COMUNICATO STAMPA / PRESS RELEASE 26/27 NOV 2022

BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI: RIVOLTA TRANSFEMMINISTA
Il 26 novembre Non Una Di Meno scende in piazza contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere per dire “Basta guerre sui nostri corpi!”

Sale la marea in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne e di genere, il movimento transfemminista NON UNA DI MENO organizzerà i seguenti eventi:

🔥26 novembre🔥 h 14 – piazza della Repubblica 

Il 26 novembre si svolgerà a Roma il corteo nazionale chiamato da Non Una di Meno contro la violenza maschile sulle donne e di genere. 

Ci mobilitiamo contro le guerre sui nostri corpi: 

Contro la violenza patriarcale che avvelena le nostre vite. Dal 1° gennaio al 22 novembre 2022 sono oltre 100 i femminicidi, lesbicidi e transcidi, come riporta l’osservatorio di Non Una di Meno (i dati saranno aggiornati il 25 novembre) e il conto continua a salire. 

Contro l’economia di guerra che cancella il nostro futuro e le priorità poste dalla pandemia. Crisi climatica, violenza economica, disuguaglianze e impoverimento colpiscono soprattutto le donne, le persone lgbtqia+, migranti, precarie. 

Contro il governo Meloni che attacca l’aborto e l’autodeterminazione riaffermando il diktat “Dio, Patria, Famiglia”, attacca l’educazione alle differenze e sessuale nelle scuole; attacca il welfare e il reddito di cittadinanza, misura insufficiente e condizionata, che ha una platea a maggioranza femminile.

Scenderemo in piazza con i centri antiviolenza femministi e transfemministi che apriranno il corteo e che rivendicano risorse e autonomia fuori dalle logiche di neutralizzazione, dei bandi e della riduzione a meri servizi sociali. 

Scenderemo in piazza con le donne iraniane in rivolta contro l’oppressione del regime, facendo nostro lo slogan “Donna, Vita, Libertà” che da Rojava diventa inno di lotta per l’autodeterminazione di tuttə. 

⚠️ Sarà una manifestazione senza spezzoni né bandiere, dai due camion organizzati il microfono sarà aperto alla molteplicità delle voci che la compongono. Invitiamo le rappresentanti politiche a rimanere in ascolto e non occupare lo spazio mediatico della manifestazione, diamo indicazione alle strutture partitiche, sindacali e organizzate di rispettare le indicazioni date. ⚠️

🔥27 novembre🔥 h 10 – aula magna Facoltà di Lettere Università Roma 3 – via Ostiense 236
Domenica mattina saremo in assemblea nazionale a Roma, per costruire il piano femminista contro le guerre sui nostri corpi, verso lo sciopero dell’8 marzo 2023. 

Scateniamo assieme la rivolta transfemminista contro le guerre sui nostri corpi!

L’unico carico residuale che conosciamo è il patriarcato! 

PERCORSO DEL CORTEO: PARTENZA DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA, VIALE LUIGI EINAUDI, VIA CAVOUR, PIAZZA ESQUILINO, VIA LIBERIANA, VIA MERULANA, VIA DELLO STATUTO, PIAZZA VITTORIO, VIA EMANUELE FILIBERTO, ARRIVO A PIAZZA SAN GIOVANNI

RESTITUZIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE NON UNA DI MENO – TUTTI I REPORT

Reggio Emilia, 29-30 Ottobre 2022


Di seguito tutti i link a tutti report della due giorni nazionale a Reggio Emilia. Selezionando la pagina che ti interessa troverai i documenti conclusivi di plenarie e tavoli tematici!

Plenaria Iniziale
Tavolo Violenza
Autodeterminazione
Tavolo Guerre
Tavolo Ecologie Politiche
Plenaria Conclusiva








Aspettando di vederci il 26 Novembre a Roma, buona lettura!

testo introduttivo ASSEMBLEA PLENARIA 29 OTTOBRE

Abbiamo aperto il testo della chiamata a questa assemblea nazionale, frutto di una discussione condivisa tra le assemblee territoriali di Nudm, assumendo gli scenari che ci troviamo di fronte oggi, profondamente mutati rispetto a quelli che hanno caratterizzato la nascita del nostro movimento di lotta, come base da cui partire per immaginare i nostri passi nell’immediato futuro ma anche per definire una prospettiva di più lungo periodo.
Se volgiamo lo sguardo alla prima travolgente marea transfemminista del 26 novembre 2016, non possiamo non rilevare come la situazione sociale e politica che stiamo vivendo presenti tratti impensabili fino a qualche anno fa, un vero e proprio passaggio epocale che ci interroga sul che fare in relazione all’inedito contesto e alla sfida (alle sfide) trasformativa che ci attende. Le parole chiave che abbiamo evocato nelle nostre più recenti discussioni sono state non a caso discontinuità, mutamento radicale, urgenza.

La guerra, le crisi sanitaria, sociale e climatica hanno impattato con la forza di un tornado sui nostri corpi e sulle nostre vite e non possiamo ignorare la centralità che esse assumono nell’analisi della violenza patriarcale, strutturale e sistemica contro cui ci battiamo fin dalla nostra nascita, e che ci impone di mettere e rimettere in discussione elaborazioni teoriche, chiavi di lettura, sguardi e prospettive, strumenti e pratiche. Tutti questi processi hanno reso la violenza patriarcale più intensa e pervasiva, e rendono più difficile raccogliere le forze necessarie per lottare contro di essa, ma anche più urgente che mai ripensare la nostra iniziativa per essere all’altezza di quello che abbiamo davanti.

