SOS aborto: non torneremo alla normalità

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Il sistema sanitario nazionale in emergenza pandemia ha rivelato tutti i danni prodotti in anni di tagli e aziendalizzazione. Ecco un’infografica che ci restituisce l’immagine della situazione in cui siamo e cosa è necessario fare per invertire la rotta e rimettere al centro la salute e l’autodeterminazione come priorità.

Il taglio agli sprechi, propagandato come necessario dalle politiche di austerity, ha colpito in particolare le strutture socio-sanitarie territoriali e in particolare i consultori pubblici. in 5 anni ne sono stati chiusi 208, a fronte di un numero già pesantemente al di sotto delle necessità e di equipe ridotte all’osso.

Si è puntato tutto su grandi strutture ospedaliere nei grandi centri, sempre a scapito delle aree marginali e meno popolate. Si è incentivato il sistema delle convenzioni con il privato, spesso cattolico, a scapito delle strutture pubbliche. L’effetto è stato il prevalere della logica del profitto e confessionale su quella della tutela della salute e della libertà di scelta come diritto universale.

Il modello Lombardia è drammaticamente emblematico da questo punto di vista, ma non è il solo.

In questo quadro già complesso l’emergenza non ha fatto che evidenziare disparità e contraddizioni. L’accesso all’aborto non è stata di fatto considerata un’urgenza, riducendo e chiudendo servizi e reparti già scarsi e rarefatti sul territorio, a discapito di chi si è trovata a fare i conti con una gravidanza indesiderata durante l’epidemia.

Questo è potuto accadere perchè in Italia l’aborto farmacologico è praticato ancora in via residuale (solo il 20,9% delle ivg è farmacologica contro il 77,6 di chirurgico) e l’uso della ru486 è molto limitato e vincolato, contrariamente a quanto accade già da decenni nel resto d’Europa.

Per questo vogliamo:

* l’estensione immediata dell’iVG farmacologica fino alla nona settimana e senza ricovero

*la somministrazione della RU486 anche nei consultori pubblici oltre che negli ospedali.

* il potenziamento e il rifinanzamento della rete dei consultori pubblici e laici e dei servizi socio-sanitari territoriali.

Non torneremo alla normalità perchè la normalità era il problema!

#sosaborto

#obiezionerespinta

Campagna di NON UNA DI MENOObiezione RespintaIVG, ho abortito e sto benissimo

Infografiche scaricabili di Eleonora di Non Una Di Meno – Roma 

 

 

La vita oltre la pandemia

Numero 11

Qualcosa si muove tra le macerie della pandemia. Siamo separate, ma oggi più di prima congiunte dal desiderio di cambiare tutto. Un evento devastante come il Covid-19 richiede risposte potenti e un’ambizione smisurata. L’epidemia ha messo a nudo che la riproduzione della vita è incompatibile con il progetto neoliberale di estendere la logica del mercato a ogni ambito dell’esistenza. Ripartiamo dai saperi e dalle pratiche femministe e transfemministe che proprio della riproduzione sociale hanno fatto il terreno di conflitto prioritario. Ripartiamo da un tessuto collettivo e situato, mutevole nelle alleanze trasversali in cui prende sempre nuovo corpo. Perché se il presente è catastrofico, il futuro non è ancora scritto e le nostre lotte dovranno determinare le forme della convivenza dopo la pandemia.

Per trovare risposte potenti a eventi devastanti torniamo all’«arcano della riproduzione», ossia a quell’insieme di attività che rigenerano la vita umana in una determinata formazione storico-sociale: oltre la riproduzione delle generazioni, le cure psico-fisiche e sanitarie di tutt*, adult*, bambin* e anzian*, la gestione degli spazi e dei beni domestici, l’educazione e la formazione, l’accesso alla cultura, ai servizi, lo svago, le relazioni sociali. Sono stati i movimenti femministi a svelare la centralità del lavoro riproduttivo: condizione di esistenza della società tutta, della sua prosecuzione nel tempo.

A partire dagli anni Settanta il movimento Salario al lavoro domestico ha documentato come la stessa transizione al capitalismo, agli albori della modernità, sia stata possibile solo attraverso l’occultamento, la naturalizzazione e dunque la svalutazione del lavoro di riproduzione. Senza le attività di cura e domestiche che assicuravano la sussistenza dell’operaio, non si sarebbe data forza lavoro. Senza forza lavoro, non si sarebbero dati né fabbrica né profitto. Eppure, la riproduzione è stata misconosciuta come lavoro, ascritta all’ambito delle risorse naturali disponibili all’appropriazione. Così si è giustificata, e ancora si giustifica, l’estorsione di un’immane fetta di ricchezza. È questo il filo rosso che lega il lavoro gratuito delle donne all’interno delle case e l’espropriazione delle risorse del pianeta.

