“MIRA COMO NOS PONEMOS” (Guarda come diventiamo)!

MIRA COMO NOS PONEMOS

La traduzione dell’appello lanciato dalle attrici argentine per denunciare lo stupro contro l’attrice Thelma Fardin. Di fronte a “MIRA COMO ME PONES” (guarda come me lo fai diventare duro), noi rispondiamo “MIRA COMO NOS PONEMOS” (guarda come diventiamo) poiché siamo forti e unite e, di fronte alla tua violenza e alla tua impunità, noi stiamo insieme.

CONFERENZA DELLE ATTRICI ARGENTINE

La collettiva delle attrici argentine hanno convocano questa conferenza stampa per accompagnare la denuncia penale presentata in Nicaragua nell’Unità Specializzata di Delitti contro la Violenza di Genere ad effettuata dalla nostra compagna Thelma Fardin contro Juan Dartes.

Da tempo stiamo lavorando, realizzando regolarmente assemblee nelle quali riflettiamo sugli argomenti in relazione con i nostri lavori. Queste assemblee ci danno la possibilità di poter parlare e raccontare ciò che ci accade. È per questo oggi siamo qui

Come già sappiamo il movimento delle donne e di tutte le altre diversità di genere e orientamento sessuale  si propone di sradicare il regime di violenza ed impunità sostenuto tanto dallo stato, come in ogni spazio in cui si giocano relazioni di potere. Violenze e impunità presenti nei nostri lavori e nei luoghi di formazione.

Il prezzo che ci è stato imposto nel momento in cui abbiamo scelto questa  professione è stato quello del silenzio e della sottomissione. Secondo un’indagine recente di SAGAI (Società Argentina di attori), il 66% delle attrici hanno affermato essere stata vittima di molestia e/o abuso sessuale nell’esercizio della professione. Sembra più una regola che un’eccezione. Perché, Chi denunciamo? Al capo del casting? Al produttore? Al direttore dell’opera o del film? All’insegnante di teatro?

Sappiamo che questo è un fenomeno che ha scosso profondamente il mondo dello spettacolo ed è funzionale allo stesso. Oggi diciamo Basta. Ascoltateci: il tempo dell’impunità per lo stupratore deve finire.

Noi attrici siamo ignorate quando denunciamo ed esponiamo gli abusi.  Sistematicamente si dubita di quello che raccontiamo, delle nostre prove. Nel lavoro siamo isolate di fronte a esperienze traumatiche che sono narrate come naturali, e che a volte necessitano degli anni per diventare parole. Intanto, lo stupratore parla, agisce e lavora con totale impunità, e pretende di rendere le vittime responsabili del suo abuso.

Nel nostro contesto, l’oppressione e l’oggettivazione sono moneta corrente. Si erotizzano e si sovraespongono ragazze adolescenti nell’industria dell’intrattenimento. Non siamo quasi mai protette da chi ci contratta. Ad esempio, fanno partire minorenni in tour senza tutela sufficiente ed adeguata. Non ci sono protocolli d’azione di fronte a casi d’abuso; e la lista è interminabile.

Abbiamo bisogno di attrezzarci per affrontare queste questioni che inoltre sono accentuate dalla precarietà e dalla mancanza di lavoro.

Contro tutte queste forme di violenza e perché questo cambi, ci mettiamo a lavorare già da oggi, da ora per dare questa battaglia.

Dove la giustizia e lo Stato impediscono, respingono, ritardano, stigmatizzano le vittime o emettono sentenze in modo aberrante a favore dei criminali, come nel caso di Lucía Perez, noi ci convochiamo per dire basta. Perché il tempo del silenzio si è finito.

Deploriamo che alcuni mezzi cerchino di deviare l’attenzione verso il lato più morboso dei conflitti mentre tacciono le problematiche di lavoro. Diventano complici. Chiediamo ai giornalisti e alle giornaliste responsabilità nell’ affrontare quest’argomenti.

Gli stupratori hanno il privilegio di utilizzare il sistema di giustizia per disciplinarci. Cercano di farci tacere avviando cause per risarcimento danni o denunce penali contro coloro che osano rompere il silenzio e intanto le vittime soffrono le archiviazioni, i ritardi, i cattivi trattamenti e la mancanza di credibilità da parte del sistema giudiziario.

Thelma ha potuto denunciare penalmente il suo aggressore ma altre compagne che hanno raccontato essere state violentate dallo stesso aggressore, non hanno potuto procedere con la denuncia.

Incoraggiare a fare una denuncia è un atto di alto rischio quando il potere giudiziario ci accusa chiedendo come ci vestiamo, quale tipo di vita conduciamo o se provochiamo gli attacchi.

Di fronte a questo maltrattamento, questa indifferenza e questo modo di zittirci nella giustizia, noi attrici ci organizziamo.

Di fronte a “MIRA COMO ME PONES” (guarda come me lo fai diventare duro), noi rispondiamo “MIRA COMO NOS PONEMOS” (guarda come diventiamo) poiché siamo forti e unite e, di fronte alla tua violenza e alla tua impunità, noi stiamo insieme.

Che si faccia giustizia per la nostra compagna e per tuttu.

Questo è appena iniziato

Argentina dicembre 2018

 

Senza l’aborto legale, non c’è Ni Una Menos. No al patto di Macri con il FMI. No al pagamento del debito estero

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Il potente documento politico letto in piazza dalle sorelle argentine con tutte le rivendicazioni di #NiUnaMenos 2018 – in traduzione integrale su Manastabal blog.

Buenos Aires, 4 giugno 2018. Per il quarto anno consecutivo, al grido di Ni Una Menos, una marea di donne, lesbiche e trans* invade la capitale argentina concentrandosi nella piazza del Congresso. Agitano i fazzoletti verdi, simbolo di una campagna durata tredici anni per l’aborto legale, sicuro e gratuito, in procinto di approdare alla discussione parlamentare. Annunciano di non essere disposte ad accontentarsi di un singolo provvedimento, ma di voler «cambiare tutto»: dove “tutto” sta per i dispositivi politici, economici, giuridici e sociali che, con rinnovata intensità nella fase neoliberale, imprimono sulla vita delle donne, negli spazi pubblici e privati, il marchio della coazione etero-patriarcale. Ni una menos si conferma come la punta di lancia di un movimento femminista cha sta contagiando gli altri paesi dell’America Latina.

Ecco il testo del documento redatto collettivamente dalle assemblee femministe per Ni Una Menos 2018 e letto il 4 giugno in Plaza de los Dos Congresos, tradotto da Manastabal.

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Nel 2015 la forza dei nostri passi e della nostra voce ha fatto girare la terra sul suo asse. Abbiamo messo in marcia una rivoluzione. In Argentina siamo state un milione a levare un solo grido: BASTA UCCIDERCI. NON UNA DI MENO. CI VOGLIAMO VIVE. Il terremoto non si è fermato qui. Oggi, per la quarta volta, donne cis e trans, lesbiche, bisessuali e travestiti sono qui, e in tutte le province dell’Argentina, per riprendere a gridare NI UNA MENOS. Siamo un movimento potente, vario, eterogeneo, che è stato in grado di dimostrare che ogni violenza esercitata contro di noi nasce dalla violenza esercitata dagli Stati e dai governi ogni volta che ci sottomettono allo sfruttamento dei nostri corpi, ogni volta che violano i nostri diritti umani, ogni volta che ripetono formule economiche neoliberali e capitaliste che producono più fame e violenza. Siamo quelle che si oppongono a tutti i governi che hanno voluto e vogliono imporci un regime di sfruttamento, spoliazione e fame, nell’ambito del quale le più pregiudicate siamo noi lavoratrici, disoccupate ed escluse: le più povere tra i poveri.

