso dello sciopero o non arrivano e alle lavoratrici viene detto che non possono scioperare. Non solo le lavoratrici possono scioperare, ma è bene segnalare, attraverso la casella di posta elettronica di Non Una di Meno, dove questo accade, per procedere, là dove si persista, con una diffida sindacale.

La Circolare del MIUR verrà comunque pubblicata sul sito appena emanata, in modo da poter essere presentata in ogni scuola dalla stessa lavoratrice. Per la sanità pubblica, essendo le Circolari regionali, ci si può rivolgere al nodo di Non Una di Meno del territorio di appartenenza.

La lavoratrice non è tenuta a dichiarare preventivamente all’azienda la sua adesione allo sciopero, dunque non occorre alcuna comunicazione personale.

Nel settore sanità e per molte altre categorie che utilizzano la turnazione, la copertura parte dal primo turno della mattina dell’8 marzo e finisce all’inizio del primo turno della mattina del 9 marzo; tutte le lavoratrici possono quindi scioperare indipendentemente dal turno cui sono adibite: sia la mattina, sia il pomeriggio che la notte.

Nel caso del trasporto pubblico locale l’articolazione delle ore di sciopero, così come delle fasce protette, può variare da città a città.

Per il settore dei Vigili del Fuoco, lo sciopero nazionale è così articolato: personale operativo dalle ore 9,00 alle ore 13,00 (4 ore senza decurtazione); personale giornaliero o amministrativo (intera giornata).

Restrizioni Al Diritto Di Sciopero: Facciamo Chiarezza

Sciopero nei servizi pubblici essenziali L. 146/90

La legge 146 del 1990 disciplina il diritto di sciopero per i servizi pubblici essenziali, cioè quelli volti a garantire il diritto alla vita, alla salute, alla libertà, alla libertà di circolazione, all’assistenza e previdenza sociale, all’istruzione e alla libertà di comunicazione.

I servizi per cui la legge disciplina tale diritto, quindi, sono molti e diversi tra loro: i più noti – per la loro vicinanza alla vita quotidiana della maggior parte delle persone – sono la sanità, i trasporti pubblici urbani ed extraurbani, l’amministrazione pubblica, le poste, la radio e la televisione pubblica e la scuola; ma devono essere garantiti anche i servizi di raccolta dei rifiuti,l’approvvigionamento di energie, risorse naturali e beni di prima necessità.

In tutti questi ambiti il diritto allo sciopero, quindi, non è assoluto ma relativo alla possibilità di garantire alcuni diritti dei cittadini.

Per questo motivo, per tutti i servizi sottoposti a L. 146/90, devono essere previsti i contingenti minimi di personale tramite contrattazione integrativa o accordo sindacato/azienda. È in capo al datore di lavoro il diritto/dovere di individuare le/i dipendenti da inserire nei contingenti minimi e inviare loro entro 5 giorni dalla data dello sciopero la comunicazione di“esonero dallo sciopero”, ovvero di recarsi in servizio il giorno dello stesso.

Qualora la dipendente inserita nei contingenti minimi abbia intenzione di scioperare, deve inviare entro 24 ore dal ricevimento dell’ordine di prestare servizio una comunicazione all’azienda della volontà di aderire all’astensione e, quindi, di essere sostituita.

L’azienda ha il dovere di verificare la possibilità di sostituzione della dipendente. Solo nel caso tale sostituzione non fosse possibile è ammissibile il rifiuto al diritto. In ogni caso, l’azienda deve comunicare alla dipendente di averla sostituita o meno, quindi se può scioperare o se deve lavorare.

Le aziende che erogano il servizio che lo sciopero potrebbe far venir meno, inoltre, sono obbligate con almeno 5 giorni di anticipo a dare comunicazione all’utenza sulle modalità e gli orari dei servizi essenziali garantiti.

Ricordati che il diritto allo sciopero è un diritto individuale in capo a ogni singola lavoratrice e lavoratore, sancito e garantito dalla Costituzione Italiana, e il cui esercizio non può essere precluso e/o limitato (se non per quanto riguarda le modalità di erogazione dei servizi di pubblica utilità di cui ai paragrafi precedenti).

Per chiarire qualsiasi dubbio o segnalare eventuali abusi al tuo diritto di scioperare contattaci a questa e-mail: nudmsciopero@gmail.com.

Proveremo a rispondere alle tue richieste e seguiremo con il supporto di sindacati e legali qualsiasi sopruso verrà riscontrato.

ATTENZIONE! Settori esclusi, restrizioni e diverse articolazioni dello sciopero generale dell’8 marzo 2021

Segnaliamo, in seguito alle comunicazioni della Commissione di Garanzia Sciopero (cgsse) relative alle limitazioni imposte allo sciopero generale dell’8 marzo 2021:

– l’esclusione del comparto scuola (insegnanti e personale Ata);

l’esclusione del personale di Poste Italiane della Regione Emilia Romagna;

– relativamente al settore dei Vigili del Fuoco, lo sciopero è cosi riarticolato:

  • personale turnista dalle ore 09.00 alle ore 13.00 (4 ore senza decurtazione)
  • personale giornaliero o amministrativo (tutta la giornata), come da comunicazione di settore in allegato;

– relativamente al personale addetto alla circolazione del Trasporto ferroviario, lo sciopero sarà per il:

  • Personale addetto alla circolazione dalle ore 09.00 alle 16.59, come da nostre modalità inviate il 25/02/2021
  • Personale fisso intera prestazione giornaliera fino alle ore 21.00;
  • l’astensione della Circolazione e sicurezza stradale – Autostrade terminerà alle ore 22.00.

Questo vademecum verrà costantemente aggiornato con eventuali ulteriori restrizioni e/o diverse articolazioni, imposte dalla Cgsse in virtù del persistere dell’emergenza sanitaria.

Scarica e stampa il vademecum in pdf

Qui la lista delle adesioni

Qui un Vademecum “Come scioperare dallo smart working”

NON UNA DI MENO LANCIA LO SCIOPERO DELL’8 MARZO

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8 marzo 2021: Sciopero globale femminista e transfemminista. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta! Trova la tua città in mobilitazione qui.

Negli ultimi anni abbiamo vissuto lo sciopero femminista e transfemminista globale come una manifestazione di forza, il grido di chi non accetta di essere vittima della violenza maschile e di genere. Abbiamo riempito le piazze e le strade di tutto il mondo con i nostri corpi e il nostro desiderio di essere vive e libere, abbiamo sfidato la difficoltà di scioperare causata dalla precarietà, dall’isolamento, dal razzismo istituzionale, abbiamo dimostrato che non esiste produzione di ricchezza senza il nostro lavoro quotidiano di cura e riproduzione della vita, abbiamo affermato che non siamo più disposte a subirlo in condizioni di sfruttamento e oppressione.

A un anno dall’esplosione dell’emergenza sanitaria, la pandemia ha travolto tutto, anche il nostro movimento e la nostra lotta, rendendoli ancora più necessari e urgenti. Lo scorso 8 marzo ci siamo ritrovatə allo scoccare del primo lockdown e abbiamo scelto di non scendere in piazza a migliaia e migliaia come gli anni precedenti, per la salute e la sicurezza di tutte. È a partire dalla consapevolezza e dalla fantasia che abbiamo maturato in questi mesi di pandemia, in cui abbiamo iniziato a ripensare le pratiche di lotta di fronte alla necessità della cura collettiva, che sentiamo il bisogno di costruire per il prossimo 8 marzo un nuovo sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi. Non possiamo permetterci altrimenti. il prossimo 8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi.

Dobbiamo creare l’occasione per dare voce a chi sta vivendo sulla propria pelle i violentissimi effetti sociali della pandemia, e per affermare il nostro programma di lotta contro piani di ricostruzione che confermano l’organizzazione patriarcale della società contro la quale da anni stiamo combattendo insieme in tutto il mondo. Non abbiamo bisogno di spiegare l’urgenza di questa lotta. Le tantissime donne che sono state costrette a licenziarsi perché non potevano lavorare e contemporaneamente prendersi cura della propria famiglia sanno che non c’è più tempo da perdere. Lo sanno le migliaia di lavoratrici che hanno dovuto lavorare il doppio per ‘sanificare’ ospedali e fabbriche in cambio di salari bassissimi e nell’indifferenza delle loro condizioni di salute e sicurezza. Lo sanno tutte le donne e persone Lgbt*QIAP+ che sono state segregate dentro alle case in cui si consuma la violenza di mariti, padri, fratelli. Lo sanno coloro che hanno combattuto affinché i centri antiviolenza e i consultori, i reparti IVG, i punti nascita, le sale parto, continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di personale e di finanziamenti pubblici aggravata nell’emergenza. continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di fondi.

