COMUNICAZIONE DI NON UNA DI MENO A DELEGAT3 E SINDACATI: LO SCIOPERO FEMMINISTA E TRANSFEMMINISTA È PER TUTT

L’8 marzo 2022 sarà ancora una volta sciopero femminista e transfemminista transnazionale. Nel 2021 la violenza maschile sulle donne ha fatto più di cento vittime. La violenza di genere verso le persone LGBTQIPA+ ha trovato una vergognosa legittimazione politica con l’affossamento del Ddl Zan. Lo sfruttamento delle donne nei lavori cosiddetti essenziali con la pandemia ha raggiunto livelli senza precedenti, nello stesso tempo è cresciuto enormemente il carico di lavoro riproduttivo e i licenziamenti e i part time involontari hanno raggiunto numeri altissimi. Il razzismo è diventato ancora più violento non solo sui confini ma anche nei posti di lavoro. Le discriminazioni che in ogni condizione di lavoro e di vita subiscono le persone LGBTQIPA+ sono sempre più diffuse. Lo sfruttamento sul posto di lavoro è così diffuso che arriva a mettere a rischio la vita di ragazze e ragazzi in alternanza scuola-lavoro.

La crisi economica seguita alla gestione della pandemia ha colpito prima di tutto le donne. Siamo noi a dover lavorare da casa mentre ci occupiamo di figlə in didattica a distanza, sono i nostri salari e posti di lavoro i primi a essere sacrificati in ogni crisi economica, ancora una volta si chiede a noi di sopperire alle mancanze di welfare e sanità. Il mondo della scuola sta pagando un prezzo altissimo in questa fase pandemica.

Una scuola diventata sempre più spesso presidio di accudimento, con una crescita esponenziale di ore di lavoro gratuito e con protocolli che non tutelano la sicurezza sul lavoro. La pandemia ha reso evidenti problemi derivanti da carenze strutturali del sistema sanitario nazionale e della medicina territoriale. Le politiche di ricostruzione pianificate a livello europeo e nazionale non sono una risposta, ma aggraveranno le gerarchie sessiste e razziste che la pandemia ha fatto esplodere con violenza.

La strategia per la ‘parità di genere’ impone criteri di competitività e imprenditorialità che faranno avanzare alcune donne mentre altre resteranno indietro, schiacciate dal peso della divisione sessuale del lavoro e del razzismo. La transizione ecologica non modificherà il modello economico predatorio che considera la natura e le sue risorse come un oggetto infinitamente disponibile e depredabile con ogni mezzo, e produrrà ristrutturazioni e licenziamenti che colpiranno duramente le lavoratrici e i lavorator* che, a causa del doppio carico di lavoro e delle gerarchie di genere, non avranno il tempo, il denaro e i modi di ‘riqualificarsi’.

Di fronte a tutto questo, come Non Una di Meno e insieme al movimento femminista e transfemminista in tutto il mondo abbiamo deciso di chiamare ancora, per il prossimo 8M, il nostro sciopero. Si tratta di uno sciopero politico e sociale che coinvolge ogni ambito delle nostre vite, ogni forma di lavoro, riconosciuto o invisibilizzato, e che pertanto è davvero per tutte e tutt*. Negli ultimi anni, tantissime delegate hanno fatto in modo di portare lo sciopero femminista e transfemminista nei posti di lavoro e di organizzarlo: come noi, hanno riconosciuto che la violenza patriarcale e il razzismo cambiano le condizioni del nostro sfruttamento.

Il doppio carico di lavoro ci rende più esposte ai licenziamenti e se dobbiamo rinnovare il permesso di soggiorno è sempre più difficile alzare la testa per non rischiare di perderlo. La precarietà a cui sempre più persone sono esposte impedisce di prendere parola e alzare la testa. Non è possibile portare avanti lotte efficaci sui posti di lavoro se non si riconosce che le molestie sessuali e le discriminazioni di genere verso le persone Lgbt*qia+ ci rendono più ricattabili e rendono più difficile lottare per migliorare i salari, gli orari di lavoro, per ottenere maggiore sicurezza. 

Da anni il movimento femminista e transfemminista transnazionale lotta per riappropriarsi dello sciopero come pratica politica che non riguarda solo alcune categorie, ma possa estendersi anche a quellə tra noi che, per generazione, tipi di lavoro, condizioni di precarietà, non avevano mai nemmeno pensato di poter dimostrare insieme una forza collettiva, dentro e fuori i posti di lavoro. Per noi, però, la sfida è proprio questa: conquistare la forza collettiva che ci permetta di lottare contro i salari da fame, la precarietà, la divisione sessuale del lavoro e la strutturale disparità salariale tra uomini e donne, un reddito di autodeterminazione che ci garantisca indipendenza economica e autonomia per sottrarci alla violenza, un welfare pubblico e gratuito, non aziendale né basato sul modello familistico che aumentano la nostra soggezione ai padroni e a mariti o padri violenti, un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, per essere liberə di muoverci e di restare.

La nostra lotta per essere libere di camminare nelle strade senza avere paura e libere di rompere legami violenti, per la libertà sessuale, la contraccezione e l’aborto libero, sicuro e gratuito, per un’educazione libera da stereotipi di genere e ruoli opprimenti e imposti riguarda anche la lotta di tutte le lavoratrici e tutt* i lavoratori perché se siamo oppresse in ogni ambito della società cresceranno anche la precarietà e lo sfruttamento generali. 

