Report GRUPPO LAVORO

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico

1 – Come analizziamo il lavoro, produttivo e riproduttivo, e le condizioni economiche nell’attuale fase politica? Come si è riarticolata la divisione sessuale del lavoro? Quali lotte si sono innescate sul terreno della riproduzione sociale? 

Gli interventi che hanno aperto il tavolo hanno fin da subito segnalato la complessità della situazione e la necessità e l’urgenza dello sciopero.

Sex worker, migranti, lavoratrici del settore multiservizi, della scuola, degli ospedali, dei magazzini, autonome e precarie hanno sottolineato in che modo la divisione sessuale del lavoro, la criminalizzazione del lavoro sessuale, il razzismo hanno determinato in modo diverso e profondo gli effetti della pandemia. La pandemia ha evidenziato la centralità della riproduzione sociale e mostrato in tutta la sua brutalità che il modello di produzione neoliberale entra in contraddizione con la riproduzione della vita. 

Crediamo sia essenziale riconoscere come le linee di oppressione e sfruttamento siano molteplici e diverse fra loro ma tutte intersecate. Le donne non hanno mai smesso di lavorare sia dentro che fuori casa. In questi mesi le case sono diventate ancora di più un luogo di lavoro, non soltanto di quello domestico non retribuito ma anche di quello salariato, mentre il capitale taglia i costi, aumenta la precarietà e intensifica lo sfruttamento.

Lo smartworking, che va letto nella sua ambivalente complessità, si è rivelato nella maggior parte dei casi come una forma di sfruttamento intensificato, travalicando gli orari, scaricando i costi su chi lavora e impedendo forme di organizzazione. Le lavoratrici che hanno continuato a lavorare perché “essenziali” hanno dovuto accettare turni di lavoro folli che hanno ristretto ai minimi termini gli spazi di vita e di libertà.

Il sex work non è riconosciuto come lavoro. Lə sex workers sono invisibilizzatə, criminalizzatə e stigmatizzatə, senza alcun tipo di tutela nè sindacalizzazione, ed hanno dovuto affrontare la pandemia e il lockdown da solə. Lə migranti che da sempre fanno i conti con il razzismo istituzionale e la lotta quotidiana per un permesso di soggiorno che anche durante la crisi pandemica continua ad essere vincolato ad un lavoro che non c’è o è sempre più precario, si sono trovatə ancora una volta a dover decidere fra l’essere sfruttatə o clandestinə. Lə  precariə si sono trovatə improvvisamente a casa a dover pagare di tasca loro le utenze, a dover accettare i ritardi dei pagamenti, le ore extra e le condizioni di lavoro insostenibili, perché “se non lo si accetta semplicemente ci sarà qualcuno che lo accetterà al tuo posto”. 

Tuttavia, in questi mesi, lo sfruttamento non è stato accettato passivamente. Dall’inizio della pandemia, abbiamo assistito a mobilitazioni di lavoratrici e lavoratorə della sanità, del personale scolastico e dellə studenti, della pubblica amministrazione e delle politiche attive. Sono stati innumerevoli gli scioperi nel settore della logistica, mentre a novembre le lavoratrici delle multiservizi (un settore fortemente femminilizzato e per lo più composto da donne migranti) hanno scioperato per il rinnovo del contratto nazionale rifiutando le condizioni imposte e attaccando direttamente il ruolo di Confindustria. Da ricordare anche le lavoratrici della Yoox che lottano dal 25 novembre denunciando il razzismo e il maschilismo delle loro condizioni di lavoro. 

Nonostante continuamente invisibilizzatə lə sex worker si sono autorganizzate attraverso pratiche di mutuo aiuto; così come ci sono state anche lotte collettive contro gli affitti esorbitanti e il diritto all’abitare da parte di chi in un momento in cui si era costretti a stare a casa lottavano per la possibilità stessa di averne una.  

