CARTELLA per la STAMPA e CONTATTI NUDM

PRIMO MAGGIO FEMMINISTA GLOBALE 2020

Comunicato stampa Non Una di Meno: 1 Maggio Femminista Globale

COVID E CAMPAGNE NON UNA DI MENO

 

8 E 9 MARZO 2020

ULTIME NEWS

Vietato lo sciopero del 9 marzo per l’emergenza Coronavirus

Comunicato stampa: La Commissione di Garanzia vieta lo sciopero femminista del 9 marzo. Non Una di Meno rilancia mobilitazioni territoriali per l’8 e il 9 marzo

Comunicato stampa – Verso l’8 marzo: Artiste e Filmaker per Non Una di Meno

 

Appello alle artist* e donne dello spettacolo: Non un passo indietro a Sanremo!

23 e il 24 novembre 2019

 

 

CONTATTI

Archivio 2018

Rassegna stampa 24 e 25 Novembre 2018


24 NOVEMBRE 2018

 

 

Traduzioni appello

Info Logistiche:

Manifestazione nazionale di Non Una Di Meno a Roma. Partenza ore 14.00 da Piazza della Repubblica e arrivo a Piazza San Giovanni.

Percorso del corteo: Piazza della Repubblica, Viale Luigi Einaudi, Piazza dei Cinquecento, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino, Via Liberiana, Piazza di Santa Maria Maggiore, Via Merulana, Largo Brancaccio, Via dello Statuto, Piazza Vittorio Emanuele II, Via Emanuele Filiberto, Piazza di Porta San Giovanni.

INFO SUI PULLMAN IN PARTENZA VERSO ROMA

Alessandria, Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Brindisi, Firenze, Genova, Livorno, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Vicenza e Ferrara, Pavia, Perugia, Pescara, Pisa, Reggio Emilia, Rimini, Salerno, Siena, Torino, Trento, Trieste, Venezia, Verona, Viareggio

25 NOVEMBRE 2018

25 Novembre: Assemblea nazionale di Non una di meno a Roma – Testo di convocazione

All’indomani della manifestazione che ci vedrà insieme a Roma, è convocata per il 25 novembre dalle ore 10.00 alle ore 16.00 l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno verso lo sciopero del prossimo 8 marzo, che si terrà presso il Liceo Scientifico Statale Nomentano – Via della Bufalotta, 229. Qui su Google Maps  

Come arrivare:
• il luogo è raggiungibile da Termini con il bus 90 express, direzione Labia per 11 fermate, scendere a Vigne Nuove/Monte Gennaro e poi 850 metri a piedi
• metro B1 fino a Conca d’Oro e poi il bus 86, scendere alla fermata Bufalotta/Fucini (questo é il mezzo che porta più vicino
• metro B1 fino a Jonio e 20 minuti a piedi (2 km).

 

MATERIALI 24 E 25 NOVEMBRE 2018 NUDM

Scarica e diffondi:

Video verso il 24 novembre

 

10 NOVEMBRE: MOBILITAZIONE GENERALE CONTRO IL DDL PILLON

NON UNA DI MENO VERSO I 40 ANNI DELLA 194 

I NOSTRI CANALI SOCIAL

Facebook       Twitter      Instagram 

Le città dove siamo

Per info scrivici qui

Video lancio del 22 maggio a Roma

 

Flas-mob a Roma – Molto più di 194! La salute è un diritto

 

 

  • FLASH-MOB CONTRO I CARTELLONI PRO-LIFE

 

Video-pillole femministe di Non una di meno Roma per i 40 anni della legge 194

 

 

 

8 MARZO – SCIOPERO INTERNAZIONALE DELLE DONNE

 

Materiale grafico scaricabile

Articoli:


SCARICA IL PIANO FEMMINISTA CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE E LA VIOLENZA DI GENERE

Scarica la sintesi del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

SCARICA LE MACHETTE SULLE PILLOLE GRAFICHE DEL PIANO

ARCHIVIO

Video presentazione Abbiamo un Piano!

Video verso il 25N da Roma

Video da Milano

Report. Comunicati. Appelli. 

 

 

Articoli e news

RASSEGNA STAMPA

Elenco (quasi!) completo di articoli e servizi radio e TV sulle giornate del 25 e 26 novembre 2017.