Non siamo vittime, cresciamo nella potenza della nostra danza collettiva. I nostri femminismi di lotta sono latinoamericani e internazionali come il pugno in alto delle irlandesi che hanno conquistato il diritto all’aborto. Veniamo a riscuotere un debito dagli Stati e dai governi per quelle che in tutti gli angoli del pianeta si ribellano e si organizzano. Siamo molte di più di quelle che si trovano qui, siamo le eredi delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo, siamo le combattenti popolari, siamo le donne, trans, lesbiche, bisessuali, non-binarie, travestiti, indigene, afrodiscendenti, migranti, abitanti dei quartieri poveri e donne con HIV. Siamo ognuna delle attiviste che nel 2005 hanno iniziato questa lotta con la Campagna Nazionale per il Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito. Al tempo stesso diciamo di smetterla di vittimizzarci, affermiamo il nostro diritto al piacere, a decidere dei nostri destini, a disporre del nostro tempo, a non essere sfruttate né obbligate a soddisfare desideri che non sono nostri.

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Ci opponiamo al governo di Macri, alla coalizione Cambiemos e ai governatori, agli imprenditori e alla giustizia egemonica, padronale, bianca, misogina, eteronormativa, razzista, sessista, patriarcale e capitalista dei ricchi e dei potenti. Oggi veniamo in questa piazza davanti al Congresso per dire che non ci disciplineranno più, che non accettiamo che ci dicano come, quando, dove e con chi vivere, partorire, fare sesso. E diciamo loro che stiamo facendo la storia! Viviamo e ci assumiamo la responsabilità per quelle che non vivono più. Ci organizziamo per dimostrare a noi stesse, e mostrare a quelle che domani si uniranno a noi, che unite possiamo abbattere il patriarcato e il capitalismo e dire no al patto illegittimo che imprigiona in debiti che non intendiamo pagare con le nostre vite, e dire sì, un’altra volta, all’autonomia dei nostri corpi, sì all’aborto legale, sicuro e gratuito.

SENZA ABORTO LEGALE NON C’È NI UNA MENOS! NO AL PATTO DI MACRI CON IL FMI! NON UNA DI MENO! CI VOGLIAMO VIVE! LO STATO È RESPONSABILE

  1. SENZA ABORTO LEGALE NESSUNA NI UNA MENOS. VA APPROVATO IL PROGETTO DELLA CAMPAGNA NAZIONALE PER IL DIRITTO ALL’ABORTO LEGALE, SICURO E GRATUITO, NESSUN ALTRO!

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Vogliamo l’aborto legale subito! Con la nostra forza e la nostra mobilitazione abbiamo imposto che si discutesse al Congresso Nazionale il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito. E alzando i nostri fazzoletti verdi esigiamo che il Congresso approvi il progetto di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza redatto dalla Campagna Nazionale per l’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito. Rifiutiamo i progetti di legge che cercano di trarre in inganno proponendo solo la “depenalizzazione”, chiediamo la legalizzazione!

Non vogliamo che le chiese interferiscano con i nostri corpi. Diciamo no all’obiezione di coscienza come scusa per ostacolare i nostri diritti. Esigiamo la separazione della Chiesa dallo Stato e la fine delle sovvenzioni alla Chiesa cattolica e all’educazione religiosa, che quest’anno ammontano a 32.000 milioni di dollari. La nostra richiesta è globale: educazione sessuale per decidere, contraccettivi per non abortire, aborto legale per non morire.

Esigiamo che la legalizzazione dell’aborto garantisca la sua realizzazione e copertura nel piano sanitario obbligatorio degli ospedali pubblici e privati; che includa la produzione pubblica di Misoprostol di qualità e autorizzato per l’uso gineco-ostetrico, per finirla con il monopolio che oggi rende i prezzi esorbitanti; che siano garantiti l’accesso e la distribuzione gratuita nel sistema sanitario pubblico e la vendita a prezzi popolari nelle farmacie.

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Esigiamo il finanziamento del Programma di Educazione Sessuale e di Salute Sessuale e Procreazione Responsabile. Esigiamo la regolamentazione e l’implementazione della legge di Educazione Sessuale Integrale. Vogliamo un’educazione sessuale integrale, laica e con una prospettiva di genere a tutti i livelli e in tutte le province del paese. FUORI la chiesa dall’educazione!

Denunciamo lo Stato ipocrita che ci obbliga ad abortire in clandestinità, molte volte portate a rischiare le nostre vite per le condizioni estreme di miseria e di precarietà in cui siamo obbligate a vivere all’interno di questo regime sociale. Esigiamo il diritto di accedere alle condizioni materiali, economiche e sanitarie che ci permettano di decidere se vogliamo essere madri o no.

Ripudiamo i governi che mantengono l’aborto illegale in America Latina, e in particolare i governi di El Salvador, Honduras, Nicaragua, Haiti, Suriname e Repubblica Dominicana. Esigiamo che si rispetti in questi paesi, e nel mondo intero, il diritto a decidere sul proprio corpo. La maternità è un’opzione e un diritto della donna, non un’imposizione. Vogliamo che l’approvazione dell’aborto legale in Argentina sia la punta di lancia di un movimento che attraversi tutta l’America Latina. Non una morta in più di aborti insicuri! Vanno rispettate le nostre decisioni se non vogliamo partorire!

  1. NO AL PATTO DI MACRI CON IL FMI. NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO ESTERO. ABBASSO L’AUSTERITÀ DI MACRI E DEI GOVERNATORI. BASTA LICENZIAMENTI, SOSPENSIONI E REPRESSIONE.NUDM argentina 02

Ripudiamo la decisione del governo di Mauricio Macri di portare avanti un accordo con il FMI che significa FAME. Un patto che significa austerità, licenziamenti, povertà e precarizzazione per l’intera classe lavoratrice e soprattutto per donne, trans, lesbiche, bisessuali, non-binarie, travestiti, indigene, afrodiscendenti, migranti, abitanti dei quartieri poveri e donne con HIV. Denunciamo le richieste di questo organismo, come il taglio del bilancio già scarso per la salute e l’educazione, aree storicamente femminilizzate e l’eliminazione dei regimi pensionistici speciali. Abbasso la riforma delle pensioni!

Abbasso la CUS e il progetto ospedaliero Sur, che puntano alla privatizzazione della sanità pubblica. Diciamo NO all’UNICABA insieme alle/agli studenti degli istituti terziari.

Esigiamo di non pagare il debito estero e vogliamo al suo posto stanziamenti per l’implementazione di politiche di genere che contribuiscano all’attuazione dei nostri diritti. Il debito ce l’avete con noi.

Siamo qui contro l’austerità neoliberale messa in atto da Macri e dai governi provinciali. L’austerità ci taglia, ci precarizza, ci vuole indebolire, ma noi siamo unite e ci aggiungiamo alle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori dello Stato, della Metropolitana, di Telam, di Radio Del Plata, delle/gli insegnanti, dell’Istituto Nazionale di Tecnologia Industriale, dell’ospedale Posadas, della linea 144, etc. E sosteniamo tutte le lotte contro il tetto salariale che il governo punta a imporre con il silenzio complice della burocrazia sindacale. Esigiamo l’apertura delle commissioni paritarie e rifiutiamo il tetto salariale che ci vuole imporre un aumento ben al di sotto dell’inflazione che, per quanto riguarda quest’anno, supera il 10%. Rifiutiamo anche gli articoli sul presenzialismo e la produttività che comportano una riduzione delle retribuzioni, soprattutto per le lavoratrici, e rifiutiamo la persecuzione dell’attivismo combattivo da parte della burocrazia sindacale e dei governi nazionali e provinciali. Abbasso il patto fiscale! No alla modifica dei contratti collettivi! Diciamo no alla riforma del lavoro che precarizza le nostre vite!

