REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO 2019 A TORINO GRUPPI DI LAVORO SUL MOVIMENTO TRANSNAZIONALE

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Non Una di Meno nasce fin da subito come movimento transnazionale che ha il rifiuto della violenza strutturale come suo elemento catalizzatore. Per tanto, le riflessioni fatte in questa assemblea sono da considerare un momento di crescita e avanzamento nell’analisi e nelle pratiche piuttosto che come discussioni dall’intento fondativo.

La necessità di incrementare le relazioni a livello transnazionale nasce dal riconoscimento di una fase di attacco globale alla vita e alla libertà di donne, soggettività lgbtq* e migranti, che necessita una risposta globale. Dal momento che le forme con cui si attua la violenza patriarcale travalicano i confini nazionali, è solo con una prospettiva globale che possiamo comprenderne appieno la sistematicità e avere più strumenti per combatterla anche nelle sue manifestazioni locali.

La sfida di attraversare la dimensione globale del nostro movimento ci impone innanzitutto di metterci in discussione: dobbiamo partire dal riconoscere che Non Una di Meno è un movimento nato in un paese europeo, prevalentemente bianco, con un portato coloniale che non è possibile tralasciare. Questo posizionamento richiede che ci interroghiamo sul nostro privilegio, su come decostruirlo, su come evitare in ogni modo di imporre un paradigma di femminismo universalista e di assumere atteggiamenti paternalistici.

In questo processo svolge un ruolo importante la riflessione sul linguaggio: dobbiamo partire dalla consapevolezza che non sempre i linguaggi usati sono comuni a contesti diversi e porci l’obiettivo di condividere idee e progetti senza farci limitare dalle differenti definizioni che utilizziamo. Le nostre relazioni possono partire non tanto dall’identificazione nella medesima posizione di soggetti oppressi, ma dalla condivisione di lotte comuni.

Il lavoro sul movimento transnazionale può essere un’ulteriore occasione per praticare l’intersezionalità, che non vogliamo intendere solo come una sommatoria di diversi assi di oppressione ma che vogliamo costruire e riaffermare costantemente in un processo che parta necessariamente dal sé. Per fare questo è imprescindibile riconoscere la centralità della questione del potere che attraversa anche noi e il nostro relazionarci con altre persone e movimenti.

Il nostro obiettivo è superare il racconto delle diverse esperienze, la coalizione di più lotte locali per avviare percorsi condivisi che vivano sia sul livello dell’individuazione dei nemici comuni e della decostruzione dell’esistente sia su quello della costruzione di campagne e pratiche comuni. In questi anni di movimento transnazionale, uno delle pratiche che abbiamo già condiviso, in modo molto diffuso a livello globale, è stato lo sciopero femminista dell’8 marzo, da alcune considerato un elemento caratterizzante di questo movimento.

A questo scopo, non ci sembra utile stabilire a priori con chi relazionarci ma siamo consapevoli della necessità di preservarci dal rischio di strumentalizzazioni da parte di “femminismi” liberali e elitari e riteniamo fondamentale mantenere come caratterizzante la dimensione di rottura e incompatibilità con il sistema sociale attuale. Non Una di Meno si definisce come movimento femminista, antirazzista, antifascista, anticapitalista autoorganizzato: partiamo da questo posizionamento senza tuttavia pretendere che questi debbano essere i termini esatti con cui si definiscono tutte le realtà con cui entriamo in contatto.

Sono stati suggeriti alcuni temi che potrebbero essere discussi per costruire campagne comuni (salute e aborto, lotta all’eteronormatività, ambiente e difesa dei territori, contrasto alle violenze di genere, formazione, migrazioni e confini, antimilitarismo, antispecismo, etc) ma anche su questo è stata espressa la necessità che ci sia un confronto transnazionale precedente all’assemblea.

