ASSEMBLEA NAZIONALE ONLINE NON UNA DI MENO 22-23.01.2022

Il percorso che lega il 27 novembre all’8 marzo non è scontato e intendiamo costruirlo collettivamente nell’assemblea convocata per il 22 e 23 gennaio, che svolgeremo online per far fronte all’acuirsi dei contagi covid e garantire a tuttə la possibilità di partecipare a una discussione così importante in totale sicurezza.

L’assemblea sarà tutta in plenaria, ma suddivisa in 3 sessioni tematiche di discussione (due sabato e una domenica):

1_Analisi della cornice politica generale

2_Cos’è lo sciopero oggi?

3_Azioni, pratiche e comunicazione verso e oltre lo sciopero

Il link per partecipare verrà mandato solo a chi si iscrive al form qui sotto e non verrà postato pubblicamente, per questioni di autotutela e sicurezza. Per cui compilare il form è fondamentale se si desidera seguire le discussioni in modo attivo e poter intervenire. In ogni caso ci sarà la diretta online delle plenarie su questa pagina, sul nostro blog e sugli altri canali di Non una di meno.

Questo è il form da compilare per ricevere il link:

https://forms.gle/WVFPjqL4zzmKpPue8

Il testo di lancio dell’assemblea nazionale online

La grandissima manifestazione del 27 novembre a Roma ha confermato che due anni di pandemia non hanno annullato l’urgenza della lotta contro la violenza maschile sulle donne e la violenza patriarcale di genere, ma al contrario l’hanno resa più forte, restituendoci la forza riportata in piazza dalle centomila voci di donne e persone LGBTQIPA+ che hanno gridato il loro no alla violenza e affidandoci la responsabilità di amplificare quel grido verso il prossimo 8 marzo.

Per farlo, ci incontriamo online per un’assemblea nazionale di Non Una Di Meno il 22 e il 23 gennaio prossimi. Senza rinunciare alla cura reciproca e pur nei limiti che la pandemia ha posto alle nostre possibilità di azione collettiva, in questi due anni come Nudm non abbiamo mai smesso di lottare contro la violenza maschile sulle donne e la violenza patriarcale di genere che solo nel 2021 ha fatto più di cento vittime, contro la violenza verso le persone LGBTQIPA+ che ha trovato una vergognosa legittimazione politica con l’affossamento del Ddl Zan, contro lo sfruttamento delle donne nel lavoro produttivo e riproduttivo che con la pandemia ha raggiunto livelli senza precedenti, contro le discriminazioni che in ogni condizione di lavoro e di vita subiscono le persone LGBTQIPA+, contro il razzismo e la violenza dei confini impressa a fuoco sulla pelle delle persone migranti e figliə, per una salute capace di dare risposta alle pretese di autodeterminazione dei corpi tutti, ai nostri bisogni e desideri.

Dopo il 27 novembre abbiamo la responsabilità di tenere aperto e di allargare questo processo politico collettivo, di costruire un 8 marzo all’altezza del momento presente e della riorganizzazione capitalistica e patriarcale che la pandemia ha accelerato. Il percorso che lega il 27 novembre all’8 marzo non è scontato e nell’assemblea convocata per il 22 e 23 gennaio, che svolgeremo online per far fronte all’acuirsi dei contagi covid e garantire a tuttə la possibilità di partecipare a una discussione così importante in totale sicurezza, intendiamo costruirlo collettivamente.
Abbiamo bisogno di rafforzare la cornice comune, il processo e il progetto che ci permette di rispondere all’attacco patriarcale e neoliberale che stiamo vivendo sulla nostra pelle.

Abbiamo bisogno di rafforzare la nostra politica intersezionale per opporci ai processi di frammentazione messi in atto dalle politiche governative, che oppongono le donne alle soggettività LGTBQIPA+ e isolano chi combatte per non perdere il lavoro o un permesso di soggiorno, chi il lavoro lo ha perso, chi ha sulle proprie spalle quello riproduttivo.

Abbiamo bisogno di individuare insieme i punti di lotta e le rivendicazioni che radichino nel presente il processo dello sciopero femminista e transfemminista verso e oltre l’8 marzo, perché non sia un rituale ma l’espressione di un movimento sociale transnazionale nel quale prendano parola donne e persone LGTBQIPA+ che, da posizioni diverse, insieme hanno la forza di lottare contro le molte manifestazioni sociali di una violenza patriarcale che è sistemica.

Abbiamo bisogno di riaffermare il nostro sciopero come sciopero dal lavoro produttivo, riproduttivo e di cura, dei e dai generi, dei e dai consumi, con un intreccio oggi ancora più forte ed evidente, per poter cambiare alle radici e in modo strutturale il sistema alla base dell’oppressione sociale e ambientale che viviamo quotidianamente, per la liberazione di tuttə.

Abbiamo bisogno di affinare le nostre pratiche di intersezione e i nostri metodi di scambio, confronto e comunicazione, per non disperdere ma moltiplicare la forza dirompente che abbiamo visto in piazza il 27 novembre.

Per tutte queste ragioni, che riteniamo irrinunciabili e urgenti, lanciamo il prossimo appuntamento nazionale online, impegnandoci tuttə insieme nella sua costruzione collettiva. Troverete a breve tutte le informazioni sull’organizzazione dell’assemblea nazionale e sulle modalità di partecipazione nel sito e nelle pagine social di NON UNA DI MENO.

ASSEMBLEA NAZIONALE BOLOGNA 2021: REPORT TAVOLO SALUTE

A due anni dall’ultima volta in cui abbiamo avuto la possibilità di confrontarci in presenza, le questioni inerenti al tema della salute si sono ulteriormente acuite e rese complesse dall’attuale sindemia. Utilizzando questo termine vogliamo sottolineare la necessità di analizzare l’attuale crisi sanitaria ed ecologica tenendo centrali i fattori sociali, politici, economici ed ambientali.

Questi due anni sono stati rappresentativi della fallace organizzazione e gestione della sanità pubblica che ha portato al collasso degli ospedali, alla mancanza di personale, attrezzature e fondi. La cattiva gestione e il sovraccarico del sistema nazionale sanitario pubblico, colpito da anni di tagli, aziendalizzazione e privatizzazione, ha reso l’accesso ai servizi un privilegio per poch*. Registriamo anche un indecente aumento di obiettori e antiabortisti no choice che trovano sponde e alleanze tra i nogender e i cattofascisti, gli stessi soggetti che si rendono protagonisti delle numerose aggressioni omolesbotransfobiche, giustificati e armati dall’incessante aumento della violenza patriarcale sistemica.

La pandemia ha, però, solo reso più evidenti problematiche che già c’erano: l’invisibilizzazione e ritardi diagnostici di malattie e dolore cronico di vulva, vagina, utero e ovaie (es. vulvodinia, endometriosi), tempistiche lunghe che intasano ospedali e ambulatori, assenza di prevenzione ed educazione alla prevenzione, sessuale e affettiva, indebolimento delle strutture locali e territoriali e dei piani regionali, ospedalizzazione, psichiatrizzazione e medicalizzazione del paziente (vedi legge Basaglia).

La nostra analisi parte dall’idea che salute non significa solo assenza di malattia, non è “solo” una domanda di posti letto in ospedale, di finanziamenti o di tamponi, ma riguarda anche le condizioni sociali e materiali delle persone nel loro complesso. Per noi la salute deve essere territoriale e di prossimità, è cura collettiva, è reddito di autodeterminazione, è libero accesso alle cure, è aiuto psicologico, è decisionalità sui nostri corpi.

