8 marzo 2019 – Lista singole adesioni di categoria:

vademecum

  1. Proclamazione SCIOPERO GENERALE
  2. Adesione PUBBLICO IMPIEGO
  3. Adesione LAVORO PRIVATO
  4. Adesione SETTORE ELETTRICO 1
  5. Adesione SETTORE ELETTRICO 2
  6. Adesione SETTORE ELETTRICO 3
  7. Adesione ITALGAS
  8. Adesione TIM
  9. Adesione TRASPORTI
  10. Adesione ACEA
  11. Adesione FERROVIE
  12. Adesione TAXI
  13. Adesione COOPERATIVE
  14. Adesione EXLSU
  15. Adesione SETTORE IDRICO
  16. Adesione SANITA’ PRIVATA: Bambino Gesù, Gemelli, Don Gnocchi, Villa San Pietro, Fatebenefratelli
  17. Adesione CONDOMINI
  18. Adesione SETTORE TERZIARIO (Cedat 85 Srl)
  19. Adesione INDUSTRIA ALIMENTARE (Agecontrol SPA)
  20. Adesione INDUSTRIA METALMECCANICA
  21. Adesione COMMERCIO (Coopfidi)
  22. Adesione ENTI PREVIDENZIALI
  23. Adesione RISTORAZIONE
  24. Adesione PARTECIPATE (Regione e Comune)

 

 

 

 

 

 

 

 

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Non una di meno: l’8 marzo noi scioperiamo!

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L’8 marzo, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono le nostre vite, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, negli ospedali, nelle scuole, dentro e fuori i confini.

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!

Scioperiamo in tutto il mondo contro l’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo. Chiamiamo chiunque rifiuti quest’alleanza a scioperare con noi l’8 marzo. Dal Brasile all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi alla libertà di abortire vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e rom. Patriarcato e razzismo sono armi di uno sfruttamento senza precedenti. Padri e padroni, governi e chiese, vogliono tutti «rimetterci a posto». Noi però al “nostro” posto non ci vogliamo stare e per questo l’8 marzo scioperiamo!

Scioperiamo perché rifiutiamo il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne, strumentalizzando i figli. Combattiamo la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista. Non sopportiamo gli attacchi all’«ideologia di genere», che nelle scuole e nelle università vogliono imporre l’ideologia patriarcale. Denunciamo il finto «reddito di cittadinanza» su base familiare, che ci costringerà a rimanere povere e lavorare a qualsiasi condizione e sotto il controllo opprimente dello Stato. Rifiutiamo la finta flessibilità del congedo di maternità che continua a scaricare la cura dei figli solo sulle madri. Abbiamo invaso le piazze di ogni continente per reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà.

Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Queste parole d’ordine raccolgono la forza di un movimento globale. L’8 marzo noi scioperiamo!

Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero, svuotata da anni di politiche sindacali concertative. Dobbiamo lottare perché chiunque possa scioperare indipendentemente dal tipo di contratto, nonostante il ricatto degli infiniti rinnovi e l’invisibilità del lavoro nero. Dobbiamo sostenerci a vicenda e stringere relazioni di solidarietà per realizzare lo sciopero dal lavoro di cura, che è ancora così difficile far riconoscere come lavoro.  Invitiamo quindi tutti i sindacati a proclamare lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo e a sostenere concretamente le delegate e lavoratrici che vogliono praticarlo, convocando le assemblee sindacali per organizzarlo e favorendo l’incontro tra lavoratrici e nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. Lo sciopero è un’occasione unica per affermare la nostra forza e far sentire la nostra voce.

Con lo sciopero dei e dai generi pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività e affermiamo il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex. Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti.

Con lo sciopero dei consumi e dai consumi riaffermiamo la nostra volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali.

Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne.

«Non una di meno» è il grido che esprime questa forza e questa voce. Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!

 

*Immagine di copertina di MP5

 

Intervento di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL

Pubblichiamo il testo integrale e il video dell’intervento di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL, che si è tenuto a Riccione lo scorso 13 dicembre. Abbiamo raccolto l’invito della segreteria FIOM senza illusioni, ma convinte che il nostro intervento al Congresso fosse un’occasione per rivolgerci alle lavoratrici e delegate che stanno già prendendo parte alla lotta di Non Una Di Meno contro la violenza maschile e di genere, e a coloro che vedono nello sciopero femminista una possibilità di combattere il nesso tra questa violenza e la loro quotidiana esperienza di sfruttamento in fabbrica. A Riccione abbiamo trovato un’apertura da parte di lavoratrici e delegate ma anche il rifiuto della segreteria di dichiarare e organizzare lo sciopero dell’8 marzo, senza tuttavia negare la possibilità di iniziativa autonoma nei singoli posti di lavoro che la FIOM non ostacolerebbe.
Molti racconti di lavoratrici e delegate – non pubblicati in video sul sito FIOM, dove non c’è traccia della sessione di dibattito a cui abbiamo preso parte – hanno mostrato che la divisione sessuale del lavoro, la violenza domestica, il carattere maschilista dell’organizzazione del lavoro e del sindacato stesso contribuiscono a determinare la condizione delle operaie, rendendola più precaria e isolata. Diverse di loro hanno parlato della grande manifestazione del 24 novembre e dell’iniziativa di Non Una di Meno, altre hanno esplicitamente dichiarato la necessità di sostenere e organizzare lo sciopero femminista, altre ancora si sono confrontate con questa possibilità.

