Report ASSEMBLEA PLENARIA NAPOLI 2019

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Report ASSEMBLEA PLENARIA Sabato 19

ANALISI

Abbiamo aperto il nostro anno di lotta ribadendo la necessità di rilanciare la marea e sollevare la rivolta transfemminista. Molte le questioni emerse su elaborazioni interne al movimento e sulla fase politica ma soprattutto sulle sfide da cogliere e le scommesse da fare, al centro la necessità di ripartire per una nuova stagione di lotte ancora più determinate. Registriamo il protagonismo politico non solo di molti nodi nuovi di NUDM ma anche di soggettività, organizzazioni che hanno affermato a chiare lettere il loro riconoscimento all’interno di NUDM.

La discussione sull’attuale fase politica si è concentrata sulle forme di sussunzione dell’attuale governo e l’impossibilità di rappresentare un percorso di discontinuità.  Il cambio di esecutivo ci mette dinanzi ad un governo che tinge di rosa l’agenda politica istituzionale e che opera attraverso una vera e propria colonizzazione dello spazio politico femminista dall’alto. A questi tentativi di assorbimento è emersa la necessità di ripensare con maggiore forza alle forme di attacco e non di difesa.

Negli anni abbiamo imparato a leggere attraverso una lente antipatriarcale, anticapitalista e antisessista la complessità della violenza come forma strutturale della società e non riconosciamo alcuna discontinuità rispetto all’aggressività della violenza istituzionale: i tentativi di mettere sotto torchio le donne che chiedono aiuto sono evidenti, la violenza dei tribunali e la reintroduzione della legge del padre (alienazione parentale) ne sono un esempio. Il quadro ci restituisce meccanismi di promozione istituzionale delle relazioni familiari violente e patriarcali e continui attacchi all’autodeterminazione delle donne che vedono attivarsi sui loro corpi ulteriori dispositivi di controllo dei servizi e della vita privata, una volta che decidono di intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

In più, le risposte individuate continuano a fornire soluzioni inquadrate come emergenziali che non fanno altro che rappresentare una continuità dell’incapacità di trovare reali e concrete possibilità di uscita dalla violenza ma anche rispetto a condizioni generali di accesso al welfare, alla salute e a condizioni di vita decenti: il Codice Rosso e allargando il discorso del Green Deal e Reddito di Cittadinanza sono solo alcuni esempi che ci mostrano risposte parziali incapaci di sopperire all’assenza di servizi e fallimentari rispetto alla complessità della violenza patriarcale e neoliberale. Va inoltre sottolineato che il vuoto legislativo con meccanismi emergenziali perpetuato per anni continua a colpire in modalità ancora più incisive le soggettività migrant* e criminalizza coloro a cui è impedito l’accesso allo spazio pubblico, indigenti, sex workers in particolar modo. Abbiamo ribadito l’importanza del rivendicare la libertà di movimento e l’intersezionalità deve per noi essere un metodo e un comune sentire.

Abbiamo rimarcato l’autonomia del movimento da partiti, istituzioni e sindacati, ci siamo chieste come intensificare la nostra presenza nelle strade, di quali strumenti dotarci, come immaginare campagne condivise dislocate sui territori per non cadere in una ritualità di date e per rendere reale il processo dello sciopero.

Conquistare le strade attraverso la lotta femminista significa che il nostro essere marea non deve guardare solo ai numeri ma alla forza che attraverso strumenti e metodi autonomi di autodifesa ci permette di attraversare spazi, renderli femministi e trasfemministi. Alla luce dei continui attacchi è stata largamente espressa la richiesta di analisi e contrasto al sessismo nei movimenti e la necessità di riprendere un piano di elaborazione portato avanti negli anni che necessita un aggiornamento.

La centralità di rendere accessibile il nostro linguaggio ci richiede di adottare strumenti e metodi capaci di arrivare anche e soprattutto a chi ha un linguaggio diverso dal nostro, per continuare a contaminarci e mettere in discussione la realtà in cui ci troviamo.

Pur con delle letture non sempre nella stessa direzione, la sfida di NUDM è intersezionale, ci si è interrogate su come portare avanti le intersezioni vitali, le pratiche di mutualismo, le contaminazioni con altri movimenti, come nel caso di FFF lì dove sui territori è possibile. Il nostro percorso è partito da una lettura strutturale della violenza sulle nostre vite, e il livello locale non può essere rapportato in forma dicotomica a quello transnazionale ma deve rappresentare un processo parallelo, alimentare la solidarietà femminista transnazionale in tutte le forme possibili: siamo con le sorelle curde, chilene e con tutte/u coloro che lottano per un ordine nuovo fuori dall’oppressione capitalista e patriarcale.

Si è ribadita la necessità di prestare attenzione ai processi interni che ci impongono di interrogarci sulle relazioni che intrecciamo tra di noi, tra le realtà che animano NUDM,e quelle con la rete dei centri antiviolenza. Critica e autocritica sono i nostri strumenti ma anche la necessità di immaginare la nostra progettualità a partire dal protagonismo politico e da risposte individuate nel tempo che necessitano di essere rimesse in discussione,  allargate e aggiornate. Di sicuro aggiornare il Piano Femminista contro la violenza ma anche trovare nuove modalità che nei nostri incontri nazionali ci permettano di sostanziare l’elaborazione politica non solo rispondendo a delle urgenze ma anche a questioni specifiche che si rendono prioritarie rispetto alle esigenze dei territori che le fanno emergere per ricomporre saperi e metodi in modo costruttivo.

Abbiamo imparato a sostanziare il nostro femminismo a partire dalla T, assumendoci politicamente che non c’è femminismo senza le persone trans, ci siamo anche dette la necessità di nominare doppiamente femminismo e transfemminismo per non rendere retorica la nostra narrazione ma guardare realmente alla composizione di cui è animato.

Attraverso questi indicatori sono state individuate diverse proposte, di sicuro la necessità di continuare un confronto su sessismo nei movimenti e riattivare i canali di cui ci siamo dotate per parlarne e individuarne di nuovi come anche la condivisione di materiali e documenti e ripartire dal tavolo che da due anni esiste. Abbiamo tutta la forza di sovvertire le dinamiche di sessismo e di uscire dalla narrazione di vittime rispetto ai contesti di movimento.

La difesa di Lucha y Siesta ci impone una risposta allargata e nazionale capace di porre le criticità in tutti i nostri territori. Rilanciare gli spazi femministi, difenderli, difendere le case delle donne, consultori/e, centri antiviolenza e rispondere agli attacchi aprendone sempre di nuovi, immaginare luoghi di fuoriuscita dalla violenza per tutte le soggettività LGBTQI+. Forte è l’esigenza di rispondere alla narrazione tossica, legata alla violenza, ai femminicidi che ci impone di individuare strumenti capaci di attaccare e fare pressioni per inchiodare i giornalisti rispetto alle responsabilità in materia ma soprattutto capire in che termini modificare anche noi le narrazioni.