Riconosciamo e rifiutiamo la violenza psichiatrica insita nel modello neoliberale sanitario, così come rigettiamo la patologizzazione di problematiche psicologiche e delle persone neuroatipiche.

Durante l’assemblea nazionale si sono poste in evidenza e messe a critica le contraddizioni insite nel rapporto di dominio del sistema capitalistico ed eteropatriarcale sulla salute nella sua complessità.

Si è messo in evidenza come il sapere scientifico sia impostato su uno standard binario e maschiocentrico, che ha la pretesa di essere universale. I trial clinici e farmacologici vengono fatti su un campione non realmente rappresentativo della popolazione mondiale, riproponendo una gerarchia razzista, classista, sessista e binaria. Vengono così escluse dalla ricerca e dal sapere tutte le problematiche che interessano i nostri corpi ma che non sono direttamente coinvolte col nostro predestinato ruolo sociale: la produttività e la riproduzione. Queste sono le ragioni delle diagnosi tardive con normalizzazione e banalizzazione del dolore sui corpi femminili o con caratteri socialmente accomunati a questo genere con una conseguente invisibilizzazione e dunque una mancanza di riconoscimento sia diagnostico che terapeutico.

Si è anche evidenziata la specificità della violenza transfobica all’interno del sistema sanitario nazionale con lo strumento discriminatorio del green pass per chi non ha i documenti rettificati. Se riconosciamo da un lato la nostra responsabilità politica di trasformare l’esistente anche in termini di avanzamento giuridico, dall’altro si pone la necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra diritto alla salute riproduttiva, il suo accesso nei termini pluriversali e la soggettività giuridica-politica sistematicamente marginalizzata.

Inoltre, si è posta al centro la riflessione politica collettiva rispetto all’accesso ai consultori e alla loro necessaria fruibilità: da un lato abbiamo denunciato la loro totalizzante privatizzazione e destrutturazione in quanto servizio territoriale pubblico, con conseguente mancanza di ricezione social/istituzionale delle istanze transfemministe, anche in luce tenendo delle progressive ristrutturazioni in termini negativi portate come obiettivi istituzionali dal PNNR in continuità con l’agire istituzionale in pre-sindemia; dall’altro, come ulteriore arricchimento all’analisi complessiva sul suddetto tema si è discusso sul valore e la dimensione eminentemente politica del consultorio come spazio di riconoscimento della cura come luogo di autodeterminazione e socializzazione;

Alla luce di tutto questo, abbiamo formulato un piano di rivendicazioni:

Pretendiamo una sanità pubblica che sia accessibile a tuttx, transfemminista, antirazzista, anticolonialista, non abilista, non classista, non omolesbobitransfobica e libera dagli stigmi e dal produttivismo;

Vogliamo una sanità di prossimità e territoriale, vogliamo consultori gratuiti, realmente accessibili, vicini – fisicamente e non – a chiunque ne abbia bisogno, quartiere per quartiere, affinché siano spazi di ascolto e condivisione mutualistica e non di sola erogazione di servizi. Per questo pretendiamo siano presidi liberi dalla presenza dei no choice (in tutte le loro forme e declinazioni), con un’impostazione transfemminista del rapporto tra personale medico e soggettività che lo attraversano.

Per fare questo rivendichiamo una formazione iniziale e continua del personale medico e socio-sanitario in ottica transfemminista; condivisione e scambio dei saperi tra personale medico e pratiche dal basso;

Vogliamo un’educazione sessuale, di genere, affettiva, alla prevenzione e al consenso a tutti i livelli formativi che metta al centro conoscenza e ascolto del proprio corpo;

Vogliamo un diverso approccio alla salute mentale, che lasci spazio ad un ruolo attivo e consapevole nella scelta della terapia;

Vogliamo una de-psichiatrizzazione dei percorsi di transizione contro la diagnosi di disforia di genere e la legge 164 del’82;

Vogliamo il consenso informato che permette alle persone trans di ritirare i propri farmaci in farmacia e non più passando per gli organi prescrittori;

Vogliamo un accesso al reddito come strumento fondamentale per l’accesso alla salute e all’autodeterminazione come tutti gli altri aspetti della vita della persona (casa, lavoro, etc).

Proposte:

–   Costruire coordinamenti regionali transfemministi: le aziende sanitarie sono regionali ed è necessario agire in ottica transfemminista nei singoli territori;

–   Rivedere e integrare il piano antiviolenza di Non Una Di Meno inserendo le questioni relative alle malattie croniche, ai corpi non conformi, trans e intersex e ampliare la parte relativa ai consultori e medicina territoriale;

–   Utilizzare lo strumento del questionario come mezzo (riferimento al questionario di NUDM Torino), non solo per reperire informazioni, ma anche per raggiungere le persone delle periferie della città e ai margini della società;

–   Creare una parte apposita nel blog nazionale per condividere dati e informazioni raccolte territorialmente e vademecum/strumenti rispetto a obiezione, accesso all’ivg, e in generale al tema salute. Relativamente a ciò, integrare i documenti raccolti dal Coordinamento donne e libere soggettività dei consultori di Roma e in generale iniziare una pratica di condivisione in questo senso;

–   Aumentare l’informazione e facilitare l’accesso a questa informazione per poter accedere all’ivg e in generale alla salute (sportelli e adattamento delle farmacie per questo scopo);

–   Continuare, ampliare e diffondere la mappatura nazionale sull’obiezione di coscienza e l’applicazione delle linee nazionali sulla ru486; avviare campagne e iniziative nazionali concrete sul tema a partire dai dati della mappatura per tutte le soggettività gestanti per un contrasto reale all’articolo 9 (obiezione di coscienza) e per un ripensamento della 194 per un aborto davvero libero sicuro e gratuito;

–   Intensificare le iniziative territoriali per opporsi e limitare l’agibilità dei movimenti antiabortisti e antiscelta: è necessario scendere in piazza e alzare il conflitto;

–   Agire sul tema dell’educazione (scolastica, universitaria, ma anche sociale – luoghi di lavoro femminilizzati della formazione- sulla prevenzione, sull’autodeterminazione dei nostri corpi, sessuale, emotiva) in ottica intergenerazionale. A questo proposito, apertura di un tavolo educazione permanente nazionale;

–   Assumere come NUDM nazionale le date del 28 settembre (giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito) e del 16 ottobre (mobilitazione nazionale su malattie croniche).

*Foto di Saraliù Bruni

ASSEMBLEA NAZIONALE BOLOGNA 2021: REPORT TAVOLO FEMMINISMI E TRANSFEMMINISMI

La discussione portata avanti nel tavolo femminismi e transfemminismi può apparire astratta, ma in realtà parla di condizioni materiali che riguardano contemporaneamente l’esperienza del nostro movimento e la sua proiezione in avanti, le sue pratiche, la sua iniziativa. Va detto subito che è stata una discussione anche molto ricca in termini di racconti di esperienze e di conseguenti proposte: dalle pratiche di educazione alle differenze nelle scuole (con le ritorsioni verso le insegnanti che le hanno portate avanti) al transfemimnismo ecologista antispecista e antimilitarista; dagli interventi diretti nelle periferie contro razzismo e violenza contro le donne e violenza omolesbobitransfobica al rapporto con le lavoratrici sessuali da stringere e approfondire, alle esperienze di contrasto al sessismo nei movimenti, alle pratiche digitali di trasformazione dei linguaggi e artistiche di potenziamento del corpo al di fuori dei canoni patriarcali, abilisti e commerciali della sua definizione, alle esperienze queer vissute dalle più giovani in contesti che non sono segnati solo dall’essere vittime, ma dal desiderio e dall’amore.