E, come sottolineato dalle femministe afro-americane e antirazziste, lavoro domestico e riproduttivo ed espropriazione delle risorse sono sempre stati attraversati dalla linea del colore. Le donne migranti e razzializzate continuano a farsi carico di estenuanti attività di cura dentro e fuori l’ambito della famiglia; le popolazioni e i territori indigeni sono, ieri come oggi, prese d’assalto dalla violenza predatoria del capitalismo. Questa, l’eredità della storia schiavista e coloniale.

Per trovare risposte potenti a eventi devastanti guardiamo alla trasformazione della riproduzione nelle società neoliberali prima e dopo la pandemia. Il modello neoliberale si fonda sull’esaltazione del mercato e della competitività sociale, sulla responsabilità individuale nell’adattamento al rischio, sulla privatizzazione e, insieme, sull’erosione di quelle istituzioni e politiche pubbliche attraverso cui, nel XX secolo, si è minimamente redistribuito a livello sociale anche il lavoro riproduttivo e di cura. Negli ultimi cinquant’anni, inoltre, lo smantellamento del welfare ha corrisposto a una trasformazione radicale del lavoro, definita anche “femminilizzazione del lavoro”: intermittenza e coazione a una piena disponibilità del tempo, sfruttamento e messa a valore delle capacità relazionali, linguistiche, di cura. Se, da un lato la riproduzione è diventata immediatamente produttiva, dall’altro, le catene del valore si alimentano con lo sfruttamento delle donne, delle soggettività razzializzate e non conformi, con la precarizzazione della vita di intere generazioni.

Con l’arrivo del Covid-19 le strutture della riproduzione sociale e della cura, prime fra tutte quelle sanitarie, hanno mostrato tutta la loro fragilità. In Italia, solo l’ultimo decennio di politiche neoliberali e di austerità ha cancellato 70.000 posti letto, 359 reparti e interi ospedali. L’esito più brutale, fallimentare, di queste misure è sotto gli occhi di tutt*. La pandemia ha rivelato la centralità della riproduzione sociale, ma anche la sua crisi profonda. Il virus, dice qualcuno, colpisce senza distinzione di classe. Ma le discriminazioni classiste, razziste, anagrafiche, abiliste, si manifestano nelle possibilità di accesso alle cure. Ci sono vite che hanno diritto all’assistenza e alla cura e vite che non lo hanno. Non “nude vite”, ma vite assolutamente determinate, stigmatizzate, dal punto di vista economico, sociale, della sessualità e del genere, della provenienza geografica, delle abilità/disabilità, dell’età. Ci sono corpi che subiscono la quarantena, e altri che la rendono possibile perché non hanno mai smesso di lavorare, dentro e fuori casa: infermier*, medic*, lavoratrici e lavoratori delle imprese di pulizie, lavoratrici domestiche, della cura, insegnanti, madri che accudiscono bambin*, figlie che assistono genitori anziani.

Per trovare risposte potenti a eventi devastanti ripartiamo dalla casa, principale luogo di sfruttamento delle donne, ma anche primo spazio dei conflitti femministi. Da settimane siamo a casa, ma non tutt* nello stesso modo. C’è chi una casa non ce l’ha proprio. Le mura domestiche restituiscono fotografie di disuguaglianze. Per alcune la casa non è un rifugio dalla pandemia, ma luogo di oppressione, di minaccia, di violenza, fino al femminicidio. Per molte lavoratrici domestiche e della cura, le case (altrui) rimangono il luogo di un lavoro sfruttato e non riconosciuto. Lo hanno confermato ancora una volta le stesse istituzioni, con il decreto “Cura Italia”, che ha escluso le lavoratrici e i lavoratori della cura da garanzie di reddito e da misure di protezione per la loro salute. L’80% delle lavoratrici della cura in Italia è straniera – oltre un milione in numeri assoluti. Perdere il lavoro per loro significa anche perdere un posto dove vivere, e rimanere ostaggio di un dispositivo di sfruttamento che vincola al permesso di soggiorno la possibilità di accettare o rifiutare condizioni di lavoro.

Ripartiamo dalle case come campo di battaglia, come luogo in cui tessere nuove (ma anche vecchie) alleanze, coalizioni sediziose e intersezionali. Tempo della cura, è insieme tempo di conflitto e di immaginazione. Giochiamo a nostro favore le difficoltà che stiamo vivendo: le case, che adesso sono anche ufficio, aule scolastiche e universitarie, zona di indistinzione tra produzione e riproduzione, dovranno esplodere.