La segreteria della FIOM, ad oggi, ha dichiarato che non proclamerà lo sciopero. Nel suo intervento conclusivo, ha spiegato che uno sciopero generale di categoria per riuscire deve essere motivato, e che se non riuscisse indebolirebbe il sindacato. Finché continuerà a pensare lo sciopero in termini strettamente sindacali, e non politici e sociali, la segreteria FIOM non potrà vedere l’occasione ‒ riconosciuta e colta dai suoi omologhi europei, come i sindacati spagnoli ‒ di combattere la violenza patriarcale come una delle condizioni che contribuiscono a intensificare la precarietà e lo sfruttamento di tutte e tutti. Nell’ammettere la possibilità che singole RSU possano partecipare all’organizzazione dello sciopero, la segreteria è costretta a riconoscere che il movimento dello sciopero femminista sta attraversando i posti di lavoro anche al di là della linea scelta dalla FIOM, se non contro di essa. Rinnoviamo il nostro invito alle RSU, alle lavoratrici e ai lavoratori affinché promuovano lo sciopero dell’8 marzo. Saremo dalla loro parte in ogni territorio e sosterremo la loro attivazione sui luoghi di lavoro.

A partire da questo punto di forza, nei mesi che ci separano dall’8 marzo noi continueremo a fare dello sciopero femminista un disturbo ‒ l’interruzione della produzione e della riproduzione di questa società ‒ e a cooperare con le lavoratrici e le delegate ‒ non solo metalmeccaniche, ma di ogni comparto ‒ affinché lo sciopero femminista porti la lotta contro la violenza maschile nei luoghi di lavoro e quella contro lo sfruttamento e la precarietà nella società. Lo faremo portando alla luce e contestando ancora una volta l’alleanza tra patriarcato, neoliberalismo e razzismo. Lo faremo mostrando che lo sciopero femminista transnazionale dell’8 marzo non è solo l’occasione per opporsi al governo gialloverde senza compromessi e schierandosi dalla parte delle donne, delle e dei migranti, e di chiunque pratica la libertà sessuale e di movimento, ma anche l’occasione per dire no all’ascesa delle destre reazionarie che ovunque stanno facendo della violenza razzista e di quella patriarcale gli strumenti per intensificare lo sfruttamento quotidiano e l’impoverimento di milioni di persone in tutto il mondo.

Qui di seguito il testo integrale di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL

Care compagne,

abbiamo raccolto quest’invito come una discontinuità rispetto al passato, e quindi come l’apertura da parte della FIOM a un movimento femminista e transfemminista esploso quasi tre anni fa, che ha assunto lo sciopero come propria pratica politica e anche per questo si sta rivelando a livello globale una delle poche forze capaci di rispondere con una potenza di massa al contesto duro e pericoloso che stiamo vivendo. Siamo qui per aprire un confronto diretto con quelle lavoratrici e delegate che riconoscono questa possibilità in vista del prossimo sciopero femminista dell’8 marzo, già dichiarato in decine di paesi del mondo, inclusa l’Italia, e che sarà l’occasione per fronteggiare la deriva reazionaria e neoautoritaria caratterizzata non solo da un’escalation della violenza maschile, ma anche e soprattutto dalle misure che si sono fatte e si fanno eco da una parte all’altra del mondo, volte a colpire, punire e restringere l’autodeterminazione e l’autonomia delle donne.

Lo sciopero femminista è stato ed è globale. È stato lanciato nel 2016 dalle compagne polacche e argentine e in seguito in 60 paesi le donne hanno incrociato le braccia al grido di: “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”. Si tratta dell’unico e vero movimento politico e sociale transnazionale che c’è in questo momento storico, di un processo che sta trasformando in profondità le sensibilità, i rapporti sociali, le forme stesse della politica.

Lo sciopero femminista ha dimostrato che la violenza maschile e di genere non è solo un problema culturale o simbolico ma assume forme diverse, che hanno anche lo scopo di intensificare lo sfruttamento nei posti di lavoro e produrre precarietà. Lo sciopero delle lavoratrici migranti della Yoox di Bologna e quello delle operaie di Italpizza a Modena hanno reso evidente che le molestie sui posti di lavoro sono uno strumento quotidiano per disciplinare, isolare e sfruttare le lavoratrici e che sessismo e razzismo s’intrecciano per rendere le lavoratrici più precarie. D’altra parte, l’attacco ai diritti e alle tutele del lavoro e lo smantellamento del welfare sono assi portanti della guerra sistematica contro le donne e contribuiscono a renderle più esposte alla violenza maschile, a partire da quella domestica.

Lo sciopero femminista, nella forma di sciopero dai generi, dal lavoro produttivo e riproduttivo, ha reso evidente il nesso strutturale tra patriarcato e ristrutturazione neoliberale dei rapporti di lavoro e del capitalismo. Per questo motivo, è stato e continua a essere un’occasione per opporsi non soltanto alla disparità salariale, alle molestie e alle discriminazioni sui posti di lavoro, agli attacchi costanti al welfare universale. Lo sciopero dell’8 marzo è la possibilità per opporsi alle politiche della famiglia che stanno riaffermando con forza il modello patriarcale di divisione sessuale del lavoro: si vogliono le donne nuovamente tra le mura domestiche a supplire all’erosione dello stato sociale, si vogliono le minori e i minori ostaggio della “tradizione” del capofamiglia. Portiamo avanti la riproduzione sociale di questo paese, dentro e fuori casa, perché ancora si pensa che questa funzione spetti “naturalmente” alle donne, e oltretutto ciò ancora non viene economicamente riconosciuto: sappiamo bene quanto il settore della cura sia tra i più sfruttati e sottopagati, specialmente quando la forza-lavoro è migrante.