Non si può in sintesi tornare su tutto questo ma bisogna provare a restituire i punti guida di questa discussione. 

All’inizio della discussione c’è stato un momento di silenzio che forse esprimeva il timore di produrre tensioni o contraddizioni. Queste esistono, ma sono il segno di una ricchezza soggettiva e di una complessità reale. Ma la discussione è stata portata avanti non per trattare femminismi e transfemminismi come scatole chiuse che al massimo possono produrre un’alleanza al ribasso. L’intento è stato quello di rilanciare un’iniziativa intersezionale anche a partire dalla critica e dell’autocritica della nostra esperienza e su un piano di reciprocità. Quello che è emerso è che non è possibile o desiderabile omogeneizzare i discorsi e le pratiche, ma di riconoscere che ci sono differenze materialmente e politicamente significative. Diversi sono i femminismi e transfemminismi che pratichiamo e che dovrebbero modificarsi reciprocamente dentro a percorsi e lotte condivisi. Diverse sono le condizioni di vita e di lavoro in cui viviamo, e che quelle lotte devono intercettare. Quindi il senso del tavolo è stato proprio quello di trovare terreni di lotta comuni, di convergenza che non cancella la differenza e la specificità delle lotte e dei linguaggi.

Riconosciamo che ci sono donne, che fatichiamo a chiamare femministe, i cui discorsi finiscono per sostenere il contrattacco patriarcale, fissando le donne nella loro presunta essenza biologica e giustificando la violenza omolesbobitransfobica, come è stato evidente nel dibattito sul DDL Zan. Sia nella plenaria di ieri mattina sia nel tavolo c’è stata chi ha invitato a distinguerci da queste sedicenti femministe. La pratica e i discorsi condivisi in questi anni rendono però chiaro che NUDM si è mossa fin dal principio su un altro piano perché non ha mai praticato un femminismo essenzialista e sin da subito è stata animata dalle lotte portate avanti dalle donne insieme alle persone LGBTQIA+. Nella discussione sono emerse differenze territoriali che riguardano l’apertura e la capacità delle assemblee di essere concretamente attraversate dalle lotte delle persone LGBTQIA+, e certamente vanno affrontate. Si è anche preso atto del fatto che NUDM non dispone degli stessi mezzi e della stessa visibilità pubblica e mediatica di quelle sedicenti femministe, e questo è un limite da affrontare perché non abbiamo nessuna intenzione di lasciare il femminismo in mano a donne che accettano che le persone trans siano discriminate e sfruttate. Tuttavia, noi sappiamo anche che questo femminismo transescludente è una manifestazione molto piccola del grande contrattacco patriarcale che dobbiamo fronteggiare e non dobbiamo fare l’errore di confondere la visibilità mediatica con una forza politica. Partiamo da noi, dalla forza di un movimento di massa che ha trasformato il femminismo mettendone in questione le pratiche storiche e arricchendone le aspirazioni. Pratiche come il separatismo (di cui riconosciamo la forza di rottura ma ora non risponde ai piani di iniziativa che dobbiamo affrontare), aspirazioni come quella di fare della differenza una forza politica. Tutto questo è stato possibile anche in forza del processo dello sciopero, che ci ha permesso di trasformare il rifiuto della

 violenza patriarcale contro le donne e le persone LGBTQIA+ in un momento di contestazione della società nel suo complesso, della sua forma neoliberale e delle sue condizioni razziste.

Per rispondere alla violenza misogina e queerfobica che ci colpisce dobbiamo sapere che si manifesta in modi diversi in Italia o nell’Est europeo, in Turchia o in Texas, e che altrettanto diverse sono le condizioni e le lotte delle donne e delle persone LGBTQ nei diversi contesti.  Non si può pretendere di ricondurre tutto questo a omogeneità. Il livello transnazionale su cui ci muoviamo ci impedisce di parlare di noi stesse come se condividessimo tutte e tutt* un’identica oppressione. Le critiche al femminismo radicale portate avanti dalle donne nere, operaie e lesbiche sono state su questo molto chiare: non siamo tutte oppresse allo stesso modo e la sorellanza è un risultato della lotta, non un presupposto dato. Nominiamo quindi le differenze: a livello transnazionale le condizioni vanno dalla più dura repressione alla liberalizzazione e valorizzazione per il profitto delle identità. Il razzismo istituzionale rende più difficile sottrarsi alla posizione di subordinazione nella divisione sessuale del lavoro, limita gli spazi dell’autodeterminazione sui nostri corpi, colpisce chi scompagina l’eterosessualità prescritta dall’ordine patriarcale. Nel tavolo è stata denunciata la difficoltà di costruire spazi di agibilità politica con le persone trans, le persone migranti e colpite dal razzismo, chi pratica il lavoro sessuale. Bisognerebbe aggiungere che nemmeno tutte le donne che vogliono lottare contro la violenza sono dentro a NUDM. La riflessione sul linguaggio riguarda la nostra capacità di produrre un movimento quanto più espansivo e capillare possibile. Il nostro discorso deve coinvolgere coloro che dovrebbero dare corpo e forza alla nostra lotta condivisa. Non tutte le persone LGBTQIA+, migranti e colpite dal razzismo, e nemmeno tutte le donne, hanno lo stesso linguaggio e non basta elencarle per creare le condizioni del loro protagonismo. Allora forse la nostra sfida dovrebbe essere quella di nominare, denunciare, contestare le condizioni concrete in cui ciascuno

di questi soggetti vive, individuando una possibilità condivisa di lottare contro quelle condizioni opprimenti. E’ stato proposto di rinunciare a usare termini binari. Dobbiamo sapere però che quel binarismo che impone posizioni di dominio e ruoli di genere sulla base del sesso e del corpo in cui siamo nate e nat* continua effettivamente a colpire le donne e le soggettività dissidenti cercando di determinare, anche con la violenza, la loro esistenza. E’ stato proposto di non parlare di orientamento sessuale per riconoscere la pluralità delle pratiche già esistenti. Dobbiamo però sapere che le persone sono colpite dalla violenza patriarcale perché non si adeguano a una sessualità subordinata alla famiglia patriarcale e all’ordine eterosessuale della riproduzione, perché rivendicano la propria autodeterminazione sessuale contro l’autorità. Affinché il nostro linguaggio sia efficace deve essere un laboratorio costantemente orientato a contestare patriarcato, razzismo e neoliberalismo nelle loro manifestazioni molteplici. La possibilità di un linguaggio comune dipende dalla nostra capacità di produrre relazioni entro le quali i discorsi comuni vengono costruiti.

Essere femministe e transfemministe valorizzando quella congiunzione significa riconoscere un approccio transnazionale, intergenerazionale, intersezionale, e che tenga conto delle condizioni di classe e materiali. Significa partire da pratiche ed esperienze di cui sono protagoniste le donne e le persone LGBTQIA+ quando sfidano la divisione sessuale del lavoro, la famiglia come istituzione che impedisce di vivere la propria sessualità liberamente, quando contestano la radice patriarcale e razzista del neoliberalismo. Queste sono le linee di conflitto che vengono praticate da donne e persone LGBTQIA+ a cui il patriarcato sta rispondendo con la violenza. Contro questa violenza noi dobbiamo prendere posizione in maniera espansiva, radicale e interconnessa, senza cancellare le differenze e la complessità ma facendole convergere in un processo condiviso.