Consapevoli che a muoverci non debba essere la paura ma il desiderio, abbiamo l’esigenza di riconoscerci e autodeterminarci attraverso la strutturazione delle nostre pratiche in modo strategico e rimettere al centro i nostri bisogni, sviluppando nuovi ragionamenti e pratiche relative all’attuale situazione politica, consapevoli che le nostre esigenze non cambiano rispetto a chi ci governa.

Questo perchè è necessario alzare il livello del conflitto contro la violenza verso e oltre il 23 Novembre a partire da:

– 13 Novembre diamo Lucha alle Città!

– Facciamo nostre le date della Transfreedom march

– 23 Novembre la marea transfemminista a Roma.

– Prendere posizione contro la criminalizzazione delle sex workers e aprire un discorso più allargato sulla questione del lavoro sessuale.

– Campagne condivise contro le narrazioni tossiche.

Abbiamo aperto un nuovo anno di lotte: rompiamogli argini del patriarcato, travolgiamo tutto!

REPORT PLENARIA _VERSO IL 23 NOVEMBRE.

SIAMO IN   RIVOLTA PERMANENTE

Ci siamo dette di ribaltare l’immagine mainstream di vittime e di affermare il nostro immaginario: protagoniste di movimenti e lotte territoriali nell’ottica dell’intersezionalita’, dell’ autonomia e dell’autodeterminazione.

“Non siamo le vittime del troppo amore” siamo gli obiettivi sensibili di una guerra sistemica fondata su un ruolo sociale in posizione permanentemente subalterno.

Siamo quell’argine duro nei presidi, nelle lotte ambientali in difesa dei nostri territori e della salute di intere comunità, nelle lotte per la difesa dei diritti sul lavoro o affinché non vengano erosi quegli ultimi baluardi di welfare.

Mai stanche contro la ferocia del razzismo dilagante, al fianco dei migranti e contro la logica dei confini rivendicando e allo stesso tempo agendo la nostra concezione di libertà.

Ci siamo dette che Nonunadimeno si deve fare catalizzatore di processi di soggettivazione, di riconoscere e dare spazio all’autodeterminazione e all’’autorganizzazione di soggettività, di coordinamenti di esperienze e di lotte nel segno dell’intersezionalità. In questa direzione Il 22 novembre attraverseremo le strade al fianco delle soggettività trans e non binarie in occasione della “Trans Freedom March “per commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio anti-transgender. Ci auguriamo che la sperimentazione partita da Napoli dei gruppi di affinità, dei gruppi organizzativi e di connessione possa continuare in nuove e più forme in futuro.

Ci siamo dette che alla violenza sistemica maschile che sta esplodendo a livello globale in maniera esponenziale dunque rispondiamo con la pratica transfemminista dell’intersezionalità del “FARE SPAZIO” .

Violenza sui corpi, violenza istituzionale, giustizia Patriarcale, mediatica ed ecologica: è su questi terreni che vogliamo costruire quotidianamente la nostra “vendetta”, che, come ci insegnano le donne curde, non vuol dire occhio per occhio ma costruire la società che vogliamo nella pratica agendo il conflitto.

La Marea sceglie di guardare alla giornata del 23 a Roma non come momento rituale ma per assumersi la responsabilità di diventare rivolta e riprenderci lo spazio del conflitto.

Scegliamo d’inquadrare la data del 23 in un processo di più lungo respiro, anche in vista dell’8 marzo per costruire un processo fatto di relazioni capillari e alleanze reali e sperimentare nuove pratiche e fare dello sciopero un processo ed uno strumento di resistenza permanente.

La capacità della rete di produrre un cambiamento reale va misurata a partire dai nostri territori

Per questo ci siamo dette di costruire un Appello in cui:

-Attacchiamo la violenza sistemica maschile che sta esplodendo a livello globale in maniera esponenziale

– Difendiamo la liberazione di tutte le soggettività che sostanzia la lotta transfemminista e intersezionale.

-Difendiamo e riprendiamo gli spazi e che essi siano transfemministi, autonomi e autodeterminati. In particolare costruzione settimana di mobilitazione 13 -23

– Attacchiamo la violenza ambientale e lo sfruttamento che devastano e opprimono i nostri corpi, i nostri territori e ci schieriamo contro i trattati del libero commercio.

– Attacchiamo la Violenza mediatica

–  Attacchiamo il carcere, in quanto la sua stessa esistenza è violenza

-Attacchiamo la Violenza giudiziaria dei tribunali

-Attacchiamo il decreto sicurezza e la violenza della militarizzazione.

– Rifiutiamo la guerra di invasione e oppressione contro il popolo kurdo e l’esperienza rivoluzionaria delle donne in Rojava.

-Rifiutiamo ogni forma di repressione dei movimenti in lotta per l’autodeterminazione, dal Cile all’Ecuador all’Andorra.  I popoli in lotta scrivono la storia.

Rilanciamo ora e sempre lo sciopero dell’8 marzo, come processo di resistenza permanente.

Proposte in generale:

–             Aderire campagna boicottaggio BDS contro Israele   

–             Creare e approfondire gli spazi transnazionali, tra cui Ticino e Andorre e              Marocco.

–             Creazione di una cartella per condividere materiali ed esperienze dei vari nodi territoriali.

–       Curare la comunicazione per comunicare all’esterno con un linguaggio diretto ed efficace.

–             Alla prossima assemblea nazionale fare una restituzione più ampia dei tavoli che si sono svolti a Napoli per far sì che questi spazi non rimangano chiusi e non si perdano. Resta aperta questione tavoli/gruppi fluidi, anche a fronte dei livelli di inchiesta territoriale, quali strumenti di interconnessione a livello nazionale si danno i diversi nodi di NUDM

–             Mettere a verifica o riallacciare le relazioni con i CAV a partire dai territori

Per concludere, ci teniamo a ringraziare tuttu lu cumpagnu per l’atmosfera, la cura e la grande elaborazione politica, non crediamo di sbagliare nel dire che ad oggi siamo prontu ad alzare il livello del conflitto.

Ci vediamo il 23!

Assemblea nazionale Napoli 2019 – Report Gruppo di lavoro 3 “Sguardi intersezionali, strumenti pratiche collettive transfemministe di lotta e mutualismo”

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Molti interventi hanno riportato la criticità di mettere insieme in un unico tavolo così tante questioni, ci assumiamo questa critica e tentiamo di dare forma e non dimenticare nessuna delle tante questioni emerse nella discussione.

La prospettiva intersezionale che NUDM si è data come imprescindibile va intesa nelle lotte reali e attraverso la presenza costante sui territori e nelle periferie, supportandone le lotte già presenti. Allo stesso tempo dobbiamo posizionarci contro la logica dell’integrazione e dell’inclusione: la nostra prospettiva deve essere quella del “fare spazio” (come abbiamo detto a Torino), supportando l’autodeterminazione delle soggettività, delle lotte e dei territori.