   2- Come attualizziamo le rivendicazioni che abbiamo portato avanti in questi anni (reddito, salario e permesso di soggiorno europeo)? Quali pratiche per rispondere alla disciplina dei mercati finanziari sui nostri corpi, alla luce di una lettura femminista del Recovery Plan e del debito? Come riportare la riproduzione al centro delle nostre rivendicazioni? 

Sono 444.000 le persone che hanno perso il lavoro nell’ultimo anno di cui il 70% circa sono donne. Solo tra novembre e dicembre 2020, di 101 mila occupatx in meno, 99 mila sono di donne. Lo sblocco dei licenziamenti previsto a marzo peggiorerà ulteriormente i livelli di occupazione e di attività. Tantissime nel tentativo di conciliare lavoro produttivo e riproduttivo hanno dovuto lasciare il lavoro salariato per prendersi cura di figli o genitori, in una continua riproposizione di ruoli predefiniti che vengono puntualmente riaffermati dalle stesse misure proposte per l’uscita dalla crisi. La discussione e le testimonianze riportate all’interno del tavolo hanno dimostrato ancora una volta che il Recovery Plan e il Family Act sono misure fortemente neoliberali, patriarcali e razziste. 

Nel Recovery Plan, ipocritamente inondato di discorsi sulla parità di genere, l’inclusione sociale delle donne passa essenzialmente attraverso sgravi fiscali e sussidi alle imprese e la formula per la risoluzione del problema dell’occupazione femminile è l’empowerment e l’autoimprenditorialità (che nasconde una realtà di precarietà, falsi contratti autonomi, partite iva e appalti a cooperative) In generale la condizione delle donne e delle persone lgbt*qia+ appaiono come un capitolo a parte invece che qualcosa di costitutivo della società stessa.

Nel Family Act, quando si parla di “conciliazione” si dà per scontato che il salario accessorio è quello della donna, si divide l’assegno unico per i figli fra genitori come se tra loro non esistessero condizioni asimmetriche e inique. Quando si parla di “famiglia” sappiamo che si parla di qualcosa che esclude le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere schiacciate in ruoli e generi in cui non si riconoscono. Queste misure escludono totalmente le donne migranti: la loro fruizione è possibile solo se in possesso di un permesso di lungo periodo o di un contratto di lavoro di due anni. 

Noi non possiamo accettare queste misure: ancora una volta chiedono a noi di pagare il prezzo più grande. Sappiamo che ogni taglio al welfare va nella direzione di colpire chi è più debole. Mai come ora è necessaria una redistribuzione della ricchezza. Sappiamo che la condizione di autonomia economica è una delle basi imprescindibili non solo per l’autodeterminazione, ma anche per la stessa fuoriuscita dalla violenza. 

Abbiamo rivendicato reddito di autodeterminazione per tuttə e ci troviamo reddito di libertà. Bisogna registrare che la nostra lotta ha avuto un peso, ma non è sufficiente: è necessario legare la nostra rivendicazione ancora più saldamente a un presente in cui la perdita del lavoro e la povertà mostrano che le condizioni per la fuoriuscita dalla violenza strutturale sono sempre più rigide. Il significato di quella «autodeterminazione» deve essere fatto valere non solo come battaglia per misure più adeguate, ma anche per esprimere il nostro incondizionato rifiuto complessivo ad essere sfruttate da una società che vuole ricostruirsi assoggettandoci agli imperativi patriarcali di famiglia, maternità e divisione sessuale del lavoro. Per questo vogliamo legare la rivendicazione di un reddito di autodeterminazione a quella di un welfare non solo realmente universale, ma che superi il modello familistico. 

Pretendiamo un permesso di soggiorno europeo svincolato da famiglia e lavoro e l’abolizione delle leggi Bossi-Fini e Minniti-Orlando. Queste rivendicazioni – sostenute anche da movimenti di migranti, femministi e Lgbtqia+ dentro e fuori l’Europa – devono essere al centro del nostro 8 marzo perché riconosciamo che le linee della violenza razzista si intrecciano con quelle della violenza patriarcale. 