Lo sanno le migranti, quelle che lavorano nelle case e all’inizio della pandemia si sono viste negare ogni tipo di sussidio, o quelle che sono costrette ad accettare i nuovi turni impossibili del lavoro pandemico per non perdere il permesso di soggiorno. Lo sanno le insegnanti ridotte a ‘lavoratrici a chiamata’, costrette a fare i salti mortali per garantire la continuità dell’insegnamento mentre magari seguono i propri figli e figlie nella didattica a distanza. Lo sanno lə studenti che si sono vistə abbandonare completamente dalle istituzioni scolastiche, già carenti in materia di educazione sessuale, al piacere, alle diversità e al consenso, sullo sfondo di un vertiginoso aumento delle violenze tra giovanissimə. Lo sanno le persone trans* che hanno perso il lavoro e fanno ancora più fatica a trovarlo perché la loro dissidenza viene punita sul mercato. Lo sanno lə sex workers, invisibilizzatə, criminalizzatə e stigmatizzatə, senza alcun tipo di tutela nè sindacalizzazione, che hanno dovuto affrontare la pandemia e il lockdown da solə.

A tuttə loro, a chi nonostante le difficoltà in questi mesi ha lottato e scioperato, noi rivolgiamo questo appello: l’8 marzo scioperiamo! Abbiamo bisogno di tenere alta la sfida transnazionale dello sciopero femminista e transfemminista perché i piani di ricostruzione postpandemica sono piani patriarcali.

A fronte di uno stanziamento di risorse economiche per la ripresa, il Recovery Plan non rompe la disciplina dell’austerità sulle vite e sui corpi delle donne e delle persone LGBT*QIAP+. Da una parte si parla di politiche attive per l’inclusione delle donne al lavoro e di «politiche di conciliazione», dando per scontato che chi deve conciliare due lavori, quello dentro e quello fuori casa, sono le donne. Dall’altra non sono le donne, ma è la famiglia – la stessa dove si consuma la maggior parte della violenza maschile, la stessa che impedisce la libera espressione delle soggettività dissidenti ‒ il soggetto destinatario dei fondi sociali previsti dal Family Act. E da questi fondi sono del tutto escluse le migranti, confermando e mantenendo salde le gerarchie razziste che permettono di sfruttarle duramente in ogni tipo di servizi. Così anche gli investimenti su salute e sanità finiranno per essere basati su forme inaccettabili di sfruttamento razzista e patriarcale. Miliardi di euro sono poi destinati a una riconversione verde dell’economia, che mira soltanto ai profitti e pianifica modalità aggiornate di sfruttamento e distruzione dei corpi tutti, dell’ecosistema e della terra.

Poco o nulla si dice delle misure contro la violenza maschile e di genere, nonostante questa sia aumentata esponenzialmente durante la pandemia, mentre il «reddito di libertà» è una risposta del tutto insufficiente alla nostra rivendicazione dell’autodeterminazione contro la violenza, anche se dimostra che la nostra forza non può essere ignorata. Questo 8 Marzo non sarà facile, ma è necessario. Lo sciopero femminista e transfemminista non è soltanto una tradizionale forma di interruzione del lavoro ma è un processo di lotta che attraversa i confini tra posti di lavoro e società, entra nelle case, invade ogni spazio in cui vogliamo esprimere il nostro rifiuto di subire violenza e di essere oppressə e sfruttatə. Questa è da sempre la nostra forza e oggi lo pensiamo più che mai, perché ogni donna che resiste, che sopravvive, ogni soggettività dissidente che si ribella, ogni migrante afferma la propria libertà fa parte del nostro sciopero.

Il 30 e 31 una prima tappa verso l’8 marzo, nel corso della quale ci siamo incontrat* in gruppi divisi per tematiche per costruire le prime tappe dello sciopero femminista ed il 6 febbraio l’Assemblea per discutere collettivamente e indicare quali sono per noi terreni di lotta nella ricostruzione pandemica.

Proprio oggi che il nostro lavoro, dentro e fuori casa, è stato definito «essenziale», e questo ci ha costrette a livelli di sfruttamento, isolamento e costrizione senza precedenti, noi diciamo che “essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!”.

Cartella per la stampa 

Qui i report dei tavoli tematici

ℹCerca la tua città e sciopera anche tu l’8 marzo!

📍Qui LA MAPPA DELLE CITTA’ in mobilitazione (in aggiornamento)

𝟕𝐌𝐚𝐫𝐳𝐨
▶️Lucca: https://www.facebook.com/events/453544199410238
▶️Monterotondo: https://www.facebook.com/events/551285599109157
▶️Palermo: https://www.facebook.com/events/130955622247885/
▶️Ticino: https://www.facebook.com/events/1229493887468203/

𝟖𝐌𝐚𝐫𝐳𝐨
▶️Alessandria: https://www.facebook.com/events/226255765866323/
▶️Bergamo: https://www.facebook.com/events/2707110569600787/
▶️Bologna: https://www.facebook.com/events/2849819581925862/
▶️Brescia: https://www.facebook.com/events/537401933903870/
▶️Catania: https://www.facebook.com/events/455454145774803/
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▶️La Spezia: https://www.facebook.com/events/450219766325365/
▶️Lampedusa: https://www.facebook.com/events/241121817678844/
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▶️Modena: https://www.facebook.com/events/927076081379396/
▶️Monterotondo: https://www.facebook.com/events/551285599109157
▶️Milano: https://www.facebook.com/events/1319648708420829/
▶️Napoli: https://www.facebook.com/events/1096625740800917/
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Countdown verso l’8 marzo: conferenza stampa il 26 febbraio

Il 26 febbraio, in moltissime città, NON UNA DI MENO lancia il countdown verso lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo.
Durante il 2020 a perdere il lavoro sono state 444mila persone, di cui il 70% sono donne. Solo nel mese di dicembre, su 101mila persone i cui contratti non sono stati rinnovati o che sono state costrette a licenziarsi, 99mila sono donne, a causa di lavori precari e salari più bassi, e quindi più sacrificabili nell’economia familiare.
La fine del blocco dei licenziamenti, previsto a fine Marzo, fa prospettare una situazione destinata a peggiorare. Tuttavia, di fronte a una perdita di autonomia economica, le donne non hanno smesso di lavorare, perchè sono coloro che si occupano – gratuitamente o in cambio di bassi salari – della cura di anzian* e bambin* e il cui carico di lavoro è aumentato per la Dad.

La centralità assunta dalla riproduzione ha gettato luce sulle condizioni di lavoro nei cosiddetti lavori essenziali, svolti prevalentemente da donne, in gran parte migranti, sottoposte a un’intensificazione di orari di lavoro e turni impossibili.
Il Covid-19 ha reso ancora più evidenti le linee della violenza strutturali. Dall’inizio dell’anno sono tredici le donne uccise, ma i finanziamenti ai centri antiviolenza femministi, fondamentali nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sono del tutti inadeguati. Mentre il Piano Antiviolenza sta per scadere, la discussione governativa invoca la parità di genere nella gestione del Recovery Plan attraverso l’attuazione di politiche neoliberali e un Family Act che oltre a escludere le persone migranti non tiene conto della divisione sessuale del lavoro.

Le limitazioni e i rischi non hanno impedito la moltiplicazione delle lotte, nei magazzini, nelle scuole, nei multiservizi, e il protagonismo delle donne e delle libere soggettività. La voce di 600 donne e soggettività LGBTIQ+ Precarie, migranti, operaie, maestre, madri, delegate sindacali e sex worker è risuonata forte nella tre giorni di assemblea nazionale online, affermando che lo sciopero non è più rimandabile. Per queste ragioni, Non Una Di Meno chiama uno sciopero femminista e transfemminista: della produzione e della riproduzione, del consumo, sciopero dai ruoli imposti dai generi. Abbiamo chiesto a tutti i sindacati di riconoscere l’urgenza del nostro sciopero e di garantire la copertura sindacale alle lavoratrici e ai lavoratori che vorranno astenersi dal lavoro produttivo. Alcuni hanno già risposto all’appello convocando per l’8M lo sciopero generale. Le donne lottano da mesi nelle fabbriche, nelle scuole, nelle case, lottano in Italia, in Polonia, in Argentina, in Bulgaria, in Georgia e in Cile, e nelle città degli Stati Uniti e in Francia dimostrando, ancora una volta, la necessità di una risposta transnazionale alla violenza strutturale.