– Il lockdown e la crisi pandemica hanno riportato al centro il tema della riproduzione sociale come fondamentale terreno di conflitto per chiunque voglia affrontare il tema della violenza strutturale e sistemica senza semplificazioni e riduzionismi.
Abbiamo assistito alla definitiva visibilizzazione del lavoro essenziale e di cura, gratuito o malpagato, denunciando la retorica della sua glorificazione mediatica in assenza di qualsiasi misura di riconoscimento degna di questo nome. Le impennate dei trend che ci hanno consegnato – e ci consegnano tuttora in modo incrementale – cifre da capogiro riguardanti la povertà assoluta e la povertà relativa ci parlano di un impoverimento crescente della popolazione che colpisce con particolare gravità donne, bambinə e lavoratrici precarie lgbtqia+.

La pandemia ha anche mostrato le sempre più evidenti difficoltà nell’accesso alla salute, conseguenza ampiamente prevista dei processi di privatizzazione selvaggia delle istituzioni della cura e del welfare “universalistico”, che decenni di smantellamento dei servizi pubblici hanno condannato ad essere escludenti e classiste (dobbiamo cominciare a riappropriarci di questi termini!).

La crisi pandemica è stata inoltre l’occasione per progettare e sperimentare la riorganizzazione in senso mercatistico e aziendalistico del sistema scolastico e formativo, sempre più schiacciato in logiche di potere e controllo da parte di un mondo economico e finanziario che intende garantire a se stesso la riproduzione di forza lavoro povera e funzionale ai propri obiettivi di profitto. Percorsi formativi standardizzati, la didattica a distanza, già ampiamente sperimentata durante la pandemia, strumenti di controllo dell’insegnamento/apprendimento quali la didattica per competenze, i sistemi di valutazione Invalsi (nella scuola) e Anvur (nell’università), l’ingresso nelle scuole, in veste di esperti, di

rappresentanti dei movimenti pro-vita e di sponsor aziendali, sono solo alcuni dei dispositivi di disciplinamento attivati.

– La crisi climatica sta accelerando e, come abbiamo scritto nel nostro appello, non è più solo lo scenario di un futuro imminente, ma un presente generato da un modello di sviluppo neoliberista, patriarcale e predatorio segnato dalla violenza, dallo sfruttamento dell’ecosistema e del lavoro, che minaccia la vita stessa. La guerra ha posticipato indefinitamente piani di transizione ecologica già insufficienti e orientati al profitto, e di fronte abbiamo la sfida di articolare un discorso femminista e transfemminista all’altezza del conflitto ecologico in corso.

Il tema della riproduzione ambientale ed ecologica si propone con forza e con modalità diverse rispetto al passato, interrogandoci su come costruire collettivamente, secondo una prospettiva antipatriarcale e transfemminista, le condizioni per respingere i diktat della guerra, che impongono sacrifici insostenibili e decretano l’archiviazione dei già insufficienti processi di “riparazione” ambientale avviati, rischiando di chiudere il campo di scontro della lotta globale per la giustizia climatica e quello aperto con la pandemia sul terreno della salute.

– La guerra, come esito ultimo della crisi della globalizzazione, assume i connotati di un evento/processo che sconvolge e ridefinisce la mappa geopolitica ed economica mondiale attraverso la corsa al riarmo e la minaccia atomica, la stretta autoritaria e antidemocratica che colpisce innanzitutto i corpi di donne, migranti, persone LGBTQIA+ e lavoratrici, utilizzando l’approvvigionamento energetico come una delle leve principali.
L’incremento dell’inflazione, che colpisce non solo l’Europa ma sta letteralmente esplodendo nei paesi dell’Est, raddoppiando o triplicando i prezzi nel giro di pochi giorni, significa che la povertà sarà una condizione sempre più diffusa, lo sfruttamento del lavoro gratuito e salariato delle donne nelle case sarà ulteriormente intensificato, le “rimesse” saranno radicalmente impoverite minacciando la sopravvivenza delle famiglie dei migranti.
La guerra russo-ucraina, come tutte le guerre attive o latenti sul pianeta, legittima la violenza sessuale sulle donne socialmente tollerata e la repressione e la cancellazione dei diritti delle persone lgbtqia+ .
I profughi ucraini, prevalentemente donne, sono oggetto di forme di sfruttamento estremo e la guerra è diventata un alibi per instaurare nuove gerarchie tra i migranti.
Il contraccolpo patriarcale transnazionale, alimentato dai discorsi autoritari che prescrivono alle donne i ruoli di mogli e madri di famiglia, le misure e le campagne anti-gender, gli attacchi alla convenzione di Istanbul, le misure antiaborto, tutto converge per consolidare e inasprire la divisione sessista del lavoro e attaccare quei movimenti che mettono in discussione la famiglia patriarcale come nucleo di riproduzione sociale dei sistemi neoliberali e capitalistici. Anche il patriarcalismo reazionario del nuovo governo italiano, che fa della famiglia il perno della riproduzione sociale e della stabilizzazione del mercato, va letto in questa cornice.
La guerra in Ucraina evidenzia in particolare come la posta in gioco oggi, in uno scenario in cui la guerra sta esacerbando la violenza patriarcale, moltiplicando gerarchie e differenze, dividendo le nostre lotte, è come riattivare un’iniziativa politica transnazionale femminista e transfemminista per modificare profondamente le attuali condizioni di riproduzione sociale e le nostre condizioni materiali di vita.