   3- Come costruiamo lo sciopero femminista nelle sue diverse declinazioni, superando le difficoltà di accesso ai luoghi di lavoro, di mobilitazione nello spazio pubblico e di organizzazione di forme di astensione e protesta tra le mura domestiche? Quali pratiche di sciopero possiamo inventare/reinventare non solo contro il lavoro riproduttivo non salariato, ma anche contro lo smartworking e tutti quei lavori che hanno subito pesanti conseguenze (freelance, lavoro informale, etc.)? Quali rapporti possiamo tessere con lavoratrici, delegate e sindacaliste? In quali contesti e con quali strumenti? 

Gli interventi al tavolo lavoro hanno ribadito l’urgenza dello sciopero dell’8 marzo e la necessità di tenere al centro della nostra mobilitazione le diverse posizioni, rivendicazioni ed esperienze che sono state riportate durante l’assemblea. 

Per la costruzione dello sciopero è prioritario riattivare i rapporti con i sindacati che in questi anni hanno sempre appoggiato il movimento femminista e transfemminista e sperimentando nuovi canali di comunicazione con delegate sindacali e lavoratrici.Per questo è prioritario inviare il prima possibile la lettera ai sindacati per accelerarne la sua indizione. È stata inoltre proposta una giornata di rilancio dello sciopero di cui è necessario definire una data il prima possibile.

È stata condivisa l’idea di entrare in contatto con i gruppi virtuali di lavoratrici e lavoratorə nati durante la pandemia, oltre che con le lottegià presenti sul territorio, e condurre pratiche di inchiesta militante per entrare in contatto con lavori invisibilizzati e costruire azioni di boicottaggio. È importate continuare ad approfondire la critica femminista del Recovery Plan e attivare campagne di rivendicazione. È necessario connettere le diverse lotte perché solo unite possiamo far sentire la nostra rabbia. Sappiamo che non sarà facile scioperare e proprio nei settori ‘essenziali’ l’astensione dal lavoro sarà ancora più difficile. Per lo smartworking sarà necessario immaginare forme di sciopero visibili.

Non rinunciamo però a costruire lo sciopero femminista e transfemminista in tutte le forme che lo caratterizzano, non rinunciamo a dare forza e amplificare le molte lotte e i molti scioperi che nel presente pandemico si oppongono alle condizioni patriarcali dello sfruttamento, non rinunciamo a costruire momenti di lotta e agitazione capaci di dare visibilità al lungo percorso di costruzione dello sciopero dell’8M e oltre. 

Lo sciopero è stato definito essenziale perché a chi ci ha definite “essenziali” solo per poterci sfruttare rispondiamo che essenziale è la nostra lotta!

REPORT DEL “GRUPPO VIOLENZA DI GENERE, PERCORSI DI FUORIUSCITA E PRATICHE NUDM SUI TERRITORI” DEL 31 GENNAIO 2021

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico

ANALISI

Il tavolo è stato fortemente partecipato e ha rappresentato un’occasione concreta di costruzione di spazi più sicuri e attraversabili da tutte/u.

La pandemia è stata un acceleratore della violenza nelle nostre vite, che ancora riconosciamo come strutturale in ogni ambito, luogo, e esperienza. Ci riferiamo alla violenza in un’ottica intersezionale, e elaboriamo strategie di liberazione attraverso l’alleanza fra lotte plurali.

Molti Centri Anti Violenza (CAV) sono stati chiusi durante la pandemia; ancora più urgente si rende il bisogno di finanziamenti a CAV e case rifugio, estendo la capacità di accoglienza anche alle persone LGBTQIA. Ancora ci scontriamo con la retorica sessista, lgbtqia*fobica, e di giustificazione della violenza. Nel rapporto con le forze dell’ordine spesso i problemi sono sminuiti, le denunce non accolte. La L.164 sul cambio anagrafico è inadeguata, non garantisce l’autodeterminazione, ma richiede la diagnosi e la valutazione della persona da parte di un tribunale. Le persone trans, intersex e non binarie vivono le conseguenze violente di procedure normalizzanti e costruite su codici binari.

