Non una di meno: Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

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Come Non Una Di Meno sentiamo l’urgenza di una presa di posizione femminista e transfemminista sull’attuale crisi globale, non solo per analizzare l’emergenza nella quale ci troviamo, ma anche come punto di partenza collettivo: le trame che intessiamo oggi avranno effetti sulla riorganizzazione sociale che cominciamo a intravedere e sul futuro che vogliamo.

Abbiamo annullato lo sciopero dell’8 e 9 marzo perché non potevamo ignorare l’emergenza da Covid-19 e la responsabilità collettiva di evitare la diffusione del contagio. Da subito abbiamo riconosciuto che la pandemia esaspera una «normalità» fatta di violenza, privilegi, emarginazione, oppressione e sfruttamento, e questo giudizio è confermato dalla situazione prodotta dopo il primo mese di «politiche di contenimento».

Restiamo a casa, “ma” la crisi sanitaria attuale svela spietatamente le contraddizioni del sistema, la fragilità delle democrazie e delle politiche pubbliche, le diseguaglianze strutturali, le tensioni che attraversano un sistema produttivo basato sullo sfruttamento delle persone e dell’ecosistema, aprendo le porte a una crisi economica e alimentare senza precedenti.

La violenza contro le donne e le persone LGTBQIA+ cresce nelle case in cui dobbiamo restare per mantenere la distanza sociale. L’oppressione di chi non ha una casa in cui restare, di chi è rinchiusa e rinchius* in un centro di detenzione o di «accoglienza», di chi sta in carcere o preme per attraversare i confini, è diventata ancora più insopportabile. Così come diventa impossibile affrontare autonomamente una gravidanza indesiderata, quando si condivide forzatamente lo spazio domestico con un nucleo familiare al quale avremmo voluto nascondere la nostra scelta.

Lo sfruttamento è diventato più intenso per chi è costrett* ad andare a lavorare in modo da garantire i profitti e per chi svolge tutti quei lavori essenziali per contenere la pandemia. In questa situazione senza precedenti si sono moltiplicati gli scioperi, sia per reclamare la possibilità di restare a casa e non correre rischi di contagio, sia per lavorare in condizioni di sicurezza contro il contagio.

Abbiamo sentito risuonare in molte lotte la parola d’ordine che in tutto il mondo il movimento femminista e transfemminista globale ha urlato in questi quattro anni: «se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo»! La pandemia che non ci permette oggi di scendere in piazza e sentire la forza di una marea di corpi in movimento, ci obbliga a indicare quelli che sono già e saranno, dopo la fine dell’emergenza, i terreni sui quali la nostra lotta deve continuare e crescere: perché non abbiamo nessuna intenzione di tornare alla «normalità» che ci opprime e perché sappiamo che la pandemia imporrà grandi trasformazioni.

Abbiamo combattuto per decenni contro l’identificazione delle donne con lo spazio e le mansioni domestiche, per poter «uscire dalle case». Oggi assistiamo a un rientro forzato di moltissime donne e soggettività LGTBQI+ in una casa che rischia di essere idealizzata come spazio «protetto» esente da sfruttamento, ma per molte e molt* di noi stare a casa non è sicuro. Mentre ogni spazio pubblico è sottoposto a stretti controlli di sicurezza, la quarantena e l’isolamento non fanno che esasperare le situazioni di violenza intra-familiare, che in questi giorni sono cresciute esponenzialmente e in alcuni casi sono già sfociate in femminicidi (otto, solo nel mese di marzo).

Gli effetti dei tagli ai centri antiviolenza diventano ancora più evidenti e pesanti, mentre essere costrette a stare in casa rende quasi impossibile anche solo contattare i numeri e le strutture di riferimento. Ma anche la casa non è più la stessa. Il cosiddetto smart-working, presentato come la soluzione più semplice di fronte al blocco degli spostamenti, si è trasformato in una chiamata alla flessibilità e alla disponibilità costante al lavoro.

