MANIFESTO PER LO SCIOPERO FEMMINISTA GLOBALE

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💥IL NOSTRO MANIFESTO PER LO SCIOPERO FEMMINISTA GLOBALE DELL’8 MARZO 2021 💥#8M

Siamo Rivoluzione. Feministe Transfronterizas contro ogni violenza #FeministasTransfronterizas🔺Dai nostri diversi femminismi, intrecciati e potenziati dalla nostra connessione transnazionale, convochiamo tutt* l* donne, lesbiche, non binarie, trans, intersex, queer, migranti, indigen*, ner*, afrodiscendenti, allo sciopero femminista globale dell’8M 2021. 🔥Invitiamo tutte e tutt* ad interrompere ogni tipo di lavoro produttivo e riproduttivo, a riacquisire visibilità ovunque, soprattutto in quegli spazi che ci sono stati tradizionalmente negati e che la pandemia ci ha sottratto, verso lo sciopero femminista globale dell’8 Marzo e oltre, per continuare a costruire le nostre ribellioni collettive e transnazionali. ¡Essenziale è chi lotta!Feministas Transfronterizas #ScioperoEssenziale#HuelgaFeminista

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MANIFESTO PER LO SCIOPERO FEMMINISTA GLOBALE

Dai nostri diversi femminismi, intrecciati e  potenziati dalla nostra connessione transnazionale, convochiamo tutt* l* donne, lesbiche, non binarie, trans, intersex, queer, migranti, indigen*, ner*, afrodiscendenti, allo sciopero femminista globale dell’8M 2021.

Con il nostro sciopero vogliamo connettere le lotte e le ribellioni che stiamo costruendo in comune e tutte le lotte femministe, transfemministe e antipatriarcali che hanno attraversato il mondo negli ultimi mesi, perché la nostra voce collettiva possa risuonare globalmente, sfidando i limiti che la pandemia ci impone.

Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema. Abbiamo affermato che non permetteremo che la crisi economica mondiale ricada sui nostri corpi e i nostri territori. È evidente come la gestione neoliberale della pandemia intensifica la violenza sistematica sulle donne e le persone LGBTQIA+, nonché l’oppressione coloniale e razzista.

Vogliamo mostrare ora, ancor di più, la nostra potenza collettiva, affinchè le nostre molteplici esperienze, lotte e ribellioni possano rinforzarsi, connettersi ed espandersi a livello transnazionale, dando forma al processo dello sciopero femminista, che ci permette di mettere in luce e di sottrarci dall’organizzazione patriarcale, razzista, capitalista e coloniale delle nostre società.

Mentre costruivamo reti di appoggio, solidarietà e autodifesa per frenare l’aumento della violenza domestica, non abbiamo mai smesso di lottare e di denunciare la violenza sessista e di genere.

Mentre lavoravamo in prima linea negli ospedali, nelle scuole, nelle fabbriche, nei servizi di pulizia, e mentre continuavamo a praticare lavoro domestico e di cura nelle nostre case, nei quartieri e nelle comunità, non abbiamo mai smesso di costruire lo sciopero femminista.

Mentre continuavamo ad attraversare le frontiere per fornire la manodopera necessaria per le catene alimentari e della cura in cambio di salari miseri, non abbiamo mai smesso di denunciare il razzismo istituzionale e di rivendicare a gran voce un permesso di soggiorno che ci permetta di vivere una vita degna.

Mentre nelle comunità indigene garantivamo la riproduzione della vita attraverso reti  collettive  per  far fronte alla pandemia, non abbiamo mai smesso di difendere i nostri territori dall’aggressione estrattivista e dalla militarizzazione.

Mentre ci impegnavamo sui fronti di guerra, come quelli curdo e palestinese, abbiamo continuato a tessere le nostre reti di solidarietà, non abbiamo

mai interrotto la nostra rivoluzione femminista e antiimperialista, e non abbiamo mai smesso di rivendicare la libertà per tutt* l* detenut* politic*.

Mentre la salute veniva amministrata in maniera individuale e aziendalistica, abbiamo continuato a evidenziare le differenze materiali e di condizioni sociali basate su genere, razza e classe nell’accesso alla salute. Non abbiamo smesso di costruire pratiche femministe e autonome per la salute collettiva e comunitaria e di lottare per l’aborto libero, sicuro e gratuito.

In questi ultimi anni, siamo riuscit* a costruire un movimento femminista globale capace di declinare in tutti i movimenti sociali il femminismo in maniera trasversale, come dimostrano le lotte del movimento Black Lives Matter negli Stati Unti, le lotte di #EndSars contro la brutalità della polizia in Nigeria e quelle che stanno facendo tremare i governi fascisti e conservatori in tutto il mondo a partire dal Sud, come è avvenuto in Bolivia, Perù e Cile.

Invece di arrenderci all’individualismo e all’attacco ai nostri corpi, ai nostri territori e agli ecosistemi che la gestione neoliberale della pandemia ci avanzava, abbiamo ampliato la nostra lotta. Invece di arrenderci alla criminalizzazione delle nostre lotte sostenuta dai nostri governi, abbiamo rinforzato le nostre interconnessioni globali, come dimostrano l’organizzazione del 35esimo Incontro Plurinazionale di Donne e Dissidenze in America Latina, la creazione della rete E.A.S.T (Essential

Autonomous Struggles Transnational) in Europa e oltre per connettere le lotte contro la svalutazione del lavoro produttivo e riproduttivo delle donne migranti, la solidarietà transnazionale allo sciopero delle donne polacche, la vittoria delle sorelle argentine per la legalizzazione dell’aborto, e il rafforzamento di questo spazio di Feministas Transfronterizas che con la sua prima assemblea pubblica del 7 febbraio si è ulteriormente esteso e rinforzato.

In un momento storico in cui il nostro lavoro produttivo e riproduttivo è più intenso, sfruttato e svalutato che mai, e in cui l’attacco della violenza patriarcale, di genere, capitalista e razzista si intensifica, sentiamo l’urgenza e l’importanza di costruire lo sciopero femminista globale, come un processo collettivo di articolazione, di politicizzazione, di enorme convergenza, di espansione e di trasformazione di una normalità opprimente.

Per tutti questi motivi, invitiamo tutte e tutt* ad interrompere ogni tipo di lavoro produttivo e riproduttivo, a riacquisire visibilità ovunque, soprattutto in quegli spazi che ci sono stati tradizionalmente negati e che la pandemia ci ha sottratto, verso lo sciopero femminista globale dell’8 Marzo e oltre, per continuare a costruire le nostre ribellioni collettive e transnazionali.