Per alimentare risposte potenti a eventi devastanti guardiamo alle reti dell’educazione e del sapere. Per anni il neoliberalismo ha affamato scuola e università. Dall’inizio della pandemia, la didattica si è trasferita on-line, fornendo, da un lato, al “capitalismo delle piattaforme” nuove occasioni per appropriarsi del sapere, che sempre è prodotto in modo cooperativo, dall’altro, accentuando le differenze sociali e le discriminazioni abiliste. Le dichiarazioni dei decisori, tecnici o politici che siano, irridono alla scuola come relazione e cura, esaltando il lavoro agile e smart. Ma come stanno denunciando le/gli insegnanti questo è fonte di un nuovo sfruttamento, nonché di una profonda discriminazione verso chi porta sulle proprie spalle il carico della cura di bambin*, anzian*, disabili.

Bambin*, adolescenti, ragazz* stanno pagando un prezzo altissimo alla pandemia. La trasmissione del sapere non può essere separata dalla prossimità con coetanei e docenti, che svolge una funzione fondamentale nella costruzione di relazioni autonome, svincolate dalla famiglia. Il suo venire meno avrà conseguenze pesanti, oltre che sul piano affettivo e sociale, anche sul piano politico: scuole e università sono luoghi dove le generazioni scoprono e alimentano le proprie passioni erotiche e politiche.  

Proprio attorno alla scuola si sono mobilitate da subito tante reti di solidarietà territoriali, da quelle che si sono adoperate per colmare il digital divide, a quelle che hanno sopperito ai bisogni primari. Le pratiche di mutualismo non sostituiscono gli interventi istituzionali, ma segnano la via per la costruzione di un nuovo spazio comune, oltre lo Stato, ma anche oltre la famiglia, che non può più essere assunta come unità di misura attorno a cui distribuire reddito e risorse.

Per alimentare risposte potenti a eventi devastanti mettiamo la libertà di movimento al centro della riflessione sulla riproduzione sociale. Fin dai primi giorni dell’emergenza è stato chiaro come la catena di somministrazione del cibo dipenda dalle lavoratrici e dai lavoratori migranti, impiegati nell’agricoltura, nella logistica, nella distribuzione, nei servizi. In molt* si sono rifiutati di lavorare in assenza delle condizioni di sicurezza, mentre altr* sono stati bloccati dalle limitazioni alla circolazione tra gli Stati imposte per contenere la pandemia. Quello stesso sistema dei confini, che quotidianamente produce morte tra le donne e gli uomini migranti, ci mette di fronte al nesso inscindibile che lega la libertà di movimento alle condizioni di riproduzione della vita.

Nei CPR, da Ponte Galeria a Gradisca d’Isonzo, nei CAS creati per il contenimento dei richiedenti asilo, nelle baraccopoli e nelle occupazioni informali, che sopperiscono all’assenza di accoglienza e casa, le restrizioni alla circolazione imposte nell’emergenza sociale e politica Covid-19, non sono misure che bloccano la pandemia, ma moltiplicano gli ostacoli alla libertà di salvarsi. È così per il vergognoso decreto che dichiara l’Italia “porto non sicuro”, come per gli accordi che bloccano i migranti in Libia o sulle isole greche. Oltre a numerose fabbriche non-essenziali, sono stati proprio i CPR, come anche le carceri, a essere rimasti in piena attività, mostrando il loro ruolo di istituzioni volte a riprodurre corpi destinati allo sfruttamento.

Gli eccidi in atto nel Mediterraneo, a cui la pandemia ha fornito una nuova scusa, ci mostrano che le politiche contro la libertà di movimento sono politiche di morte. Per alimentare risposte potenti è necessario mettere la libertà di movimento al centro delle nostre battaglie e costruire attorno a questa rivendicazione un nuovo universalismo di accesso ai diritti, al welfare, al reddito.