Da questa piazza chiediamo SCIOPERO GENERALE SUBITO! Come abbiamo detto durante ogni sciopero, ogni 8 marzo, NOI SCIOPERIAMO, NOI SCIOPERIAMO! Imparate dal movimento femminista che scende in piazza in modo unitario per mettere un freno a queste politiche che vogliono la miseria economica e affettiva delle maggioranze!

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Rifiutiamo tutte le forme di violenza sul posto di lavoro contro donne, trans, lesbiche, bisessuali, non-binarie, travestiti, indigene, afrodiscendenti, migranti, abitanti dei quartieri poveri e donne con HIV. Perché le lavoratrici sono esposte alla limitazione dei loro diritti, al taglio dei loro salari e sono sottoposte alla minaccia della disoccupazione e alla disciplina della produttività. Perché la disoccupazione cresce di due punti quando si parla di donne, perché il divario salariale è in media del 27% e nel mercato informale sale al 40%. Rivendichiamo l’accesso a tutte le categorie alle stesse condizioni degli uomini. Basta discriminazioni sul lavoro, esigiamo tutti i diritti per le lavoratrici.

Siamo venute per dire nuovamente che migrare non è un crimine! Non una migrante di meno! Esigiamo l’annullamento del Decreto di Necessità e Urgenza 70/2017 e l’eliminazione del Centro di Detenzione Migrante. Ripudiamo l’esproprio violento delle terre delle comunità indigene e contadine, contro l’estrattivismo, contro l’intossicazione da agrotossici che ci avvelenano e ci uccidono. Contro il razzismo, la discriminazione e la xenofobia nei confronti delle donne afrodiscendenti, afroindigene e afroargentine che la tratta schiavista ha costretto a partecipare alla crescita del sistema capitalista che stiamo affrontando oggi. Esigiamo la riparazione storica che ci è dovuta secondo la legge 26.856 “Maria Remedios del Valle, Capitana della Matria, che grazie al suo coraggio ha contribuito all’indipendenza di questo paese”.

Noi donne con HIV esigiamo la promulgazione della nuova legge su HIV, ITS ed epatite virale. Basta con la riduzione dei fondi che ci garantiscono prevenzione, profilassi, farmaci, aderenza al trattamento e reagenti. Basta violenza contro la libertà riproduttiva. Basta violenza ginecologica e ostetrica contro di noi. Siamo più di 40.000! L’HIV non uccide, lo stigma e la discriminazione sì. NON C’È PIÙ TEMPO!

Basta repressione. Esigiamo il ritiro delle denunce e la libertà per tutti/e i/le prigionieri/e politici/he. Libertà per Milagro Sala e per tutte le compagne della Tupac prigioniere.

Non vogliamo che alle Forze Armate si permetta di occuparsi di sicurezza interna,  vogliono solo spianare la strada alla repressione della protesta sociale. Santiago Maldonado e Rafael Nahuel: presenti! Respingiamo il tentativo di Macri di riformare il codice penale per incarcerare le/i combattenti. Siamo al fianco delle lavoratrici della metropolitana che sono state duramente represse per aver difeso il loro salario. Ci opponiamo ai licenziamenti delle metro-delegate e alla violenza patita da tutte le compagne represse, picchiate e imprigionate dalla polizia municipale. Esigiamo la liberazione di tutti i/le detenuti/e delle giornate del 14 e 18 dicembre. Basta con il grilletto facile nei quartieri popolari. Non vogliamo più repressione nelle città, né incursioni illegali, pestaggi e arresti come quelli di Iván ed Ezequiel, compagni di La Poderosa.

Abrogazione della legge anti-terrorismo, dei protocolli e di tutte le leggi anti-repressive.

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Smantellamento delle reti di trafficanti e delle forze repressive dello Stato e dei loro complici. Condanna effettiva per i papponi. Creazione di politiche pubbliche che sostengano la legge sulla tratta, così come tutti gli strumenti finalizzati all’assistenza legale e alla protezione completa delle vittime e delle loro famiglie. Denunciamo la chiusura dei rifugi per le vittime. Basta repressione, persecuzione, abusi ed estorsioni poliziesche ai danni delle lavoratrici del sesso e delle persone in situazione di prostituzione. Chiediamo l’abolizione degli articoli che permettono di tenere in stato d’arresto chiunque senza autorizzazione giudiziaria e che criminalizzano l’esercizio della prostituzione in 18 province. In particolare l’articolo 680 del codice della provincia di Buenos Aires.

Denunciamo l’invasione da parte dello Stato genocida dei territori indigeni, basta criminalizzarci e processarci per il recupero del territorio ancestrale, basta violenza istituzionale contro le/i combattenti indigeni, basta razzismo e xenofobia. Respingiamo il modello estrattivista che porta benefici soltanto alle multinazionali e ai governi complici dell’espulsione. Basta femminicidi e femicidi territoriali! Ci vogliamo plurinazionali!

  1. NI UNA MENOS. BASTA FEMMINICIDI E TRAVESTICIDI: L’ODIO PER LE DONNE, LE LESBICHE, I TRAVESTITI, I BISESSUALI E LE TRANS È ASSASSINO. IL MACHISMO È FASCISMO.

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Siamo venute in questa piazza per pronunciarci contro tutte le forme di violenza machista. Una donna viene assassinata ogni 30 ore e il governo di Macri e Fabiana Tuñez congela il bilancio dell’Istituto Nazionale per le Donne e assegna solo 8 dollari per l’assistenza a ogni donna. Esigiamo finanziamenti per l’applicazione della legge 26.485 per sradicare la violenza contro le donne. Rifugi sicuri per le vittime di violenza con assistenza psicologica e legale adeguata. Lavoro vero e alloggi per le vittime di violenza e i/le loro figli/e. Esigiamo la riapertura e il finanziamento degli spazi adibiti all’assistenza per la violenza di genere nelle municipalità, nelle università e in ogni spazio comune in cui la legge 26.485 prevede che si fornisca assistenza alle vittime. C’è una legge, vogliamo che venga applicata!

Denunciamo il potere giudiziario della Repubblica Argentina come uno dei bracci esecutivi del patriarcato. Il potere giudiziario è sessista, misogino, razzista, odia le lesbiche e le trans, ci invisibilizza, ci discrimina, ci rivittimizza. Esigiamo dallo Stato che attivi in forma immediata i procedimenti di rimozione e destituzione di tutti i giudici, pubblici ministeri e funzionari giudiziari che esercitano violenza di genere istituzionale e disattendono sistematicamente la legge 26.485 a quasi dieci anni dalla sua approvazione.

Di fronte alla violenza, l’inasprimento delle pene non scoraggia i crimini contro la vita. Si tratta di demagogia punitiva di fronte all’indignazione sociale. Non invocatelo a nostro nome. Reclamare a gran voce più carcere non serve a risolvere il problema di fondo. Chiediamo politiche di prevenzione contro la violenza machista, educazione con prospettiva di genere, formazione degli operatori giudiziari e una risposta efficace dello Stato alle denunce. Solidarizziamo con le compagne incarcerate comprendendo che il sistema le opprime due volte: le stigmatizza in quanto incarcerate e in quanto donne. Diciamo no all’infantilizzazione delle donne nelle prigioni e no alla tortura psicologica.