Insegnanti, educatrici ed educator*, prima di altre categorie, hanno dovuto confrontarsi con l’invasione del lavoro negli spazi e negli orari della vita personale. Allo stesso tempo, la didattica online acuisce le differenze sociali tra chi ha i mezzi e il tempo da mettere a disposizione delle figlie e de* figl* per aiutarli a seguire le lezioni online e chi invece non ha le stesse possibilità. D’altra parte, alcune donne non possono stare a casa e anzi sta aumentando moltissimo il carico lavorativo per figure professionali fortemente femminilizzate come infermiere, cassiere, donne delle pulizie, operatrici socio-sanitarie, il cui lavoro è essenziale per la gestione della pandemia. Così, mentre la cura e i servizi alla persona rivelano tutta la loro fondamentale importanza, il decreto approvato dal governo italiano, significativamente e paradossalmente chiamato «Cura Italia», continua a produrre l’invisibilità proprio delle categorie che si occupano di cura e servizi alla persona.

Il decreto esclude del tutto milioni di lavoratrici domestiche e della cura già prive di tutele che, insieme al posto di lavoro, se sono migranti, rischiano anche di perdere il permesso di soggiorno. Allo stesso modo sono escluse moltissime donne che lavorano in nero nei servizi alla persona, nel turismo, nel lavoro stagionale, e moltissime lavoratrici del terzo settore, a cui sono state progressivamente esternalizzate le attività di cura secondo criteri d’impresa che aumentano a dismisura il carico di lavoro a scapito di quelle persone, come gli anziani, che più avrebbero bisogno di essere protette dal contagio. La pandemia rende quanto mai evidente la centralità politica della riproduzione sociale e l’urgenza di continuare a farne un terreno di lotta.

Tutte le contraddizioni dell’organizzazione patriarcale e neoliberale della società stanno esplodendo. Il lavoro precario e mal pagato delle donne impiegate nella sanità e nei servizi alla persona, ma anche la difficoltà del sistema sanitario nazionale di gestire la crisi pandemica, sono l’effetto di decenni di tagli. Il servizio sanitario è stato spogliato di ogni contenuto universalistico, privatizzato in favore dei profitti e privato dei presidi territoriali, al punto che ora rischia di arrivare al collasso. Mentre anche i tentativi di coordinamento al livello dell’Unione Europea rivelano la continuità delle logiche dell’austerità persino di fronte all’urgenza di un intervento fuori dai vincoli di bilancio, il peso materiale e psicologico del contagio viene scaricato sulle singole e i singoli. Noi consideriamo la salute una questione politica e per questo pretendiamo che sia tutelata come bene collettivo, che non può essere perciò limitato al problema di evitare l’estensione del contagio.

Lo Stato tenta di sopperire a queste carenze aumentando il carico lavorativo di chi è già allo stremo e ricorrendo a metafore belliche per garantire l’unità nazionale, trasformando i malati in perdite civili inevitabili e il personale sanitario in “eroi in trincea”.  Il numero esorbitante di morti, però, riguarda in primo luogo la scelta politica di tutelare gli interessi di Confindustria e di quegli imprenditori che hanno proseguito la produzione senza alcuna misura di sicurezza. Le disposizioni in merito alle attività produttive e il braccio di ferro su quali categorie vadano considerate «essenziali» e sulle tutele inderogabili da garantire a chi lavora, hanno messo a nudo lo scontro tra il valore delle vite di lavoratrici e lavorator* e il profitto. A causa del razzismo e del sessismo, per molte lavoratrici e lavorator* è ancora più difficile anche soltanto usufruire dei congedi e dei permessi previsti dalla legge, perché temono future ritorsioni.

Di fronte alla pandemia e ai suoi effetti differenziati, è quanto mai centrale mettere in relazione e comunicazione tutte queste condizioni che rischiano di essere drasticamente isolate e per questo ancora più esposte alla violenza, oppresse e sfruttate.

Questo è il nostro impegno politico nel presente e per il futuro che ci aspetta oltre la pandemia. Oggi abbiamo il compito di dare visibilità e voce a chi in modi diversi sta vivendo gli effetti delle misure di contenimento del contagio: a chi resta a casa e può evitare il contagio solo esponendosi ancora di più alla violenza domestica, a un lavoro sempre più intenso, al peso della povertà attuale e futura. Oggi, per far emergere tutte le situazioni di sfruttamento, dobbiamo essere presenti e consentire una presa di parola anche a chi non può «stare a casa», ma è costrett* a lavorare in condizioni rese ancor più dure dalla mancanza di sicurezza per la propria salute e dal razzismo.