Le politiche economiche europee di gestione della crisi ci hanno definite “essenziali” per intensificare il nostro sfruttamento. Noi l’8 marzo dimostreremo che essenziale è la nostra lotta, essenziale è il nostro sciopero.

Report Assemblea nazionale Non una di meno del 6 febbraio 2021

I numeri sulla violenza ‒ che nel giorno 6 febbraio, data della nostra Assemblea nazionale, si sono aggravati con il femminicidio di Ilenia Fabbri a Faenza ‒ come le statistiche sui licenziamenti e la ‘perdita’ obbligata del lavoro, e l’intensificazione dello sfruttamento di chi sta continuando a lavorare confermano l’assoluta urgenza del nostro percorso, la necessità di riprenderci lo spazio di parola per la trasformazione radicale dell’esistente

In questi mesi abbiamo visto rinnovarsi il conflitto tra essenziale e non essenziale, dove non essenziale è considerata l’autodeterminazione per la quale noi insieme stiamo lottando in tutto il mondo. Abbiamo visto nel modo più evidente la dimensione strutturale della violenza, anche perché la divisione sessuale del lavoro fa ricadere proprio sulle spalle delle donne le mancanze strutturali del sistema. Nei tavoli della scorsa settimana abbiamo avuto la conferma che NUDM continua a essere un punto di riferimento per chi tutti i giorni combatte contro la violenza maschile, di genere e dei generi, che continua a essere un soggetto trainante della lotta in questa crisi, ma anche che è necessario un processo condiviso che metta in comunicazione la rabbia e l’ostinazione delle nostre lotte quotidiane.

L’8M quest’anno accade alla vigilia del possibile sblocco dei licenziamenti e con la partita del Recovery Plan tutta aperta. Il governo dei competenti è un tentativo di depoliticizzare quello che per noi è un terreno di lotta aperto e cruciale, perché non ha niente di temporaneo ma anzi consoliderà l’infrastruttura neoliberale, patriarcale e razzista della società, ancora una volta giustificandola con la retorica della resilienza e dell’eroismo. L’altra faccia dei cosiddetti investimenti competitivi sarà un aumento della precarietà e dello sfruttamento. In questo nuovo contesto, la sfida dello sciopero femminista e transfemminista è di aprire una lotta sul terreno della redistribuzione della ricchezza, per un welfare che risponda ai nostri bisogni, per strumenti di autonomia economica per uscire dalla violenza e dal ricatto, per attaccare i patrimoni di chi in questi mesi non ha fatto altro che accrescere i propri profitti sfruttando il nostro lavoro e obbligandoci a scegliere tra lavoro e salute, tra lavoro e formazione, tra lavoro e giustizia climatica, tra lavoro e liberazione dalla violenza. È fondamentale battersi per la libertà di movimento, perché le migranti stanno pagando un prezzo altissimo in questa crisi e perché la battaglia per rompere il nesso tra permesso di soggiorno, lavoro e famiglia che intensifica la violenza e lo sfruttamento è una lotta transnazionale. Affermare la necessità di socializzare la cura contro il suo modello di organizzazione patriarcale, contro le sue pratiche binarie e patologizzanti, contro gli attacchi alla nostra libertà riproduttiva e la sua stigmatizzazione, contro la precarizzazione e lo sfruttamento di chi lavora nella cura giustificato dall’ideologia della ‘missione’. Dobbiamo ribaltare questo modello di sviluppo distruttivo dell’ecosistema e dell’ambiente. Dobbiamo sostenere la lotta delle sex-workers che non sono state solo duramente colpite dalla crisi, ma hanno anche portato avanti in questi mesi pratiche di resistenza e continuano a farlo verso l’8M. Mentre sta scadendo il piano contro la violenza governativo attivato cinque anni fa, dobbiamo sostenere l’iniziativa dei CAV, dei consultori e degli spazi femministi e transfemministi sempre più sotto attacco. La riproduzione sociale è per noi oggi più che mai un terreno di lotta

Sappiamo che lo sciopero generale è una sfida ardua in questo momento, per le condizioni materiali in cui ci troviamo e per le limitazioni che colpiscono i lavori essenziali, che non hanno però impedito la moltiplicazione delle lotte, degli scioperi, il protagonismo delle donne e delle libere soggettività, che ancora oggi si sono mobilitate nelle Marche contro l’ennesimo attacco alla nostra libertà e autodeterminazione proveniente dalle istituzioni regionali. Queste lotte e questi scioperi dobbiamo metterli in comunicazione e amplificarli, per dare il segno che ‘non siamo sole’. È necessario ancora una volta un appello ai sindacati a proclamare e sostenere sciopero femminista e transfemminista [leggi la lettera aperta LINK], mentre continueremo a sostenere quelle delegate e lavoratrici che hanno già cominciato a mobilitarsi per lo sciopero, così come connetterci con tutte le lotte in corso nel lavoro, su giustizia climatica ed ecosistemi, contro il razzismo, per l’aborto, l’autodeterminazione delle persone trans e delle libere soggettività.

Oggi ci siamo fatte delle domande per costruire insieme l’8M, sapendo che questo è uno snodo fondamentale di una mobilitazione che dovrà continuare, perché lo dobbiamo pensare come laboratorio di resistenza femminista contro il neoliberalismo. Come innovare le pratiche dello sciopero, muovendoci sempre su tutti i piani dello sciopero femminista e transfemminista: produttivo e riproduttivo, dei/dai consumi, dei/dai generi, per rifiutare i ruoli e i comportamenti che questi ci impongono e vengono messi a valore nella società capitalistica? Quali pratiche per chi cura ed è curato? Come rivolgerci anche a chi ha perso il lavoro, chi fa lavoro informale, nero, chi fa smart working e si trova a svolgere simultaneamente il lavoro salariato e quello riproduttivo e di cura? Rispondendo a queste domande, oggi sono state indicate pratiche di sciopero della DAD, capaci di sfidare le limitazioni alla possibilità di scioperare che sono state introdotte anche nella scuola, e forme di ‘disconnessione’ dalle attività didattiche e lavorative condotte in remoto, anche nell’Università, e lezioni in piazza, forme di sciopero dallo smartworking e iniziative che non siano solo la sottrazione dal lavoro, ma anche l’individuazione di altre pratiche che riempiano il tempo e lo spazio dell’8M quando l’interruzione dal lavoro non è possibile. È stata indicata la possibilità di usare lo spazio online, che ha mostrato tutta la sua dimensione ‘reale’ in questa pandemia, per immaginare pratiche di sciopero per chi non può scioperare. Coinvolgere le donne che lavorano nei settori cosiddetti essenziali per noi è fondamentale anche se sappiamo che non sarà affatto facile, ma mai come in questo momento è necessario rompere l’isolamento, quello domestico e quello lavorativo, e costruire momenti collettivi.