25 e 26 novembre

Contributi

Articoli

Verso il 25 novembre

Comunicati

Eventi e Iniziative 

Lo sciopero dell’8 marzo

Verso lo sciopero dell’8 marzo

Manifestazione nazionale del 26nov #nonunadimeno

Quotidiani

Agenzie

Rassegna stampa

Verso il 26 e 27 Novembre

Aborto e obiezione

Lotte nel mondo

Femminismo

Violenza

#LOTTOMARZO ha inondato #SanValentino2017

di aQara, Teknopolitica

immaginepiccola

Durante le partecipatissime assemblee del 4 e 5 Febbraio a Bologna, abbiamo accolto la proposta delle compagne di aQara di agire all’interno dei social network, mobilitando le nostre reti per opporci ad una narrazione che sui canali mainstream costruisce giorno dopo giorno un immaginario sui ruoli di genere che è sessista e stereotipato. Questo tipo di azioni collettive si rivela molto efficace soprattutto in occasione di eventi che catalizzano l’attenzione dei social media, come ad esempio la giornata di San Valentino.

Come ogni anno, il 14 Febbraio Twitter si è popolato di messaggi e immagini accompagnati dall’hashtag #SanValentino2017: tweet dal tono talvolta ironico, altri con contenuti stereotipati, ma per lo più con pubblicità di aziende che approfittano della giornata per promuovere prodotti tradizionalmente legati alla coppia monogama: cenette romantiche, pacchetti-viaggio per due, regalini più o meno “arditi” ma sempre ben distinti tra quelli “per lui” e “per lei”.

Come reti femministe e antisessiste del percorso #NonUnaDiMeno abbiamo deciso di mettere in campo un “dirottamento” dell’hashtag ufficiale #SanValentino2017 durante il pomeriggio: ad un orario prefissato attivist* di ogni dove hanno iniziato a pubblicare tweet, ingaggiare discussioni, diffondere immagini e video, sempre collegandosi all’hashtag della giornata (e spesso aggiungendo anche #lottomarzo), “inquinando” così il dibattito digitale sui temi tradizionalmente legati a questa ricorrenza ed inondando il social network con argomenti basati sulle istanze del percorso di sciopero del mese prossimo.

L’azione era mirata alla decostruzione degli stereotipi di genere, al sovvertimento dell’amore romantico e alla messa a nudo dell’utilizzo commerciale della giornata, oltre che alle rivendicazioni di autodeterminazione e lotta al patriarcato caratteristiche del percorso; migliaia di persone hanno partecipato a questa discussione fluida e variegata, con l’intento di scalzare il linguaggio retrogrado, sessista e mercificatore che viene utilizzato in rete, sostituendolo con un linguaggio ed un lessico femminista. I termini “dirottamento” o “inquinamento” usati precedentemente stanno ad indicare proprio
questa dinamica che si è innescata il 14 Febbraio su Twitter.

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Alle 16 – mentre #SanValentino2017 era in prima posizione tra gli hashtag più usati – abbiamo quindi iniziato a twittare i nostri contenuti. L’effetto è stato dirompente, in pochi minuti l’hashtag
#lottomarzo è salito nei trending topic di twitter, confermando che la discussione si stava spostando dai contenuti commerciali, focalizzandosi sulle istanze rivendicative dei movimenti femministi. I
nostri messaggi sono stati irriverenti, dissacratori, stimolanti, spesso hanno innescato discussioni fruttuose; eccone qualche esempio:

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Per visualizzare l’effetto del dirottamento abbiamo realizzato alcuni grafi: quello che vedete qui sotto è stato realizzato scaricando tutti i tweet contenenti l’hashtag #SanValentino2017. L’immagine
illustra alcuni effetti del dirottamento: dalle 17 circa le interazioni social legate ai temi classici della giornata (parte in basso del grafo, dove compaiono gli hashtag #SanValentino, #amore,
#valentines, #uominiedonne) sono già dominate di gran lunga dall’impatto con la nostra bolla, che diffondeva in maniera coesa i contenuti contrassegnati con #8M, #NonUnaDiMeno, #LottoMarzo (parte alta del
grafo).

twitter san valentino Oltre all’ascesa di #lottomarzo nelle classifiche trending topics, si è verificato un altro fenomeno che attesta il successo della nostra azione di riappropriazione degli “argomenti caldi”: dopo circa
mezz’ora dall’inizio del dirottamento abbiamo riscontrato che l’hashtag #SanValentino2017 – hashtag ufficiale e sponsorizzato, che era in testa alle classifiche fin dalla mattina – era improvvisamente
sparito.

