Verona, prof. dell’Università contro il Congresso Mondiale delle Famiglie

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Una presa di posizione netta di 400 docenti e ricercatori/trici dell’Università di Verona che firmano un documento contro le tesi degli organizzatori del simposio. #VeronaTransfemminista

Siamo ricercatrici, ricercatori e docenti dell’Università di Verona, ci occupiamo della biologia e dell’esperienza umana da un punto di vista psicologico, filosofico, pedagogico, antropologico, sociologico, di teoria politica, medico, biologico, statistico, giuridico, storico, linguistico, economico. Siamo persone diverse per età, genere, origine, convinzioni politiche, fede religiosa. Siamo però accomunate dalla passione per la ricerca e la conoscenza, e ci riconosciamo in una comunità professionale che ha precise regole scientifiche ed etiche sulla produzione e diffusione del sapere.

Siamo anche unite dal lavorare nella stessa istituzione, l’università pubblica, che se sicuramente non è l’unica voce rappresentativa del sapere scientifico, ne rimane tuttavia una delle espressioni più autorevoli.

Come Dipartimento di Scienze Umane, insieme a molti altre e altri docenti, ricercatori e ricercatrici dell’Ateneo tutto e di tutte le aree disciplinari, ci facciamo promotori di una presa di posizione critica in merito allo svolgimento del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Family Congress), che si terrà nella città di Verona, ospitato dal Comune nel Palazzo della Gran Guardia, il prossimo 29-30-31 marzo.

Il Congresso Mondiale delle Famiglie è un evento organizzato da molteplici soggetti: l’International Organization for the Family, ProVita Associazione Onlus, CitizenGo, Comitato Difendiamo i nostri Figli, Generazione Famiglia, National Organization for Marriage.

Si tratta di associazioni diffuse a livello internazionale che si sono caratterizzate, negli anni, per precise prese di posizione relativamente a:

  • l’affermazione del creazionismo;
  • l’idea che la natura abbia assegnato a uomini e donne differenti destini sociali e diverse funzioni psichiche, che identificano automaticamente la donna in un ruolo riproduttivo e di cura;
  • l’idea che il lavoro fuori casa delle donne, l’esistenza del divorzio e della possibilità di abortire siano le cause del declino demografico;
  • il rifiuto del riconoscimento di diritti civili a configurazioni familiari al di fuori della coppia eterosessuale unita in matrimonio;
  • l’affermazione che configurazioni familiari diverse dalla coppia eterosessuale unita in matrimonio siano, di per sé, contesti educativi e affettivi inadatti all’armonioso sviluppo dei minori;
  • l’equiparazione tra interruzione volontaria di gravidanza e omicidio;
  • la patologizzazione dell’omosessualità e della transessualità e di tutte le forme di orientamento sessuale e identità di genere non ascrivibili a maschio/femmina eterosessuale, e il rifiuto del pieno riconoscimento di diritti civili alle persone che manifestano queste identità;
  • la promozione delle “terapie riparative” per le persone omosessuali al fine di “ritornare” alla condizione armoniosa dell’eterosessualità.

Tali posizioni vengono affermate come fondate scientificamente, ma in realtà la ricerca internazionale non è mai giunta a questo tipo di esiti e li ha anzi smentiti in diverse circostanze: linee guida di ordini professionali, dichiarazioni di indirizzo di associazioni accademiche, articoli scientifici, comitati etici di riviste scientifiche internazionali hanno da tempo preso le distanze dalle credenze espresse dai relatori del convegno.

Con questo documento intendiamo quindi richiamare l’attenzione sul fatto che il convegno WFC è espressione di un gruppo organizzato di soggetti che propongono come dati scientifici opinioni principalmente ascrivibili a convinzioni etiche e religiose. Questo ci preoccupa ancor più nel momento in cui il Congresso Mondiale delle Famiglie vede la presenza tra i relatori di personalità politiche straniere, rappresentative di paesi come l’Ungheria, la Polonia, la Russia, che stanno proponendo apertamente politiche censorie rispetto al dibattito pubblico su questi temi e restrittive della libertà di ricerca e insegnamento universitari.

Il Codice Etico dell’Università di Verona, assieme ai principi della libertà della ricerca e dell’insegnamento, afferma quelli dell’uguaglianza e della solidarietà, rigettando ogni forma di pregiudizio e discriminazione. Alle mistificazioni del Congresso Mondiale delle Famiglie contrapponiamo quindi non solo gli esiti della ricerca scientifica, ma anche i valori della comunità di cui facciamo parte.

 

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8 febbraio 2019: Non una di meno lancia lo sciopero femminista dell’8 marzo

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L’8 febbraio, a un mese dallo sciopero globale, iniziative di lancio in diverse città italiane.

Per il terzo anno consecutivo Non Una di Meno chiama le donne e le soggettività LGBTQI* a partecipare allo sciopero femminista transnazionale dell’8 marzo e ad interrompere ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita.

Lo sciopero globale, che l’anno scorso ha coinvolto circa settanta città italiane e più di settanta paesi nel mondo, è organizzato in risposta a tutte le forme di violenza di genere:

“Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Violenza omofoba e transfobica. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!”

Non una di meno denuncia le diverse forme di oppressione e i loro intrecci: le discriminazioni e la violenza di genere, omofobica e transfobica, lo sfruttamento del lavoro, il razzismo, la violenza del capitalismo, insostenibile per l’ecosistema nel quale viviamo. Agli uomini si chiede di sostenere lo sciopero in tutti modi possibili, soprattutto facendosi carico del lavoro di cura.

Non una di meno contesta i provvedimenti dell’attuale governo, in particolare:

  • il disegno di legge Pillon su separazione e affido, contraria persino alle leggi e alle convenzioni internazionali sulla tutela dei minori e sul contrasto alla violenza sulle donne
  • la legge Salvini sull’immigrazione e la propaganda razzista che la sostiene
  • l’invenzione della cosiddetta “ideologia del gender” in nome di cui si chiudono i programmi di educazione alle differenze di genere a scuola
  • il sussidio di disoccupazione a condizioni proibitive, spacciato per  “reddito di cittadinanza”
  • la finta flessibilità del congedo di maternità
  • le mancate risposte del governo in materia di prevenzione del femminicidio
  • le mancate risposte del governo in materia di sicurezza per l’interruzione volontaria di gravidanza

8 Febbraio, a un mese dall’8 marzo, inizia il countdown verso lo sciopero globale!

Lo sciopero è la nostra risposta alla violenza maschile contro le donne e a tutte le forme di violenza di genere!
Nella giornata nazionale di lancio dello sciopero femminista globale ci troviamo nelle piazze di molte città d’Italia per una serie di iniziative itineranti, flash mob, striscionate, assemblee e altri eventi… Stay tuned

La marea sale…LottoMarzo si avvicina!