Dai tavoli sono uscite molte proposte e non riportiamo tutte quelle che sono state indicate nei report [LINK], che ci permettono di coordinarci e valorizzare pratiche comuni di avvicinamento all’8M. Si sono aggiunte a queste proposte di avvicinamento allo sciopero dell’8M pratiche di autoinchiesta nella scuola per attivare campagne di comunicazione delle istanze e delle voci che provengono dalla scuola, inchieste che esprimano le nostre posizioni e i nostri bisogni in merito a ciò che intendiamo per ‘ricostruzione’ e qual è la nostra idea di ricostruzione, interventi e azioni nei supermercati per lanciare messaggi in direzione dello sciopero, presa di parola sui social costante verso l’8M ‒ come i video per rispondere alla domanda ‘sciopero perché’, una giornata il 14 febbraio sulla violenza e momenti di discussione come quelli che sono già previste in diverse città (violenza online e diffusione non consensuale di immagini intime [LiNK?], manifesto EAST — Essential Autonomous Struggles Transnational, connessione con i CAV), o ancora assemblee tematiche per discutere di alcuni luoghi e momenti cardine dello sciopero, proposte di sanzionamento fucsia delle big corporations e multinazionali, diffusione nello spazio pubblico di video e immagini. Perché riconosciamo la necessità di condividere le pratiche e parole chiave. Assumiamo una data collettiva di lancio dello sciopero e del countdown di avvicinamento il 26 febbraio, riconoscendo comunque l’importanza di dare visibilità fin da subito all’organizzazione dello sciopero e al lancio dell’8M, pensando anche a una conferenza stampa simultanea in tutti i territori; possibili obiettivi comuni delle iniziative (come Confinustria e i tribunali o in modo diverso le RSA) e piazze pubbliche e zone fuxia, organizzate come sempre per permettere la partecipazione in sicurezza e in chiave antiabilista, che siano un punto di riferimento per tutte le persone che stanno scioperando e che quel giorno lotteranno insieme a noi.

È infine fondamentale tenere al centro dell’organizzazione il piano transnazionale, non solo perché il Recovery Plan ha una dimensione europea ma anche per l’importanza della comunicazione e l’organizzazione con coloro che tengono aperta la lotta contro le politiche patriarcali, razziste e neoliberali e vivo il movimento dello sciopero. Per questo è importantissima la partecipazione all’assemblea transfronteriza del 7 febbraio, anche per riportare il lavoro dei tavoli e dell’assemblea di oggi.

Questa forza transnazionale è necessaria per caricare ancora di più la parola sciopero di tutta la sua urgenza, anche se in questo presente pandemico sarà ancora più difficile praticarlo, in tutte le forme attivate dal movimento femminista e transfemminista. Ma in ogni lotta, in ogni momento di piazza l’8M e non solo l’8M dobbiamo avere la capacità di ribadire che il nostro sciopero è essenziale. Che proprio perché il nostro lavoro e la nostra vita sono essenziali per la produzione e riproduzione di questa società, è ancora più vero che se ci fermiamo noi si ferma il mondo. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!

Non una di meno: appello ai sindacati verso lo sciopero dell’8 marzo

cagliari

Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!

Appello ai sindacati verso lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo

Qui la lettera in pdf

La pandemia ha reso evidente quello che il movimento femminista e transfemminista globale ha affermato negli ultimi anni con la pratica dello sciopero: non è possibile lottare efficacemente per aumentare il salario o per migliorare le condizioni contrattuali senza combattere la violenza maschile e di genere che pervade la società entrando in ogni luogo di lavoro.

L’8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista: sciopero generale della produzione e della riproduzione, del consumo, sciopero dai ruoli imposti dai generi.

La pandemia ha esibito la centralità e insieme la crisi della riproduzione sociale e del welfare pubblico: le condizioni della sanità e della scuola ne sono l’esempio più lampante. La gestione dell’emergenza ha fatto leva su altro sfruttamento: sull’assenza completa della tutela della salute in particolare nei settori essenziali; sul lavoro gratuito o malpagato di milioni di donne; sull’intensificarsi di forme di lavoro a distanza non normato e sul sovrapporsi del lavoro produttivo e di cura nello spazio domestico, più che mai luogo di violenza per le donne e le soggettività lgbtqia+. I dati Istat mostrano che a essere colpiti dalla pandemia in termini di perdita del lavoro sono soprattutto le donne (a dicembre, 99mila su 101mila), che si sommano a quelli persi a causa di un doppio carico di lavoro divenuto del tutto ingestibile nel corso della pandemia. La crisi sanitaria, economica e sociale ha colpito e colpirà ancora una volta il lavoro femminile, migrante, non tutelato, informale, precario. Le attività di riproduzione sociale sono state definite ‘essenziali’, il che ha significato un’intensificazione massiccia dello sfruttamento. Al di là di ogni falsa retorica sull’inclusione lavorativa e sulle politiche di conciliazione vita-lavoro, sono e saranno le donne, le migranti e le soggettività lgbtqia+ a pagare il prezzo più alto.

L’8 marzo ci troveremo alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti e nel pieno della definizione del Recovery Plan. I 209 miliardi per la “ricostruzione” arriveranno in Italia, ma sul loro impiego lo scontro è aperto. La gestione dei fondi europei ha determinato la caduta del governo Conte bis e un nuovo commissariamento avanza.

Alla prospettiva di un piano di ricostruzione patriarcale e confindustriale, vogliamo opporre un piano femminista di trasformazione sociale: un salario minimo europeo e reddito di autodeterminazione, welfare universale e non familistico, permesso di soggiorno europeo non condizionato al lavoro e alla famiglia, diritto alla salute e all’autodeterminazione, priorità della salute ecosistemica rispetto ai profitti.

La sfida di uno sciopero generale è più che mai ardua quanto urgente: abbiamo visto già a partire dal marzo dello scorso anno l’introduzione di ulteriori limitazioni e attacchi al diritto di sciopero, che mirano a spuntarne la forza. Eppure in questi mesi duri molti sono stati gli scioperi e grande il protagonismo delle donne: pensiamo agli scioperi delle lavoratrici che con il lavoro rischiano anche il permesso di soggiorno, a quelli delle lavoratrici e delle operaie che non vogliono scegliere tra salute e salari da fame per garantire i profitti; a quelli della scuola e della sanità che rifiutano l’etica della missione e reclamano investimenti pubblici e fuoriuscita dalla precarietà; agli scioperi contro i licenziamenti camuffati da trasferimenti, a quelle lavoratrici che non vogliono arrendersi al peso crescente del lavoro riproduttivo a discapito del proprio salario.

Noi crediamo che i sindacati che condividono questa urgenza oggi debbano raccogliere di nuovo la sfida e sostenere lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo. Ai sindacati che fino ad ora non hanno accolto i nostri appelli chiediamo se si adatteranno a questo presente opprimente, oppure se staranno dalla parte delle donne, delle persone Lgbt*qia+ e di tutt* coloro che lottano non solo per i loro diritti, ma per eliminare il sessismo, lo sfruttamento e le molteplici forme di discriminazioni e violenza ancora così radicati e diffusi nella nostra società.

Come abbiamo sempre fatto, continueremo a sostenere con tutte le nostre forze le delegate e le lavoratrici che, con o senza l’appoggio delle segreterie sindacali, si stanno mobilitando per organizzare e praticare lo sciopero. E anche oggi chiediamo dunque a tutti i sindacati di aderire allo sciopero generale del prossimo 8 marzo 2021 garantendo la copertura sindacale alle lavoratrici e ai lavoratori che vorranno astenersi dal lavoro. Oltre all’indizione dello sciopero per l’intera giornata e per tutti i comparti del settore pubblico e privato, invitiamo inoltre le organizzazioni sindacali a sostenere lo sciopero femminista nelle forme più opportune: mandando la convocazione su tutti i posti di lavoro e riportando le motivazioni dello sciopero, indicendo le assemblee sindacali per informare lavoratrici e lavoratori sulle rivendicazioni della giornata, favorendo l’incontro tra lavoratrici e lavoratori e i nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista.

Report GRUPPO LAVORO

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico

1 – Come analizziamo il lavoro, produttivo e riproduttivo, e le condizioni economiche nell’attuale fase politica? Come si è riarticolata la divisione sessuale del lavoro? Quali lotte si sono innescate sul terreno della riproduzione sociale? 

Gli interventi che hanno aperto il tavolo hanno fin da subito segnalato la complessità della situazione e la necessità e l’urgenza dello sciopero.

Sex worker, migranti, lavoratrici del settore multiservizi, della scuola, degli ospedali, dei magazzini, autonome e precarie hanno sottolineato in che modo la divisione sessuale del lavoro, la criminalizzazione del lavoro sessuale, il razzismo hanno determinato in modo diverso e profondo gli effetti della pandemia. La pandemia ha evidenziato la centralità della riproduzione sociale e mostrato in tutta la sua brutalità che il modello di produzione neoliberale entra in contraddizione con la riproduzione della vita. 