Abbiamo riconosciuto nell’assemblea di Verona Città Transfemminista un primo passo importante in questo percorso, pur individuandone molti limiti, tra tutti quello di essere stata di fatto un’assemblea nazionale con inviti transnazionali. Per costruire una vera assemblea transnazionale è invece imprescindibile condividere fin da subito il percorso di costruzione della stessa a livello transnazionale.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO 2019: GRUPPI DI LAVORO SULLO SCIOPERO

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Lo sciopero transfemminista è un processo che travalica la giornata dell’8M. Considerare lo sciopero come un processo significa partire dalla sua dimensione transnazionale, che permette di mettere in connessione le specifiche situazioni territoriali oltre i confini degli Stati nazione, e dalla sua capacità di innescare movimenti di soggettivazione e trasformazione che vanno al di là dei collettivi e le forme organizzative preesistenti, in un movimento che aspira a essere espansivo. Lo sciopero è una pratica centrale che ci rende parte di quel movimento transnazionale, ci permette di dare concretezza alla prospettiva intersezionale che consideriamo fondamentale per la nostra iniziativa politica.

Parlare di sciopero come processo significa insistere sulla continuità della sua costruzione sui territori, sul fatto che è importante accumulare attraverso lo sciopero la forza per rifiutare tutti i giorni le condizioni di violenza, sfruttamento e oppressione, di genere e razzista, mettendo in questione della loro produzione e riproduzione.

Pensare lo sciopero come processo significa anche pensare il rapporto tra la sua dimensione politica, sociale o vertenziale. Queste tre dimensioni devono essere connesse alla cornice politica nella quale agiamo, che parte dalla lotta contro la violenza maschile e di genere, e devono potersi rafforzare a vicenda.

Lo sciopero femminista ha carattere politico perché considera la violenza come sistemica e mostra in che modo questa coinvolge tutti gli aspetti della società. È sociale, perché ci permette di andare oltre i confini del lavoro produttivo e coinvolgere quello riproduttivo, anche se quando parliamo di riproduzione non stiamo parlando solo di quest’ultimo, ma dei rapporti di potere, delle gerarchie e dei ruoli di genere, dei privilegi, del razzismo e di ogni forma di oppressione che sostiene la produzione di questa società. All’interno dello sciopero femminista hanno preso parola vertenze specifiche: gli esempi che sono stati fatti sono quelli di Italpizza, delle insegnanti in lotta, delle operatrici dell’accoglienza e assistenti sociali lavoratrici e lavoratori dei consultori il cui sciopero ha imposto di ripensare la relazione con i cosiddetti utenti.

Rispetto a queste vertenze, NUDM non deve assumere una funzione concertativa, ma di collegamento con la sua prospettiva femminista e transnazionale, mostrando i nessi politici tra di esse, e la lotta contro patriarcato, razzismo, sfruttamento neoliberale. Lo sciopero femminista, in questo senso, a partire dalle lotte deve cercare di offrire una risposta politica a fronte delle violenze gravi e puntuali che si manifestano in tutti i territori.

In questo senso lo sciopero femminista come sciopero politico e sociale è anche il punto di partenza per rapportarsi con istituzioni e sindacati ed è espressione di un’autonomia che NUDM deve mantenere di fronte a ogni possibile strumentalizzazione da parte di sindacati e partiti.

Il rapporto con i sindacati è importante per la costruzione dello sciopero, non solo per via della convocazione, che finora è stata fatta solo da alcuni sindacati, ma anche per avere la possibilità di accedere nei luoghi di lavoro, facendo assemblee, portando avanti pratiche di inchiesta e autoinchiesta. Tuttavia, il rapporto con i sindacati non deve essere pensato come l’unico strumento, come se a loro delegassimo il compito di organizzare lo sciopero produttivo. Questo è un lavoro che NUDM può fare costruendo un rapporto diretto con le lavoratrici, le RSU, le iscritte di base, perché aprano contraddizioni all’interno delle strutture sindacali. Questo tipo di lavoro non può ridursi ai due mesi precedenti lo sciopero, e richiede di tenere conto dei diversi rapporti di forza con il sindacato che variano di situazione in situazione e di territorio in territorio.

Tutta questa riflessione serve a continuare a pensare lo sciopero come processo, per allargarlo, per intensificare la sua forza. Ci sono una serie di impegni programmatici venuti fuori da tutti i gruppi. Tra questi, quello di “fare spazio”, riconoscendo la centralità delle lotte delle persone LGBT*QIA+ e delle e dei migranti e chi quotidianamente subisce e combatte il razzismo. Queste lotte quotidiane sono il punto di partenza che ci impone di chiederci come dare efficacia allo sciopero dei e dai generi e come declinare i nostri linguaggi in modo tale da rendere efficace la nostra comunicazione politica, sapendo che anche le azioni che facciamo sono una parte del nostro linguaggio e della nostra comunicazione.