¡Essenziale è chi lotta! Feministas Transfronterizas

ASSEMBLEA NAZIONALE DI NON UNA DI MENO ONLINE – 6 febbraio 2021

💥📣 S͟a͟b͟a͟t͟o͟ ͟6͟ ͟f͟e͟b͟b͟r͟a͟i͟o͟ ore 15.00 ci sarà l’𝗔𝘀𝘀𝗲𝗺𝗯𝗹𝗲𝗮 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 di Non una di meno 𝘰𝘯𝘭𝘪𝘯𝘦 in diretta sulla pagina Facebook di Nudm e visibile su questo blog, 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗹𝗼 𝘀𝗰𝗶𝗼𝗽𝗲𝗿𝗼 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝟴 𝗺𝗮𝗿𝘇𝗼 📣💥
💬❓Per porre delle domande nel corso dell’assemblea è possibile scrivere nei commenti sulla diretta Facebook.
Questi i report dai Gruppi tematici del 30 e 31 gennaio 2021

🌊 D͟o͟m͟e͟n͟i͟c͟a͟ ͟7͟ ͟f͟e͟b͟b͟r͟a͟i͟o͟ ci sarà l’𝗔𝘀𝘀𝗲𝗺𝗯𝗹𝗲𝗮 𝗧𝗥𝗔𝗡𝗦𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗲𝗿𝗶𝘇𝗮𝘀 di Non una di meno.

Negli ultimi anni abbiamo vissuto lo sciopero femminista e transfemminista globale come una manifestazione di forza, il grido di chi non accetta di essere vittima della violenza maschile e di genere. Abbiamo riempito le piazze e le strade di tutto il mondo con i nostri corpi e il nostro desiderio di essere vive e libere, abbiamo sfidato la difficoltà di scioperare causata dalla precarietà, dall’isolamento, dal razzismo istituzionale, abbiamo dimostrato che non esiste produzione di ricchezza senza il nostro lavoro quotidiano di cura e riproduzione della vita, abbiamo affermato che non siamo più disposte a subirlo in condizioni di sfruttamento e oppressione.

A un anno dall’esplosione dell’emergenza sanitaria, la pandemia ha travolto tutto, anche il nostro movimento e la nostra lotta, rendendoli ancora più necessari e urgenti. Lo scorso 8 marzo ci siamo ritrovatə allo scoccare del primo lockdown e abbiamo scelto di non scendere in piazza a migliaia e migliaia come gli anni precedenti, per la salute e la sicurezza di tutte. È a partire dalla consapevolezza e dalla fantasia che abbiamo maturato in questi mesi di pandemia, in cui abbiamo iniziato a ripensare le pratiche di lotta di fronte alla necessità della cura collettiva, che sentiamo il bisogno di costruire per il prossimo 8 marzo un nuovo sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi. Non possiamo permetterci altrimenti. il prossimo 8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi.

Dobbiamo creare l’occasione per dare voce a chi sta vivendo sulla propria pelle i violentissimi effetti sociali della pandemia, e per affermare il nostro programma di lotta contro piani di ricostruzione che confermano l’organizzazione patriarcale della società contro la quale da anni stiamo combattendo insieme in tutto il mondo. Non abbiamo bisogno di spiegare l’urgenza di questa lotta. Le tantissime donne che sono state costrette a licenziarsi perché non potevano lavorare e contemporaneamente prendersi cura della propria famiglia sanno che non c’è più tempo da perdere. Lo sanno le migliaia di lavoratrici che hanno dovuto lavorare il doppio per ‘sanificare’ ospedali e fabbriche in cambio di salari bassissimi e nell’indifferenza delle loro condizioni di salute e sicurezza. Lo sanno tutte le donne e persone Lgbt*QIAP+ che sono state segregate dentro alle case in cui si consuma la violenza di mariti, padri, fratelli. Lo sanno coloro che hanno combattuto affinché i centri antiviolenza e i consultori, i reparti IVG, i punti nascita, le sale parto, continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di personale e di finanziamenti pubblici aggravata nell’emergenza. continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di fondi.

Lo sanno le migranti, quelle che lavorano nelle case e all’inizio della pandemia si sono viste negare ogni tipo di sussidio, o quelle che sono costrette ad accettare i nuovi turni impossibili del lavoro pandemico per non perdere il permesso di soggiorno. Lo sanno le insegnanti ridotte a ‘lavoratrici a chiamata’, costrette a fare i salti mortali per garantire la continuità dell’insegnamento mentre magari seguono i propri figli e figlie nella didattica a distanza. Lo sanno lə studenti che si sono vistə abbandonare completamente dalle istituzioni scolastiche, già carenti in materia di educazione sessuale, al piacere, alle diversità e al consenso, sullo sfondo di un vertiginoso aumento delle violenze tra giovanissimə. Lo sanno le persone trans* che hanno perso il lavoro e fanno ancora più fatica a trovarlo perché la loro dissidenza viene punita sul mercato. A tuttə loro, a chi nonostante le difficoltà in questi mesi ha lottato e scioperato, noi rivolgiamo questo appello: l’8 marzo scioperiamo! Abbiamo bisogno di tenere alta la sfida transnazionale dello sciopero femminista e transfemminista perché i piani di ricostruzione postpandemica sono piani patriarcali.

A fronte di uno stanziamento di risorse economiche per la ripresa, il Recovery Plan non rompe la disciplina dell’austerità sulle vite e sui corpi delle donne e delle persone LGBT*QIAP+. Da una parte si parla di politiche attive per l’inclusione delle donne al lavoro e di «politiche di conciliazione», dando per scontato che chi deve conciliare due lavori, quello dentro e quello fuori casa, sono le donne. Dall’altra non sono le donne, ma è la famiglia – la stessa dove si consuma la maggior parte della violenza maschile, la stessa che impedisce la libera espressione delle soggettività dissidenti ‒ il soggetto destinatario dei fondi sociali previsti dal Family Act. E da questi fondi sono del tutto escluse le migranti, confermando e mantenendo salde le gerarchie razziste che permettono di sfruttarle duramente in ogni tipo di servizi. Così anche gli investimenti su salute e sanità finiranno per essere basati su forme inaccettabili di sfruttamento razzista e patriarcale. Miliardi di euro sono poi destinati a una riconversione verde dell’economia, che mira soltanto ai profitti e pianifica modalità aggiornate di sfruttamento e distruzione dei corpi tutti, dell’ecosistema e della terra.

Poco o nulla si dice delle misure contro la violenza maschile e di genere, nonostante questa sia aumentata esponenzialmente durante la pandemia, mentre il «reddito di libertà» è una risposta del tutto insufficiente alla nostra rivendicazione dell’autodeterminazione contro la violenza, anche se dimostra che la nostra forza non può essere ignorata. Questo 8 Marzo non sarà facile, ma è necessario. Lo sciopero femminista e transfemminista non è soltanto una tradizionale forma di interruzione del lavoro ma è un processo di lotta che attraversa i confini tra posti di lavoro e società, entra nelle case, invade ogni spazio in cui vogliamo esprimere il nostro rifiuto di subire violenza e di essere oppressə e sfruttatə. Questa è da sempre la nostra forza e oggi lo pensiamo più che mai, perché ogni donna che resiste, che sopravvive, ogni soggettività dissidente che si ribella, ogni migrante afferma la propria libertà fa parte del nostro sciopero.

