NON UNA DI MENO: PRIMO LUGLIO TRANSFEMMINISTA E TRANSNAZIONALE CONTRO L’ATTACCO PATRIARCALE

Il primo luglio – la data ufficiale di uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul – Non Una di Meno si unirà alle proteste in Turchia, nell’Europa dell’Est e non solo. Ecco l’appello di Non Una di Meno.

In Italia, in Europa e in tutto il mondo, l’attacco patriarcale e la violenza contro le donne e le soggettività LGBT*QIA+ continuano a intensificarsi. Sappiamo bene che la violenza si manifesta in ogni ambito della nostra vita e in moltissime forme, e di cui i femminicidi sono solo quella più visibile. 𝗦𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟰𝟱 𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝘂𝗰𝗰𝗶𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗻𝗼.

Eppure, mentre il Piano nazionale antiviolenza è scaduto ormai da mesi, il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per una trasformazione culturale radicale e per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza.

Mancano ore di 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲 e 𝗮𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲, manca formazione a tutte quelle figure che operano e lavorano con le persone giovani. Intanto la crisi conseguente alla pandemia ci colpisce ferocemente. Il blocco dei licenziamenti non è riuscito a preservare i nostri posti di lavoro: a dicembre 2020, infatti, 𝘀𝘂 𝟭𝟬𝟭𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗯𝗲𝗻 𝟵𝟵𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲; l’imminente sblocco dei licenziamenti non potrà che peggiorare questa situazione, dimostrando ancora una volta come il peso della pandemia e le sue conseguenze economiche ricadano soprattutto sulle nostre spalle. A tutto questo il governo risponde con la promozione di politiche autoimprenditoriali per le donne, lo sfruttamento mascherato da ‘formazione permanente’ e briciole di welfare familistico.

Il Family Act fa della maternità l’unico legittimo canale di accesso a sussidi miseri e razzisti, perché per beneficiarne sono necessari criteri di residenza che escludono la maggior parte delle persone migranti, mentre d’altra parte Draghi non si fa scrupoli a scendere a patti con quelli che lui stesso ha definito dittatori per ostacolare in ogni modo la libertà di movimento.

Quella prevista dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è una vera e propria pianificazione patriarcale e familistica di uscita dalla crisi pandemica, che presenta il lavoro da casa come ultima frontiera della conciliazione tra lavoro e famiglia, ma per noi significa reperibilità continua, orari che si estendono all’infinito senza un’adeguata retribuzione, spese a nostro carico. Lavorare da casa quando bisogna farsi carico del lavoro domestico e di cura per noi vuol dire uno sfruttamento sempre più intenso.

I licenziamenti, le discriminazioni, i ricatti, le molestie sul lavoro sono una delle facce con cui la violenza patriarcale si manifesta nelle nostre vite.𝗦𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗮 𝗴𝗮𝗿𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗿𝗲𝗱𝗱𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗱𝗲𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝘀𝘃𝗶𝗻𝗰𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 qualsiasi governo non farà altro che riempirci di vuote parole di indignazione contro i femminicidi.

La violenza patriarcale si manifesta nei continui attacchi alla libertà di decidere sui nostri corpi e sulle nostre vite, al diritto all’aborto, in tutte quelle narrazioni che ci vorrebbero ancorare al ruolo di madri e mogli nella famiglia tradizionale e eterosessuale, come quella messa in scena dal primo ministro Draghi nella vergognosa passerella degli Stati Generali della Natalità. L’altra faccia di questa riaffermazione della maternità come destino naturale per lə donnə è l’opposizione reazionaria al DDL Zan. Anche se si tratta di una proposta insufficiente ad arginare la violenza omolesbobitransfobica e le sue cause sociali, per noi è del tutto inaccettabile che venga attaccata in nome dei diritti delle donne.