Dobbiamo sostenere con ogni mezzo tutte le pratiche di cura e di solidarietà nate spontaneamente per far fronte alle difficoltà dell’isolamento, tutte le mobilitazioni e gli scioperi di chi non accetta di ammalarsi e morire per il profitto. Oggi dobbiamo continuare le lotte che ci aspettano domani e dare forza al progetto di trasformazione contenuto nel nostro Piano Femminista contro la violenza.

Riconosciamo più che mai l’urgenza di un femminismo e transfemminismo che sappiano portare avanti una battaglia contro il sistema capitalistico che, con la devastazione ambientale, la violenza estrattivista e gli allevamenti intensivi, ha rimodulato il mondo a suo uso e consumo, creando le basi per la diffusione incontrollabile di questa epidemia. Da questa fase si esce con la coscienza che il cambiamento del nostro rapporto con gli ecosistemi è ineluttabile e che la loro cura deve essere trasformata in una forma di lotta.

Ci opporremo a ogni intervento – a partire da quelli previsti dal decreto «Cura-Italia» ‒ che affronti l’emergenza riproducendo gerarchie sociali e condannando alla miseria chi, nel lavoro riproduttivo e in quello produttivo, ha sostenuto con la propria precarietà la riproduzione dell’intera società.

Per questo da subito rivendichiamo un reddito di autodeterminazione accessibile a tutte e tutt*, incondizionato e individuale, che non solo risponda alle difficoltà imposte dalla quarantena, ma che permetta anche di sottrarci al ricatto della violenza maschile e di genere e a quello di dover accettare di lavorare a qualunque condizione, salariale e di sicurezza, pur di sopravvivere.

Sosteniamo tutte le battaglie per l’aumento del salario, a partire da quelle portate avanti dalle lavoratrici impegnate negli ospedali e nelle attività di sanificazione, che oggi stanno pagando a carissimo prezzo la diffusione della pandemia. Proprio perchè riconosciamo la salute come una dimensione di benessere complessiva, rivendichiamo la necessità di non dimenticare la salute sessuale e riproduttiva: difendiamo la nostra possibilità di abortire chiedendo l’estensione dell’aborto farmacologico a 63 giorni, fuori dagli ospedali, nei consultori o attraverso tecniche di telemedicina.

Reclamiamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato dal lavoro e dalla famiglia e soprattutto immediato, perché oggi più che mai milioni di migranti rischiano di non poter accedere nemmeno alle cure mediche essenziali, o ai sussidi per l’emergenza e di ricadere in clandestinità per la perdita del lavoro.

Diamo voce al Piano femminista contro la violenza, tenendo viva la comunicazione politica e il coordinamento transnazionale con milioni di donne e soggettività dissidenti che in tutto il mondo stanno oggi combattendo contro il contagio e per non subire domani la violenza e le disuguaglianze imposte da questo sistema. L’8 e il 9 marzo non abbiamo potuto scioperare, ma lo sciopero e la lotta femminista e transfemminista globale non si fermano: appena sarà possibile, ci riverseremo nelle piazze e non solo, per ribadire che ci vogliamo vive e libere da qualsiasi forma di violenza e oppressione.

Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

Non una di meno

 

Reddito di cittadinanza. Una critica femminista – da Non una di meno Roma

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Un testo di analisi di Non una di meno Roma sulla misura di reddito di cittadinanza appena varata dal governo gialloverde. Verso l’8 marzo, Non una di meno Roma ribadisce i contenuti della proposta di reddito di autodeterminazione contenuta già nel Piano Antiviolenza di Non una di meno nazionale, quale strumento di autonomia e liberazione dalla violenza di genere, dalla violenza economica e dalla violenza razzista, dalla precarietà, dallo sfruttamento, dal ricatto del lavoro.

