TRACCIA TAVOLO SALUTE-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Il grido “non una di meno” ci ha guidato e continua a guidare la nostra lotta, dalle nostre città fino alle reti transnazionali che negli ultimi anni hanno dato risonanza a rivendicazioni e hanno portato anche ad alcune vittorie fondamentali, come la depenalizzazione dell’aborto in Argentina o le leggi sull’autodeterminazione di genere in alcuni paesi dell’America Latina. è fondamentale oggi dare spazio ai nostri bisogni e ai nostri desideri per continuare a contrastare la violenza sistemica che si abbatte sulle nostre vite e per farlo vogliamo porre l’attenzione sulla “salute”, ancora una volta e in continuità con le analisi e le pratiche che ci siamo datə. Non possiamo non tenere conto degli eventi inediti che ci hanno colpitə.

Gli ultimi due anni di pandemia hanno evidenziato problemi strutturali di cui eravamo già consapevoli e contro i quali ci stiamo battendo come movimento femminista e transfemminista transnazionale. La distruzione capitalistica dei territori e degli ecosistemi, in un’ottica estrattivista colonialista e razzista riproduce gerarchie economiche, politiche e sociali e ci consegna un pianeta morente con la promessa che la proliferazione di malattie e disordini diventeranno all’ordine del giorno. I sistemi sanitari, anche quelli più all’avanguardia e teoricamente pubblici si sono dimostrati assolutamente inefficienti nel sostenere il peso di questo evento. Decenni di tagli, privatizzazione e precarizzazione del personale sanitario hanno portato a una sanità non accessibile ed escludente, complice la costante separazione tra i concetti di sanità, salute e cura. La dimensione politica è intrinsecamente connessa alla salute intesa come benessere psico-fisico e sociale: abbiamo bisogno di redistribuire il sapere medico per aumentare la consapevolezza del nostro corpo, della nostra esistenza e quindi delle nostre scelte. È proprio a partire da questo concetto di salute come cura collettiva e condivisione di saperi che possiamo implementare una lettura critica del presente per immaginare un futuro diverso, in grado di superare le disparità sociali, politiche e sanitarie. 

Cosa intendiamo per salute? Quali possono essere le pratiche e i processi collettivi politici e di cura che aumentano la nostra possibilità di autodeterminarci? L’accesso alla sanità non è per tuttə: donne, persone trans, persone migranti, rifugiate e non madrelingua, persone con disabilità, lavoratrici e lavoratori sessuali viviamo troppo spesso discriminazioni ed esclusione nel sistema sanitario ed in generale per ciò che riguarda il benessere in tutte le sue accezioni. 

Noi vogliamo essere liberə di scegliere il nostro destino (non)riproduttivo, se, quando e con chi diventare genitori, così come vogliamo essere liberə di vivere i nostri generi dissidenti. Per noi salute non è solo assenza di malattia, è cura, è presa in carico sociale e mutualistica, è accesso all’aborto libero, gratuito e sicuro, è smantellamento dei protocolli psichiatrizzanti per le transizioni, è prevenzione a HIV e ITS e la promozione di una sessualità libera, è poter godere, è il riconoscimento di patologie legate a utero, vulva e vagina quando non interessano la funzione meramente riproduttiva, è benessere, ed è reddito garantito: chiediamo molto più di 194!

È il riconoscimento di un lavoro di cura che non ci spetta necessariamente a causa di un ruolo imposto attraverso “verità” biologiche che da anni mettiamo in discussione, è un’educazione sessuale ed affettiva che non sia normalizzante ma inclusiva e differente, è il diritto di accedere alla salute mentale e psicologica, a quella di transizione e di affermazione. È un reddito di autodeterminazione che ci permetta di vivere serenə e liberə da violenze fisiche e psicologiche. È una sanità territoriale e di prossimità. È una scuola preparata alle esigenze delle persone con disabilità mentali o neuro-atipiche.

Per noi salute significa mettere al centro i nostri corpi e le nostre vite nella costruzione di reti di cura, fatte di altri corpi che ci sostengano e ci aiutino. Per questo ci chiediamo cosa debbano essere e di che esperienze debbano vivere luoghi come i consultori e le consultorie. Come costruiamo le nostre pratiche e come pratichiamo i nostri bisogni e nostri desideri?

Vogliamo confrontarci e costruire insieme una salute che sia femminista e transfemminista, vogliamo costruire un documento condiviso che riesca a tenere insieme la complessità dell’analisi con una serie di rivendicazioni pratiche e programmatiche per dare “corpo” alle nostre importanti parole. 