In questa stessa cornice reazionaria si inscrivono gli attacchi alla libertà sessuale e il brutale controllo che i governi cercano di affermare sulle nostre vite e sui nostri corpi. Mentre gli attacchi all’aborto libero sicuro e gratuito aggravano la sua già difficile applicazione della legge 194 e vorrebbero trasformare la maternità in un destino inevitabile, il DDL Pillon, le surreali proposte sul terzo figlio e le proposte di modifica del congedo di maternità riaffermano una concezione patriarcale della famiglia. Si tratta di una guerra di matrice ideologica, fondata su un’interpretazione mistificante delle differenze di genere come “teoria del gender” che ha dirette ricadute materiali e che riafferma una concezione proprietaria dei rapporti familiari e lavorativi, che condanna e reprime tutte quelle scelte affettive che non ricadono nei ruoli previsti dalla famiglia patriarcale e ogni forma di educazione alle differenze nelle scuole e nei luoghi pubblici. Come abbiamo detto con chiarezza nelle piazze del 24 novembre, quando una manifestazione di 200mila persone ha invaso le strade di Roma, l’alleanza tra governance neoliberale e ordine patriarcale ha una faccia esplicitamente razzista: il Dl sicurezza ormai divenuto legge legittima lo stupro come pratica di governo della libertà di movimento, perché le donne che hanno subito violenza nei paesi di partenza e in quelli di transito non potranno reclamare un permesso di soggiorno. Producendo clandestinità, la legge Salvini renderà le donne migranti sempre più esposte alla violenza, e produrrà una forza lavoro sempre più ricattabile che si aggiungerà alle fila di chi deve accettare qualunque condizione di lavoro e di salario per rinnovare il permesso di soggiorno. Come la violenza patriarcale, così il razzismo diventa una leva per intensificare lo sfruttamento, con effetti che non riguardano solo le donne o i migranti ma tutto il lavoro. I dati allarmanti sulla povertà in Italia, la strutturale disoccupazione femminile, la disparità salariale, parlano soprattutto di donne, di giovani donne, non libere di andarsene, di decidere della propria vita. In questo contesto, la proposta governativa di un reddito di cittadinanza non solo non mira a cancellare la povertà, ma al contrario si rivela uno strumento per obbligare al lavoro e per incentivare la dipendenza di chi si trova in questa condizione.

In questi anni, lo sciopero femminista ci ha permesso di portare in piazza e nei posti di lavoro, con la forza di un movimento di massa e globale, rivendicazioni concrete, che sono raccolte nel nostro Piano femminista contro la violenza maschile e di genere: noi chiediamo un salario minimo europeo per contrastare i salari da fame, i meccanismi di disparità e di dumping salariale; un reddito incondizionato e universale, slegato dal reddito familiare, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, un reddito che noi definiamo di autodeterminazione perché deve essere garanzia di indipendenza economica e autonomia, di prevenzione della violenza, di liberazione dai ricatti delle molestie e dello sfruttamento; noi chiediamo un welfare universale e gratuito, non basato sul modello familistico, ma sul principio dell’autonomia delle donne e di tutti, adeguato alle relazioni, ai bisogni e ai desideri; dunque, il ri-finanziamento e potenziamento dei servizi pubblici dell’infanzia, nonché l’accesso universale agli stessi; politiche a sostegno della vera genitorialità condivisa, attraverso l’estensione incondizionata delle indennità di maternità, paternità e parentale a tutte le tipologie contrattuali, e non solo in presenza di contratto. Infine, la dimensione globale delle lotte per l’autodeterminazione e i diritti del lavoro è oggi un tema inaggirabile. Per questo abbiamo assunto la lotta per un permesso di soggiorno europeo, per la cittadinanza e l’asilo, come nostra lotta: se il ricatto della clandestinità produce violenze e sfruttamento sui confini interni ed esterni, noi rivendichiamo per tutti libertà di muoversi e di restare.

Il movimento globale dello sciopero femminista e transfemminista ha riaperto uno spazio di riconoscimento e azione politica nella crisi generale delle forme organizzate di opposizione, partendo dal proprio vissuto, assumendo la propria parzialità come punto di partenza per costruire connessioni, rifiutando la vittimizzazione in cui tentano di ricacciarci sempre più apertamente. Abbiamo riportato una pretesa di libertà e uguaglianza nel clima fomentato dal governo di Maio-Salvini e dalle destre reazionarie di tutto il mondo, che alimentano la paura e in questo modo approfondiscono le disuguaglianze e la disgregazione. Lo abbiamo fatto con le pratiche quotidiane, costruendo reti di mutuo soccorso, casse di resistenza, strumenti di solidarietà a sostegno di vertenze. Soprattutto, lo abbiamo fatto trasformando a parola d’ordine della denuncia delle molestie, il #metoo – anch’io ‒ in #wetoogether, tutte insieme, dando vita a manifestazioni diffuse su tutti i territori e di massa che hanno rotto l’isolamento, la frammentazione, l’individualismo per riaffermare la potenza dell’essere insieme, della Marea capace di riunire le molteplici figure del lavoro e del non lavoro e di gettare le basi per lottare e trasformare lo stato di cose presente.

Lo sciopero è per noi lo strumento, la pratica eminente con cui abbiamo affermato e stiamo riaffermando la nostra forza. L’esempio spagnolo dello scorso anno è per noi particolarmente significativo, perché ha visto tutti i sindacati, in forme differenti, rispondere alla chiamata delle donne e partecipare a un processo che ha cambiato gli equilibri politici, sociali e culturali del paese con uno sciopero che ha coinvolto cinque milioni di persone.