Il 30 e 31 ci saranno i gruppi divisi per tematiche per costruire le prime tappe dello sciopero femminista ed il 6 febbraio l’Assemblea per discutere collettivamente e indicare quali sono per noi terreni di lotta nella ricostruzione pandemica.

Proprio oggi che il nostro lavoro, dentro e fuori casa, è stato definito «essenziale», e questo ci ha costrette a livelli di sfruttamento, isolamento e costrizione senza precedenti, noi diciamo che “essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!”.

25 e 28 novembre – Non Una Di Meno in piazza per la giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere

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25 e 28 novembre – Non Una Di Meno in piazza per la giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere: Se ci fermiamo noi, si ferma il mondo!

Il 25 e il 28 novembre 2020 saranno ancora una volta giornate di lotta contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Sentiamo forte l’esigenza di tornare in piazza perchè sono prima di tutto le donne a pagare il prezzo dell’emergenza sanitaria in corso.

La pandemia e la sua gestione sono due facce della stessa medaglia proprio perché il corpo delle donne e gli ecosistemi hanno condiviso e condividono uno stesso destino: sono trattati come risorse gratuite ed inesauribili, disponibili all’appropriazione e allo sfruttamento per alimentare un modello sociale e di sviluppo violento e senza rispetto per la nostra vita. Questa violenza sta arrivando oggi a un punto di non ritorno, l’emergenza sanitaria ne è solo un segnale.

I numeri parlano di vite a rischio e di responsabilità collettiva, ma non siamo tutt* sulla stessa barca.

Le conseguenze del lockdown si misurano nei dati della violenza domestica destinati ad aumentare ancora con le nuove misure di confinamento. I centri anti-violenza femministi e le case rifugio hanno dovuto fare fronte a un’emergenza nell’emergenza per non lasciare nessuna da sola. È sempre più urgente fare sentire la nostra voce contro l’aumento vertiginoso di stupri, femminicidi, violenze domestiche e omolesbobitransfobiche che ha segnato i mesi di questa pandemia. la famiglia e la casa sono più che mai luoghi di oppressione e di conflitto, così come tribunali e ospedali sono luoghi di violenza istituzionale. I cimiteri dei feti ne sono l’emblema.

In questi mesi le nostre vite sono state travolte, non ci siamo mai fermate. La pandemia ha messo in luce il nesso oppressivo tra la violenza economica e il lavoro di cura. Lo smartworking ha spostato in casa il lavoro di molte mentre il lockdown aumentava quello di cura e domestico. il lavoro nell’assistenza sanitaria e domiciliare, nei servizi, nell’educazione e nelle case si si è rivelato ancora una volta il più essenziale ma anche il più precarizzato, svalutato ed esposto a rischi di contagio: sono in maggioranza le donne a essere impiegate nei servizi essenziali, quelli che non possono essere svolti «in remoto» e sono andati avanti, obbligando lavoratrici e madri a un’impossibile conciliazione tra lavoro e famiglia, tra salario e salute. Sono le donne, le persone lgbtqia+, migranti, precarizzate e non garantite a pagare la crisi, aumentando dipendenza economica e fragilità sociale. Il razzismo istituzionale ha avuto effetti pesantissimi sulle condizioni di vita e lavoro delle persone migranti, e la vergognosa sanatoria destinata ai lavori essenziali ha confermato il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro che intensifica lo sfruttamento, ancora di più se lavorano nelle case.

Denunciamo le relazioni di potere che si nascondono dietro la gestione della pandemia. Il ricorso sistematico al lavoro gratuito precario o malpagato non è corrisposto a nessuna misura di sostegno al reddito e al salario, di inclusione al welfare, di sostegno alla cura dei bambini e degli anziani nel collasso del sistema socio-santario e scolastico.

La tenuta della sanità e della scuola mostra un sistema sociale distrutto dalle politiche di austerity e fondato sulle diseguaglianze di genere, di provenienza, di classe, anagrafiche e abiliste. Le scuole sono diventate luoghi di tensioni grandissime, a causa di una riapertura giocata sui banchi a rotelle anziché sulla trasformazione delle condizioni di lavoro di insegnanti, madri e lavoratrici, e dell’istruzione di bambin*. Mentre gli ospedali pubblici sono di nuovo al collasso per scarsità di personale e di mezzi, la sanità pubblica ha sospeso e affidato al privato l’ordinaria attività di assistenza per reggere all’onda d’urto dei contagi: la prevenzione e le cure oncologiche, il sostegno psichiatrico, le terapie ormonali per le persone trans, l’accesso all’aborto, già ostacolato dall’obiezione di coscienza, non ritenuti urgenti sono stati ulteriormente limitati dal sovraccarico degli ospedali. Garantire il diritto alla salute per tutt* è impossibile se non si ripristina il sistema sanitario pubblico territoriale, se non si chiude con l’aziendalizzazione e la privatizzazione della sanità pubblica e la precarizzazione del personale socio-sanitario. Così come la vittoria sulla RU486 rischia di rimanere sulla carta se non si dà seguito al rafforzamento della rete consultoriale.

Oggi si parla di dare «ristoro» a chi, nei nuovi lockdown, perderà i propri profitti; Confindustria difende gli interessi padronali come ha fatto a marzo, condannando lavoratrici e lavoratori a sacrificare la salute per un salario. noi vogliamo la ridistribuzione della ricchezza che produciamo. Il governo italiano prepara un Recovery Plan per nascondere lo sfruttamento del lavoro delle donne e il loro impoverimento con la retorica dell’autoimprenditorialità; è in cantiere un Family Act che rafforzerà la famiglia patriarcale che opprime le donne e chi non si conforma ai suoi ruoli. Tutto quello che noi viviamo, tutto quello contro cui lottiamo rischia di essere oscurato dal governo della pandemia e dalla ristrutturazione della società.

Il 25 e il 28 novembre ci mobilitiamo perchè abbiamo un Piano femminista e transfemminista contro la violenza patriarcale e pandemica. Saremo nelle piazze di molte città italiane, saremo on line e off line, con azioni, presidi e flashmob perché la posta in gioco non è soltanto la gestione dell’emergenza, ma la riorganizzazione della società che ci aspetta dopo la pandemia.

Pretendiamo che le risorse del Recovery Fund vadano a finanziare sanità e scuola pubbliche, a garantire un reddito per l’autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare veramente universale e non familistico, per liberare le donne dal carico esclusivo del lavoro di cura. Lottiamo per un permesso di soggiorno europeo slegato dalla famiglia e dal lavoro. Lottiamo per le risorse ai centri anti-violenza femministi e per le case rifugio, aperti alle donne e alle persone lgbtqia+ che intraprendeono percorsi di fuoriuscita dalla violenza, lottiamo per un nuovo piano antiviolenza che metta al centro autonomia e autodeterminazione.