Da quando lo sciopero femminista e transfemminista si è messo in movimento nel mondo tantissime delegate, lavoratrici e lavorator* lo hanno abbracciato, e noi crediamo che i loro sindacati non possono restare indietro né voltarsi dall’altra parte, soprattutto oggi che la ricostruzione costituisce un vero e proprio campo di battaglia. È arrivato il momento di aderire allo sciopero del prossimo 8 marzo 2022, garantendo la copertura sindacale alle lavoratrici e ai lavoratori che vorranno astenersi dal lavoro e fare tutto ciò che è necessario, in ogni settore, per sostenerlo e organizzarlo, favorendo l’incontro tra lavoratrici e lavoratori e i nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. 

Lo sciopero femminista e transfemminista è per tutte e tutt*!

*Foto di Lisa Capasso

Non una di meno: per noi anche i muri della città parlano

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Impegnate insieme ad altre centinaia di donne nella costruzione dello sciopero dell’8 marzo a Roma, e poi nel proseguire il percorso di mobilitazione contro la violenza di genere che da mesi agita la parola d’ordine NON UNA DI MENO sulle pagine di tutti i giornali e nelle piazze, ci era sfuggito un appuntamento di cui abbiamo appreso recentemente l’esistenza. https://www.facebook.com/events/308939856175599/

https://www.facebook.com/events/835896609881547/ (i 2 eventi fb della stessa iniziativa).
Questo appuntamento usa i colori, il nome, le parole, il percorso di non una di meno più come un brand che come una reale presa di parola sul tema della violenza sui corpi delle donne .

Eppure, benchè i riferimenti a NON UNA DI MENO siano più che espliciti, nessuna comunicazione è giunta né attraverso la pagina facebook, nè tantomeno nelle assemblee e nelle numerose iniziative pubbliche che hanno preparato lo sciopero dell’8 marzo, su cui però si ha la pretesa di aprire il confronto…

Si gioca sull’equivoco insomma, si parla dello sciopero, di violenza di genere, si lancia come evento copromosso da NON UNA DI MENO … ma non lo si dice a NON UNA DI MENO. A proposito di meccanismi di esclusione, prevaricazione, uso strumentale delle donne… non una di meno è un percorso aperto e pubblico proprio per questo non accetta appropriazioni.
L’iniziativa è presentata come un giorno di attivismo per la ripulitura del murale contro i femminicidi in via dei sardi. Opera meritoria, senz’altro, ma quel murale rappresenta un atto di denuncia, non di decoro urbano. Sovrapporre i due piani è quanto di meno opportuno si possa fare perché confonde la sostanza con la forma, laddove proprio la logica del decoro è troppo spesso rivolta come un atto d’accusa contro le donne vittime di violenza.
La street art è un’arte, per definizione, non semplicemente decorativa, esposta al sentimento e all’usura del tempo, ai cambiamenti che avvengono nella società. Il murale di via dei sardi racconta una ferita aperta e bruciante, è un atto di denuncia delle donne di Roma che a nostro avviso è svilente e fuorviante utilizzare come mero esercizio di igiene urbana.
Inoltre, si è aperta una fase nuova finalmente. Non vogliamo più contare solo le vittime ma vogliamo riaffermare la nostra forza. È tempo di restituire sui muri della città il segno di questa forza e di quell’autonomia che rivendichiamo. e non lo farà qualcuno al nostro posto, lo faremo noi tutte, NON UNA DI MENO… stay tuned!

Con lo sciopero l’8 marzo è tornata una giornata di lotta

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.
Questo slogan è risuonato ieri nelle piazze di 55 paesi in tutto il mondo. Migliaia di donne, insieme, hanno scioperato, manifestato e dimostrato la loro forza.
Lo abbiamo detto e lo abbiamo fatto. A dispetto di chi non ci credeva, di chi ci ha ostacolato e di chi ci ha sottovalutato.

Dalle manifestazioni dell’autunno in Italia alle marce contro Trump negli USA, dallo sciopero delle donne polacche alle manifestazioni contro la violenza in Argentina, le donne di tutto il mondo hanno recuperato il valore rivoluzionario della giornata dell’8 marzo. Perché l’8 marzo non è una giornata di festa ma una giornata di lotta.

In un mondo in cui le donne subiscono ogni forma di violenza, da quella fisica a quella economica, da quella ostetrica a quella sul posto di lavoro, ci siamo riappropriate dello strumento più potente che abbiamo: lo sciopero. Attraverso lo sciopero abbiamo rimesso al centro dell’attenzione di tutti il lavoro delle donne, a casa come sul luogo di lavoro. A chi ci ha detto che lo sciopero non è lo strumento adatto, che è simbolico e che non ci appartiene, rispondiamo che le donne da sempre hanno usato questo strumento. Dal 1975 in Islanda ad oggi, lo abbiamo recuperato. Le critiche, forse, sono dettate dalla paura di vivere un giorno senza le donne. Lo sciopero è lo strumento che ci ha permesso di unire tutte le rivendicazioni in una sola, grande, globale giornata di lotta.