In tutto questo l’affermazione elettorale della destra razzista, antiabortista, familista e ultraconservatrice ci consegna un governo che, al di là delle dichiarazioni “ufficiali”, sta agendo alacremente, sopra o

sottobanco, per depotenziare il diritto all’aborto e sopprimere gli spazi di autodeterminazione delle donne e delle persone lgbtqia+, per svuotare, quando non sopprimere, i percorsi di affermazione di genere, di liberazione dalle oppressioni delle norme imposte dal sistema per tuttə.
Un governo che, prima ancora di costituirsi, ha alimentato a dismisura la propaganda razzista preparandosi a perseguire l’obiettivo della chiusura dei confini. Che vuole programmaticamente ridurre le tasse ai ricchi ed eliminare strumenti già minimi e insufficienti di autonomia economica, come il reddito di cittadinanza. Che già nella sua composizione e nell’immaginario che evoca attraverso le provocatorie denominazioni che ha dato ai suoi ministeri (della famiglia, natalità, e parità di genere, etc.) riproduce uno schema sociale profondamente patriarcale, iniquo e classista. Un governo che nel suo profilo internazionale allinea l’Italia al clima culturale e al programma politico reazionario e autoritario di Polonia e Ungheria, affermando un’idea di fortezza Europa sovranista e razzista.

Il modello caro ai clerico-fascisti, che promuove la triade Dio-Patria-Famiglia in funzione repressiva e liberticida, non è più il fantasma che si aggirava a Verona e in alcune aule regionali (vd. Regione Emilia-Romagna) nel 2019, ma si incarna oggi in un disegno di governo del paese già in atto e ha le orribili fattezze di uomini e donne ultracattolici e fascisti – oggi uomini e donne “governativi” e “istituzionali”-, Fontana, La Russa, Roccella…

Ed eccoci qui, di fronte a uno scenario e a un clima politico e culturale non solo profondamente mutato ma decisamente avverso alle nostre istanze, a tessere di nuovo il nostro discorso politico ripensandolo, dopo sei anni intensi di lotte del movimento femminista e transfemminista, attraversati da accadimenti anche estremi, qualcuno sicuramente non prevedibile e non previsto.

Riprendiamo qui le parole condivise del nostro appello.
Ripensare il discorso politico non può prescindere dal ripensare e rilanciare pratiche e forme organizzative adeguate alle sfide del presente, in grado di agire i conflitti sui territori e nello spazio politico pubblico, non solo sul terreno della resistenza ma per costruire nuovi immaginari che partano dai nostri bisogni e desideri.
Non può sfuggire dall’interrogarci sul moltiplicare convergenze e costruire percorsi e orizzonti comuni a partire da un approccio intersezionale fondato sulla materialità delle nostre esistenze, dal riconoscimento di privilegi e oppressioni che le percorrono, dall’attraversamento e dalla moltiplicazione di spazi di espressione politica larghi, non identitari nè appropriabili.

Chiamiamo donne, persone lgbtqia+, persone migranti e razzializzate, precariə, disoccupatə, attivistə per il clima e chi si riconosce in queste urgenze a costruire insieme le lotte per i mesi futuri e la mobilitazione nazionale del prossimo 26 novembre.

Facciamo risalire la marea verso e oltre il 26N. Tuttə insieme, Non Una Di Meno!!!

Tocca il titolo che ti interessa per leggere il report

Plenaria Iniziale
Tavolo Violenza
Autodeterminazione
Tavolo Guerre
Tavolo Ecologie Politiche
Plenaria Conclusiva

26 novembre tuttə a Roma – Non Una Di Meno! BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI – RIVOLTA TRANSFEMMINISTA!

Il prossimo 26 novembre scendiamo in piazza convintə che la lotta contro la violenza patriarcale non può prescindere dall’opposizione alle guerre sui nostri corpi:

🟣 È la guerra che ha come scenario il chiuso delle case e delle relazioni, ma non è una guerra privata: è l’espressione terribile e estrema della violenza strutturale contro le donne e le libere soggettività. Dall’inizio del 2022 sono 91 in Italia i femminicidi, lesbicidi e transcidi.

🔴 È la guerra combattuta sul campo, aperta dall’invasione russa dell’Ucraina, una guerra che ci coinvolge e ci riguarda tuttə, non solo perché mai come ora la sentiamo vicina e incombente. Violenze, lutti, stupri, distruzione segnano le vite di chi fugge e di chi resta a seconda dei ruoli imposti e cristallizzati dal binarismo di genere, riducendo le donne a terreno di conquista.

La guerra riapre in modo strumentale e ipocrita il tema dell’accoglienza in Europa su base etnica e identitaria occultando la realtà di sfruttamento e ricatto dell’immigrazione – soprattutto femminile – e rafforzando i già inquietanti criteri di merito per la selezione all’ingresso e per l’accesso alla cittadinanza sociale.

🟠 È la stessa guerra che si intensifica sui vari fronti già aperti nel mondo (Afganistan Kurdistan, Palestina, Yemen, …), una guerra volta alla definizione del nuovo ordine mondiale e che mette questi stessi fronti a sistema nello scontro tra potenze emergenti e in declino; affermando la logica patriarcale del più forte, con le bombe e la minaccia atomica, con la deriva autoritaria e antidemocratica da Est a Ovest; approfondendo violenza, discriminazione e oppressione prima di tutto sui corpi delle donne, delle soggettività fuori norma, dissidenti, migranti.

🟢 È la guerra che ridisegna l’economia e il welfare in funzione del riarmo e della mobilitazione bellica e che cancella le priorità imposte dalla crisi economica, sociale e climatica. Carovita, disoccupazione, povertà sono l’altra faccia della siccità, dell’avvelenamento ambientale, della crisi alimentare, della pandemia tuttora in corso: colpiscono gli strati più fragili della popolazione ma diventano effetti collaterali accettabili e si trasformano in armi contro poverə, giovani, donne, migranti.

Si concretizza nella guerra al reddito di cittadinanza (la cui platea è a maggioranza femminile, e che è già pesantemente condizionato e familistico); con il contingentamento energetico domestico a favore delle imprese; con l’enfasi sulla natalità come dovere civile ma senza alcuna previsione di investimento sui salari e sul welfare pubblico; attraverso la sostituzione dei diritti umani, sociali e civili con il merito come meccanismo di selezione che legittima e acuisce disparità, disuguaglianze e meccanismi di oppressione.