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

Laboratorio ecotransfemminista multispecie “siamo tutt∂ animale ognun∂ con la sua diversità”

Il laboratorio si svolgerà nella pausa pranzo del sabato e invitiamo tutte le persone che partecipano a venire con una colazione al sacco in modo che il laboratorio si possa svolgere …. “camminare e mangiare domandando” 
Il laboratorio continua il percorso iniziato a luglio, nella Giornata aperta della campeggia ad Agripunk: https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/camminare-domandando-dalla-campeggia-a-la-zad e poi nel Laboratorio organizzato a La ZAD (zone à défendre) di notre dame de Landes, Nantes, Francia nel corso del festival https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/laboratorio-ecotrasnfemminista-multispecie
“Arriviamo qui con alcune parole: giustizia  ecosistemica, giustizia multispecie, giustizia riproduttiva,  intersezionalità, transfemminismo, decolonialità e liberazione a cui vorremmo aggiungere quelle che incontreremo qui ….
Il  nostro più che un dire vuol essere un domandare a partire da alcune affermazioni in cui ci riconosciamo e che sono sempre e comunque situate in un pensiero ecotransfemminista multispecie di persone che vivono attualmente in Europa.
La  violenza strutturale del sistema si radica nella cultura ciseteropatriarcale e impone la sua riproduzione attraverso le norme binarie e le gerarchie di razza abilismo, genere e specie. Il  patriarcato è il sistema di oppressione politico, economico, culturale e  religioso che conferisce privilegi agli uomini “cisetero” sugli altri corpi ed ecosistemi. Capitalismo e colonialismo ne condividono la matrice oppressiva che si ripete nei territori e nel tempo. 

Privilegi e gerarchie producono sessismo, razzismo, specismo, colonialismo, sfruttamento, repressione e  discriminazioni nei confronti delle donne e di tutte le persone che si sottraggono alle norme di genere (trans, travesti, persone non binarie, intersex e +), di orientamento sessuale (lesbiche, pansessualə, asessualə, poliamorosə, gay, e +), l’animalizzazione delle persone soprattutto non bianche e lo sfruttamento e stermini di massa delle altre specie.
E’ necessario partire da sé, dalla consapevolezza dei privilegi e dalle scale di oppressione per costruire quell’intersezionalità necessaria ad una lotta ad un capitalismo sistemico che non può più essere settorializzata o periodizzata.  È necessario nella pratica attraversare con questo sguardo intersezionale e le nostre pratiche contaminanti i movimenti ecologisti che si stanno con forza imponendo e una necessaria urgente e improrogabile vera transizione. 

La  prospettiva è la liberazione per tuttu che si lega fortemente a  pratiche di resistenza, ma anche alla costruzione di alternative. Il  nostro esserci con i corpi, le nostre relazioni, il nostro parlare e soprattutto il nostro ascoltare, l’apprendere dalle altre pratiche di  lotta e di resistenza, il contaminarci è fondamentale. 

Lo spazio politico va liberato per dare voce, forza ed espressione politica a tutte le diversità. Non c’è liberazione per nessun∂ se non ci  liberiamo tuttə.”
Lo faremo in piccoli gruppi con una traccia di domande e in modo interattivo! Vi aspettiamo!! 
Queste le tracce delle domande:

  • Come rompere con le pratiche di animalizzazione che riguardano animali umani e non? Perchè la violenza agita da animali umani su animali non umani non viene riconosciuta e percepita come tale? Perché nel momento in cui vogliamo indagare il privilegio di specie i movimenti, anche più antagonisti, si bloccano?
  • Come  costruire pratiche di lotta per la giustizia ecosistemicaa livello  G-Locale a partire del valore della diversità dei nostri corpi e territori? C’è una colonialitá intrinseca nel femminismo occidentale? Cosa pensiamo renda scomoda la frequentazione di persone razializzate e/o trans nel nostro movimento? come facilitarla? 
  • Cosa intendiamo per giustizia riproduttiva? Come questa si vive in corpi umani e non? Il riconoscere solo alle “donne” il ruolo di madri/non madri nelle nostre lotte non significa escludere e invisibilizzare il fatto che uomini, persone non binarie e intersex abbiano potenzialità gestanti e rimarcare un concetto patriarcale? Perchè si escludono e si invisibilizzano i corpi gestanti delle altre specie? 
  • Quando  parliamo di lavoro sessuale ci ritroviamo spesso ad affrontare sempre la stessa domanda: ” Può essere una libera scelta?Perchè questa domanda emerge continuamente e solo in relazione al lavoro sessuale o alla sfera etero-riproduttiva? 
  • Come possiamo costruire un movimento in cui coesistano molti mondi (“en el que quepan muchos mundos” ?) e quindi come praticare un movimento in cui ci sia spazio perl’agire politico e pratico dei pensieri e delle elaborazioni ecotransfemministe e multispecie? 