Inoltre quest’anno la giornata internazionale della donna ha assunto un carattere globale inedito. Solo la determinazione delle donne è stata capace di reinventarsi e di organizzare uno sciopero globale. Invadere le strade di tutto il mondo, unite dalle stesse parole d’ordine. In un mondo che impone sempre più aspramente la chiusura delle frontiere abbiamo dimostrato che la determinazione delle donne supera i confini.

La cronaca della giornata è cominciata in Australia (mentre per noi era ancora martedì 7 Marzo), dove le lavoratrici degli asili nido hanno smesso di lavorare alle 15:20, ora in cui a causa della disparità salariale avrebbero iniziato a lavorare gratis. Sono state organizzate iniziative in tutto il sud-est asiatico, dall’Indonesia al Giappone. Le donne sono scese in piazza a Mosca, Varsavia, Istanbul. A Buenos Aires decine di migliaia di donne hanno marciato contro la violenza maschile sulle donne. E proprio dall’Argentina era partito l’appello per uno sciopero internazionale l’otto marzo, unite nello slogan #NiUnaMenos. Negli Stati Uniti a partire dalle proteste contro la sfrontata misoginia di Trump, migliaia di donne hanno invaso le strade delle principali città statunitensi. A Roma, una giornata intera di sciopero. Chiusi molti asili e scuole, sciopero dei trasporti, diverse iniziative la mattina per poi convergere tutte nel corteo serale che ha sfilato per il centro della capitale. Dal sostegno alle lavoratrici di Almaviva, al ministero dell’istruzione, dall’università alla regione. Da Sidney a Montevideo, da Mosca a New York, abbiamo fermato il mondo intero con uno Sciopero Globale delle Donne.

A dispetto delle critiche che lo sciopero ha ricevuto, degli arresti (a New York) e delle cariche ( a Napoli), i giornali non hanno potuto nascondere dietro la solita retorica della Festa della Donna, le rivendicazioni che le donne hanno fatto emergere ieri. Tuttavia non è mancato il tentativo di nascondere la portata della giornata di ieri, di ridurla a una notizia da raccolta fotografica (addirittura dopo la notizia della presenza di Berlusconi in un McDonald). Questo dimostra che, oggi come in passato, “una giornata senza di noi” fa paura.

Siamo scese in piazza ieri rispondendo alla chiamata internazionale per uno sciopero contro la violenza maschile sulle donne. A partire dalla riscrittura di un piano femminista antiviolenza rivendichiamo i diritti delle donne. Il diritto a una sanità accessibile che garantisca l’aborto gratuito e sicuro per tutte. Il diritto a un welfare basato sui diritti delle donne, che le renda indipendenti dalla violenza economica che siamo costrette a subire. Il diritto alla giusta retribuzione del lavoro, per combattere la disparità salariale. Il diritto a un’istruzione senza stereotipi di genere. Il diritto a essere donne, lesbiche, trans senza nessuna discriminazione. Il diritto a vivere in un mondo senza frontiere.

La giornata del 26 Novembre e la giornata dell’8 marzo lo dimostrano.
Un nuovo movimento femminista è iniziato

di Degender Communia
da Communianet.org

 

Lotto marzo sciopero globale delle donne non una di meno – Lettera alla ministra Fedeli