📛 È la guerra dichiarata ai nostri corpi desideranti e autodeterminati, e che ne fa nuovamente un campo di battaglia. Violenza patriarcale istituzionalizzata e cultura dello stupro sono il presente da ribaltare.

L’affermazione elettorale della destra antiabortista, razzista e ultraconservatrice porta al governo chi in questi anni nelle amministrazioni regionali e in Parlamento ha negato l’accesso all’aborto chirurgico e farmacologico; la possibilità di autodeterminazione di donne e persone lgbtiaq+, anche nell’ambito dei percorsi di affermazione di genere. Una guerra che nega la violenza omolesbobitransfobica e che si oppone all’educazione alle differenze e sessuale nelle scuole agitando lo spettro di una inesistente “ideologia gender”. A questa linea programmatica da seguito l’istituzione del Ministero per la famiglia, la natalità e le pari opportunità affidato a Eugenia Roccella.

‼️L’attacco all’aborto legittima la violenza patriarcale nelle case, nello spazio pubblico, nei posti di lavoro e di formazione, in rete, nei media, riaffermando come principio la subalternità delle donne e delle persone con utero, e con esse delle soggettività non binarie e fuori norma.

È la battaglia identitaria principale della destra autoritaria.

L’Italia del governo Meloni non si sottrae a questo schema e si allinea a Polonia e Ungheria, agli Usa di Trump e dei gruppi ultracattolici, ai regimi autoritari, anche nella criminalizzazione di stili di vita e comportamenti ritenuti “devianti”, nell’ambito di una lettura delle giovani generazioni pericolosa e stigmatizzante. Esemplare risulta infatti l’urgenza con cui è stato proposto il decreto anti-rave, utilizzato strumentalmente per limitare spazi di libertà “fuori mercato” e di agibilità politica.

In questo contesto polarizzato, scardiniamo i binarismi, facciamoci spazio, attraversiamo il campo di battaglia per ribaltare i piani!

📣 Chiamiamo tuttə a scendere in piazza per fermare le guerre sui nostri corpi, per opporre alla militarizzazione delle vite, la rivolta transfemminista contro la violenza, l’oppressione e la povertà. Per fare dell’autodeterminazione un terreno di lotta in avanti, per fare dell’autodifesa una pratica collettiva di resistenza alla violenza.

Perché se non possiamo ballare, non è la nostra rivoluzione!

💥Per questo, l’irruzione sulla scena della rivolta delle donne iraniane sovverte i termini dello scontro e rovescia i ruoli. Rimette al centro l’autodeterminazione come terreno di conflitto e di trasformazione. Ci indica con chiarezza cosa ci è nemico e ci insegna a chiamarlo per nome, a disvelare quanto la violenza sia esperienza quotidiana, strumento di governo e controllo dei nostri corpi, riconnettendo le resistenze femministe e transfemministe riprendendo il grido delle combattenti curde Jin Jiyan Azadì – donna vita libertà.

⚧ Il 20 NOVEMBRE saremo nelle piazze e nelle iniziative per il TdOR- Trans Day of Remembrance per aprire la settimana di mobilitazione contro la violenza patriarcale verso il 25 novembre.

🌊 IL 26 NOVEMBRE A ROMA SARÀ MAREA contro le guerre sui nostri corpi, sarà un corteo autodeterminato, le assemblee territoriali di Non Una Di Meno sono lo spazio condiviso di organizzazione del corteo.

⚠️ Sarà una manifestazione senza spezzoni né bandiere, dai due camion organizzati il microfono sarà aperto alla molteplicità delle voci che la compongono. Invitiamo le rappresentanti politiche a rimanere in ascolto e non occupare lo spazio mediatico della manifestazione, diamo indicazione alle strutture partitiche, sindacali e organizzate di rispettare le indicazioni date.

Porteremo in piazza la voce di chi non ha più voce e di chi vede la propria voce invisibilizzata, sommersa, ricattabile. Saremo in piazza anche per chi non potrà esserci, per chi vive una condizione di privazione forzata della libertà; per le donne e le soggettività detenute, quelle rinchiuse nei CPR o ‘contenute’ nei reparti e nelle cliniche psichiatriche. Perché nessuna dovrebbe restare sola!

IL 27 NOVEMBRE CI RITROVEREMO IN ASSEMBLEA NAZIONALE presso la facoltà di lettere di Roma 3 per discutere, intrecciare le lotte e organizzare la rivolta transfemminista verso l’8 marzo e oltre.

🔥 Scateniamo assieme tutta la nostra rabbia erotica, sempre mossə dal desiderio!!

L’UNICO CARICO RESIDUALE CHE CONOSCIAMO È IL PATRIARCATO!

NON UNA DI MENO

TAVOLO ECOLOGIE POLITICHE – ASSEMBLEA NAZIONALE 29-30.10.2022

ECOLOGIE POLITICHE

Ecco le tracce dei tavoli di discussione per l’ ASSEMBLEA NAZIONALE di NON UNA DI MENO a Reggio Emilia!

In questo tavolo vogliamo proseguire, approfondire ed entrare nello specifico delle analisi che verranno presentate nella plenaria di apertura. A partire dalle riflessioni iniziate già in pandemia su come la crisi climatica, energetica ed economica non ricada in modo uguale su tuttə e su come le donne, in quanto storicamente responsabili della riproduzione sociale, siano colpite in modo particolare, vogliamo fare dei passi avanti e ragionare su come rendere l’ecologia politica parte integrante delle nostre analisi ed elemento fondamentale delle nostre rivendicazioni.

Vogliamo interrogarci su come la prospettiva ecologista ed ecofemminista può integrare le riflessioni e le lotte portate avanti in questi anni su lavoro e welfare, salute, violenza di genere, su come creare lotte intersezionali in questa fase e come partecipare a quelle che sono già in corso per creare contaminazioni e convergenze.