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TRACCIA TAVOLO LAVORO-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Dalla crisi pandemica l’offensiva padronale e patriarcale emerge in modo ancora più forte. Se prima della stesura del piano contro la violenza maschile di cinque anni fa abbiamo denunciato come le politiche economiche e l’organizzazione del lavoro fossero strutturalmente legate al patriarcato e alla violenza  maschile, adesso vediamo come la ristrutturazione capitalistica post-pandemica non rappresenti una rottura, ma poggi invece sulle stesse fondamenta.

A fronte di una enorme perdita di posti di lavoro femminili dovuta alla pandemia (quasi 400.000 rispetto al 2019), vediamo ora come la lieve ripresa occupazionale vada di pari passo con un ulteriore aumento della precarietà delle condizioni di lavoro soprattutto per donne, migranti e altre soggettività marginalizzate. Il PNRR, dietro una falsa retorica green e di genere, comporta uno spostamento netto di risorse e facilitazioni alle classi dominanti, riproponendo lo stesso paradigma neoliberale di austerità ed estrattivista, e continuando ad inasprire disuguaglianze e gerarchie di potere.

Contemporaneamente, mentre misure di welfare familistico come il Family Act riaffermano la centralità della famiglia eteropatriarcale, lo sblocco dei licenziamenti ha evidenziato ancora di più come la crisi economica viene scaricata sul mondo del lavoro, in cui donne, migranti e soggettività LGBT*QIA+ sono state e continuano ad essere maggiormente penalizzate. Il nostro impegno deve essere quello di affermare la centralità politica di tutte queste soggettività nella ricostruzione postpandemica. A quasi un anno dall’ultima assemblea [link ultimo report] riteniamo ancora più necessario ribadire l’importanza della nostra lotta per superare le gerarchie patriarcali e di potere che regolano i rapporti di lavoro.

Davanti a tutto questo non possiamo smettere di interrogarci sul ruolo che, dentro i processi di riorganizzazione post pandemica, assume il lavoro di cura e di riproduzione sociale in senso lato, per riappropriarci del suo significato andando oltre la retorica essenzialista. Davanti a tutto questo ribadiamo l’importanza delle lotte femministe e transfemministe.  Da cinque anni rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un welfare pubblico universale, gratuito e accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, che devono però emergere in modo assertivo e dirompente sul piano politico.

Negli ultimi anni lo sciopero femminista globale ha messo in connessione donne e persone lgbtqia+, salariate e non, migranti e operaie, lavoratrici essenziali e sex worker, che – rifiutando la posizione loro imposta – sono state in grado di fare emergere il nesso tra patriarcato, razzismo e sfruttamento. È importante ripensare il processo dello sciopero alla luce delle condizioni attuali – la pandemia, la frammentazione, il feroce contrattacco patriarcale e la ristrutturazione capitalistica – che rendono la sua praticabilità e la sua capacità di politicizzazione sempre più difficile.

Dobbiamo interrogarci quindi su quali siano oggi le sue potenzialità per produrre connessioni, interrompere la riproduzione sociale e sfidare l’isolamento. Alla luce dell’ultimo anno, pensiamo che sia fondamentale andare oltre alla singolarità delle varie lotte che si sono susseguite, per farne emergere la comune matrice antisessista, antirazzista e di classe, con la prospettiva di creare connessione e continuità tra le singole lotte. 

  • Il lavoro produttivo, riproduttivo e di cura nella fase post-pandemica: come attualizziamo le rivendicazioni nel Piano Femminista di NUDM? Il reddito di autodeterminazione, il salario minimo europeo, un permesso di soggiorno europeo svincolato da lavoro e famiglia, un welfare universale che sia gratuito ed accessibile a tuttu, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa, una risposta concreta ai bisogni di donne e soggettività LGBTQAI: in che modo sono il cardine ed il ribaltamento del sistema di sfruttamento?
  • Come inseriamo queste riflessioni e rivendicazioni in un percorso comune sui temi del lavoro, dello sfruttamento, della violenza economica che viva sui territori?
  • Come è possibile tenere ancora aperto il senso dello sciopero femminista e transfemminista come processo che ha la capacità di dare voce ad istanze e condizioni diverse, a partire dal rifiuto della violenza strutturale? Quali pratiche concrete possiamo mettere in campo a questo scopo?
  • Come riusciamo a dare risonanza e connettere tra loro lotte che, per quanto singolari, ci permette di fare emergere il modo in cui la violenza maschile e di genere, intrecciate al razzismo, incidono sulle condizioni di lavoro? Quale ruolo, pratiche, obiettivi vorremmo avere nel fare ciò?