Ad Alessandria banchetto e volantinaggio in centro

A Bologna striscionata e azioni simboliche, la sera: Countdown partySabato 9: partecipazione al corteo a Modena indetto da Si Cobas dopo gli scioperi delle lavoratrici di Italpizza

A Catania a fianco delle lavoratrici degli Asili nido Comunali da 9 mesi senza stipendio. e lancio dello sciopero insieme a loro

A Firenze ore 12.00 flash-mob davanti al presidio sanitario di Lungarno Santa Rosa

A Genova striscionata e fumogeni nel pomeriggio dalle ore 16.00

A La Spezia la nascente rete territoriale di Non una di meno ha organizzato vari presidi informativi in vari momenti della giornata. Dalle ore 10.30 alle 11.15 presso l’ASL (Via XXIV Maggio). Dalle 11.30 alle 12.30 a Piazza del Mercato. Dalle 14.30 alle 15 al Mercatino. Dalle 17.30 a Via Prione + Corso Cavour.

A Livorno per lanciare insieme il conto alla rovescia verso l’8 marzo, Assemblea Pubblica dalle ore 17.30 presso il Centro Artistico Il grattacielo, via del Platano 6 – Livorno

A Macerata  dalle ore 20.30, striscioni davanti al monumento ai caduti, per dare il via, simbolicamente ma non troppo, alle iniziative in avvicinamento all’8 marzo. La raccomandazione è quella di portate cartelli, striscioni e le proprie presenze. “Per chi non potesse essere presente ma volesse partecipare: appendete alle vostre finestre quei cartelli e striscioni, fotografateli e condivideteli taggandoci”.

A Milano flash-mob ore 11.00 in Piazza Duomo. “Vestiti di nero, indossa il panuelo o un foulard fuxia e vieni in piazza! Se vuoi, porta un cartello con su scritto perché scioperi”.
Il 9 febbraio appuntamento in P.zza Miani, zona Barona, con banchetto informativo sui servizi della zona, un laboratorio per costruire il tuo pañuelos da portare l’8 marzo e un workshop per parlare di violenza. Merenda popolare e distribuzione di vari materiali informativi.

A Napoli Ore 11.00 Castel dell’ovo. Per il terzo anno consecutivo Non Una di Meno chiama le donne e le soggettività TLGBIQ+ a partecipare allo sciopero femminista transnazionale dell’8 marzo e ad interrompere ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita.

A Padova assemblea alle ore 19.30 presso la sala “Caduti di Nassiriya”. Durante l’assemblea i sindacati saranno invitati a proclamare lo sciopero generale e tutte le associazioni, organizzazioni, gruppi, collettivi e persone singole saranno invitate a partecipare al percorso e contribuire alla giornata.

A Pisa la giornata si articolerà in vari momenti. In mattinata al consultorio in Via Torino per distribuire dei questionari sulla salute sessuale e riproduttiva.
Alle 15.30 appuntamento in Largo Ciro Menotti, in cui verranno esposti i vari percorsi della rete cittadina di Non una di Meno, i questionari prodotti dai tavoli di lavoro sulla salute sessuale e riproduttiva e sulla formazione. Verrà allestito un angolo di produzione pañuelos, i triangoli di stoffa che hanno colorato le piazze femministe argentine e che porteremo con noi in corteo l’8 Marzo!
Una piazza femminista, che denuncia la violenza subita sul posto di lavoro, nelle scuole, nei servizi sanitari, e che ci riunisca affinché troviamo, negli occhi di amiche, donne, la forza di raccontarci e organizzarci.
Dalle 18.30 proprio da Largo Ciro Menotti partirà una street che percorrerà le strade del centro.

A Reggio Emilia dalle 18.00 in diversi punti della città per incontrare le donne e lanciare lo sciopero globale femminista, con flash mob e striscionate

A Romaflash mob ore 15.30 a Via degli Annibaldi (sul Ponticello)

A Torino concentramento in piazza Piazza C.L.N. per una serie di iniziative itineranti nel centro cittadino.

A Vicenza iniziative di avvicinamento.

Grafica di copertina tratta dalla pagina fb di Non una di meno Milano

Reddito di cittadinanza. Una critica femminista – da Non una di meno Roma

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Un testo di analisi di Non una di meno Roma sulla misura di reddito di cittadinanza appena varata dal governo gialloverde. Verso l’8 marzo, Non una di meno Roma ribadisce i contenuti della proposta di reddito di autodeterminazione contenuta già nel Piano Antiviolenza di Non una di meno nazionale, quale strumento di autonomia e liberazione dalla violenza di genere, dalla violenza economica e dalla violenza razzista, dalla precarietà, dallo sfruttamento, dal ricatto del lavoro.

Mia zia Mary Beton (…) morì per una caduta da cavallo un giorno in cui, a Bombay, era uscita a fare una cavalcata all’aperto. La notizia dell’eredità mi raggiunse una sera, più o meno alla stessa ora in cui veniva approvata la legge che concedeva il voto alle donne. (…) la zia mi aveva lasciato cinquecento sterline l’anno a vita. Delle due cose, il diritto al voto e il denaro, il denaro, devo ammetterlo, mi sembrò di gran lunga la più importante. Prima di allora mi ero guadagnata da vivere mendicando lavori saltuari presso i giornali, facendo la cronaca di uno spettacolino qui o di un matrimonio là, avevo guadagnato qualche sterlina scrivendo indirizzi sulle buste, leggendo a voce alta per le vecchie signore, creando fiori artificiali, insegnando l’alfabeto ai bambini di un asilo. Erano queste le principali possibilità di lavoro aperte alle donne prima del 1918. E non c’è bisogno purtroppo che vi descriva nei dettagli la fatica di questo lavoro (…) né la difficoltà  di vivere con quel denaro (…) perché forse ne avete fatto la prova. Ma ciò che ancora mi rimane nel ricordo come una punizione peggiore delle altre due era quella mistura velenosa di paura e amarezza che quei giorni avevano generato dentro di me. Tanto per cominciare, il fatto di dover fare sempre un lavoro che non si aveva voglia di fare, e di farlo come una schiava, adulando e lusingando, forse non sempre perché era necessario farlo, ma perché sembrava che lo fosse, e la posta in gioco era troppo alta per correre dei rischi. E infine il pensiero di quel solo talento che sarebbe stato un delitto nascondere, piccolo ma caro a chi lo possiede, destinato a perire e con lui io stessa, e la mia anima. Tutto questo diventava una specie di ruggine che divorava la fioritura primaverile distruggendo perfino il cuore stesso della pianta. A ogni modo, come vi dicevo, mia zia morì. E ogni volta che cambio un biglietto da 10 scellini, un poco di quella ruggine, di quella corrosione viene grattata via. E paura e amarezza se ne vanno. Non c’è che dire, mi dicevo infilando il resto nel borsellino, se ripenso alla amarezza di quei giorni, è davvero straordinario il cambiamento di carattere che il possesso di una rendita fissa è in grado di produrre. Nessuna forza al mondo può portarmi via le mie cinquecento sterline. Cibo, alloggio e vestiario sono miei per sempre. Pertanto cessano di esistere non soltanto gli sforzi e la fatica, ma anche l’odio e l’amarezza. Non ho bisogno di odiare nessun uomo. E egli non può ferirmi. Non ho bisogno di adulare nessun uomo, egli non ha niente da darmi.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

Partiamo da una piccola fotografia della povertà e della condizione femminile nel mercato del lavoro (e del non lavoro) in Italia: l’occupazione femminile è al 49,7%, -18,3 punti % di quella maschile; l’inattività femminile al 44%, +20 punti % di quella maschile (ISTAT, 2019); il differenziale salariale di genere complessivo al 43,7% (Commissione Europea, 2018). 2 milioni e 472mila sono le donne in povertà assoluta e 4 milioni e 669mila quelle in povertà relativa (ISTAT, 2018).

