I NOSTRI DESIDERI NON SONO TRASPARENTI. LA CITTA’ FEMMINISTA NON SI SGOMBERA!

Roma da troppo tempo ormai vive nel pericolo di perdere luoghi essenziali di autonomia, solidarietà e cultura nella città. In particolare è in atto un chiaro e feroce attacco ai luoghi del femminismo, frutto di battaglie storiche e più recenti.

Questi luoghi – la Casa Internazionale delle Donne, la Casa delle donne Lucha y Siesta, Il Centrodonna L.I.S.A., il Centro donne D.A.L.I.A, lo spazio delle Cagne Sciolte…- hanno consentito a moltissime donne di uscire dalla spirale della violenza e reso possibile la costruzione di percorsi di autonomia e liberazione. Oggi questi spazi, ed altri ancora, sono minacciati da procedimenti di chiusura o di richiesta di risorse economiche esose, conseguenza di un sistema economico e politico che tenta di monetizzare e mettere a profitto ogni aspetto dell’esistente.

E oggi, dopo la Casa Internazionale delle Donne, anche la casa delle donne Lucha y Siesta rischia la chiusura.

Le donne di Roma rischiano di perdere non solo dei luoghi fisici in cui incontrarsi, ma ciò che sono diventati nel tempo: dei punti di riferimento irrinunciabili in città, spazi di condivisione, autotutela e autodeterminazione conquistati con la lotta, nati per modificare un contesto sociale e culturale che era e resta pesantemente segnato dalla violenza maschile sulle donne.

 Le sorti della Casa delle Donne Lucha y Siesta vengono legate a quelle di Atac, proprietaria dello stabile, che ne minaccia il futuro. Il piano di risanamento di Atac non devono pagarlo le donne: Lucha y Siesta va salvaguardata e stralciata dalla lista dei beni immobili da svendere, subito!

E’ questa una idea di legalità che non corrisponde ai diritti, ai bisogni e a desideri di vite migliori che una democrazia matura dovrebbe invece garantire.  A fronte di questa emergenza per le donne e per tutta la città, la proverbiale trasparenza della Giunta Raggi si fa vera e propria invisibilità: la sindaca scompare, le assessore si smaterializzano, le richieste restano senza risposta, i problemi senza soluzione…

Facciamo vivere i nostri desideri e i nostri bisogni dandogli corpo e dignità, attraversando e ridisegnando la città, riappropriandoci di spazi abbandonati, sostituendo al calcolo finanziario l’inestimabile ricchezza delle relazioni e dei saperi differenti che produciamo quotidianamente.

 

Da qui non ce ne andiamo. La città femminista non si sgombera!

Martedi 23 gennaio ore 16

Tutte e tutti a Piazza del Campidoglio

Evento fb

Nota fb

 

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LE GRANDI ASSENTI DI ROMA SULLA POLITICA DELLE DONNE. LA CASA DELLE DONNE LUCHA Y SIESTA ANCORA A RISCHIO.

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Le Assessore del Comune di Roma Castiglione, Meleo e Baldassare il 10 gennaio non si sono presentate al tavolo da loro convocato in Campidoglio sul futuro della Casa delle Donne Lucha y Siesta.
Un’assenza inaudita, imbarazzante e gravissima. Nell’incontro preliminare svoltosi a dicembre scorso, l’Assessora Laura Baldassarre aveva espresso, a nome anche della Sindaca, la volontà di tutelare la preziosa esperienza di Lucha y Siesta, che si trova in un immobile Atac tra quelli in dismissione e, a tal fine, ha convocato tutti gli assessorati competenti in Campidoglio, insieme a Regione, Municipio VII e alla presidenza della Commissione Consiliare Politiche Sociali.

E invece a questo incontro chi doveva e poteva decidere non c’era.

Una sottrazione inaccettabile dalle proprie responsabilità politiche di fronte a un tavolo di discussione su una delle sperimentazioni più avanzate nel campo del contrasto alla violenza maschile contro le donne. È paradossale che la forza politica che proclama la centralità del dialogo con i/le cittadini/e, della democrazia e della trasparenza si sottragga al dialogo trasparente sul futuro di uno dei beni pubblici di Roma.

È con la vendita di una palazzina che si risana un debito miliardario? È chiudendo un progetto che fornisce sostegno e ospitalità a donne che fuoriescono dalla violenza, che in 10 anni ha sostenuto 1105 donne e moltissime/i minori che si pensa di salvare il servizio di trasporto pubblico? Anni e anni di malaffare e malagestione si combattono schiacciando tutto ciò che di forte l’autorganizzazione delle donne ha costruito? Si sta sanando un’azienda pubblica o si stanno facendo ennesime manovrine di natura finanziaria?

Già la vicenda della Casa internazionale delle donne ci aveva messo in allarme rispetto alle intenzioni politiche di questa amministrazione, la vergognosa situazione che si è verificata ieri, uno dei momenti più bassi della politica che ci sia mai capitato di affrontare, ci conferma la totale mancanza di volontà di questa giunta di contrastare la violenza maschile riconoscendo, valorizzando e allargando gli spazi politici che le donne hanno conquistato.

Vogliamo sapere se ancora si può parlare di rispetto tra l’amministrazione e la cittadinanza, se c’è ancora spazio di confronto sulla co-progettazione della città con le realtà che in questi anni l’hanno mantenuta viva. Ci chiediamo quali siano le priorità di questa giunta, noi sappiamo quali sono le nostre e non siamo disposte a rinunciarci.

Diamo appuntamento a tutte/i oggi alle 18.00 alla Casa Internazionale delle Donne (Via della Lungara 19) per costruire insieme la campagna di difesa e conquista di spazi femministi.