Basta repressione, persecuzione, abuso ed estorsione poliziesche ai danni delle persone in situazione di prostituzione. Per lo smantellamento delle reti della tratta. Liberazione delle ragazze rapite. Carcere per i papponi, i poliziotti e i politici coinvolti. Risarcimenti per i danni fisici, psicologici ed economici causati alle vittime e ai loro familiari.

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Siamo venute a gridare che l’eterosessualità obbligatoria è violenza!Basta crimini di omo-lesbo-trans-odio. Chiediamo l’attuazione della legge di identità di genere: accesso reale al diritto alla salute integrale, alle rettifiche anagrafiche veloci, al rispetto della propria identità. Esigiamo la quota professionale trans come legge nazionale e una protezione speciale per la loro infanzia e vecchiaia. Riparazione storica e riconoscimento del genocidio di travestiti e trans, lo Stato è responsabile. Per l’integrità, il rispetto e l’autonomia dei corpi grassi e intersex stigmatizzati e patologizzati.

Esigiamo che le politiche pubbliche tengano conto delle donne con disabilità.

Denunciamo la precarizzazione patita dalle lesbiche che raggiungono l’età adulta senza alloggio e senza famiglia.

Basta con la violenza ginecologica.

Siamo venute in questa piazza a dichiarare che ci vogliamo vive, che abbiamo il diritto al piacere, a vivere la notte in libertà e senza paura, a godere della nostra sessualità senza repressioni, senza mandati, senza molestie, senza gerarchie. Abbiamo il diritto alla festa e all’amore, abbiamo diritto al tempo libero e a dire sì ogni volta che vogliamo dire sì, proprio come diciamo no quando ci ribelliamo a ciò che ci viene imposto.

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Siamo venute in questa piazza perché siamo stufe e siamo organizzate! E ora che siamo insieme, chiediamo giustizia per il travesticidio di Diana Sacayan e di tutte le compagne assassinate per crimini di odio! Veniamo a gridare che non c’è Ni Una Menos senza l’assoluzione di Higui, di Mariana Gomez, di Yanina Faríaz, accusata dalla giustizia misogina che l’ha stigmatizzata come cattiva madre e Joe Lamonge, ragazzo trans incarcerato per essersi difeso da transodio patriarcale. Non c’è Ni Una Menos senza la richiesta di giustizia per Marielle Franco, crivellata dalle forze di sicurezza in Brasile sotto il governo di Temer. Per gridare forte: Libertà per l’adolescente palestinese Ahed Tamimi!

Non permetteremo a questo regime sociale capitalista bianco, misogino, eteronormativo, razzista e machista di prendersi il nostro diritto di abitare il mondo essendo quello che vogliamo essere. Contro ogni forma di sfruttamento e oppressione, chiamiamo le nostre sorelle di tutto il mondo a continuare a lottare per le nostre vite. Il nostro movimento continuerà a difendere il suo carattere anticlericale, anticapitalista, antipatriarcale e indipendente dallo Stato e dai governi. Siamo state le prime a fare uno sciopero nazionale contro questo governo dell’austerità e ora diciamo NO al patto di Macri con il FMI e chiediamo alle centrali sindacali di convocare uno sciopero nazionale e un piano di lotta per sconfiggerlo. Conquisteremo il nostro diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito. Separazione immediata della Chiesa e dello Stato. Questo 13 giugno ci mobiliteremo tutte al Congresso e che tutta l’America Latina sia dipinta di verde. Senza aborto legale non c’è Ni Una Menos.

Qui il testo originale pubblicato su Latfem.

Testo tratto da Manastabal.

Para Marielle Franco: Não uma a menos

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Recebenos  com dor, raiva e consternação a notícia da morte no Rio de Janeiro de Marielle Franco, 38 anos,  militante feminista lésbica negra do PSOL. Quinta vereadora eleita com mais  de 46 mil votos nas eleiçoes de 2016 no Rio de Janeiro, Marielle nasceu na Maré, e por isso gostava de definir-se ‘cria da Maré’.

Ativista feminista, lésbica, negra, sempre a frente na defesa dos direitos humanos nas faveals, contra o estermínio da população negra e pobre, Marielle morreu numa verdadeira execução atingida por diversos tiros na cabeça que foram disparados de um carro que se aproximou ao carro em que ela estava viajando. Junto com ela morreu também o motorista e foi atingida a sua assessora  sem ferimentos graves. Marielle estava voltando de uma roda de conversa de feministas negras onde ela tinha defendido as políticas de inclusão escolar para  a populaçao negra e pobre, lembrando como ela própria tinha conseguido fazer a Faculdade graças a estas.

Nas últimas semanas Marielle tinha denunciado o aumento da violência e da brutalidade das ações da polícia, em particular em Acari, por meio do 41º Batalhão da Polícia Militar do Rio de Janeiro. O dia anterior ao seu assasinato escreveu mensagem em seu Twitter, “Mais um homicídio de um jovem que pode estar entrando para a conta da PM. Matheus Melo estava saindo da igreja. Quantos mais vão precisar morrer para que essa guerra acabe?”.

Este homicídio, perpetrado poucos dias depois da greve geral e mundial das mulheres do 8 de março, é um sinal da forte repressão  que está ocorrendo no Brasil, contra quem, como Marielle, mulher, negra e feminista, criticava abertamente o Presidente Temer e o governo do Estado do Rio de Janeiro por suas políticas repressivas contra as popolaçoes mais pobres, e particularmente contra os negros e as mulheres.

O Presidente Temer decidiu no começo do ano enviar o exército para o Rio de Janeiro com o objetivo de controlar a cidade e garantir a segurança, para conter o que foi apresentado como uma escalda da violência, em particular da violência de gênero. No Brasil, segundo  dados da Organizaçao Mundial da Saude,  a taxa de feminicidios é de 4,8 por cada 100 mil mulheres, ocupando o país o quinto lugar a nível mundial.

Desde dia 28 de fevereiro Marielle era relatora da Comissão que acompanha a intervenção federal no Rio de Janeiro. Ela, junto a outras vozes, tinha denunciado essa intervençao por ser de fato um dispositivo de controle e repressão da população pobre e negra da cidade, usado pelo Presidente em vista das eleiçoes presidencias. A vereadora era sempre presente nas importantes manifestações das mulhers, que nos últimos anos ocuparam as praças do Brasil.

Sabemos que quem, como Marielle, foi sempre ao lado das mulheres nas favelas, se opunha às políticas de limpeza (termo usado para as detenções de massa e homicídios) por parte da polícia e à concepção das favelas como imensas regioes deixadas nas mãos do crime organizado. As favelas representam uma necessidade para o neoliberalismo. Marielle sempre esteva ao lado das mulheres, que são as mais atingidas pelas políticas de repressão, às quais são negadas as chances de sair da pobreza absoluta. A execução de  Marielle representa exatamente aquilo contra o que ela lutava: o extermínio da populaçao negra, pobre e sobretudo os /as moradores/as de favelas.

A maré feminista global abraça nesse momento as companheiras feministas brasileiras, tomando Marielle como exemplo de coragem e força, gritando forte “a nossa força vai enterrar vocês”.

Marielle é parte da maré feminista e nos vamos levá-la conosco em qualquer lugar e em todas nossas lutas, começando pela luta contra o silêncio e o esquecimento no  qual vão tentar fazer cair esse homicídio político.

Nenhum passo atrás. Nenhuma a menos.