Sul terreno dello sciopero la comunicazione con la direzione della FIOM non è stata delle migliori, diversamente dal rapporto con lavoratrici e RSU che in molti casi negli scorsi anni hanno invece raccolto la sfida di praticare lo sciopero oltre la sua dimensione strettamente vertenziale. Nonostante l’obiezione che non è possibile fare uno ‘sciopero delle donne’, molte lavoratrici hanno riconosciuto che uno sciopero generale contro la violenza patriarcale non solo è possibile ma è necessario, e può permettere di coinvolgere tutti i lavoratori su una questione che con sempre maggiore evidenza non riguarda solo le donne ma la riorganizzazione dei rapporti sociali. Molte lavoratrici hanno preso l’iniziativa, nelle fabbriche come negli uffici o nelle scuole, e hanno fatto dello sciopero un campo di battaglia anche contro la resistenza delle strutture sindacali di riferimento. Queste iniziative hanno certamente messo in questione l’idea che lo sciopero sia un monopolio sindacale, ma non possono essere ignorate senza correre il rischio di delegittimare le lavoratrici e i lavoratori che hanno visto nello sciopero la possibilità reale di far valere la propria forza nella lotta contro la violenza. Noi crediamo che i sindacati debbano registrare che è in atto un processo di riappropriazione e risignificazione dello sciopero come pratica di lotta da cui non si può tornare indietro. Sono ormai stretti, incapaci di leggere la realtà mutata, steccati e distinzioni tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra piano materiale e simbolico, tra sciopero vertenziale e politico. Ad attacco globale, globalmente bisogna rispondere: bisogna cioè andare oltre il corporativismo delle categorie e dei confini nazionali, unire le figure del lavoro, della precarietà, di chi non può scioperare, invece di frammentarle ulteriormente, estendere tutele e diritti invece di restringerli. Dunque lo sciopero femminista si vuole insieme vertenziale, sociale e politico: solo così si può rifiutare la violenza neoliberale, patriarcale e razzista che si sta abbattendo sulle nostre vite.

Noi sappiamo che lo sciopero è un diritto soggettivo, ancora costituzionalmente presidiato per fortuna, della lavoratrice e del lavoratore; che lavoratrici e lavoratori possono praticarlo anche con la copertura tecnica di un solo sindacato. Sappiamo anche, però, che nonostante il dettato costituzionale, troppi sono i limiti normativi e fattuali che rendono lo sciopero, soprattutto nei lavori di servizio e di cura, enormemente complicato quanto inaccessibile. Pensiamo che la FIOM abbia, nei confronti delle sue iscritte, la responsabilità di dichiarare lo sciopero e creare le condizioni affinché l’8 marzo esso sia praticabile anche in tutte le fabbriche metalmeccaniche, diventando l’occasione per una presa di posizione chiara contro le politiche patriarcali, neoliberali e razziste che segnano questo presente, di un’opposizione al governo senza compromessi. Crediamo che sostenere lo sciopero non significhi solo dichiararlo, e per questo ci rivolgiamo a lavoratrici, delegate e RSU affinché possano aprire a NUDM la possibilità di partecipare alle assemblee sui posti di lavoro. Mentre nei nostri occhi è ancora vivida l’immagine della piazza della Lega a Roma la scorsa settimana, crediamo che non sia questo il tempo giusto per attendere o rassegnarsi. È il tempo di rispondere con coraggio e radicalità. Di fronte a milioni di donne che in tutto il mondo stanno praticando li sciopero al grido Non Una di meno, nessuno può continuare a fare quello che faceva prima.

Nessuna si salva da sola, nessuna si salverà rimanendo ferma.

 

Fabri Fibra contestato a Cosenza, tra rap e misoginia, a che punto siamo oggi?

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Pubblichiamo un contributo a cura di Wissal Houbabi.

A Cosenza non vogliono che si esibisca, è un rapper sessista. Nulla di nuovo, non è la prima volta che Fabri Fibra si ritrova a vivere questo genere di proteste, il rapper fu già escluso dall’esibizione del primo maggio nel 2013 in seguito alle proteste dell’associazione D.i.re (Donne in rete contro la violenza).
«Su le mani» del 2006, in cui si cita il mostro di Firenze, e «Venerdì 17» del 2004, in cui si descrive lo stupro e l’assassinio di una bambina, sono solo due esempi di musica rap dai forti caratteri misogini.
Fibra commentò all’epoca dicendo che «Il rapper non prende una posizione sulla canzone che scrive: è l’ascoltatore che è costretto a riflettere e a prendere una posizione. Nel 2013 sono stanco di essere descritto ancora come il rapper violento: in passato mi accusavano di non rispettare le donne nelle rime, ma io scrivevo quello che vedevo non quello che pensavo. », continua dicendo che: «Non essendoci una conoscenza approfondita del rap in Italia, sembra sempre che ciò che canti, lo pensi davvero… Non è così.»
Che si pensi o meno a ciò che si dice, si mette comunque in comune un immaginario che se non viene contestato fa cultura, “Su le mani” inizia così:

«non conservatevi datela a tutti anche ai cani
se non me la dai io te la strappo come Pacciani»

Il problema non è la contestazione in sè, ma è già nell’idea di pensare, scrivere, registrare e poi presentare ad un pubblico giovane questo immaginario, citare il Mostro di Firenze in un contesto sociale che soffre ancora di femminicidi (ogni 72 ore registrati nel 2018), violenza fisica, psicologica, un contesto di forti attacchi legislativi alla libertà delle donne; sono temi più che mai attuali e scottanti e non lasciano indifferenti né donne né tanto più le associazioni e le realtà che ogni giorno si battono per contrastare la violenza sulle donne.
La differenza principale sta nella poca consapevolezza del contesto che ci circonda, Fabri Fibra ci tiene a prendere le distanze dalle accuse di chi lo giudica come un violento, nessuno mette in dubbio che nel suo personale e privato sia un ragazzo tranquillo, il suo linguaggio però è, di fatto, all’altezza di queste critiche.

Fibra dice che il rapper non prende una posizione su ciò che scrive, serve dunque mettere in discussione tutti i testi dei rapper e immaginare il rap come uno sfogo di pensieri insensati ?

Il rap viene descritto da Chuck D, una delle figure chiavi dell’hip hop americano degli anni ’80 e ’90, come la CNN del ghetto. Nel 2000 viene pubblicata in Italia una compilation che riprende questa citazione:”La CNN dei poveri”, una compilation di hip hop italiano, l’album contiene tutti gli esponenti del genere all’alba del nuovo millennio.
Io sono cresciuta con un Rap che considerava la musica come uno strumento alternativo per veicolare cultura, per prendere posizioni, per riappropriarsi delle proprie storie, il Rap da peso alle parole, le parole sono perentorie e veicolano valori dando un’identità, non parleremmo di cultura hip hop altrimenti.