Qua sotto gli interrogativi a cui vogliamo dedicare spazio in questo tavolo, con l’obiettivo di darci degli strumenti concreti per poter inserire queste rivendicazioni all’interno delle nostre lotte, sempre mantenendo la nostra prospettiva femminista e transfemminista verso e oltre il 26 novembre.

• Cosa vuol dire avere un punto di vista femminista e transfemminista sulla crisi climatica, energetica, sociale ed economica? Come questa situazione impatta le nostre vite? Come evidenziare i nessi tra le diverse crisi che stiamo attraversando e i loro effetti in un modo che sia comprensibile a tuttə e che sia radicato nelle condizioni materiali ed esperienze vissute?

• Come creiamo un percorso di lotta che sappia tenere insieme l’impoverimento, la crisi ecologica, le conseguenze della guerra per uscire dalla retorica per cui c’è ogni volta un’unica e nuova emergenza da affrontare, che ci vorrebbero imporre governi e mass media? Come possiamo partire da noi, dall’impoverimento che stiamo vivendo nelle nostre vite, dalle esigenze delle persone, per allargare alle condizioni globali che ne sono causa e individuare le controparti? Quali rivendicazioni e prospettive possono contrastare questi fenomeni? Come parliamo di redistribuzione, reddito, salario minimo e welfare in questo contesto? Come questi temi possono diventare l’occasione di allargamento del nostro lavoro, conoscenza di nuove persone e costruzione di processi politici?

• Quali relazioni, contaminazioni, punti di incontro e pratiche comuni possiamo costruire con i movimenti ecologisti e con quelli che stanno nascendo contro il carovita (Fridays for Future, Extinction Rebellion, Ecologia politica, Riseup, Noi non paghiamo, Comitati teleriscaldati, GKN ecc)? Come ci poniamo rispetto a questi processi nazionali e non solo (Insorgiamo, Climate Social Camp, ecc)?

• Come inseriamo queste analisi e obiettivi politici nel percorso verso e oltre il 26 novembre, senza diluire e perdere la nostra lente sulle diverse forme di violenza maschile contro le donne e di genere? Quali rivendicazioni fondamentali vogliamo portare in piazza a partire dalle riflessioni di questo gruppo? Come costruiamo una mobilitazione ampia e attraversabile su questi temi, mantenendo saldo il punto di vista radicale e la specificità femminista e antisessista che ci caratterizzano?

***

‼️ Il 25 novembre é la giornata fissata a livello internazionale, ma per noi, come ogni ann,o il corteo nazionale si terrà a Roma di sabato, dunque il 26N!

APPELLO 27 NOVEMBRE 2021- NON UNA DI MENO: CORTEO NAZIONALE A ROMA

APPELLO DI LANCIO: SAREMO MAREA CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE E DI GENERE 

Non Una di Meno è il grido della  marea femminista e transfemminista che scenderà in piazza il 27 Novembre per riprendersi le strade di Roma. 

Dopo due anni di pandemia non sta andando “tutto bene”. L’emergenza e la crisi che ne è seguita si sono scaricate su di noi, e ora siamo strette tra un piano di ripresa e resilienza che non ci contempla e una polarizzazione del dibattito pubblico che ci cancella. La deriva patriarcale, razzista e individualista attraversa il dibattito pubblico e attacca la solidarietà, la cura collettiva, l’accesso alla salute per tutt* come priorità dell’agenda politica post pandemica.

Da inizio anno, in Italia, sono più di 90 i femminicidi, 3 i transcidi

Il piano triennale anti-violenza istituzionale è scaduto nel 2020 e non viene ancora rinnovato. I fondi sono bloccati e della nuova bozza non si sa ancora nulla. I centri antiviolenza non sono meri servizi, serve il pieno coinvolgimento nella definizione delle strategie di contrasto alla violenza, il riconoscimento dell’autonomia dei Centri antiviolenza femministi e i fondi per i percorsi di fuoriuscita e autonomia. Il reddito di libertà per le donne che fuoriescono dalla violenza riassume una politica ipocrita: 400 euro al mese per 12 mesi che non possono garantire autonomia. È una misura razzista perché inaccessibile per le donne migranti irregolari in Italia. Inoltre, i fondi stanziati sono insufficienti perché su oltre 20.000 donne accolte nei CAV ne potrebbero beneficiare solo 625. 

Grazie a “civilissimi” accordi internazionali, donne e uomini migranti continuano a subire violenza: muoiono in mare e nei centri di detenzione in Libia o sui confini dell’Est Europa, le e i migranti che riescono ad arrivare in Italia devono fare i conti con il razzismo istituzionale che lega la presenza delle donne al potere di un padre o un marito o di un datore di lavoro che possono decidere sulle loro vite e sulle loro condizioni di sfruttamento sotto il ricatto del permesso di soggiorno.

I casi di discriminazione e di violenza su persone trans, queer e LGBTQIAP*+ continuano ad aumentare, mentre in Parlamento si applaude per l’affossamento del Ddl Zan, che è per noi un attacco di violenza istituzionale . Le lotte delle persone queer, lesbiche, bisessuali, froce, trans, non binarie, intersexreclamano molto più di Zan! Riaffermiamo l’autodeterminazione sui nostri corpi e sulle nostre vite. Vogliamo educazione sessuale, all’affettività e alla differenza di genere nelle scuole. 

Siamo le donne e persone LGBTQIAP*+ che durante la pandemia hanno subito violenza, sono state licenziate, e sfruttate nei magazzini, che sanificano gli ospedali, senza tutele e senza presidi sanitari. Siamo le precarie, quelle su cui è ricaduto tutto il lavoro di cura, siamo le migranti, badanti e colf che la sanatoria doveva regolarizzare e che ha fatto precipitare in una situazione di invisibilità e ricatto.