Una situazione tutt’altro che rosea, dunque. Che non suona però, ahinoi, come una novità alle nostre orecchie. Novella è invece la misura di reddito di cittadinanza (RdC) appena varata dal governo gialloverde. Dalle prime critiche che abbiamo rivolto alla stessa a inizio autunno – quando il ministro Di Maio indugiava in dichiarazioni su “spese morali”, “Unieuro” e amenità simili – ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi abbiamo finalmente nero su bianco un decreto, che assai ci interessa analizzare da una prospettiva di genere e femminista, avendo elaborato nel nostro Piano una precisa proposta di reddito di autodeterminazione e ritenendo, da sempre, che le questioni economiche, legate al lavoro, al reddito e al welfare, siano fondamentali per ogni azione di contrasto alla violenza di genere.

Tenendo a mente la fotografia iniziale, cominciamo col dire che il reddito di cittadinanza, nonostante il nome, non è una misura universale. Questo reddito non è per tutt@. Al contrario, è categoriale e discrimina tra le diverse povertà. Rivolgendosi a circa 4,6 milioni di poveri (1,4 milioni di famiglie) lascia fuori un’ampia fetta di povertà: secondo gli ultimi dati ISTAT (2018), le persone che versano in povertà assoluta sono 5milioni e 58mila individui (1milione e 778mila famiglie) e quelli in povertà relativa 9milioni e 368mila individui (3milioni e 171mila famiglie residenti). Si tratta quindi di una misura che non interverrà sulla povertà relativa e che non riuscirà a coprire neppure tutti i nuclei familiari in povertà assoluta.

La selettività, inoltre, si staglia, ancora una volta, contro i nuclei e le persone migranti. Sono infatti esclus@ da questa misura coloro che non hanno cittadinanza europea; che non hanno diritto di soggiorno o soggiorno permanente; che non provengono da paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale; che non sono in possesso di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; che non hanno una residenza in Italia da almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo. Una vera e propria discriminante razzista, che non vuole fare i conti, peraltro, con un altro dato molto preciso: quello che ci dice che le famiglie di soli migranti costituiscono il 34,5% della povertà relativa (ISTAT, 2018).

Veniamo a un altro punto che ci sta particolarmente a cuore. Il reddito di cittadinanza è una misura familistica: rivolto appunto al nucleo familiare e non alla singola persona, il sostegno economico sarà calcolato sulla base del numero dei componenti della famiglia e su base annua. L’integrazione al reddito familiare per un nucleo che vive in affitto non potrà superare i 9.360 euro, per chi invece ha una casa di proprietà e paga il mutuo,  i 7.800 euro. Queste cifre riguardano solo coloro che hanno un ISEE uguale a ZERO, giusto per avere un’idea di ciò di cui stiamo parlando. Anche nel caso di coniugi separati e divorziati che abitano, verosimilmente per questioni di difficoltà economica, nella stessa casa, il reddito di cittadinanza verrà comunque calcolato su base familiare; il che vuol dire che ci saranno molte donne separate o divorziate che saranno costrette a coabitare, una volta di più, con gli ex partner perché dovranno condividere con questi il reddito di cittadinanza e gli obblighi a esso collegati. Non solo, la richiesta per il benefit dovrà esser fatta da chi in famiglia ha il reddito più alto; stando ai dati, nella maggior parte dei casi sarà l’uomo, che, di conseguenza, almeno per il momento (promettono variazioni in proposito per il 2020…) sarà il titolare della Carta su cui sarà erogato il reddito.

Si tratta dunque di una misura che non sostiene in alcun modo l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne e degli individui tutt@. E sappiamo come ciò costituisca un enorme problema nei casi di violenza domestica, per le donne che intraprendono o vorrebbero intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Una valutazione che dovrebbe essere imprescindibile nel momento in cui si definisce una misura di questo tipo, soprattutto in un paese in cui la famiglia è il teatro principale della violenza maschile contro le donne, in cui 3 femminicidi su 4 sono commessi proprio in ambito familiare (ISTAT, 2018).

Non favorendo l’indipendenza economica, difficilmente, quindi, questo reddito sarà strumento di prevenzione e riscatto dalle discriminazioni, dalle forme di subordinazione e violenza che le donne vivono in famiglia e nel mercato del lavoro.

Ma veniamo ora a cosa accade una volta che si entra in possesso della fatidica Carta RdC. Il reddito di cittadinanza è infatti estremamente condizionato, una misura oltremodo disciplinante e punitiva. Tutti i componenti del nucleo familiare, a seconda delle caratteristiche individuali, saranno obbligati a osservare quanto previsto da un rigido programma di attività settimanali. Gli “abili al lavoro” (sic!) – coloro che non sono disoccupati di lungo periodo e che comunque hanno maggiore probabilità di essere reimpiegati – stipuleranno il “Patto per il lavoro”, che comporterà il presentarsi regolarmente al Centro per l’impiego per accettare progetti formativi, di orientamento e proposte di lavoro. I “non abili al lavoro” (sic!) – disoccupati di lungo periodo, persone con problemi di tossicodipendenza o disturbi psichici – stipuleranno il “Patto di inclusione sociale” e l’intera famiglia dovrà osservare pedissequamente il programma dettato dai servizi sociali. In generale, tutti i beneficiari del nucleo dovranno garantire 8 ore di lavoro gratuito presso i comuni (si stima per un valore di 1,6 milioni di euro), a eccezione di minori, persone con disabilità e di chi svolge già in casa lavoro di cura nei confronti di figli entro i 3 anni, anziani e invalidi, nella maggior parte dei casi, come si sa, le donne. È il workfare nella sua espressione più radicale, combinato con il welfare familistico che caratterizza il Belpaese. Se ancora sulle spalle delle donne cade il peso del lavoro riproduttivo e di cura, nulla viene fatto per liberarle da questo peso, al contrario, viene riconfermato, addirittura avvalorato. Non solo, il lavoro gratuito – neoservile – viene istituzionalizzato.

È sufficiente che un solo componente della famiglia non rispetti il programma per far scattare sanzioni che possono giungere, progressivamente, fino all’intera eliminazione del benefit; o, addirittura, si prevede anche la reclusione da 1 a 6 anni. Si tratta di un programma altamente vigilato, dove ciascun@ è controllato a vista dal proprio navigator e a distanza dalle piattaforme digitali.