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TRACCIA TAVOLO FEMMINISMI E TRANSFEMMINISMI-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

L’esperienza che abbiamo condiviso al grido Ni Una Menos ha trasformato il femminismo, riarticolando gli immaginari di molteplici movimenti, collettivi e reti dal basso, in un grande processo transnazionale. Scioperare contro la violenza patriarcale ha significato riconoscere che quella violenza è strutturale, che è una pratica sociale di subordinazione che colpisce le donne ma coinvolge l’intera società, che incide sulle condizioni generali di vita e di lavoro, che si intensifica con il razzismo che colpisce migranti e seconde generazioni nate in Italia, che limita qualunque libertà sessuale e pratica di genere che non sia obbediente alle posizioni e alle gerarchie che il dominio maschile impone.

Per questo motivo il femminismo che ha vissuto nel processo dello sciopero non è mai stato un movimento, un discorso o una pratica basati su una presunta identità essenziale delle donne, ma sin dal principio si è mosso e trasformato nella lotta contro le forme della riproduzione sociale neoliberale e nella convergenza con lesbiche, froce, trans, bisessuali, persone intersex e queer. È stato così nelle straordinarie giornate di Verona Città Transfemminista, quando in 100mila abbiamo preso le strade per contestare il World Congress of Families; è stato così il primo luglio, quando rispondendo alla chiamata transnazionale della rete EAST abbiamo contestato gli attacchi alla Convenzione di Istanbul denunciando come, in Turchia come nell’Europa dell’Est, quegli attacchi sono andati di pari passo con feroci politiche ‘anti-gender’.

L’alleanza tra femminismo e transfemminismo che abbiamo praticato non è una semplice sommatoria di discorsi o pratiche, ma una risorsa per rispondere al contrattacco che cerca di rigettarci nella completa subordinazione imposta dal patriarcato familista, capitalista, razzista, fondamentalista e reazionario. Discutere insieme e apertamente dell’intreccio tra femminismo e transfemminismo in occasione della prima assemblea in presenza di NUDM dopo la pandemia è allora di grande importanza. 

È necessario non solo per combattere l’aumento esponenziale della violenza contro le donne e della violenza omolesbobitransfobica, ma anche perché in ogni parte del mondo assistiamo a tentativi – diversi per intensità, ma uguali nel significato e negli intenti politici – di contrapporre la libertà e i diritti delle donne a quelli delle persone LGBT*QIA+ per indebolire le lotte e rinsaldare il dominio patriarcale in nome della famiglia, della difesa dell’autorità e della riproduzione delle gerarchie, dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro migrante ed essenziale dentro e fuori casa, della criminalizzazione del lavoro sessuale e di chi lo pratica.

Questa divisione si è vista in Italia nel dibattito sul DDL Zan, quando in nome di un femminismo in cui non ci riconosciamo alcune donne hanno di fatto prestato il fianco alla legittimazione della violenza omolesbobitransfobica. D’altra parte, sappiamo che è importante ma non è sufficiente, né per le donne né per le persone LGBT*QIA+, ottenere riconoscimenti minimi e inadeguati in termini di diritti, o programmi ‘autoimprenditoriali’ di uscita individuale dalla subordinazione, perché oggi più che mai è necessario accumulare la forza per rovesciare la violenza sistemica che ci opprime e modificare le condizioni materiali – di reddito e di salario, razziste e autoritarie ‒ che in Italia e in tutto il mondo limitano le nostre possibilità di autodeterminazione, che si intersecano determinando le nostre diverse esperienze, che influenzano la nostra capacità di mettere in comunicazione le lotte.  Per questo nel tavolo Femminismo e Transfemminismo dell’Assemblea nazionale di Non Una di Meno vogliamo discutere di:

-Quali possibilità e quali difficoltà abbiamo di fronte per rilanciare l’intersezione delle lotte

– Come spiazzare e rovesciare il tentativo di frammentare le lotte e contrapporre la libertà delle donne a quella delle persone LGBT*QIA+

-Come creare uno spazio politico espansivo, capace di nominare e contestare le differenti condizioni materiali in cui la violenza agisce e che limitano la libertà sessuale e pratiche di genere che minacciano l’ordine esistente

-Come costruire un linguaggio capace di parlare al di fuori degli spazi assembleari, senza riprodurre etichette ma dando espressione alle istanze di autodeterminazione di chi, nei modi più diversi, lotta contro la violenza maschile e omolesbobitransfobica.

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

*Foto di Valeria Altavilla

TRACCIA TAVOLO VIOLENZA-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Sono già più di 80 le donne uccise in Italia nel 2021 e nella maggior parte dei casi l’assassino è il partner o l’ex compagno. Sappiamo che durante la crisi pandemica si sono intensificate la violenza domestica e le violenze omolesbobitransfobiche. Eppure il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza. In tutto il mondo sta aumentando il contrattacco patriarcale, vogliono isolarci e frammentare le nostre lotte, attraverso retoriche e politiche patriarcali, antigender e razziste, contrapponendo i diritti delle donne con quelli delle persone lgbtq.