Crediamo sia essenziale riconoscere come le linee di oppressione e sfruttamento siano molteplici e diverse fra loro ma tutte intersecate. Le donne non hanno mai smesso di lavorare sia dentro che fuori casa. In questi mesi le case sono diventate ancora di più un luogo di lavoro, non soltanto di quello domestico non retribuito ma anche di quello salariato, mentre il capitale taglia i costi, aumenta la precarietà e intensifica lo sfruttamento.

Lo smartworking, che va letto nella sua ambivalente complessità, si è rivelato nella maggior parte dei casi come una forma di sfruttamento intensificato, travalicando gli orari, scaricando i costi su chi lavora e impedendo forme di organizzazione. Le lavoratrici che hanno continuato a lavorare perché “essenziali” hanno dovuto accettare turni di lavoro folli che hanno ristretto ai minimi termini gli spazi di vita e di libertà.

Il sex work non è riconosciuto come lavoro. Lə sex workers sono invisibilizzatə, criminalizzatə e stigmatizzatə, senza alcun tipo di tutela nè sindacalizzazione, ed hanno dovuto affrontare la pandemia e il lockdown da solə. Lə migranti che da sempre fanno i conti con il razzismo istituzionale e la lotta quotidiana per un permesso di soggiorno che anche durante la crisi pandemica continua ad essere vincolato ad un lavoro che non c’è o è sempre più precario, si sono trovatə ancora una volta a dover decidere fra l’essere sfruttatə o clandestinə. Lə  precariə si sono trovatə improvvisamente a casa a dover pagare di tasca loro le utenze, a dover accettare i ritardi dei pagamenti, le ore extra e le condizioni di lavoro insostenibili, perché “se non lo si accetta semplicemente ci sarà qualcuno che lo accetterà al tuo posto”. 

Tuttavia, in questi mesi, lo sfruttamento non è stato accettato passivamente. Dall’inizio della pandemia, abbiamo assistito a mobilitazioni di lavoratrici e lavoratorə della sanità, del personale scolastico e dellə studenti, della pubblica amministrazione e delle politiche attive. Sono stati innumerevoli gli scioperi nel settore della logistica, mentre a novembre le lavoratrici delle multiservizi (un settore fortemente femminilizzato e per lo più composto da donne migranti) hanno scioperato per il rinnovo del contratto nazionale rifiutando le condizioni imposte e attaccando direttamente il ruolo di Confindustria. Da ricordare anche le lavoratrici della Yoox che lottano dal 25 novembre denunciando il razzismo e il maschilismo delle loro condizioni di lavoro. 

Nonostante continuamente invisibilizzatə lə sex worker si sono autorganizzate attraverso pratiche di mutuo aiuto; così come ci sono state anche lotte collettive contro gli affitti esorbitanti e il diritto all’abitare da parte di chi in un momento in cui si era costretti a stare a casa lottavano per la possibilità stessa di averne una.  

   2- Come attualizziamo le rivendicazioni che abbiamo portato avanti in questi anni (reddito, salario e permesso di soggiorno europeo)? Quali pratiche per rispondere alla disciplina dei mercati finanziari sui nostri corpi, alla luce di una lettura femminista del Recovery Plan e del debito? Come riportare la riproduzione al centro delle nostre rivendicazioni? 

Sono 444.000 le persone che hanno perso il lavoro nell’ultimo anno di cui il 70% circa sono donne. Solo tra novembre e dicembre 2020, di 101 mila occupatx in meno, 99 mila sono di donne. Lo sblocco dei licenziamenti previsto a marzo peggiorerà ulteriormente i livelli di occupazione e di attività. Tantissime nel tentativo di conciliare lavoro produttivo e riproduttivo hanno dovuto lasciare il lavoro salariato per prendersi cura di figli o genitori, in una continua riproposizione di ruoli predefiniti che vengono puntualmente riaffermati dalle stesse misure proposte per l’uscita dalla crisi. La discussione e le testimonianze riportate all’interno del tavolo hanno dimostrato ancora una volta che il Recovery Plan e il Family Act sono misure fortemente neoliberali, patriarcali e razziste. 

Nel Recovery Plan, ipocritamente inondato di discorsi sulla parità di genere, l’inclusione sociale delle donne passa essenzialmente attraverso sgravi fiscali e sussidi alle imprese e la formula per la risoluzione del problema dell’occupazione femminile è l’empowerment e l’autoimprenditorialità (che nasconde una realtà di precarietà, falsi contratti autonomi, partite iva e appalti a cooperative) In generale la condizione delle donne e delle persone lgbt*qia+ appaiono come un capitolo a parte invece che qualcosa di costitutivo della società stessa.

Nel Family Act, quando si parla di “conciliazione” si dà per scontato che il salario accessorio è quello della donna, si divide l’assegno unico per i figli fra genitori come se tra loro non esistessero condizioni asimmetriche e inique. Quando si parla di “famiglia” sappiamo che si parla di qualcosa che esclude le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere schiacciate in ruoli e generi in cui non si riconoscono. Queste misure escludono totalmente le donne migranti: la loro fruizione è possibile solo se in possesso di un permesso di lungo periodo o di un contratto di lavoro di due anni. 

Noi non possiamo accettare queste misure: ancora una volta chiedono a noi di pagare il prezzo più grande. Sappiamo che ogni taglio al welfare va nella direzione di colpire chi è più debole. Mai come ora è necessaria una redistribuzione della ricchezza. Sappiamo che la condizione di autonomia economica è una delle basi imprescindibili non solo per l’autodeterminazione, ma anche per la stessa fuoriuscita dalla violenza. 

Abbiamo rivendicato reddito di autodeterminazione per tuttə e ci troviamo reddito di libertà. Bisogna registrare che la nostra lotta ha avuto un peso, ma non è sufficiente: è necessario legare la nostra rivendicazione ancora più saldamente a un presente in cui la perdita del lavoro e la povertà mostrano che le condizioni per la fuoriuscita dalla violenza strutturale sono sempre più rigide. Il significato di quella «autodeterminazione» deve essere fatto valere non solo come battaglia per misure più adeguate, ma anche per esprimere il nostro incondizionato rifiuto complessivo ad essere sfruttate da una società che vuole ricostruirsi assoggettandoci agli imperativi patriarcali di famiglia, maternità e divisione sessuale del lavoro. Per questo vogliamo legare la rivendicazione di un reddito di autodeterminazione a quella di un welfare non solo realmente universale, ma che superi il modello familistico. 

Pretendiamo un permesso di soggiorno europeo svincolato da famiglia e lavoro e l’abolizione delle leggi Bossi-Fini e Minniti-Orlando. Queste rivendicazioni – sostenute anche da movimenti di migranti, femministi e Lgbtqia+ dentro e fuori l’Europa – devono essere al centro del nostro 8 marzo perché riconosciamo che le linee della violenza razzista si intrecciano con quelle della violenza patriarcale. 

   3- Come costruiamo lo sciopero femminista nelle sue diverse declinazioni, superando le difficoltà di accesso ai luoghi di lavoro, di mobilitazione nello spazio pubblico e di organizzazione di forme di astensione e protesta tra le mura domestiche? Quali pratiche di sciopero possiamo inventare/reinventare non solo contro il lavoro riproduttivo non salariato, ma anche contro lo smartworking e tutti quei lavori che hanno subito pesanti conseguenze (freelance, lavoro informale, etc.)? Quali rapporti possiamo tessere con lavoratrici, delegate e sindacaliste? In quali contesti e con quali strumenti? 

Gli interventi al tavolo lavoro hanno ribadito l’urgenza dello sciopero dell’8 marzo e la necessità di tenere al centro della nostra mobilitazione le diverse posizioni, rivendicazioni ed esperienze che sono state riportate durante l’assemblea. 

Per la costruzione dello sciopero è prioritario riattivare i rapporti con i sindacati che in questi anni hanno sempre appoggiato il movimento femminista e transfemminista e sperimentando nuovi canali di comunicazione con delegate sindacali e lavoratrici.Per questo è prioritario inviare il prima possibile la lettera ai sindacati per accelerarne la sua indizione. È stata inoltre proposta una giornata di rilancio dello sciopero di cui è necessario definire una data il prima possibile.