Per gli “abili al lavoro”, inoltre, interviene un altro meccanismo perverso di gestione e governo della loro forza-lavoro: quello dell’“offerta congrua”. Più si allunga il tempo di permanenza nel programma, più si amplia il territorio di riferimento delle proposte di lavoro: 100km di distanza da casa nei primi 6 mesi; entro 250 km di distanza dopo il sesto mese; in tutto il paese nel caso di rinnovo del benefit e del programma (dopo 18 mesi). La contraddizione è palese: centralità della famiglia e, però, coazione alla separazione della stessa. Coercizione al lavoro gratuito e sfruttato, pur di “attivare i poveri”, pur di combattere “l’ozio” di chi, come noto, in realtà non smette mai di lavorare, passando da un lavoro precario a un altro, facendo più “lavoretti” contemporaneamente per arrivare a fine mese, in condizioni estreme, prive di tutela, guadagnando nulla; di chi neanche è mai riuscita a entrare nel mercato del lavoro, di chi, oltre a dover fare i suddetti lavoretti di merda, deve anche occuparsi della cura di famigliari e del lavoro riproduttivo dentro casa. È evidente, inoltre, come questo aspetto della distanza proprio dell’“offerta congrua” penalizzi ulteriormente le donne: in assenza di un welfare adeguato, universale e non familistico appunto, per le donne con figli minori sopra i tre anni o con anziani, non invalidi ma comunque a cui dover pensare a casa, sarà assai difficile poter accettare proposte di lavoro a molti km di distanza dalla propria abitazione.

Ma c’è di più. È considerata “offerta congrua” quel salario che supera del 20% l’ultima indennità di disoccupazione percepita dall’ex lavoratrice o lavoratore (già più bassa della retribuzione da lavoro). Ora, se le donne guadagnano mediamente meno rispetto agli uomini, la congrua offerta potrà avere l’effetto di acuire ulteriormente, o comunque di non arginare, i meccanismi di gender pay gap, come anche quelli di dumping salariale che riguardano soprattutto il lavoro migrante. Non solo: considerando che gran parte delle donne non entra proprio nel mercato del lavoro, è ipotizzabile che quel 20% in più sarà calcolato sull’importo mensile del RdC, che però ricordiamo essere un’integrazione al reddito familiare. Nella più rosea delle ipotesi, il salario massimo di riferimento sarà così di 936 euro e magari a centinaia di km di distanza dalla propria abitazione.

Questo reddito di cittadinanza, insomma, si auto-dichiara misura di contrasto alla povertà, ma in realtà finirà per riprodurla, insieme a sfruttamento e subalternità. Il che viene sancito anche dal controllo che ci sarà sulle spese: mensilmente sarà possibile un solo prelievo, di 100 euro per i single e di 210 euro per le famiglie numerose (!!) ed è previsto l’obbligo a spendere tutto il benefit entro la fine di ogni mese (perché in questo modo si vorrebbe far crescere la domanda di consumo). Il diktat è: non puoi risparmiare! Senza possibilità minima di accumulo, è davvero difficile immaginare possibili e minime vie di uscita da condizioni di indigenza. La piattaforma registrerà tutte le spese e il navigator, nella sua funzione di polizia, avrà il compito di segnalare anche le “condotte di consumo non regolari”. Il ministro Di Maio ancora deve spiegarci cosa intende con questa espressione, sono forse le famose “spese immorali”. Noi vorremmo chiedergli se, per esempio, nell’immoralità rientra anche l’accesso alla cultura, all’istruzione, la libertà di scelta delle persone, la vita degna insomma. Rivendichiamo il diritto all’immoralità!

Infine, altri due elementi di riflessione: il primo riguarda il posizionamento di questa misura rispetto alle imprese, a cui, al contrario che ai percettori e alle percettrici del RdC, fa grandi regali, come se non fossero bastati  tutti quelli del precedente governo. Il benefit infatti viene stornato alle imprese attraverso la defiscalizzazione (fino a 18 mesi), qualora esse assumano a tempo indeterminato un/a beneficiario/a del RdC e non lo/la licenzino prima di 24 mesi. Certamente, perché quando si parla di tempo indeterminato, si parla del contratto a tutele crescenti del Jobs Act, privo di articolo 18, dunque rescindibile in ogni momento. Il famoso Decreto dignità non ha infatti intaccato il cuore della riforma del mercato del lavoro più violenta degli ultimi decenni. E se intatte restano precarietà e assenza di tutele, intatto resta il rischio di una maggiore ricattabilità per chi lavora, di una maggiore esposizione per le donne a possibili molestie, violenze e discriminazioni sui luoghi di lavoro.

Del resto – questo il secondo elemento, in sintonia con gli scenari distopici che questo governo ci consegna giorno dopo giorno -, il grande, altro paradosso del RdC sta nel fatto che vorrebbe istituire questo stato di controllo, polizia e umiliazione delle e dei precari attraverso il lavoro di altre e altri precari. Pensiamo in particolare alle lavoratrici e i lavoratori di Anpal servizi che sono proprio ora in mobilitazione. Ma la cosa riguarderà anche i navigator. E quello a cui bisognerebbe guardare, in vista del prossimo sciopero dell’8 marzo ma non solo, è a un’unione delle lotte, tra operatrici e operatori della cosiddetta “industria della ricollocazione” e le/gli utenti, le future e futuri percettrici e percettori del RdC. Per opporsi a questo piano di governo, controllo, segmentazione e sfruttamento della povertà, per tornare a rivendicare il reddito che noi vogliamo, il reddito di autodeterminazione.

Il nostro reddito di autodeterminazione è pensato infatti come strumento di autonomia e liberazione dalla violenza di genere, dalla violenza economica e dalla violenza razzista, dalla precarietà, dallo sfruttamento, dal ricatto del lavoro purché sia. Lo vogliamo pertanto universale e incondizionato, rivolto alla singola persona e non familistico, slegato dalla prestazione lavorativa, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno. Per noi il reddito di autodeterminazione è redistribuzione della ricchezza che quotidianamente produciamo e che quotidianamente ci viene sottratta – altro che guerra a “furbetti”, “oziosi” e “divani”! Garanzia di indipendenza economica per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da relazioni violente, in casa come sul luogo di lavoro; possibilità di rifiutare i lavori di merda, sottopagati, umilianti, possibilità di scegliere, di vivere la vita che vogliamo, di essere felici. Il nostro reddito non regala nulla alle imprese, al contrario, lo vogliamo insieme a un salario minimo europeo, per contrastare i salari da fame e i meccanismi di gender pay gap, di dumping salariale e di segregazione lavorativa delle donne e delle/dei migranti. Lo vogliamo insieme a un welfare universale, gratuito e accessibile a tutt@: non basato dunque sul modello familistico, piuttosto capace di riconoscere garanzie e diritti sociali a tutt@, adeguato alle forme, alle relazioni, ai bisogni, ai desideri, agli stili di vita contemporanei. Servizi laici, gratuiti e non ingerenti rispetto alle scelte di vita delle persone. Infrastrutture sociali in grado di liberare i nostri tempi di vita, di affrontare la questione del lavoro riproduttivo e di cura come un problema che riguarda la società tutta e non soltanto, “naturalmente”, le donne.