Quello che sta accadendo in Afghanistan è un altro tassello del contrattacco patriarcale che sta prendendo piede a livello globale: è un caso estremo ma non isolato che mostra un ordine patriarcale globale che ammette e persino richiede picchi di autoritarismo e repressione. Non accettiamo la logica dello scontro di civiltà: se l’ordine patriarcale è globale, noi vediamo il legame che unisce fondamentalisti islamici e ultra-cattolici, e che costituisce un filo rosso tra le posizioni più esplicitamente nazionaliste e fasciste e le politiche neoliberali.

La “civile” Europa che condanna i talebani in Afghanistan, è la stessa che attraverso le sue politiche migratorie rinforza la violenza che le donne e gli uomini migranti vivono sui confini e nello spazio europeo. Per questo è più che mai fondamentale rivendicare la libertà di movimento come una parte centrale della lotta contro la violenza. La civile Europa è la stessa che non riconosce il lavoro sessuale, passando da legislazioni che lo vietano totalmente a quelle che criminalizzano il cliente, ma che in tutti casi espongono le lavoratrici sessuali, ancor più se migranti senza permesso di soggiorno, a condizioni di violenza, negando ogni tipo di tutela.

Contro tutto questo come NUDM abbiamo sempre preso parola, a livello locale, nazionale e transnazionale, ponendo al centro della nostra iniziativa politica il rifiuto della violenza strutturale e cercando di essere quello spazio in cui tutte le donne e persone LGBTQAI+ che rifiutano la posizione subalterna che tale violenza ci impone possano prendere parola e fare di tale rifiuto un istanza collettiva e una pretesa di libertà. 

In questi 5 anni la potenza scatenata dal movimento femminista globale è riuscita a imporre dal basso il carattere strutturale e pubblico della violenza anche in certi discorsi mainstream, ma allo stesso tempo le forme in cui tale violenza agisce sono mutate, sono state intensificate e accelerate dalla pandemia e permangono nella riproduzione della società. Anche NUDM è cambiata, sono cambiate le pratiche e le persone che la attraversano. Se vogliamo arrivare al 25N vedendolo non come una data simbolica e rituale ma come il momento in cui rilanciare la nostra iniziativa politica autonoma, abbiamo bisogno di riarticolare la nostra analisi politica e rivedere i nostri obiettivi politici tenendo in considerazione come la violenza maschile, di genere, razzista e neoliberale agisce in questo momento a livello transnazionale e come impatta a livello locale.

Ragionando insieme su queste domande guida crediamo sia fondamentale ridare una cornice comune al nostro discorso sulla violenza in modo poi da poter articolare meglio le varie pratiche che abbiamo portato avanti in questi anni: è necessario prima costruire quest’analisi comune, chiara e comunicabile per poter poi rivedere le pratiche


– Quali sono gli obiettivi che ci diamo nella nostra azione politica contro la violenza maschile e di genere? Di cosa intendiamo farci carico con la nostra azione politica (ad esempio: vogliamo essere spazi di riconoscimento/politicizzazione? vogliamo cambiare la narrazione dei giornali? vogliamo seguire casi singoli di violenza?) In che modo possiamo ricondurre le iniziative che costruiamo sui diversi aspetti e manifestazioni della violenza (es: femminicidi, violenze omolesbobistransfobiche, violenza istituzionale, mediatica, nelle carceri, ambientale, all’interno dei movimenti) al nostro discorso comune sulla violenza strutturale, arricchendolo e potenziandolo senza frammentarlo?


– Qual è o quale può essere il nostro ruolo in rapporto ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza? Come si fa a ridare forza politica collettiva ai percorsi di fuoriuscita perché non siano percorsi individuali e assistenzialistici? Cosa significa avere un rapporto con i CAV e le Case Rifugio? In che modo facciamo rete con e potenziamo i CAV autonomi e femministi e le esperienze costruite all’interno di Case rifugio per persone LGBTQ?


–  Come concretizziamo la discussione sull’analisi e sugli obiettivi per fare in modo che il 25N sia un momento di rilancio della nostra iniziativa politica? Come riattualizziamo le nostre rivendicazione, ripensandole nella materialità della fase attuale, per rilanciarle fortemente verso e oltre il 25N (ad esempio: perché è ancora importante rivendicare un permesso di soggiorno europeo? cosa significa oggi, in un aumento estremo della precarietà e della violenza, rivendicare il reddito di autodeterminazione o un welfare universale?)