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Egregia Ministra Valeria Fedeli,
nella giornata di oggi, milioni di donne di oltre cinquanta Paesi del mondo stanno
scioperando contro la violenza maschile. Come saprà, nel nostro Paese, si conta (Istat
2014) che circa 6,8 milioni di donne hanno subito violenze maschili almeno una volta
nella loro vita. Converrà con noi che si tratta di un dato allarmante, che contrasta con
quella facile retorica di chi, in questi anni, ha sostenuto un presunto raggiungimento di
una definitiva emancipazione femminile dalle più arcaiche condizioni di dominio.
Contrariamente a questa rappresentazione, abbiamo invece scoperto sulla nostra pelle
che nella contemporaneità la violenza si presenta in molteplici forme. Si tratta, dunque, di
una vera e propria “violenza sistemica”, che pervade ogni campo dell’esistente, una
violenza che attraversa la società tutta, dalla famiglia, alla scuola, al lavoro, alla sanità.
È per questo motivo che abbiamo deciso che fosse giunto il momento di rompere con la
consumata ritualità della “festa della donna”, scegliendo invece lo sciopero come
strumento della nostra lotta. La violenza maschile sulle donne non vive soltanto nelle
mura domestiche e nella vita privata; al contrario si alimenta della precarietà che
caratterizza il lavoro contemporaneo, in modo particolare quello delle donne, le quali,
sottoposte al ricatto della differenza salariale, alle dimissioni in bianco, al peso
riproduttivo, faticano doppiamente a sottrarsi da legami o relazioni violente.
Ci rivolgiamo a Lei per segnalarle che oggi anche tutto il mondo della scuola ha
incrociato le braccia, è sceso in piazza, ha riconvertito in quest’ultima settimana la
didattica aprendola alle tematiche di genere.
Siamo insegnanti precarie e di ruolo, siamo personale ATA, collaboratrici ed
esternalizzate, educatrici, mamme, studentesse, ricercatrici; siamo quelle che la scuola la
fanno ogni giorno e siamo anche parte di quella marea che ha già invaso le strade di
Roma lo scorso 26 novembre.
Ma ci teniamo a dirle che siamo anche quelle che hanno già manifestato chiaramente la
propria contrarietà alla legge 107, i cui effetti hanno prodotto un peggioramento
notevole delle nostre condizioni lavorative e di vita e un pesante arretramento della
qualità dell’insegnamento e quindi del diritto all’istruzione delle studentesse e degli
studenti dal nido all’università. Due esempi del fallimento dell’ultima riforma della scuola,
per noi emblematici perché riguardanti il mondo studentesco e il corpo docente, sono
l’alternanza scuola-lavoro e il concorso a cattedra.
L’alternanza scuola-lavoro che dovrebbe fornire, oltre alle conoscenze di base, quelle
competenze necessarie a inserirsi nel mercato del lavoro, si sta traducendo nella
diffusione di forme di lavoro gratuito assolutamente prive di tutele accompagnate da
discutibili piani formativi. L’accordo tra Miur e McDonald’s è esemplare in tal senso.
Il concorso docenti si è rivelato un fallimento da tutti i punti di vista: procedure fumose,
prove di selezione discutibili, lunghissimi tempi di valutazione delle prove scritte e
soprattutto migliaia di cattedre rimaste vacanti. Le/i docenti non ammesse/i rischiano di
essere espulse/i definitivamente dal mondo della scuola per effetto dell’applicazione
della sentenza europea che vieta la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i
36 mesi.
Il Concorso, da strumento di reclutamento potenzialmente atto a ridurre l’incidenza dei
precari, viene trasformato in una macchina in grado di moltiplicare le divisioni e la
competizione e di tagliare fuori dal mondo della scuola i/le precari/e.
In queste ultime settimane il Suo ministero è impegnato a discutere i decreti delegati,
che finiranno per inasprire ulteriormente alcuni tratti già contenuti nella “Buona Scuola”.
Nella giornata dell’8 Marzo, giornata dello sciopero globale delle donne, ci troviamo in
presidio di fronte al MIUR perché vogliamo il ritiro immediato dei Decreti Delegati e un
reale processo di stabilizzazione di tutte e tutti le/i docenti precari/e, entrambe
condizioni imprescindibili perché si realizzi l’educazione alle differenze nelle scuole.
Egregia Ministra, l’educazione alle differenze per noi non è una “materia”, non è un
progetto realizzato una tantum da associazioni esterne alla scuola e nemmeno l’addizione
ai programmi di studio del contributo delle donne intese come appendice al sapere
dominante. L’educazione alle differenze è un approccio trasversale capace di riconoscere
le radici socio-culturali delle diseguaglianze tra maschile e femminile e di decostruire i
rapporti di potere con l’obiettivo di trasformare la cultura sessista. È un processo che
deve iniziare al nido e proseguire fino all’università, diventare sistemico e strutturale
divenendo patrimonio della cultura educativa su scala nazionale.
Per fare questo è cruciale garantire la continuità didattica e non l’intermittenza
contrattuale, un contesto lavorativo cooperativo e non competitivo e la valorizzazione
dell’autoformazione dei e delle docenti come pratica che parta dai bisogni, dai saperi e
dalle esperienze e che generi rielaborazione consapevole delle conoscenze formali e
informali, individuali e di gruppo.
Nella giornata di oggi milioni di donne in tutto il mondo si fermano per contrastare la
cultura sessista e la violenza di genere che questa produce. La scuola ha un ruolo
determinante in questa lotta, Le chiediamo delle risposte immediate ai nodi
fondamentali esposti nella lettera.
Se le nostre vite non valgono, allora scioperiamo!

L’otto marzo a Roma… Verso il corteo delle 17.00 a Colosseo

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Centinaia di donne hanno riempito le piazze degli appuntamenti mattutini previsti a Roma per lo sciopero globale. Sotto la sede della Regione Lazio la Piazza dal titolo “libere di scegliere, pronte a reagire!” ha visto convergere le vertenze delle operatrici socio-sanitarie del privato convenzionato e delle esternalizzate della sanità pubblica, i centri antiviolenza e tutte le rivendicazioni che riguardano la salute, l’autodeterminazione e la libertà di scelta.
Una delegazione di NON UNA DI MENO è stata ricevuta da rappresentanti delle cabine di regia della salute e contro la violenza sulle donne, dalla consigliera Marta Bonafoni, dalla segreteria dell’assessora al lavoro e alle pari opportunità Lucia Valente.
L’incontro è stato l’occasione per aprire un primo confronto sui temi della tutela dei diritti del lavoro in ambito sanitario, salute e centri antiviolenza. La richiesta della delegazione è stata quella di aprire tavoli specifici in cui approfondire le questioni accennate e aprire un’interlocuzione nel merito delle diverse istanze presentate.
Per il 24 e il 27 marzo verranno calendarizzati i tavoli per quanto riguarda i temi della salute e dei centri antiviolenza.

L’ultimo appuntamento della giornata dello sciopero sarà per il corteo cittadino che partirà alle ore 17 dal Colosseo.