Riguardo agli strumenti di cui ci dotiamo, crediamo vada messa al centro la questione del linguaggio, che deve essere meno autoreferenziale e retorico ma deve invece parlare dei nostri bisogni: per questo dobbiamo dotarci delle traduzioni, così da renderci capaci di intercettare e parlare a più soggettività .

Strumento altrettanto importante e già sperimentato in vari territori è quello dell’inchiesta e dall’autoinchiesta, che rimane il punto di partenza per costruire il nostro sapere e avere consapevolezza dei meccanismi attraverso i quali le varie forme di violenza vengono messe in atto nei singoli territori/contesti e per trovare poi una risposta adeguata.

Dobbiamo ancora una volta sottolineare l’importanza del lavoro riproduttivo in tutte le sue forme, dal lavoro riproduttivo domestico a quello svolto dalle donne migranti all’interno dei ghetti, fino al lavoro riproduttivo retribuito delle cosiddette badanti. Ritorna quindi la necessità di coinvolgere tutte queste soggettività nello sciopero dell’8 marzo e nello sciopero come processo. Dobbiamo inoltre tenere sempre presente che il “fare spazio” deve partire dalla presa di consapevolezza dei propri privilegi e in particolare del “privilegio bianco”, in modo tale da tendere, attraverso le nostre pratiche e lo sciopero in particolare, ad aggredire oltre alla produzione anche il potere, i rapporti di potere e qualsiasi forma di oppressione e di violenza, inclusa la violenza di alcune istituzioni come Inps e Inail, rivolta in particolare alle persone disabili.

Il salario minimo europeo e il reddito di autodeterminazione incondizionato per tutte e tuttu rimangono le uniche prospettive percorribili per noi. Rispetto al reddito di cittadinanza riteniamo non solo che sia insufficiente ma che si tratti di una misura familista e razzista, sebbene la critica pubblica di questa misura -che Non una di meno ha già sviluppato – non sia allo stesso modo praticabile in tutti i territori e in particolar modo in alcune regioni del sud.

La femminilizzazione e la razzializzazione sono inoltre forme di violenza strutturale che investono tanto l’ambito del lavoro quanto quello del non lavoro, così come la ricattabilità. Nel sud Italia questa dimensione assume un quadro drammatico perché l’assenza del welfare diviene totale, rendendo complicata la mobilitazione di una grossa fetta di società. In questo senso riteniamo che le reti di mutualismo e di solidarietà siano l’unica risposta che possiamo immaginare, che parta da noi e che sia in grado, oltre a dare una risposta a bisogni concreti, anche a creare comunità ed essere uno strumento di lotta.

Sono stati poi nominati quali strumenti concreti: la cassa mutua, da ampliare il più possibile sia in termini di quali bisogni sostenere (per citare un esempio, a Macerata è stata creata una casa mutua per sostenere le donne che volevano praticare l’IVG) che in termini delle soggettività da coinvolgere (in particolare donne e persone LGBTQIA+ migranti, anche in transito). Altri strumenti individuati e proposti sono stati la casa dello sciopero come luogo permanente, gli sportelli territoriali, la creazione di momenti di autoformazione, momenti d’incontro e formazione che vedano coinvolt* lavoratrici/lavoratoru, migranti e studentesse/studenti.

Dobbiamo chiederci come dare efficacia allo sciopero come processo e allargarlo il più possibile: è emersa la necessità di mettere al centro la lotta per l’abolizione dei decreti sicurezza che colpiscono varie soggettività, senza dimenticare però tutto l’arsenale legislativo messo in campo a danno delle persone migranti dai precedenti governi negli ultimi 20 anni. Crediamo inoltre che i decreti sicurezza rappresentino un ulteriore radicale processo di criminalizzazione, attraverso una repressione sempre più diffusa e capillare del dissenso e attraverso il restringimento della libertà e dei diritti delle persone migranti e delle soggettività non conformi e considerate indecorose, in particolare le/i sex workers, che sono stat* i/le destinatar* più colpit* dall’allargamento del DASPO.

È emersa in questo tavolo la necessità di confrontarsi con il problema della tratta che coinvolge un gran numero di donne migranti, specialmente nigeriane, e al contempo è importante posizionarci contro la criminalizzazione del sex work che si sta intensificando in questo periodo, attraverso la proposta di legge sulla criminalizzazione dei clienti sulla base del modello nordico.

Rispetto al panorama legislativo che riguarda le persone migranti e alle rivendicazioni come lo ius culturae, lo ius soli e permesso di soggiorno europeo, è evidente che rimangono rivendicazioni nominate nelle nostre assemblee ma che necessitano di acquisire un ruolo centrale e condiviso. andrebbero quindi meglio inquadrate e approfondite, e in tal senso è stata fatta una proposta di dedicare una due giorni di approfondimento su questi temi a livello nazionale.

L’importanza dell’allargamento dello sciopero dell’8 marzo e della valorizzazione del lavoro riproduttivo e di altri ambiti dello sciopero ci costringe ad immaginare nuovi modi di performarlo: è stata sottolineata la possibilità di connettere lo sciopero transfemminista con lo sciopero di FFF, tenendo anche conto del fatto che il prossimo anno l’8 marzo cadrà di domenica. In questo tavolo è stata espressa la volontà di accogliere questa sfida e di non coglierne i limiti, cominciando ad immaginare come coinvolgere anche le persone che lavoreranno in quella giornata. La discussione sulla giornata dell’8 marzo sarà affrontata nell’assemblea nazionale di Roma del 24 novembre.

L’importanza e la centralità del Piano femminista contro la violenza va rianimata a partire dai territori: in questo tavolo è stata espressa, da parte del nodo di Roma in particolare e più volte, la necessità di ricostituire i tavoli di lavoro, proposta che non ha trovato il consenso dell’assemblea. E’ stata sottolineata inoltre l’assenza di un ambito di discussione sulla formazione (gruppo di lavoro, di affinità o tavolo) che rimane un nodo centrale soprattutto con la regionalizzazione della scuola alle porte.

Assemblea nazionale Napoli 2019 – Report gruppo di lavoro 2: Pratiche di autodifesa transfemminista e autonomia del movimento

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Ci sono state molte proposte, alcune specifiche e altre più larghe, alcune nuove, da discutere, altre già sperimentate nei territori che si potrebbero riprendere a livello nazionale. Chiediamo di scriverci se ci sono dei passaggi mal espressi o se ci sono delle mancanze. Ci scusiamo se la stesura non è articolata in profondità, ma per mancanza di forze e tempi stretti, abbiamo prediletto un report più schematico e operativo.