Casa delle donne Lucha y Siesta
Per info e contatti:
luchaysiesta.wordpress.com
Facebook: @lucha.ysiesta
Twitter: @luchaysiesta

Messaggio di solidarietà alla prima marcia delle donne indigene mapuche

Desde la mesa Tierra, Cuerpos, Territorios y Espacios urbanos del movimiento Ni Una Menos, Italia

os escribimos para expresar nuestro sentir y estar con vosotras en esta marcha

En nuestro plan que hemos lanzado el 25 de noviembre hemos escrito que el tema de la violencia ambiental es crucial en nuestra vida, Violencia contra las mujeres, los seres vivientes, la natura misma, porquè reconocimos en el modelo andropocentrico, neutro-masculino, etero el dominio patriarcal que impone como natural el sistema de dominio y la explotacion de los cuerpos y de la naturaleza

Hemos llamado violencia ambiental la que se implementa en contra del benestar de nuestros cuerpos, de los territorios donde vivimos, amenazados constantemente por una explotacion biodcida, la que nega a los territorios la posibilidad de autodeterminaciòn, la libertad de movimiento; la que militariza, coloniza y ocupa para explotar el territorio; Subalternidad, expoliacion, de la naturaleza tanto de las personas como de las otras especies y patriarcado se entrezan en la vision de las relaciones como dominio y propiedad propias de este modelo

Por eso estamos con vosotras en esta marcha: Queremos caminar juntas a nivel transnacional construyendo economias decolonizadas y de paz, alternativa a aquellas biocidas del capitalismo neoliberal, que solo se impone con guerras, militarizaciòn y ocupaciòn de los territorios

Queremos vivir y construir redes con movimientos de mujeres en el mundo y asumir la responsabilidad de un imaginario colectivo alternativa a este sistema en defensa de la biodiversitad, de produciones agroecologicas, de la gestion participada de los benes comunes, fuera de las logicas de dominio de los humanos sobre la naturaleza, de los hombres sobre las mujeres y otras subjectividades.

 

Questa la traduzione del testo che convocava la marcia:

1a MARCIA DELLE DONNE INDIGENE PER IL “BUON VIVERE”
I MARCIA TRANSFRONTALIERA “NAZIONE MAPUCHE, NAZIONE CHE NON MUORE”
SABATO 9 DICEMBRE 2017 ore 18 – BUENOS AIRES (ARGENTINA)
raduno e partenza dal monumento al genocida Julio A. Roca, Diagonal Sur y Perú
(in contemporanea con altri cortei ed eventi a TEMUCO (CILE) e in altre città da ambo i lati della cordigliera)
PER ADERIRE: originariasporelbuenvivir@gmail.com
Mari mari kom pu che – Tanti saluti a tutt*.

Dinanzi alla violenza scatenata dagli Stati cileno e argentino contro il popolo-nazione mapuche, che rispecchia la politica razzista, segregazionista e selettiva attuata contro i Lof [comunità] in lotta per la difesa della vita e dei territori, la Marcia delle Donne indigene per il “buon vivere” ha deciso di compiere una marcia transfrontaliera a sostegno del popolo mapuche […] poiché le frontiere sono frutto di imposizione arbitraria e il popolo mapuche è una nazione sola, unita dalla Cordigliera delle Ande. […]
Principali obiettivi:
* urgente demilitarizzazione del territorio mapuche: fine dei raid e delle violenze esercitate dagli Stati sul corpo d’ogni sorella, d’ogni fratello;
* abrogazione della legge antiterrorismo, applicata soprattutto dal governo cileno nelle cause di persecuzione nei confronti del popolo mapuche nel Gulumapu [la legge 18.314 del 1984: pesante (e non unica) eredità della dittatura, aspramente criticata anche dalla Corte interamericana per i diritti umani e dalla Commissione diritti umani delle Nazioni Unite, «dispositivo repressivo per eccellenza […] utilizzat[o] all’esclusivo scopo di reprimere la protesta sociale e le rivendicazioni mapuche mediante modalità sproporzionate di tipo antisommossa» (Andrés Cuyul, “La Machi esterilizada o la nueva caza de brujas en el territorio mapuche”, quotidiano cileno El Ciudadano, 13 febbraio 2013, http://www.elciudadano.cl/2013/02/13/63513/la-Machi-esterilizada-o-la-nueva-caza-de-brujas-en-el-territorio-mapuche/, traduzione di EcoMapuche); Gulumapu oNgulumapu: in lingua mapudungun, “terra dell’ovest”, cioè la porzione situata ad ovest della Cordigliera e oggi rientrante nei confini politici del Cile: insieme al Puelmapu o “terra dell’est”, cioè la parte orientale, nell’attuale Argentina, costituisce il Wallmapu, il “paese mapuche” nel suo complesso];
* liberazione di tutte le prigioniere e i prigionieri politici, sotto sequestro da parte degli Stati, in condizioni giudiziarie irregolari che violano il legittimo diritto alle garanzie processuali e impediscono l’accesso alla giustizia alla quale ogni essere umano ha diritto – #LiberenAMilagro – https://www.facebook.com/hashtag/liberenamilagro?source=feed_text&story_id=1931936150458179
* liberazione immediata senza estradizione in Cile del longko Facundo Jones Huala [lon(g)ko: autorità politica tradizionale]: la sua detenzione per noi è illegale e trasferirlo in Cile per processarlo significherebbe aggravare la sistematica violazione dei diritti del popolo mapuche – #LibertadParaFacundoJonesHuala – https://www.facebook.com/hashtag/libertadparafacundojoneshuala?source=feed_text&story_id=1931936150458179
* processo e condanna dei responsabili della sparizione forzata e dell’assassinio del compagno Santiago Maldonado; immediata destituzione della ministra della difesa Patricia Bullrich – #JusticiaPorSantiagoMaldonado – https://www.facebook.com/hashtag/justiciaporsantiagomaldonado?source=feed_text&story_id=1931936150458179
* processo e condanna dei responsabili dell’assassinio di Rafael Nahuel – #JusticiaPorRafaelNahuel – https://www.facebook.com/hashtag/justiciaporrafaelnahuel?source=feed_text&story_id=1931936150458179
Facciamo appello alla solidarietà dei popoli argentino e cileno e di tutti i popoli del mondo per la libera autodeterminazione del popolo-nazione mapuche: esigiamo rispetto e fine della diffamazione e delle menzogne di stampo cospirazionista. Il popolo mapuche è portatore dell’ideologia del buen vivir e della convivenza in armonia con la natura, proteggendola dallo sfruttamento [minerario e in generale industriale: legname, piscicoltura, centrali elettriche…]. Denunciamo la quotidiana campagna mediatica sul tema del terrorismo condotta dal governo nazionale e dai media egemonici, complici e dipendenti, al solo scopo di giustificare la violenza istituzionale e passar sotto silenzio i propri scopi capitalistici, perseguiti tramite trattative illegali con criminali esteri come, fra gli altri, Lewis e Benetton.
Il popolo argentino e i popoli del mondo hanno dato prova di capacità organizzativa e solidarietà concreta con la famiglia di Santiago Maldonado: il 9 dicembre sarà il giorno in cui il popolo mapuche riceverà un analogo gesto fraterno e umanitario in ogni città, ogni villaggio, ogni piazza, con cortei, incontri e azioni, per dire FERMIAMO IL GENOCIDIO.
ORGANIZZAZIONE
Marcha de Mujeres Originarias por el Buen Vivir [Marcia delle Donne indigene per il “buon vivere”] (Argentina) – http://www.originarias.nethttps://www.facebook.com/Marcha-De-Mujeres-Originarias-313937188750267/ – Irma Caupan Perriot, +54 9113648-0731, originariasporelbuenvivir@gmail.com
Red de Apoyo a los Presos Políticos Mapuches [Rete di sostegno ai prigionieri politici mapuche] (Temuco, Cile) – Ingrid Conejeros, ingridconejeros@gmail.com
Liga Internacional de la lucha de los Pueblos [Lega internazionale per la lotta dei popoli] – http://www.ilps.info
PRIME ADESIONI: Organización de Resistencia Saharahui + APDH La Matanza + Asociación de Ex Detenidos Desaparecidos Memoria Militante + Mirta Baravalle y Nora Cortiñas, Madres de Plaza de Mayo + MTR 12 de Abril + Estrella Roja, Movimiento de Resistencia Popular + MULCS Movimiento por la Unidad Latinoamericana por el Cambio Social + Liga Internacional por los Trabajadores + Encuentro Memoria, Verdad y Justicia + Organizaciones de Euskalaherria + Multisectorial La Plata – Beriso – Ensenada + Comité de Solidaridad Santiago Maldonado + Hijos La Plata + Ni Una Menos + Frente por la liberación de Milagro Sala + Movimiento Universitario de Izquierda (MIU) + ……

REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE NON UNA DI MENO, ROMA, 26 NOVEMBRE 2017

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“Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme”, questo il senso delle due giornate di Non Una Di Meno a Roma. Il Corteo del 25 novembre e l’assemblea nazionale, entrambe partecipatissime, ci restituiscono intera la forza del movimento femminista a un anno dal suo avvio.  Le giornate del 25 e del 26 Novembre, hanno mostrato la potenza e la determinazione di questo movimento femminista, capace di unirsi nelle differenze intorno ad obiettivi comuni e che, con caparbietà, promette e poi mantiene. Due giorni di forte protagonismo delle donne che sono scese in piazza con un elemento di grande rilancio: il Piano Femminista come documento politico e programmatico e come strumento delle lotte a venire.

La presentazione contemporanea e coordinata del piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere in diverse città d’Italia ha dato il giusto peso all’evento: rappresenta, infatti, allo stesso tempo un fatto storico e un dato politico inediti, dimostra la determinazione e la maturità politica di un movimento femminista capace di elaborazione e decisione collettiva in grado di fare delle differenze una ricchezza, di lavorare in centinaia in relazione e presenza, di fare dei saperi e delle pratiche femministe programma politico per un cambiamento radicale della società.

Oggi possiamo dirci che la lettura della violenza come problema sistemico e l’approccio intersezionale sono la cifra di questo movimento e hanno giocato un ruolo fondamentale nella sua definizione, elementi più forti di eventuali differenze e conflittualità.

Siamo partite da un vuoto politico generale che ha immobilizzato questo paese e abbiamo dato vita a due manifestazioni enormi, al primo sciopero globale delle donne, di genere e dai generi costruito a partire dai nostri luoghi di lavoro – tipici e atipici – fino ad arrivare a tante e diverse da noi; abbiamo realizzato decine e decine di campagne che stanno sedimentando mutualismo e solidarietà nei territori, che vanno dall’unione del lavoro tra i centri antiviolenza ed i collettivi, agli spazi autogestiti, alle consultorie ecc, alla scrittura di una piattaforma strategica e di azione che rimarrà un cantiere aperto di lavoro e trasformazione.

L’assemblea è stata capace di coniugare i passaggi futuri con la ricchezza e la complessità dei nostri corpi delle nostre storie, delle nostre molteplici soggettività e ha accolto la necessità di rendere il piano uno strumento dinamico di allargamento, conflitto, costruzione e conquista. Abbiamo quindi aperto una sfida importante e in grado di scuotere dalle fondamenta questo sistema: tradurre in pratica concreta, in lotte e campagne il nostro piano femminista, stabilendo insieme modalità e processualità condivise che lancino ancora una volta il cuore oltre l’ostacolo, che mettano in piedi processi di  modifica dell’esistente. La prima sessione dell’assemblea ha restituito la ricchezza di pratiche e piani di intervento sviluppati nei territori. Ma anche la capacità di avere un livello locale che si intreccia  con una dimensione internazionale, cominciando a condividere anche piattaforme, immaginari e obiettivi comuni. In particolare sono emersi come terreni condivisi e trasversali di conflitto e vertenza già aperti e da rilanciare:

  • campagne e pratiche di solidarietà e autotutela che svelino le retoriche di politiche securitarie, razziste e di militarizzazione delle città, riaffermare autodeterminazione e libertà di movimento con attraversamento dello spazio pubblico, come già fatto con le passeggiate transfemministe;
  • campagne contro la colpevolizzazione delle donne che hanno subito violenze e molestie;
  • lo slogan “le strade libere le fanno le donne che le attraversano”, significa anche riappropriazione e difesa degli spazi delle donne a rischio e quindi da difendere;
  • Vertenzialità e campagne di informazione e contronarrazione su sessualità e salute a partire dalla parola d’ordine “obiezione respinta”, in vista della mobilitazione del 22 maggio per i 40 anni della legge 194;
  • coniugare campagna politica e culturale alle lotte per il welfare, anche autogestito e femminista (centri antiviolenza, consultori, …);
  • articolare lavoro di inchiesta e intervento a partire dal lavoro di cura, sociale e relazionale la dove le forme di sfruttamento espongono anche e in particolare a ricatto sessuale e molestie;
  • insistere sull’intreccio formazione e lavoro a partire dalla battaglia contro buona scuola e alternanza scuola lavoro, “le scuole libere le fanno i femminismi che l’attraversano”!

L’assemblea ha inoltre rilanciato lo sciopero globale  dell’8 marzo, non come elemento rituale, bensì come strumento di costruzione ed avanzamento, di soggettivazione reale di donne, soggettività eccentriche, migranti e di potenziali infinite differenti soggettività . La vicenda delle molestie sui luoghi di lavoro ha squarciato il velo del silenzio sulla violenza, come hanno fatto in passato altri episodi eclatanti di cronaca, ponendo al centro della scena il tema del potere e del ricatto nella precarietà lavorativa, ma come abbiamo visto già succedere molte volte questo squarcio si potrebbe richiudere velocemente, se non siamo in grado di produrre dinamiche di solidarietà, di attivazione delle donne e di tutte quelle soggettività che da questi ricatti e violenze sono colpite quotidianamente

Va reso concreto e praticabile lo scarto che siamo riuscite a produrre, per il momento solo sui media, tra il #metoo, come denuncia individuale di episodi di violenza, al #wetoogether, come strumento di reazione collettiva.
Ci siamo riappropriate dello sciopero rivendicandolo come strumento femminista sottratto al monopolio sindacale e restituito alle lavoratrici formali e informali, precarie e al nero, alle disoccupate e senza retribuzione per sottolineare che la società dipende da noi dal nostro lavoro fisico ed emotivo . Per questo motivo abbiamo assunto l’appello delle compagne femministe argentine  di cui riproduciamo un piccolo estratto: “il nostro sciopero non è solo un evento, è un processo di trasformazione sociale e di accumulazione storica di forze insubordinate che non può essere imbrigliato nelle regole della democrazia formale.