 Per alimentare risposte potenti a eventi devastanti, guardiamo alle dimensioni socio-ecologiche della riproduzione. Il nesso tra riproduzione sociale e quella ecologica non è nuovo. Oltre al lavoro delle donne, il capitalismo dell’era industriale ha appropriato la biosfera come fonte di materia ed energia. Entrambe, attività riproduttive e biosfera, sono state ridotte a risorse gratuite per alimentare un modo di produzione guidato dall’imperativo del profitto e della crescita. Oggi, al collasso delle strutture della cura, corrisponde quello degli ecosistemi. La pandemia e i suoi effetti devastanti sono frutto di questa doppia dinamica. La crescita fuori controllo di deforestazioni, coltivazioni intensive, allevamenti industriali di animali e insediamenti urbani hanno aumentato la frequenza dei salti di specie dei virus. Dopo aver trovato un nuovo ospite, il Sars-Covid-2 si è propagato attraverso i circuiti dell’economia globalizzata. Il virus, dicono alcune ricerche scientifiche, viaggia nelle particelle di smog e si trasmette con più facilità nelle aree dove l’aria è fortemente inquinata, a grande densità abitativa, oltre che produttiva, da Wuhan alla Pianura Padana. In Italia l’infezione si è estesa nei luoghi di lavoro chiusi troppo tardi e riaperti troppo in fretta. La curva del contagio è cresciuta in un sistema sanitario indebolito dai tagli e dalle privatizzazioni. La pandemia ha confermato su scala inedita, ciò che alcune lotte femministe e conflitti socio-ecologici sostengono da tempo: non possiamo ignorare, o declinare come secondario, il nesso tra riproduzione sociale e quella ecologica e le sue implicazioni politiche. La scommessa è estendere la cura dai corpi singoli a ciò che permette loro di persistere: la relazione, gli ecosistemi, la biosfera, il pianeta intero. Questo è terreno di incontro, e convergenza possibile, tra movimenti femministi e transfemministi ed ecologisti.

 Per alimentare risposte potenti a eventi devastanti è necessaria una redistribuzione radicale della ricchezza. Mentre in Europa e a livello globale si consuma lo scontro sugli strumenti da mettere in campo per gestire una crisi economica, oltre che sanitaria, di dimensioni immani, quel che inizia a emergere è che sarà inevitabile, per Stati e istituzioni economico-finanziarie, rilanciare la spesa sociale. Il punto è come. Quanti e a chi verranno destinati i fondi pubblici? Questo rilascio si darà sempre attraverso il meccanismo del debito?

Non ci accontentiamo di misure di emergenza. In tant* in questo momento stanno rilanciando la rivendicazione di un reddito di base, da quello di cura a quello di quarantena. In modo affine, siamo convinte che sia necessaria una misura strutturale e redistributiva. Da anni infatti rivendichiamo un reddito di autodeterminazione: universale e incondizionato, rivolto alle singole persone e non al nucleo familiare, slegato da prestazioni di lavoro, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, che sia garanzia di autonomia economica, strumento di fuoriuscita dalla violenza di genere, dallo sfruttamento lavorativo ed ecosistemico. Rivendichiamo reddito di autodeterminazione insieme al salario minimo europeo, per evitare che il primo divenga uno strumento in mano a imprese e datori per comprimere gli stipendi e al fine di contrastare le paghe da fame, le disparità salariali tra donne e uomini, nativ* e migranti.

Vogliamo che le istituzioni del welfare vengano strutturalmente rifinanziate e che siano istituzioni universali, gratuite e solidali, a cui tutt* possano accedere: sanità pubblica e laica, moltiplicazione dei presidi territoriali, assunzioni a tempo indeterminato e stabilizzazioni del personale; investimenti in scuola, formazione e ricerca; servizi per l’infanzia; a sostegno e per la cura delle persone più vulnerabili; garanzia del diritto all’abitare; previdenza sociale.

Allora le lotte per il welfare, oltre a essere lotte per la redistribuzione della ricchezza, emergono in tutta la loro importanza come lotte per la democrazia, per la riappropriazione democratica delle infrastrutture sociali. La difesa del pubblico è immediatamente immaginazione di istituzioni comuni e di libertà oltre lo Stato.

 Per alimentare risposte potenti è necessario costruire in comune nuove alleanze della cura. «Ridurre la curva e aumentare la cura», è lo slogan del collettivo di artiste e attiviste Pirate Care, che restituisce, a nostro avviso, il senso profondo della scommessa femminista e transfemminista: contenere il contagio non basta, occorre invece lottare per riorganizzare le infrastrutture della cura, sottrarne il controllo al mercato. Solo così i corpi oggi più esposti agli effetti (anche economici e sociali) del Covid-19 troveranno quei margini di sicurezza che al momento sono privilegio di pochi.