Mia zia Mary Beton (…) morì per una caduta da cavallo un giorno in cui, a Bombay, era uscita a fare una cavalcata all’aperto. La notizia dell’eredità mi raggiunse una sera, più o meno alla stessa ora in cui veniva approvata la legge che concedeva il voto alle donne. (…) la zia mi aveva lasciato cinquecento sterline l’anno a vita. Delle due cose, il diritto al voto e il denaro, il denaro, devo ammetterlo, mi sembrò di gran lunga la più importante. Prima di allora mi ero guadagnata da vivere mendicando lavori saltuari presso i giornali, facendo la cronaca di uno spettacolino qui o di un matrimonio là, avevo guadagnato qualche sterlina scrivendo indirizzi sulle buste, leggendo a voce alta per le vecchie signore, creando fiori artificiali, insegnando l’alfabeto ai bambini di un asilo. Erano queste le principali possibilità di lavoro aperte alle donne prima del 1918. E non c’è bisogno purtroppo che vi descriva nei dettagli la fatica di questo lavoro (…) né la difficoltà  di vivere con quel denaro (…) perché forse ne avete fatto la prova. Ma ciò che ancora mi rimane nel ricordo come una punizione peggiore delle altre due era quella mistura velenosa di paura e amarezza che quei giorni avevano generato dentro di me. Tanto per cominciare, il fatto di dover fare sempre un lavoro che non si aveva voglia di fare, e di farlo come una schiava, adulando e lusingando, forse non sempre perché era necessario farlo, ma perché sembrava che lo fosse, e la posta in gioco era troppo alta per correre dei rischi. E infine il pensiero di quel solo talento che sarebbe stato un delitto nascondere, piccolo ma caro a chi lo possiede, destinato a perire e con lui io stessa, e la mia anima. Tutto questo diventava una specie di ruggine che divorava la fioritura primaverile distruggendo perfino il cuore stesso della pianta. A ogni modo, come vi dicevo, mia zia morì. E ogni volta che cambio un biglietto da 10 scellini, un poco di quella ruggine, di quella corrosione viene grattata via. E paura e amarezza se ne vanno. Non c’è che dire, mi dicevo infilando il resto nel borsellino, se ripenso alla amarezza di quei giorni, è davvero straordinario il cambiamento di carattere che il possesso di una rendita fissa è in grado di produrre. Nessuna forza al mondo può portarmi via le mie cinquecento sterline. Cibo, alloggio e vestiario sono miei per sempre. Pertanto cessano di esistere non soltanto gli sforzi e la fatica, ma anche l’odio e l’amarezza. Non ho bisogno di odiare nessun uomo. E egli non può ferirmi. Non ho bisogno di adulare nessun uomo, egli non ha niente da darmi.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

Partiamo da una piccola fotografia della povertà e della condizione femminile nel mercato del lavoro (e del non lavoro) in Italia: l’occupazione femminile è al 49,7%, -18,3 punti % di quella maschile; l’inattività femminile al 44%, +20 punti % di quella maschile (ISTAT, 2019); il differenziale salariale di genere complessivo al 43,7% (Commissione Europea, 2018). 2 milioni e 472mila sono le donne in povertà assoluta e 4 milioni e 669mila quelle in povertà relativa (ISTAT, 2018).

Una situazione tutt’altro che rosea, dunque. Che non suona però, ahinoi, come una novità alle nostre orecchie. Novella è invece la misura di reddito di cittadinanza (RdC) appena varata dal governo gialloverde. Dalle prime critiche che abbiamo rivolto alla stessa a inizio autunno – quando il ministro Di Maio indugiava in dichiarazioni su “spese morali”, “Unieuro” e amenità simili – ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi abbiamo finalmente nero su bianco un decreto, che assai ci interessa analizzare da una prospettiva di genere e femminista, avendo elaborato nel nostro Piano una precisa proposta di reddito di autodeterminazione e ritenendo, da sempre, che le questioni economiche, legate al lavoro, al reddito e al welfare, siano fondamentali per ogni azione di contrasto alla violenza di genere.

Tenendo a mente la fotografia iniziale, cominciamo col dire che il reddito di cittadinanza, nonostante il nome, non è una misura universale. Questo reddito non è per tutt@. Al contrario, è categoriale e discrimina tra le diverse povertà. Rivolgendosi a circa 4,6 milioni di poveri (1,4 milioni di famiglie) lascia fuori un’ampia fetta di povertà: secondo gli ultimi dati ISTAT (2018), le persone che versano in povertà assoluta sono 5milioni e 58mila individui (1milione e 778mila famiglie) e quelli in povertà relativa 9milioni e 368mila individui (3milioni e 171mila famiglie residenti). Si tratta quindi di una misura che non interverrà sulla povertà relativa e che non riuscirà a coprire neppure tutti i nuclei familiari in povertà assoluta.

La selettività, inoltre, si staglia, ancora una volta, contro i nuclei e le persone migranti. Sono infatti esclus@ da questa misura coloro che non hanno cittadinanza europea; che non hanno diritto di soggiorno o soggiorno permanente; che non provengono da paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale; che non sono in possesso di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; che non hanno una residenza in Italia da almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo. Una vera e propria discriminante razzista, che non vuole fare i conti, peraltro, con un altro dato molto preciso: quello che ci dice che le famiglie di soli migranti costituiscono il 34,5% della povertà relativa (ISTAT, 2018).