Cercando di capire cosa sia successo, abbiamo vagliato diverse ipotesi: quella più probabile è che le liste dei trending topics siano state ricalibrate per escludere proprio #SanValentino2017.
Infatti, pur trattandosi del più ovvio investimento per la giornata in termini sia mediatici che commerciali, la possibilità di lucrare su questo hashtag sponsorizzato è stata ridimensionata proprio
grazie al dirottamento, al punto che gli algoritmi di twitter hanno valutato conveniente censurare un hashtag ormai compromesso dai suoi riferimenti originali. Maggiori dettagli e considerazioni su questo
aspetto le potete trovare sul sito di Teknopolitica, dove abbiamo analizzato più nel dettaglio la questione.

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Un altro elemento che emerge dalle analisi dei dati della giornata del 14 febbraio riguarda l’appoggio alla campagna di dirottamento fornito da compagne e strutture che dal resto d’Europa e dall’America
hanno raccolto il nostro appello [LINK] ed hanno contribuito ad arricchire il flusso discorsivo di una molteplicità di lingue, slogan e rivendicazioni. Questo dato ci pare una ulteriore conferma del
carattere transnazionale delle lotte femministe. Le relazioni tra soggettività in lotta giovano tanto più riescono ad abbattere ed oltrepassare ogni frontiera – che sia un confine di stato come un
firewall sulla rete – e a creare una rete globale di connessioni che si stabiliscono, rafforzano e moltiplicano anche a partire da azioni come quella del 14 febbraio.

Quello che emerge da questa giornata è che le forze che possiamo mettere in campo – anche in Rete – sono tali da poter influire sui canali di comunicazione online. Questo era ovviamente un esperimento,
una pratica di micro-sabotaggio per creare fermento verso l’8 marzo, quando anche i nostri corpi scenderanno nelle strade e nelle piazze, bloccando e dirottando flussi non solo virtuali, per reclamare
diritti e welfare. Anche in quella giornata, che sarà di mobilitazione globale, elaboreremo strategie di comunicazione e sovvertimento delle narrazioni tossiche, oltre ad analizzare gli effetti dirompenti
di questa marea che si farà oceano.
Per le strade, nella Rete, nelle piazze!

DONNE, LESBICHE, TRANS: SE TOCCANO UNA, RISPONDIAMO TUTTE

 

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Il racconto di Natalia di Marco, da “Non una di meno” in Argentina allo sciopero globale delle donne.

Trascrizione dell’intervento tenuto per “Uteri senza Frontiere”, a cura di Orlando e della Favolosa Coalizione (Bologna, 16-17/12/2016).

Traduzione a cura di Susanna De Guio.

Sono Nati Di Marco, militante femminista, anticapitalista, docente, comunicatrice popolare dell’Argentina, di Cordoba.

In relazione alla lotta per il diritto a decidere, a progettare sui nostri corpi e le nostre vite, in Argentina e in tutta l’America Latina abbiamo un’importante tradizione di lotta. Siamo Paesi che hanno attraversato secoli segnati dalle dittature militari, con una repressione e una violenza molto importanti, e che per molto tempo hanno fatto sì che si pensasse che le lotte delle donne e delle femministe dovevano occupare luoghi secondari nelle rivendicazioni dei movimenti sociali e popolari. Tuttavia, molte compagne che hanno militato negli anni ’70, di sinistra, rivoluzionarie, e che sono state esiliate durante la dittatura in Argentina, e in altri Paesi, si sono nutrite, in esilio e in Europa, di altre esperienze femministe, e sono tornate negli anni ’80 con un enorme impeto di trasformazione.