Sappiamo quello che vogliamo, siamo in stato di agitazione permanente, l’8 marzo incroceremo di nuovo le braccia in tutto il mondo, che la lotta continui!

Non una di meno Roma

 

 

 

 

 

Non una di meno: l’8 marzo noi scioperiamo!

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L’8 marzo, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono le nostre vite, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, negli ospedali, nelle scuole, dentro e fuori i confini.

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!

Scioperiamo in tutto il mondo contro l’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo. Chiamiamo chiunque rifiuti quest’alleanza a scioperare con noi l’8 marzo. Dal Brasile all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi alla libertà di abortire vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e rom. Patriarcato e razzismo sono armi di uno sfruttamento senza precedenti. Padri e padroni, governi e chiese, vogliono tutti «rimetterci a posto». Noi però al “nostro” posto non ci vogliamo stare e per questo l’8 marzo scioperiamo!

Scioperiamo perché rifiutiamo il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne, strumentalizzando i figli. Combattiamo la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista. Non sopportiamo gli attacchi all’«ideologia di genere», che nelle scuole e nelle università vogliono imporre l’ideologia patriarcale. Denunciamo il finto «reddito di cittadinanza» su base familiare, che ci costringerà a rimanere povere e lavorare a qualsiasi condizione e sotto il controllo opprimente dello Stato. Rifiutiamo la finta flessibilità del congedo di maternità che continua a scaricare la cura dei figli solo sulle madri. Abbiamo invaso le piazze di ogni continente per reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà.

Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Queste parole d’ordine raccolgono la forza di un movimento globale. L’8 marzo noi scioperiamo!

Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero, svuotata da anni di politiche sindacali concertative. Dobbiamo lottare perché chiunque possa scioperare indipendentemente dal tipo di contratto, nonostante il ricatto degli infiniti rinnovi e l’invisibilità del lavoro nero. Dobbiamo sostenerci a vicenda e stringere relazioni di solidarietà per realizzare lo sciopero dal lavoro di cura, che è ancora così difficile far riconoscere come lavoro.  Invitiamo quindi tutti i sindacati a proclamare lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo e a sostenere concretamente le delegate e lavoratrici che vogliono praticarlo, convocando le assemblee sindacali per organizzarlo e favorendo l’incontro tra lavoratrici e nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. Lo sciopero è un’occasione unica per affermare la nostra forza e far sentire la nostra voce.

Con lo sciopero dei e dai generi pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività e affermiamo il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex. Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti.

Con lo sciopero dei consumi e dai consumi riaffermiamo la nostra volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali.

Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne.

«Non una di meno» è il grido che esprime questa forza e questa voce. Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!

 

*Immagine di copertina di MP5

 

Huelva: molestie e sfruttamento

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Italiano

In Spagna è stata archiviata la causa contro un produttore di fragole di Huelva. Quattro braccianti di origine marocchina, impiegate per la stagione della raccolta, lo avevano accusato di molestie sessuali, abusi e violazione delle leggi sul lavoro. Il giudice incaricato del caso ha giustificato la sua decisione dichiarando che le accuse erano “ingiustificate”, come riportato da Huelva Información.

Il Sindicato Andaluz de Trabajadores SAT ha condannato la decisione. Il segretario generale Óscar Reina Gómez ha detto a BuzzFeed News: “Questa situazione è ingiusta perché rende le lavoratrici marocchine vulnerabili. Riguarda le vittime di abusi sessuali e stupri così come le braccianti che vengono in Spagna a lavorare e non hanno una sicurezza legale che garantisce loro di vedere rispettati i diritti umani e la sicurezza sul lavoro. È una vergogna. La giustizia in Spagna è ancora sessista”.

Il governo marocchino ha annunciato, la scorsa settimana, che 20mila braccianti stagionali verranno mandate in Spagna per il prossimo periodo di raccolta delle fragole e dei frutti rossi (nel 2019), il numero più alto di sempre.

Le giornaliste Stefania Prandi e Pascale Mueller si sono occupate, con un’inchiesta internazionale, confluita in Italia nel libro Oro Rosso, Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo (Settenove) dei casi di molestie sessuali, ricatti, abusi e stupri contro le braccianti nel Mediterraneo.

I multimedia “Rape in the fields (qui una versione in in spagnolo) per BuzzFeed News Deutschland e Correctiv hanno portato alla luce il fenomeno dello sfruttamento sessuale e lavorativo delle braccianti in Spagna, Marocco e Italia. L’inchiesta, durata oltre due anni, che ha ripercorso anche la catena della grande distribuzione, conta oltre 100 interviste

L’inchiesta ha portato all’avvio di un dibattito pubblico in Marocco e in Spagna, dove è stata discussa dal parlamento e dal procuratore generale dell’Andalusia. Tra maggio e giugno diverse braccianti hanno denunciato i loro datori di lavoro e in centinaia hanno manifestato per le strade di Almonte e Huelva.

La catena di supermercati Aldi Süd ha rimosso le fragole delle compagnie sotto accusa come reazione all’inchiesta giornalistica. All’inizio di giugno 2018 migliaia di persone in oltre sei diverse città della Spagna, da Barcellona a Siviglia, hanno manifestato per protestare contro le violenze e gli abusi delle braccianti.  Uno dei certificatori globali, il Global G.A.P. ha annunciato l’apertura di un’indagine

10 braccianti di origine marocchina hanno denunciato il loro datore di lavoro, il “padrone” produttore di fragole di “Doñana 1998”, alla fine di luglio 2018 July 2018. Tra le diverse accuse, molestie sessuali e stupro. Non si capisce ancora se il caso archiviato riguardi questa azienda. BuzzFeed Germania ha contattato gli avvocati per avere dettagli che non trapelano dalla stampa spagnola.

***

English

A Spanish court closed the preliminary investigation against a strawberry producer in Huelva. Four women accused him of sexually molesting and abusing them and violating labor laws. The judge in charge justified the decision by stating that the allegations were “unjustified”, as reported by Huelva Información.

Spanish trade unionist were very disappointed in the decision. The chairman of the union SAT, Sindicato Andaluz de Trabajadores, Óscar Reina Gómez, said to BuzzFeed News: “This is an unfair situation because it makes the Moroccan workers vulnerable. It affects the victims of sexual abuses and rapes as well as those who come here (to Spain) to work and do not have legal security that guarantees their human rights and human and labour security. It is a shame”. The Moroccan government announced the past week that 20,000 women seasonal workers will go to Spain for the upcoming harvest season (2019).

The court’s decision means great insecurity, less rights and respect for future workers. “Justice in Spain is characterized by sexism,” says Reina Gomez.