L’opposizione al 𝗗𝗗𝗟 𝗭𝗮𝗻 è l’insopportabile tentativo di difendere quella famiglia patriarcale dentro la quale si consuma quotidianamente la violenza maschile e di genere che schiaccia le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere identificate con ruoli, generi e posizioni in cui non si riconoscono. Quest’ordine basato sulla violenza è lo stesso che noi donne, lesbiche, trans, froce, bisessuali, persone intersex e migranti sfidiamo ogni giorno con le nostre vite e la nostra libertà.

Proprio in questo contesto di attacco globale alle donne e alle persone LGBT*QIA+, il 26 marzo Erdogan ha decretato l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Pochi giorni dopo, la Polonia ha dichiarato di voler scrivere una Convenzione alternativa, basata sulla centralità della famiglia, e ha proposto di estenderla ad altri paesi dell’Est europeo. Sono due episodi di un unico contrattacco patriarcale contro donne e persone LGBT*QIA+ che ci riguardano direttamente e ci chiamano in causa. La Convenzione di Istanbul è il primo trattato internazionale giuridicamente vincolate per gli stati che l’hanno ratificato: per questo motivo è un documento scomodo.

I partiti ultra conservatori accusano la Convenzione di indebolire la famiglia tradizionale, di incrementare i divorzi e di favorire le rivendicazione delle comunità LGBT*QIA+. Una strumentalizzazione ideologica per nascondere un dato sempre più evidente, ossia che l’unità familiare spesso si basa sulla violenza e sulla sottomissione dellə donnə. La Convenzione richiede agli stati di intervenire contemporaneamente su protezione delle vittime, procedimento contro i colpevoli, prevenzione e politiche integrate. Al di là dei paesi che minacciano il proprio ritiro dalla Convenzione, è grave anche la situazione di quei paesi che, pur avendo ratificato il trattato, non lo stanno rendendo pienamente attuativo, come accade in Italia. Gli obiettivi di leggi e convenzioni promosse per prevenire sono spesso disattesi non solo per mancanza di fondi ma per una precisa volontà politica di non affrontare il problema alla radice.

La violenza istituzionale evidente nei tribunali che continuano ad avvalorare una teoria ascientifica come la 𝗣𝗔𝗦, consentono ai padri violenti e/o abusanti l’affidamento d* figlə a discapito delle donnə che coraggiosamente li hanno denunciati.𝗣𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 – 𝗹𝗮 𝗱𝗮𝘁𝗮 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗼𝗻𝘃𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗜𝘀𝘁𝗮𝗻𝗯𝘂𝗹 – 𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼 𝘀𝗶 𝘂𝗻𝗶𝗿𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘀𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮, 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘀𝘁 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼.

Con la stessa rabbia che ci ha animate nelle strade di 𝗩𝗲𝗿𝗼𝗻𝗮 𝗖𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗧𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮, quando abbiamo contestato il World Congress of Family, scenderemo ancora una volta in piazza: saremo parte della mobilitazione transnazionale lanciata dai movimenti delle donne e delle persone LGBT*QIA+ in Turchia e della rete E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational, in connessione con le mobilitazioni femministe e transfemministe contro la violenza maschile e di Stato in America Latina, per dire chiaramente che non accetteremo di pagare l’uscita dalla crisi sociale pandemica al prezzo della nostra libertà. Insieme ai 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗶 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗟𝗚𝗕𝗧*𝗤𝗜𝗔+ che da mesi portano avanti la lotta per reclamare #𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼𝗽𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗮𝗻, insieme alle lavoratrici, lə sex workers e le persone migranti che stanno combattendo contro l’impoverimento della loro esistenza e il razzismo, vogliamo costruire una giornata di mobilitazione che tracci la strada delle nostre lotte e alleanze future. Il messaggio deve essere chiaro ancora una volta: non abbassiamo la testa, non restiamo in silenzio!

𝗦𝗘 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗨𝗡* 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗧𝗨𝗧𝗧*
𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼

#civogliamovive
#civogliamolibere

👇 A breve condivideremo tutte le iniziative in molte città!


🔻 Stay tuned 🔻Grazie a Vittorio Giannitelli per averci concesso di usare la sua foto, scattata a Verona durante Verona Città Transfemminista.

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