*Foto di Saraliù Bruni

Assemblea nazionale bologna 2021: report tavolo lavoro

La presenza al tavolo lavoro e alla plenaria di donne e soggettività LGBTQUAI* che hanno condiviso con noi le condizioni disperate che vivono nei posti di lavoro, nelle case e per le strade – anche a causa della pandemia – ha reso la discussione che abbiamo fatto molto più potente ri-confermando l’esigenza di trovare una connessione tra lotte e ri-confermando che la cornice della violenza continua a porre nuovi terreni di lotta. La presenza di tante lavoratrici yoox, rgis, gkn, di studentesse, e di tante altre lotte che hanno riportato la situazione materiale in cui ci troviamo tutte e tuttu, fa sentire necessario il rilancio di Non Una di Meno verso il 25 novembre e verso lo sciopero dell’8 marzo. Lo sfruttamento e la svalutazione che donne e soggettività vivono nel lavoro riproduttivo e produttivo è violenza maschile e di genere, l’analisi, le pratiche e le rivendicazioni devono partire da questo. Non una di meno è uno movimento che non si arresta perché resta essenziale, perché è ancora in grado di riportare la marginalità al centro del proprio piano.

1) Il lavoro produttivo, riproduttivo e di cura nella fase post-pandemica: come attualizziamo le rivendicazioni nel Piano Femminista di NUDM? Il reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un permesso di soggiorno europeo svincolato da lavoro e famiglia, un welfare universale che sia gratuito ed accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, una risposta concreta ai bisogni di donne e soggettività LGBTQAI: in che modo sono il cardine ed il ribaltamento del sistema di sfruttamento? Come inseriamo queste riflessioni e rivendicazioni in un percorso comune sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica che viva sui territori?

La pandemia e la fase post-pandemica che stiamo vivendo hanno avuto un impatto fortissimo sulla vita delle donne, che non hanno dovuto aspettare lo sblocco dei licenziamenti per perdere il posto di lavoro. Prima ancora dei licenziamenti di massa molte donne sono state costrette a lasciare il posto di lavoro.

Le lavoratrici dei cosiddetti lavori essenziali – in gran parte migranti – hanno subito un aumento del carico di lavoro e dello sfruttamento, reso possibile dal ricatto del permesso di soggiorno legato al lavoro. Le sex workers hanno perso il lavoro e in assenza di ogni riconoscimento della loro situazione lavorativa non si sono viste garantite alcuna tutela o misura di sostegno. Chiediamo molto di più della legge Merlin attraverso il riconoscimento del lavoro sessuale e il rifiuto di qualsiasi proposta di introduzione del modello nordico, gravemente lesivo dell’autodeterminazione delle lavoratrici sessuali.

Le caratteristiche che abbiamo messo in luce del lavoro riproduttivo, l’isolamento, la svalutazione e il rischio legato alla violenza ormai sono caratteristiche del lavoro produttivo. Vogliamo aggiornare il piano con le considerazioni attuali sulle condizioni innescate dalla pandemia.

Il tema del lavoro diventa trasversale ai tavoli di questa nazionale quando parliamo di salute. Non solo confindustria e istituzioni hanno messo a repentaglio la salute di lavoratoru, è evidente che l’impatto sui lavoratoru, sui loro corpi e sulla salute mentale si è aggravato, fino a casi estremi. Non possiamo dimenticare che Luana D’Orazio è morta perché l’azienda ha rimosso le misure di sicurezza del macchinario per fare l’8% in più di produttività. 

Il tema del lavoro diventa trasversale anche quando parliamo di soggettività LGBTQAI+ infatti condividiamo il bisogno di indagare quali sono le condizioni reali delle soggettività LGBTQAI+ anche nei posti di lavoro, serve più visibilità e riconoscimento per chi è comunque parte del ciclo produttivo e riproduttivo e quindi anche di sfruttamento.  

Il PNRR ha la pretesa di colmare il divario nella retribuzione e di favorire l’aumento delle donne in posizioni di responsabilità. Sulla stessa linea, anche il Family Act evidenzia come l’obiettivo, con la retorica dell’empowerment femminile non migliora in modo sostanziale le condizioni delle donne, delle persone migranti e delle vite più marginalizzate. Soldi e finanziamenti continuano a passare attraverso le imprese anche tramite l’investimento sull’imprenditoria femminile, mentre non sono state calcolate misure di welfare sostanziali. Rispetto alla divisione del lavoro di cura abbiamo sottolineato l’importanza di congedo parentale obbligatorio, condiviso, paritario e di una genitorialità condivisa.

Per quanto riguarda il welfare pubblico e universale pensiamo sia giusto redistribuire il carico di lavoro riproduttivo e produttivo che come detto prima ha raggiunto vette esasperanti, di cui lo smartworking è una riprova.

Negli ultimi anni l’azione dei territori sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica è proseguita ed è stata importantissima poiché ci ha permesso di incontrare e sostenere moltissime lotte e lavoratrici. Ora però sentiamo il bisogno di darci una cornice comune forte, con delle parole d’ordine semplici, grazie alla quale portare avanti un percorso di lotta condiviso. 

Dalle nostre riflessioni e analisi sono emerse chiaramente alcune questioni.

In primo luogo, pensiamo non ci sia contraddizione nel rivendicare un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo, un welfare pubblico universale e non familistico; al contrario, nessuna di queste istanze è sufficiente e dobbiamo necessariamente adottare una prospettiva che le integri. 

Le nostre rivendicazioni sul welfare devono includere anche la rivendicazione di una redistribuzione del lavoro domestico e di cura. In un contesto in cui il reddito di cittadinanza, che riconosciamo come insufficiente ed escludente, è stato oggetto di attacchi classisti vergognosi, Il rilancio del reddito di autodeterminazione è fondamentale per garantire autonomia. Tuttavia, il reddito non è sufficiente ma deve aggiungersi alla pretesa di un salario minimo europeo che contrasti i ribassi dei salari nella divisione transnazionale del lavoro che deve essere l’orizzonte fondamentale delle nostre lotte per evidenziare e lottare contro le fondamenta patriarcali e razziste dello sfruttamento. Anche per questo chiediamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato da lavoro e famiglia.  

2) Come è possibile tenere ancora aperto il senso dello sciopero femminista e transfemminista come processo che ha la capacità di dare voce ad istanze e condizioni diverse, a partire dal rifiuto della violenza strutturale? Quali pratiche concrete possiamo mettere in campo a questo scopo?

La prospettiva d’insieme che vogliamo darci deve avere al centro lo sciopero inteso proprio come processo che vive sui territori e in ogni lotta che portiamo avanti. Lo sciopero femminista globale è uno strumento di rifiuto della violenza maschile sulle donne e di genere che non possiamo dare per scontato, ma che deve essere ripensato a partire dalle attuali condizioni materiali, riprendendo anche lo sciopero dai generi per autodeterminarci e uscire dall’invisibilità. I tanti interventi di lavoratrici presenti hanno dimostrato come lo sciopero e la solidarietà femminista possano davvero cambiare le nostre vite. Il nostro è uno sciopero politico e non solo vertenziale che, andando oltre le singole rivendicazioni e condizioni di lavoro, ha il potere di unire le lotte, creare connessioni tra condizioni diverse, rilanciarle rivendicando nuovi terreni di scontro. 