Journalists Stefania Prandi and Pascale Mueller investigated the supply chain of the products that women workers in the Mediterranean harvest and found that the tomatoes and strawberries are being sold as “safe and sustainable” in European supermarkets.

Their multimedia feature “Rape in the fields” (here’s a version in German, here’s a version in Spanish) for BuzzFeed News Deutschland and Correctiv revealed for the first time widespread sexualised violence, coercion and harassment of female farm workers in Spain, Italy and Morocco. They investigated the supply chain of the products these women harvest and found that the tomatoes and strawberries are being sold as “safe and sustainable” in European supermarkets. During the two years investigation they spoke to over 100 affected women in Spain, Morocco and Italy. They discovered widespread rapes, blackmail, harassment and labor rights abuses.

The publication led to a major public debate in Morocco and Spain. The investigation was discussed in the Spanish Parliament, the Andalusian Prosecutor General’s Office initiated investigations, at least two men were arrested. Between late May and early June, dozens of women reported their employers to the police and hundreds of women demonstrated in Almonte and Huelva.

German supermarket chain Aldi Süd removed strawberries from accused companies as a reaction to the investigation. At the beginning of June 2018, thousands of people in more than six different cities throughout Spain, including Barcelona, Granada and Seville, took to the streets to protest against the exploitation and abuse of agricultural workers.

One of the world’s leading food certifiers, Global G.A.P. announced an investigation into the matter. 10 female workers employed in Spain from Morocco had reported their employer, the strawberry producer “Doñana 1998”, at the end of July 2018. Among other things, the women accused their superiors of sexual harassment and in one case of rape. On 14th of December 2018 BuzzFeed News has contacted the lawyers of these ten women to see if the case dismissed in the past days is the same case.

http://revista.lamardeonuba.es/el-movimiento-feminista-de-huelva-muestra-su-preocupacion-por-el-archivo-del-caso-de-las-cuatro-mujeres-que-denunciaron-acoso-sexual-en-una-finca-de-almonte/

Testo a cura di Stefania Prandi

“MIRA COMO NOS PONEMOS” (Guarda come diventiamo)!

MIRA COMO NOS PONEMOS

La traduzione dell’appello lanciato dalle attrici argentine per denunciare lo stupro contro l’attrice Thelma Fardin. Di fronte a “MIRA COMO ME PONES” (guarda come me lo fai diventare duro), noi rispondiamo “MIRA COMO NOS PONEMOS” (guarda come diventiamo) poiché siamo forti e unite e, di fronte alla tua violenza e alla tua impunità, noi stiamo insieme.

CONFERENZA DELLE ATTRICI ARGENTINE

La collettiva delle attrici argentine hanno convocano questa conferenza stampa per accompagnare la denuncia penale presentata in Nicaragua nell’Unità Specializzata di Delitti contro la Violenza di Genere ad effettuata dalla nostra compagna Thelma Fardin contro Juan Dartes.

Da tempo stiamo lavorando, realizzando regolarmente assemblee nelle quali riflettiamo sugli argomenti in relazione con i nostri lavori. Queste assemblee ci danno la possibilità di poter parlare e raccontare ciò che ci accade. È per questo oggi siamo qui

Come già sappiamo il movimento delle donne e di tutte le altre diversità di genere e orientamento sessuale  si propone di sradicare il regime di violenza ed impunità sostenuto tanto dallo stato, come in ogni spazio in cui si giocano relazioni di potere. Violenze e impunità presenti nei nostri lavori e nei luoghi di formazione.

Il prezzo che ci è stato imposto nel momento in cui abbiamo scelto questa  professione è stato quello del silenzio e della sottomissione. Secondo un’indagine recente di SAGAI (Società Argentina di attori), il 66% delle attrici hanno affermato essere stata vittima di molestia e/o abuso sessuale nell’esercizio della professione. Sembra più una regola che un’eccezione. Perché, Chi denunciamo? Al capo del casting? Al produttore? Al direttore dell’opera o del film? All’insegnante di teatro?

Sappiamo che questo è un fenomeno che ha scosso profondamente il mondo dello spettacolo ed è funzionale allo stesso. Oggi diciamo Basta. Ascoltateci: il tempo dell’impunità per lo stupratore deve finire.

Noi attrici siamo ignorate quando denunciamo ed esponiamo gli abusi.  Sistematicamente si dubita di quello che raccontiamo, delle nostre prove. Nel lavoro siamo isolate di fronte a esperienze traumatiche che sono narrate come naturali, e che a volte necessitano degli anni per diventare parole. Intanto, lo stupratore parla, agisce e lavora con totale impunità, e pretende di rendere le vittime responsabili del suo abuso.

Nel nostro contesto, l’oppressione e l’oggettivazione sono moneta corrente. Si erotizzano e si sovraespongono ragazze adolescenti nell’industria dell’intrattenimento. Non siamo quasi mai protette da chi ci contratta. Ad esempio, fanno partire minorenni in tour senza tutela sufficiente ed adeguata. Non ci sono protocolli d’azione di fronte a casi d’abuso; e la lista è interminabile.

Abbiamo bisogno di attrezzarci per affrontare queste questioni che inoltre sono accentuate dalla precarietà e dalla mancanza di lavoro.

Contro tutte queste forme di violenza e perché questo cambi, ci mettiamo a lavorare già da oggi, da ora per dare questa battaglia.

Dove la giustizia e lo Stato impediscono, respingono, ritardano, stigmatizzano le vittime o emettono sentenze in modo aberrante a favore dei criminali, come nel caso di Lucía Perez, noi ci convochiamo per dire basta. Perché il tempo del silenzio si è finito.

Deploriamo che alcuni mezzi cerchino di deviare l’attenzione verso il lato più morboso dei conflitti mentre tacciono le problematiche di lavoro. Diventano complici. Chiediamo ai giornalisti e alle giornaliste responsabilità nell’ affrontare quest’argomenti.

Gli stupratori hanno il privilegio di utilizzare il sistema di giustizia per disciplinarci. Cercano di farci tacere avviando cause per risarcimento danni o denunce penali contro coloro che osano rompere il silenzio e intanto le vittime soffrono le archiviazioni, i ritardi, i cattivi trattamenti e la mancanza di credibilità da parte del sistema giudiziario.

Thelma ha potuto denunciare penalmente il suo aggressore ma altre compagne che hanno raccontato essere state violentate dallo stesso aggressore, non hanno potuto procedere con la denuncia.

Incoraggiare a fare una denuncia è un atto di alto rischio quando il potere giudiziario ci accusa chiedendo come ci vestiamo, quale tipo di vita conduciamo o se provochiamo gli attacchi.

Di fronte a questo maltrattamento, questa indifferenza e questo modo di zittirci nella giustizia, noi attrici ci organizziamo.