Marielle Presente! Feminsimo é revolução

Non una di meno – Italia

Roma, 15 de março 2018.

La marea è incontenibile! Noi scioperiamo

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Ieri l’assemblea nazionale di Non Una di Meno riunita a Roma dopo l’oceanica manifestazione del 25 novembre, ha letto e fatto proprio l’ appello lanciato da Ni Una Menos Argentina alla costruzione dello sciopero globlale delle donne per il prossimo 8 marzo 2018. Siamo pronte a incrociare le braccia di nuovo nel lavoro produttivo e riproduttivo, gratuito e a nero, formale e informale, costruiremo una nuova memorabile giornata di lotta delle donne, delle trans, dei soggetti queer, del lavoro femminilizzato, fuori dalla ritualità contro il ricatto della precarietà e delle violenza!

#wetoogheter  #nosotrasparamos

Noi, donne del mondo, siamo nel pieno di un processo di rivoluzione esistenziale. L’8 marzo del 2017 ci siamo unite, e abbiamo assunto una misura di forza: abbiamo fatto il primo sciopero internazionale delle donne, con un’articolazione transnazionale, multilinguistica ed eterogenea, in 55 diversi Paesi. Abbiamo cominciato a tessere la trama di un nuovo internazionalismo. Ci siamo costituite come soggette rivoluzionarie inattese a livello globale e abbiamo sfidato ogni forma di sfruttamento, razzismo e crudeltà dal punto di vista di un’etica femminista che ha come proprio centro una politica della vita, e non del sacrificio. Per noi ogni corpo, ogni esistenza conta. Mettiamo in pratica qui e ora il mondo in cui vogliamo vivere.

Diciamo Non Una di Meno come segno di una trasversalità che coniuga le melodie di rivoluzioni passate e la tenacia delle lotte femministe. Abbiamo messo in circolazione una forma di potere che si dissemina come un virus e germoglia al cuore delle organizzazioni politiche e sociali, aprendo spazi di democratizzazione e sfidando le retoriche dell’impotenza; rompe l’ambito domestico  come confinamento; trasforma il dibattito sindacale; attiva e moltiplica le resistenze all’interno della produzione e delle economie popolari; radicalizza la lotta contro l’estrattivismo e contro ogni forma di spossessamento; fa irruzione nell’industria dello spettacolo; pervade i linguaggi artistici; mette in tensione le lingue sedimentate, per obbligarle a nominare esistenze e identità nuove, contesta il controllo della finanza sul nostro quotidiano; esplode nelle piazze e nei letti. Nulla è immune alla rivoluzione femminista; la marea avanza e si ritrae, si diffonde carsicamente e si propaga come una scossa che produce nuova forza.

Noi scioperiamo perché ci sospinge questa marea, a sua volta nutrita dalle nostre rivolte.

Scioperiamo e fermiamo il mondo per negare radicalmente ogni naturalità alla violenza e a tutte le forme di sfruttamento. Scioperiamo contro la crudeltà che prende i nostri corpi come prede di conquista. Scioperiamo contro il razzismo e contro ogni forma di appropriazione dei nostri corpi e dei territori in cui viviamo. Scioperiamo in difesa delle nostre vite e delle nostre autonomie. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo, in cui il nostro desiderio disegni un altro modo di vivere sulla terra.

Il nostro sciopero non è solo un evento, è un processo di trasformazione sociale e di accumulazione storica di forze insubordinate che non può essere imbrigliato nelle regole della democrazia formale. Il nostro movimento eccede costitutivamente l’esistente, attraversa frontiere, lingue, identità e scale per costruire nuove geografie, radicalmente diverse rispetto a quelle del capitale e dei suoi movimenti finanziari.

Contro la divisione sessuale e razzista del lavoro; contro il dominio della finanza sulla vita; contro la produzione di corpi e vite di scarto; contro il puritanesimo con cui pretendono di neutralizzare le nostre sperimentazioni; contro i tentativi di appropriazione neoliberale delle nostre rivendicazioni; contro il pinkwashing  delle multinazionali; contro gli immaginari e le pratiche machiste nei media; contro securitarismo e politiche meramente penali, che pretendono di disciplinare e moralizzare in nostro nome; contro la repressione, la criminalizzazione e la demonizzazione delle nostre lotte: contro tutto questo noi scioperiamo.

Lo sciopero è uno strumento che abbiamo reinventato per contestare e distruggere la trama delle violenze contro di noi. Lo sciopero ci consente di cartografare le nuove forme coloniali e imperiali di potere che si esercitano contro le nostre economie e i territori in cui viviamo. Lo sciopero ci chiama a fare inchiesta, ad attivare le resistenze e le disobbedienze, la produzione di forme di vita alternative e di corpi ribelli.

Ci convochiamo tutte, donne, lesbiche, trans e corpi femminilizzati del mondo, per propagare il virus dell’insubordinazione. Ci convochiamo nuovamente con una misura di forza e un grido comune per il prossimo 8 marzo del 2018: noi scioperiamo.

¡Ni Una Menos, Vivas Nos Queremos!

Non Una di Meno! Ci vogliamo vive !

Buenos Aires, 15 novembre 2017

La marea è incontenibile! Noi scioperiamo

 

Noi, donne del mondo, siamo nel pieno di un processo di rivoluzione esistenziale. L’8 marzo del 2017 ci siamo unite, e abbiamo assunto una misura di forza: abbiamo fatto il primo sciopero internazionale delle donne, con un’articolazione transnazionale, multilinguistica ed eterogenea, in 55 diversi Paesi. Abbiamo cominciato a tessere la trama di un nuovo internazionalismo. Ci siamo costituite come soggette rivoluzionarie inattese a livello globale e abbiamo sfidato ogni forma di sfruttamento, razzismo e crudeltà dal punto di vista di un’etica femminista che ha come proprio centro una politica della vita, e non del sacrificio. Per noi ogni corpo, ogni esistenza conta. Mettiamo in pratica qui e ora il mondo in cui vogliamo vivere.

Diciamo Non Una di Meno come segno di una trasversalità che coniuga le melodie di rivoluzioni passate e la tenacia delle lotte femministe. Abbiamo messo in circolazione una forma di potere che si dissemina come un virus e germoglia al cuore delle organizzazioni politiche e sociali, aprendo spazi di democratizzazione e sfidando le retoriche dell’impotenza; rompe l’ambito domestico  come confinamento; trasforma il dibattito sindacale; attiva e moltiplica le resistenze all’interno della produzione e delle economie popolari; radicalizza la lotta contro l’estrattivismo e contro ogni forma di spossessamento; fa irruzione nell’industria dello spettacolo; pervade i linguaggi artistici; mette in tensione le lingue sedimentate, per obbligarle a nominare esistenze e identità nuove, contesta il controllo della finanza sul nostro quotidiano; esplode nelle piazze e nei letti. Nulla è immune alla rivoluzione femminista; la marea avanza e si ritrae, si diffonde carsicamente e si propaga come una scossa che produce nuova forza.

Noi scioperiamo perché ci sospinge questa marea, a sua volta nutrita dalle nostre rivolte.

Scioperiamo e fermiamo il mondo per negare radicalmente ogni naturalità alla violenza e a tutte le forme di sfruttamento. Scioperiamo contro la crudeltà che prende i nostri corpi come prede di conquista. Scioperiamo contro il razzismo e contro ogni forma di appropriazione dei nostri corpi e dei territori in cui viviamo. Scioperiamo in difesa delle nostre vite e delle nostre autonomie. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo, in cui il nostro desiderio disegni un altro modo di vivere sulla terra.