All’attenzione della Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso

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Nel pubblicare la risposta della Segretaria della CGIL Susanna Camusso alla richiesta di incontro avanzata da Non Una Di Meno per discutere del contributo della CGIL allo sciopero generale per la giornata dell’8 marzo 2017, ci sia consentito di esprimere alcune valutazioni e una raccomandazione.

Prendiamo atto della scelta della CGIL di non convocare lo sciopero per l’8 marzo 2017 e, quindi, di non aprirsi alla richiesta del movimento di farsi strumento utile delle istanze di autonomia e libertà che migliaia e migliaia di donne in questi mesi (in Italia come in tutto il mondo) stanno portando avanti con forza e determinazione. Prendiamo atto che non è, quindi, nelle intenzioni del più grande sindacato italiano rompere gli steccati corporativi che ormai sempre più lo segnano.

Apprendiamo inoltre con stupore che la Segretaria Camusso giudichi proprio queste richieste e, quindi, lo sciopero globale delle donne – a oggi sono 49 i paesi che hanno aderito in tutto il mondo –, qualcosa che si muove esclusivamente sul piano simbolico. Di qui, come già comunicato la scorsa settimana anche dalla FIOM, l’indisponibilità a indire lo sciopero generale. Vogliamo allora ribadire, come abbiamo fatto nel corso dell’incontro con le rappresentanti FIOM, che questo sciopero è invece maledettamente concreto, come maledettamente concrete sono le motivazioni che hanno portato le donne di tutto il mondo ad alzare la testa e a mobilitarsi. La piattaforma che stiamo scrivendo – il Piano femminista contro la violenza – sta lavorando all’individuazione di risposte altrettanto concrete ed efficaci al problema della violenza maschile sulle donne, intesa come questione sistemica e strutturale, che attraversa quindi tutti gli ambiti della vita delle donne, non da ultimo quello del lavoro.

Infine, vista la grande sensibilità mostrata dalla Segretaria Camusso riguardo al problema della violenza di genere, Le rivolgiamo un appello, già lanciato la scorsa settimana alle segreterie nazionali di tutti i sindacati che non hanno indetto lo sciopero: Non Una Di Meno continua, quotidianamente, a ricevere centinaia di comunicazioni che riguardano la diffusione nei luoghi di lavoro, da parte non solo dei datori, ma anche delle RSU e delle rappresentanze sindacali territoriali, di informazioni tecniche relative allo sciopero scorrette se non apertamente false. Si dice alle lavoratrici che se il proprio sindacato non ha indetto lo sciopero non possono scioperare, che se non si è iscritte a un sindacato non si può scioperare, in alcuni casi si mettono in atto vere e proprie forme di ricatto o promesse di ritorsione. Chiediamo allora nuovamente alla Segretaria, se davvero ha a cuore il problema della violenza in tutte le sue forme, di vigilare, affinché venga garantito alle lavoratrici l’esercizio di un diritto individuale sancito e tutelato dalla Costituzione. Perché non indire lo sciopero è legittimo, impedirne l’esercizio no.

Non una di meno

Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi!

obiezione

L’8 marzo vogliamo ribadire che la nostra AUTODETERMINAZIONE SESSUALE E RIPRODUTTIVA non si tocca, che sul nostro piacere, sulla nostra salute, sulle nostre scelte e sui nostri corpi decidiamo noi, che siamo orgogliosamente anomale, sproporzionate, poco produttive e disfunzionali. L’8 marzo scioperiamo: ci asteniamo dall’attività produttiva e riproduttiva per riappropriarci dei nostri corpi. Perché ogni giorno delle nostre vite vogliamo sottrarci alla violenza medica e ostetrica, liberare le nostre scelte, godere pienamente di tutto ciò che i nostri corpi possono e desiderano. Crediamo che lottare per la nostra salute sessuale e riproduttiva voglia dire riappropriarci del nostro piacere e mettere in discussione le logiche medicalizzanti e patologizzanti.

Scioperiamo per reclamare il diritto all’aborto libero e perché nessuna sia obbligata alla maternità.

Siamo connesse alla dimensione transnazionale dello sciopero, consapevoli che in ogni parte del mondo si attaccano le pratiche di autodeterminazione. Siamo partite, infatti, criticando l’insediamento di Trump: 7 uomini che decidono sui corpi delle donne, ennesimo, per nulla solo simbolico, attacco alla libertà di scelta. Siamo poi tornate all’Europa, dove non c’è uno scenario migliore, pensiamo a Irlanda e Malta, ma anche Polonia, Spagna, all’obiezione di coscienza che aumenta anche in Austria. Sappiamo che le percentuali di obiezione in Italia superano il 70%, che ci sono regioni dove l’obiezione arriva al 90%, dove si muore di obiezione e non solo e ricordiamo anche casi di ginecologi che nel pubblico obiettano e poi dirottano le donne nei loro ambulatori privati. Sappiamo che una delle soluzioni è l’abolizione dell’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici, con l’abrogazione dell’art.9 della legge 194. Vogliamo anche fermare l’avanzata illegittima dell’obiezione nelle farmacie e nei consultori. Rifiutiamo l’obiezione in quanto ingerenza del potere medico e controllo sui corpi. Ribadiamo la necessità di riportare al centro l’autodeterminazione e il sapere ostetrico e ginecologico femminista.