Le reti di mutualismo e solidarietà create in molti centri urbani d’Italia vanno in questa direzione: adottano forme di cura dal basso che spostano l’attenzione oltre gli individui. A Roma, come in altre città, i centri anti-violenza femministi, da Lucha y Siesta a BeFree, a D.i.Re alla Casa Internazionale delle Donne, continuano a operare, a distanza, a sostegno di donne vittime di violenza, costrette a casa con uomini che abusano e minacciano. Così la rete di solidarietà tra e verso le sex workers che è riuscita a superare barriere di stigmatizzazione e criminalizzazione, mettendosi al fianco di chi, in questa emergenza, è più esposta sia al contagio che allo sfruttamento. Così anche gli sportelli e le organizzazioni sindacali che tutelano i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori precar*, migranti, informali, senza tutela, disoccupat*, fornendo assistenza legale o per l’accesso agli ammortizzatori sociali; o, ancora, gli spazi e le reti sociali e territoriali che stanno organizzando le spese e distribuzioni solidali.

La cura diventa così terreno di sperimentazione. Oltre gli spazi chiusi degli ospedali, di certo essenziali nella crisi sanitaria, oltre il privato della famiglia, la cura si fa diffusa e promiscua, nutrita da reti di intimità che non coincidono con le parentele biologiche. Occorre ripensare forme e istituzioni della cura oltre il modello familistico ed eteronormato, individualista e patriarcale. Occorre ripensare le relazioni e la vita in comune, abbattendo una volta per tutte la violenza del modello neoliberale, machista e predatorio nei confronti della vita.

Le lotte che si prefigurano richiedono forza, determinazione, creatività. Abbiamo aperto una pista con la risignificazione dello strumento dello sciopero. Un processo che è ancora in atto. In questa direzione dobbiamo proseguire. E le lavoratrici e i lavoratori che hanno scioperato un mese fa, in piena emergenza Covid-19, ce lo hanno già dimostrato. Ce lo hanno dimostrato le sollevazioni nelle carceri.

Ora più che mai è il momento di tornare a battersi per la redistribuzione della ricchezza che da secoli ci viene estorta, rubata. Come le compagne argentine, prima della quarantena, è il momento di gridare con tutta la forza che ci anima che “noi siamo in credito e non in debito!” e “ci vogliamo vive, libere e sdebitate!”.

Non Una di Meno Roma

Qui la traduzione del testo in inglese su Interface Journal  “Life Beyond the Pandemic” a cura di Emma Gainsforth e Miriam Tola

Non una di meno: Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

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Come Non Una Di Meno sentiamo l’urgenza di una presa di posizione femminista e transfemminista sull’attuale crisi globale, non solo per analizzare l’emergenza nella quale ci troviamo, ma anche come punto di partenza collettivo: le trame che intessiamo oggi avranno effetti sulla riorganizzazione sociale che cominciamo a intravedere e sul futuro che vogliamo.

Abbiamo annullato lo sciopero dell’8 e 9 marzo perché non potevamo ignorare l’emergenza da Covid-19 e la responsabilità collettiva di evitare la diffusione del contagio. Da subito abbiamo riconosciuto che la pandemia esaspera una «normalità» fatta di violenza, privilegi, emarginazione, oppressione e sfruttamento, e questo giudizio è confermato dalla situazione prodotta dopo il primo mese di «politiche di contenimento».

Restiamo a casa, “ma” la crisi sanitaria attuale svela spietatamente le contraddizioni del sistema, la fragilità delle democrazie e delle politiche pubbliche, le diseguaglianze strutturali, le tensioni che attraversano un sistema produttivo basato sullo sfruttamento delle persone e dell’ecosistema, aprendo le porte a una crisi economica e alimentare senza precedenti.

La violenza contro le donne e le persone LGTBQIA+ cresce nelle case in cui dobbiamo restare per mantenere la distanza sociale. L’oppressione di chi non ha una casa in cui restare, di chi è rinchiusa e rinchius* in un centro di detenzione o di «accoglienza», di chi sta in carcere o preme per attraversare i confini, è diventata ancora più insopportabile. Così come diventa impossibile affrontare autonomamente una gravidanza indesiderata, quando si condivide forzatamente lo spazio domestico con un nucleo familiare al quale avremmo voluto nascondere la nostra scelta.

Lo sfruttamento è diventato più intenso per chi è costrett* ad andare a lavorare in modo da garantire i profitti e per chi svolge tutti quei lavori essenziali per contenere la pandemia. In questa situazione senza precedenti si sono moltiplicati gli scioperi, sia per reclamare la possibilità di restare a casa e non correre rischi di contagio, sia per lavorare in condizioni di sicurezza contro il contagio.