Il nostro movimento eccede costitutivamente l’esistente, attraversa frontiere, lingue, identità e scale per costruire nuove geografie, radicalmente diverse rispetto quelle del capitale e dei suo movimenti finanziari.” Per immaginare la concreta costruzione dello sciopero,  abbiamo ribadito la necessità di un passaggio assembleare nazionale da costruire nella seconda metà di gennaio che sia un momento di condivisioni delle pratiche di costruzione dello sciopero, immaginando anche un confronto con le tante realtà che a livello globale costruiranno il prossimo 8 Marzo.

Abbiamo condiviso la necessità di immaginare una scadenza e possibile articolazione sul terreno delle migrazioni, come possibile tappa di avvicinamento all’ 8 Marzo. Di queste due scadenze, bisogna definire territorialmente le date.

E’ emersa la necessità di valorizzare e non disperdere l’enorme accumulo di elaborazione e proposta avanzati nei tavoli tematici. L’esigenza emersa è quella di immaginare nuovi ambiti di confronto e costruzione collettiva che possano intrecciare saperi e punti di vista a partire dalle campagne e dalle esigenze che lo sviluppo del movimento pone. Non solo plenarie quindi ma capire come costruire di volta in volta ambiti di discussione specifici.

E’ stata inoltre avanzata la proposta di articolazione di  assemblee regionali dove se ne pone l’esigenza, esempio in Lombardia per la vertenza dei centri antiviolenza contro la regione.

Per quanto riguarda i gruppi formatisi in occasione del 25 novembre: gruppo comunicazione e ufficio stampa, sono stati riconosciuti come efficaci strumenti di di lavoro e di comunicazione interna e esterna. Emerge quindi l’esigenza di mantenerli come strumenti di continuità di lavoro e di raccordo, eventualmente riconfigurabili nella composizione a partire dalle esigenze territoriali.

Sul piano della comunicazione occorre proseguire la riflessione e la sperimentazione sui linguaggi in grado di potenziare la diffusione.

Anche la questione del rapporto con le istituzioni è stata citata. C’è necessità di capire come articolare un rapporto conflittuale con le istituzioni a partire dalla lotta, da rivendicazioni radicali e da percorsi di autonomia. Il piano va tradotto anche in conquiste concrete attraverso battaglie da articolare su tutti i livelli istituzionali.

Siamo una macchina di tenacia, intelligenza e passione collettiva che ha aperto uno spazio di possibilità e di conflitto dentro il deserto prodotto da nuovi fascismi e neoliberismo.

La rivoluzione o sarà femminista e transfemminista queer o non sarà.

Non ci fermeremo, la marea è alta.

Wetoogether ,  siamo tempesta!

 

 

RIAPERTURA CENTRO NASCITA “ACQUALUCE” PRESSO OSPEDALE GRASSI CON OSTETRICHE LIBERE PROFESSIONISTE

Regione Lazio

On. Nicola Zingaretti

Presidente presidente@regione.lazio.it

Direzione Regionale Salute e Politiche Sociali

Direttore dell’Area Programmazione Rete

Ospedaliera e Ricerca Area Programmazione rete ospedaliera e risk management Dott. Domenico Di Lallo ddilallo@regione.lazio.it

Regione Lazio Direzione Regionale Salute e Politiche Sociali

Dott.ssa Simona Asole sasole@regione.lazio.it

Commissario Straordinario Asl Roma Tre Dott. Giuseppe Legato direzione.generale@pec.aslromad.it

Direttore Sanitario Asl Roma Tre

Dott. Giuseppe Ciarlo direttoresanitario@aslroma3.it

Direttore UOC Ostetricia e Ginecologia G.B.Grassi

Dott. Pierluigi Palazzettipierluigi.palazzatti@aslrm3.it

Direttore del Dipartimento delle Professioni Sanitarie

Dott.ssa GigliolaMartinelli gigliolamartinelli@yahoo.it

Responsabile Percorso Nascita

Adriana Bruno adriana.bruno@aslrm3.it

 Responsabile Organizzativa dell’Ostetricia

Ospedaliera e Territoriale

Capo Ostetrica

Dott.ssa Rita Gentileostetrichermd@aslromad.it

Referente Ostetrica Aziendale

Dott.ssa Stefania Nichinonni    s.nichi@tin.it

Collegio Provinciale delle Ostetriche di Roma

Presidente segreteria@pec.collegioostetrichediroma.it

OGGETTO: RIAPERTURA CENTRO NASCITA “ACQUALUCE” PRESSO OSPEDALE GRASSI CON OSTETRICHE LIBERE PROFESSIONISTE

RIFERIMENTO: DCA REGIONE LAZIO N°00395/2016

Noi sottoscritte Ostetriche Libere Professioniste impegnate all’assistenza al parto extra-ospedaliero ai sensi del DCA N°00395/2016 siamo state convocate per una riunione presso gli uffici della ASL ROMA 3 in Via Casal bernocchi 73  in data 30/10/2017, con la finalità in oggetto.

In questa sede è stata distribuita una bozza di “Protocollo d’intesa” (in allegato) per creare una collaborazione finalizzata all’assistenza al parto in regime di libera professione presso il centro nascita Acqualuce.

Abbiamo quindi esaminato la proposta da un punto di vista tecnico, pratico e sociale, e ritenuto importante conoscere il parere dell’utenza tramite un confronto con le Associazioni e le realtà territoriali maggiormente rappresentative: Comitato per la riapertura di Acqualuce, Comitato CoRDiN, Freedom for Birth, Ovo Italia, Nonunadimeno, La Goccia Magica, Associazione Nanay, Il Melograno di Roma, Vitadidonna.

La conclusione a cui si è giunte è che l’utenza si aspetta dal centro nascita Acqualuce un servizio pubblico e gratuito .

Le ostetriche per ruolo e definizione sono al fianco delle donne con il dovere principale di sostenere i loro bisogni e le loro scelte. Noi troviamo, quindi, che la proposta della ASL ROMA 3 presenta importanti criticità soprattutto rispetto alla continuità assistenziale durante tutto il percorso nascita.