Ci siamo dett* innanzitutto che la pratica autonoma transfemminista prende sempre più piede, come meccanismo primario di liberazione delle soggettività, che esistere è lottare e che iniziare a dare corpo e gambe al transfemminismo, significa liberarci da una dimensione di patologizzazione o vittimizzazione, per ri-assumere il potere critico di autodeterminazione, autonarrazione e riappropriazione delle soggettività tutte.

In quest’ottica è necessaria la proposizione di meccanismi culturali che mettano in discussione tutto, razzismo, fascismo e sessismo attraverso pratiche incisive che inondino città e territori caratterizzando quanti più spazi possibili, creare reiterazione delle pratiche di resistenza, momenti simbolici, rituali e continui.  Creazione di spazi transfemministi, autonomi, intersezionali, autodeterminati, dove si dia spazio a relazioni reali ed attive tra tutte le soggettività, donne , trans, soggetti non binari

Abbiamo  espresso con forza il desiderio di segnare un passaggio da un percorso che ci ha vist* in prima linea in difesa, a una nuova fase di maggiore attacco e rivendicazione: è per questo che abbiamo dichiarato con forza l’inizio della Rivolta Permanente.

1) Dalla proposta dell’assemblea napoletana è emersa la necessità di ripartire dalle lotte territoriali e dalle specificità di queste; è emersa nella discussione l’importanza di dare solidarietà a tutte le lotte territoriali e rispetto a questo il tavolo si è dunque interrogato su come farlo al meglio e in modo incisivo. Crediamo che solo facendo rete sia possibile una vera e propria visibilizzazione e presa in carico collettiva delle lotte, dando così una progettualità condivisa a livello regionale e nazionale.

In una prospettiva di Coordinamento è stata posta da più voci l’esigenza di procedere con una mappatura della violenza dei tribunali, della violenza sui corpi delle persone T, della presenza degli obbiettori negli ospedali e delle associazioni antiabortiste; di costruire ed immaginare campagne nei territori che lascino un segno nelle città, presidi settimanali in luoghi simbolici e non, di caratterizzare con segni visibili i muri delle città e degli spazi urbani per aumentare la visibilità e con essa la possibilità che altre soggettività ci conoscano e riconoscano.

Sulla scia del nodo fiorentino che da mesi porta avanti una mobilitazione all’interno delle sedute del consiglio regionale toscano contro associazioni antiabortiste, immaginiamo campagne come “smutandate” contro le istituzioni che aprono spazi di agibilità a queste associazioni. È emersa in maniera altrettanto forte l’esigenza e la necessarietà della difesa e della costruzione di spazi transfemministi, autonomi, intersezionali, autodeterminati, dove si dia spazio a relazioni reali ed attive tra tutte le soggettività, donne , trans, soggetti non binari.

2)CORPI – La violenza patriarcale colpisce prima di ogni cosa i nostri corpi: il tavolo ha sottolineato la necissità di avviare campagne che denuncino la violenza medica sui corpi intersex.

E’ stata proposta inoltre la partecipazione di Nudm alla manifestazione e alle mobilitazioni contro l’azienda farmaceutica Bayer, responsabile della distribuzione del contraccettivo Essure, che ha  ed ha effetti devastanti sui corpi delle donne nei quali tale dispositivo è stato impiantato.

L’autodeterminazione delle soggettività T e non binarie non può più passare attraverso il vaglio della patologizzazione: in questo senso il tavolo si è espresso sull’importanza di riconoscere la depatologizzazione delle soggettività T e non binarie e sulla necessità di rivendicare l’accesso gratuito agli ormoni.

La violenza sui corpi T si manifesta anche attraverso la mancanza di case rifugio per donne e uomini trans e per tutte le soggettività T e non binarie. Come prendiamo parola su questo facendo dell’intersezionalità la nostra chiave di lettura delle lotte?

È stata rimarcata l’importanza del reddito di fuoriuscita dalle violenze come strumento di autodeterminazione.

3) Per quanto riguarda la violenza istituzionale, il tavolo ha individuato due controparti concrete contro le quali creare e alzare il livello del conflitto: da una parte è emersa la volontà di attaccare la violenza dei tribunali e dei tribunali dei minori con l’urgenza di annientare i meccanismi di valutazione genitoriale e mappare le sentenze violente; dall’altra, alcuni nodi hanno insistito sulla necessità di programmare azioni concrete contro la narrazione tossica e patriarcale dei giornali e dei media, già a partire del 23 novembre. Milano ha chiesto di sostenere ed espandere il lavoro su un nuovo codice deontologico che tenga dentro le rivendicazioni del piano femminista e che preveda sanzioni per i giornalisti che non lo rispettino (inoltre c’era una proposta di un osservatorio).

4) A fronte del depotenziamento dei centri antiviolenza e dei consultori, soprattutto attraverso meccanismi di de-finanziamento e altre forme di ricatto con le quali lo Stato intende indebolire questo servizio, svuotarlo di senso e della sua componente femminista, emerge la nostra volontà di riarticolare e riappropriarci degli spazi di confronto, di sostegno e d’incontro tra donne, persone T e soggettività non binarie, l’urgenza di riscrivere, per le donne che entrano nei centri antiviolenza, le procedure d’ingresso e d’intenzioni in modo trasparente affinché queste mettano le persone al corrente dei propri diritti, dei possibili rischi, di modo che siano rese più palesi e comprensibili possibili strumentalizzazioni.

Intendiamo lavorare e pretendere che nessuna associazione antiabortista abbia la possibilità di entrare nei centri antiviolenza e nei consultori, dove vogliamo la pillola abortiva e contraccezione gratuita per tuttu.

Agli atti dell’assemblea la delibera proposta dal coordinamento centri antiviolenza del Lazio per il cambiamento della legge regionale.

Qual è lo stato dell’arte della nostra relazione con i centri antiviolenza e con la rete DIRE. Discussione aperta da riprendere: come collaboriamo?

Rinforzate dalle volontà di eliminare Lucha y Siesta, uno degli ultimi e pochi spazi femministi in Italia, riemerge da più voci l’urgenza di aprire e riappropriarci di spazi femministi, autonomi, intersezionali e autodeterminati, di rendere i consultori completamente pubblici e di caratterizzarli come spazi di incontro e confronto sociali, culturali e politici.

5) SCUOLE e NUDM nelle scuole superiori.

Il tavolo si interroga su se e come partecipare agli scioperi della scuola e di come questo possa essere parte dello sciopero dell’8 marzo come processo.

Dinanzi al riconoscimento del fatto che le scuole siano spesso esempi di reiterazione di modello familiare normativo, occorre che diventino i primi presidi contro la violenza di genere e dei generi. Viene inoltre espressa la necessità di creare dei momenti di formazione per facilitare la relazione tra il corpo docente e le famiglie in situazione di difficoltà e o non normate.