Le persone trans* in carcere sono inserite con il genere assegnato alla nascita (donne trans* spesso stuprate in sezioni maschili, messe poi in isolamento “per proteggerle”).

Nei casi di femminicidio non deve più esistere la possibilità di rito abbreviato, deve invece esserci un riconoscimento legale del femminicidio e dell’omicidio a sfondo lgbtqia*fobico.

La Pas e la bigenitorialità perfetta esistono già nei Tribunali. Ancora più fortemente ci troviamo a lottare contro la violenza istituzionale sia nei procedimenti per violenza di genere che in quelli per l’affidamento di minore. Spesso per le famiglie omogenitoriali i diritti non sono riconosciuti ad entrambe le figure genitoriali. Sulla Legge Zan occorre implementare dibattito e analisi critica.  Altrettanto, è emerso il bisogno di approfondimento sui CAM, centri per uomini maltrattanti.

Vengono sgomberati spazi transfemministi e la socialità è costantemente sotto attacco.

Il Recovery fund ė insufficiente e manca di un’ottica di genere.

Nella relazione con i centri antiviolenza, molte realtà hanno manifestato la volontà di cercare un confronto ed una collaborazione che porti a pratiche condivise. In alcune zone non si è riuscitə a portare avanti un dialogo con i CAV, ma lo si è fatto con altre reti femministe. Per affrontare al meglio casi di violenza, alcuni nodi vorrebbero fare autoformazione e formazione, non per sostituirsi ai CAV ma per avere un quadro completo su come affrontare politicamente la violenza. È necessario condividere pratiche così da creare un percorso comune che possa esser poi modellato in base al territorio, per capire come agire se una persona vittima di violenza si rivolge a NUDM.

Il tavolo ha lavorato nella direzione di uno sciopero politico, che elabori una sottrazione da tutti gli ambiti della vita in cui la violenza si esprime. Collettivizziamo le nostre voci plurali anche senza le grandi piazze di mobilitazione. La sorellanza è la cornice e lo strumento per ogni nostra lotta.

 RIVENDICAZIONI

  • Pretendiamo risorse e finanziamenti adeguati ai CAV
  • Pretendiamo politiche di sostegno all’abitare e politiche di sostegno economico.
  • In tema di Recovery Fund, riteniamo il piano insufficiente e del tutto carente di un’ottica di genere, che rende quindi illeggibile il cosiddetto “iceberg” della violenza di genere 
  • Vogliamo sportelli sul genere nelle università
  • Vogliamo consultori pubblici e CAV in grado di decodificare e accogliere la domanda di soggettività lgbtqia* e non binarie
  • Da sempre e ancora di più in questo momento di crisi, rivendichiamo strumenti reali come il reddito di autodeterminazione
  • Rivendichiamo la patrimoniale come vera presa di posizione politica, mezzo di equità e redistribuzione
  • Vogliamo il riconoscimento legislativo del femminicidio
  • Vogliamo l’eliminazione della PAS nei Tribunali (revisione L.54/2006)
  • Vogliamo il riconoscimento della doppia genitorialità nelle coppie omogenitoriali
  • Vogliamo il riconoscimento dei diritti dellə sex worker
  • Vogliamo politiche concrete contro la prostituzione forzata

PRATICHE

Le pratiche che vogliamo attuare sono molteplici ma tutte basate sull’idea che si debba costruire un percorso comune e forte prima, dentro e oltre l’otto marzo.