Lottiamo per sostenere tutte quelle pratiche di solidarietà e mutualismo che offrono una via di uscita alla violenza e all’impoverimento. Lottiamo in connessione solidale con il Transgender day of Remembrance del 20 novembre. Lottiamo perché non accettiamo un sistema di produzione industriale e alimentare che abusa dei corpi e dei territori, li sfrutta e distrugge in nome del profitto.

Questo è il Piano che noi vogliamo far vivere nelle piazze del 25 e del 28 novembre, insieme alle donne e alle soggettività dissidenti che in tutto il mondo stanno lottando. Sono queste lotte che hanno dimostrato, nel corso della pandemia, che il nostro lavoro è «essenziale». Questo è il senso vivo dello sciopero femminista e transfemminista transnazionale. Non vogliamo essere solo una statistica sulle “nuove povertà”; non siamo «angeli», non siamo «eroine». Se abbiamo una missione non è quella di accudire una società che ci opprime e ci sfrutta, ma di trasformarla radicalmente.

Il 25 e il 28 novembre, contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, facciamo risuonare un grido altissimo e feroce: Se ci fermiamo noi, si ferma il mondo!

Report ASSEMBLEA PLENARIA NAPOLI 2019

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Report ASSEMBLEA PLENARIA Sabato 19

ANALISI

Abbiamo aperto il nostro anno di lotta ribadendo la necessità di rilanciare la marea e sollevare la rivolta transfemminista. Molte le questioni emerse su elaborazioni interne al movimento e sulla fase politica ma soprattutto sulle sfide da cogliere e le scommesse da fare, al centro la necessità di ripartire per una nuova stagione di lotte ancora più determinate. Registriamo il protagonismo politico non solo di molti nodi nuovi di NUDM ma anche di soggettività, organizzazioni che hanno affermato a chiare lettere il loro riconoscimento all’interno di NUDM.

La discussione sull’attuale fase politica si è concentrata sulle forme di sussunzione dell’attuale governo e l’impossibilità di rappresentare un percorso di discontinuità.  Il cambio di esecutivo ci mette dinanzi ad un governo che tinge di rosa l’agenda politica istituzionale e che opera attraverso una vera e propria colonizzazione dello spazio politico femminista dall’alto. A questi tentativi di assorbimento è emersa la necessità di ripensare con maggiore forza alle forme di attacco e non di difesa.

Negli anni abbiamo imparato a leggere attraverso una lente antipatriarcale, anticapitalista e antisessista la complessità della violenza come forma strutturale della società e non riconosciamo alcuna discontinuità rispetto all’aggressività della violenza istituzionale: i tentativi di mettere sotto torchio le donne che chiedono aiuto sono evidenti, la violenza dei tribunali e la reintroduzione della legge del padre (alienazione parentale) ne sono un esempio. Il quadro ci restituisce meccanismi di promozione istituzionale delle relazioni familiari violente e patriarcali e continui attacchi all’autodeterminazione delle donne che vedono attivarsi sui loro corpi ulteriori dispositivi di controllo dei servizi e della vita privata, una volta che decidono di intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

In più, le risposte individuate continuano a fornire soluzioni inquadrate come emergenziali che non fanno altro che rappresentare una continuità dell’incapacità di trovare reali e concrete possibilità di uscita dalla violenza ma anche rispetto a condizioni generali di accesso al welfare, alla salute e a condizioni di vita decenti: il Codice Rosso e allargando il discorso del Green Deal e Reddito di Cittadinanza sono solo alcuni esempi che ci mostrano risposte parziali incapaci di sopperire all’assenza di servizi e fallimentari rispetto alla complessità della violenza patriarcale e neoliberale. Va inoltre sottolineato che il vuoto legislativo con meccanismi emergenziali perpetuato per anni continua a colpire in modalità ancora più incisive le soggettività migrant* e criminalizza coloro a cui è impedito l’accesso allo spazio pubblico, indigenti, sex workers in particolar modo. Abbiamo ribadito l’importanza del rivendicare la libertà di movimento e l’intersezionalità deve per noi essere un metodo e un comune sentire.

Abbiamo rimarcato l’autonomia del movimento da partiti, istituzioni e sindacati, ci siamo chieste come intensificare la nostra presenza nelle strade, di quali strumenti dotarci, come immaginare campagne condivise dislocate sui territori per non cadere in una ritualità di date e per rendere reale il processo dello sciopero.

Conquistare le strade attraverso la lotta femminista significa che il nostro essere marea non deve guardare solo ai numeri ma alla forza che attraverso strumenti e metodi autonomi di autodifesa ci permette di attraversare spazi, renderli femministi e trasfemministi. Alla luce dei continui attacchi è stata largamente espressa la richiesta di analisi e contrasto al sessismo nei movimenti e la necessità di riprendere un piano di elaborazione portato avanti negli anni che necessita un aggiornamento.

La centralità di rendere accessibile il nostro linguaggio ci richiede di adottare strumenti e metodi capaci di arrivare anche e soprattutto a chi ha un linguaggio diverso dal nostro, per continuare a contaminarci e mettere in discussione la realtà in cui ci troviamo.

Pur con delle letture non sempre nella stessa direzione, la sfida di NUDM è intersezionale, ci si è interrogate su come portare avanti le intersezioni vitali, le pratiche di mutualismo, le contaminazioni con altri movimenti, come nel caso di FFF lì dove sui territori è possibile. Il nostro percorso è partito da una lettura strutturale della violenza sulle nostre vite, e il livello locale non può essere rapportato in forma dicotomica a quello transnazionale ma deve rappresentare un processo parallelo, alimentare la solidarietà femminista transnazionale in tutte le forme possibili: siamo con le sorelle curde, chilene e con tutte/u coloro che lottano per un ordine nuovo fuori dall’oppressione capitalista e patriarcale.

Si è ribadita la necessità di prestare attenzione ai processi interni che ci impongono di interrogarci sulle relazioni che intrecciamo tra di noi, tra le realtà che animano NUDM,e quelle con la rete dei centri antiviolenza. Critica e autocritica sono i nostri strumenti ma anche la necessità di immaginare la nostra progettualità a partire dal protagonismo politico e da risposte individuate nel tempo che necessitano di essere rimesse in discussione,  allargate e aggiornate. Di sicuro aggiornare il Piano Femminista contro la violenza ma anche trovare nuove modalità che nei nostri incontri nazionali ci permettano di sostanziare l’elaborazione politica non solo rispondendo a delle urgenze ma anche a questioni specifiche che si rendono prioritarie rispetto alle esigenze dei territori che le fanno emergere per ricomporre saperi e metodi in modo costruttivo.

Abbiamo imparato a sostanziare il nostro femminismo a partire dalla T, assumendoci politicamente che non c’è femminismo senza le persone trans, ci siamo anche dette la necessità di nominare doppiamente femminismo e transfemminismo per non rendere retorica la nostra narrazione ma guardare realmente alla composizione di cui è animato.