Questo impeto in Argentina si è plasmato in quel che è stato il primo incontro nazionale delle donne, che si è convocato a Buenos Aires nel 1984. Oggi siamo già arrivati a 30 incontri nazionali, senza interruzione, anno dopo anno, in diverse città, e che sono spazi in cui confluiscono decine di migliaia di donne, lesbiche, trans, travestite, da diversi luoghi del Paese, ma anche dal resto del continente e da altri luoghi del mondo. Questa pratica di incontro, di costruzione collettiva, è riuscita a generare e ad aprire spazi di dialogo che hanno dato luogo alla creazione di campagne tanto importanti come è stata la campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito in Argentina, così come anche quella contro la violenza sulle donne. In questo senso noi pensiamo che questa questione degli incontri nazionali delle donne si intrecci con le pratiche ancestrali che hanno costruito le donne del continente, di formare reti solidali e tra amiche, tra vicine di casa e di quartiere, per appoggiarci, per accompagnarci di fronte alle situazioni più dure. Come per esempio quando decidiamo di interrompere una gravidanza in un contesto di clandestinità. Ma anche per formare reti tra amiche e vicine, tra compagne, di fronte a situazioni di violenza che attraversiamo quotidianamente come donne. Queste forme di organizzazione e di risposta, profondamente femministe, costruiscono a partire dall’orizzontalità, dall’affetto e dal corpo, e non solamente a partire dalle categorie razionali, politicizzano tutte le altre pratiche, confluendo in quelli che sono gli incontri nazionali delle donne.

Nel nostro Paese queste campagne sono riuscite a generare un avanzamento del consenso sociale intorno al diritto all’aborto, nonostante continui a essere clandestino. In realtà solamente in tre situazioni è legale in Argentina:

– in caso di pericolo di salute o di vita della donna gestante;

– in caso di stupro;

– in caso di abuso di una donna che è dichiarata incapace.

A eccezione di questi tra casi in Argentina non si può accedere all’aborto legale. Tuttavia, nonostante il conservatorismo dei giudici, dei medici, di tutte le corporazioni e dei nostri governi, perché finora nessuno si è pronunciato a favore della legalizzazione di questo diritto, che è così importante per le donne, a livello sociale si sono aperte enormi brecce nel dibattito, con la possibilità di aprire il dibattito per il diritto all’aborto delle donne.

Oggi la campagna è composta da sindacati, organizzazioni studentesche, organizzazioni femministe di donne, ovviamente, ma anche movimenti territoriali di tutti i tipi, che poco alla volta hanno cominciato a includere nelle loro agende e nei loro programmi non solo le rivendicazioni specifiche dell’aborto, ma anche altre rivendicazioni femministe. Tuttavia, nelle pratiche di questa campagna, che ha già 11 anni e va per i 12, è emersa anche la necessità di dare risposte in modo più coordinato alle donne che effettivamente, nel quotidiano, avevano bisogno di interrompere la loro gravidanza. La campagna si propone come obbiettivo principale la legalizzazione dell’aborto, insieme all’educazione sessuale e alla contraccezione, però sappiamo che, finché la legalizzazione non c’è, noi donne continuiamo ad abortire, e continuiamo a morire, in gran parte le più povere, per aborto clandestino. Quindi hanno cominciato a formarsi quelle che sono le reti di soccoristas, o le soccorristas en red, che sono le donne che danno soccorso. Sono compagne, e anche alcuni compagni, che si sono preparate e si sono costituite in rete, e che rispondono e accompagnano le donne che decidono di interrompere la gravidanza. Si occupano del diritto all’informazione, alla salute, che sono riconosciuti legalmente nel nostro Paese, così come in moltissimi trattati internazionali, e queste organizzazioni di soccoriste sono attive in moltissimi punti del Paese, accompagnano le donne che decidono di abortire. Nel frattempo si continua anche a dare battaglia sul piano politico: abbiamo letto il documento iniziale che avete condiviso per questa iniziativa, e anche in Latino-America l’aria sa di conservatorismo, e a sua volta di questa combinazione così particolare tra neoliberismo economico da un lato, e conservatorismo sociale dall’altro. Abbiamo misure liberali circa la privatizzazione, la riduzione dei finanziamenti nella salute, nell’educazione, nei programmi sociali, che sono accompagnate da forti alleanze del potere politico ed economico con la Chiesa. La chiesa cattolica, così vicina a voi, ma oggi tanto presente anche in Argentina, con la figura del papa, credo abbia fatto un danno profondo ai movimenti sociali argentini, ma anche altre chiese evangeliche, che hanno un inserimento sociale importante, continuano a costruire un discorso che è penalizzatore, è di colpevolizzazione delle donne. E a sua volta associano fortemente alla donna il mandato materno, in cui la si riduce al ruolo di riproduttrice, di incubatrice, e non di donna piena, desiderante, che potrebbe desiderare o no di avere un figlio. Anche questo si esprime attraverso molteplici misure economiche e politiche da parte dello stato.