Solo per fare un esempio, nel ’93 Frankie Hi-nrg esce con “Potere alla parola” che fa:
“Agire… pensare e parlare
Esplorare ogni capanna del villaggio globale
Spalancare le finestre alla comunicazione
Personale, aprire il canale universale
Dare fondo all’arsenale di parole soffocato
Dalle ragnatele di un’intera generazione
Di silenzio, questo è ciò che penso
La vita è la mia scuola e do potere alla parola […]
Questo è il messaggio che ti sto indirizzando
Il crimine sonoro che sto perpetrando
Violando quel tacito codice incivile
Del silenzio da cui mi differenzio in quanto
Presenzio e sentenzio ritmica la rima
Ossessiva e percussiva offensiva e persuasiva
Dirada la nebbia luminosa come il sole
Perché la lingua batte se la mente vuole ”

Inoltre, ammiro quando una scena hip hop prende posizioni rispetto ad atti di discriminazione ed odio, ricordo come nel luglio del 2017 la comunità hip hop di Reggio Calabria si schierò nettamente a sfavore verso un concerto rap organizzato da Casapound, la nota di Kento riporta queste parole:

«Riteniamo comunque che sia il caso di prendere posizione in modo esplicito contro questo tipo di manifestazioni che, sebbene rinchiuse all’interno di spazi privati e destinate a un esiguo gruppo di fanatici, sono in ogni caso un’offesa ai valori dell’Hip-Hop» ed al termine della nota aggiunge le parole che dichiarò Tupac ad un intervista

«Ascolta le parole nei testi delle canzoni, e dimmi se sono autentiche, se significano qualcosa per te, mi capisci? Ascolta ciò che dicono, non muovere semplicemente la testa a tempo: cerca il senso e ascolta ciò che dico. Ritienici responsabili dei nostri testi. »

Fabri Fibra è responsabile di ciò che dice, così come tutti gli altri, in ogni genere musicale, in ogni commento o presa di parola pubblica, se la libertà di espressione è assoluta o la si dà a tutti, fascisti e razzisti compresi, o si inizia a ragionare sul peso che possono avere certe parole nel contesto sociale in cui si vive, serve maggior consapevolezza ma sempre meno rapper sono interessati o sono in grado di ergersi a portavoci di contenuti sociali, di contro sono spesso vittime di loro stessi abbassandosi alle volontà che il mercato o la società dominante impone.
I casi di femminicidio («uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale.» Treccani.it) sono ancora troppo frequenti e non è un caso che i movimenti femministi in tutto il mondo si siano riaccesi con grande forza propulsiva. Il linguaggio sessista veicola pensiero ed è solo la punta di un iceberg che non riconosce le proprie conseguenze, le responsabilità si aggravano se ci si ritrova difronte ad un pubblico giovane al quale, più che delegargli una presa di posizione nei confronti dei propri testi, va trainato verso una knowledge, ammesso e concesso che la cultura hip hop italiana ne abbia mai fatto un tratto distintivo.

Per tornare all’attualità, in seguito alla vicenda della scorsa estate che ha visto coinvolta la cantante CRLN, dopo aver denunciato pubblicamente il comportamento del pubblico all’Indiegeno Fest a Patti, in Sicilia, Damir Ivic, giornalista, scrittore esperto e attivo nel mondo della musica, dichiarò come «Il rap deve chiedersi, oggi molto più di prima, che tipo di pubblico sta tirando su (non basta fare i numeri, devi ancora capire la qualità di questi numeri: o ti va bene tutto?). Ma dopo che se lo è chiesto il rap, se lo devono chiedere en passant anche tutti gli altri generi musicali»

Ed io vi richiedo oggi, siate responsabili dei vostri testi, nel bene o nel male, la percezione della violenza è data soprattutto dal chi siete, non è contestabile che una donna si senta offesa da certe affermazioni, è contestabile come la sociologia del rap alimenti la violenza misogina, se Fabri Fibra “scrive quel vede non quel che pensa”, come giustificano tanti altri rapper accusati di sessismo, ciò non chiarisce che posizioni abbiano verso quella stessa violenza, non c’è neutralità difronte alla violenza, o sei pro o sei contro.

Personalmente non condivido le scelte di boicotaggio, si riversano come un boomerang a chi cerca di aprire un confronto ed un dialogo costruttivo, molto spesso il boicotaggio non comunica, e se comunica, rischia di comunicare solo a se stesso e non a chi deve intercettare le motivazioni che spingono a queste scelte.
Il problema non è individuale ma culturale, sia nel senso più ampio se si parla de contesto sociale in cui tutte e tutti viviamo, sia nel senso più specifico se si parla del linguaggio del rap, spesso gli amanti del genere giustificano il sessismo nel rap come fosse una cosa slegata dalla realtà, innocua e facente parte del proprio immaginario specifico.
Se può esser servito anche solo a riaprire il dibattito, perchè ne abbiamo ancora bisogno, è bene che ci si renda conto che per quanto ci può piacere la musica rap, è giusto anche pensare che può dare di più, è giusto pensare che a valori come Peace, Love, Unity and Having fun ci sia della concretezza vera.

Leggi il Manifesto per l’antisessismo nel rap italiano

https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/07/10/manifesto-per-lantisessismo-nel-rap-italiano/

“MIRA COMO NOS PONEMOS” (Guarda come diventiamo)!

MIRA COMO NOS PONEMOS

La traduzione dell’appello lanciato dalle attrici argentine per denunciare lo stupro contro l’attrice Thelma Fardin. Di fronte a “MIRA COMO ME PONES” (guarda come me lo fai diventare duro), noi rispondiamo “MIRA COMO NOS PONEMOS” (guarda come diventiamo) poiché siamo forti e unite e, di fronte alla tua violenza e alla tua impunità, noi stiamo insieme.