Di fronte a “MIRA COMO ME PONES” (guarda come me lo fai diventare duro), noi rispondiamo “MIRA COMO NOS PONEMOS” (guarda come diventiamo) poiché siamo forti e unite e, di fronte alla tua violenza e alla tua impunità, noi stiamo insieme.

Che si faccia giustizia per la nostra compagna e per tuttu.

Questo è appena iniziato

Argentina dicembre 2018

 

Contro la violenza,di genere e ambientale, cambia il sistema, sovverti il capitale!

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Il 24 novembre  dopo due anni di lotte in 150.000 abbiamo sfilato a Roma arrivando da più di 20 città e il 25 abbiamo dato vita a una grande e partecipata assemblea nazionale dando prova della nostra forza vitale, della nostra capacità di mobilitazione, della nostra autonomia, della radicalità del nostro percorso politico e del radicamento del nostro movimento nei territori.

 L’8 dicembre #agitazionepermanente per la messa in sicurezza dei territori contro le grandi opere inutili e dannose e sul clima .

Il cambiamento  climatico si traduce nell’aumento delle oppressioni e diseguaglianze per le quali intere popolazioni (umane e non) sono costrette  a spostarsi trovando sofferenza, morte e confini sbarrati.

Come movimento femminista e transfemminista conosciamo bene la violenza ambientale. Il Piano di Non Una Di Meno ha riconosciuto il biocidio e la devastazione ambientale come una delle espressioni della violenza patriarcale contro i corpi delle donne e delle soggettività LGBPT*QIA, degli animali non umani, della terra.
Una violenza sistemica, che si fonda in tutti gli ambiti del vivere su logiche di proprietà e sfruttamento del capitalismo estrattivista e del patriarcato in cui i corpi oppressi di animali umani e non e la terra sono al contempo “femminilizzati” e “naturalizzati”. Si sfrutta la terra per soddisfare la crescente domanda di consumo indotta, riproducendo l’idea che lo sviluppo corrisponda alla crescita economica. Una violenza che invisibilizza e criminalizza le lotte per la difesa delle risorse (terra, acqua, aria, boschi,…), per il diritto alla libertà e all’autodeterminazione sui nostri corpi.

Non possiamo non vedere come in diverse parti del mondo si stiano affermando governi reazionari e autoritari che promuovono politiche di dominio sui corpi e sull’ambiente considerati risorse sfruttabili e a disposizione. Allo stesso tempo, non possiamo non vedere come le donne e le comunità native siano ovunque in prima fila nella resistenza contro lo sfruttamento neoliberale delle risorse (dalle attiviste Mapuche e Guaranì in america del sud, alle mamme della Terra dei Fuochi a quelle NoPfas, No TAP e NO TAV,….) e nella sperimentazione di nuove forme di autodeterminazione e autogestione dei territori, di condivisione del lavoro di cura e di riproduzione, di un modello di vita sostenibile e alternativo al modello capitalista antropocentrico e androcentrico.

Stiamo vivendo una politica caratterizzata da un patriarcato fortemente violento, razzista, sessista, transomofobo e abilista, incubatore di quella saldatura tra la Lega, neofascisti e fondamentalisti cattolici che, nelle amministrazioni locali e al governo del Paese, cerca agibilità politica proprio sui nostri corpi, attraverso forme di oppressione, strumentalizzazione, imposizione di modelli e negazione di diritti e libertà.

Portiamo nelle piazze dell’8 dicembre la radicalità di un punto di vista femminista e transfemminista nel nostro cammino verso l’8 marzo, giornata dello sciopero globale femminista durante la quale praticheremo forme nuove di sciopero di genere e dai generi, dal lavoro produttivo e riproduttivo, ma anche dai consumi e dalle grandi opere in nome dell’ecofemminismo per costruire pratiche di alternative a questo sistema.

Le manifestazioni dell’8 dicembre rappresentano un’occasione importante di presa di parola a partire dai nostri contenuti e di risignificazione in chiave femminista di una mobilitazione che ci appartiene.

Una presa di parola anche nei confronti di una narrazione mediatica mainstream che invisibilizza la radicalità dei percorsi femministi e antirazzisti mentre esalta la cosiddetta “rivoluzione gentile” (e neoliberale) delle donne imprenditrici torinesi a sostegno della realizzazione del TAV, opera inutile e dannosa a cui da oltre trent’anni le comunità della Val Susa, e non solo, si oppongono con fermezza e determinazione.

Cambiamo il sistema, non il clima

Assemblea transterritoriale Terra Corpi Territori e Spazi urbani di Non Una di Meno

Mail: retecorpieterranudm@gmail.com

Scarica il volantino

24 e 25 Novembre 2018: Report dell’Assemblea Nazionale di Non una di meno

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Da ormai 3 anni il movimento femminista e transfemminista in Italia e nel mondo è potente e in costante trasformazione.
Esprime radicalità condivisa, autonomia e radicamento nei territori e si afferma come spazio di costruzione di alternativa e motore di conflitto permanente e intersezionale contro la violenza.

La fase politica attuale è segnata da un’avanzata autoritaria e reazionaria e dalla saldatura tra le politiche neoliberiste e l’ordine patriarcale e razzista. In Italia, come nel mondo, l’attacco ideologico in atto ha pesanti ricadute materiali. In questo contesto il movimento femminista globale apre lo spazio di un grande processo di soggettivazione politica ma anche di ricomposizione.

Lo Stato di agitazione permanente lanciato a Bologna durante l’assemblea nazionale di Non Una di Meno del 6-7 ottobre è rapidamente diventato un dispositivo potente di mobilitazione e di moltiplicazione delle lotte nei territori. È un processo di opposizione alle politiche sessiste e razziste del governo che non disperde, ma anzi potenzia la capacità affermativa, produttiva e trasformativa della presa di parola femminista e transfemminista. Un’opposizione che pratichiamo e che continueremo a praticare a partire dall’elaborazione collettiva costruita in questi 3 anni e concretizzata nel Piano Femminista che ha anticipato le risposte alle politiche patriarcali, razziste, neoliberali e securitarie, del governo giallo verde. Un’opposizione che, proprio grazie all’analisi e alle proposte che avanziamo, mette in luce sia le continuità con i governi precedenti che le radicalizzazioni e le oppressioni portate avanti da questo esecutivo.

A partire dal Piano Femminista costruiremo lo sciopero femminista dell’8 marzo e daremo corpo e sostanza alle rivendicazioni e alle battaglie aperte contro il Ddl Pillon, il decreto Sicurezza, il reddito di cittadinanza, l’attacco all’aborto libero, sicuro e gratuito. Lo sciopero sarà politico e globale, darà voce a chi si oppone con tutte le sue forze alle politiche reazionarie che in ogni parte del mondo cercano di schiacciare chi quotidianamente lotta contro la violenza di questa società.

Come movimento femminista sveliamo la relazione tra il razzismo istituzionale e la violenza sulle donne, frutto di uno stesso paradigma e risultato della saldatura tra destra di governo, neofascisti e fronte cattolico pro-life che passa anche attraverso le mozioni antiabortiste proposte nei consigli comunali. Anche in questo caso non ci limitiamo a reagire contro le pretese della Chiesa sui nostri corpi ma riaffermiamo la nostra autodeterminazione rivendicando molto più di 194.