In questo modo, possiamo mettere a tema lo sfruttamento, il razzismo, l’intreccio di lavoro produttivo e riproduttivo, il ricatto della precarietà e la violenza economica come forme strutturali della violenza maschile contro le donne e della violenza di genere e dare loro spazio nei nostri percorsi verso e oltre il 27 novembre. Allo stesso tempo, questo lavoro ci consente di gettare fin da ora le basi perché lo sciopero femminista sia davvero un processo che si costruisce nei luoghi di lavoro, nelle case, nei territori.

Le diverse voci che hanno parlato all’interno del tavolo hanno fatto emergere ancora di più i tratti comuni che legano le varie lotte. Le testimonianze di lavoratrici e lavoratoru di yoox, rgis, gkn, della scuola e dell’università hanno sottolineato quanto il ruolo di NUDM sia fondamentale anche per mettere in luce queste continuità. NUDM ha permesso di fare emergere un percorso comune permettendo a tante lotte di mettere in pratica lo sciopero come processo, di mettere a tema ed analizzare le dinamiche attraverso cui lo sfruttamento si dispiega e di evidenziare come la precarietà stessa sia una conseguenza della violenza strutturale e di genere che continuiamo a contrastare. 

3) Come inseriamo queste riflessioni e rivendicazioni in un percorso comune sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica che viva sui territori?

  1. Considerando quindi questo ruolo di NUDM, è emerso quanto sia importante continuare a portare avanti un percorso di dialogo continuo e costante con le varie realtà in lotta portando anche avanti un lavoro capillare sui territori con l’obiettivo di rendere operativo quello che ci siamo dette nel corso dell’assemblea. Abbiamo quindi deciso di incontrarci di nuovo online tra un paio di settimane, in modo che le assemblee abbiano modo di riportare e discutere quanto emerso nell’assemblea nazionale, produrre testi e materiali comunicativi condivisi, aggiornarci sui percorsi e le lotte che attraversano i territori, declinare il tema della violenza economica nel percorso di lancio e avvicinamento al 25 novembre. Alcuni interventi hanno anche messo in luce la necessità partecipare allo sciopero generale unitario del sindacalismo di base. 
  2. Gli interventi hanno anche sottolineato come la condizione di precariato delle lavoratrici derivino da una normativa sul lavoro che, a partire da leggi come la Legge Biagi, hanno ridotto progressivamente le tutele conquistate in anni di lotte permettendo che si realizzino condizioni di lavoro semi servili.

Si è parlato anche della necessità di una presa di parola di NUDM sugli attacchi feroci portati avanti sia sul reddito che sul salario, proponendo un ragionamento sul salario minimo in Italia.

  1. Il nostro ruolo è anche quello di creare spazi di ascolto e condivisione che possano permettere di ricondurre ogni lotta alle dinamiche strutturali che riproducono condizioni di sfruttamento con l’obiettivo di superare la frammentazione del mondo del lavoro precario, creare reti e connettere lotte diverse. In questo contesto, l’inchiesta e l’auto inchiesta sono strumenti fondamentali per creare sapere e permettere a tutte le lavoratrici e lu lavoratoru di riconoscere nella precarietà e nello sfruttamento un terreno comune di lotta. 

Non facciamo retorica rivendicando l’impossibile, è proprio nella rivendicazione dell’impossibile che siamo riuscite ad unire lotte locali e transnazionali. 

*Foto di Saraliù Bruni

Assemblea nazionale bologna 2021: REPORT DI RESTITUZIONE FINALE

Abbiamo chiamato questa assemblea nazionale, in presenza, dopo due anni, perché sentivamo tutte e tuttu la necessità di confrontarci, di raccogliere le esperienze di lotta che abbiamo portato avanti sui nostri territori, ma anche la necessità di ridare una cornice comune a tutte queste esperienze per rilanciare la nostra iniziativa politica. Necessariamente in questa sintesi finali non potremmo riportare tutte le riflessioni, le proposte importanti, le pratiche ma soprattutto la potenza di questa due giorni, ma cercheremo di evidenziare tutti quei punti che indicano l’orizzonte politico comune che in questa assemblea abbiamo dimostrato di avere, che è quello di ripoliticizzare fortemente la violenza patriarcale che la pandemia ha intensificato e tornare ad essere quell’inatteso imprevisto che ha spiazzato l’Italia e il mondo. 

Questa assemblea ci ha dimostrato che siamo ancora un punto di riferimento politico per chiunque vuole sottrarsi alla violenza maschile e di genere e dobbiamo assumercene la responsabilità politica. In questa assemblea eravamo in tantissime, dopo due anni a Bologna da tutte le parti d’Italia i Nodi di Non Una di Meno si sono mobilitati prendendo treni e aerei, ci siamo ritrovate in presenza in più di 400 donne, lavoratrici, migranti, puttane, sopravvissute, frocie, trans*, disoccupate, casalinghe e madri, ci siamo ritrovate per organizzarci e ci ritroveremo in marea a Roma il 27 Novembre. 

Quando diciamo che la violenza è aumentata in pandemia lo diciamo perché l’abbiamo visto sulle nostre vite, nelle nostre case, nel nostro lavoro, nella maggiore difficoltà a ottenere un permesso di soggiorno, ma l’abbiamo visto anche nell’aumento esponenziale delle donne e persone LGBTQAI*+ che subiscono situazioni di violenza e sempre più spesso si rivolgono a Non Una Di Meno per fuoriuscire dalla violenza. L’abbiamo visto a livello transnazionale, prima nella gestione e ora nella ricostruzione della pandemia, nell’aumento di quel contrattacco patriarcale che va da picchi di autoritarismo e militarismo come in Afganistan, a politiche neoliberali come quella del PNRR che prevede un’uscita dalla pandemia che riproduce le gerarchie patriarcali e razziste di questa società. Un contrattacco che è stato allo stesso tempo una risposta al nostro inatteso imprevisto e un tentativo di frammentare le nostre lotte, di contrappore la lotta delle donne a quelle delle persone lgbtq per neutralizzare quelle pretese di libertà e pratiche di autodeterminazione che sfidano l’ordine della famiglia patriarcale. 

Questa contrapposizione si è intrecciata a politiche razziste, con un Europa che mentre afferma di voler difendere le donne afghane, di voler introdurre una parità di genere salariale e di voler legalizzare alcuni diritti per le persone lgbtq, gestisce corridoi umanitari per dividere i migranti solo a seconda di quanta manodopera e forza lavoro serve in ogni paese e contnuamente riproduce alle proprie frontiere esterne la violenza contro i e le migranti, anche se dice di non voler finanziare il muro che a gran voce alcuni paesi stanno invocando per controllare i loro movimenti.

Il nostro movimento, sin dal principio, ha rifiutato questa logica divisiva delle lotte, ha rifiutato posture separatiste, identitariste, essenzialiste e settoriali, rimettendo al centro il carattere sistemico, pubblico e politico della violenza patriarcale. E anche in questa assemblea abbiamo affermato chiaramente che la lotta delle donne contro la violenza significa riconoscere il nesso con la violenza omolesbobitransfobica, e che viceversa non è possibile contrastare la violenza di genere omolesbobitransfobica senza combattere contemporaneamente la violenza maschile sulle donne. Abbiamo riaffermato che non è possibile una lotta femminista e transfemminista senza considerare il modo in cui il razzismo aumenta la violenza patriarcale e lo sfruttamento. 

Abbiamo davanti il percorso verso il 27 novembre per una grande manifestazione di massa a Roma in connessione con il TDOR. L’impegno deve essere quello di mettere al centro questa analisi sulla violenza strutturale e concretizzarla con pratiche che ci permettano di renderla comunicabile, deve essere l’urlo di rabbia contro l’aumento esponenziale dei femminicidi quotidiani e i transcidi nascosti e in connessione con tutti i piani che sono stati affrontati nei tavoli. 