Il nostro sciopero non è solo un evento, è un processo di trasformazione sociale e di accumulazione storica di forze insubordinate che non può essere imbrigliato nelle regole della democrazia formale. Il nostro movimento eccede costitutivamente l’esistente, attraversa frontiere, lingue, identità e scale per costruire nuove geografie, radicalmente diverse rispetto a quelle del capitale e dei suoi movimenti finanziari.

Contro la divisione sessuale e razzista del lavoro; contro il dominio della finanza sulla vita; contro la produzione di corpi e vite di scarto; contro il puritanesimo con cui pretendono di neutralizzare le nostre sperimentazioni; contro i tentativi di appropriazione neoliberale delle nostre rivendicazioni; contro il pinkwashing  delle multinazionali; contro gli immaginari e le pratiche machiste nei media; contro securitarismo e politiche meramente penali, che pretendono di disciplinare e moralizzare in nostro nome; contro la repressione, la criminalizzazione e la demonizzazione delle nostre lotte: contro tutto questo noi scioperiamo.

Lo sciopero è uno strumento che abbiamo reinventato per contestare e distruggere la trama delle violenze contro di noi. Lo sciopero ci consente di cartografare le nuove forme coloniali e imperiali di potere che si esercitano contro le nostre economie e i territori in cui viviamo. Lo sciopero ci chiama a fare inchiesta, ad attivare le resistenze e le disobbedienze, la produzione di forme di vita alternative e di corpi ribelli.

Ci convochiamo tutte, donne, lesbiche, trans e corpi femminilizzati del mondo, per propagare il virus dell’insubordinazione. Ci convochiamo nuovamente con una misura di forza e un grido comune per il prossimo 8 marzo del 2018: noi scioperiamo.

¡Ni Una Menos, Vivas Nos Queremos!

Non Una di Meno! Ci vogliamo vive !

Buenos Aires, 15 novembre 2017

Leggi l’appello originale in spagnolo

 

 

 

Chiamata allo Sciopero internazionale delle donne – 8 marzo 2017 di Ni Una Menos

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L’otto marzo la terra trema. Le donne del mondo si uniscono e lanciano una prova di forza e un grido comune: sciopero internazionale delle donne. Ci fermiamo. Scioperiamo, ci organizziamo e ci incontriamo tra di noi. Mettiamo in pratica il mondo in cui vogliamo vivere.
#NoiScioperiamo
Scioperiamo per denunciare:
Che il capitale sfrutta le nostre economie informali, precarie e intermittenti.
Che gli stati nazionali e il mercato ci sfruttano quando ci indebitano.
Che gli Stati criminalizzano i nostri movimenti migratori.
Che guadagniamo meno degli uomini e che il divario salariale tocca, in media, il 27%.
Che non si riconosce il fatto che il lavoro domestico e di cura è lavoro non retribuito, che si somma mediamente per 3 ore in più alle nostre giornate lavorative.
Che questa violenza economica aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alla violenza maschile, di cui l’atto estremo più aberrante sono i femminicidi.
Scioperiamo per reclamare il diritto all’aborto libero e perché nessuna sia obbligata alla maternità.
Scioperiamo per rendere visibile che se i lavori di cura non diventano responsabilità di tutta la società noi ci vediamo obbligate a riprodurre lo sfruttamento classista e coloniale tra donne. Per andare a lavorare dipendiamo da altre donne. Per spostarci dipendiamo da altre donne.
Scioperiamo per valorizzare il lavoro invisibilizzato che facciamo, che costruisce reti, sostegno e strategie vitali in contesti difficili e di crisi.
#NonSiamoTutte
Scioperiamo perché mancano le vittime di femminicidio, voci che si spengono violentemente ad un ritmo da brivido di una al giorno solo in Argentina.
Mancano le lesbiche e le transessuali assassinate da crimini di odio.
Mancano le prigioniere politiche, le ricercate, le assassinate nel nostro territorio latinoamericano per difendere la terra e le sue risorse.
Mancano le donne incarcerate per delitti minori che criminalizzano forme di sopravvivenza, mentre i crimini delle multinazionali e del narcotraffico rimangono impuniti perché beneficiano il capitale.
Mancano le morte e le prigioniere per aborti insicuri.
Mancano le desaparecidas.
Di fronte a luoghi che diventano un inferno, ci organizziamo per difenderci e prenderci cura tra di noi.
Di fronte al crimine maschilista e alla sua pedagogia della crudeltà, di fronte all’intento dei mezzi di comunicazione di vittimizzarci e terrorizzarci, trasformiamo il dolore individuale in complicità collettiva e la rabbia in lotta collettiva.
Di fronte alla crudeltà, più femminismo.
#NoiCiOrganizziamo
Noi ci appropriamo degli strumenti dello sciopero perché le nostre domande sono urgenti. Facciamo dello sciopero delle donne una misura ampia e attuale, capace di proteggere le occupate e le disoccupate, le donne senza salario e quelle che prendono un sussidio, le lavoratrici in proprio e le studentesse, perché tutte siamo lavoratrici.
Noi scioperiamo.
Ci organizziamo contro il confino domestico, contro la maternità obbligatoria e contro la competizione tra donne, tutte forme spinte dal mercato e dal modello della famiglia patriarcale.
Ci organizziamo in ogni dove: nelle case, per le strade, sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mercati, nei quartieri.
La forza del nostro movimento sta nei legami che creiamo tra noi.
Ci organizziamo per cambiare tutto.
#LInternazionaleFemminista
Tessiamo un nuovo internazionalismo.
Dalle situazioni concrete in cui ci troviamo, interpretiamo la congiuntura.
Vediamo che di fronte al rigurgito neo-conservatore, localmente e globalmente il movimento delle donne emerge come potenza di una alternativa.
Vediamo che la nuova “caccia alle streghe”, che ora perseguita ciò che nomina “ideologia di genere”, prova giustamente a combattere e neutralizzare la nostra forza e a spezzare la nostra volontà.
Di fronte alle spoliazioni multiple, alle espropriazioni e alle guerre contemporanee che occupano la terra e il corpo delle donne come territori prediletti di conquista, noi ci accorpiamo politicamente e spiritualmente.
#CiMuoveIlDesiderio
Perché #ViveELibereCiVogliamo, noi ci arrischiamo in alleanza insolite.
Perché noi ci appropriamo del tempo e apriamo spazi di libertà per noi, facciamo dello stare unite un sollievo e una conversazione tra alleate, trasformiamo le assemblee in manifestazioni, le manifestazioni in festa, la festa in un futuro comune.
Perché #SiamoPerNoistesse, questo 8 marzo è il primo giorno della nostra nuova vita.
Perché #CiMuoveIlDesiderio, il 2017 è il tempo della nostra rivoluzione.
Testo originale: https://www.facebook.com/notes/ni-una-menos/llamamiento-al-paro-internacional-de-mujeres-8-de-marzo-2017/588055324718987

DONNE, LESBICHE, TRANS: SE TOCCANO UNA, RISPONDIAMO TUTTE

 

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Il racconto di Natalia di Marco, da “Non una di meno” in Argentina allo sciopero globale delle donne.

Trascrizione dell’intervento tenuto per “Uteri senza Frontiere”, a cura di Orlando e della Favolosa Coalizione (Bologna, 16-17/12/2016).

Traduzione a cura di Susanna De Guio.

Sono Nati Di Marco, militante femminista, anticapitalista, docente, comunicatrice popolare dell’Argentina, di Cordoba.