Il prossimo 8 marzo cadrà di domenica e questo pone la questione di come organizzarci. Non pensiamo di poter decidere in questa assemblea, a prescindere dal processo che avrà luogo sul piano transnazionale, ma diverse ipotesi sono state messe in campo.

– La prima è quella di concentrasi sulla giornata di domenica.

– La seconda è di fare lo sciopero il venerdì e poi estendere la mobilitazione a sabato e domenica.

– La terza è di fare lo sciopero lunedì cominciando la mobilitazione la domenica (lanciando lo sciopero con un’acampada).

– Alcune infine hanno chiesto di non farlo la domenica ma solo il venerdì o il lunedì.

Attorno a queste ipotesi non c’è stato accordo ma sono state avanzate diverse considerazioni: in generale, c’è accordo nel considerare che la domenica è una giornata che permetterebbe di valorizzare la dimensione del lavoro riproduttivo, domestico e di cura, anche salariato e di praticare quello dei consumi. Altre, ancora, che altre categorie sarebbero penalizzate (pubblici e mondo della formazione). Alcune, sostengono che sarebbe l’occasione di dare visibilità a particolari categorie di lavoro, come quella dei commerciali costretti a lavorare anche la domenica. Altre fanno obiezione proprio sul fatto che lo sciopero femminista avrebbe il compito di connettere lavoro produttivo e riproduttivo, non distinguerli con “giornate dedicate”. Nessun accordo nemmeno sull’acampada. Si tratta di questioni che sono sul tavolo e delle quali sarebbe opportuno discutere nei prossimi mesi e in una prossima assemblea nazionale.

Nel quadro dello sciopero dai consumi, è stata avanzata la proposta di abbracciare la campagna BDS contro il Pinkwashing israeliano come campagna collettiva.

È stata sottolineata l’importanza di pensare lo sciopero femminista anche come uno strumento di lotta che può andare oltre l’8 marzo, diventando la risposta alle aggressioni patriarcali e razziste. La nostra iniziativa parte dal Piano Femminista che deve essere messo in movimento e praticato alla luce delle urgenze del presente e dell’intensificazione della violenza che combattiamo. In questo modo lo sciopero come processo può essere lo spazio per continuare a produrre una presa di parola collettiva e globale contro la violenza.

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE 1-2 GIUGNO A TORINO: PLENARIA SULLA COMUNICAZIONE

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Da tempo veniva sottolineata la necessità di affrontare in un’assemblea plenaria temi quali: luoghi e metodi decisionali, linguaggi, relazioni tra di noi e con il mondo esterno e pratiche con cui portare avanti la nostra sfida definitiva al patriarcato. Per fare questo è imprescindibile riconoscere di far parte in modo soggettivo e collettivo di un processo in continuo divenire, riconoscendo le tante cose che abbiamo fatto ma anche i nodi e le criticità per superarle.

Diversi interventi delle realtà territoriali più piccole e/o più giovani hanno segnalato difficoltà a relazionarsi e trovare spazio e ascolto adeguati nella cooperazione, presa di decisione e eleborazione a livello nazionale. La capillarità con cui continuano a diffondersi assemblee di Non una di meno in tutto il paese ci pone una sfida costante affinché i meccanismi di coordinamento, di elaborazione e di presa di decisione collettiva tra nodi e assemblee siano effettivamente attraversabili da tutte le soggettività e tutte le assemblee.

1. Comunicazione e metodo

Il punto di partenza comune a tutti gli interventi è stato il riconoscimento della necessità dell’orizzontalità e di una fiducia diffusa come base delle relazioni che intessiamo tra assemblee, tanto quanto tra singolu. È stato però sottolineato che per costruire questa orizzontalità è necessaria un’organizzazione puntuale e il rispetto dei tempi di tuttu.

Quasi tutti gli interventi hanno ribadito la centralità dei nodi territoriali come infrastruttura portante della nostra lotta e come luogo prioritario di presa di decisione, e proprio nelle assemblee deve nascere ed essere messo alla prova quel metodo che diciamo definirci, dandoci strumenti per far sì che tutte le assemblee territoriali siano orizzontali e capaci di una decisionalità fondata sul consenso femminista. Parallelamente, però, è emersa anche la necessità di riprendere un lavoro trasversale e transterritoriale su specifici temi, sia come spazio di discussione e confronto tra le assemblee territoriali, sulla base di obiettivi condivisi, sia come imbastitura di campagne pubbliche.