La connessione tra il 20 e il 27 dovrà essere pensata nelle condizioni materiali di vita e di lotta sui territori e nei processi, non c’è un modello omogeneo di organizzazione, ma noi possiamo indicare la necessità di una connessione reciproca che renda chiaro qual è il nesso politico e antagonista tra la lotta contro la violenza maschile sulle donne e la lotta contro la violenza di genere sulle persone LGBTQAI*+, per realizzare una convergenza che riconosca le differenze senza cancellarle ma potenziando la nostra lotta comune. 

Per questo verso il 20 e il 27 novembre noi dobbiamo riaprire quel processo espansivo che è parte del processo dello sciopero che ci ha permesso di rendere visibili le nostre lotte, renderle un esempio, dobbiamo essere più presenti ovunque e riprenderci gli spazi immaginandoci città femminista e transfemminista. Questo vuol dire che dobbiamo essere nelle città per far sì che tutte quelle che vogliono sfuggire alla violenza possano riconoscersi nella nostra lotta. Dobbiamo essere nei luoghi di lavoro perché abbiamo la responsabilità politica di visibilizzare e allargare le lotte e le vertenze delle lavoratrici, come è stato detto nel tavolo lavoro.  Dobbiamo essere nelle scuole perché la questione dell’educazione e della formazione è un terreno centrale e inevitabile di lotta, necessario per sradicare la cultura della violenza. Dobbiamo essere negli ospedali perché non possiamo accettare che la libertà di autodeterminarci possa dipendere dall’obbiettore di turno, non possiamo accettare di non vedere riconosciute malattie croniche come la vulvodinia e la fibromialgia, e perché non possiamo accettare un accesso alla salute che riproduce dinamiche patriarcali, omolesbobitransfobiche, razziste e classiste. Dobbiamo essere ovunque.

Per essere espansive dobbiamo radicare le nostre rivendicazioni nel contesto attuale e evidenziare il carattere antagonista e conflittuale. Reddito di autodeterminazione come possibilità di sfuggire alla violenza e a tutte le condizioni che la riproducono. 

Permesso di soggiorno europeo slegato da famiglia, reddito e salario perché le donne e persone lgbtq migranti non possono essere legate a un documento per sfuggire alla violenza. Decraminilizzazione del lavoro sessuale perché è l’unico modo per allargare i margini di libertà contro lo sfruttamento. Formazione alle differenze per un cambiamento capace di delegittimare la cultura della violenza nelle scuole nelle istituzioni e nei servizi. Ecologia come terreno di lotta che non soltanto già ci coinvolge ma diventerà sempre più rilevante ora con una ‘transizione verde’ che riproduce dinamiche del profitto e dello sfruttamento capitalistico delle risorse e del lavoro. 

Molto piu di 194, della 164, fine della legge 54 sulla bigenitorialità, molto più del ddlzan, sono e rimarranno campi di battaglia aperti  perché l’aborto non può dipendere dal medico di turno che ci troviamo davanti in ospedale, perché la nostra autodeterminazione di genere non può dipendere da perizie psichiatriche, perché non ci accontentiamo di diritti a ribasso ma vogliamo una trasformazione radicale a partire dal riconoscimento che la violenza omolesbobitransfobica non può essere ammessa né legittimata socialmente.

Ripoliticizzare la lotta contro la violenza patriarcale significa agire su tutti questi terreni facendo valere la nostra pretesa collettiva di non essere oppresse sfruttate, stuprate e ammazzate perché non accettiamo le posizioni che ci impone l’ordine patriarcale. Ripoliticizzare la violenza significa tornare in massa nelle strade per continuare a essere un punto di riferimento per tutte le donne, lesbiche, froce, trans, queer, intersex, sex workers, migranti, secondo generazioni, persone disabili. 

Oggi abbiamo dimostrato di essere capaci di unire potenziare le lotte di tutti questi soggetti non con alleanze al ribasso ma producendo una marea, una forza di rottura che estirpa le radici patriarcali di questa società!

CI vogliamo vive, ci vogliamo libere, il nostro movimento è stato, è, e deve continuare a essere il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce.

*Foto scattata nel corso dell’ultima assemblea nazionale di Non una di meno a Bologna da Stefania Biamonti

TRACCIA TAVOLO SALUTE-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Il grido “non una di meno” ci ha guidato e continua a guidare la nostra lotta, dalle nostre città fino alle reti transnazionali che negli ultimi anni hanno dato risonanza a rivendicazioni e hanno portato anche ad alcune vittorie fondamentali, come la depenalizzazione dell’aborto in Argentina o le leggi sull’autodeterminazione di genere in alcuni paesi dell’America Latina. è fondamentale oggi dare spazio ai nostri bisogni e ai nostri desideri per continuare a contrastare la violenza sistemica che si abbatte sulle nostre vite e per farlo vogliamo porre l’attenzione sulla “salute”, ancora una volta e in continuità con le analisi e le pratiche che ci siamo datə. Non possiamo non tenere conto degli eventi inediti che ci hanno colpitə.

Gli ultimi due anni di pandemia hanno evidenziato problemi strutturali di cui eravamo già consapevoli e contro i quali ci stiamo battendo come movimento femminista e transfemminista transnazionale. La distruzione capitalistica dei territori e degli ecosistemi, in un’ottica estrattivista colonialista e razzista riproduce gerarchie economiche, politiche e sociali e ci consegna un pianeta morente con la promessa che la proliferazione di malattie e disordini diventeranno all’ordine del giorno. I sistemi sanitari, anche quelli più all’avanguardia e teoricamente pubblici si sono dimostrati assolutamente inefficienti nel sostenere il peso di questo evento. Decenni di tagli, privatizzazione e precarizzazione del personale sanitario hanno portato a una sanità non accessibile ed escludente, complice la costante separazione tra i concetti di sanità, salute e cura. La dimensione politica è intrinsecamente connessa alla salute intesa come benessere psico-fisico e sociale: abbiamo bisogno di redistribuire il sapere medico per aumentare la consapevolezza del nostro corpo, della nostra esistenza e quindi delle nostre scelte. È proprio a partire da questo concetto di salute come cura collettiva e condivisione di saperi che possiamo implementare una lettura critica del presente per immaginare un futuro diverso, in grado di superare le disparità sociali, politiche e sanitarie. 

Cosa intendiamo per salute? Quali possono essere le pratiche e i processi collettivi politici e di cura che aumentano la nostra possibilità di autodeterminarci? L’accesso alla sanità non è per tuttə: donne, persone trans, persone migranti, rifugiate e non madrelingua, persone con disabilità, lavoratrici e lavoratori sessuali viviamo troppo spesso discriminazioni ed esclusione nel sistema sanitario ed in generale per ciò che riguarda il benessere in tutte le sue accezioni. 

Noi vogliamo essere liberə di scegliere il nostro destino (non)riproduttivo, se, quando e con chi diventare genitori, così come vogliamo essere liberə di vivere i nostri generi dissidenti. Per noi salute non è solo assenza di malattia, è cura, è presa in carico sociale e mutualistica, è accesso all’aborto libero, gratuito e sicuro, è smantellamento dei protocolli psichiatrizzanti per le transizioni, è prevenzione a HIV e ITS e la promozione di una sessualità libera, è poter godere, è il riconoscimento di patologie legate a utero, vulva e vagina quando non interessano la funzione meramente riproduttiva, è benessere, ed è reddito garantito: chiediamo molto più di 194!