Veniamo a un altro punto che ci sta particolarmente a cuore. Il reddito di cittadinanza è una misura familistica: rivolto appunto al nucleo familiare e non alla singola persona, il sostegno economico sarà calcolato sulla base del numero dei componenti della famiglia e su base annua. L’integrazione al reddito familiare per un nucleo che vive in affitto non potrà superare i 9.360 euro, per chi invece ha una casa di proprietà e paga il mutuo,  i 7.800 euro. Queste cifre riguardano solo coloro che hanno un ISEE uguale a ZERO, giusto per avere un’idea di ciò di cui stiamo parlando. Anche nel caso di coniugi separati e divorziati che abitano, verosimilmente per questioni di difficoltà economica, nella stessa casa, il reddito di cittadinanza verrà comunque calcolato su base familiare; il che vuol dire che ci saranno molte donne separate o divorziate che saranno costrette a coabitare, una volta di più, con gli ex partner perché dovranno condividere con questi il reddito di cittadinanza e gli obblighi a esso collegati. Non solo, la richiesta per il benefit dovrà esser fatta da chi in famiglia ha il reddito più alto; stando ai dati, nella maggior parte dei casi sarà l’uomo, che, di conseguenza, almeno per il momento (promettono variazioni in proposito per il 2020…) sarà il titolare della Carta su cui sarà erogato il reddito.

Si tratta dunque di una misura che non sostiene in alcun modo l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne e degli individui tutt@. E sappiamo come ciò costituisca un enorme problema nei casi di violenza domestica, per le donne che intraprendono o vorrebbero intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Una valutazione che dovrebbe essere imprescindibile nel momento in cui si definisce una misura di questo tipo, soprattutto in un paese in cui la famiglia è il teatro principale della violenza maschile contro le donne, in cui 3 femminicidi su 4 sono commessi proprio in ambito familiare (ISTAT, 2018).

Non favorendo l’indipendenza economica, difficilmente, quindi, questo reddito sarà strumento di prevenzione e riscatto dalle discriminazioni, dalle forme di subordinazione e violenza che le donne vivono in famiglia e nel mercato del lavoro.

Ma veniamo ora a cosa accade una volta che si entra in possesso della fatidica Carta RdC. Il reddito di cittadinanza è infatti estremamente condizionato, una misura oltremodo disciplinante e punitiva. Tutti i componenti del nucleo familiare, a seconda delle caratteristiche individuali, saranno obbligati a osservare quanto previsto da un rigido programma di attività settimanali. Gli “abili al lavoro” (sic!) – coloro che non sono disoccupati di lungo periodo e che comunque hanno maggiore probabilità di essere reimpiegati – stipuleranno il “Patto per il lavoro”, che comporterà il presentarsi regolarmente al Centro per l’impiego per accettare progetti formativi, di orientamento e proposte di lavoro. I “non abili al lavoro” (sic!) – disoccupati di lungo periodo, persone con problemi di tossicodipendenza o disturbi psichici – stipuleranno il “Patto di inclusione sociale” e l’intera famiglia dovrà osservare pedissequamente il programma dettato dai servizi sociali. In generale, tutti i beneficiari del nucleo dovranno garantire 8 ore di lavoro gratuito presso i comuni (si stima per un valore di 1,6 milioni di euro), a eccezione di minori, persone con disabilità e di chi svolge già in casa lavoro di cura nei confronti di figli entro i 3 anni, anziani e invalidi, nella maggior parte dei casi, come si sa, le donne. È il workfare nella sua espressione più radicale, combinato con il welfare familistico che caratterizza il Belpaese. Se ancora sulle spalle delle donne cade il peso del lavoro riproduttivo e di cura, nulla viene fatto per liberarle da questo peso, al contrario, viene riconfermato, addirittura avvalorato. Non solo, il lavoro gratuito – neoservile – viene istituzionalizzato.

È sufficiente che un solo componente della famiglia non rispetti il programma per far scattare sanzioni che possono giungere, progressivamente, fino all’intera eliminazione del benefit; o, addirittura, si prevede anche la reclusione da 1 a 6 anni. Si tratta di un programma altamente vigilato, dove ciascun@ è controllato a vista dal proprio navigator e a distanza dalle piattaforme digitali.