CONFERENZA DELLE ATTRICI ARGENTINE

La collettiva delle attrici argentine hanno convocano questa conferenza stampa per accompagnare la denuncia penale presentata in Nicaragua nell’Unità Specializzata di Delitti contro la Violenza di Genere ad effettuata dalla nostra compagna Thelma Fardin contro Juan Dartes.

Da tempo stiamo lavorando, realizzando regolarmente assemblee nelle quali riflettiamo sugli argomenti in relazione con i nostri lavori. Queste assemblee ci danno la possibilità di poter parlare e raccontare ciò che ci accade. È per questo oggi siamo qui

Come già sappiamo il movimento delle donne e di tutte le altre diversità di genere e orientamento sessuale  si propone di sradicare il regime di violenza ed impunità sostenuto tanto dallo stato, come in ogni spazio in cui si giocano relazioni di potere. Violenze e impunità presenti nei nostri lavori e nei luoghi di formazione.

Il prezzo che ci è stato imposto nel momento in cui abbiamo scelto questa  professione è stato quello del silenzio e della sottomissione. Secondo un’indagine recente di SAGAI (Società Argentina di attori), il 66% delle attrici hanno affermato essere stata vittima di molestia e/o abuso sessuale nell’esercizio della professione. Sembra più una regola che un’eccezione. Perché, Chi denunciamo? Al capo del casting? Al produttore? Al direttore dell’opera o del film? All’insegnante di teatro?

Sappiamo che questo è un fenomeno che ha scosso profondamente il mondo dello spettacolo ed è funzionale allo stesso. Oggi diciamo Basta. Ascoltateci: il tempo dell’impunità per lo stupratore deve finire.

Noi attrici siamo ignorate quando denunciamo ed esponiamo gli abusi.  Sistematicamente si dubita di quello che raccontiamo, delle nostre prove. Nel lavoro siamo isolate di fronte a esperienze traumatiche che sono narrate come naturali, e che a volte necessitano degli anni per diventare parole. Intanto, lo stupratore parla, agisce e lavora con totale impunità, e pretende di rendere le vittime responsabili del suo abuso.

Nel nostro contesto, l’oppressione e l’oggettivazione sono moneta corrente. Si erotizzano e si sovraespongono ragazze adolescenti nell’industria dell’intrattenimento. Non siamo quasi mai protette da chi ci contratta. Ad esempio, fanno partire minorenni in tour senza tutela sufficiente ed adeguata. Non ci sono protocolli d’azione di fronte a casi d’abuso; e la lista è interminabile.

Abbiamo bisogno di attrezzarci per affrontare queste questioni che inoltre sono accentuate dalla precarietà e dalla mancanza di lavoro.

Contro tutte queste forme di violenza e perché questo cambi, ci mettiamo a lavorare già da oggi, da ora per dare questa battaglia.

Dove la giustizia e lo Stato impediscono, respingono, ritardano, stigmatizzano le vittime o emettono sentenze in modo aberrante a favore dei criminali, come nel caso di Lucía Perez, noi ci convochiamo per dire basta. Perché il tempo del silenzio si è finito.

Deploriamo che alcuni mezzi cerchino di deviare l’attenzione verso il lato più morboso dei conflitti mentre tacciono le problematiche di lavoro. Diventano complici. Chiediamo ai giornalisti e alle giornaliste responsabilità nell’ affrontare quest’argomenti.

Gli stupratori hanno il privilegio di utilizzare il sistema di giustizia per disciplinarci. Cercano di farci tacere avviando cause per risarcimento danni o denunce penali contro coloro che osano rompere il silenzio e intanto le vittime soffrono le archiviazioni, i ritardi, i cattivi trattamenti e la mancanza di credibilità da parte del sistema giudiziario.

Thelma ha potuto denunciare penalmente il suo aggressore ma altre compagne che hanno raccontato essere state violentate dallo stesso aggressore, non hanno potuto procedere con la denuncia.

Incoraggiare a fare una denuncia è un atto di alto rischio quando il potere giudiziario ci accusa chiedendo come ci vestiamo, quale tipo di vita conduciamo o se provochiamo gli attacchi.

Di fronte a questo maltrattamento, questa indifferenza e questo modo di zittirci nella giustizia, noi attrici ci organizziamo.

Di fronte a “MIRA COMO ME PONES” (guarda come me lo fai diventare duro), noi rispondiamo “MIRA COMO NOS PONEMOS” (guarda come diventiamo) poiché siamo forti e unite e, di fronte alla tua violenza e alla tua impunità, noi stiamo insieme.

Che si faccia giustizia per la nostra compagna e per tuttu.

Questo è appena iniziato

Argentina dicembre 2018

 

Contro la violenza,di genere e ambientale, cambia il sistema, sovverti il capitale!

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Il 24 novembre  dopo due anni di lotte in 150.000 abbiamo sfilato a Roma arrivando da più di 20 città e il 25 abbiamo dato vita a una grande e partecipata assemblea nazionale dando prova della nostra forza vitale, della nostra capacità di mobilitazione, della nostra autonomia, della radicalità del nostro percorso politico e del radicamento del nostro movimento nei territori.

 L’8 dicembre #agitazionepermanente per la messa in sicurezza dei territori contro le grandi opere inutili e dannose e sul clima .

Il cambiamento  climatico si traduce nell’aumento delle oppressioni e diseguaglianze per le quali intere popolazioni (umane e non) sono costrette  a spostarsi trovando sofferenza, morte e confini sbarrati.

Come movimento femminista e transfemminista conosciamo bene la violenza ambientale. Il Piano di Non Una Di Meno ha riconosciuto il biocidio e la devastazione ambientale come una delle espressioni della violenza patriarcale contro i corpi delle donne e delle soggettività LGBPT*QIA, degli animali non umani, della terra.
Una violenza sistemica, che si fonda in tutti gli ambiti del vivere su logiche di proprietà e sfruttamento del capitalismo estrattivista e del patriarcato in cui i corpi oppressi di animali umani e non e la terra sono al contempo “femminilizzati” e “naturalizzati”. Si sfrutta la terra per soddisfare la crescente domanda di consumo indotta, riproducendo l’idea che lo sviluppo corrisponda alla crescita economica. Una violenza che invisibilizza e criminalizza le lotte per la difesa delle risorse (terra, acqua, aria, boschi,…), per il diritto alla libertà e all’autodeterminazione sui nostri corpi.