È stata condivisa l’idea di entrare in contatto con i gruppi virtuali di lavoratrici e lavoratorə nati durante la pandemia, oltre che con le lottegià presenti sul territorio, e condurre pratiche di inchiesta militante per entrare in contatto con lavori invisibilizzati e costruire azioni di boicottaggio. È importate continuare ad approfondire la critica femminista del Recovery Plan e attivare campagne di rivendicazione. È necessario connettere le diverse lotte perché solo unite possiamo far sentire la nostra rabbia. Sappiamo che non sarà facile scioperare e proprio nei settori ‘essenziali’ l’astensione dal lavoro sarà ancora più difficile. Per lo smartworking sarà necessario immaginare forme di sciopero visibili.

Non rinunciamo però a costruire lo sciopero femminista e transfemminista in tutte le forme che lo caratterizzano, non rinunciamo a dare forza e amplificare le molte lotte e i molti scioperi che nel presente pandemico si oppongono alle condizioni patriarcali dello sfruttamento, non rinunciamo a costruire momenti di lotta e agitazione capaci di dare visibilità al lungo percorso di costruzione dello sciopero dell’8M e oltre. 

Lo sciopero è stato definito essenziale perché a chi ci ha definite “essenziali” solo per poterci sfruttare rispondiamo che essenziale è la nostra lotta!

REPORT GRUPPO SCUOLA 31 Gennaio 2021

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico
  1. ANALISI:

L’8 marzo 2020 le nostre vite sono state stravolte: eravamo alle prese con il primo sciopero transfemminista in pandemia e avevamo lasciato le aule pochi giorni prima senza sapere che, per molto tempo, non ci saremmo tornate e non avremmo potuto incontrare compagne, colleghe, alunne. Il mondo della scuola e della formazione – come pure la rete di Non Una Di Meno – è attraversato da soggettività differenti, con vissuti, bisogni ed esperienze plurali: sentiamo la necessità, a partire dalla nostra autonomia di elaborazione e azione, di costruire coordinamento e alleanze, in vista del prossimo sciopero globale e oltre.

Rifiutiamo il ricatto che contrappone scuola, salute e reddito, rivendicando una scuola in presenza e allo stesso tempo in totale sicurezza, dalle aule ai trasporti. Rifiutiamo l’invisibilizzazione dei corpi, di cui affermiamo la centralità nei processi di formazione. La scuola potrebbe essere un luogo di cura collettiva e di screening, ma per questo servono fondi. Riteniamo di gran lunga insufficienti le risorse previste dal Recovery Fund e rigettiamo le logiche di aziendalizzazione e normalizzazione della DAD che con queste risorse si pretende di consolidare. Vogliamo investimenti in termini di strutture, spazi, dispositivi di prevenzione e nuove assunzioni, non attingendo ai soli fondi pubblici ma prelevando risorse anche dai patrimoni dei più ricchi.

La retorica patriarcale della “missione dell’insegnante” è la foglia di fico che nasconde la mancanza strutturale di tutele per lə insegnanti, lasciatə solə di fronte al virus e alle lacune croniche della formazione. La dilatazione dei tempi di lavoro in DAD porta ad una compenetrazione del lavoro produttivo e riproduttivo pressoché totale. I contratti covid, improvvisati e non pagati da oltre 3 mesi, privi di adeguate tutele contrattuali, segnano una nuova frontiera della precarietà estrema che colpisce le diverse componenti della scuola (insegnanti, educatrici e educatorə, collaboratrici e collaboratorə ATA, operatrici e operatorə della sanificazione).. “Sacrificio” è diventata la parola d’ordine ministeriale: sacrificio dellə insegnanti lasciatə allo sbaraglio e dellə studentə più vulnerabili, senza alcuna attenzione alla disabilità o a qualsiasi difficoltà individuale e famigliare. La colpevolizzazione dellə singolə è l’escamotage con cui le istituzioni trovano un capro espiatorio in caso di contagio.

Il mondo della formazione è per eccellenza luogo di riproduzione sociale e per questo è per noi territorio strategico di lotta. Le contraddizioni esplose con la pandemia sono il contesto in cui immaginare una riproduzione differente e rivoluzionarla.

La preoccupazione tecnocratica per la valutazione, anteposta alla socializzazione e condivisione egualitaria del sapere e indifferente alle condizioni materiali di vita, riflette l’impostazione competitiva e gerarchica della formazione. Per questo ora più che mai rifiutiamo i sistemi INVALSI nella scuola e ANVUR nell’università, il voto di condotta, l’attuale impostazione degli esami di Stato e avvertiamo il bisogno di una ristrutturazione complessiva del rapporto tra studentə e insegnanti, “a partire da noi”. L’introduzione dell’educazione civica non compensa in alcun modo il nozionismo e l’impostazione patriarcale dei programmi scolastici, nonché la cronica mancanza di educazione sessuale e di strumenti per vivere scuole e università come spazi safe. L’aumento delle violenze offline e online in quarantena si ripercuote anche sullə studentə, ma la scuola ha scelto di abdicare completamente alla sua funzione di socialità e sostegno, delegandola alla famiglia, luogo di replica del sistema patriarcale e, troppo spesso, di violenza misogina e omo-lesbo-bi-transfobica. È necessario ripensare l’istituzione scolastica nel più generale contesto delle battaglie sul welfare, concependo la scuola come laboratorio di pratiche transfemministe di cura comunitaria, prevenzione e contrasto della violenza.

Di fronte alle pesanti limitazioni al diritto di sciopero, promosse con la complicità dei sindacati confederali, sentiamo la necessità di ripensare anche le nostre pratiche di sottrazione e disconnessione dalla produzione e dalla riproduzione, tanto in presenza quanto nella DAD. Questo è l’anno in cui partiremo dalle nostre paure e dai nostri corpi vulnerabili per riprenderci e cambiare la scuola da dentro e da fuori.

  • RIVENDICAZIONI / TERRENI DI LOTTA
  • Pretendiamo fondi e investimenti strutturali per la scuola pubblica. Vogliamo decidere come i fondi vengono spesi.
  • Vogliamo consultori, presidi sanitari e psicologici non medicalizzanti nelle scuole e nelle università, intesi come spazi per la cura ed il benessere.
  • Vogliamo tamponi periodici gratuiti per tuttə, trasporti rinforzati, sicuri e gratuiti.
  • Vogliamo l’abolizione dei sistemi INVALSI e ANVUR, del voto di condotta e della valutazione sommativa, nonché del condizionamento che lə insegnanti di religioni esercitano su di essa. Vogliamo una nuova impostazione per gli esami di Stato, nella direzione del colloquio aperto.
  • Pretendiamo educazione sessuale orientata al piacere, alle differenze e al consenso nei programmi di educazione civica e scolastici.
  • Pretendiamo programmi di formazione per lə  insegnanti.
  • Pretendiamo regolamenti chiari per il contrasto delle molestie nelle scuole e nelle università
  • PRATICHE:
  • Sciopero della valutazione sommativa
  • #OccupyEducazioneCivica e proposta di laboratori, incontri e assemblee nelle scuole orientati all’educazione/autoeducazione al piacere, alle differenze e al consenso e alla prevenzione della violenze di genere e dei generi. Realizzazione di materiale didattico da utilizzare nell’insegnamento trasversale dell’educazione civica
  • Proposta di laboratori e percorsi per la formazione femminista e transfemminista delle insegnanti
  • Sciopero Lezioni “al contrario”: lezioni alternative e transfemministe nelle scuole autogestite e occupate, oppure nello spazio urbano e all’aperto
  • Sostenere le pratiche di sciopero, le occupazioni e le lotte territoriali per la scuola e la formazione
  • Sostenere gli spazi e i progetti transfemministi, soprattutto se sotto attacco, e battersi per moltiplicarli nelle scuole e nelle università
  • Praticare inchiesta e auto-inchiesta, per mappare e connettere le esperienze di chi vive il mondo della formazione e metterci in relazione con le soggettività presenti in esso. Condividere materiali e risultati
  • Dare continuità al gruppo scuola nazionale oltre lo sciopero dell’8 marzo

Report gruppo di Discussione Corpi Ecosistema Giustizia Climatica

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico


L’assemblea è stata ricca di spunti preziosi e riflessioni. L’invito è quello di utilizzare il
report di questo gruppo di discussione per continuare le riflessioni all’interno dei
rispettivi collettivi, assemblee e reti che qui si sono espresse, anche in vista della
prossima assemblea nazionale di Non Una di Meno del 6 febbraio e dello sciopero
dell’8M.