Vogliamo pieno accesso a tutte le tecniche abortive (farmacologiche e non). La RU486 è scarsamente utilizzata e con forti disomogeneità nelle varie regioni. Chiediamo perciò di armonizzare i protocolli di impiego della RU486 su tutto il territorio nazionale, ampliarne il ricorso a 63 giorni superando l’ospedalizzazione imposta, con il Day Hospital e chiediamo il suo uso anche per l’aborto terapeutico. L’aborto farmacologico pone le condizioni per svincolare la donna dallo strapotere medico-ginecologico in fatto di IVG. Rivendichiamo la cancellazione delle sanzioni a carico delle donne che ricorrono all’aborto fuori dal servizio sanitario nazionale: sono i medici obiettori a dover pagare il prezzo di un sopruso che limita la libertà della donna a decidere di se stessa. La sanzione a carico delle donne è inoltre un deterrente a ricorrere a cure mediche in caso di complicanze post-operatorie.

Le donne non sono condannate a partorire né ad abortire con dolore. Vogliamo combattere lo stigma dell’aborto come dramma, superare la retorica dell’evento traumatico, del peccato da redimere. L’accesso all’aborto deve essere considerato tra le possibilità nella vita di una donna, su cui è l’unica a poter decidere: va esclusa la necessità del cosiddetto termine di riflessione di 7 giorni e di qualsiasi forma di “nulla osta” all’IVG o all’aborto terapeutico.

La violenza ostetrica deve essere riconosciuta, anche a livello giuridico, insieme alle altre forme di violenza contro le donne. Interessa la salute riproduttiva e sessuale delle donne, declinata sia nella scelta della maternità che, all’opposto, nel suo rifiuto. Vogliamo la piena applicazione della legge 194 relativamente ai servizi gratuiti per la maternità. Vogliamo promuovere una cultura della fisiologia della gravidanza e del parto, puerperio e allattamento rispettosa delle scelte delle donne, anche attraverso la costituzione all’interno e fuori dagli ospedali dei punti nascita, di case maternità pubbliche e garantendo il rimborso del Parto a Domicilio da parte dei Servizi Sanitari Regionali per le donne che scelgono di partorire in casa ; vanno contrasti gli eccessi della medicalizzazione sul corpo delle donne, riconoscendoli come abusi e atti medici illegittimi non giustificati da ragioni mediche, troppo spesso utilizzati senza consenso informato delle donne.

Chiediamo, per le vittime di violenze di genere, la sostituzione del modello del Codice rosa con le buone pratiche elaborate dal tavolo fuoriuscita dalla violenza – Cav (nella definizione che sarà accolta nel Piano Femminista Antiviolenza) e dalle esperienze femministe che si occupano del contrasto alla violenza sulle donne. Il modello del Codice rosa, infatti, non è basato su un approccio di genere, non promuove e non favorisce l’autodeterminazione della donna, ma, al contrario, la cala in un percorso obbligato ospedale/contesto giudiziario, nell’immediatezza di un episodio di violenza e sulla base di colloqui con personale non specificamente formato sulla violenza di genere.

L’esercizio concreto dell’autodeterminazione dipende da molti fattori, quali le condizioni materiali, la provenienza, la conoscenza della lingua, l’accesso alle informazioni e e al sapere, le trasformazioni delle condizioni e degli stili di vita. Per questo il ruolo dei consultori deve essere ripoliticizzato e rimesso al centro: i consultori devono tornare a essere aperti e accoglienti, liberi e gratuiti, diffusi nel territorio. Per perseguire questo obiettivo è necessario rimettere in discussione il processo di istituzionalizzazione che li ha sottratti alle donne trasformandoli in meri servizi socio-sanitari comunque di serie C. Riappropriarsi dei consultori significa quindi recuperarli alla funzione di spazi in cui sessualità, piacere e autodeterminazione assumano piena centralità.

Vogliamo tornare a vivere i consultori come luoghi di aggregazione e centri culturali, che rispondano alle esigenze e ai desideri delle donne e delle soggettività lgbtqi. Vogliamo consultori in grado di promuovere e tutelare il diritto alla salute delle persone trasgender, lesbiche, queer, gay, bisex, e intersex, vogliamo che i consultori diventino luoghi capaci di accogliere e riconoscere le molteplici identità di genere che un individuo può sperimentare nella sua vita, nonchè accogliere e riconoscere qualsiasi tipo di orientamento sessuale. Le differenze di cui sono portatori i corpi non devono essere standardizzate né negate, nei consultori i servizi offerti devono essere sempre pensati su misura di corpi favolosamente non standard, non solo giovani, non solo bianchi, non solo abili. Vogliamo che nei consultori venga assunto più personale con formazione multidisciplinare, che venga riconosciuto un ruolo fondamentale alla figura della mediatrice culturale.