Costruiamo reti solidali e pratiche efficaci contro le molestie e le discriminazioni sui posti di lavoro, contro il ricatto della precarietà e della dipendenza economica. Rivendichiamo reddito di autodeterminazione, salario minimo europeo e welfare universale contro le misure economiche e sociali del governo. Rivendichiamo la varietà delle nostre reti affettive contro l’eteronormatività del decreto Pillon. Rivendichiamo la possibilità per tutte di muoversi e di restare: contro la violenza dei confini e il ricatto della clandestinità rivendichiamo un permesso di soggiorno europeo, il diritto di asilo e la cittadinanza senza condizioni. Rivendichiamo la libertà da stereotipi, condizionamenti e ruoli sociali imposti, costruiamo spazio pubblico femminista nelle città, sui media, nelle scuole e nelle università.

Riaffermiamo l’arma dello sciopero femminista – sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, sciopero dai e dei generi, sciopero dal lavoro sessuale, sciopero ecofemminista e del consumo – come processo di attivazione politica e sociale per le donne ma anche per tutte le soggettività precarie, migranti, trans*, lesbiche, e chiunque non si adegua ai modelli di sessualità dominanti. Rilanciamo la forza collettiva dello sciopero anche come possibilità di sperimentazione di tempi di vita diversi, e pratiche di condivisione e liberazione.

Intendiamo lo sciopero come uno strumento da reinventare per essere all’altezza di questi percorsi e di queste pratiche.

Bloccare produzione e riproduzione sociale significa scioperare nei luoghi di lavoro, nelle relazioni di cura ma anche radicarsi nei territori, significa preparare lo sciopero stando in piazza nei momenti decisivi con la forza delle nostre parole e delle nostre pratiche.

Proprio per costruire lo sciopero è stata individuata l’esigenza di articolare in modo diffuso spazi di elaborazione e confronto sulle pratiche (case dello sciopero), per organizzare lo sciopero, per immaginare insieme forme efficaci e concrete di astensione dal lavoro autonomo, informale, gratuito e riproduttivo, strategie di sottrazione dal ricatto del permesso di soggiorno e della precarietà attraverso la costruzione di casse di mutuo soccorso altre pratiche di solidarietà, cosi come luoghi e strumenti di alfabetizzazione sindacale sul diritto di sciopero (anche riprendendo vademecum, grafiche e video). A tal fine ci proponiamo di costituire un gruppo di lavoro e di raccordo tra le assemblee territoriali che si occupi praticamente di informare e supportare le lavoratrici che vorranno scioperare.

A partire dalla consapevolezza che lo sciopero è un diritto delle lavoratrici, la convocazione dello sciopero generale parte da noi e da questa assemblea: lanceremo lo sciopero con un appello potente che a partire dal lavoro femminile e femminilizzato interpella tutti quei soggetti che si oppongono alla violenza maschile e di genere, alla precarietà e al razzismo. Convochiamo lo sciopero dell’8 marzo a partire dalla forza accumulata in questi tre anni di mobilitazione, dallo stato di agitazione permanente espressa nei territori e nella marea femminista. Con questa forza e determinazione costruiamo lo sciopero e il confronto con i sindacati, nel segno della riappropriazione di uno strumento di lotta da parte delle lavoratrici, che apre contraddizioni anche interne ai sindacati stessi. Affermiamo la necessità, quindi, che i sindacati si facciano strumento di un processo di opposizione e costruzione di alternativa che parte dai soggetti e li veda protagonisti al di là delle organizzazioni e delle strutture sindacali.

In questa ottica incalziamo i sindacati perché sappiano mettersi al servizio dello sciopero femminista, garantendo la possibilità concreta di praticarlo in ogni settore produttivo. Cogliamo, quindi, l’invito al congresso della Fiom, come occasione per porre alle lavoratrici che saranno presenti lo sciopero come proposta politica da sostenere in forme non simboliche ma effettive.

Si mette a verifica la possibilità di costruire un meeting internazionale sullo sciopero globale delle donne che ci dia la possibilità di un confronto politico anche sulle pratiche e sul processo della sua costruzione, creando le condizioni di un rafforzamento della rete oltre i confini nazionali.

Il meeting internazionale potrà anche essere l’occasione per un ulteriore confronto anche nazionale, che incornici la nostra iniziativa nel quadro globale.

Ci volete sottomesse, ricattate e sfruttate, noi scioperiamo!

La marea che sale e arriva ovunque traboccherà l’8 marzo. Saremo tempesta…
Non Una di Meno

 

24 novembre Non una di meno in piazza

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Il 24 Novembre saremo di nuovo pronte ad attraversare la città di Roma con un corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne, la violenza di genere, la violenza e l’uso strumentale di razzismo e sessismo e la violenza del sistema economico.

Condividiamo con tuttx le indicazioni emerse nel corso delle nostre assemblee locali e nazionali di costruzione delle giornate del 24 e del 25, per permetterci ancora di rendere questo corteo e questa giornata piena di dirompenti pratiche femministe.

La manifestazione nazionale, come ribadito in più occasioni, sarà aperta dalle donne e dalle soggettività lgbt*qia+ con i loro corpi liberi in #statodiagitazionepermanente, la loro creatività ed intelligenza e dal desiderio di riconoscersi e di autodeterminarsi, una apertura che esprima tutta la potenza del movimento femminista cresciuta e sedimentata in questi anni, oltre la ritualità del 25 novembre. 

Questa apertura esprime la capacità di essere al centro della lotta di liberazione contro le molteplici linee di potere e di oppressione che ci attraversano.

Vogliamo che l’apertura delle donne e dei centri antiviolenza sia una scelta rispettata da tuttx, ma soprattutto determinata ed agita con noi proprio in ragione del desiderio di essere al nostro fianco quel giorno.

Seguirà il camion più grande e la parte di corteo aperto a tutte le soggettività alleate che lottano al nostro fianco e a tuttx coloro che vorranno condividere con noi, pensieri, riflessioni interventi. Un camion per ospitare performance artistiche e per far parlare le tante voci che animeranno il corteo.

Un altro camion animerà la seconda parte del corteo. Ci sarà anche uno spazio pit-stop itinerante organizzato da MOM, per genitori e bimbx: un furgoncino giallo con cuscini e zona morbida dove potersi riposare, allattare, cambiare un pannolino.

Saremo marea, senza spezzoni di organizzazioni politiche e sindacali.
Chiediamo a tutte di scendere in piazza con pañuelos fuxia e altre caratterizzazioni femministe, ma senza simboli e bandiere, per ribadire ancora una volta che il soggetto protagonista di questo movimento sono le donne nelle molteplici identità e non identità che le attraversano.

Appuntamento H 14 Piazza della Repubblica

Qui tutte le info delle giornate del 24 e 25 novembre.