Dicevamo che stiamo attraversando un contesto nel quale avvertiamo un’ondata, a livello latino-americano, di governi conservatori. Questo non significa però che abbiamo avuto governi tanto di sinistra o ancor meno femministi prima, però avevano aperto margini in cui la pressione popolare, sociale e dei movimenti sociali, combinata con crisi economiche precedenti, molto forti, avevano fatto in modo che questi governi avessero bisogno, per garantire la loro governabilità, quindi la possibilità di seguitare a stare al potere, di dare alcune concessioni ai movimenti, che implicarono la partecipazione di alcune referenti in alcuni movimenti più vicini allo stato.

In Argentina in particolare, questo si è manifestato in una certa quantità di leggi e di iniziative legislative, come è stata ad esempio la riforma del matrimonio civile per includere le coppie non eterosessuali, o la legge sulle identità di genere, pioniera nel nostro Paese, in quanto è una delle poche leggi che non fa dell’identità trans una patologia ma, al contrario, individua l’identità nell’autopercezione, in modo che la persona che vuole modificare il suo genere, nei suoi documenti come nel suo corpo, deve soltanto manifestarlo, senza passare attraverso test o esami medici e psicologici che la definiscono come una patologia, come una malattia. Si sono creati anche i programma “La salute sessuale e la procreazione responsabile”, “L’educazione sessuale integrale”. Sono tutte iniziative che sono state rivendicazioni storiche del movimento delle donne e femminista, e che si sono plasmate con forza negli incontri nazionali delle donne e nelle loro diverse iniziative in tutto il Paese, e che hanno potuto trovare questa forma, questo riconoscimento da parte dello stato. Questo non ha significato una garanzia piena dell’accesso, però ha significato che da parte del campo popolare abbiamo altri strumenti giuridici per fare pressione per la realizzazione di questi diritti. E in questo senso, come dicevo prima, l’Argentina ha un movimento nazionale di donne molto consolidato: in gran parte si deve all’incontro nazionale di mujeres che da 30 anni esiste e permette alle diverse associazioni di non restare isolate.

Noi portiamo avanti in maniera coordinata le campagne e le azioni che in una maniera o nell’altra si riproducono nei diversi angoli del Paese con compagne che spesso non conosciamo, però ci posizioniamo insieme dietro ad alcune rivendicazioni e bandiere, e scendiamo in piazza tutte insieme, lo stesso giorno, a protestare e ad esigere i nostri diritti. Lì è dove si trova anche l’agenda femminista che abbiamo, che parte dall’otto di marzo, il giorno internazionale della donna lavoratrice, però che allo stesso tempo coinvolge il 28 di maggio, il giorno di azione per la salute delle donne, e il giorno dell’orgoglio Lgbt che in Argentina è in novembre e non è in maggio, per una questione di geografia e di temperatura, perché in maggio fa freddo. C’è poi il 28 settembre, il giorno per la lotta per il diritto all’aborto, che è il giorno latino-americano per il diritto all’aborto, che è stato instaurato nel 1990, e da quel momento ogni anno proseguiamo nel rendere più visibile questa rivendicazione, ogni volta con più “massività” e maggiori adesioni. C’è poi il 25 novembre, il giorno di azione e di lotta contro la violenza sulle donne, in cui ricordiamo anche le nostre amate sorelle miriabal della repubblica dominicana, in questa confluenza con la lotta politica contro la dittatura: sono state assassinate brutalmente per il loro carattere di donne irriverenti, che ovviamente davano molto fastidio al potere.