C’é stato consenso nel ribadire l’importanza di continuare a dotarci di strumenti e
pratiche femministe e transfemministe per decostruire le dinamiche di potere,
gerarchizzazione, oppressione e dominio patriarcali e per continuare a scrivere e
tracciare la nostra storia collettiva, sovvertendo i binarismi e rilanciando, con
immaginari plurimi, una nuova geografia fucsia degli ecosistemi. Vogliamo continuare ad
intrecciare le nostre lotte, in modo intersezionale, oltre le frontiere, per costruire un
discorso ampio, plurale, articolato, situato e solido verso l’8M e oltre.
Vogliamo rilanciare la natura transnazionale delle nostre lotte, intrecciando le nostre
pratiche, in uno scambio bidirezionale, continuo e dinamico, con le potenti esperienze
del Rojava e del Kurdistan, del Chiapas, delle donne contadine in India, delle donne
migranti, delle mujeres indigenas por el buen vivir, delle nuove proposte di new green
deal femministe che ci arrivano da Black Lives Matters.
Rifiutiamo qualsiasi tentativo di green, pink e rainbow washing dell’attuale crisi
planetaria e del capitalismo predatorio. Questo ci sembra sia un tema fondamentale in
vista del prossimo 8M. Per questo siamo pronte a smantellare l’accaparramento lessicale
del green washing, e siamo pronte per continuare a fare della semantica un ulteriore
spazio di battaglia politica verso lo sciopero, per risignificare le parole e i concetti
chiave, dal basso e a partire dal nostro posizionamento femminista e transfemminista,
mettendo al centro la complessa trama di relazioni che attraversiamo (pandemia e
sindemia, cura, sostenibilità e governance sono alcune di queste parole chiave).

La risignificazione dei concetti chiave ci aiuta a continuare la nostra lotta per il
superamento dei binarismi tutti, che ci stanno stretti e nulla hanno a che fare con la
marea e le sue rivendicazioni, tra cui urbano/rurale, centro/periferia, nord /sud. Oltre i
binarismi ci arriviamo costruendo intersezioni. Tra le intersezioni ci sono orizzonti
aperti, fatti di ibridazione e contaminazione, in grado di valorizzare le vulnerabilità e il
tessuto collettivo. E’ fondamentale ribadire la nostra lettura sistemica e strutturale della
violenza di genere, che si immette nella frattura del binarismo di questa crisi,
emergenziale/strutturale, svelandone le contraddizioni e l’urgenza del suo superamento.
Al contempo vorremmo che questo lavoro non comprometta e non sia a scapito della
nostra capacità di comunicare verso l’esterno in modo chiaro. Vogliamo rimanere
accessibili e in ascolto verso ciò che ci circonda e attraversa.

Anche la nostra lettura dell’attuale crisi ecosistemica è strutturale e vogliamo parlare di
ecosistema parlando anche di welfare, lavoro, salute, frontiere e violenza dei confini, di
accesso territoriale a servizi pubblici. Vogliamo mettere al centro l’impellente bisogno di
trasformare le relazioni ecosistemiche, le relazioni di cura, le relazioni tra specie.
Vogliamo poter accompagnare e visibilizzare il prossimo 8M, chi oggi continua a essere
intrappolatə dai ricatti del capitalismo predatorio e coloniale, attraverso la
precarizzazione delle vite, dei corpi e dei territori. Chi oggi vuole continuare a produrre
cibo sano nella terra dei fuochi. Chi vuole spazi urbani verdi, mobilità sostenibile,
mercati contadini come vera alternativa alla grande filiera agroalimentare dei
supermercati. Vorremmo sostenere e apprendere dal femminismo rurale che rimette al
centro il bisogno di non svincolare la produzione dal consumo, le campagne dalle città,
la scelta tra il lavoro e la salute.

La violenza di genere, dei corpi tutti e del pianeta è spesso sovrapposta. Il suo rovescio
è l’autodeterminazione dei corpi e dei territori tutti. Per raggiungere il rovescio c’è
bisogno di attingere ai saperi collettivi, per generare nuova consapevolezza e reti di
fiducia e solidarietà. E’ importante accoglierci e stare in ascolto per generare spazi di
convergenza fondamentali per una vera processualità dello sciopero e del nostro
percorso come Non Una di Meno.

Non vogliamo dare per scontato nessun posizionamento o prospettiva. Non vogliamo dare
per scontato il punto di arrivo o il punto di partenza. Vogliamo continuare ad
interrogarci e a generare dialettica transfemminista tra le differenze e diversità, ma
vogliamo farlo con “ternura y cariño”. Non vogliamo concentrarci sui temi divisivi che
hanno attraversato e polarizzato le nostre riflessioni negli ultimi anni. Vogliamo
affrontare i temi divisivi, soprattutto in merito all’antispecismo e alle diverse
interpretazioni dell’ecotransfemminismo, a partire da nuovi momenti di autoformazione
laboratoriale in vista dell’8M, ripartendo da quanto scritto collettivamente nel Piano, in
cui abbiamo ribadito l’importanza di andare oltre l’antropocentrismo ed al contempo
esplorando nuovi concetti quali quello relativo al multispecie.

Vogliamo quindi identificare dei concetti chiave che ci permettano la costruzione di
un’agenda comune, nel rispetto delle diversità di analisi, percorsi, lotte e
posizionamenti, che non ci faccia solo concentrare su ciò che divide o ci è sottratto, ma
ci permetta di sinergizzarci generando spazi aperti per il dibattito. Spazi che non ci
omogeneizzano e appiattiscono, ma anzi valorizzano multi-strati di profondità.
Le big Corporation, le monoculture, l’estrattivismo, le agromafie e il bracciantato, le
grandi opere, la grande filiera industriale, gli allevamenti animali, le false promesse dei
green jobs, la finanziarizzazione dei beni comuni, quali l’acqua, l’inquinamento, la
digitalizzazione, il mercato degli OGM, il nucleare e la militarizzazione dei territori che
abitiamo sono solo alcuni dei punti nevralgici emersi nel nostro dibattito. Da qui, come
aggrediamo collettivamente questo modo di produzione in vista del prossimo 8M? Come
reinterpretiamo lo sciopero dei e dai consumi nel cuore di questa crisi pandemica e
sindemica? Come riusciamo ad allacciare il tema del consumo a quello del sistema di
produzione perché le pratiche assumano potenza collettiva? Come facciamo atterrare la
ricchezza di analisi qui espressa verso pratiche di lotta concrete il prossimo 8M, tenendo
conto delle sfide che ci impongono le misure di restrizioni che ci troviamo costrettə a
vivere?

Infine l’importanza fondamentale di un’analisi femminista e transfemminista alle risposte
istituzionali che oggi ancora una volta, nonostante gli effetti devastanti di questa crisi
planetaria, decidono di rimanere sui binari neoliberali e coloniali che accaparrano corpi
e territori con operazioni di green e pink washing feroci, offrendo, tra le altre, un
modello individualizzante e tecnocratico della cura, e cercando di ridisegnare i campi di
potere. L’importanza del dibattito sul nuovo apartheid dei vaccini che si gioca sui corpi
di milioni di persone ha bisogno anch’esso di una nostra forte attenzione, per una salute
territoriale, accessibile e universale allineata a un ecosistema libero da violenza e
oppressioni per tuttə . La nostra lettura del recovery Plan e il suo legame con la PAC e le
politiche europee di Green economy è necessaria per mantenere aperti i nostri terreni di
conflitto politico anche in vista del prossimo 8M.
Rimandiamo al pad del report per una lettura dell’assemblea per macroaree (Analisi
situazione, recovery plan, campagne/sciopero/proposte) e i singoli interventi


https://pad.riseup.net/p/reportcorpiecosistemagiustiziaclimatica

Report Tavolo Salute – 30.01.2021

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico

LETTURA E ANALISI:

La situazione pandemica ha evidenziato tutte le criticità di un sistema sanitario che già da molti anni non risponde ai bisogni del benessere collettivo. L’austerity, più che il Covid-19, ha creato la crisi: 37 miliardi tagliati alla sanità pubblica negli ultimi 10 anni; chiuse, nel solo 2019, 194 strutture sanitarie e 413 servizi territoriali (centinaia sono consultori). La gestione aziendalizzata della sanità e la sua privatizzazione, inoltre, creano gerarchie e disuguaglianze, lo smantellamento della medicina del territorio e della prevenzione, una gestione verticistica dei servizi che cancella spazi di democrazia e di condivisione dei saperi. In questo contesto si disconosce che la mancanza di salute non è dovuta solo alla malattia, ma anche a territori sempre più inquinati, a condizioni di lavoro insostenibili e insicure, a mancanza di sostegni psicologici e ad una strutturale violenza di genere e razzista. Assistiamo scontro tra sopravvivenza e profitto, come viene evidenziato anche dalla gestione del piano vaccini.