Vogliamo ri-portare nei consultori le pratiche di autogestione della salute, come le consultorie transfemministe queer e gli sportelli popolari, per riappropriarci della conoscenza dei nostri corpi e non delegare le decisioni “ai tecnici”. Vogliamo promuovere scambi, alleanze e reti con operatrici, ostetriche e ginecologhe, vogliamo proporre una (auto)formazione su sessualità e riproduzione che argini la disinformazione promossa dai bigotti pro-life (ma più che “pro vita” andrebbero chiamati “contro l’aborto”), che rimetta al centro il desiderio e i piaceri, smettendo di dare per scontato che le pratiche sessuali penetrative, eterosessuali e riproduttive siano le uniche possibili, e che prenda in considerazione l’esistenza di corpi trans, disabili, eccedenti le norme di genere, sessualità, dis/abilità, età, e di culture sessuali diverse da quella dominante. Vogliamo che i consultori promuovano la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (MTS) tramite la diffusione di informazioni, la distribuzione gratuita di preservativi maschili e femminili, l’accesso gratuito ai test e a tutti i tipi di contraccezione. Chiediamo che gli screening siano realmente gratuiti e inclusivi di tutte le soggettività. Vogliamo che la disforia di genere non sia più trattata come un disturbo o una malattia. Vogliamo che i consultori siano luoghi di sperimentazione, in cui sovvertire i ruoli di genere e capaci di mettere in discussione i concetti di abilismo e salute mentale. Ancora, vogliamo abolire la rettificazione neonatale dei genitali per le persone intersex.

Vogliamo consultori in grado di promuovere e tutelare il diritto alla salute delle persone trasgender, lesbiche, queer, gay, bisex, e intersex – in termini di autodeterminazione, fuori da un discorso normativo e patologizzante, senza discriminazioni legate all’età, alla dis/abilità o alla neuroatipicità; vogliamo dunque che i consultori diventino luoghi capaci di accogliere e riconoscere le molteplici identità di genere che una persona può sperimentare nella sua vita, nonché accogliere e riconoscere qualsiasi tipo di orientamento sessuale. Massima deve essere l’attenzione anche ai bisogni delle donne provenienti da altre culture ed etnie.

Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi.

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Obiezione, Respinta è la piattaforma autogestita nata dal percorso nazionale NON UNA DI MENO, con lo scopo di segnalare e mappare i luoghi dove l’obiezione di coscienza viena esercitata e dove, invece,puoi trovare aiuto e supporto. Tramite questa pagina puoi contribuire ad arricchire la mappa scrivendoci un messaggio privato oppure inviandoci la tua esperienza personale che riposteremo anonimamente.
Sui nostri corpi decidiamo noi!

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L’8 marzo lotta anche sui social: partecipa alla tweet storm globale!

tweet_storm_8_marzo

L’8 marzo è alle porte e in ogni parte d’Italia ci si sta preparando per scendere in piazza e aderire allo sciopero globale delle donne a cui hanno aderito ormai oltre 40 Paesi.

Ma ci sono anche tanti altri modi per partecipare alla protesta e far sentire la propria voce contro la violenza di genere! Uno di questi è la condivisione sui social delle rivendicazioni femministe di questa giornata.

Per questo è stata organizzata una Twitter storm (tempesta) globale che inizierà in tutto il mondo alle 23 (ora italiana) del 7 marzo e continuerà per tutta la giornata dell’8.

Gli hashtag da utilizzare verranno lanciati in due momenti diversi dall’account Twitter di Non una di meno: il primo, l’hashtag per fare rete a livello internazionale, alle 23 del 7 marzo; il secondo, in italiano, la mattina dell’8.

“La chiamata che stiamo facendo a tutte le compagne – si legge nell’apposito evento Facebook – è questa: esprimiamo la forza delle nostre connessioni anche sulla Rete, coordiniamoci per invadere i social network, usando il web come strumento per unirci, allearci e non lasciare nessuna indietro: perché ‘se toccano una toccano tutte’, e ‘tutte’ è il mondo intero… Questo sciopero vogliamo viverlo nella totalità della sua durata e nella pienezza della sua spazialità: attraversando tutti i fusi orari, saremo una marea che percorre il mondo intero con un flusso di tweet che travalica ogni frontiera!”.

Frasi per la tweet storm dell’8 marzo

Ecco qualche spunto per partecipare alla tweet storm: ti suggeriamo alcuni dei possibili messaggi da usare divisi per argomento e di seguito anche qualche foto e gif utili, diffusi dalla rete di Non una di meno.

Ricorda che ad ogni frase andranno aggiunti gli hashtag che saranno lanciati dall’account di Non una di meno il 7 marzo alle 23 e la mattina dell’8!
Corpo, salute e diritti riproduttivi

I nostri corpi non sono oggetti, le donne non sono vittime passive!
Vogliamo l’aborto libero e gratuito e l’abolizione dell’obiezione di coscienza!
Scioperiamo contro ogni violenza ostetrica!
Sui nostri corpi e sulla nostra salute, decidiamo noi
Più educazione e formazione su contraccettivi e malattie sessuali!
Obietta su sta fregna!
Ma quale stato, ma quale dio: sul mio corpo decido io!
Vogliamo consultori aperti per donne e persone Lgbtqi

Violenza

L’unica vera risposta alla violenza è l’autonomia delle donne
Contro ogni forma di violenza, da quella psicologica alle molestie sessuali sul lavoro
Contro i modelli stereotipati di genere, oggi sciopero per essere come mi voglio!
Contro l’immaginario sessista che discrimina lesbiche, gay, bisessuali e trans
Contro ogni intervento repressivo ed emergenziale come risposta alla violenza sulle donne!
Per centri antiviolenza femministi, laici e autonomi gestiti dalle donne!
Contro la trasformazione dei centri antiviolenza in servizi assistenziali
Vogliamo accesso immediato alla giustizia: no alla vittimizzazione delle donne!