Abbiamo sentito risuonare in molte lotte la parola d’ordine che in tutto il mondo il movimento femminista e transfemminista globale ha urlato in questi quattro anni: «se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo»! La pandemia che non ci permette oggi di scendere in piazza e sentire la forza di una marea di corpi in movimento, ci obbliga a indicare quelli che sono già e saranno, dopo la fine dell’emergenza, i terreni sui quali la nostra lotta deve continuare e crescere: perché non abbiamo nessuna intenzione di tornare alla «normalità» che ci opprime e perché sappiamo che la pandemia imporrà grandi trasformazioni.

Abbiamo combattuto per decenni contro l’identificazione delle donne con lo spazio e le mansioni domestiche, per poter «uscire dalle case». Oggi assistiamo a un rientro forzato di moltissime donne e soggettività LGTBQI+ in una casa che rischia di essere idealizzata come spazio «protetto» esente da sfruttamento, ma per molte e molt* di noi stare a casa non è sicuro. Mentre ogni spazio pubblico è sottoposto a stretti controlli di sicurezza, la quarantena e l’isolamento non fanno che esasperare le situazioni di violenza intra-familiare, che in questi giorni sono cresciute esponenzialmente e in alcuni casi sono già sfociate in femminicidi (otto, solo nel mese di marzo).

Gli effetti dei tagli ai centri antiviolenza diventano ancora più evidenti e pesanti, mentre essere costrette a stare in casa rende quasi impossibile anche solo contattare i numeri e le strutture di riferimento. Ma anche la casa non è più la stessa. Il cosiddetto smart-working, presentato come la soluzione più semplice di fronte al blocco degli spostamenti, si è trasformato in una chiamata alla flessibilità e alla disponibilità costante al lavoro.

Insegnanti, educatrici ed educator*, prima di altre categorie, hanno dovuto confrontarsi con l’invasione del lavoro negli spazi e negli orari della vita personale. Allo stesso tempo, la didattica online acuisce le differenze sociali tra chi ha i mezzi e il tempo da mettere a disposizione delle figlie e de* figl* per aiutarli a seguire le lezioni online e chi invece non ha le stesse possibilità. D’altra parte, alcune donne non possono stare a casa e anzi sta aumentando moltissimo il carico lavorativo per figure professionali fortemente femminilizzate come infermiere, cassiere, donne delle pulizie, operatrici socio-sanitarie, il cui lavoro è essenziale per la gestione della pandemia. Così, mentre la cura e i servizi alla persona rivelano tutta la loro fondamentale importanza, il decreto approvato dal governo italiano, significativamente e paradossalmente chiamato «Cura Italia», continua a produrre l’invisibilità proprio delle categorie che si occupano di cura e servizi alla persona.

Il decreto esclude del tutto milioni di lavoratrici domestiche e della cura già prive di tutele che, insieme al posto di lavoro, se sono migranti, rischiano anche di perdere il permesso di soggiorno. Allo stesso modo sono escluse moltissime donne che lavorano in nero nei servizi alla persona, nel turismo, nel lavoro stagionale, e moltissime lavoratrici del terzo settore, a cui sono state progressivamente esternalizzate le attività di cura secondo criteri d’impresa che aumentano a dismisura il carico di lavoro a scapito di quelle persone, come gli anziani, che più avrebbero bisogno di essere protette dal contagio. La pandemia rende quanto mai evidente la centralità politica della riproduzione sociale e l’urgenza di continuare a farne un terreno di lotta.

Tutte le contraddizioni dell’organizzazione patriarcale e neoliberale della società stanno esplodendo. Il lavoro precario e mal pagato delle donne impiegate nella sanità e nei servizi alla persona, ma anche la difficoltà del sistema sanitario nazionale di gestire la crisi pandemica, sono l’effetto di decenni di tagli. Il servizio sanitario è stato spogliato di ogni contenuto universalistico, privatizzato in favore dei profitti e privato dei presidi territoriali, al punto che ora rischia di arrivare al collasso. Mentre anche i tentativi di coordinamento al livello dell’Unione Europea rivelano la continuità delle logiche dell’austerità persino di fronte all’urgenza di un intervento fuori dai vincoli di bilancio, il peso materiale e psicologico del contagio viene scaricato sulle singole e i singoli. Noi consideriamo la salute una questione politica e per questo pretendiamo che sia tutelata come bene collettivo, che non può essere perciò limitato al problema di evitare l’estensione del contagio.