Attraverso questi indicatori sono state individuate diverse proposte, di sicuro la necessità di continuare un confronto su sessismo nei movimenti e riattivare i canali di cui ci siamo dotate per parlarne e individuarne di nuovi come anche la condivisione di materiali e documenti e ripartire dal tavolo che da due anni esiste. Abbiamo tutta la forza di sovvertire le dinamiche di sessismo e di uscire dalla narrazione di vittime rispetto ai contesti di movimento.

La difesa di Lucha y Siesta ci impone una risposta allargata e nazionale capace di porre le criticità in tutti i nostri territori. Rilanciare gli spazi femministi, difenderli, difendere le case delle donne, consultori/e, centri antiviolenza e rispondere agli attacchi aprendone sempre di nuovi, immaginare luoghi di fuoriuscita dalla violenza per tutte le soggettività LGBTQI+. Forte è l’esigenza di rispondere alla narrazione tossica, legata alla violenza, ai femminicidi che ci impone di individuare strumenti capaci di attaccare e fare pressioni per inchiodare i giornalisti rispetto alle responsabilità in materia ma soprattutto capire in che termini modificare anche noi le narrazioni.

Consapevoli che a muoverci non debba essere la paura ma il desiderio, abbiamo l’esigenza di riconoscerci e autodeterminarci attraverso la strutturazione delle nostre pratiche in modo strategico e rimettere al centro i nostri bisogni, sviluppando nuovi ragionamenti e pratiche relative all’attuale situazione politica, consapevoli che le nostre esigenze non cambiano rispetto a chi ci governa.

Questo perchè è necessario alzare il livello del conflitto contro la violenza verso e oltre il 23 Novembre a partire da:

– 13 Novembre diamo Lucha alle Città!

– Facciamo nostre le date della Transfreedom march

– 23 Novembre la marea transfemminista a Roma.

– Prendere posizione contro la criminalizzazione delle sex workers e aprire un discorso più allargato sulla questione del lavoro sessuale.

– Campagne condivise contro le narrazioni tossiche.

Abbiamo aperto un nuovo anno di lotte: rompiamogli argini del patriarcato, travolgiamo tutto!

REPORT PLENARIA _VERSO IL 23 NOVEMBRE.

SIAMO IN   RIVOLTA PERMANENTE

Ci siamo dette di ribaltare l’immagine mainstream di vittime e di affermare il nostro immaginario: protagoniste di movimenti e lotte territoriali nell’ottica dell’intersezionalita’, dell’ autonomia e dell’autodeterminazione.

“Non siamo le vittime del troppo amore” siamo gli obiettivi sensibili di una guerra sistemica fondata su un ruolo sociale in posizione permanentemente subalterno.

Siamo quell’argine duro nei presidi, nelle lotte ambientali in difesa dei nostri territori e della salute di intere comunità, nelle lotte per la difesa dei diritti sul lavoro o affinché non vengano erosi quegli ultimi baluardi di welfare.

Mai stanche contro la ferocia del razzismo dilagante, al fianco dei migranti e contro la logica dei confini rivendicando e allo stesso tempo agendo la nostra concezione di libertà.

Ci siamo dette che Nonunadimeno si deve fare catalizzatore di processi di soggettivazione, di riconoscere e dare spazio all’autodeterminazione e all’’autorganizzazione di soggettività, di coordinamenti di esperienze e di lotte nel segno dell’intersezionalità. In questa direzione Il 22 novembre attraverseremo le strade al fianco delle soggettività trans e non binarie in occasione della “Trans Freedom March “per commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio anti-transgender. Ci auguriamo che la sperimentazione partita da Napoli dei gruppi di affinità, dei gruppi organizzativi e di connessione possa continuare in nuove e più forme in futuro.

Ci siamo dette che alla violenza sistemica maschile che sta esplodendo a livello globale in maniera esponenziale dunque rispondiamo con la pratica transfemminista dell’intersezionalità del “FARE SPAZIO” .

Violenza sui corpi, violenza istituzionale, giustizia Patriarcale, mediatica ed ecologica: è su questi terreni che vogliamo costruire quotidianamente la nostra “vendetta”, che, come ci insegnano le donne curde, non vuol dire occhio per occhio ma costruire la società che vogliamo nella pratica agendo il conflitto.

La Marea sceglie di guardare alla giornata del 23 a Roma non come momento rituale ma per assumersi la responsabilità di diventare rivolta e riprenderci lo spazio del conflitto.

Scegliamo d’inquadrare la data del 23 in un processo di più lungo respiro, anche in vista dell’8 marzo per costruire un processo fatto di relazioni capillari e alleanze reali e sperimentare nuove pratiche e fare dello sciopero un processo ed uno strumento di resistenza permanente.

La capacità della rete di produrre un cambiamento reale va misurata a partire dai nostri territori

Per questo ci siamo dette di costruire un Appello in cui:

-Attacchiamo la violenza sistemica maschile che sta esplodendo a livello globale in maniera esponenziale

– Difendiamo la liberazione di tutte le soggettività che sostanzia la lotta transfemminista e intersezionale.

-Difendiamo e riprendiamo gli spazi e che essi siano transfemministi, autonomi e autodeterminati. In particolare costruzione settimana di mobilitazione 13 -23

– Attacchiamo la violenza ambientale e lo sfruttamento che devastano e opprimono i nostri corpi, i nostri territori e ci schieriamo contro i trattati del libero commercio.

– Attacchiamo la Violenza mediatica

–  Attacchiamo il carcere, in quanto la sua stessa esistenza è violenza

-Attacchiamo la Violenza giudiziaria dei tribunali

-Attacchiamo il decreto sicurezza e la violenza della militarizzazione.

– Rifiutiamo la guerra di invasione e oppressione contro il popolo kurdo e l’esperienza rivoluzionaria delle donne in Rojava.

-Rifiutiamo ogni forma di repressione dei movimenti in lotta per l’autodeterminazione, dal Cile all’Ecuador all’Andorra.  I popoli in lotta scrivono la storia.

Rilanciamo ora e sempre lo sciopero dell’8 marzo, come processo di resistenza permanente.

Proposte in generale:

–             Aderire campagna boicottaggio BDS contro Israele   

–             Creare e approfondire gli spazi transnazionali, tra cui Ticino e Andorre e              Marocco.

–             Creazione di una cartella per condividere materiali ed esperienze dei vari nodi territoriali.

–       Curare la comunicazione per comunicare all’esterno con un linguaggio diretto ed efficace.