È il riconoscimento di un lavoro di cura che non ci spetta necessariamente a causa di un ruolo imposto attraverso “verità” biologiche che da anni mettiamo in discussione, è un’educazione sessuale ed affettiva che non sia normalizzante ma inclusiva e differente, è il diritto di accedere alla salute mentale e psicologica, a quella di transizione e di affermazione. È un reddito di autodeterminazione che ci permetta di vivere serenə e liberə da violenze fisiche e psicologiche. È una sanità territoriale e di prossimità. È una scuola preparata alle esigenze delle persone con disabilità mentali o neuro-atipiche.

Per noi salute significa mettere al centro i nostri corpi e le nostre vite nella costruzione di reti di cura, fatte di altri corpi che ci sostengano e ci aiutino. Per questo ci chiediamo cosa debbano essere e di che esperienze debbano vivere luoghi come i consultori e le consultorie. Come costruiamo le nostre pratiche e come pratichiamo i nostri bisogni e nostri desideri?

Vogliamo confrontarci e costruire insieme una salute che sia femminista e transfemminista, vogliamo costruire un documento condiviso che riesca a tenere insieme la complessità dell’analisi con una serie di rivendicazioni pratiche e programmatiche per dare “corpo” alle nostre importanti parole. 

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

Laboratorio ecotransfemminista multispecie “siamo tutt∂ animale ognun∂ con la sua diversità”

Il laboratorio si svolgerà nella pausa pranzo del sabato e invitiamo tutte le persone che partecipano a venire con una colazione al sacco in modo che il laboratorio si possa svolgere …. “camminare e mangiare domandando” 
Il laboratorio continua il percorso iniziato a luglio, nella Giornata aperta della campeggia ad Agripunk: https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/camminare-domandando-dalla-campeggia-a-la-zad e poi nel Laboratorio organizzato a La ZAD (zone à défendre) di notre dame de Landes, Nantes, Francia nel corso del festival https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/laboratorio-ecotrasnfemminista-multispecie
“Arriviamo qui con alcune parole: giustizia  ecosistemica, giustizia multispecie, giustizia riproduttiva,  intersezionalità, transfemminismo, decolonialità e liberazione a cui vorremmo aggiungere quelle che incontreremo qui ….
Il  nostro più che un dire vuol essere un domandare a partire da alcune affermazioni in cui ci riconosciamo e che sono sempre e comunque situate in un pensiero ecotransfemminista multispecie di persone che vivono attualmente in Europa.
La  violenza strutturale del sistema si radica nella cultura ciseteropatriarcale e impone la sua riproduzione attraverso le norme binarie e le gerarchie di razza abilismo, genere e specie. Il  patriarcato è il sistema di oppressione politico, economico, culturale e  religioso che conferisce privilegi agli uomini “cisetero” sugli altri corpi ed ecosistemi. Capitalismo e colonialismo ne condividono la matrice oppressiva che si ripete nei territori e nel tempo. 

Privilegi e gerarchie producono sessismo, razzismo, specismo, colonialismo, sfruttamento, repressione e  discriminazioni nei confronti delle donne e di tutte le persone che si sottraggono alle norme di genere (trans, travesti, persone non binarie, intersex e +), di orientamento sessuale (lesbiche, pansessualə, asessualə, poliamorosə, gay, e +), l’animalizzazione delle persone soprattutto non bianche e lo sfruttamento e stermini di massa delle altre specie.
E’ necessario partire da sé, dalla consapevolezza dei privilegi e dalle scale di oppressione per costruire quell’intersezionalità necessaria ad una lotta ad un capitalismo sistemico che non può più essere settorializzata o periodizzata.  È necessario nella pratica attraversare con questo sguardo intersezionale e le nostre pratiche contaminanti i movimenti ecologisti che si stanno con forza imponendo e una necessaria urgente e improrogabile vera transizione. 

La  prospettiva è la liberazione per tuttu che si lega fortemente a  pratiche di resistenza, ma anche alla costruzione di alternative. Il  nostro esserci con i corpi, le nostre relazioni, il nostro parlare e soprattutto il nostro ascoltare, l’apprendere dalle altre pratiche di  lotta e di resistenza, il contaminarci è fondamentale. 

Lo spazio politico va liberato per dare voce, forza ed espressione politica a tutte le diversità. Non c’è liberazione per nessun∂ se non ci  liberiamo tuttə.”
Lo faremo in piccoli gruppi con una traccia di domande e in modo interattivo! Vi aspettiamo!! 
Queste le tracce delle domande:

  • Come rompere con le pratiche di animalizzazione che riguardano animali umani e non? Perchè la violenza agita da animali umani su animali non umani non viene riconosciuta e percepita come tale? Perché nel momento in cui vogliamo indagare il privilegio di specie i movimenti, anche più antagonisti, si bloccano?
  • Come  costruire pratiche di lotta per la giustizia ecosistemicaa livello  G-Locale a partire del valore della diversità dei nostri corpi e territori? C’è una colonialitá intrinseca nel femminismo occidentale? Cosa pensiamo renda scomoda la frequentazione di persone razializzate e/o trans nel nostro movimento? come facilitarla? 
  • Cosa intendiamo per giustizia riproduttiva? Come questa si vive in corpi umani e non? Il riconoscere solo alle “donne” il ruolo di madri/non madri nelle nostre lotte non significa escludere e invisibilizzare il fatto che uomini, persone non binarie e intersex abbiano potenzialità gestanti e rimarcare un concetto patriarcale? Perchè si escludono e si invisibilizzano i corpi gestanti delle altre specie? 
  • Quando  parliamo di lavoro sessuale ci ritroviamo spesso ad affrontare sempre la stessa domanda: ” Può essere una libera scelta?Perchè questa domanda emerge continuamente e solo in relazione al lavoro sessuale o alla sfera etero-riproduttiva? 
  • Come possiamo costruire un movimento in cui coesistano molti mondi (“en el que quepan muchos mundos” ?) e quindi come praticare un movimento in cui ci sia spazio perl’agire politico e pratico dei pensieri e delle elaborazioni ecotransfemministe e multispecie? 

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

TRACCIA TAVOLO LAVORO-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Dalla crisi pandemica l’offensiva padronale e patriarcale emerge in modo ancora più forte. Se prima della stesura del piano contro la violenza maschile di cinque anni fa abbiamo denunciato come le politiche economiche e l’organizzazione del lavoro fossero strutturalmente legate al patriarcato e alla violenza  maschile, adesso vediamo come la ristrutturazione capitalistica post-pandemica non rappresenti una rottura, ma poggi invece sulle stesse fondamenta.

A fronte di una enorme perdita di posti di lavoro femminili dovuta alla pandemia (quasi 400.000 rispetto al 2019), vediamo ora come la lieve ripresa occupazionale vada di pari passo con un ulteriore aumento della precarietà delle condizioni di lavoro soprattutto per donne, migranti e altre soggettività marginalizzate. Il PNRR, dietro una falsa retorica green e di genere, comporta uno spostamento netto di risorse e facilitazioni alle classi dominanti, riproponendo lo stesso paradigma neoliberale di austerità ed estrattivista, e continuando ad inasprire disuguaglianze e gerarchie di potere.