Non possiamo non vedere come in diverse parti del mondo si stiano affermando governi reazionari e autoritari che promuovono politiche di dominio sui corpi e sull’ambiente considerati risorse sfruttabili e a disposizione. Allo stesso tempo, non possiamo non vedere come le donne e le comunità native siano ovunque in prima fila nella resistenza contro lo sfruttamento neoliberale delle risorse (dalle attiviste Mapuche e Guaranì in america del sud, alle mamme della Terra dei Fuochi a quelle NoPfas, No TAP e NO TAV,….) e nella sperimentazione di nuove forme di autodeterminazione e autogestione dei territori, di condivisione del lavoro di cura e di riproduzione, di un modello di vita sostenibile e alternativo al modello capitalista antropocentrico e androcentrico.

Stiamo vivendo una politica caratterizzata da un patriarcato fortemente violento, razzista, sessista, transomofobo e abilista, incubatore di quella saldatura tra la Lega, neofascisti e fondamentalisti cattolici che, nelle amministrazioni locali e al governo del Paese, cerca agibilità politica proprio sui nostri corpi, attraverso forme di oppressione, strumentalizzazione, imposizione di modelli e negazione di diritti e libertà.

Portiamo nelle piazze dell’8 dicembre la radicalità di un punto di vista femminista e transfemminista nel nostro cammino verso l’8 marzo, giornata dello sciopero globale femminista durante la quale praticheremo forme nuove di sciopero di genere e dai generi, dal lavoro produttivo e riproduttivo, ma anche dai consumi e dalle grandi opere in nome dell’ecofemminismo per costruire pratiche di alternative a questo sistema.

Le manifestazioni dell’8 dicembre rappresentano un’occasione importante di presa di parola a partire dai nostri contenuti e di risignificazione in chiave femminista di una mobilitazione che ci appartiene.

Una presa di parola anche nei confronti di una narrazione mediatica mainstream che invisibilizza la radicalità dei percorsi femministi e antirazzisti mentre esalta la cosiddetta “rivoluzione gentile” (e neoliberale) delle donne imprenditrici torinesi a sostegno della realizzazione del TAV, opera inutile e dannosa a cui da oltre trent’anni le comunità della Val Susa, e non solo, si oppongono con fermezza e determinazione.

Cambiamo il sistema, non il clima

Assemblea transterritoriale Terra Corpi Territori e Spazi urbani di Non Una di Meno

Mail: retecorpieterranudm@gmail.com

Scarica il volantino

24 Noviembre 2018: Marcha nacional de Ni Una Menos en roma

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Ni una menos en estado de agitación permanente: marcha nacional contra la violencia de género y las políticas patriarcales y racistas del gobierno

24 noviembre 2018 Roma h. 14 Piazza della Repubblica, Roma

Somos la marea feminista que en Italia y en el mundo ha levantado su grito global contra la violencia machista, de género y racista y en contra de los gobiernos que la legitiman.

Llevamos más de dos años en las plazas y en las calles para reivindicar que los feminicidios no son que la punta del iceberg de la opresión: la violencia machista comienza en la esfera privada de las casas pero se extiende en cada rincón de la sociedad volviéndose cada vez más en un instrumento político de dominio, que produce soledad, desigualdades y explotación.

El gobierno Salvini-Di Maio se ha hecho portavoz de una guerra real contra las mujeres, migrantes y subjetividades lgbt*qia+, a través de medidas y propuestas de ley que hacen hincapié en un modelo patriarcal y autoritario que quiere machacar y reducir al silencio nuestra libertad.

El proyecto de ley Pillon ataca las mujeres apuntando sobre la custodia y el mantenimiento de los hijos de cara a defender la familia tradicional y a volver a establecer roles y jerarquías de género que niegan la autodeterminación de las mujeres. Las campañas fundamentalistas que  criminalizan el aborto, fomentadas en muchos lugares del mundo y por este mismo gobierno, atacan cada vez más la libertad de decidir sobre nuestro cuerpo y nuestras vidas. Nosotras respondemos que la libertad de abortar no se toca y que el Decreto Pillon no se reforma, se para!

Mientras declara de querer acabar con la pobreza, este gobierno planifica medidas que intensifican la precariedad y acentúan la dependencia económica que nos expone aun más a violencia y acosos en el ámbito laboral. Deshacen el estado social y pretenden que las mujeres, italianas o migrantes, gratuitamente o en cambio de un salario mísero se ocupen del trabajo doméstico y de los cuidados. La precariedad es mujer y por esta razón nuestra lucha contra la violencia es también una lucha contra la precariedad y la explotación. Queremos una renta de autodeterminación, universal e individual, un salario mínimo europeo, estado y servicios sociales universales, para salir del chantaje de la pobreza y de la violencia.

Reconocemos en las escuelas y en las universidades lugares de capacitación y trabajo que producen y reproducen dinámicas violentas de la sociedad racista y patriarcal en la cual vivimos. Por esta razón queremos hacerlas revivir a partir de los saberes feministas y antirracistas, de la educación a las diferencias y sexual, en todos los niveles.