In merito alle campagne si è sollecitata la necessità di dare visibilità e fiducia alle campagne elaborate dai territori, rafforzandole a livello nazionale con gli strumenti di comunicazione disponibili e costituendo contaminazioni che possano essere occasioni di crescita tra i territori.

In merito alla differenza di velocità e di esperienza, rimane forte l’esigenza di affrontare una dicotomia, da alcunu definita tra centro e periferia, da altri tra nodi piccoli e nodi grossi o altro ancora. La realtà di quello che veniva segnalato, in ogni caso, è la sproporzione di mezzi ed energie a disposizione – in termini di persone, tempo ed esperienze pregresse – tra assemblee numerose, eterogenee (e quindi a loro modo complesse) ed assemblee più giovani (non in senso anagrafico), magari in territori in cui capita di essere l’unico soggetto politico “non partitico”. Da qui l’esigenza di sfruttare gli strumenti di comunicazione e coordinamento interni in modo da moltiplicare gli spazi di confronto.

Per quanto riguarda la dimensione dell’azione politica: da un lato è emersa l’esigenza di non rincorrere agende dettate da altri, dall’altro la lettura della fase attuale come attacco inedito – per quanto in continuità con le politiche dei governi che ci hanno preceduto – all’autodeterminazione e alla libertà di tuttu rende necessaria e urgente una risposta oppositiva, ma al tempo stesso costruttiva e quindi che metta al centro le nostre lotte.

2. Comunicare i nostri contenuti

Se da un lato emerge l’esigenza di un linguaggio più accessibile che vada nella direzione di un allargamento “quantitativo” della nostra referenza sociale e di una maggiore accessibilità ai nostri contenuti di persone molto diverse, dall’altro è stato identificato come imprescindibile l’imporre nella comunicazione pubblica termini e contenuti radicali, a volte scomodi, con cui vogliamo contaminare i linguaggi predominanti.

Trasversale, in ogni caso, la necessità di proseguire con la diversificazione dei registri linguistici e comunicativi: pillole, video, grafiche, comunicati, ecc. Importante è la traduzione in altre lingue dei nostri materiali e la condivisione via drive dei materiali esistenti con una maggiore attenzione alla loro archiviazione.

3. Relazioni con altri soggetti politici

Aldilà delle scelte personali è stata ribadita l’autonomia politica di Non una di meno. Questo non vuol dire che le assemblee e i percorsi non siano attraversabili da persone che possono vivere una “doppia presenza” tra movimento e istituzioni (ovviamente a loro e alle assemblee di riferimento sta sciogliere eventuali contraddizioni), ma si ribadisce il fatto che Non una di meno non ha mai visto come sbocco delle proprie rivendicazione la rappresentanza politica. Anche quando ci relazioniamo con le istituzioni, vogliamo che siano loro a venire da noi secondo i metodi e i tempi da noi stabiliti.

È stato sottolineato la necessità di prestare attenzione a tutti i tentativi di strumentalizzazione e pinkwashing da parte dei partiti, in particolare in questa congiuntura violenta e neofascista.

Emerge, inoltre, l’importanza di confronto con atri movimenti sulla base di pratiche e valori condivisi quali l’antisessismo, l’anticapitalismo e l’antirazzismo e di tessere e mantenere relazioni con altre realtà femministe alleate, sempre nell’ottica per cui la lotta intersezionale sia reale e non solo teorizzata e menzionata.

Sulle relazioni con sindacati e realtà istituzionali non vogliamo porre veti a priori ma adottare un metodo che ci permetta di valutare le situazioni a seconda del contesto e degli obiettivi, relazionarcisi anche se necessario in termini conflittuali. In ogni caso i rapporti di forza devono essere chiari e metterci nella posizione di condurre il confronto, dettando i nostri contenuti e i nostri tempi con l’obiettivo di contaminare le realtà con cui entriamo in contatto.