Siamo il grido delle donne e delle persone LGBTQIAP*+ che hanno pagato la convivenza forzata, la dipendenza economica e l’assenza di strutture di accoglienza con l’esplosione della violenza domestica.

Lottiamo per un permesso di soggiorno europeo slegato da famiglia e lavoro, per un reddito di autodeterminazione non condizionato, per un salario minimo europeo e un welfare pensato sulle nostre esigenze.

Siamo il grido di tutte le donne che combattono in tribunale contro ex partner violenti e subiscono la minaccia della revoca dell’affido dei figli. Abbiamo respinto il Ddl Pillon, ora vogliamo la PAS (sindrome da alienazione parentale) fuori dai tribunali!

Siamo corpi sensibili e invisibili, corpi malati, disabili, vulnerabili, pretendiamo cure, assistenza, ricerca e strumenti diagnostici garantiti dal Sistema Sanitario Nazionale per riprenderci la vita, l’autodeterminazione, il desiderio e il piacere. Vogliamo accesso all’aborto, al teleaborto e alla RU486 in tutte le regioni e gli obiettori fuori dalla sanità pubblica. Siamo corpi nella quarta ondata: il vaccino è un diritto globale, non un privilegio per ricchi.

Vogliamo una giustizia climatica perché sappiamo che la transizione ecologica proposta dall’Europa è in realtà una nuova imposizione di ordine e di sfruttamenti. 

Il 20 novembre saremo in piazza a Roma per la Trans Freedom March e nelle diverse città per celebrare il Transgender Day of Remembrance perché rifiutiamo una contrapposizione tra donne e persone LGBTQIAP*+. Noi sappiamo che le nostre oppressioni sono connesse perché provengono da una stessa matrice di violenza patriarcale che è strutturale e che innerva l’intera società. 

Segneremo il 25 novembre – giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – con azioni dislocate di denuncia e contro-narrazione dei femminicidi e trans*cidi

IL 27 NOVEMBRE SAREMO IN CORTEO A ROMA! Occuperemo le strade con la nostra rabbia:

perché rifiutiamo una ripresa che cancella le cause e gli effetti della pandemia sulle nostre vite!

perchè siamo il grido altissimo e feroce di chi non ha più voce!

perchè ci vogliamo viv3 e liber3!

Contro la violenza ci organizziamo: saremo un corpo collettivo e creativo senza spezzoni né bandiere e simboli di partito o sindacato. Invitiamo tutt3 a portare in piazza cartelli e panuelos fuxia, e a sintonizzarsi sulle azioni collettive che si daranno lungo il corteo e che verranno comunicate. Sarà impegno condiviso la cura e la tutela della salute di tutt3.

TORNIAMO MAREA!

NON UNA DI MENO

Qui le info sui pullman a Roma da tutta Italia

Evento facebook

Assemblea nazionale bologna 2021: REPORT DI RESTITUZIONE FINALE

Abbiamo chiamato questa assemblea nazionale, in presenza, dopo due anni, perché sentivamo tutte e tuttu la necessità di confrontarci, di raccogliere le esperienze di lotta che abbiamo portato avanti sui nostri territori, ma anche la necessità di ridare una cornice comune a tutte queste esperienze per rilanciare la nostra iniziativa politica. Necessariamente in questa sintesi finali non potremmo riportare tutte le riflessioni, le proposte importanti, le pratiche ma soprattutto la potenza di questa due giorni, ma cercheremo di evidenziare tutti quei punti che indicano l’orizzonte politico comune che in questa assemblea abbiamo dimostrato di avere, che è quello di ripoliticizzare fortemente la violenza patriarcale che la pandemia ha intensificato e tornare ad essere quell’inatteso imprevisto che ha spiazzato l’Italia e il mondo. 

Questa assemblea ci ha dimostrato che siamo ancora un punto di riferimento politico per chiunque vuole sottrarsi alla violenza maschile e di genere e dobbiamo assumercene la responsabilità politica. In questa assemblea eravamo in tantissime, dopo due anni a Bologna da tutte le parti d’Italia i Nodi di Non Una di Meno si sono mobilitati prendendo treni e aerei, ci siamo ritrovate in presenza in più di 400 donne, lavoratrici, migranti, puttane, sopravvissute, frocie, trans*, disoccupate, casalinghe e madri, ci siamo ritrovate per organizzarci e ci ritroveremo in marea a Roma il 27 Novembre. 

Quando diciamo che la violenza è aumentata in pandemia lo diciamo perché l’abbiamo visto sulle nostre vite, nelle nostre case, nel nostro lavoro, nella maggiore difficoltà a ottenere un permesso di soggiorno, ma l’abbiamo visto anche nell’aumento esponenziale delle donne e persone LGBTQAI*+ che subiscono situazioni di violenza e sempre più spesso si rivolgono a Non Una Di Meno per fuoriuscire dalla violenza. L’abbiamo visto a livello transnazionale, prima nella gestione e ora nella ricostruzione della pandemia, nell’aumento di quel contrattacco patriarcale che va da picchi di autoritarismo e militarismo come in Afganistan, a politiche neoliberali come quella del PNRR che prevede un’uscita dalla pandemia che riproduce le gerarchie patriarcali e razziste di questa società. Un contrattacco che è stato allo stesso tempo una risposta al nostro inatteso imprevisto e un tentativo di frammentare le nostre lotte, di contrappore la lotta delle donne a quelle delle persone lgbtq per neutralizzare quelle pretese di libertà e pratiche di autodeterminazione che sfidano l’ordine della famiglia patriarcale. 