Ci rendiamo comunque disponibili ad un incontro con tutti gli stakeholders (tecnici, amministrativi, politici ed utenti) per contribuire ad elaborare una soluzione sostenibile ed efficace per l’utenza e per le ostetriche coinvolte.

In attesa di una vostra convocazione

Cordiali Saluti

Roma, lì 21/11/2017

Il Grassi vuole riaprire Acqualuce? Privatizzazione respinta!

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Un gruppo di ostetriche libere professioniste è stato recentemente contattato dalla direzione sanitaria dell’ospedale Grassi di Ostia per riaprire la Casa del Parto Acqualuce chiusa “grazie” alla spending-review regionale.

Riteniamo questa proposta, arrivata guarda caso a ridosso del 25 novembre e in periodo preelettorale nella Regione Lazio, irricevibile e vergognosa da tutti i punti di vista, sia rispetto alle caratteristiche del servizio sia rispetto alle condizioni di lavoro delle ostetriche: l’assistenza al parto diventerebbe a pagamento per le donne e le ostetriche libere professioniste chiamate a garantirla lavorerebbero a partita IVA, senza alcuna forma contrattuale con la struttura sanitaria.

Da sempre sosteniamo che esiste una relazione tra le condizioni di lavoro, la qualità del servizio prestato e gli esiti in termini di salute per le persone che ne usufruiscono.

Lo abbiamo ribadito più volte nei documenti prodotti durante le assemblee così come nel nostro Piano Femminista, elaborato in questo anno di lavoro e mobilitazione.

La direzione sanitaria pensava di allettare le ostetriche, offrendo loro in tempo di crisi un’opportunità di lavoro “precario-autonomo”, per garantire la riapertura di AcquaLuce privatizzata e probabilmente un ritorno di immagine per qualche candidat* “amic* delle donne”alle regionali.

La mossa però non ha funzionato perchè le stesse destinatarie hanno respinto la proposta al mittente.

Un elemento infatti è sfuggito (e come avrebbero potuto considerarlo?): le ostetriche hanno pensato che fosse necessario rendere partecipi di questa “offerta” le associazioni di donne del territorio e il movimento Non Una Di Meno, cogliendo con chiarezza quel nesso imprescindibile tra lavoro, qualità del servizio e salute delle persone e dopo aver sentito il parere delle donne, hanno risposto alla direzione sanitaria con un comunicato (allegato), coinvolgendo come è giusto che sia, anche gli interlocutori politici, che forse immaginavano di potersi appuntare una coccarda sul bavero in campagna elettorale e si ritrovano invece a dover rispondere a lavoratrici, cittadine e movimento delle donne unite.

Questo è stato possibile perché da anni le donne si battono, riunite in un Comitato, per la riapertura di AcquaLuce pubblica, e grazie alla saldatura fra le istanze di chi, come le ostetriche, lavora per la promozione della salute e della fisiologia nel percorso nascita e per la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo e quelle del movimento NonUnaDiMeno che fa dell’autodeterminazione e della risignificazione del rapporto tra operatrici e utenti un punto cardine delle proprie rivendicazioni.

Lo scorso 8 marzo, nella giornata dello sciopero mondiale delle donne, come Non Una Di Meno abbiamo realizzato un’iniziativa davanti alla “casetta” chiusa, riuscendo ad aprire un tavolo in Regione Lazio dove abbiamo portato, tra le altre rivendicazioni, proprio la riapertura di Acqualuce e l’assunzione di ostetriche che ne potessero garantire il funzionamento gratuito all’interno del SSR.

La risposta della direzione sanitaria del Grassi ci mette di fronte all’ennesimo e sfacciato tentativo di privatizzare pezzi preziosi e virtuosi di sanità pubblica, come lo è stata la Casa del Parto Acqualuce, unica struttura pubblica di eccellenza del centro-sud,  conquistata con enormi fatiche e boicottata in tutti i modi e strenuamente difesa fino all’ennesima chiusura di due anni fa.

Anche questa è violenza, la violenza di un sistema che di fatto subordina il diritto all’autodeterminazione alla logica del profitto e della convenienza politica. Noi non la accettiamo, non ci fermeremo e resteremo unite nella lotta per la rivendicazione dei diritti di tutte.

La rivoluzione delle donne è la rivoluzione delle rose. Lettera da una donna italiana nelle YPJ

di Eddi

Pubblichiamo la lettera di una compagna di Torino che ha deciso di far parte delle delle YPJ, le Unità di Difesa delle Donne nella Federazione della Siria del Nord, letta sabato durante ma manifestazione transfemminista Non Una Di Meno.

Ciao a tutte e tutti,
vi scrivo dalla Siria del Nord, un luogo che seppur martoriato da anni di dittatura e guerra civile, grazie all’enorme sacrificio di tante e tanti è oggi una terra libera. Una terra libera e di libertà soprattutto per le donne, che sono l’avanguardia di questa rivoluzione.
Questo protagonismo poggia su una chiara presa di posizione ideologica: il ruolo delle donne nella società è centrale ma schiacciato da millenni di patriarcato, il loro sfruttamento è il più brutale e radicato; se si vuole una società libera bisogna che le donne siano libere. Devono poter sostenersi economicamente e politicamente, formarsi, sviluppare al massimo le proprie possibilità, ambire a qualunque desiderio, sentirsi ed essere sicure e forti. Che siano in grado proteggere se stesse, le persone e la terra che amano.
Questa teoria si è fatta pratica: collettivamente si sono organizzate per rispondere a ognuna di queste esigenze e ogni giorno si trova il modo per superare i nuovi ostacoli. Le loro organizzazioni sono autonome: sono le donne la soluzione ai problemi delle donne! Ma è laddove questi problemi nascono, nella società con le sue contraddizioni, che bisogna seminare, perché si radichi un cambiamento che costruisca un futuro libero dalla violenza patriarcale. È con la loro autonomia e i loro saperi che le donne fanno da traino e garanzia perché si viva tutte e tutti insieme una vita libera e dignitosa. In questo solco sono nate le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, ed è la convinzione che tutto ciò valga anche in casa nostra che mi ha spinto a scegliere di farne parte.
Le Ypj sono un corpo militare che ha saputo riportare straordinarie vittorie sul campo di battaglia; hanno liberato migliaia di persone dall’orrore dell’isis, le proteggono dal regime siriano, non hanno mai arretrato di fronte agli attacchi di uno stato fascista e patriarcale armato di arsenali come la Turchia… ma non solo.