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021

ASSEMBLEA NAZIONALE di NON UNA DI MENO-9-10 OTTOBRE 2021

Sabato 9 e domenica 10 ottobre ci troveremo finalmente di nuovo in presenza a Bologna per l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno, per rilanciare la sfida di tessere ancora insieme tutti i frammenti di lotte quotidiane, molteplici e necessarie, di pensare in avanti un piano di iniziativa collettivo e condiviso, perché del grido femminista e transfemminista che ci unisce c’è più che mai bisogno: Non Una di Meno!L’assemblea si svolgerà nella sede dell’Università di Bologna di Berti Pichat, in Viale Carlo Berti Pichat -> https://goo.gl/maps/5YryjXbQWuwjSjvK8

Gli orari delle due giornate:

𝗦𝗮𝗯𝗮𝘁𝗼: dalle ore 10.30-13 assemblea plenaria / 15-18.30 gruppi di discussione

𝗗𝗼𝗺𝗲𝗻𝗶𝗰𝗮: dalle ore 10.00 alle 16.00 assemblea plenaria di restituzione dei lavori dai gruppi di discussione e chiusura dell’assemblea

Le aree tematiche che abbiamo individuato e su cui si concentreranno i gruppi di discussione sono:
-Violenza maschile e di genere
-Salute
-Lavoro e welfare
-Femminismi e transfemminismi

Leggi le tracce

TRACCIA TAVOLO VIOLENZA

TRACCIA TAVOLO SALUTE

TRCCIA TAVOLO LAVORO

TRACCIA TAVOLO FEMMINISMI E TRANSFEMMINISMI

Durante la giornata di sabato ci sarà anche un Laboratorio ecotransfemminismo che non si terrà in contemporanea con i gruppi di discussione per permettere la partecipazione ad entrambi i momenti.

Per facilitare l’organizzazione della due giorni, ancor di più in questo periodo così complesso, chiediamo a tutte le persone che desiderano partecipare di compilare questo modulo: https://docs.google.com/…/1FAIpQLSeyAWwfKlZ…/viewform…

Sul modulo online è possibile indicare la preferenza nel partecipare in presenza o da remoto. Il link per seguire online l’assemblea sarà inviato per mail alle persone che avranno scelto l’opzione online. È inoltre possibile segnalare sul modulo la propria disponibilità ad ospitare lə compagne che arrivano da fuori città! L’assemblea è come sempre aperta a tuttə, anche a chi non fa parte dei nodi diffusi sul territorio di Non Una di Meno. Se fai già parte di un nodo cittadino, a causa della maggiore complessità logistica a cui dovremo fare fronte quest’anno ti chiediamo di fare riferimento ai loro nodi locali per le informazioni, così da gestire al meglio il tutto. È comunque possibile scrivere alla nostra pagina FB o Instagram per dubbi, domande o esigenze specifiche.

Tutto quello che c’è da sapere sulla cura reciproca nell’organizzazione dell’assemblea. Gli spazi che ospiteranno l’assemblea nazionale a Bologna saranno le aule dell’Università, che permetteranno il distanziamento necessario e il rispetto delle forme di prevenzione per il Covid-19 (all’interno andrà indossata la mascherina), in linea con la nostra pratica politica femminista e transfemminista e la nostra idea di cura collettiva e messa al centro dei bisogni di tutte le persone più marginalizzate ed esposte al virus, oltre che un agile collegamento online fatto fra le varie stanze che ospiteranno i tavoli e la plenaria finale.

La scelta di chiamare un’assemblea nazionale in un periodo in cui la pandemia è ancora presente nelle nostre vite, è frutto di una complessa discussione che ci ha portate a valutarne i rischi e le problematicità ma anche il desiderio di poterci di nuovo ritrovare in presenza. Per partecipare in presenza sarà necessario essere vaccinatə, o guaritə dal COVID-19 o esibire un referto di un tampone negativo fatto in farmacia o in presidi medici nelle 48 ore precedenti: per quanto uno strumento come il green pass ponga grossi problemi politici e contraddizioni, crediamo sia necessario riuscirci a vedere in presenza e con la massima cura reciproca, per poter continuare ad essere quel grido altissimo e feroce, per potenziarlo ed espanderlo.
Garantiamo la presenza di unə compagnə all’ingresso, per far sì che nessunə sia espostə, durante i controlli per entrare, alla violenza del deadnaming e del misgendering, o a qualsiasi altro problema che potrebbe verificarsi in caso di addetti alla sicurezza impreparati e transfobici. Ulteriori informazioni saranno comunicate presto sull’evento! AMORE E RABBIA