Infine, esiste una cartella condivisa, chiediamo al nodo di Verona di ricondividerla, e inoltre esiste il materiale prodotto da Educare alle differenze di Bologna.

Dalla provincia di Napoli parte la proposta di riprendere e rafforzare dei momenti di confronto di nudm nei licei e negli istituti superiori.

E’ importante che si faccia maggiore formazione nelle scuole sulla violenza maschile e dei generi sia con il corpo docente sia col le e gli studenti. Educare alle differenze e nodi di Bologna e Verona mettono a disposizione il materiale che hanno prodotto in questi anni.

Assemblea nazionale Napoli 2019 – Report gruppo di lavoro 1: “Libere/u dalla violenza ambientale: ecologia e transfemminismo”

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NON UNA DI MENO, NON UN GRADO IN PIU’, NON UNA SPECIE DI MENO

Ormai tre anni fa Nonunadimeno nel suo piano ha riconosciuto la violenza ambientale come uno dei volti della violenza patriarcale. Oggi, riprendere il filo del discorso non era più rimandabile, perché le mobilitazioni degli ultimi anni femministe, transfemminste ed ecologiste hanno ribaltato l’agenda politica: quelle che fino erano sempre state considerate appendici accessorie dei movimenti oggi ci danno una prospettiva chiara sul profondo nesso che c’è tra capitalismo, patriarcato, colonialismo ed estrattivismo. Ed è proprio a partire dall’analisi e dalla consapevolezza di questo nesso che vogliamo partire per l’elaborazione delle nostre pratiche.

Se la lotta ecologista è una lotta contro il sistema economico capitalista, non possiamo non tener conto che questo sistema si basa sull’accumulazione originaria del lavoro riproduttivo delle donne e della terra. Non è quindi un legame essenzializzato che lega le donne alla terra, ma il ruolo che storicamente è stato loro assegnato. Ed è quindi partendo dalla nostra declinazione di sciopero riproduttivo e con un’ottica intersezionale che vogliamo approcciare i movimenti ecologisti. Il capitalismo divide sistematicamente corpi e terre da sfruttare e già sfruttate secondo le linee del genere, della razza, della specie, della classe, ed è per questo che alcuni corpi ed alcuni territori sono più sfruttati di altri. Lo sfruttamento dei corpi e dei territori è ciò che lega le due lotte. Non si può parlare di autodeterminazione di corpi e territori senza parlare di ecologia.

Non vogliamo la quota verde nella marea fucsia o la quota fucsia nella marea verde, ma una reale intersezione delle lotte che si traduce in attraversamenti e contaminazioni con il movimento ecologista che sta invadendo le piazze del mondo e con le lotte ambientali che già da anni esistono sui nostri territori.

Crediamo sia necessario segnare la continuità tra il 22 novembre (Trans Freedom March), il 23 novembre (manifestazione nazionale Nonunadimeno) e 29 novembre (quarto sciopero globale di Fridaysforfuture) tessendo relazioni con le assemblee territoriali, transterritoriali   e transnazionali confrontandoci sui temi che ci accomunano: sciopero, autodeterminazione e produzione\riproduzione.

Vogliamo sostituire la retorica universalizzante dell’”ambiente da salvare” con una pratica di lotta che parta dai nostri territori. Le lotte territoriali negli anni sono state il piano di resistenza e anche di criminalizzazione della stessa ed è solo a partire dalle resistenze locali che possiamo avere uno sguardo realmente transnazionale.

Sui territori ci sono corpi e comunità sapienti che hanno prodotto conoscenze specifiche sul nesso tra devastazione ambientale e salute. Questi saperi non sono riconosciuti e sono esclusi da ciò che viene proposto nelle scuole come “educazione ambientale”. Riteniamo fondamentale autorganizzarci per la condivisione di saperi situati volti a creare percorsi autodeterminati e determinanti sull’educazione ecologica e transfemminista, relazionandoci con la componente giovanile che anima i movimenti ecologisti del paese, i collettivi studenteschi e universitari, ricercatoru e docentu.

Ci dicono che siamo in emergenza climatica: ma noi conosciamo la retorica dell’emergenza perché è la stessa che hanno usato per la violenza di genere, che noi sappiamo essere problema strutturale e non emergenziale. Allo stesso modo non c’è un’emergenza climatica ma piuttosto un’urgenza dovuta a sfruttamento sistematico delle nostre vite e dei territori che non è più accettabile e sostenibile.

Rifiutiamo i piani dei green deal perché non cambiano il sistema in cui queste emergenze continuano a prodursi. I comitati delle lotte territoriali sono i terreni di resistenza che ci hanno insegnato che non sono emergenze, perché non sono eccezioni.

La nostra resistenza comincia quindi dal rifiuto di espropri, cementificazioni, e tutte le opere inutili e dannose per la nostra salute e i nostri territori.  Rifiutiamo i piani di bonifica come militarizzazione del territorio e come piani di investimento di altri sfruttatori; non si può parlare di bonifica senza parlare di autodeterminazione dei corpi e dei territori e di diritto alla salute.

Siamo contro i confini culturalmente costruiti tra umano e non umano. Vogliamo rompere con l’idea dell’eccezionalismo della natura umana ed uscire da una prospettiva antropocentrica e vogliamo farlo realmente nelle pratiche. Essere antispecistu non può limitarsi ad uno stile di vita vegano, così come uno stile di vita vegano non dovrebbe essere solo una scelta individuale ma un processo politico collettivo che sia anche una lotta al sistema di produzione capitalista.

Proponiamo di trovare un obbiettivo sensibile durante la manifestazione del 23 novembre a Roma per rilanciare il Global Strike del 29 e che all’interno della manifestazione trovino spazio tutti questi contenuti.

Proponiamo di pensare allo sciopero dell’8 marzo, che quest’anno cadrà di domenica, focalizzandoci anche sullo sciopero dai consumi e dal lavoro riproduttivo.

Vogliamo porci come obbiettivo la collettivizzazione del lavoro riproduttivo (l’otto marzo e tutti i giorni) come forma di sciopero dallo stesso, perché le donne dei comitati che si battono contro la violenza ambientale ci hanno insegnato che funziona ed è una strada da praticare.

Quando ci interroghiamo sulla pratica del boicottaggio e lo sciopero dai consumi dobbiamo considerare che debba andare di pari passo con un ripensamento della produzione e una sinergia con i/le lavoratoru e braccianti migranti e non. Abbiamo bisogno di costruire legami di fiducia tra aree rurali e città, produttoru e consumatoru, con le collettive e i collettivi agroecologici. Un processo che si interroghi sulla questione dei consumi non come scelta individuale ma come questione politica collettiva e che superi la logica del chilometro zero per arrivare ad una produzione a sfruttamento zero.

Vogliamo continuare la riflessione e discussione politica nelle nostre assemblee locali e alle prossime assemblee nazionali oltre le scadenze.