In relazione alla lotta per il diritto a decidere, a progettare sui nostri corpi e le nostre vite, in Argentina e in tutta l’America Latina abbiamo un’importante tradizione di lotta. Siamo Paesi che hanno attraversato secoli segnati dalle dittature militari, con una repressione e una violenza molto importanti, e che per molto tempo hanno fatto sì che si pensasse che le lotte delle donne e delle femministe dovevano occupare luoghi secondari nelle rivendicazioni dei movimenti sociali e popolari. Tuttavia, molte compagne che hanno militato negli anni ’70, di sinistra, rivoluzionarie, e che sono state esiliate durante la dittatura in Argentina, e in altri Paesi, si sono nutrite, in esilio e in Europa, di altre esperienze femministe, e sono tornate negli anni ’80 con un enorme impeto di trasformazione.

Questo impeto in Argentina si è plasmato in quel che è stato il primo incontro nazionale delle donne, che si è convocato a Buenos Aires nel 1984. Oggi siamo già arrivati a 30 incontri nazionali, senza interruzione, anno dopo anno, in diverse città, e che sono spazi in cui confluiscono decine di migliaia di donne, lesbiche, trans, travestite, da diversi luoghi del Paese, ma anche dal resto del continente e da altri luoghi del mondo. Questa pratica di incontro, di costruzione collettiva, è riuscita a generare e ad aprire spazi di dialogo che hanno dato luogo alla creazione di campagne tanto importanti come è stata la campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito in Argentina, così come anche quella contro la violenza sulle donne. In questo senso noi pensiamo che questa questione degli incontri nazionali delle donne si intrecci con le pratiche ancestrali che hanno costruito le donne del continente, di formare reti solidali e tra amiche, tra vicine di casa e di quartiere, per appoggiarci, per accompagnarci di fronte alle situazioni più dure. Come per esempio quando decidiamo di interrompere una gravidanza in un contesto di clandestinità. Ma anche per formare reti tra amiche e vicine, tra compagne, di fronte a situazioni di violenza che attraversiamo quotidianamente come donne. Queste forme di organizzazione e di risposta, profondamente femministe, costruiscono a partire dall’orizzontalità, dall’affetto e dal corpo, e non solamente a partire dalle categorie razionali, politicizzano tutte le altre pratiche, confluendo in quelli che sono gli incontri nazionali delle donne.

Nel nostro Paese queste campagne sono riuscite a generare un avanzamento del consenso sociale intorno al diritto all’aborto, nonostante continui a essere clandestino. In realtà solamente in tre situazioni è legale in Argentina:

– in caso di pericolo di salute o di vita della donna gestante;

– in caso di stupro;

– in caso di abuso di una donna che è dichiarata incapace.

A eccezione di questi tra casi in Argentina non si può accedere all’aborto legale. Tuttavia, nonostante il conservatorismo dei giudici, dei medici, di tutte le corporazioni e dei nostri governi, perché finora nessuno si è pronunciato a favore della legalizzazione di questo diritto, che è così importante per le donne, a livello sociale si sono aperte enormi brecce nel dibattito, con la possibilità di aprire il dibattito per il diritto all’aborto delle donne.

Oggi la campagna è composta da sindacati, organizzazioni studentesche, organizzazioni femministe di donne, ovviamente, ma anche movimenti territoriali di tutti i tipi, che poco alla volta hanno cominciato a includere nelle loro agende e nei loro programmi non solo le rivendicazioni specifiche dell’aborto, ma anche altre rivendicazioni femministe. Tuttavia, nelle pratiche di questa campagna, che ha già 11 anni e va per i 12, è emersa anche la necessità di dare risposte in modo più coordinato alle donne che effettivamente, nel quotidiano, avevano bisogno di interrompere la loro gravidanza. La campagna si propone come obbiettivo principale la legalizzazione dell’aborto, insieme all’educazione sessuale e alla contraccezione, però sappiamo che, finché la legalizzazione non c’è, noi donne continuiamo ad abortire, e continuiamo a morire, in gran parte le più povere, per aborto clandestino. Quindi hanno cominciato a formarsi quelle che sono le reti di soccoristas, o le soccorristas en red, che sono le donne che danno soccorso. Sono compagne, e anche alcuni compagni, che si sono preparate e si sono costituite in rete, e che rispondono e accompagnano le donne che decidono di interrompere la gravidanza. Si occupano del diritto all’informazione, alla salute, che sono riconosciuti legalmente nel nostro Paese, così come in moltissimi trattati internazionali, e queste organizzazioni di soccoriste sono attive in moltissimi punti del Paese, accompagnano le donne che decidono di abortire. Nel frattempo si continua anche a dare battaglia sul piano politico: abbiamo letto il documento iniziale che avete condiviso per questa iniziativa, e anche in Latino-America l’aria sa di conservatorismo, e a sua volta di questa combinazione così particolare tra neoliberismo economico da un lato, e conservatorismo sociale dall’altro. Abbiamo misure liberali circa la privatizzazione, la riduzione dei finanziamenti nella salute, nell’educazione, nei programmi sociali, che sono accompagnate da forti alleanze del potere politico ed economico con la Chiesa. La chiesa cattolica, così vicina a voi, ma oggi tanto presente anche in Argentina, con la figura del papa, credo abbia fatto un danno profondo ai movimenti sociali argentini, ma anche altre chiese evangeliche, che hanno un inserimento sociale importante, continuano a costruire un discorso che è penalizzatore, è di colpevolizzazione delle donne. E a sua volta associano fortemente alla donna il mandato materno, in cui la si riduce al ruolo di riproduttrice, di incubatrice, e non di donna piena, desiderante, che potrebbe desiderare o no di avere un figlio. Anche questo si esprime attraverso molteplici misure economiche e politiche da parte dello stato.

Dicevamo che stiamo attraversando un contesto nel quale avvertiamo un’ondata, a livello latino-americano, di governi conservatori. Questo non significa però che abbiamo avuto governi tanto di sinistra o ancor meno femministi prima, però avevano aperto margini in cui la pressione popolare, sociale e dei movimenti sociali, combinata con crisi economiche precedenti, molto forti, avevano fatto in modo che questi governi avessero bisogno, per garantire la loro governabilità, quindi la possibilità di seguitare a stare al potere, di dare alcune concessioni ai movimenti, che implicarono la partecipazione di alcune referenti in alcuni movimenti più vicini allo stato.

In Argentina in particolare, questo si è manifestato in una certa quantità di leggi e di iniziative legislative, come è stata ad esempio la riforma del matrimonio civile per includere le coppie non eterosessuali, o la legge sulle identità di genere, pioniera nel nostro Paese, in quanto è una delle poche leggi che non fa dell’identità trans una patologia ma, al contrario, individua l’identità nell’autopercezione, in modo che la persona che vuole modificare il suo genere, nei suoi documenti come nel suo corpo, deve soltanto manifestarlo, senza passare attraverso test o esami medici e psicologici che la definiscono come una patologia, come una malattia. Si sono creati anche i programma “La salute sessuale e la procreazione responsabile”, “L’educazione sessuale integrale”. Sono tutte iniziative che sono state rivendicazioni storiche del movimento delle donne e femminista, e che si sono plasmate con forza negli incontri nazionali delle donne e nelle loro diverse iniziative in tutto il Paese, e che hanno potuto trovare questa forma, questo riconoscimento da parte dello stato. Questo non ha significato una garanzia piena dell’accesso, però ha significato che da parte del campo popolare abbiamo altri strumenti giuridici per fare pressione per la realizzazione di questi diritti. E in questo senso, come dicevo prima, l’Argentina ha un movimento nazionale di donne molto consolidato: in gran parte si deve all’incontro nazionale di mujeres che da 30 anni esiste e permette alle diverse associazioni di non restare isolate.