Non una di meno

Report Assemblea nazionale Non una di meno del 6 febbraio 2021

I numeri sulla violenza ‒ che nel giorno 6 febbraio, data della nostra Assemblea nazionale, si sono aggravati con il femminicidio di Ilenia Fabbri a Faenza ‒ come le statistiche sui licenziamenti e la ‘perdita’ obbligata del lavoro, e l’intensificazione dello sfruttamento di chi sta continuando a lavorare confermano l’assoluta urgenza del nostro percorso, la necessità di riprenderci lo spazio di parola per la trasformazione radicale dell’esistente

In questi mesi abbiamo visto rinnovarsi il conflitto tra essenziale e non essenziale, dove non essenziale è considerata l’autodeterminazione per la quale noi insieme stiamo lottando in tutto il mondo. Abbiamo visto nel modo più evidente la dimensione strutturale della violenza, anche perché la divisione sessuale del lavoro fa ricadere proprio sulle spalle delle donne le mancanze strutturali del sistema. Nei tavoli della scorsa settimana abbiamo avuto la conferma che NUDM continua a essere un punto di riferimento per chi tutti i giorni combatte contro la violenza maschile, di genere e dei generi, che continua a essere un soggetto trainante della lotta in questa crisi, ma anche che è necessario un processo condiviso che metta in comunicazione la rabbia e l’ostinazione delle nostre lotte quotidiane.

L’8M quest’anno accade alla vigilia del possibile sblocco dei licenziamenti e con la partita del Recovery Plan tutta aperta. Il governo dei competenti è un tentativo di depoliticizzare quello che per noi è un terreno di lotta aperto e cruciale, perché non ha niente di temporaneo ma anzi consoliderà l’infrastruttura neoliberale, patriarcale e razzista della società, ancora una volta giustificandola con la retorica della resilienza e dell’eroismo. L’altra faccia dei cosiddetti investimenti competitivi sarà un aumento della precarietà e dello sfruttamento. In questo nuovo contesto, la sfida dello sciopero femminista e transfemminista è di aprire una lotta sul terreno della redistribuzione della ricchezza, per un welfare che risponda ai nostri bisogni, per strumenti di autonomia economica per uscire dalla violenza e dal ricatto, per attaccare i patrimoni di chi in questi mesi non ha fatto altro che accrescere i propri profitti sfruttando il nostro lavoro e obbligandoci a scegliere tra lavoro e salute, tra lavoro e formazione, tra lavoro e giustizia climatica, tra lavoro e liberazione dalla violenza. È fondamentale battersi per la libertà di movimento, perché le migranti stanno pagando un prezzo altissimo in questa crisi e perché la battaglia per rompere il nesso tra permesso di soggiorno, lavoro e famiglia che intensifica la violenza e lo sfruttamento è una lotta transnazionale. Affermare la necessità di socializzare la cura contro il suo modello di organizzazione patriarcale, contro le sue pratiche binarie e patologizzanti, contro gli attacchi alla nostra libertà riproduttiva e la sua stigmatizzazione, contro la precarizzazione e lo sfruttamento di chi lavora nella cura giustificato dall’ideologia della ‘missione’. Dobbiamo ribaltare questo modello di sviluppo distruttivo dell’ecosistema e dell’ambiente. Dobbiamo sostenere la lotta delle sex-workers che non sono state solo duramente colpite dalla crisi, ma hanno anche portato avanti in questi mesi pratiche di resistenza e continuano a farlo verso l’8M. Mentre sta scadendo il piano contro la violenza governativo attivato cinque anni fa, dobbiamo sostenere l’iniziativa dei CAV, dei consultori e degli spazi femministi e transfemministi sempre più sotto attacco. La riproduzione sociale è per noi oggi più che mai un terreno di lotta

Sappiamo che lo sciopero generale è una sfida ardua in questo momento, per le condizioni materiali in cui ci troviamo e per le limitazioni che colpiscono i lavori essenziali, che non hanno però impedito la moltiplicazione delle lotte, degli scioperi, il protagonismo delle donne e delle libere soggettività, che ancora oggi si sono mobilitate nelle Marche contro l’ennesimo attacco alla nostra libertà e autodeterminazione proveniente dalle istituzioni regionali. Queste lotte e questi scioperi dobbiamo metterli in comunicazione e amplificarli, per dare il segno che ‘non siamo sole’. È necessario ancora una volta un appello ai sindacati a proclamare e sostenere sciopero femminista e transfemminista [leggi la lettera aperta LINK], mentre continueremo a sostenere quelle delegate e lavoratrici che hanno già cominciato a mobilitarsi per lo sciopero, così come connetterci con tutte le lotte in corso nel lavoro, su giustizia climatica ed ecosistemi, contro il razzismo, per l’aborto, l’autodeterminazione delle persone trans e delle libere soggettività.