Atravesamos ciudades siempre más sombrías y hostiles a causa de la privatización del espacio público, de la militarización de las calles, de las medidas de seguridad que se transforman en apartheid. En todo el mundo continuamos gritando que las calles seguras las hacen las mujeres y las subjetividades libres que las atraviesan, construyendo ciudades feministas en las cuales merecemos vivir. Queremos una casa para dormir, casas de asesoramiento de mujeres para amar, centros de acogida anti-violencia para vivir y soñar

No aceptamos el juego racista que instrumentaliza violaciones y feminicidios. La violencia contra las mujeres no tiene color: es violencia machista, en todas sus formas. Patriarcado y racismo son dos caras de la misma moneda: rechazamos el miedo, el odio y la violencia del decreto Salvini, y lo hacemos construyendo una movilización y una solidaridad difusa, en primer lugar con las migrantes expuestas a violencias reiteradas y sobre cuya piel, de forma aun más trágica, se juega la partida de la derecha al gobierno. Reivindicamos la libertad de movernos y quedarnos, el derecho de asilo, de ciudadanía y un permiso de residencia europeo sin condiciones, desvinculado del trabajo, matrimonio y de razones de estudio.

Nos queréis sumisas, chantajeadas y explotadas, nos tendréis rebeldes! Nosotras somos el cambio.

El 24 de noviembre en Roma habrá una marea feminista sin banderas y símbolos identitarios y de partido, Privilegiamos los contenidos, la construcción de redes y relaciones. Tenemos un plan feminista contra la violencia machista y de género con el cual queremos transformar la sociedad, y el mundo entero.

 El 25 de noviembre nos juntaremos en la asamblea nacional de cara al próximo paro mundial de mujeres del 8 marzo.

El estado de agitación permanente acaba de empezar.

 

 

24 novembre 2018: manifestation nationale de “Non una di meno” à Rome.

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“Non Una Di Meno” est en état d’agitation permanent: il s’agit d’une manifestation nationale contre la violence de genre et contre les politiques patriarcales et racistes du gouvernement.

24 novembre 2018 h.14 Piazza della Repubblica (Rome)

Nous sommes la marée féministe qu’en Italie et dans le monde a levé son cri mondial contre la violence masculin, de genre et raciste et contre les gouvernements qui la soutiennent.

ça fait plus de deux ans que nous sommes dans les places et dans les rues pour répéter que les féminicides sont seulement la partie visible d’un iceberg qui est fait d’oppression: la violence masculine commence dans le privé des maisons mais imprègne tous les domaines de la société et devient de plus en plus un instrument politique de domination, en produisant solitude, inégalités et exploitation.

Le gouvernement Salvini-Di Maio s’est fait le promoteur d’une véritable guerre contre les femmes, les migrants et les subjectivités lgbt*qia+, au travers de mesures et de propositions de lois qui insistent sur un modèle patriarcal et autoritaire qui voudrait écraser et réduire au silence notre liberté.

Le projet de loi “Pillon” attaque les femmes sur la garde et la pension alimentaire des enfants, pour defender la famille traditionnelle et rétablir les rôles et les hiérarchies de genre qui nient l’autodétermination des femmes. La liberté de décider sur notres corps et sur notres vies est de plus en plus attaquée par des campagnes fondamentalistes de criminalisation de l’avortement qu’aujourd’hui trouvent leur compte partout dans le monde et qui trouvent représentation dans notre gouvernement. Nous répondons qu’il ne faut pas toucher la liberté d’avorter. De plus, nous répondons qu’il ne faut pas réformer le projet de loi Pillon, il faut l’arrêter!

Ce gouvernement déclare vouloir arrêter la pauvreté, mais au même temps il planifie des mesures qui renforcent la précarité et aggravent la dépendance économique, tout ça nous expose encore plus à la violence et aux harcèlements sur le travail. Le gouvernement est en train de démanteler le welfare et prétend que les femmes, italiennes ou migrants,  s’occupent du travail domestique et de la soin gratuitement ou à un salaire de misère. La précarité est femme et pour cela notre lutte contre la violence est une lutte contre la précarité et l’exploitation aussi. Nous voulons un revenu d’autodétermination universel et individuel, un salaire minimum européen, welfare universel et services, pour sortir du chantage de la pauvreté et de la violence.

Nous reconnaissons que les écoles et les universités sont des lieux de formation et de travail où se produisent et reproduisent les dynamiques violentes de la société raciste et patriarcal dont nous vivons. Voilà pourquoi nous voulons remplir ces lieux de connaissances féministes et antiracistes, d’éducation aux différences et d’éducation sexuelle à tous les niveaux.

Nous traversons des villes qui deviennent toujours plus sombres et plus hostiles à cause de la privatisation de l’espace public, de la militarisation de rues, de mesures visant à garder la sécurité qui deviennent apartheid. Nous continuons à crier dans le monde entier que les rues sûres sont faites par les femmes et par les subjectivités libres que les traversent, en construisant les villes féministes dans lesquelles nous méritons de vivre. Nous voulons une Maison pour dormir, des cliniques pour aimer, des centres anti violence pour vivre et rêver…

On ne joue pas le jeu raciste, de ceux qui instrumentalisent les viols et les féminicides. La violence contre les femmes n’a pas de race: elle est toujours une violence masculin. Le patriarcat et le racisme sont deux faces d’une même pièce: nous refusons la peur, la haine et la violence du projet de loi Salvini. Nous construisons une mobilisation et une solidarité étendue, avant tout avec les femmes migrants exposées à des violences répétées, c’est sur leurs corps que la droit du gouvernement joue son tragique jeu. Nous réclamons la liberté de bouger et de rester, le droit d’asile, de citoyenneté et un permis de séjour européen sans conditions, qui soit libère de travail, de mariage et d’étude.

Vous nous voulez soumises, objet de chantage et d’exploitation, vous nous aurez rebelles! Nous sommes le changement.

Le 24 novembre  il y aura à Rome une marée féministe, sans drapeaux et sans des symboles identitaires et de parti. Nous accordons la priorité aux contenus, à la construction de réseaux et de relations. Nous avons un plan féministe contre la violence masculin et de genre avec lequel nous voulons transformer la société, le monde entier.

Le 25 novembre nous ferons une assemblée nationale envers la grève des femmes de 8 mars.

L’état d’agitation permanent ne fait que commencer.