–             Alla prossima assemblea nazionale fare una restituzione più ampia dei tavoli che si sono svolti a Napoli per far sì che questi spazi non rimangano chiusi e non si perdano. Resta aperta questione tavoli/gruppi fluidi, anche a fronte dei livelli di inchiesta territoriale, quali strumenti di interconnessione a livello nazionale si danno i diversi nodi di NUDM

–             Mettere a verifica o riallacciare le relazioni con i CAV a partire dai territori

Per concludere, ci teniamo a ringraziare tuttu lu cumpagnu per l’atmosfera, la cura e la grande elaborazione politica, non crediamo di sbagliare nel dire che ad oggi siamo prontu ad alzare il livello del conflitto.

Ci vediamo il 23!

Tavolo migrazioni. Libere di muoverci libere di stare: contro ogni confine e razzismo.

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Non c’è femminismo senza antirazzismo non è uno slogan, ma il riconoscimento che la lotta delle donne migranti, ai confini esterni dell’Europa e su quelli interni alle nostre città, è una lotta di libertà e autodeterminazione. È una lotta contro la violenza patriarcale ed economica, delle società di partenza così come di quelle di arrivo, ed è una lotta contro istituzioni patriarcali come quella del privilegio della cittadinanza ereditata per diritto di sangue.

Nel Piano contro la violenza di NUdM libertà di movimento, libertà dagli status che limitano il diritto al soggiorno e libertà dal razzismo sono temi trasversali a ogni altro, fino a toccare la crisi ecologica e ambientale che stiamo attraversando. Negli scioperi dell’8 marzo, il nesso tra lavoro produttivo e riproduzione sociale, ha messo in primo piano il ruolo e il contributo delle donne migranti nella lotta femminista contro il capitalismo neoliberale globale.

Siamo consapevoli che la trasversalità agli altri temi non basta. Mai come in questo momento storico l’intersezione degli gli assi di oppressione ha raggiunto livelli così alti di criminalizzazione delle migrazioni e di ogni forma di solidarietà e sostegno nei loro confronti, in primo luogo quella fornita dalle reti e dalle comunità migranti.

Abbiamo bisogno di elaborare rivendicazioni concrete e strategie di solidarietà, al fianco e con le donne migranti, al fianco di ogni soggettività razzializzata, stigmatizzata e vulnerabilizzata dal sistema patriarcale dei confini.

Verso e oltre lo sciopero dell’8 marzo è necessario riattivare campagne e strategie di mobilitazione contro le leggi sicurezza, sostenute dai governi di ogni colore, e i cui effetti stanno producendo una nuova ondata di clandestinizzazione delle esistenze delle donne e degli uomini migranti; è necessario rivendicare la libertà di movimento attraverso un permesso di soggiorno europeo e la fine delle politiche di detenzione e rimpatrio; è necessario lottare insieme perché una società femminista non può più tollerare la cittadinanza ereditata per diritto di sangue.

Presso Esc Atelier, Via dei Volsci, 159

Vérone Ville Transféministe

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Dans la famille patriarcale hétéronormée se produit et se reproduit un modèle social hiérarchique et sexiste. La famille est le lieu où se manifeste la majorité des violences de genre, elle est en même temps le dispositif qui reproduit la division sexuée du travail et de l’oppression. De plus, la famille est un outil idéologique utilisé à des fins racistes, lorsqu’elle est évoquée pour promouvoir la reproduction d’une identité nationale blanche. Pour ces raisons, nous réaffirmons que la liberté d’autodétermination des femmes et de toutes les subjectivités LGBT*QI+ passe nécessairement par la liberté de mouvement des migrant.e.s. La violence des frontières s’exprime sur les territoires et sur les corps des personnes qui les traversent.

Cette idée de famille sera au centre du Congrès Mondial des Familles (World Congress of Families, WCF) qui aura lieu à Vérone les 29, 30 et 31 mars 2019. Les féministes et les transféministes de Non Una di Meno, avec d’autres mouvements italiens et internationaux, vont donc occuper la ville avec leur rage, leur détermination et leur fabuleusité. Le congrès sera coorganisé par l’administration locale et parrainé par la « présidence du Conseil des ministres – Ministère de la famille et du handicap » et par la région Vénétie. Y participeront le ministre de l’Intérieur Matteo Salvini, le ministre pour la famille et le handicap Lorenzo Fontana, le ministre de l’éducation Marco Bussetti et le sénateur de la Ligue [‘la Lega‘, parti d’extrême-droite au gouvernement, NdT] Simone Pillon. Ces individus sont les principaux promoteurs de la violence hétéropatriarcale et raciste et de son institutionnalisation. À ces gens et à tous ceux qui vont les rejoindre au nom de l’oppression et de l’exploitation, nous allons opposer la force d’un mouvement transnational de libération.

Malgré leur rhétorique sur les valeurs et la vie humaine, les attaques contre le droit à l’avortement et l’apologie de la famille menées par ces maîtres du patriarcat sont liées à l’organisation générale d’une société faite de violence et d’oppression. Derrière la revendication idéologique d’une nation blanche se cache le racisme institutionnel, qui reproduit sans cesse le travail migrant à exploiter à l’intérieur des frontières – les mêmes frontières que ces gens déclarent vouloir fermer. Derrière l’appel à la famille naturelle, il y a de la violence : l’hétérosexualité obligatoire, contre la liberté sexuelle des femmes et des subjectivités LGBT*QI+ qui refusent de se reconnaître dans les identités normatives et dans les rôles sociaux imposés. Nous refusons toute tentative de subordonner  les femmes au travail de soin au sein de la famille et à la maternité comme destin.

Ces attaques catholico-fascistes touchent également le milieu scolaire et celui de la formation. Au niveau institutionnel, les récits alarmistes qui décrivent les enfants comme les victimes d’une prétendue « idéologie du genre », se traduisent par de fortes limitations, voire de véritables censures, de la circulation de savoirs qui critiquent la reproduction des hiérarchies de genre et reconnaissent la liberté des différences. Nous savons que le Congrès Mondial des Familles fait partie des tentatives désordonnées de défense face au puissant soulèvement global des femmes, qui est en train de faire éclater un ordre fondé sur la coercition, l’exploitation et les hiérarchies.

Nous arriverons à Vérone fortes de la grève féministe qui grandit et se propage. Le 8 mars nous étions des centaines de milliers à occuper les places et les rues du monde entier, àcroiser les bras et à déserter les lieux d’exploitation et de violence patriarcale, pour prendre la parole contre le racisme et contre toute forme d’oppression, pour revendiquer notre liberté face aux contraintes du genre et de la famille hétéropatriarcale comme institution oppressive. Le féminisme et le transféminisme que nous avons déployés vont au-delà des identités et de leurs codifications, ils traversent les espaces sociaux pour créer de nouvelles formes de lutte. Ils procèdent par relations plutôt que par identifications et ils articulent toutes les dimensions d’une mobilisation globale.