Oggi ci siamo fatte delle domande per costruire insieme l’8M, sapendo che questo è uno snodo fondamentale di una mobilitazione che dovrà continuare, perché lo dobbiamo pensare come laboratorio di resistenza femminista contro il neoliberalismo. Come innovare le pratiche dello sciopero, muovendoci sempre su tutti i piani dello sciopero femminista e transfemminista: produttivo e riproduttivo, dei/dai consumi, dei/dai generi, per rifiutare i ruoli e i comportamenti che questi ci impongono e vengono messi a valore nella società capitalistica? Quali pratiche per chi cura ed è curato? Come rivolgerci anche a chi ha perso il lavoro, chi fa lavoro informale, nero, chi fa smart working e si trova a svolgere simultaneamente il lavoro salariato e quello riproduttivo e di cura? Rispondendo a queste domande, oggi sono state indicate pratiche di sciopero della DAD, capaci di sfidare le limitazioni alla possibilità di scioperare che sono state introdotte anche nella scuola, e forme di ‘disconnessione’ dalle attività didattiche e lavorative condotte in remoto, anche nell’Università, e lezioni in piazza, forme di sciopero dallo smartworking e iniziative che non siano solo la sottrazione dal lavoro, ma anche l’individuazione di altre pratiche che riempiano il tempo e lo spazio dell’8M quando l’interruzione dal lavoro non è possibile. È stata indicata la possibilità di usare lo spazio online, che ha mostrato tutta la sua dimensione ‘reale’ in questa pandemia, per immaginare pratiche di sciopero per chi non può scioperare. Coinvolgere le donne che lavorano nei settori cosiddetti essenziali per noi è fondamentale anche se sappiamo che non sarà affatto facile, ma mai come in questo momento è necessario rompere l’isolamento, quello domestico e quello lavorativo, e costruire momenti collettivi.

Dai tavoli sono uscite molte proposte e non riportiamo tutte quelle che sono state indicate nei report [LINK], che ci permettono di coordinarci e valorizzare pratiche comuni di avvicinamento all’8M. Si sono aggiunte a queste proposte di avvicinamento allo sciopero dell’8M pratiche di autoinchiesta nella scuola per attivare campagne di comunicazione delle istanze e delle voci che provengono dalla scuola, inchieste che esprimano le nostre posizioni e i nostri bisogni in merito a ciò che intendiamo per ‘ricostruzione’ e qual è la nostra idea di ricostruzione, interventi e azioni nei supermercati per lanciare messaggi in direzione dello sciopero, presa di parola sui social costante verso l’8M ‒ come i video per rispondere alla domanda ‘sciopero perché’, una giornata il 14 febbraio sulla violenza e momenti di discussione come quelli che sono già previste in diverse città (violenza online e diffusione non consensuale di immagini intime [LiNK?], manifesto EAST — Essential Autonomous Struggles Transnational, connessione con i CAV), o ancora assemblee tematiche per discutere di alcuni luoghi e momenti cardine dello sciopero, proposte di sanzionamento fucsia delle big corporations e multinazionali, diffusione nello spazio pubblico di video e immagini. Perché riconosciamo la necessità di condividere le pratiche e parole chiave. Assumiamo una data collettiva di lancio dello sciopero e del countdown di avvicinamento il 26 febbraio, riconoscendo comunque l’importanza di dare visibilità fin da subito all’organizzazione dello sciopero e al lancio dell’8M, pensando anche a una conferenza stampa simultanea in tutti i territori; possibili obiettivi comuni delle iniziative (come Confinustria e i tribunali o in modo diverso le RSA) e piazze pubbliche e zone fuxia, organizzate come sempre per permettere la partecipazione in sicurezza e in chiave antiabilista, che siano un punto di riferimento per tutte le persone che stanno scioperando e che quel giorno lotteranno insieme a noi.

È infine fondamentale tenere al centro dell’organizzazione il piano transnazionale, non solo perché il Recovery Plan ha una dimensione europea ma anche per l’importanza della comunicazione e l’organizzazione con coloro che tengono aperta la lotta contro le politiche patriarcali, razziste e neoliberali e vivo il movimento dello sciopero. Per questo è importantissima la partecipazione all’assemblea transfronteriza del 7 febbraio, anche per riportare il lavoro dei tavoli e dell’assemblea di oggi.

Questa forza transnazionale è necessaria per caricare ancora di più la parola sciopero di tutta la sua urgenza, anche se in questo presente pandemico sarà ancora più difficile praticarlo, in tutte le forme attivate dal movimento femminista e transfemminista. Ma in ogni lotta, in ogni momento di piazza l’8M e non solo l’8M dobbiamo avere la capacità di ribadire che il nostro sciopero è essenziale. Che proprio perché il nostro lavoro e la nostra vita sono essenziali per la produzione e riproduzione di questa società, è ancora più vero che se ci fermiamo noi si ferma il mondo. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!