Diretta streaming Assemblea Nazionale 1-2 giugno 2019 a Torino

DIRETTA STREAMING ASSEMBLEA NAZIONALE 1 GIUGNO 2019

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Introduzione dell’assemblea e presentazione del programma delle due giornate

Plenaria di restituzione dei gruppi di lavoro sullo sciopero

Apriamo la sessione del pomeriggio con la plenaria dedicata alla comunicazione

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Mattinata dedicata alla discussione sulla dimensione transnazionale

Plenaria di restituzione dei gruppi di discussione sulla dimensione transnazionale

Testo di convocazione Assemblea Nazionale Non Una Di Meno a Torino – 1/2 giugno 2019

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Nell’anno appena trascorso Non Una di Meno è stata protagonista di un grande percorso di affermazione politica che ha travalicato i segnali già incredibili raccolti negli anni precedenti. L’abbiamo detto fin dall’inizio e lo ripetiamo con sempre maggiore convinzione: la rivoluzione sarà femminista e transfemminista, o non sarà. Ne troviamo conferma nella nostra quotidianità, nelle lotte che attraversiamo, nelle relazioni, sui luoghi di lavoro, in casa e per le strade: negli anni precedenti. La prospettiva intersezionale che stiamo cercando di costruire e praticare è imprescindibile per trasformare le nostre vite e il mondo che ci circonda.

Le assemblee territoriali si sono moltiplicate e ampliate, crescendo non solo nei numeri, ma soprattutto nella capacità di innescare processi di soggettivazione e lotta. Lo stato di agitazione permanente non è stato solo uno slogan: dal corteo che ha attraversato Verona il 13 ottobre, in opposizione al duro attacco sferrato dall’amministrazione locale alla salute e all’autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività Lgbtqia+, alla giornata di mobilitazione contro il ddl Pillon del 10 novembre; dalla marea che si è riversata a Roma il 24 novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, al percorso di costruzione dello sciopero transfemminista globale; dalla tre giorni Verona Città Transfemminista, durante la quale, con un corteo oceanico, abbiamo reagito alla violenza del World Congress of Families, alle centinaia di iniziative, lotte, percorsi che riempiono la quotidianità dei tantissimi nodi locali di Non Una di Meno.

Questo movimento ha aperto uno spazio di azione sociale e politico non identitario che si oppone con la sua forza globale a tutti i governi neoliberali, misogini, omolesbobitransfobici e razzisti, con i quali non potrà mai scendere a patti. Sono sempre più frequenti e sdoganati gli attacchi alla libertà e alla vita stessa di donne, soggettività lgbtqia*, migranti, di tutte le persone che, con le loro lotte, travalicano ruoli e confini e rifiutano quotidianamente di stare al posto che è stato loro assegnato. Il movimento femminista transnazionale si oppone all’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo: dall’Argentina all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi all’aborto vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e razzializzate.

Fin dal Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, abbiamo riconosciuto il carattere strutturale della violenza patriarcale, radicata nelle gerarchie di potere che plasmano la società. Una violenza che attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, intersecandosi e rafforzandosi con altri sistemi di oppressione. Lo riscontriamo negli stupri sistematicamente subiti dalle donne migranti nei loro viaggi, nella coercizione del permesso di soggiorno legato al matrimonio, nelle molestie sul lavoro che si moltiplicano sotto il ricatto della precarietà, nei tagli al welfare che aumentano il carico di lavoro domestico e di cura gratuito o ipersfruttato per le donne, nel sistema di produzione insostenibile basato sull’abuso di corpi umani e non, territori e del pianeta stesso.

Una delle nostre risposte più incisive a tutta questa violenza è lo sciopero transfemminista globale: una giornata di sottrazione dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo, dalle imposizioni dei generi. Il valore dello sciopero femminista non risiede soltanto nell’aver riattivato una pratica che negli ultimi anni aveva perso di senso e significato, allargando la prospettiva oltre la dimensione vertenziale e concertativa classica. La sua forza dirompente sta anche, e soprattutto, nell’aver rivoluzionato un processo, scardinato gerarchie e verticalità e promosso una pratica dal basso che parte e prende forma dalle persone come soggettività individuali e collettive.