Contemporaneamente, mentre misure di welfare familistico come il Family Act riaffermano la centralità della famiglia eteropatriarcale, lo sblocco dei licenziamenti ha evidenziato ancora di più come la crisi economica viene scaricata sul mondo del lavoro, in cui donne, migranti e soggettività LGBT*QIA+ sono state e continuano ad essere maggiormente penalizzate. Il nostro impegno deve essere quello di affermare la centralità politica di tutte queste soggettività nella ricostruzione postpandemica. A quasi un anno dall’ultima assemblea [link ultimo report] riteniamo ancora più necessario ribadire l’importanza della nostra lotta per superare le gerarchie patriarcali e di potere che regolano i rapporti di lavoro.

Davanti a tutto questo non possiamo smettere di interrogarci sul ruolo che, dentro i processi di riorganizzazione post pandemica, assume il lavoro di cura e di riproduzione sociale in senso lato, per riappropriarci del suo significato andando oltre la retorica essenzialista. Davanti a tutto questo ribadiamo l’importanza delle lotte femministe e transfemministe.  Da cinque anni rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un welfare pubblico universale, gratuito e accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, che devono però emergere in modo assertivo e dirompente sul piano politico.

Negli ultimi anni lo sciopero femminista globale ha messo in connessione donne e persone lgbtqia+, salariate e non, migranti e operaie, lavoratrici essenziali e sex worker, che – rifiutando la posizione loro imposta – sono state in grado di fare emergere il nesso tra patriarcato, razzismo e sfruttamento. È importante ripensare il processo dello sciopero alla luce delle condizioni attuali – la pandemia, la frammentazione, il feroce contrattacco patriarcale e la ristrutturazione capitalistica – che rendono la sua praticabilità e la sua capacità di politicizzazione sempre più difficile.

Dobbiamo interrogarci quindi su quali siano oggi le sue potenzialità per produrre connessioni, interrompere la riproduzione sociale e sfidare l’isolamento. Alla luce dell’ultimo anno, pensiamo che sia fondamentale andare oltre alla singolarità delle varie lotte che si sono susseguite, per farne emergere la comune matrice antisessista, antirazzista e di classe, con la prospettiva di creare connessione e continuità tra le singole lotte. 

  • Il lavoro produttivo, riproduttivo e di cura nella fase post-pandemica: come attualizziamo le rivendicazioni nel Piano Femminista di NUDM? Il reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un permesso di soggiorno europeo svincolato da lavoro e famiglia, un welfare universale che sia gratuito ed accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, una risposta concreta ai bisogni di donne e soggettività LGBTQAI: in che modo sono il cardine ed il ribaltamento del sistema di sfruttamento?
  • Come inseriamo queste riflessioni e rivendicazioni in un percorso comune sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica che viva sui territori?
  • Come è possibile tenere ancora aperto il senso dello sciopero femminista e transfemminista come processo che ha la capacità di dare voce ad istanze e condizioni diverse, a partire dal rifiuto della violenza strutturale? Quali pratiche concrete possiamo mettere in campo a questo scopo?
  • Come riusciamo a dare risonanza e connettere tra loro lotte che, per quanto singolari, ci permette di fare emergere il modo in cui la violenza maschile e di genere, intrecciate al razzismo, incidono sulle condizioni di lavoro? Quale ruolo, pratiche, obiettivi vorremmo avere nel fare ciò?

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

TRACCIA TAVOLO FEMMINISMI E TRANSFEMMINISMI-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

L’esperienza che abbiamo condiviso al grido Ni Una Menos ha trasformato il femminismo, riarticolando gli immaginari di molteplici movimenti, collettivi e reti dal basso, in un grande processo transnazionale. Scioperare contro la violenza patriarcale ha significato riconoscere che quella violenza è strutturale, che è una pratica sociale di subordinazione che colpisce le donne ma coinvolge l’intera società, che incide sulle condizioni generali di vita e di lavoro, che si intensifica con il razzismo che colpisce migranti e seconde generazioni nate in Italia, che limita qualunque libertà sessuale e pratica di genere che non sia obbediente alle posizioni e alle gerarchie che il dominio maschile impone.

Per questo motivo il femminismo che ha vissuto nel processo dello sciopero non è mai stato un movimento, un discorso o una pratica basati su una presunta identità essenziale delle donne, ma sin dal principio si è mosso e trasformato nella lotta contro le forme della riproduzione sociale neoliberale e nella convergenza con lesbiche, froce, trans, bisessuali, persone intersex e queer. È stato così nelle straordinarie giornate di Verona Città Transfemminista, quando in 100mila abbiamo preso le strade per contestare il World Congress of Families; è stato così il primo luglio, quando rispondendo alla chiamata transnazionale della rete EAST abbiamo contestato gli attacchi alla Convenzione di Istanbul denunciando come, in Turchia come nell’Europa dell’Est, quegli attacchi sono andati di pari passo con feroci politiche ‘anti-gender’.

L’alleanza tra femminismo e transfemminismo che abbiamo praticato non è una semplice sommatoria di discorsi o pratiche, ma una risorsa per rispondere al contrattacco che cerca di rigettarci nella completa subordinazione imposta dal patriarcato familista, capitalista, razzista, fondamentalista e reazionario. Discutere insieme e apertamente dell’intreccio tra femminismo e transfemminismo in occasione della prima assemblea in presenza di NUDM dopo la pandemia è allora di grande importanza. 

È necessario non solo per combattere l’aumento esponenziale della violenza contro le donne e della violenza omolesbobitransfobica, ma anche perché in ogni parte del mondo assistiamo a tentativi – diversi per intensità, ma uguali nel significato e negli intenti politici – di contrapporre la libertà e i diritti delle donne a quelli delle persone LGBT*QIA+ per indebolire le lotte e rinsaldare il dominio patriarcale in nome della famiglia, della difesa dell’autorità e della riproduzione delle gerarchie, dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro migrante ed essenziale dentro e fuori casa, della criminalizzazione del lavoro sessuale e di chi lo pratica.

Questa divisione si è vista in Italia nel dibattito sul DDL Zan, quando in nome di un femminismo in cui non ci riconosciamo alcune donne hanno di fatto prestato il fianco alla legittimazione della violenza omolesbobitransfobica. D’altra parte, sappiamo che è importante ma non è sufficiente, né per le donne né per le persone LGBT*QIA+, ottenere riconoscimenti minimi e inadeguati in termini di diritti, o programmi ‘autoimprenditoriali’ di uscita individuale dalla subordinazione, perché oggi più che mai è necessario accumulare la forza per rovesciare la violenza sistemica che ci opprime e modificare le condizioni materiali – di reddito e di salario, razziste e autoritarie ‒ che in Italia e in tutto il mondo limitano le nostre possibilità di autodeterminazione, che si intersecano determinando le nostre diverse esperienze, che influenzano la nostra capacità di mettere in comunicazione le lotte.  Per questo nel tavolo Femminismo e Transfemminismo dell’Assemblea nazionale di Non Una di Meno vogliamo discutere di:

-Quali possibilità e quali difficoltà abbiamo di fronte per rilanciare l’intersezione delle lotte

– Come spiazzare e rovesciare il tentativo di frammentare le lotte e contrapporre la libertà delle donne a quella delle persone LGBT*QIA+

-Come creare uno spazio politico espansivo, capace di nominare e contestare le differenti condizioni materiali in cui la violenza agisce e che limitano la libertà sessuale e pratiche di genere che minacciano l’ordine esistente

-Come costruire un linguaggio capace di parlare al di fuori degli spazi assembleari, senza riprodurre etichette ma dando espressione alle istanze di autodeterminazione di chi, nei modi più diversi, lotta contro la violenza maschile e omolesbobitransfobica.

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

*Foto di Valeria Altavilla