Report tavolo “Narrazioni della violenza attraverso i media” (assemblea nazionale 27nov Roma)

I lavori del tavolo “Narrazioni della violenza attraverso i media” sono partiti analizzando la comunicazione sul tema della violenza in un’ottica transmediale: dall’informazione alla pubblicità, dalle serie televisive alle canzoni, c’è un sostrato strutturale di rape culture, una cultura che tollera, legittima, persino alimenta la violenza (maschile) contro le donne.

Nella carrellata di immagini pubblicitarie che abbiamo visionato (alcune visibili qui), la violenza di genere viene (an)estetizzata: dai corpi femminili privi di vita o sottoposti a violenza è rimossa ogni traccia di dolore e sofferenza, i corpi appaiono in salute e belli, diventano oggetto di contemplazione, spesso nella forma di spettacolo erotico, destinato ad uno sguardo maschile eterosessuale (benché si usi questa tecnica per promuovere generi commerciali destinati a un pubblico femminile, come l’abbigliamento).

L’(an)estetizzazione contribuisce ovviamente alla normalizzazione, accettabilità, persino desiderabilità sociale della violenza sulle donne.

Dalle pubblicità commerciali alle canzoni di Rihanna ed Eminem fino agli articoli di giornale sui casi di femicidio c’è una straordinaria coerenza di costruzione discorsiva, in cui la violenza sulle donne è raccontata dal punto di vista di chi la esercita e sublimata come parte del “mito fusionale”, dell’ideologia dell’amore romantico/passionale: l’uomo che agisce violenza viene rappresentato come ‘innamorato’ della vittima, il movente è la gelosia, ritenuta una “passione sana” (al contrario della violenza che è morbosa od eccessiva) oppure l’incapacità di accettare la separazione, raccontata con modalità che producono empatia ed assoluzione, deresponsabilizzando e legittimando l’autore della violenza. Un altro frame spesso impiegato è quello della relazione conflittuale, che giustifica una violenza letale come reazione a una discussione e sposta la responsabilità dall’aggressore all’intera dinamica di coppia, di fatto alludendo alla corresponsabilità della vittima. In ogni caso, nonostante l’impiego del termine femminicidio sia aumentato da 4 articoli nel 2006 a 5000 articoli nel 2013, il modo di affrontare e descrivere il fenomeno rimane ancorato alla percezione della violenza come questione individuale.

Anche nelle campagne di comunicazione sociale permangono diversi stereotipi, tra cui la vittimizzazione della donna, rappresentata come passiva, inerme, e l’irrapresentabilità del maschio  violento, assenza, ombra, fantasma, se non mostro, strategie che servono ad allontanare la violenza come “altro da noi”. Abbiamo invece ribadito la necessità del partire da noi, di costruire altre narrazioni della violenza, e abbiamo visionato insieme alcune buone pratiche ed esperienze positive sul terreno della produzione di immaginario, nate in campo educativo (il video “Questo non è amore” e la campagna “Che cos’è l’amor”, è stato citato anche il lavoro educativo/comunicativo della campagna NoiNo.org sul maschile ragionando su come lavorare sulla rappresentazione del maschile). È stato ribadito che il nostro lavoro deve puntare a rinnovare e ridefinire il discorso, uscendo dalle trappole narrative di questo ordine discorsivo, rifiutando il paradigma psicopatoligizzante, allarmistico ed emergenziale, e chiedendoci cosa ha da dare la parte maschile su questo e con quale strumenti possiamo combattere contro la microfisica della violenza che innerva le nostre vite.

Per la stesura degli obiettivi inerenti il tema Narrazioni del Piano antiviolenza femminista che Non Una Di Meno scriverà nei prossimi mesi, è stato proposto di partire da quello che esiste,  (Convenzione di Istanbul, Cedaw, Rapporto Ombra Cedaw) e dalle buone pratiche solo in parte raccontate oggi che vorremmo raccogliere, sistematizzare e far confluire in una pagina web ad hoc del sito https://nonunadimeno.wordpress.com/

È stato proposto di fare pressione pubblica per ottenere un ente in seno a un futuro Ministero delle Pari Opportunità che sanzioni le pubblicità sessiste, delegittimando lo Iap (Istituto autodisciplina pubblicitaria), e l’Agicom, dimostratisi più volte inefficaci. È stata inoltre denunciata l’esclusione delle associazioni di donne che lavorano su sessismo nei media dalle consultazioni CambieRAI realizzate per il rinnovo della convenzione Stato-RAI dello scorso ottobre e l’assenza delle questioni di genere dal relativo questionario Istat, che si richiede sia arricchito, somministrato su un campione più adeguato, chiarito dal punto di vista di genere. È stato proposto di lavorare sul contratto di servizio della Rai (scaduto dal 2012) per presentare degli emendamenti.