Questa contrapposizione si è intrecciata a politiche razziste, con un Europa che mentre afferma di voler difendere le donne afghane, di voler introdurre una parità di genere salariale e di voler legalizzare alcuni diritti per le persone lgbtq, gestisce corridoi umanitari per dividere i migranti solo a seconda di quanta manodopera e forza lavoro serve in ogni paese e contnuamente riproduce alle proprie frontiere esterne la violenza contro i e le migranti, anche se dice di non voler finanziare il muro che a gran voce alcuni paesi stanno invocando per controllare i loro movimenti.

Il nostro movimento, sin dal principio, ha rifiutato questa logica divisiva delle lotte, ha rifiutato posture separatiste, identitariste, essenzialiste e settoriali, rimettendo al centro il carattere sistemico, pubblico e politico della violenza patriarcale. E anche in questa assemblea abbiamo affermato chiaramente che la lotta delle donne contro la violenza significa riconoscere il nesso con la violenza omolesbobitransfobica, e che viceversa non è possibile contrastare la violenza di genere omolesbobitransfobica senza combattere contemporaneamente la violenza maschile sulle donne. Abbiamo riaffermato che non è possibile una lotta femminista e transfemminista senza considerare il modo in cui il razzismo aumenta la violenza patriarcale e lo sfruttamento. 

Abbiamo davanti il percorso verso il 27 novembre per una grande manifestazione di massa a Roma in connessione con il TDOR. L’impegno deve essere quello di mettere al centro questa analisi sulla violenza strutturale e concretizzarla con pratiche che ci permettano di renderla comunicabile, deve essere l’urlo di rabbia contro l’aumento esponenziale dei femminicidi quotidiani e i transcidi nascosti e in connessione con tutti i piani che sono stati affrontati nei tavoli. 

La connessione tra il 20 e il 27 dovrà essere pensata nelle condizioni materiali di vita e di lotta sui territori e nei processi, non c’è un modello omogeneo di organizzazione, ma noi possiamo indicare la necessità di una connessione reciproca che renda chiaro qual è il nesso politico e antagonista tra la lotta contro la violenza maschile sulle donne e la lotta contro la violenza di genere sulle persone LGBTQAI*+, per realizzare una convergenza che riconosca le differenze senza cancellarle ma potenziando la nostra lotta comune. 

Per questo verso il 20 e il 27 novembre noi dobbiamo riaprire quel processo espansivo che è parte del processo dello sciopero che ci ha permesso di rendere visibili le nostre lotte, renderle un esempio, dobbiamo essere più presenti ovunque e riprenderci gli spazi immaginandoci città femminista e transfemminista. Questo vuol dire che dobbiamo essere nelle città per far sì che tutte quelle che vogliono sfuggire alla violenza possano riconoscersi nella nostra lotta. Dobbiamo essere nei luoghi di lavoro perché abbiamo la responsabilità politica di visibilizzare e allargare le lotte e le vertenze delle lavoratrici, come è stato detto nel tavolo lavoro.  Dobbiamo essere nelle scuole perché la questione dell’educazione e della formazione è un terreno centrale e inevitabile di lotta, necessario per sradicare la cultura della violenza. Dobbiamo essere negli ospedali perché non possiamo accettare che la libertà di autodeterminarci possa dipendere dall’obbiettore di turno, non possiamo accettare di non vedere riconosciute malattie croniche come la vulvodinia e la fibromialgia, e perché non possiamo accettare un accesso alla salute che riproduce dinamiche patriarcali, omolesbobitransfobiche, razziste e classiste. Dobbiamo essere ovunque.

Per essere espansive dobbiamo radicare le nostre rivendicazioni nel contesto attuale e evidenziare il carattere antagonista e conflittuale. Reddito di autodeterminazione come possibilità di sfuggire alla violenza e a tutte le condizioni che la riproducono. 

Permesso di soggiorno europeo slegato da famiglia, reddito e salario perché le donne e persone lgbtq migranti non possono essere legate a un documento per sfuggire alla violenza. Decraminilizzazione del lavoro sessuale perché è l’unico modo per allargare i margini di libertà contro lo sfruttamento. Formazione alle differenze per un cambiamento capace di delegittimare la cultura della violenza nelle scuole nelle istituzioni e nei servizi. Ecologia come terreno di lotta che non soltanto già ci coinvolge ma diventerà sempre più rilevante ora con una ‘transizione verde’ che riproduce dinamiche del profitto e dello sfruttamento capitalistico delle risorse e del lavoro. 

Molto piu di 194, della 164, fine della legge 54 sulla bigenitorialità, molto più del ddlzan, sono e rimarranno campi di battaglia aperti  perché l’aborto non può dipendere dal medico di turno che ci troviamo davanti in ospedale, perché la nostra autodeterminazione di genere non può dipendere da perizie psichiatriche, perché non ci accontentiamo di diritti a ribasso ma vogliamo una trasformazione radicale a partire dal riconoscimento che la violenza omolesbobitransfobica non può essere ammessa né legittimata socialmente.

Ripoliticizzare la lotta contro la violenza patriarcale significa agire su tutti questi terreni facendo valere la nostra pretesa collettiva di non essere oppresse sfruttate, stuprate e ammazzate perché non accettiamo le posizioni che ci impone l’ordine patriarcale. Ripoliticizzare la violenza significa tornare in massa nelle strade per continuare a essere un punto di riferimento per tutte le donne, lesbiche, froce, trans, queer, intersex, sex workers, migranti, secondo generazioni, persone disabili. 

Oggi abbiamo dimostrato di essere capaci di unire potenziare le lotte di tutti questi soggetti non con alleanze al ribasso ma producendo una marea, una forza di rottura che estirpa le radici patriarcali di questa società!

CI vogliamo vive, ci vogliamo libere, il nostro movimento è stato, è, e deve continuare a essere il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce.

*Foto scattata nel corso dell’ultima assemblea nazionale di Non una di meno a Bologna da Stefania Biamonti

27N NON UNA DI MENO: MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE E DI GENERE A ROMA

📣 Il corteo partirà alle ore 14.00 da Piazza della Repubblica, a breve le info sul percorso e l’appello di lancio…Stay tuned.