Ci auguriamo di poter riprendere tutti gli spunti importanti che non abbiamo avuto il tempo di approfondire durante la due giorni di Napoli, come la proposta di una campagna contro gli OGM e i trattati libero mercato, che si inserisce in una prospettiva di lotta transnazionale e anticoloniale. Una lotta che si costruisce in rete con gli altri movimenti dei popoli originari e degli altri paesi superando un facile concetto di solidarietà e passando ad un atteggiamento consapevole nella lotta contro il capitalismo e il liberismo a livello globale.

Feliciu della discussione che è appena iniziata ma che già ci offre svariati spunti di riflessione e di lotta, torniamo nei nostri territori col desiderio di metterci in contatto, in ascolto, in sinergia con tuttu lu soggettu in lotta come noi e facciamo delle nostre elaborazioni una prassi politica.

Siamo rivolta: è il momento di colpire al cuore del patriarcato.

Al 22-23 a Roma!

Tavolo Salario, Reddito, Welfare . Libere/u dalla violenza economica

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Se la povertà complessiva in Italia, stando ai dati, sembra essere diminuita, quella femminile continua invece ad aumentare. Siamo il quartultimo paese in Europa per occupazione femminile: solo il 48% delle donne ha accesso al lavoro, quindi meno della metà. La ricchezza individuale delle donne è inferiore di circa il 25% rispetto a quella degli uomini. Ancora, le donne sono retribuite in media il 23% in meno rispetto ai colleghi uomini, anche quando più istruite; e il differenziale salariale cresce col crescere del livello dell’istruzione, raggiungendo un picco del 38,5%. Più di 1.400.000 donne ha subito molestie sul luogo di lavoro. Molestie e discriminazioni che, una volta di più, vengono taciute e invisibilizzate quando riguardano le soggettività lgbtqia+.

Pochi, ma salienti numeri, che dipingono il contesto di disuguaglianza, discriminazione, ingiustizia in cui viviamo. Contesto che conosciamo bene, perché è quello contro cui ci battiamo da anni, contro cui il movimento femminista e transfemminista è insorto, inondando le strade e le piazze del globo, affermando che violenza di genere è anche, e non secondariamente, violenza economica, che passa, in modo sistemico, per determinate condizioni di sfruttamento volte a minare l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, delle persone migranti, delle persone lgbtqia+.

Non partiamo da zero. Abbiamo scritto un Piano femminista e transfemminista, contro la violenza di genere. Non ci siamo mai fermate al solo livello della contestazione, ma abbiamo elaborato proposte e rivendicazioni che, oggi più che mai, necessitano di gambe concrete per poter camminare, di essere aggiornate, dove necessario, rispetto al contesto politico mutato.
Ripartendo dalle due giornate di assemblea nazionale a Napoli e dalle rivendicazioni sviluppate nel Piano, proponiamo pertanto di strutturare la discussione attorno ai seguenti assi/domande:

  • Come immaginiamo una campagna di mobilitazione sul salario minimo europeo per combattere gender pay gap, dumping salariale, paghe da fame? Una volta di più a fronte di proposte istituzionali miserrime? Considerando i tabellari infimi di molti contratti collettivi nazionali che riguardano il più delle volte ambiti di lavoro altamente femminilizzato, ha senso contrapporre al salario minimo il rilancio della contrattazione collettiva o una proposta di contrattazione di genere?
  • Abbiamo dettagliatamente criticato il reddito di cittadinanza introdotto dal precedente governo, svelandolo come familista, razzista, altamente condizionato e, dunque, non garante di autonomia e liberazione. A breve partirà la cosiddetta “fase 2” di questa misura. Come immaginare azioni e campagne, per rilanciare, con ancora maggiore forza, la nostra proposta di reddito di autodeterminazione sia nell’ambito dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza che come arma contro molestie, ricatti e sfruttamento?
  • Come ideare campagne e mobilitazioni per un welfare effettivamente universale, gratuito e accessibile a tutt*? A maggior ragione se i servizi continuano a diminuire e a essere sempre più escludenti? La quasi totale assenza di servizi pubblici per l’infanzia e l’assoluta insufficienza di forme di sostegno alla genitorialità (in termini di indennità e congedi parentali), contribuiscono inoltre ad allargare la forbice del gender pay gap, costringono sempre più spesso alla disoccupazione. Quali lotte immaginare allora per un’estensione davvero universale di questi servizi, dei congedi, delle indennità, che riguardi tutte le tipologie contrattuali e chi un lavoro non ce l’ha?
  • In questi anni abbiamo posto a più riprese il problema delle molestie e delle discriminazioni sui luoghi di lavoro e tante azioni e sperimentazioni volte ad affrontare e contrastare lo stesso sono nate. Come arricchirle a partire da uno scambio maggiormente condiviso? Quali strumenti ancora da inventare?
  • Il lavoro e lo sfruttamento nuocciono pesantemente alla salute, sia fisica che psichica, in particolare delle donne, delle soggettività lgbtqia+ e delle persone migranti. Tanto più nelle condizioni di precarietà generalizzata che viviamo. Come indagare questo problema? Di quali strumenti ci dotiamo? Quali azioni e campagne possiamo definire?
  • Come costruiamo il percorso che ci porterà al prossimo sciopero globale dell’8 marzo? Quale rapporto e passaggi con le organizzazioni sindacali? Come intercettiamo vertenze e luoghi di lavoro? Quali pratiche mettiamo in campo per dare corpo e visibilità oltre che al blocco della produzione, anche a quello della riproduzione? E allo sciopero dei e dai generi?

Presso Esc Atelier, Via dei Volsci, 159

Tavolo salute e autodeterminazione

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Nella definizione di violenza come fenomeno strutturale e trasversale a tutti i campi dell’esistente, le riflessioni, le battaglie e la produzione di pratiche e discorso sulle tematiche legate a salute e autodeterminazione rimane centrale. Nel Piano Femminista abbiamo voluto definire il concetto di salute come benessere psico-fisico, sessuale e sociale e non come mera assenza di malattia. 

Questo processo di risignificazione del concetto di salute ci ha portate ad aprire campi di battaglia su fronti differenti che, oggi più che mai, hanno bisogno di essere implementati, valorizzati e diffusi. Consapevoli che la strada da percorre è ancora lunga e che il quadro politico è quantomai contraddittorio, pensiamo che sia necessario insistere su alcune questioni specifiche al fine di costruire campagne, azioni ed elementi di forte vertenzialità verso e oltre lo sciopero dell’8 Marzo.