Su questa costruzione storica, e su questa accumulazione simbolica e politica del movimento delle donne, si inserisce la “convocatoria” del 3 giugno, che è emersa nel 2015, a partire dalla necessità di rendere visibili una serie di femminicidi brutali, che realmente hanno creato una sensibilizzazione fortissima a livello sociale, e a maggior ragione in quelle di noi che già dedicano un’attenzione particolare a queste situazioni, e che hanno dato luogo a una convocatoria massiva per il 3 giugno dell’anno scorso, davvero di una dimensione impressionante, impattante, che io credo che generò anche molte contraddizioni tra di noi. Così come la massività ha emozionato, e credo che abbiamo avuto la sensazione di un lavoro che dava un risultato, perché il fatto che siano scese in piazza centinaia di migliaia di persone contro la violenza e i femminicidi è il frutto di un lavoro di diverse decadi, allo stesso tempo ha abilitato certe persone, responsabili di molte di queste violenze, che hanno potuto mettersi dietro alla stessa bandiera in maniera molto ipocrita. In ogni caso credo che l’anno seguente, al 3 di giugno abbiamo dato una nuova prospettiva, abbiamo reso più profondo il nostro discorso e le nostre rivendicazioni, e le abbiamo riempite di un contenuto molto più femminista. È stata di nuovo massiva.

In questa costruzione del 3 di giugno, in questa parola d’ordine del “Non una di meno”, che ha attraversato il pianeta e che è stata ripresa in molti luoghi, dopo l’incontro nazionale delle donne di Rosario, di quest’anno, in cui siamo state circa 100 mila donne, e anche a partire dal femminicidio di una ragazza, Lucia, è nata la convocatoria dello sciopero delle donne, che per noi è molto importante a livello simbolico, perché quel che ha fatto è stato mettere in evidenza l’intersezione tra il nostro carattere di donne e di lavoratrici, e ha portato alla luce l’invisibilizzazione storica del lavoro delle donne, tanto dentro la casa come il lavoro retribuito e sottovalutato, in generale. Quindi questa rivendicazione come donne, ma anche come lesbiche, come trans e travestite, come lavoratrici invisibilizzate e violentate è per noi davvero molto importante, accompagnata anche da questa decisione di vestirci tutte di nero, che pure ha generato dubbi all’inizio, e che però ci ha permesso, durante tutto quel giorno, il 19 di novembre, di riconoscerci. Perché una prima di andare alla manifestazione o allo sciopero, andava a lavorare, a fare lezione, etc, e quando usciva in strada, incontrava un’altra vestita di nero, e si creava una complicità che non necessitava quasi di parole, però ci faceva riconoscere in questa protesta.

Ecco, questo credo sia stato molto forte: ci siamo sentite molto felici di come si è moltiplicato in diversi luoghi. Una settimana fa parlavo con una compagna colombiana, e anche loro si stanno mobilitando moltissimo contro i femminicidi, perché appena giorni fa hanno sofferto il femminicidio e l’abuso di una bambina di sette anni, Giuliana, e lei mi raccontava che in Colombia hanno reagito in qualche modo prendendo come riferimento il “Non una di meno” argentino, e di come rapidamente c’è stata molta reazione. Hanno riconosciuto in questa forma di risposta tanto di questo esempio che si è generato a partire dalla pratica argentina, ed è bello che tra diversi Paesi e tra sorelle e popoli possiamo condividere questa pratica, e anche questo è qualcosa di molto forte da condividere con voi.

In relazione a questo c’è una terza caratteristica che ha il femminismo latino-americano: noi diciamo che il nostro femminismo è antipatriarcale, ovviamente, ma deve anche definirsi anticapitalista e anche come anticoloniale. La nostra “via gialla” è segnata dalla ferita della conquista, che non fu solamente una conquista economica, ma anche la violazione del territorio e dei corpi delle donne, e in questa violazione brutale si generarono anche dominazioni nuove e nuove oppressioni. Per questo la nostra pratica femminista, nella nostra militanza, inevitabilmente deve essere legata anche alla nostra pratica anticapitalista e anche anticoloniale.

In questo senso noi donne, lesbiche, trans, travestite, abbiamo preso sui nostri corpi moltissime lotte, che oggi hanno a che fare in gran parte con le lotte contro l’estrattivismo, contro questo modello economico che in realtà di nuovo non ha nulla e che continua a cercare di estrarre la ricchezza dai beni comuni, anche a costo della vita umana e della vita in generale di questi territori, costringendo a spostarsi e cacciando intere comunità, popoli, di fronte ai quali quelle che si sono opposte e che hanno esposto i loro corpi sono state in primo luogo le contadine, le donne dei popoli originari, che sono uscite a difendere il loro territorio, i loro fiumi.