Lo Stato tenta di sopperire a queste carenze aumentando il carico lavorativo di chi è già allo stremo e ricorrendo a metafore belliche per garantire l’unità nazionale, trasformando i malati in perdite civili inevitabili e il personale sanitario in “eroi in trincea”.  Il numero esorbitante di morti, però, riguarda in primo luogo la scelta politica di tutelare gli interessi di Confindustria e di quegli imprenditori che hanno proseguito la produzione senza alcuna misura di sicurezza. Le disposizioni in merito alle attività produttive e il braccio di ferro su quali categorie vadano considerate «essenziali» e sulle tutele inderogabili da garantire a chi lavora, hanno messo a nudo lo scontro tra il valore delle vite di lavoratrici e lavorator* e il profitto. A causa del razzismo e del sessismo, per molte lavoratrici e lavorator* è ancora più difficile anche soltanto usufruire dei congedi e dei permessi previsti dalla legge, perché temono future ritorsioni.

Di fronte alla pandemia e ai suoi effetti differenziati, è quanto mai centrale mettere in relazione e comunicazione tutte queste condizioni che rischiano di essere drasticamente isolate e per questo ancora più esposte alla violenza, oppresse e sfruttate.

Questo è il nostro impegno politico nel presente e per il futuro che ci aspetta oltre la pandemia. Oggi abbiamo il compito di dare visibilità e voce a chi in modi diversi sta vivendo gli effetti delle misure di contenimento del contagio: a chi resta a casa e può evitare il contagio solo esponendosi ancora di più alla violenza domestica, a un lavoro sempre più intenso, al peso della povertà attuale e futura. Oggi, per far emergere tutte le situazioni di sfruttamento, dobbiamo essere presenti e consentire una presa di parola anche a chi non può «stare a casa», ma è costrett* a lavorare in condizioni rese ancor più dure dalla mancanza di sicurezza per la propria salute e dal razzismo.

Dobbiamo sostenere con ogni mezzo tutte le pratiche di cura e di solidarietà nate spontaneamente per far fronte alle difficoltà dell’isolamento, tutte le mobilitazioni e gli scioperi di chi non accetta di ammalarsi e morire per il profitto. Oggi dobbiamo continuare le lotte che ci aspettano domani e dare forza al progetto di trasformazione contenuto nel nostro Piano Femminista contro la violenza.

Riconosciamo più che mai l’urgenza di un femminismo e transfemminismo che sappiano portare avanti una battaglia contro il sistema capitalistico che, con la devastazione ambientale, la violenza estrattivista e gli allevamenti intensivi, ha rimodulato il mondo a suo uso e consumo, creando le basi per la diffusione incontrollabile di questa epidemia. Da questa fase si esce con la coscienza che il cambiamento del nostro rapporto con gli ecosistemi è ineluttabile e che la loro cura deve essere trasformata in una forma di lotta.

Ci opporremo a ogni intervento – a partire da quelli previsti dal decreto «Cura-Italia» ‒ che affronti l’emergenza riproducendo gerarchie sociali e condannando alla miseria chi, nel lavoro riproduttivo e in quello produttivo, ha sostenuto con la propria precarietà la riproduzione dell’intera società.

Per questo da subito rivendichiamo un reddito di autodeterminazione accessibile a tutte e tutt*, incondizionato e individuale, che non solo risponda alle difficoltà imposte dalla quarantena, ma che permetta anche di sottrarci al ricatto della violenza maschile e di genere e a quello di dover accettare di lavorare a qualunque condizione, salariale e di sicurezza, pur di sopravvivere.

Sosteniamo tutte le battaglie per l’aumento del salario, a partire da quelle portate avanti dalle lavoratrici impegnate negli ospedali e nelle attività di sanificazione, che oggi stanno pagando a carissimo prezzo la diffusione della pandemia. Proprio perchè riconosciamo la salute come una dimensione di benessere complessiva, rivendichiamo la necessità di non dimenticare la salute sessuale e riproduttiva: difendiamo la nostra possibilità di abortire chiedendo l’estensione dell’aborto farmacologico a 63 giorni, fuori dagli ospedali, nei consultori o attraverso tecniche di telemedicina.

Reclamiamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato dal lavoro e dalla famiglia e soprattutto immediato, perché oggi più che mai milioni di migranti rischiano di non poter accedere nemmeno alle cure mediche essenziali, o ai sussidi per l’emergenza e di ricadere in clandestinità per la perdita del lavoro.