Lo sciopero non è solo l’otto marzo, ma vive in un processo globale e quotidiano che amplifica ogni presa di parola singolare e locale, un grande esercizio di messa in discussione personale e collettiva, in cui ogni istanza e ogni soggettività deve trovare posto, spazio di visibilità, diritto di esistenza, parola e voce. Dopo aver gridato insieme “D’ora in poi l’otto marzo sempre” in quella giornata, non siamo disposte a tornare ai ruoli che ci sono imposti. La vera scommessa è che l’azione di sottrazione diventi esperienza quotidiana, che la forza globale dello sciopero sia tanto dirompente da innescare pratiche di ribellione, liberazione, trasformazione radicale del mondo e delle nostre vite. Per avanzare in questa direzione, dobbiamo interrogarci su come lo sciopero possa esprimere la sua dimensione tanto politica quanto sociale, riuscendo contemporaneamente ad affrontare le questioni più sentite nei luoghi di lavoro, un grande esercizio di messa in discussione personale e collettiva, in cui ogni istanza e ogni soggettività deve trovare posto, spazio di visibilità, diritto di esistenza, parola e voce.

Se parliamo di un processo globale è perché nei fatti già esiste un movimento femminista transnazionale, che ha fatto dello sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo e dai generi, la sua forza e il suo tratto distintivo. Ogni azione di Non Una di Meno, dalle grandi manifestazioni nazionali alle tantissime iniziative locali, è parte di questo percorso, traendone forza e rafforzandolo allo stesso tempo. A tre anni dalle prime chiamate allo sciopero, dobbiamo ora interrogarci su come la dimensione transnazionale di questo movimento faccia la differenza a livello locale e su come rafforzare le relazioni che stringiamo a livello globale, facendo sì che i momenti di incontro e confronto non si limitino a creare alleanze tra movimenti, ma mettano a tema questioni politiche e lotte che travalicano necessariamente i confini nazionali.

Da tre anni questi obiettivi ci pongono di fronte a un’altra sfida: immaginare e costruire pratiche, forme di lotta e di comunicazione politica, modalità di autorganizzazione se non completamente nuove, quanto meno capaci di mettere in discussione i modelli più tradizionali dell’agire politico. Se siamo il metodo che scegliamo di darci, la scelta di essere una rete femminista e transfemminista ci interroga su cosa significhi partire da noi per rendere politica e collettiva un’esperienza soggettiva. Per questo vogliamo riflettere sulle pratiche con cui costruiamo le nostre lotte, sulle relazioni che intessiamo, sul tipo di comunicazione che produciamo, sul rapporto con istituzioni, mezzi di comunicazione, organizzazioni politiche.

Lo sciopero, la comunicazione/organizzazione e la dimensione transnazionale saranno quindi in sintesi le questioni che affronteremo insieme durante l’assemblea nazionale di Non Una di Meno che si terrà a Torino l’1 e 2 giugno prossimi. I momenti di lavoro e confronto saranno aperti e liberamente attraversabili, perché tutte, tutti, tuttu sono Non Una di Meno, perché il contributo di persone nuove e l’apertura della nostra rete è uno degli aspetti più importanti che ci contraddistingue e che vogliamo continuare a costruire con forza.

Ci vediamo a Torino! Ancora e sempre saremo marea!

Evento fb

Leggi le info logistiche sull’Assemblea nazionale

1-2 Giugno 2019 – Programma e info logistiche Assemblea Nazionale NonUnaDiMeno a Torino

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🔥 Assemblea nazionale di Non Una Di Meno 🔥

NON UNA DI MENO chiama a raccolta tutte le energie che è stata capace di innescare e far esplodere in questi anni di mobilitazione contro la violenza patriarcale che uccide, opprime, impoverisce!

Incontriamoci a Torino, sabato 1 e domenica 2 giugno 2019
per l’assemblea nazionale di Non Una di Meno

➡ Per iscriverti, chiedere ospitalità e segnalare eventuali esigenze compila questo format:
https://bit.ly/2H6Zv44

>>> All’interno degli spazi di Palazzo Nuovo sarà allestito uno spazio bimb* per permettere a tutte e tuttu di seguire gli incontri

PROGRAMMA

SABATO
10-10.30 accoglienza/introduzione e mandato sulle tracce x i gruppi
10.30-12 gruppi sciopero
12-13 plenaria sciopero
13-14 pranzo
14-18 comunicazione/metodo/relazioni

DOMENICA
10-10.30 introduzione e mandato tracce x i gruppi
10.30-12 gruppi transnazionale
12-13 plenaria di restituzione
13-14 pausa pranzo
14-16 plenaria conclusiva

Evento fb

Le mappe e la locandina dell’Assemblea Nazionale

 

 

 

Qui la locandina da stampare e attacchinare

Testo di convocazione – Assemblea Nazionale di Non Una Di Meno a Torino