A questo proposito bisogna parlare oggi di Berta Caceres, che è stata assassinata il due di marzo per essere stata la referente della lotta contro la diga e la referente in consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. Berta ha esposto il suo corpo di fronte all’installazione di basi militari in Intibucá, nella sua zona, nella sua regione e per il suo popolo Lenka, ed è stata in prima linea con la sua presenza e il suo corpo per il suo popolo, e per questo ha perso la vita. Ieri ricordavamo in un programma radio che, se uccidendola speravano che l’avremmo dimenticata, hanno ottenuto l’effetto opposto, perché oggi molte più persone, in tutto il mondo, sanno chi era Berta Caceres, e se non lo sapete, cercatelo, perché vale la pena di conoscere la vita di questa splendida donna, e come lei ce ne sono molte altre.

Per chiudere, una riflessione che per me è vitale, e che è continuare a costruire in rete, e continuare a sostenere il “Non una di meno” in ogni angolo del mondo, con questa idea che, se toccano una, rispondiamo tutte, e crediamo che questo sia di importanza vitale. In questa sorellanza, in questo accompagnarci, sentirci, in questo unire i corpi l’una con l’altra, accumulando questa forza per resistere a tutte le nostre oppressioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le donne curde dicono NonUnaDiMeno! NeYekJiKem!

La storia delle donne ci insegna che la lotta per l’autodeterminazione non ha confini.

L’applicazione dello Stato d’emergenza in Turchia, da parte di Recep Tayyip Erdogan e del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), ha portato, in modo più che naturale e prevedibile, all’inasprimento della repressione verso ogni forma di opposizione politica, sociale e civile, che si è tradotto in un sempre più crescente aumento della violenza contro le donne.

Foto dell'azione davanti l'Ufficio di informazione e cultura dell'Ambsciata di Turchia
Foto dell’azione davanti l’Ufficio di informazione e cultura dell’Ambsciata di Turchia: “L’autodeterminazione non ha confini. Solidarietà con le donne in lotta contro il regime turco #nonunadimeno #NeYekJiKem

 

Solo dal tentato colpo di stato militare del 15 luglio, sono state/i arrestate/i più di duecento politici del Partito Democratico dei Popoli (Hdp).

L’esperienza delle co-presidenze nelle municipalità turche del Bakur, che garantiva la parità di genere nel dispositivo della rappresentanza, è stata dichiarata illegale.

Contemporaneamente, sono state oscurate e censurate quasi tutte le reti televisive e agenzie stampa di opposizione (in totale 146, quelle in lingua curda in particolare).

Ciò che non può essere trascurato da parte dell’informazione e della solidarietà internazionale, oltre alla violenza della repressione e delle torture subìte nelle strutture detentive dai prigionieri politici, è la tendenza al ritorno di una politica conservatrice e nazionalista , che priva delle libertà personali e vorrebbe depenalizzare i crimini contro i diritti umani:

In un paese che conosce già una fortissima presenza di medici obiettori nelle strutture ospedaliere e una rilevante, oltre che preoccupante, percentuale di spose bambine, sarebbe stato ancor più raccapricciante l’approvazione della proposta di legge della Corte Costituzionale, che depenalizzava il reato di stupro su minore e annullava il provvedimento in base al quale, chi è giudicato colpevole del reato di pedofilia debba scontare una pena di almeno sedici anni di prigione.

Ci uniamo alle voci delle donne scese in migliaia, in questi giorni,  davanti al Parlamento ad Ankara, che ieri hanno impedito a questa proposta di legge assurda di ottenere il consenso popolare e politico che Erdogan si sarebbe auspicato per l’approvazione, portando il governo a ritirarla.

Notiamo in questo stato di cose, un sempre più forte accerchiamento attorno ai diritti e alle libertà delle donne, che se nel giro di pochi anni, sono state protagoniste dell’elaborazione e della messa in pratica di nuove forme di costruzione e rappresentazione nella società turca, in questi mesi stanno subendo attacchi sui quali, i movimenti femministi oltreconfine non possono tacere.