Educazione e formazione

Contro la violenza eteronormativa, educazione alla sessualità nelle scuole
Il femminismo non è un tema è un approccio, diffondiamolo ovunque!
Il binarismo è per i computer, oggi sciopero dei e dai generi!
Contro la sterile promozione delle pari opportunità, saperi critici sui generi
Più autoformazione sulle questioni di genere in scuola e università!

Lavoro

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo e non produciamo!
Scioperiamo contro il ricatto della precarietà
Per uscire da relazioni violente, chiediamo un reddito di autodeterminazione!
Per liberarci dall’obbligo di lavorare sempre di più, welfare e reddito per tutte!
Welfare per tutte organizzato a partire dai bisogni delle donne!

Femminismo migrante

Vogliamo essere libere di muoverci e di restare, di avere diritti dovunque andiamo!
Accesso a sanità e giustizia per tutte: con o senza figli, residenti e straniere
Contro ogni frontiera, chiediamo permesso e diritti sui corpi di tutte le migranti!
Diamo asilo a tutte le migranti che hanno subito violenza!
Contro la violenza delle frontiere, dei CIE, delle deportazioni che ostacolano la libertà
Sosteniamo le lotte delle migranti contro il sistema securitario dell’accoglienza

Slogan in inglese

We stand for every violence against women!
My body, my choice. Get your hands off my uterus!
Our bodies are not objects, the women are not passive victims!
We strike against all the borders, we stand for visas and same rights for all migrants!
We strike against every fascist act, migrants must NOT be left behind!

Immagini per la tweet storm dell’8 marzo

Per unire qualche immagine efficace alle parole, ecco qualche link dove trovare immagini da usare nei vostri tweet sempre da abbinare agli hashtag che saranno lanciati dall’account di Non una di meno il 7 marzo alle 23 e la mattina dell’8!

Gli “adesivi” sullo sciopero del Fuxia Block: https://goo.gl/VOlXjc

Gli 8 punti per l’8 marzo: https://goo.gl/rgNhv9

Audre Lorde per Non una di meno: https://goo.gl/88l3Yb

Gif sull’educazione alle differenze: https://goo.gl/8kMCK7
Gif di Beyoncé 1: http://gph.is/2k48QzG
Gif di Beyoncé 2: http://gph.is/2mYU2zd
Gif delle Powerpuff Girls: http://gph.is/2mnniTX
Gif di Eva Green: http://gph.is/2kUhJLc
Gif di Danish Girl: http://gph.is/2k4G8tJ
Gif di Priscilla: http://gph.is/2k44Vmp
L’8 marzo facciamo rete anche sulla Rete contro il patriarcato!

tw

8 Marzo email Strike

email-web

Oggetto della mail
Today is the 8th of Mach and I am on strike to support the Global Strike Again
Testo della mail
Thank you for your email. Today is the 8th of March and I join the Global Women Strike against violence on women. As precarious workers within Italian universities, we decided to join this struggle: if our research is of no value, then we strike.
Precarity leads to exploitation, blackmailing, subordination, sense of guilt, dependency, a total lack of reproductive rights, unpaid work, paternalism, gender discrimination in academic careers.
For this reason, today:
I won’t answer to your emails
I won’t support your requests
I won’t be available to censor my opinions
I won’t supervise students assigned to other faculties
I won’t revise students’ dissertations assigned to other faculties
I won’t teach for free
I won’t write research grants applications for other faculties and on which my name cannot be included
I won’t use my social media profiles to increase the visibility of my institutions
I won’t perform administrative tasks that are not up to me (i.e. organize conferences, list the expenses for research projects I am not the PI of, etc.) and for whom, needless to say, I won’t be paid
I won’t be the driver for guest faculties who are visiting my boss
Ciao,
Grazie per la mail, ma oggi è l’8 marzo e io aderisco allo sciopero globale contro la violenza sulle donne. In quanto precari* dell’università, abbiamo deciso di aderire a questa lotta: SE LE NOSTRA RICERCA NON VALE, ALLORA SCIOPERIAMO.
La precarietà produce sfruttamento, ricatto, inferiorizzazione, colpevolizzazione, dipendenza, gratuità del lavoro, paternalismo, totale assenza dei diritti riproduttivi, discriminazione di genere nelle carriere accademiche.
Per questo, oggi:
• non risponderò alle vostre mail,
• non asseconderò le vostre richieste,
• non sarò disponibile a censurare il mio punto di vista,
• non seguirò gli studenti di altr*,
• non correggerò tesi per altr*,
• non farò didattica gratis,
• non scriverò progetti che non posso firmare,
• non userò i miei social per aumentare la visibilità della mia istituzione,
• non svolgerò mansioni amministrative che non mi spettano (organizzazione di conferenze, rendicontazione di progetti non miei, lavori di segreteria ecc.) per le quali, neanche a dirlo, non naturalmente è prevista retribuzione
• non farò l’autista per i visitatori del/la mio/a capo/a