💥Saremo marea femminista e transfemminista
💥Perché ci vogliamo vivə e liberə dalla violenza
💥Perché rifiutiamo una ripresa che cancella le cause e gli effetti della pandemia sulle nostre vite
💥Perché siamo il grido altissimo e feroce di chi non ha più voce⚡🚌 Pubblicheremo qui l’elenco dei pullman provenienti dalle varie città.

Segui la pagina su FB e IG e questo evento fb.

*Foto scattata nel corso dell’ultima assemblea nazionale di Non una di meno a Bologna da Stefania Biamonti

TRACCIA TAVOLO VIOLENZA-VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE A BOLOGNA

Sono già più di 80 le donne uccise in Italia nel 2021 e nella maggior parte dei casi l’assassino è il partner o l’ex compagno. Sappiamo che durante la crisi pandemica si sono intensificate la violenza domestica e le violenze omolesbobitransfobiche. Eppure il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza. In tutto il mondo sta aumentando il contrattacco patriarcale, vogliono isolarci e frammentare le nostre lotte, attraverso retoriche e politiche patriarcali, antigender e razziste, contrapponendo i diritti delle donne con quelli delle persone lgbtq.

Quello che sta accadendo in Afghanistan è un altro tassello del contrattacco patriarcale che sta prendendo piede a livello globale: è un caso estremo ma non isolato che mostra un ordine patriarcale globale che ammette e persino richiede picchi di autoritarismo e repressione. Non accettiamo la logica dello scontro di civiltà: se l’ordine patriarcale è globale, noi vediamo il legame che unisce fondamentalisti islamici e ultra-cattolici, e che costituisce un filo rosso tra le posizioni più esplicitamente nazionaliste e fasciste e le politiche neoliberali.

La “civile” Europa che condanna i talebani in Afghanistan, è la stessa che attraverso le sue politiche migratorie rinforza la violenza che le donne e gli uomini migranti vivono sui confini e nello spazio europeo. Per questo è più che mai fondamentale rivendicare la libertà di movimento come una parte centrale della lotta contro la violenza. La civile Europa è la stessa che non riconosce il lavoro sessuale, passando da legislazioni che lo vietano totalmente a quelle che criminalizzano il cliente, ma che in tutti casi espongono le lavoratrici sessuali, ancor più se migranti senza permesso di soggiorno, a condizioni di violenza, negando ogni tipo di tutela.

Contro tutto questo come NUDM abbiamo sempre preso parola, a livello locale, nazionale e transnazionale, ponendo al centro della nostra iniziativa politica il rifiuto della violenza strutturale e cercando di essere quello spazio in cui tutte le donne e persone LGBTQAI+ che rifiutano la posizione subalterna che tale violenza ci impone possano prendere parola e fare di tale rifiuto un istanza collettiva e una pretesa di libertà. 

In questi 5 anni la potenza scatenata dal movimento femminista globale è riuscita a imporre dal basso il carattere strutturale e pubblico della violenza anche in certi discorsi mainstream, ma allo stesso tempo le forme in cui tale violenza agisce sono mutate, sono state intensificate e accelerate dalla pandemia e permangono nella riproduzione della società. Anche NUDM è cambiata, sono cambiate le pratiche e le persone che la attraversano. Se vogliamo arrivare al 25N vedendolo non come una data simbolica e rituale ma come il momento in cui rilanciare la nostra iniziativa politica autonoma, abbiamo bisogno di riarticolare la nostra analisi politica e rivedere i nostri obiettivi politici tenendo in considerazione come la violenza maschile, di genere, razzista e neoliberale agisce in questo momento a livello transnazionale e come impatta a livello locale.

Ragionando insieme su queste domande guida crediamo sia fondamentale ridare una cornice comune al nostro discorso sulla violenza in modo poi da poter articolare meglio le varie pratiche che abbiamo portato avanti in questi anni: è necessario prima costruire quest’analisi comune, chiara e comunicabile per poter poi rivedere le pratiche


– Quali sono gli obiettivi che ci diamo nella nostra azione politica contro la violenza maschile e di genere? Di cosa intendiamo farci carico con la nostra azione politica (ad esempio: vogliamo essere spazi di riconoscimento/politicizzazione? vogliamo cambiare la narrazione dei giornali? vogliamo seguire casi singoli di violenza?) In che modo possiamo ricondurre le iniziative che costruiamo sui diversi aspetti e manifestazioni della violenza (es: femminicidi, violenze omolesbobistransfobiche, violenza istituzionale, mediatica, nelle carceri, ambientale, all’interno dei movimenti) al nostro discorso comune sulla violenza strutturale, arricchendolo e potenziandolo senza frammentarlo?


– Qual è o quale può essere il nostro ruolo in rapporto ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza? Come si fa a ridare forza politica collettiva ai percorsi di fuoriuscita perché non siano percorsi individuali e assistenzialistici? Cosa significa avere un rapporto con i CAV e le Case Rifugio? In che modo facciamo rete con e potenziamo i CAV autonomi e femministi e le esperienze costruite all’interno di Case rifugio per persone LGBTQ?


–  Come concretizziamo la discussione sull’analisi e sugli obiettivi per fare in modo che il 25N sia un momento di rilancio della nostra iniziativa politica? Come riattualizziamo le nostre rivendicazione, ripensandole nella materialità della fase attuale, per rilanciarle fortemente verso e oltre il 25N (ad esempio: perché è ancora importante rivendicare un permesso di soggiorno europeo? cosa significa oggi, in un aumento estremo della precarietà e della violenza, rivendicare il reddito di autodeterminazione o un welfare universale?)

Qui tutte le info sull’assemblea nazionale a Bologna del 9-10 ottobre 2021