  • Se la salute è strettamente legata al tema dell’autodeterminazione dei corpi e delle soggettività, non può dunque prescindere dall’interrogare i nostri desideri e dal reclamare condizioni economiche e welfare che possano garantirne la realizzazione. In questo senso, le mobilitazioni diffuse in diverse regioni contro la chiusura e la neutralizzazione dei consultori pubblici e la penetrazione delle associazioni pro-life al loro interno aprono immediatamente il campo della sessualità come tema politico. Il campo della riappropriazione del servizio attraverso il coinvolgimento e la formazione della operatrici, della sua relazione con le realtà del territorio in cui è inserito (associazioni, comitati, collettivi studenteschi), della sua radicale ridefinizione alla luce di nuove sensibilità, esigenze e composizione sociale, della riapertura del conflitto tra autogestione e istituzionalizzazione. La storia dei consultori è la storia dei movimenti femministi di questo paese, una storia che rischia di essere annullata, invisibilizzata e inghiottita da un modello di salute inappropriato e dannoso. In che modo costruire rete tra le lotte presenti oggi sul piano nazionale e di quali strumenti dotarci per amplificare questi percorsi virtuosi?
    Campagne specifiche sulla contraccezione gratuita, da connettere al tema dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, e contro la tampon tax possono essere il terreno su cui facilmente i temi dell’autodeterminazione e del welfare entrano in gioco e su cui provare anche a vincere.
  • La salute non è semplice cura della malattia ma strumento di affermazione e di libertà dentro e contro i limiti e le storture imposte dai processi di medicalizzazione, di patologizzazione e psichiatrizzazione e intreccia il tema della giustizia patriarcale come riaffermazione di dispositivi normativi e di controllo sui corpi: maternità e aborto, transizione e accesso alle cure ormonali, benessere psichico, psichiatrizzazione e trattamenti contenitivi, per fare alcuni esempi su cui il potere medico si esercita con maggiore violenza. In questo quadro la lotta all’obiezione di coscienza ha un valore simbolico e politico generale. A partire da quanto già elaborato nel Piano Femminista come riprendere una campagna all’attacco per la libertà di scelta e l’aborto garantito? Quali strategie mettere in campo? Può esserlo la battaglia per la RU486 senza ricovero, fino alla 12 settimana e somministrata anche nei consultori?
    Sul fronte dell’autodeterminazione dei corpi delle soggettività lgbtqia+ potremmo invece dotarci di strumenti di inchiesta che ci aiutino a comprendere quali campi di battaglia aprire e con quali campagne?
  • Negli ultimi anni, a partire dal protagonismo femminista e transfemminista, in particolare nella rivendicazione dell’aborto legale, libero e gratuito, abbiamo visto lo strutturarsi di una fitta rete internazionale antiabortista e transomofoba. La saldatura tra fondamentalismo cattolico e destra estrema si da esattamente sul tema dell’aborto, della famiglia tradizionale e della crociata anti-gender. Una battaglia culturale, dunque, a cui abbiamo dato risposta potente e moltitudinaria a Verona ma che merita continua attenzione e costruzione di discorso e campagna efficace. Altro terreno strategico è quello delle scuole, in un paese in cui la scuola diventa sempre più sessuofobica e prevenzione, educazione sessuale e affettiva diventano tabù e terreno di scontro.
  • Attivare una riflessione a tutto tondo sulle drammatiche ricadute, in termini di salute mentale, di sviluppo di dipendenze, di isolamento e solitudine nel contesto di precarietà selvaggia e performatività imposta. In un mondo in cui aumenta la sofferenza psichica delle persone, assistiamo allo stesso tempo al perdurare di forme violente e inadeguate di risposta e presa in carico del disagio psichico. Pensiamo che questo sia un tema decisivo su cui ricominciare a confrontarci.

Perché vogliamo FARE e COSTRUIRE salute!

Perché ci vogliamo VIVE!

Presso Il Grande Cocomero, Via dei Sabelli 88a

Tavolo ecofemminismo. Libere/u dalla violenza ambientale: transfemminismo ed ecologia

ecofemminismo

Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, vediamo le acque prendersi Venezia e le isole della laguna. La città sommersa mostra gli effetti devastanti di una gestione predatoria del territorio incapace di confrontare i cambiamenti climatici. Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, all’Ilva di Taranto si continua a lottare contro l’alternativa infernale tra lavoro e nocività industriale. Con uno sguardo alla laguna e alle lotte di Taranto, il 24 novembre Non Una di Meno continua a interrogarsi sui nessi che, a livello locale e globale, legano la violenza ambientale alla violenza delle relazioni patriarcali, capitaliste e coloniali.

Costruiamo questo percorso a partire da saperi e le pratiche femministe e antirazziste secondo cui non è un’indifferenziata specie umana a causare la crisi ecologica. Al contrario, le responsabilità della devastazione ambientale e i diversi gradi di esposizione alle nocività industriali, all’inquinamento e al cambiamento climatico dipendono da ineguaglianze strutturali. Solo un corpo a corpo con le relazioni di potere che hanno creato gerarchie lungo le linee del genere, del colore, della classe e del posizionamento geografico può condurre a un radicale cambiamento delle relazioni sociali ed ecologiche. Solo il corpo a corpo con le storie di appropriazione e sfruttamento che hanno ridotto territori ed esseri viventi, umani e non umani, a risorse da sfruttare può aprire la strada alla costruzione dei mondi futuri che desideriamo.

Nel corso dell’assemblea di Napoli abbiamo sostenuto l’importanza di coltivare intersezioni tra movimenti trans/femministi ed ecologisti. Abbiamo individuato tre elementi centrali su cui costruire percorsi di attraversamento e contaminazione:

  1. autodeterminazione di corpi e territori;
  2. valorizzazione di modi di produzione/riproduzione sociale ed ecologica alternativi alla logica dello sfruttamento, della privatizzazione e del profitto;
  3. la reinvenzione dello sciopero. Il 24 novembre torniamo a discuterne in vista delle mobilitazioni del prossimo 8 marzo e oltre.

Questi gli spunti da sviluppare:

  • Quali forme di produzione e riproduzione sociale ed ecologica possono aprire la strada all’autodeterminazione di corpi e territori?
  • Come valutiamo l’avvio di processi di attraversamento tra movimenti femministi, transfemministi ed ecologisti?
  • Quali sono le relazioni tra lo sciopero femminista e lo sciopero per il clima? Lo sciopero dei consumi può essere un terreno di convergenza tra questi movimenti?
  • Quali pratiche per evidenziare l’aspetto della violenza ambientale nello sciopero dell’8M, anche a partire dai contributi che ci possono dare le elaborazioni, esperienze e pratiche queer e dei movimenti LGTBQIPA+ e antispecisti?
  • Quali iniziative vogliamo costruire in vista dell’8M?
  • Come approfondire, valorizzare e disseminare gli intrecci tra saperi situati femministi e quelli delle reti locali che, nel corso delle lotte contro le nocività industriali, le opere inutili, i piani di bonifica e gli effetti del cambiamento climatico producono conoscenze sul nesso tra devastazione ambientale, corpi e salute?
  • Come coltivare le reti di supporto, scambio, terreni di lotta comune che ci legano da Rojava, dov’è in corso il tentativo di estinguere un progetto di autogoverno dal basso, femminista ed ecologista all’Amazzonia dove le popolazioni indigene sono in prima linea nella difesa di territori e cosmovisioni incompatibili con il capitalismo estrattivista?