La grève féministe a révélé le lien entre violence hétéropatriarcale, racisme et exploitation : le 8 mars nous avons brisé ce lien en portant sur les  places du monde entier nos libertés et notre puissance collective. Non Una Di Meno est un mouvement féministe et transféministe parce que, en remettant en cause les relations de pouvoir et les hiérarchies et en luttant contre la violence masculine faite aux femmes et la violence de-s genre-s, Non Una di Meno s’attaque à  toutes les formes de la violence systémique. Notre lutte a montré que sexisme, exploitation, racisme, colonialisme, fondamentalisme politique et religieux, homo-lesbo-transphobie et fascisme sont liés et se soutiennent mutuellement. Le féminisme et le transféminisme de ce mouvement s’appuient sur la liberté et l’autodétermination de toutes les subjectivités dans la construction de processus de lutte et de libération collectifs qui s’inscrivent dans la reproduction de la société.

Tous les droits conquis  par la lutte des femmes sont aujourd’hui attaqués : le divorce, l’avortement et la réforme du droit de la famille. Nous répondons à cette vague réactionnaire avec la force des revendications du Plan féministe contre la violence masculine faite aux femmes et contre toute forme de violence de genre.

Nous sommes la marée féministe, transféministe, antiraciste et antifasciste qui inondera Vérone, et nous ouvrirons des espaces de libération en nous appuyant sur la force globale de notre grève féministe.

ÔTEZ VOS MAINS DE NOS DÉSIRS!

«Non una di meno» revendique:

  • Que les écoles et les universités deviennent des lieux privilégiés où contrer les violences de genre : que les associations «no gender» dégagent, et qu’à la place l’éducation sexuelle, l’éducation de genre et aux différences aient plus d’espace.
  • Que soit créée une formation continue pour les  professionnels impliqués dans le parcours de sortie de la violence des femmes : enseignant.e.s, avocat.e.s, procureure.s, magistrat.e.s, formateur.trice.s  des travailleur.se.s des médias et des industries culturelles, pour contrer les récits  toxiques et promouvoir une culture différente.
  • Que se développe dans le monde du travail la formation contre le harcelèment, la violence et les discriminations de genre, avec pour objectif de fournir des outils de défense et d’autodéfense adaptés et efficaces.
  • Nous concevons la santé comme bien-être physique, psychologique, sexuel, social et expression de la liberté d’autodétermination. Nous sommes contre la pathologisation des personnes trans et la réassignation sexuelle forcée pour les personnes intersexuelles.

  • Nous savons que l’objection de conscience dans les services de santé (le droit des médecins à refuser de pratiquer des avortements pour des raisons religieuses ou éthiques) entrave le droit à l’autodétermination des femmes, nous voulons le plein accès à toutes les techniques d’avortement pour toutes les femmes qui le demandent.
  • Nous revendiquons la garantie de la liberté de choix  et demandons que la violence obstétricale soit reconnue comme une forme de violence faite aux femmes, dans le domaine de  la santé reproductive et sexuelle.
  • Nous nous opposons aux  logiques sécuritaires dans le domaine des soins médicaux : nous estimons que les interventions fondées exclusivement sur l’assistance, l’urgence et la répression, sans tenir compte de l’analyse féministe de la violence comme d’un phénomène structurel, sont inadaptées et nocives. Nous voulons des équipes médicales avec des professionnelles  expérimentées.
  • Nous revendiquons un modèle de protection sociale universel garanti. Nous demandons la création de plannings familiaux qui soient des espaces laïcs, politiques, culturels et sociaux, et pas seulement socio-sanitaires. Nous soutenons leur renforcement et leur renouvellement via le recrutement d’équipesstables et pluridisciplinaires.
  • Nous encourageons l’ouverture de nouvelles et nombreuses  «permanences féministes et transféministes » [‘consultorie transfemministe queer‘ en italien, des sortes de plannings familiaux autogérés NdT]: des espaces de vie et d’expérimentaton, d’auto-analyse, d’entraide et de rédéfinition de l’État social.
  • Nous revendiquons un salaire minimum européen, un revenu d’autodetermination universel et inconditionnel , comme outil de libération vis-à-vis de la violence hétéropatriarcale qui s’exerce sur les lieux de travail et ailleurs.
  • Contre le système des frontières et le système institutionnel d’accueil, nous revendiquons la liberté de circulation pour toutes et tous et un permis de séjour européen sans conditions, indépendendammentdu statut familial, des études, des revenus.
  • Nous voulons la citoyenneté pour toutes et pour tous et le droit du sol pour les enfants qui naissent en Italie ou qui ont grandi ici même si ils ou elles n’y sont pas né.e.s.
  • Nous critiquons le système institutionnel de l’accueil et nous refusons la logique sécuritaire appliquée aux migrations.
  • Nous nous opposons à la récuperation raciste, sécuritaire et nationaliste de la violence de genre.
  • Nous voulons des espaces politiques féministes et transféministes partagés.
  • Nous savons que les violences faites à la Terre s’abattent aussi sur nous. Nous nous opposons à la « violence environnementale » qui est menée contre le bien-être de nos corps et celui des écosystèmes dans lesquels nous vivons, sans cesse menacés par des pratiques d’exploitation.

Verona Ciudad Transfeminista

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Under our eye/Sotto il nostro occhio/Bajo nuestro ojo

En la familia patriarcal heteronormalizada se produce y reproduce un modelo  social jerárquico y sexista: es el lugar donde se verifican la mayor parte de las violencias de género y es el dispositivo que reproduce la división sexual del trabajo y la opresión.

Es más, la familia es una herramienta ideológica que se utiliza con fines racistas, de cara a apoyar la reproducción de la identidad nacional de piel blanca. Por esta razón, reiteramos que la libertad de autodeterminación de las mujeres y de todas las subjetividades LGBT*QI+ no puede separarse de la libertad de movimiento de las y los migrantes. La violencia de las fronteras se articula en los territorios y en los cuerpos de las personas que las cruzan.

El Congreso Mundial de las Familias (WFC por su sigla en inglés) que se celebrará en Verona los días 29, 30 y 31 de marzo 2019 se arraiga en dicha idea de familia y es por esta razón que las feministas y transfeministas de Ni Una Menos (Non Una di Meno) junto con otros movimientos italianos e internacionales ocuparán la ciudad con rabia, determinación y intensidad. El congreso es co-organizado por la administración local y patrocinado por la “Presidencia del Consejo de Ministros – Ministerio de Familia y Discapacidad”, y la Región del Véneto. Asistirán el Ministro de Interiores Matteo Salvini, el Ministro de la Familia y la Discapacidad Lorenzo Fontana, el Ministro de la Educación Marco Bussetti, el Senador de la Lega Simone Pillon. Detrás de estos nombres reconocemos  a los principales promotores de la violencia heteropatriarcal y racista, y de su institucionalización. A ellos, y a todos los que se reúnen en este acto en nombre de la opresión y la explotación, tendrá nuestra rotunda oposición a través del movimiento de liberación transnacional.