Sono anzitutto un’organizzazione rivoluzionaria che incarna e sviluppa un cambiamento profondo, sociale, politico e culturale. Voglio spiegare questo concetto raccontando quella che viene chiamata la ‘teoria della rosa’; ogni creatura vivente ha le sue forme di autodifesa. Una rosa coltiva la bellezza dei suoi petali grazie alle spine che la proteggono da ciò che la minaccia. Ogni donna è una rosa e può coltivare la propria bellezza solo grazie alle sue spine, alla sua difesa. Potersi difendere vuol dire avere delle basi culturali, filosofiche e sociali del tutto diverse da quelle su cui si fonda il patriarcato. La rivoluzione delle donne è la rivoluzione delle rose. Ogni fiore pianta radici che smuovono la terra su cui cresce e coltiva le spine che permetteranno il suo sbocciare rigoglioso.
Le nostre lotte quotidiane contro la violenza sociale e delle istituzioni hanno tanto da condividere con quello che accade in Siria. La libertà e i saperi conquistati dalle donne qui sono la nostra libertà e i nostri saperi. Come ogni nostro avanzamento è anche loro. Viviamo in contesti diversi, sì, come diverse sono le forme della violenza usata contro di noi, ma il nemico è lo stesso. Ovunque siamo, la nostra forza sta nell’organizzare la nostra rabbia, la nostra voglia di riscatto, cambiamento e uguaglianza. Ovunque c’è violenza c’è un modo per difendersi, insieme.

A ognuna le sue battaglie, per tutte la lotta e la vittoria!
Sempre al vostro fianco,
Eddi

Un sostegno economico per le donne che escono dalla violenza

di Sara Picchi e Barbara Leda Kenny

Molte persone si chiedono perché le donne vittime di violenza spesso ritornino dal loro aguzzino. In tanti pensano che sia colpa della donna, che in fondo la relazione violenta le piace. Perché se non le piacesse dovrebbe andarsene e basta, giusto? Sbagliato: rimanere o ritornare in una relazione violenta ha molto poco a che fare con il carattere e i gusti personali e molto di più con gli effetti dell’abuso.

Secondo le operatrici di DiRe la rete italiana dei centri antiviolenza, una percentuale significativa di donne vittime di violenza domestica ritorna dal partner violento per le difficoltà economiche che affronta nel percorso di fuoriuscita. Soprattutto quando l’ex partner detiene il potere economico e sociale e il controllo completo sulle finanze e sulle risorse familiari. Molte donne, oltre ai traumi legati a una relazione abusante, devono fare i conti con i problemi emotivi e psicologici legati alle scarse risorse: alcune arrivano a separarsi gravate dai debiti in molti casi commessi dall’ex partner, spesso l’uomo violento ha fatto sì che lei lasciasse il lavoro e nella maggior parte dei casi è lui a prendere il controllo di tutte le risorse economiche. In questo modo le donne sono disabituate a gestire il proprio denaro. Se sono ospiti di una casa rifugio – spesso perché in pericolo di vita – si ritrovano senza casa e con le poche cose che hanno potuto portare con sé.

La fuoriuscita dalla violenza implica anche una riorganizzazione materiale della propria vita. In più, interrompere una relazione violenta ha un costo – per esempio trovare una nuova casa, pagare una caparra, traslocare e tutte le spese che un cambio di abitazione implica. A queste possono aggiungersi ulteriori difficoltà: avere uno o più figli a carico, essere fuori dal mercato del lavoro, non avere una casa di proprietà, avere difficoltà ad accedere o non avere accesso al credito. Come conseguenza di tutti questi fattori combinati, molte vittime di violenza domestica che avevano trovato il coraggio di porre fine a una relazione decidono di ricominciare.

Le difficoltà che le donne incontrano nella fuoriuscita sono dovute agli scarsi strumenti di welfare a sostegno dei loro percorsi di libertà e autonomia. In Italia non mancano le leggi, manca la prevenzione e mancano gli strumenti per permettere alle donne di potersi realizzare pienamente sulla base di desideri e obiettivi personali. Se vogliamo veramente affrontare questo problema in maniera adeguata è necessario che l’indipendenza economica e la disponibilità di risorse, elementi fondamentali per uscire da una relazione violenta, siano garantite dalla collettività.

In Italia c’è ancora molta strada da fare in materia di diritti economici e lavorativi per le donne che subiscono violenza. Le politiche non sono integrate e armoniche, la capacità di risposta pubblica al fenomeno della violenza è marcata dalle forti differenze territoriali. Una donna che vive in Calabria non ha a disposizione le stesse risorse pubbliche di chi vive in Emilia Romagna (rispettivamente 3 e 16 Centri antiviolenza)[1]. Un approccio globale al problema della violenza maschile dovrebbe contemplare, oltre che una maggiore integrazione dei diversi livelli di governo, anche forme di tutela omogenee sul territorio nazionale.

Siamo ancora lontani dal modello spagnolo che prevede una serie di diritti e di misure economiche a sostegno dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Per ora, a livello nazionale, abbiamo i congedi lavorativi (ma non per tutte e non per tutte le tipologie contrattuali), il divieto di licenziamento, la flessibilità oraria, la possibilità di andare in aspettativa e le giustificazioni per assenze e ritardi, e a livello regionale (laddove esistono) interventi sulla formazione e l’inserimento lavorativo. Tutte misure importanti, ma che non vanno a risolvere il nocciolo della questione. Per dare uno strumento concreto alle donne che hanno subito violenza c’è bisogno di introdurre un aiuto economico che sostenga le donne nel percorso di fuoriuscita, come già succede in Spagna. Proviamo di seguito a rispondere a delle semplici domande sulla natura di una misura del genere: a chi dovrebbe essere rivolta e in che modalità potrebbe essere erogata per sostenere le donne in un percorso di autonomia, con una logica inversa a quella dell’assistenzialismo.

Cosa

Un aiuto economico mensile specifico per le donne che subiscono violenza di genere per sostenere lo sviluppo di un progetto di vita indipendente. Dovrebbe essere concepito come un supporto al progetto personale di fuoriuscita dalla violenza deciso dalla donna stessa. Il punto chiave è infatti la sua autodeterminazione, ovvero quel principio per cui un soggetto, per quanto possibile, deve poter decidere su tutto ciò che riguarda la sua vita. Questo strumento contribuirebbe fortemente a rafforzare la donna e a scardinare il ricatto della dipendenza economica dall’uomo violento.

Proprio perché gli uomini violenti agiscono violenza economica sulle loro compagne, privandole, come abbiamo visto, del controllo e della gestione delle risorse, e tenendo in conto i costi dei percorsi di fuoriuscita, questo aiuto non dovrebbe essere basato sullo status familiare come gli strumenti per l’inclusione e il contrasto alla povertà, ma sulla donna e sul percorso di autonomia che intraprende. La durata potrebbe essere quella tra i 6 mesi e i 2 anni mantenendo una certa flessibilità in grado di tener conto delle singolarità di ogni donna e delle sue esigenze specifiche.