È stata anche affrontata la questione dello Hate speech in rete e lanciata la proposta di creare una sorta di “task force” comunicativa che realizzi una grande campagna di comunicazione integrata femminista con un hashtag comune, che possa sia monitorare in modo capillare la produzione informativa, che diffondere contenuti sui social e attraverso i blog che fanno parte del percorso di Non Una di Meno, in una sorta di coordinamento della diffusione dell’enorme mole di materiale comunicativo autoprodotto dalle realtà afferenti al percorso nazionale.

Diverse associazioni culturali sono intervenute per ribadire la necessità di fare rete nella produzione e diffusioni di immaginari alternativi, anche in ambito artistico, performativo, musicale, creando piattaforme di condivisione e di autoformazione, mentre da alcune esperienze di centri antiviolenza è emersa la necessità di parlare di più di quello che si fa nei centri, di dare più voce alle donne che sono uscite dalla  violenza (pratica ritenuta invece da altre pericolosa e facilmente strumentalizzabile, come ad esempio nel caso di Lucia Annibali). Anche se si crea l’interlocuzione con alcune giornaliste, nel rapporto con i media il lavoro dei centri antiviolenza rimane comunque invisibile o distorto. Si sono ricordate alcune esperienze importanti nella narrazione dei media dal punto di vista dei centri antiviolenza, come il festival La violenza illustrata, e alcuni esempi di narrazione positive: Pensavo Fosse amore | Via del Gambero 77. Da più parti è venuta inoltre la richiesta di lavorare, a partire da noi stesse, sul linguaggio di genere, perché se non ci nominiamo non esistiamo. C’è chi ha proposto di lavorare su campagne e azioni positive, ma dandoci obiettivi programmatici, e chi ha lanciato l’idea di organizzare pressioni strutturali sull’ordine dei giornalisti, le testate, i pubblicitari con azioni di lotta che ci permettano di agire il conflitto verso i media. È uscita ovviamente anche la proposta di percorsi formativi per chi si occupa di comunicazione, in cui possano essere protagonisti i centri antiviolenza.

È stato inoltre proposto di richiedere una commissione di esperte, un osservatorio che vigili sulla comunicazione, anche quella governativa, visti i recenti casi del Fertility Day o lo spot Rai contro la violenza sulle donne. Qualcuna ha ipotizzato un meccanismo di rating.

Sintetizzando i piani, molto diversi tra loro, emersi durante la discussione riguardano:

  • pressione sulle istituzioni nell’ambito della comunicazione
  • monitoraggio narrazioni mediatiche mainstream
  • mobilitazione femminista e pratiche di lotta contro i media
  • formazione di giornalisti/e e comunicatori/trici
  • autoproduzione di narrazioni

Il tavolo “Narrazioni della violenza attraverso i media” ha raccolto esperienze, analisi, proposte molto diverse tra loro, e non tutte le donne e gli uomini che volevano intervenire sono riuscite a farlo: una ricchezza che ci ha motivate a definire la costituzione di 5 sottotavoli di lavoro, ossia dei gruppi operativi dedicati a “informazione”, “fiction”, “pubblicità”, “nuovi media”, “narrazioni artistiche” con la presenza delle professioniste (giornaliste, comunicatrici, artiste), delle ricercatrici, delle operatrici antiviolenza, di chi si occupa di educazione e delle attiviste in ognuno dei gruppi i lavoro tematici individuati. Nel gruppo è emersa la necessità di rivedersi dopo Natale, richiesta che si sposa perfettamente con la data del 4-5 febbraio proposta successivamente in assemblea. Si è inoltre deciso di costituire una mailing list unendo gli indirizzi delle persone già iscritte al tavolo con quelli raccolti alla fine della mattinata del 27 novembre, per cominciare a condividere tutti i materiali e preparare, tramite i gruppi operativi di lavoro, le basi per il prossimo incontro.

Il tavolo comunicazione aderisce alla proposta di Sciopero delle donne per l’8 marzo, e discuterà delle azioni pianificabili sul piano comunicativo in vista di quella data.

Alcuni link inseriti arbitrariamente dalla redattrice del report solo a titolo di avvio del processo di raccolta di materiali: Io me ne curo, Chayn Italia, 27 ora, Ifj, Pasionaria, Giornalismo differente, Immagini amiche, In Genere, Stop Femminicidio, Centro antiviolenza Bari, 300 like a un femminicidio, Le parole della violenza, Comunicazione sociale, Zoom Rivoluzioni – FemminismoAppunti radiofonici sulla rappresentazione mediatica del femminicidio, Tavola rotonda SPC, La violenza di genere raccontata dai media, Se questa è una donna, Mlfa,

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