Per gli “abili al lavoro”, inoltre, interviene un altro meccanismo perverso di gestione e governo della loro forza-lavoro: quello dell’“offerta congrua”. Più si allunga il tempo di permanenza nel programma, più si amplia il territorio di riferimento delle proposte di lavoro: 100km di distanza da casa nei primi 6 mesi; entro 250 km di distanza dopo il sesto mese; in tutto il paese nel caso di rinnovo del benefit e del programma (dopo 18 mesi). La contraddizione è palese: centralità della famiglia e, però, coazione alla separazione della stessa. Coercizione al lavoro gratuito e sfruttato, pur di “attivare i poveri”, pur di combattere “l’ozio” di chi, come noto, in realtà non smette mai di lavorare, passando da un lavoro precario a un altro, facendo più “lavoretti” contemporaneamente per arrivare a fine mese, in condizioni estreme, prive di tutela, guadagnando nulla; di chi neanche è mai riuscita a entrare nel mercato del lavoro, di chi, oltre a dover fare i suddetti lavoretti di merda, deve anche occuparsi della cura di famigliari e del lavoro riproduttivo dentro casa. È evidente, inoltre, come questo aspetto della distanza proprio dell’“offerta congrua” penalizzi ulteriormente le donne: in assenza di un welfare adeguato, universale e non familistico appunto, per le donne con figli minori sopra i tre anni o con anziani, non invalidi ma comunque a cui dover pensare a casa, sarà assai difficile poter accettare proposte di lavoro a molti km di distanza dalla propria abitazione.

Ma c’è di più. È considerata “offerta congrua” quel salario che supera del 20% l’ultima indennità di disoccupazione percepita dall’ex lavoratrice o lavoratore (già più bassa della retribuzione da lavoro). Ora, se le donne guadagnano mediamente meno rispetto agli uomini, la congrua offerta potrà avere l’effetto di acuire ulteriormente, o comunque di non arginare, i meccanismi di gender pay gap, come anche quelli di dumping salariale che riguardano soprattutto il lavoro migrante. Non solo: considerando che gran parte delle donne non entra proprio nel mercato del lavoro, è ipotizzabile che quel 20% in più sarà calcolato sull’importo mensile del RdC, che però ricordiamo essere un’integrazione al reddito familiare. Nella più rosea delle ipotesi, il salario massimo di riferimento sarà così di 936 euro e magari a centinaia di km di distanza dalla propria abitazione.

Questo reddito di cittadinanza, insomma, si auto-dichiara misura di contrasto alla povertà, ma in realtà finirà per riprodurla, insieme a sfruttamento e subalternità. Il che viene sancito anche dal controllo che ci sarà sulle spese: mensilmente sarà possibile un solo prelievo, di 100 euro per i single e di 210 euro per le famiglie numerose (!!) ed è previsto l’obbligo a spendere tutto il benefit entro la fine di ogni mese (perché in questo modo si vorrebbe far crescere la domanda di consumo). Il diktat è: non puoi risparmiare! Senza possibilità minima di accumulo, è davvero difficile immaginare possibili e minime vie di uscita da condizioni di indigenza. La piattaforma registrerà tutte le spese e il navigator, nella sua funzione di polizia, avrà il compito di segnalare anche le “condotte di consumo non regolari”. Il ministro Di Maio ancora deve spiegarci cosa intende con questa espressione, sono forse le famose “spese immorali”. Noi vorremmo chiedergli se, per esempio, nell’immoralità rientra anche l’accesso alla cultura, all’istruzione, la libertà di scelta delle persone, la vita degna insomma. Rivendichiamo il diritto all’immoralità!

Infine, altri due elementi di riflessione: il primo riguarda il posizionamento di questa misura rispetto alle imprese, a cui, al contrario che ai percettori e alle percettrici del RdC, fa grandi regali, come se non fossero bastati  tutti quelli del precedente governo. Il benefit infatti viene stornato alle imprese attraverso la defiscalizzazione (fino a 18 mesi), qualora esse assumano a tempo indeterminato un/a beneficiario/a del RdC e non lo/la licenzino prima di 24 mesi. Certamente, perché quando si parla di tempo indeterminato, si parla del contratto a tutele crescenti del Jobs Act, privo di articolo 18, dunque rescindibile in ogni momento. Il famoso Decreto dignità non ha infatti intaccato il cuore della riforma del mercato del lavoro più violenta degli ultimi decenni. E se intatte restano precarietà e assenza di tutele, intatto resta il rischio di una maggiore ricattabilità per chi lavora, di una maggiore esposizione per le donne a possibili molestie, violenze e discriminazioni sui luoghi di lavoro.