  • Denunciare sistematicamente i luoghi nei quali la violenza si esprime
  • Contrastare la produzione culturale, sociale, legale, medica e scientifica dei corpi delegittimando il fatto che il corpo debba rispondere a canoni esclusivamente binari.
  • Contrastare le narrazioni tossiche.
  • Trovare un luogo nella città dove ritrovarsi per ogni atto di violenza, rivendicando quel luogo come simbolo di resistenza e lotta.
  • In caso di femminicidio sul proprio territorio, cercare di entrare in contatto con ə familarə della vittima. Intraprendere un percorso di conoscenza e di supporto con chi resta. Perché le vite spezzate non rimangano solo nomi ma venga narrata la loro storia e perché chi resta non si senta abbonadonatə in un intricato percorso prima di tutto personale ma anche burocratico e legale.
  • Collaborare con i consultori affinché diventino luoghi formativi e informativi per ogni percorso scelto da ogni persona. Immaginare e costruire percorsi di formazione anche sulle soggettività e perché i consultori diventino luoghi dove le persone trans possano ricevere ormoni.
  • Attuare sforzi culturali per distinguere sex worker e prostituzione forzata, denunciando e combattendo lo stigma nel primo caso e la violenza patriarcale nel secondo
  • Se possibile prevedere un numero di telefono a cui i vari nodi possano essere contattati in caso di urgenze e necessità.
  • Pratiche di mutuo aiuto: garantire accesso ad internet; distribuzione cibo; aiuto nel richiedere casa popolari e buoni spesa; attivazione mense.
  • Partendo dal presupposto che non si è operatrici/tori/* di centri antiviolenza, ma militanti, fare rete con altre realtà che si occupano di fuoriuscita dalla violenza e attuare delle formazioni condivise.
  • Rendere lo spazio pubblico inclusivo per lə disabilə, e per chiunque non possa attraversarlo per i più svariati motivi.
  • Costruire una cassetta degli attrezzi: Archivio di storie che incontriamo; Vademecum (sul sessismo nei movimenti, violenza online ecc); Ricercare figure di professionistə come psicologhə, avvocatə, ecc, nella direzione di un elenco a disposizione di NUDM
  • Chat di quartiere contro le violenze e molestie in strada

Pratiche verso l’Otto marzo

– Trovare un luogo nella città dove ritrovarsi per ogni atto di violenza, rivendicando quel luogo come simbolo di resistenza e lotta.

– Campagna di adesivi dove si esplicitino le forme di violenza; nascondere adesivi o volantini nei prodotti considerati di cura in vendita nei supermercati

– Sciopero dai social il 7 marzo, postando un’immagine che rilanci lo sciopero dell’otto o una nostra foto vestit* di viola.

– Occupare vetrine solidali che rilancino lo sciopero mettendo dei volantini o messaggi

– Rilanciare il canale Telegram del nodo di Torino per un mail bombing alle testate giornalistiche.

– Lanciare l’8 marzo la campagna #sanzionefucsia, una campagna condivisa di sanzionamento di un’impresa, una multinazionale, un sindacato, un progetto, una grande opera, una proposta di legge che abbia una politica sessista e/o violentemente machista.

– Segnalazione e denuncia dei luoghi delle città in cui si esprime la violenza e denuncia di quei soggetti che continuano a nascondere le forme di violenza.

– Proprio l’8 marzo ci sarà l’udienza per Elisa Pomarelli, proponiamo perciò di fare un’iniziativa a livello nazionale (modalità da definire) per gridare forte che l’assassino non è malato ma figlio sano del patriarcato.

30-31.01.2021 – GRUPPO ECONOMIA E LAVORO

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L’appello di lancio di Non una di Meno per il 30 e 31 gennaio 2021, due giornate online dove si articoleranno alcuni Gruppi tematici di discussione verso lo sciopero dell’8 marzo: Violenza e Percorsi di fuoriuscita; Scuola; Economia e Lavoro; Salute; Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica. Qui il form da compilare per partecipare ai gruppi. La seconda tappa è l’Assemblea Nazionale del 6 febbraio, sempre in modalità online. A breve tutte le info. Di seguito il testo del Gruppo Economia e Lavoro.

La crisi pandemica ha causato una profonda trasformazione del lavoro, produttivo e riproduttivo. L’obiettivo del gruppo lavoro è guardare a queste trasformazioni e immaginare pratiche in vista dello sciopero femminista e transfemminista dell’8Marzo per dar voce alle lotte già in campo e innescarne di nuove. Il nostro sciopero è quanto mai necessario. In questa stagione pandemica ancora di più ci hanno sfruttate, precarizzate, ci hanno costrette a lavori insicuri, invisibilizzati, mal retribuiti o non retribuiti, a causa di una divisione sessuale del lavoro che nasce da una atavica svalutazione dei nostri corpi per averci sempre disponibili.