Diamo voce al Piano femminista contro la violenza, tenendo viva la comunicazione politica e il coordinamento transnazionale con milioni di donne e soggettività dissidenti che in tutto il mondo stanno oggi combattendo contro il contagio e per non subire domani la violenza e le disuguaglianze imposte da questo sistema. L’8 e il 9 marzo non abbiamo potuto scioperare, ma lo sciopero e la lotta femminista e transfemminista globale non si fermano: appena sarà possibile, ci riverseremo nelle piazze e non solo, per ribadire che ci vogliamo vive e libere da qualsiasi forma di violenza e oppressione.

Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

Non una di meno

 

#Iorestoacasama…Lotto tutti i giorni Lancio della Campagna di Non Una di Meno

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Da sabato 28 marzo alle ore 12 inizia la CAMPAGNA di NON UNA DI MENO #IORESTOACASAMA… LOTTO TUTTI I GIORNI!
DOVE? Segui le indicazioni sui nostri SOCIAL (Twitter, Instagram, Facebook) e continua a leggere qui per avere più info.

#iorestoacasama è una campagna per rompere la solitudine e l’isolamento, per raccogliere la voce di chi paga l’emergenza, per metterci in connessione e far circolare strumenti e informazioni per aiutarci e sostenerci, per lottare insieme.

Invia testimonianze della quarantena, racconta come è cambiata la tua vita, la tua affettività, la relazione
con il tuo corpo, il tuo rapporto con un tempo senza tempo (ritrovato o sospeso?). L’emergenza #covid_19 non è uguale per tutti, fa esplodere le contraddizioni, approfondisce le ingiustizie sociali e le
discriminazioni. Cominciamo a pensare adesso il mondo che verrà dopo.

📍COME CONTRIBUIRE
A partire da sabato 28 alle 12.00 pubblica testi, video, immagini,
accompagnate dall’HT #iorestoacasama…
I puntini di sospensione accompagnano la tua presa di parola, per uscire dall’isolamento emotivo, dalla solitudine, ci connettiamo con i fili di un hashtag, perché non sei sola, ovunque ti trovi.

-Invia un racconto, una poesia, un testo in prima o in terza persona (firmati o anonimi)
-Invia dei video-racconti sulla tua condizione e la tua esperienza
-Invia delle foto, grafiche, artwork (firmate o anonime)

📍DOVE?
🐦SU TWITTER
TWEET STORM E INQUINAMENTO sabato 28 ALLE 12

Dalle 12.00 alle 14.00 su Twitter chiunque abbia un account usi
l’hashtag ufficiale #iorestoacasa insieme al secondo hashtag lanciato da Non Una di Meno #iorestoacasama inserendo i contenuti e le grafiche della campagna per, contemporaneamente, inquinare l’HT ufficiali con le nostre parole, esperienze e rivendicazioni e salire in trending topic con il nostro #iorestoacasama.

📷SU INSTAGRAM
DA sabato 28 E NEI PROSSIMI GIORNI

Usa l’HT #iorestoacasama e invia come messaggio sulla pagina di Non una di meno, oppure tagga la pagina ig stessa, oppure taggala nella tua storia.
Usa anche l’HT ufficiale #iorestoacasa nelle tue storie per rendere
visibile la tua storia comparire nelle storie in evidenza nazionale.

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DA sabato 28 E NEI PROSSIMI GIORNI

Usa l’HT #iorestoacasama e invia come messaggio sulla pagina nazionale di Non una di meno, oppure tagga la pagina fb stessa, a tua scelta.

Questa campagna inizia sabato 28 ma non si conclude in un giorno. Continua anche nei giorni successivi sui vari social a tua scelta a condividere le tue esperienze e rompere l’isolamento per lottare insieme attraverso immagini, video, grafiche e post.

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#iorestoacasama

una casa non ce l’ho

dormo per strada su un divano

e vivo di chi mi dà una mano

#iorestoacasama

la mia casa non è un rifugio

ci ho preso urla, spinte e bei ceffoni

di maschi spenti, aggressivi e manipolatori

#iorestoacasama

ormai sono senza lavoro e salario

con un affitto da pagare

e senza soldi per campare

#iorestoacasama

il telelavoro mi costringe per ore

seduta di fronte a uno schermo

con un bambino solo e sempre fermo

#iorestoacasama

c’è una paura che mi assale

ogni volta che devo capire vicino a chi stare

per non farlo stare male

#iorestoacasama

sono operaia, infermeria, cassiera

sono sempre a lavoro o sul divano

senza diritti e socialità

in una quarantena che non ha pietà

#iorestoacasama

dov’è finita la sanità?

in solitudine e isolamento

morire in casa senza un lamento

#iorestoacasama

ci resto con responsabilità

 ma voglio dare voce al mio pensiero

che risuoni per tutte

all’urlo di non una di meno