Con grande ammirazione abbiamo osservato i percorsi tracciati dalle donne curde e turche verso la liberazione e l’autodeterminazione, parti integranti del processo di pace sulla questione curda, avviato solo due anni fa e ora messo in pericolo dalle politiche di Recep Tayyip Erdogan.

Per questo motivo, da Roma a Diyarbakir, ci uniamo alle voci del sit-in per la riapertura del KJA, il Congresso delle Donne Libere chiuso dal Ministero degli Interni turco questo 12 novembre, così come alle voci delle giornaliste dell’agenzia stampa Jinha, la prima agenzia stampa di donne del Medioriente, chiusa questo 16 novembre.

Per farlo, riprendiamo il messaggio rilasciato dalla co-presidente dell’HDP, Figen Yüksekdağ, in questo momento detenuta: “Nonostante tutto, non possono distruggere la nostra speranza o spezzare la nostra resistenza. In carcere o no, l’HDP e noi, siamo ancora l’unica opzione della Turchia per la libertà e la democrazia. Questo è il motivo per il quale ci temono tanto. Non demoralizzatevi, non uno o una sola di voi, non abbassate la guardia, non indebolite la vostra resistenza. Non dimenticate che questo odio e aggressione ha le sue radici nella paura. L’amore e il coraggio vinceranno sicuramente.”

Parole preziose anche per noi. #versoil26N

#NonUnaDiMeno #NiUnaMenos #NeYeJiKem

UIKI: Violenza contro le donne a tutti i livelli. Resistere insieme contro il fascismo, ora più che mai!

da Uikionlus

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza maschile sulle donne nella quale ricordiamo l’assassinio delle tre antifasciste Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal il 25.11.1960 nella Repubblica Dominicana, chiamiamo tutte le donne del mondo a resistere contro la violenza, il fascismo e lo sfruttamento.

Ogni momento in cui una donna resiste contro la violenza e l’oppressione è un momento nel quale rivive la storia delle innumerevoli lotte delle donne. Ogni luogo nel quale le donne resistono contro la violenza e lo sfruttamento è un luogo in cui divampa lo spirito combattivo delle donne di tutto il mondo.

Che sia la violenza tra le proprie quattro mura, che è apparentemente inosservata, o la violenza di criminali di guerra, soldati, mercenari di Stati terroristi o imprese davanti agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, l’obiettivo è di rendere le donne arrendevoli, di spezzare la resistenza delle donne per poterle sfruttare meglio!

A Kobane le donne si sono organizzate per costruire attivamente una società nuova fondata sulla democrazia dal basso e liberata dai ruoli di genere. Si sono organizzate anche per difendere queste nuove strutture sociali contro una rete di mercenari reazionaria e nemica dell’umanità. A Shengal le donne yezide si sono organizzate per non essere di nuovo esposte senza protezione a un brutale femminicidio/genocidio come il 3 agosto 2014. Perché allora hanno visto che né i peshmerga, né l’esercito irakeno, né la US-Army che in Iraq di sicuro osserva ogni metro quadro, le hanno difese. Tutte e tutti abbiamo potuto seguire come solo le e i combattenti auto-organizzati/e delle YGJ e YPG sono corsi in aiuto a yezide e yezidi e hanno salvato la vita a migliaia di loro.

Che la violenza e la resistenza delle donne a questo livello guerresco sia in un chiaro nesso con la violenza contro le donne all’interno della società, possiamo riconoscerlo anche dal fatto che lo Stato turco – che in Siria come in Iraq vuole far valere interessi di grande potenza – in questo mese ha fatto chiudere molteplici progetti di donne. Ci mostra chiaramente che anche la violenza domestica deve impedire alle donne di organizzarsi, di opporre insieme resistenza – contro la propria oppressione e contro lo sfruttamento di altri e altre, contro il fascismo e il colonialismo.

Per una forte auto-organizzazione delle donne!
Salutiamo voi donne in tutto il mondo, nelle carceri, quelle statali così come quelle sociali!
Sappiamo che lì molte oppongono quotidianamente resistenza, anche se spesso non arriva all’esterno.

Viva la resistenza delle donne in tutto il mondo! Rendiamo visibile la nostra resistenza!

Con questo spirito ci troviamo in piazza il 26 novembre a Roma!

Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia – UIKI Onlus