Per chi

Il trasferimento dovrebbe essere a carattere universale, ossia rivolto a tutte le donne che subiscono violenza di genere con particolare attenzione ai casi di maggiore vulnerabilità. Ad esempio, coloro che non hanno i mezzi e le risorse economiche, che non hanno un lavoro, che subiscono violenza economica, alle minori abusate che devono allontanarsi dalla famiglia. Tra i casi di maggiore vulnerabilità rientrano anche le donne straniere irregolari: lo scopo di questo aiuto è infatti che la vittima raggiunga una vita indipendente, e spesso per le donne migranti senza permesso di soggiorno è più difficile allontanarsi dall’abusante (per le difficoltà linguistiche, per la minore conoscenza dei diritti, ma anche per la aggravata difficoltà di integrarsi nel tessuto economico del paese ospitante).

Come

Presentando una autodichiarazione che attesti la situazione familiare, economica e abitativa accompagnata da una relazione sul progetto di fuoriuscita dalla violenza redatta da un centro antiviolenza e dai servizi sociali. Il sostegno verrebbe erogato nel rispetto della Convenzione di Istanbul e in particolare dell’articolo 18 della convenzione, primo articolo della sezione ‘Protezione e sostegno’ che stabilisce che “la messa a disposizione dei servizi non deve essere subordinata alla volontà della vittima di intentare un procedimento penale o di testimoniare contro ogni autore di tali reati”.

Gli effetti

Una misura di sostegno economico potrebbe consentire a una donna, anche con figli a carico, di affrontare il primo periodo di separazione con una relativa tranquillità per impegnarsi e dedicarsi a tutte le pratiche legali e amministrative che uscire dalla violenza comporta, ma anche di avere un tempo per sé per elaborare il suo vissuto e riprogettare il futuro, per esempio per investire nella formazione professionale. Inoltre, nel caso in cui siano presenti bambini, potrebbe dedicare tempo e attenzione nell’accompagnarli nel percorso di elaborazione del trauma e nelle varie visite mediche e psicologiche.

L’alternativa è che la pressione dell’emergenza economica immediata, la totale assenza di risorse, l’impossibilità di delegare la cura dei figli per andare a lavorare, la frustrazione per l’incapacità di provvedere a se stesse e ai propri figli diventino un ostacolo sentito come insormontabile, e che vinca la percezione di avere poche scelte oltre a quella di tornare dal maltrattante.

Note

[1] I dati si basano solo sui centri DiRe perché in Italia non esiste un osservatorio sui centri antiviolenza.

Verso un nuovo universalismo insorgente e femminista – #Intersezioni 3

di Cinzia Arruzza

Come già spiegato, una caratteristica unificante delle varie correnti del femminismo antirazzista è stata quella del rifiuto di un certo universalismo astratto che finisce per nascondere le differenze sociali, razziali e di status tra le donne in nome di una figura idealizzata del femminile e della sorellanza. Questa critica è stata spesso allargata non più al solo falso universalismo, ma all’universalismo in quanto tale e a qualsiasi ipotesi di politica universalistica di liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento. Il problema che si pone, però, è se sia possibile una politica femminista rivoluzionaria rinunciando all’orizzonte dell’universalismo. Se prendiamo l’esempio dell’intersezionalità, il rischio è non solo quello di pensare le varie forme di oppressione come forme d’identità statiche, che entrano ed escono dalle lotte senza trasformarsi, ma anche di non avere gli strumenti per concettualizzare quelle che potrebbero essere le basi per una politica di solidarietà e unità delle lotte tra donne portatrici di un vissuto e di una collocazione sociale e razziale diversa, o tra donne e donne trans. Infatti in molti casi questo rapporto di solidarietà viene concettualizzato in termini di alleanza estrinseca tra donne più “privilegiate” e donne razzializzate, un’alleanza spesso basata su ragioni di natura etica o morale, piuttosto che politica. Un’ulteriore conseguenza della rinuncia a un orizzonte universalista è la balcanizzazione delle lotte, dal separatismo femminista, lesbico o razziale, a una costante cultura del sospetto, che tende – tra le altre cose – a confondere con troppa facilità appartenenza a un gruppo sociale, razziale o sessuale e appartenenza politica.

Il femminismo marxista, al contrario, può offrire al femminismo intersezionale una base per ripensare l’universalismo in termini inclusivi, dinamici e autotrasformativi. Per quanto in passato le politiche universalistiche si siano per lo più fondate su un’idea di natura umana condivisa, ad esempio su un’idea di uguaglianza naturale o di diritti umani a cui si ha diritto in quanto uguali, o – nel caso del femminismo – sull’idea di un femminile condiviso, di una natura delle donne concepita in termini di differenza dal maschile, ciò non vuol dire che questo sia l’unico modo di fondare un orizzonte politico universalistico. La ricerca di un fondamento metafisico dell’universalismo in una presunta essenza condivisa, infatti, se da un lato ha motivato e ispirato importantissime lotte di liberazione ed emancipazione, dall’altro ha anche prodotto mostri. Per due secoli, dopo la dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino, si è potuto continuare a non includere non-bianchi e donne in questa conquista di diritti, proprio in virtù di una mancata inclusione di questi soggetti in questo presunto universale “umano”.

Un approccio marxista alla questione dell’oppressione delle donne può aiutare a superare questa impasse, in quanto esso parte non tanto dall’analisi di esperienze analoghe e condivise da tutte le donne o dalla concettualizzazione di una donna “universale” come base della solidarietà femminista, quanto dall’analisi degli effetti del capitalismo dal punto di vista della possibilità di liberazione e piena autodeterminazione delle donne, vale a dire dei limiti che esso pone alla realizzazione di una società in cui il genere o l’orientamento sessuale non siano più fonte di gerarchie sociali e discriminazione. L’individuazione dei meccanismi fondamentali dell’accumulazione capitalista permette di identificare i fenomeni e le relazioni sociali che connettono le varie forme di oppressione pur nella diversità delle esperienze vissute. Ciò ci conduce a quella che Étienne Balibar ha chiamato “universalità reale”. Contrariamente all’universalità fittizia, ad esempio, dello Stato nazione o delle comunità religiose, che abolisce simbolicamente le differenze interne a un gruppo in virtù e ai fini della piena identificazione come membro del gruppo (“italiano”, “cristiano”, “musulmano”), l’universalità reale indica quell’interdipendenza reale, concreta, tra le varie unità che chiamiamo “mondo”. Si tratta di un’interdipendenza sia estensiva sia intensiva, in quanto si estende progressivamente a tutte le parti del mondo e investe progressivamente aspetti sempre più numerosi della vita di queste unità costitutive. Adottare la categoria di “universalità reale” ci consente di riconoscere nel capitalismo una forza universalizzante, vale a dire la forza che ha storicamente creato questa interdipendenza.