A pesar de la retórica sobre los valores y la vida humana, los ataques contra el aborto y la apología de la familia, fomentados por estos señores del patriarcado, se vinculan a la organización general de la sociedad basada en la violencia y la opresión. Detrás de la reivindicación ideológica de la nación blanca, se esconde el racismo institucional. Dicho racismo no hace más que reproducir permanentemente la explotación del trabajo migrante dentro de las fronteras que dicen querer defender.

Detrás del llamamiento a la familia natural está la violencia: la heterosexualidad obligatoria contra la libertad sexual de las mujeres y las subjetividades LGBT*QI+ que se niegan a reconocerse en las identidades prescritas y los roles sociales impuestos. Nos oponemos a cualquier intento de subordinar a las mujeres al papel del cuidado dentro de la familia y a la maternidad como destino. El mundo de la educación y la formación también se ve afectado por estos ataques católico-fascistas a raíz del alarmismo fomentado, incluso a nivel institucional por las narrativas que describen a l*s niñ*s como víctimas de una supuesta “ideología de género”, lo que se traduce en fuertes limitaciones, en una verdadera censura a la circulación de saberes que critican la reproducción de las jerarquías de género y reconocen la libertad de las diferencias. Sabemos que el Congreso Mundial de las Familias es uno de los intentos de defensas descompuestas ante el poderoso levantamiento global de las mujeres que está quebrando un orden basado en las coerciones, la explotación y las jerarquías.

Llegaremos a Verona con la fuerza de la huelga feminista que crece y se expande: el 8 de marzo centenares de miles hemos ocupado las plazas y las calles del mundo, cruzando los brazos y no ocupando los lugares de la explotación y de la violencia patriarcal, para tomar la palabra contra el racismo y la opresión, para gritar nuestra libertad frente a las imposiciones de género y a la familia heteropatriarcal como institución opresiva. El feminismo y el transfeminismo que hemos sido capaces de activar van más allá de la identidad y de sus codificaciones, transitan en los espacios y en la sociedad para crear nuevas formas de lucha, proceden a través de las relaciones más que de las identificaciones y atraviesan todos los elementos de una movilización que es global. La huelga es feminista porque ha sido capaz de desvelar el nexo entre la violencia patriarcal, el racismo y la explotación: hemos quebrado ese nexo al llevar a la calle nuestra libertad y nuestra fuerza colectiva el 8 de marzo. Ni Una Menos es un movimiento feminista y transfeminista porque a partir de la puesta en discusión de las relaciones de poder, de las jerarquías y de la lucha contra la violencia machista contra las mujeres y el/los géneros ha sido capaz de golpear cada aspecto de la violencia sistémica. Con nuestra lucha hemos demostrado que el sexismo, la explotación, el racismo, el colonialismo, el fundamentalismo político y religioso, la homo-lesbo-transfobia y el fascismo están vinculados y se apoyan mutuamente.

El feminismo y el transfeminismo en este movimiento se desprenden a partir de la libertad y la autodeterminación de cada subjetividad con vistas a construir procesos colectivos de lucha y liberación que impactan la reproducción de la sociedad.

Hoy en día, todos los derechos conquistados por las luchas de las mujeres se encuentran bajo ataque: el divorcio, el aborto y la reforma del derecho de familia. A esta oleada reaccionaria respondemos con la fuerza de las reivindicaciones de nuestro Plan Feminista contra la violencia machista contra las mujeres y todas las formas de violencia de género.

 

Afirmando la fuerza de un movimiento global, Ni Una Menos demanda:

* Que la escuela y la universidad se conviertan en lugares de libertad y y rechazo a la violencia de género: ¡que salgan las asociaciones que eduquen con las diferencias, sexuales y de género!

* Que se exija una formación continua de los perfiles profesionales involucrados en las rutas de salida a la violencia de las mujeres, como profesores y profesoras, abogados y abogadas, jueces y juezas, educadores y educadoras, trabajadoras y trabajadores de los medios de comunicación y de las industrias culturales, para combatir las narraciones tóxicas y promover una cultura nueva.

* Que la sensibilización y formación en el mundo laboral siga trabajando contra los acosos, la violencia y la discriminación de género, con el fin de proporcionar herramientas adecuadas y eficaces de defensa y autodefensa.  

* Consideramos la salud como bienestar psíquico, físico, sexual y social y como expresión de libertad a la autodeterminación. Estamos en contra de cualquier forma de patologización de las personas trans y de re-asignación sexual forzada de las personas intersexuales.  

* Sabemos que la objeción de consciencia en el servicio sanitario nacional menoscaba el derecho a la autodeterminación de las mujeres, queremos el acceso pleno a todas las técnicas de aborto para todas las mujeres que las solicitan.

* Reivindicamos la garantía de libre elección y la necesidad de reconocer la violencia obstetricia como una de las formas de violencia contra las mujeres relacionadas con la salud reproductiva y sexual.

*Estamos en contra de las lógicas de seguridad en los centros sanitarios: creemos que las intervenciones de carácter exclusivamente asistencialista, de emergencia y represivos sean inadecuados y dañinos y que no tengan en cuenta el análisis feminista de la violencia como fenómeno estructural. Queremos un equipo de operadoras expertas.

*Reivindicamos un estado social universal, garantizado. Solicitamos la creación de consultorios que no solo sean espacios socio-sanitarios, sino también seculares, políticos, culturales y sociales. Queremos promover su potenciamiento y recalificación a través del empleo de personal estable y multidisciplinar.

* Alentamos la abertura de nuevas y más numerosas asesorías feministas y transfeministas, entendiendo por ellas espacios de experimentación (y vida), auto-investigación, mutualismo y redefinición del estado social.

*Reivindicamos un salario mínimo europeo, una renta de autodeterminación incondicionado y universal como herramienta de liberación de la violencia heteropatriarcal dentro y fuera de los lugares laborares.

*Contra el régimen de las fronteras y el sistema institucional de acogida, reivindicamos la libertad de movimiento y un permiso de residencia europeo sin condiciones, desvinculado de la familia, del estudio, del trabajo y de la renta.

* Queremos una ciudadanía que sea para todas y todos, el ius soli  para las niñas y niños que nacen en Italia y para los que han crecido aquí aunque no hayan nacido aquí.

*Criticamos el sistema institucional de la acogida y rechazamos la lógica de emergencia aplicada a las migraciones.

*Estamos en contra de la instrumentalización de la violencia de género en clave racista, nacionalista y de seguridad.  

*Queremos espacios políticos compartidos feministas y transfeministas.

*Sabemos que la violencias en los territorios también nos atacan a nosotr*s y nos oponemos a la “violencia ambiental” que actúa en contra del bienestar de nuestros cuerpos y de los ecosistemas en los que vivimos, constantemente amenazados por las prácticas de explotación.  

Somos la marea feminista, transfeminista, antirracista y antifascista que inundará Verona abriendo los espacios de liberación a partir de nuestra fuerza global.

 

AUTODERMINACIÓN Y LIBERACIÓN: MANOS FUERA DE NUESTROS DESEOS!