Del resto – questo il secondo elemento, in sintonia con gli scenari distopici che questo governo ci consegna giorno dopo giorno -, il grande, altro paradosso del RdC sta nel fatto che vorrebbe istituire questo stato di controllo, polizia e umiliazione delle e dei precari attraverso il lavoro di altre e altri precari. Pensiamo in particolare alle lavoratrici e i lavoratori di Anpal servizi che sono proprio ora in mobilitazione. Ma la cosa riguarderà anche i navigator. E quello a cui bisognerebbe guardare, in vista del prossimo sciopero dell’8 marzo ma non solo, è a un’unione delle lotte, tra operatrici e operatori della cosiddetta “industria della ricollocazione” e le/gli utenti, le future e futuri percettrici e percettori del RdC. Per opporsi a questo piano di governo, controllo, segmentazione e sfruttamento della povertà, per tornare a rivendicare il reddito che noi vogliamo, il reddito di autodeterminazione.

Il nostro reddito di autodeterminazione è pensato infatti come strumento di autonomia e liberazione dalla violenza di genere, dalla violenza economica e dalla violenza razzista, dalla precarietà, dallo sfruttamento, dal ricatto del lavoro purché sia. Lo vogliamo pertanto universale e incondizionato, rivolto alla singola persona e non familistico, slegato dalla prestazione lavorativa, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno. Per noi il reddito di autodeterminazione è redistribuzione della ricchezza che quotidianamente produciamo e che quotidianamente ci viene sottratta – altro che guerra a “furbetti”, “oziosi” e “divani”! Garanzia di indipendenza economica per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da relazioni violente, in casa come sul luogo di lavoro; possibilità di rifiutare i lavori di merda, sottopagati, umilianti, possibilità di scegliere, di vivere la vita che vogliamo, di essere felici. Il nostro reddito non regala nulla alle imprese, al contrario, lo vogliamo insieme a un salario minimo europeo, per contrastare i salari da fame e i meccanismi di gender pay gap, di dumping salariale e di segregazione lavorativa delle donne e delle/dei migranti. Lo vogliamo insieme a un welfare universale, gratuito e accessibile a tutt@: non basato dunque sul modello familistico, piuttosto capace di riconoscere garanzie e diritti sociali a tutt@, adeguato alle forme, alle relazioni, ai bisogni, ai desideri, agli stili di vita contemporanei. Servizi laici, gratuiti e non ingerenti rispetto alle scelte di vita delle persone. Infrastrutture sociali in grado di liberare i nostri tempi di vita, di affrontare la questione del lavoro riproduttivo e di cura come un problema che riguarda la società tutta e non soltanto, “naturalmente”, le donne.

Sappiamo quello che vogliamo, siamo in stato di agitazione permanente, l’8 marzo incroceremo di nuovo le braccia in tutto il mondo, che la lotta continui!

Non una di meno Roma

 

 

 

 

 

Report area tematica lavoro e welfare

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A partire dalle domande proposte nel testo di presentazione dell’area tematica su lavoro e welfare, verso le mobilitazioni territoriali contro il ddl Pillon del 10 novembre, il corteo nazionale del 24 novembre a Roma e lo sciopero globale del prossimo 8 marzo, la discussione nel gruppo di lavoro si è orientata sulla condivisione di strumenti e pratiche per:

  • tradurre le rivendicazioni del reddito di autodeterminazione e di un salario minimo europeo in iniziative di lotta;
  • intensificare e moltiplicare le lotte contro la violenza e le molestie sui posti di lavoro;
  • rafforzare lo sciopero femminista, della produzione e della riproduzione, dai generi e dei generi, attraverso pratiche quotidiane, capillari e coordinate, dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Nella consapevolezza che sono sempre state le donne a sostenere senza alcun riconoscimento sociale il peso del welfare e della riproduzione, che l’organizzazione del welfare pubblico e della cura privata vanno cambiate e che le politiche di workfare non fanno altro che acuire la dipendenza economica delle donne dalla famiglia, intendiamo sostenere le vertenze locali già aperte per la riappropriazione delle strutture pubbliche ancora esistenti, collegandole a nuove sperimentazioni di autogestione (per esempio, dei consultori) e di auto-organizzazione e costruendo reti attive tra le esperienze delle case delle donne, dei centri antiviolenza o degli sportelli sociali.