Il potere di universalizzazione del capitalismo è ciò che può essere assunto come base per una politica femminista universalistica che sia al contempo di classe e antirazzista. L’accumulazione capitalista produce o contribuisce a produrre varie forme di gerarchia sociale e oppressione, inclusa l’oppressione eterosessista, come sue conseguenze inevitabili. Essa pone dei vincoli e degli ostacoli che determinano in ampia misura tutte le altre forme di rapporto sociale. Per quanto fenomeni di espropriazione, di creazione di una natura capitalista, di universalizzazione della forma salario, di privatizzazione e mercificazione delle attività, del lavoro e delle istituzioni investiti nella riproduzione sociale producano un certo grado di omogeneizzazione, questi fenomeni sono accompagnati anche dalla tendenza opposta, quella della creazione di differenze sociali e nuove forme d’inuguaglianza, anche all’interno della classe. Entrambi i fenomeni, tuttavia, sono una conseguenza della logica dell’accumulazione capitalista. Un esempio concreto per chiarire questo punto può essere quello della cosiddetta “catena della cura globale”. Questa viene creata a partire da una donna in un paese a capitalismo avanzato che – non essendo in grado di svolgere il lavoro di riproduzione sociale che le viene tradizionalmente richiesto in quanto impiegata anche nel mercato del lavoro formale, a causa dell’assenza di servizi pubblici e accessibili di cura e del sessismo culturale che ostacola una condivisione egualitaria di questo lavoro con il partner – impiega una donna di uno strato sociale più svantaggiato o migrante (o un uomo migrante il cui lavoro è femminilizzante). Questa a sua volta avrà bisogno di ricorrere a un’altra donna nel paese di origine, che svolga il lavoro riproduttivo che lei non può svolgere in quanto impiegata altrove. Fino ad arrivare all’ultimo anello della catena, dove troviamo il lavoro riproduttivo non pagato svolto da un’altra donna appartenente alla stessa famiglia della donna migrante. Una cosa da tenere in conto è che l’anello iniziale della catena non è necessariamente una donna agiata o di classe media, dal momento che una parte significativa del lavoro riproduttivo migrante viene svolta all’interno di famiglie appartenenti alla classe lavoratrice e di reddito medio-basso o basso. La catena della cura globale esemplifica il modo in cui il capitalismo – a causa della sua organizzazione del lavoro e della subordinazione della sfera riproduttiva – sottoponga donne che si trovano in paesi diversi e in condizioni sociali diverse a una pressione analoga, ma in misura e gradi differenti e con conseguenze significativamente diverse.

Dunque l’effetto universalizzante del capitale, questa tendenza a costituire totalità, non vanno intesi nel senso che il capitalismo omogeneizzerebbe le condizioni di vita attraverso aree geografiche e strati sociali, rendendole tutte uguali e tutte equiparabili. Ma piuttosto nel senso che il capitalismo espone la sfera della riproduzione sociale e di conseguenza tutte le donne appartenenti alla classe lavoratrice, che siano disoccupate, precarie, o impiegate stabilmente, alle esigenze e alle conseguenze dell’accumulazione capitalista, per quanto gli effetti possano diversificarsi.

Il capitalismo come universalità reale, o meglio l’opposizione al capitalismo, può dunque diventare non una base meramente morale per alleanze estrinseche, ma piuttosto una base reale per una piena solidarietà politica e delle lotte sociali, alla luce della condivisione di un medesimo obiettivo, dettato dal medesimo bisogno e desiderio: superare il capitalismo in direzione di una società più giusta e al fine di rendere la liberazione delle donne possibile. Proprio perché questa solidarietà e unità non richiedono la creazione di un mito fondatore attraverso l’idealizzazione di un’essenza comune e originaria, ma si basano sulla consapevolezza e l’analisi dei diversi modi in cui il capitalismo impatta sulle nostre vite e le costituisce almeno in parte, esse non richiedono nemmeno di ignorare differenze di status, di esposizione all’oppressione, o di condizioni di vita. Al contrario, richiedono di partire precisamente dalla consapevolezza insieme di ciò che ci unisce e di ciò che ci differenzia e di articolare una politica femminista in grado di tenere in conto queste differenze interne sia nei discorsi, che nei programmi, negli obiettivi di lotta e nelle forme organizzative. Vorrei chiamare questa forma di universalismo politico “universalismo insorgente”.

Contrariamente alle illusioni coltivate agli inizi del movimento operaio, non si può dare una traduzione meccanica o automatica da una forma di universalità (quella reale, quella prodotta dal capitalismo) a un’altra (quella insorgente). Non ci troviamo su un treno inesorabilmente in marcia verso la liberazione e l’uguaglianza universali. Al contrario, connettendoci in un “mondo”, il capitalismo ha creato solo la possibilità storica per una politica dell’universalismo insorgente, ma non la sua necessità storica. La realizzazione di questa possibilità storica richiede – per usare le parole di Daniel Bensaïd – un ritorno alla questione politico-strategica. Dal momento che differenze, ineguaglianze e gerarchie prodotte e riprodotte dai rapporti sociali capitalistici creano conflitti di interesse oggettivi, contraddizioni, e differenze esperienziali tra gli oppressi e gli sfruttati, una mera proliferazione di frammenti di lotta e processi di soggettivazione conflittuale non sarà mai in grado di dar vita a movimenti solidali su una scala sufficientemente ampia da sfidare il capitale. La questione è politico-strategica precisamente perché richiede la capacità di articolare in termini politici un nuovo progetto di liberazione dal sessismo e dall’oppressione sessuale. Essa richiede inoltre un’apertura radicale all’emergere di forme molteplici di soggettivazione portatrici di punti di vista differenti su ciò che ci unisce e ci differenzia e di tipi di critica diversi dei rapporti sociali capitalistici. Essa richiede, infine, la capacità di pensare la questione delle identità come questione dinamica e storica. Anziché far appello a identità fondazionali, si tratta di comprendere come le identità siano sempre il prodotto di specifici processi storici e come esse si modifichino storicamente e si influenzino reciprocamente. Ma soprattutto si tratta di tornare a pensare la lotta collettiva e la solidarietà tra le lotte come trasformatrici di queste identità: partecipare a una lotta intersezionale significa anche e soprattutto essere disponibili a cambiare.