La crisi ha messo in luce come il lavoro di cura nella salute, nell’educazione e nelle case sia essenziale, ma sia anche il più precario perchè il meno valorizzato. Abbiamo seguito figliə piccolə nella DAD mentre eravamo in smartworking. I turni nei magazzini ci richiedono piena disponibilità e siamo diventate più ricattabili, soprattutto quando dal nostro lavoro dipende un permesso di soggiorno. Ci chiamano eroine nelle corsie degli ospedali, ma siamo sottoposte a ritmi di lavoro senza sosta. Ci hanno definite essenziali quando abbiamo sanificato spazi pubblici e privati, ma siamo senza tutele e con salari bassi. Siamo state costrette a licenziarci per occuparci della cura di anzianə e bambinə.

Siamo le badanti e le lavoratrici domestiche in nero, esposte al ricatto e alla violenza. Siamo diventate sempre più precarie e i pochi sussidi esistenti non ci bastano. Siamo sex workers, siamo escluse da ogni forma di tutela e per continuare a percepire un reddito siamo più esposte al contagio e a sanzioni. Siamo freelance, Partite Iva, non abbiamo garanzie e sentiamo ancora di più l’isolamento nelle nostre case. Non avevamo un contratto, ora abbiamo perso il lavoro. La precarietà ci espone ancor di più alla violenza sui posti di lavoro e nelle case.  Queste trasformazioni vanno oltre lo stesso stato di emergenza e avranno ricadute sociali a lungo termine, come già la scadenza del blocco dei licenziamenti prefigura.

Il Recovery Plan e il Family Act, nonostante una falsa attenzione al genere, rinsaldano la divisione sessuale del lavoro. Le misure proposte concentrano ulteriori risorse nelle mani delle imprese per la ripresa dalla crisi attuale, senza un reale intervento sulle condizioni di lavoro e senza un adeguato rafforzamento del welfare. Infatti, le politiche di conciliazione indirizzate alle donne, agendo su base famigliare, riaffermano che il nostro reddito è sacrificabile e normalizzano il lavoro riproduttivo che svolgiamo ogni giorno nelle case senza retribuzione. La retorica dell’autoimprenditorialità femminile è un alibi per non prendere in carico le difficoltà strutturali dell’accesso al lavoro per donne e libere soggettività. Non vogliamo più supplire a un welfare del tutto assente. Per queste ragioni, lo sciopero femminista e transfemminista, in tutte le sue forme, si mostra nella sua urgenza e pone delle difficoltà inedite. È necessario uno sforzo collettivo per pensare una lettura femminista del presente, della crisi pandemica e delle misure messe in campo per superarla, verso e oltre l’8 marzo.

Il gruppo tematico si propone di costruire un’analisi collettiva dell’attuale fase politica, di formulare rivendicazioni adeguate alle trasformazioni del presente e di proporre pratiche per lo sciopero femminista e transfemminista. In particolare:

   1-Come analizziamo il lavoro, produttivo e riproduttivo, e le condizioni economiche nell’attuale fase politica? Come si è riarticolata la divisione sessuale del lavoro? Quali lotte si sono innescate sul terreno della riproduzione sociale?

   2- Come attualizziamo le rivendicazioni che abbiamo portato avanti in questi anni (reddito, salario e permesso di soggiorno europeo)? Quali pratiche per rispondere alla disciplina dei mercati finanziari sui nostri corpi, alla luce di una lettura femminista del Recovery Plan e del debito? Come riportare la riproduzione al centro delle nostre rivendicazioni?

   3-Come costruiamo lo sciopero femminista nelle sue diverse declinazioni, superando le difficoltà di accesso ai luoghi di lavoro, di mobilitazione nello spazio pubblico e di organizzazione di forme di astensione e protesta tra le mura domestiche? Quali pratiche di sciopero possiamo inventare/reinventare non solo contro il lavoro riproduttivo non salariato, ma anche contro lo smartworking e tutti quei lavori che hanno subito pesanti conseguenze (freelance, lavoro informale, etc.)? Quali rapporti possiamo tessere con lavoratrici, delegate e sindacaliste? In quali contesti e con quali strumenti?