Noi portiamo avanti in maniera coordinata le campagne e le azioni che in una maniera o nell’altra si riproducono nei diversi angoli del Paese con compagne che spesso non conosciamo, però ci posizioniamo insieme dietro ad alcune rivendicazioni e bandiere, e scendiamo in piazza tutte insieme, lo stesso giorno, a protestare e ad esigere i nostri diritti. Lì è dove si trova anche l’agenda femminista che abbiamo, che parte dall’otto di marzo, il giorno internazionale della donna lavoratrice, però che allo stesso tempo coinvolge il 28 di maggio, il giorno di azione per la salute delle donne, e il giorno dell’orgoglio Lgbt che in Argentina è in novembre e non è in maggio, per una questione di geografia e di temperatura, perché in maggio fa freddo. C’è poi il 28 settembre, il giorno per la lotta per il diritto all’aborto, che è il giorno latino-americano per il diritto all’aborto, che è stato instaurato nel 1990, e da quel momento ogni anno proseguiamo nel rendere più visibile questa rivendicazione, ogni volta con più “massività” e maggiori adesioni. C’è poi il 25 novembre, il giorno di azione e di lotta contro la violenza sulle donne, in cui ricordiamo anche le nostre amate sorelle miriabal della repubblica dominicana, in questa confluenza con la lotta politica contro la dittatura: sono state assassinate brutalmente per il loro carattere di donne irriverenti, che ovviamente davano molto fastidio al potere.

Su questa costruzione storica, e su questa accumulazione simbolica e politica del movimento delle donne, si inserisce la “convocatoria” del 3 giugno, che è emersa nel 2015, a partire dalla necessità di rendere visibili una serie di femminicidi brutali, che realmente hanno creato una sensibilizzazione fortissima a livello sociale, e a maggior ragione in quelle di noi che già dedicano un’attenzione particolare a queste situazioni, e che hanno dato luogo a una convocatoria massiva per il 3 giugno dell’anno scorso, davvero di una dimensione impressionante, impattante, che io credo che generò anche molte contraddizioni tra di noi. Così come la massività ha emozionato, e credo che abbiamo avuto la sensazione di un lavoro che dava un risultato, perché il fatto che siano scese in piazza centinaia di migliaia di persone contro la violenza e i femminicidi è il frutto di un lavoro di diverse decadi, allo stesso tempo ha abilitato certe persone, responsabili di molte di queste violenze, che hanno potuto mettersi dietro alla stessa bandiera in maniera molto ipocrita. In ogni caso credo che l’anno seguente, al 3 di giugno abbiamo dato una nuova prospettiva, abbiamo reso più profondo il nostro discorso e le nostre rivendicazioni, e le abbiamo riempite di un contenuto molto più femminista. È stata di nuovo massiva.

In questa costruzione del 3 di giugno, in questa parola d’ordine del “Non una di meno”, che ha attraversato il pianeta e che è stata ripresa in molti luoghi, dopo l’incontro nazionale delle donne di Rosario, di quest’anno, in cui siamo state circa 100 mila donne, e anche a partire dal femminicidio di una ragazza, Lucia, è nata la convocatoria dello sciopero delle donne, che per noi è molto importante a livello simbolico, perché quel che ha fatto è stato mettere in evidenza l’intersezione tra il nostro carattere di donne e di lavoratrici, e ha portato alla luce l’invisibilizzazione storica del lavoro delle donne, tanto dentro la casa come il lavoro retribuito e sottovalutato, in generale. Quindi questa rivendicazione come donne, ma anche come lesbiche, come trans e travestite, come lavoratrici invisibilizzate e violentate è per noi davvero molto importante, accompagnata anche da questa decisione di vestirci tutte di nero, che pure ha generato dubbi all’inizio, e che però ci ha permesso, durante tutto quel giorno, il 19 di novembre, di riconoscerci. Perché una prima di andare alla manifestazione o allo sciopero, andava a lavorare, a fare lezione, etc, e quando usciva in strada, incontrava un’altra vestita di nero, e si creava una complicità che non necessitava quasi di parole, però ci faceva riconoscere in questa protesta.

Ecco, questo credo sia stato molto forte: ci siamo sentite molto felici di come si è moltiplicato in diversi luoghi. Una settimana fa parlavo con una compagna colombiana, e anche loro si stanno mobilitando moltissimo contro i femminicidi, perché appena giorni fa hanno sofferto il femminicidio e l’abuso di una bambina di sette anni, Giuliana, e lei mi raccontava che in Colombia hanno reagito in qualche modo prendendo come riferimento il “Non una di meno” argentino, e di come rapidamente c’è stata molta reazione. Hanno riconosciuto in questa forma di risposta tanto di questo esempio che si è generato a partire dalla pratica argentina, ed è bello che tra diversi Paesi e tra sorelle e popoli possiamo condividere questa pratica, e anche questo è qualcosa di molto forte da condividere con voi.

In relazione a questo c’è una terza caratteristica che ha il femminismo latino-americano: noi diciamo che il nostro femminismo è antipatriarcale, ovviamente, ma deve anche definirsi anticapitalista e anche come anticoloniale. La nostra “via gialla” è segnata dalla ferita della conquista, che non fu solamente una conquista economica, ma anche la violazione del territorio e dei corpi delle donne, e in questa violazione brutale si generarono anche dominazioni nuove e nuove oppressioni. Per questo la nostra pratica femminista, nella nostra militanza, inevitabilmente deve essere legata anche alla nostra pratica anticapitalista e anche anticoloniale.

In questo senso noi donne, lesbiche, trans, travestite, abbiamo preso sui nostri corpi moltissime lotte, che oggi hanno a che fare in gran parte con le lotte contro l’estrattivismo, contro questo modello economico che in realtà di nuovo non ha nulla e che continua a cercare di estrarre la ricchezza dai beni comuni, anche a costo della vita umana e della vita in generale di questi territori, costringendo a spostarsi e cacciando intere comunità, popoli, di fronte ai quali quelle che si sono opposte e che hanno esposto i loro corpi sono state in primo luogo le contadine, le donne dei popoli originari, che sono uscite a difendere il loro territorio, i loro fiumi.

A questo proposito bisogna parlare oggi di Berta Caceres, che è stata assassinata il due di marzo per essere stata la referente della lotta contro la diga e la referente in consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. Berta ha esposto il suo corpo di fronte all’installazione di basi militari in Intibucá, nella sua zona, nella sua regione e per il suo popolo Lenka, ed è stata in prima linea con la sua presenza e il suo corpo per il suo popolo, e per questo ha perso la vita. Ieri ricordavamo in un programma radio che, se uccidendola speravano che l’avremmo dimenticata, hanno ottenuto l’effetto opposto, perché oggi molte più persone, in tutto il mondo, sanno chi era Berta Caceres, e se non lo sapete, cercatelo, perché vale la pena di conoscere la vita di questa splendida donna, e come lei ce ne sono molte altre.

Per chiudere, una riflessione che per me è vitale, e che è continuare a costruire in rete, e continuare a sostenere il “Non una di meno” in ogni angolo del mondo, con questa idea che, se toccano una, rispondiamo tutte, e crediamo che questo sia di importanza vitale. In questa sorellanza, in questo accompagnarci, sentirci, in questo unire i corpi l’una con l’altra, accumulando questa forza per resistere a tutte le nostre oppressioni.