Presso Communia, Viale dello Scalo S. Lorenzo, 33

Tavolo città femminista e transfemminista: spazi femministi, violenza, narrazione tossica e (in)giustizia patriarcale

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I luoghi dove iniziano e si svolgono percorsi di fuoriuscita dalla violenza mettono in discussione il presente attraverso una critica molto forte alle consuetudini riconosciute. Strappiamo al tessuto urbano nuovi spazi di libertà e lavoriamo per la città femminista con centri antiviolenza, case e consultorie. Sveliamo le narrazioni tossiche e ribaltiamone il significato.
Individuiamo i pericoli che abbiamo di fronte: non lasciamo spazio e tempo a nessuna azione patriarcale, come Pas e sistema Pillon, di sedimentare oltre nelle aule dei Tribunali.

Il nostro posizionarci unite e solidali ci mette sotto attacco diretto o indiretto: sempre meno risorse, il dilagare di servizi “neutri” , la violazione dei principi della Convenzione di Istanbul, l’insufficienza di centri antiviolenza e case rifugio, la totale assenza delle case rifugio per persone trans, le minacce ed i rischi di sgombero, i costanti attacchi mediatici alle donne, le molte sentenze ingiuste, frutto di una visione stereotipata dei ruoli sociali attribuiti ai generi.

Partendo da questo quadro di rottura e dalla consapevolezza fortissima del carattere strutturale della violenza,  il movimento ha dato in questi anni le uniche risposte capaci di alzare quel grido altissimo e feroce contro il numero di femminicidi, omicidi in conseguenza di trans fobia e violenza di genere. Abbiamo ridato voce a tutte quelle che non l’hanno più e lo abbiamo fatto dai nostri luoghi meticci e liberati, spesso unici in città dove ci sarebbe bisogno di una presenza costante per svelare denunciare e abbattere le strutture della violenza nei luoghi che attraversiamo; case, scuole fabbriche, posti di lavoro, aule di (in)giustizia. 

Non si tratta di ingiustizie perché nessuna norma può tutelarci fino in fondo in un’ aula dove siamo costantemente sotto processo pur se non imputate, dove il trauma è colpa e le responsabilità l’abili agli atti.  Nessuna norma a servizio della giustizia patriarcale può metterci al sicuro, tracciando sui nostri corpi prassi sessiste e violente e anche in quei luoghi il movimento deve essere parte attiva e presente nell’elaborare strategie e monitorare situazioni a rischio. 

Le recenti sentenze in materia civile, minorile e penale che si susseguono fanno emergere un costante attacco ai diritti delle donne nelle sedi giudiziarie, con la stigmatizzazione, ri-vittimizzazione, colpevolizzazione delle donne sopravvisute a violenza e con criminalizzazione delle reti di solidarietà femminista che si battono quotidianamente.

È necessario attivare campagne di sensibilizzazione e denuncia sulla questione dell’affidamento condiviso applicato ai casi di violenza in violazione della convenzione di Istanbul e contro le valutazioni da parte dei tribunali civili e per i minorenni che delegano le decisioni ai servizi sociali, a psicologi ed educatori con funzioni di magistrati onorari che ritengono prioritario il principio della bigenitorialità alla tutela dei minori oggetto e/o testimoni della violenza sulle proprie madri.

La lotta contro il ddl Pillon non è archiviata, la storia di Lucha y Siesta non è ancora scritta, le violenze prodotte dai Tribunali e dalle Procure con il riconoscimento della alienazione parentale, smentita dalla comunità scientifica, ed interventi d’emergenza e di tipo solo repressivo come il codice rosso continuano a seminare sofferenza e sopraffazione. Non intendiamo fare un passo indietro e piangere un’altr*assassinat*.

  • Quali campagne, azioni, scioperi, mobilitazioni, boicottaggi, e pratiche di lotta incisiva intendiamo portare avanti per liberarci dalla violenza patriarcale e dalla logica binaria? Come attiviamo percorsi di sostegno attivo alle donne che lo vogliano, durante i processi.
  • Come sprigioniamo la potenza sovversiva degli spazi femministi e transfemministi e favoriamo meccanismi di moltiplicazione ?
  • Come difendiamo i nostri spazi e come intessiamo solidarietà attive trans territoriali in grado di non lasciare solo alcun nodo di fronte agli attacchi?

Presso Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti, 9a

Tavolo migrazioni. Libere di muoverci libere di stare: contro ogni confine e razzismo.

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Non c’è femminismo senza antirazzismo non è uno slogan, ma il riconoscimento che la lotta delle donne migranti, ai confini esterni dell’Europa e su quelli interni alle nostre città, è una lotta di libertà e autodeterminazione. È una lotta contro la violenza patriarcale ed economica, delle società di partenza così come di quelle di arrivo, ed è una lotta contro istituzioni patriarcali come quella del privilegio della cittadinanza ereditata per diritto di sangue.

Nel Piano contro la violenza di NUdM libertà di movimento, libertà dagli status che limitano il diritto al soggiorno e libertà dal razzismo sono temi trasversali a ogni altro, fino a toccare la crisi ecologica e ambientale che stiamo attraversando. Negli scioperi dell’8 marzo, il nesso tra lavoro produttivo e riproduzione sociale, ha messo in primo piano il ruolo e il contributo delle donne migranti nella lotta femminista contro il capitalismo neoliberale globale.

Siamo consapevoli che la trasversalità agli altri temi non basta. Mai come in questo momento storico l’intersezione degli gli assi di oppressione ha raggiunto livelli così alti di criminalizzazione delle migrazioni e di ogni forma di solidarietà e sostegno nei loro confronti, in primo luogo quella fornita dalle reti e dalle comunità migranti.

Abbiamo bisogno di elaborare rivendicazioni concrete e strategie di solidarietà, al fianco e con le donne migranti, al fianco di ogni soggettività razzializzata, stigmatizzata e vulnerabilizzata dal sistema patriarcale dei confini.

Verso e oltre lo sciopero dell’8 marzo è necessario riattivare campagne e strategie di mobilitazione contro le leggi sicurezza, sostenute dai governi di ogni colore, e i cui effetti stanno producendo una nuova ondata di clandestinizzazione delle esistenze delle donne e degli uomini migranti; è necessario rivendicare la libertà di movimento attraverso un permesso di soggiorno europeo e la fine delle politiche di detenzione e rimpatrio; è necessario lottare insieme perché una società femminista non può più tollerare la cittadinanza ereditata per diritto di sangue.

Presso Esc Atelier, Via dei Volsci, 159