RIAPERTURA CENTRO NASCITA “ACQUALUCE” PRESSO OSPEDALE GRASSI CON OSTETRICHE LIBERE PROFESSIONISTE

Regione Lazio

On. Nicola Zingaretti

Presidente presidente@regione.lazio.it

Direzione Regionale Salute e Politiche Sociali

Direttore dell’Area Programmazione Rete

Ospedaliera e Ricerca Area Programmazione rete ospedaliera e risk management Dott. Domenico Di Lallo ddilallo@regione.lazio.it

Regione Lazio Direzione Regionale Salute e Politiche Sociali

Dott.ssa Simona Asole sasole@regione.lazio.it

Commissario Straordinario Asl Roma Tre Dott. Giuseppe Legato direzione.generale@pec.aslromad.it

Direttore Sanitario Asl Roma Tre

Dott. Giuseppe Ciarlo direttoresanitario@aslroma3.it

Direttore UOC Ostetricia e Ginecologia G.B.Grassi

Dott. Pierluigi Palazzettipierluigi.palazzatti@aslrm3.it

Direttore del Dipartimento delle Professioni Sanitarie

Dott.ssa GigliolaMartinelli gigliolamartinelli@yahoo.it

Responsabile Percorso Nascita

Adriana Bruno adriana.bruno@aslrm3.it

 Responsabile Organizzativa dell’Ostetricia

Ospedaliera e Territoriale

Capo Ostetrica

Dott.ssa Rita Gentileostetrichermd@aslromad.it

Referente Ostetrica Aziendale

Dott.ssa Stefania Nichinonni    s.nichi@tin.it

Collegio Provinciale delle Ostetriche di Roma

Presidente segreteria@pec.collegioostetrichediroma.it

OGGETTO: RIAPERTURA CENTRO NASCITA “ACQUALUCE” PRESSO OSPEDALE GRASSI CON OSTETRICHE LIBERE PROFESSIONISTE

RIFERIMENTO: DCA REGIONE LAZIO N°00395/2016

Noi sottoscritte Ostetriche Libere Professioniste impegnate all’assistenza al parto extra-ospedaliero ai sensi del DCA N°00395/2016 siamo state convocate per una riunione presso gli uffici della ASL ROMA 3 in Via Casal bernocchi 73  in data 30/10/2017, con la finalità in oggetto.

In questa sede è stata distribuita una bozza di “Protocollo d’intesa” (in allegato) per creare una collaborazione finalizzata all’assistenza al parto in regime di libera professione presso il centro nascita Acqualuce.

Abbiamo quindi esaminato la proposta da un punto di vista tecnico, pratico e sociale, e ritenuto importante conoscere il parere dell’utenza tramite un confronto con le Associazioni e le realtà territoriali maggiormente rappresentative: Comitato per la riapertura di Acqualuce, Comitato CoRDiN, Freedom for Birth, Ovo Italia, Nonunadimeno, La Goccia Magica, Associazione Nanay, Il Melograno di Roma, Vitadidonna.

La conclusione a cui si è giunte è che l’utenza si aspetta dal centro nascita Acqualuce un servizio pubblico e gratuito .

Le ostetriche per ruolo e definizione sono al fianco delle donne con il dovere principale di sostenere i loro bisogni e le loro scelte. Noi troviamo, quindi, che la proposta della ASL ROMA 3 presenta importanti criticità soprattutto rispetto alla continuità assistenziale durante tutto il percorso nascita.

Ci rendiamo comunque disponibili ad un incontro con tutti gli stakeholders (tecnici, amministrativi, politici ed utenti) per contribuire ad elaborare una soluzione sostenibile ed efficace per l’utenza e per le ostetriche coinvolte.

In attesa di una vostra convocazione

Cordiali Saluti

Roma, lì 21/11/2017