La pandemia ha prodotto e continua a produrre nuove disuguaglianze. Tra i primi servizi a chiudere ci sono stati i reparti di maternità, i punti nascita e i consultori. La violenza ostetrica è aumentata, tra cesarei imposti in caso di positività al Covid e mancanza di epidurale per destinare gli/le anestesiste ai reparti Covid. Il diritto all’aborto è stato fortemente limitato, con interi ospedali che hanno sospeso il servizio. Lo stesso è avvenuto per le persone trans* che spesso non hanno potuto accedere ai percorsi di transizione e ai farmaci necessari alla terapia ormonale sostitutiva.

Discriminazioni e disuguaglianze sono avvenute anche lungo la linea dell’età. Le persone anziane, fortemente colpite in questa pandemia, scontano la mancanza di servizi pubblici e accessibili che permettano autodeterminazione e autonomia. Le RSA, spesso strutture private, sono istituzioni totali che spesso ledono i diritti degli e delle ospiti e che durante la pandemia sono diventate luoghi chiusi e impermeabili. Inoltre sono luoghi di sfruttamento sul lavoro, tra contratti precari e esternalizzazione dei servizi.

Ugualmente, le strutture psichiatriche, le comunità, i CPT e i CPR si rivelano dei luoghi dove il diritto alla salute non è garantito, ma anzi messo in pericolo. Le rivolte di marzo nelle carceri non hanno trovato risposte e hanno portato le donne ristrette nel carcere di Torino a iniziare uno sciopero della fame per rivendicare il diritto alla salute. A loro va tutta la nostra solidarietà!

Non sottovalutiamo l’aumento delle richieste di aiuto, specialmente nei minori, per l’acuirsi dell’  isolamento sociale insostenibile per il loro crescere.

Nelle strutture socio-sanitarie, l’intensificazione delle ore di lavoro e della precarizzazione del personale, con le assunzioni principalmente a tempo determinato vincolate all’emergenza, è andata di pari passo con la santificazione del personale socio-sanitario che ha pagato con centinaia di morti e migliaia di contagiati la quasi totale mancanza di sicurezza, mentre si è scelto politicamente di non fare nessun investimento di lungo periodo per rispondere alla ormai cronica mancanza di personale nei servizi territoriali e di base. Inoltre il Covid ha colpito tutti i luoghi di lavoro considerati essenziali, e spesso femminilizzati e quindi maggiormente colpiti da precarietà, bassi salari e lavoro nero, in cui agli alti tassi di contagio non sono seguite forme di tutela e in cui si è assistito a forme di mobbing per obbligare le persone a continuare a lavorare anche senza sicurezza.

A questa emergenza si somma la violenza strutturale che attraversa anche i luoghi della salute e che si misura con lo scontro sulle nuove linee guida dell’AIFA sulla RU486 e sulle terapie ormonali per la transizione; passa dalla patologizzazione dell’intersessualità, a quella delle persone trans* e non binarie che devono rispondere a standard ormonali binari e a percorsi di psichiatrizzazione – e alla mancanza di tutele per rifugiati/e LGBTQIA+. Ma la violenza sono anche le carenze di formazione del personale sanitario e degli studenti universitari di medicina e lauree brevi, su molte patologie ginecologiche (come la vulvodinia, l’endometriosi e la fibromialgia) che spesso non sono riconosciute dal servizio sanitario nazionale, rendendo difficile non solo la diagnosi, ma anche la cura, perpetuando una cultura patriarcale, ospedalocentica e farmacocentrica. La violenza si esprime in servizi psicologici e psichiatrici carenti, gerarchici e infantilizzanti, oltre che spesso patriarcali e binari; nella mancanza di accessibilità ai servizi per le persone disabili; nelle discriminazioni e nelle molestie che subiscono donne e persone LGBTQIA+. La violenza è anche l’attacco contro il diritto all’aborto, che fa sì che molte Regioni abbiamo, esplicitamente o meno, rifiutato di attuare le linee guida sull’aborto farmacologico e impedendo la sua somministrazione nei consultori. La violenza sta nella mancanza di finanziamento dei consultori stessi, che sempre più spesso diventano privati, con alti tassi di obiezione di coscienza e con prestazioni sempre più ridotte (ad esempio in molte Regioni non accolgono le persone in menopausa, rimandandole agli ospedali).

RIVENDICAZIONI E CAMPI DI BATTAGLIA:

I servizi che abbiamo a disposizione non corrispondono ai nostri bisogni e ai nostri desideri, non rispondono alla molteplicità delle nostre vite e delle nostre soggettività. Per questo in vista dello sciopero dell’8 marzo non ci limitiamo a difendere l’esistente, ma chiediamo che i soldi del Recovery Fund siano destinati a potenziare la medicina territoriale e a colmare le carenze che abbiamo messo in luce. Sappiamo che questi soldi non bastano e per questo rivendichiamo la necessità di una patrimoniale che permetta di reperire altre risorse. Vogliamo assunzioni stabili e tutela della salute per chi lavora nei servizi socio-sanitari. Vogliamo re-inventare e re-immaginare i consultori attraverso le assemblee e i coordinamenti delle donne e libere soggettività. Vogliamo poter scegliere come abortire, anche in telemedicina. Vogliamo poter scegliere come partorire. Vogliamo poter accedere agli ormoni in maniera autodeterminata. Vogliamo che il diritto alla salute sia pienamente garantito indipendentemente dai documenti, soprattutto nei luoghi di confine. Vogliamo una giustizia riproduttiva anche nei servizi dedicati alla salute mentale. Vogliamo poter invecchiare senza dover ricorrere a istituzioni locali e subire disumanizzazione. Vogliamo che i lavori di cura non siano vittime del ricatto tra santificazione e sfruttamento. Vogliamo una sanità e un welfare che permettano la nostra autodeterminazione e che non creino gerarchie tra chi cura e chi è curata. Vogliamo moltiplicare i luoghi delle donne e delle persone LGBTQIA+ dove costruire benessere collettivo, luoghi troppo spesso sotto attacco, come la Limonaia appena sgomberata a cui mandiamo tutta la nostra forza.

Per questo l’8 marzo vogliamo scioperare insieme alle lavoratrici dei servizi sanitari, costruendo alleanze capaci di mettere in atto gli strumenti di cui abbiamo bisogno per stare bene, a partire dalla complicità! Lo sciopero dell’8 marzo sarà uno sciopero capace, ancora una volta, di mettere in relazione la salute con tutti gli aspetti della nostra vita, dal lavoro all’ecosistema, per ribadire che ci vogliamo vive!

Pratiche (in ordine sparso):

  • Costruire forme di sciopero nelle RSA e nei servizi socio-sanitari insieme alle lavoratrici
  • immaginare Performance collettiva, video, collage, topomastica femminista, utilizzo di spille/bigliettini da utilizzare contro le limitazioni allo sciopero dell’8 marzo.
  • Creare mappatura e mobilitazione sull’adozione delle nuove linee guida sull’aborto farmacologico
  • promuovere attivazione per il potenziamento dei consultori come presidi territoriali per l’autodeterminazione e per la salute delle donne e delle libere soggettività.
  • Attivare campagna contro l’obiezione di coscienza e sugli accordi tra ospedali e gruppi pro-vita per lo smaltimento dei prodotti del concepimento (cimiteri dei feti)
  • La creazione di una “cassetta degli attrezzi” che metta insieme, per essere condivisi e diffusi, tutti gli strumenti e le iniziative già in atto nelle tante mobilitazioni a livello nazionale (inchieste, monitoraggi, accompagnamento, mutuo aiuto, denunce, sanzioni fucsia, vertenze).