Occorre organizzarsi per contrastare la violenza: sia quella che vorrebbe rimettere al proprio posto le donne, di cui è espressione il ddl Pillon, sia quella che vuole imporre maggiore sfruttamento e peggiori condizioni lavorative alle migranti e ai migranti, di cui è espressione il dl Salvini.

Occorre mettersi in ascolto per dare risposte diverse al bisogno di redistribuzione sempre più diffuso, alle esigenze materiali e ai desideri delle donne e delle soggettività lgbtqi, attraverso un lavoro costante nei territori, respingendo i tentativi paternalistici di moralizzarci, smontando l’ideologia classista, paternalista e razzista che sostiene il cosiddetto “reddito di cittadinanza”.

Condividiamo la necessità di espandere le pratiche di inchiesta e autoinchiesta, a partire da quelle già operative in alcuni territori. L’inchiesta quindi non è un mero strumento tecnico di indagine ma deve essere innanzitutto una metodologia politica, che ci consenta di comunicare e creare legami con le lavoratrici verso lo sciopero globale femminista dell’8 marzo. L’avere sperimentato in questi anni molteplici difficoltà di intervento nei luoghi di lavoro rafforza l’obiettivo di esservi più interne possibile.

I campi e i luoghi che abbiamo individuato per avviare e proseguire inchieste e autoinchieste sono:

  • le molestie sul lavoro, anche nell’ambiente accademico;
  • i processi di precarizzazione ed estensione del lavoro povero e del lavoro gratuito e il futuro ruolo dei centri per l’impiego;
  • le esperienze di alternanza scuola-lavoro e tirocini nei luoghi della formazione.

Tra gli strumenti da costruire collettivamente abbiamo la necessità di:

  • una cassa di resistenza e mutuo aiuto, per garantire a tuttx la possibilità di scioperare;
  • dotarci di strumenti grafici comuni e di una campagna comunicativa e informativa nazionale per demistificare la propaganda sul cosiddetto “reddito di cittadinanza” e costruire un nuovo immaginario sociale su lavoro e non lavoro, scompaginando le gerarchie sociali tra necessità, bisogni e desideri; tra gli strumenti comunicativi già utilizzati in esperienze territoriali da estendere a livello nazionale sono stati proposti: il “disco orario” del lavoro riproduttivo, utilizzato dalle compagne di Non Una di Meno Torino, la “card di autodeterminazione” utilizzata a Padova e i “tariffari” del lavoro gratuito prodotti dalle reti transfemministe queer;
  • mappare i luoghi di molestie sul lavoro e creare network in cui le donne trovino supporto concreto e spazio per l’autorganizzazione, per continuare a trasformare il #metoo in un potente #wetoogether.

In sintesi, è stata condivisa da tutte la necessità di riportare il Piano femminista contro la violenza maschile e di genere nelle piazze da oggi a l’8 marzo, declinando le campagne in base alle specificità dei territori ma connettendosi alle esperienze di lotta in cui le donne sono protagoniste a livello globale, dando concretezza alle rivendicazioni, alle proposte e all’analisi su lavoro e welfare:

  • per un reddito di autodeterminazione, universale e incondizionato, inteso anche come strumento sia di prevenzione sia di sostegno ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza in ambito familiare e dalla tratta;
  • per un salario minimo europeo, contro la divisione sessuale internazionale del lavoro, il lavoro povero e i differenziali salariali tra uomini e donne;
  • per un welfare pubblico e universale, accessibile a tuttx e sganciato dal familismo in cui il ddl Pillon ci vuole sprofondare.

Abbiamo quindi l’urgenza di promuovere e costruire fin da subito uno sciopero di massa per il prossimo 8 marzo: lo sciopero politico femminista sarà uno sciopero effettivo anche dal lavoro produttivo e riproduttivo, dobbiamo bloccare tutto il paese. L’iniziativa politica deve partire da tutte noi, con gioia e responsabilità, per costruire uno sciopero femminista generalizzato, autoconvocato e autorganizzato, per una radicale trasformazione delle nostre vite, che non intendiamo contrattare.