Report incontro nazionale del 9 febbraio Libere di muoversi. Libere di Restare

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Libere di muoversi. Libere di restare.

Incontro nazionale a LUCHA Y SIESTA sull’intreccio sessismo/razzismo – Roma, 9 febbraio 2019.

In preparazione dello sciopero dell’8 marzo NUDM si è incontrata a Roma alla Casa delle donne Lucha y Siesta, spazio femminista dove da oltre dieci anni si pratica l’intreccio tra antisessismo e antirazzismo, minacciato di sgombero per fare cassa come tanti altri luoghi di donne. Dopo aver accolto oltre 100 donne e 60 minori provenienti da tutto il mondo, casa rifugio e centro antiviolenza, Lucha y Siesta rischia la chiusura a causa del piano di rientro finanziario che coinvolge gli immobili Atac, società del trasporto romano,  con il silenzio del Comune di Roma.

Lo sciopero femminista dell’8 marzo rivendica con forza la difesa degli spazi femministi e invita alla loro moltiplicazione!

L’incontro nazionale, molto partecipato da vari snodi di NUDM anche via skype, ha visto la partecipazione della regista italo brasiliana Regiana Queiroz, appena arrivata in Italia perché costretta a lasciare di corsa il Brasile per le minacce ricevute per il suo impegno politico.

Con la consapevolezza di quanto già fatto a livello nazionale e territoriale, l’assemblea ha discusso una strategia condivisa, verso e oltre l’8 marzo, per far emergere i nessi tra sessismo e razzismo e contribuire all’intersezionalità delle lotte. Nudm rivendica il suo ruolo centrale nel nominare il razzismo in tutte le sue manifestazioni e nella sua lunga sedimentazione storica andando controcorrente rispetto a un contesto che, da un lato lo legittima, dall’altro lo occulta negando la stessa possibilità di nominarlo. Questo ruolo è ancora di più centrale dopo l’entrata in vigore della legge Sicurezza del 2018.

È necessario, invece, nominare le differenze tra le donne e le loro lotte per fare in modo di collegarle tra loro.

NUDM, da ultimo con il suo documento sul finto “reddito di cittadinanza”, si impegna ad assumere posizionamenti che tengano in considerazione l’intreccio tra sessismo, razzismo e classe, che adottino una prospettiva femminista delle migrazioni.

Già nella manifestazione del 24 novembre 2018 contro la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere NUDM ha preso posizione contro l’allora Decreto Salvini, oggi diventato legge Sicurezza, e i cui effetti sono già drammaticamente visibili.

Sui territori è sempre più percepibile l’isolamento e l’emarginazione in cui vengono ricacciate le persone migranti che hanno perso il diritto alla “accoglienza”, o chi non riesce a ottenere l’iscrizione anagrafica e, dunque, le prestazioni sociali in condizioni di parità. Con la soppressione della protezione umanitaria, sono soprattutto le donne a essere private dei propri diritti, in violazione della Convenzione di Istanbul. Inoltre persiste la situazione di esclusione di chi cresce in Italia: non solo si è negata la cittadinanza a chi è cresciuto/a in Italia, ma anche chi riesce ad ottenerla può vedersela revocare: si aggiunge precarietà a esistenze già molto infragilite.

A questo trattamento persecutorio nei confronti, in primis, delle e dei migranti, ma anche di chi si attiva a loro favore, si aggiunge la politica dei respingimenti in mare e dei porti “chiusi” per le navi di salvataggio. Di fronte a questo inedito scenario molte sono le forme di disobbedienza che si stanno diffondendo e tante le iniziative antirazziste. L’assemblea invita tutte le realtà, le reti e le persone che si rifiutano di accettare queste politiche razziste, e che in questi mesi hanno messo in campo forme di protesta, a mobilitarsi l’8 marzo per lo sciopero femminista delle donne, dei generi e dai generi che è anche sciopero contro il razzismo e i confini, e per la libertà di movimento di tuttu.

Le donne migranti sono le prime protagoniste della lotta contro il razzismo e il sessiamo, sistemi di oppressione che combattono quotidianamente in prima linea, sia sui luoghi di lavoro, che sui confini esterni, che su quelli interni ai territori e alle città. Ne sono esempi le vertenze delle lavoratrici di italpizza (“qui e qui“), ma anche le mille lotte quotidiane che non raggiungono i media.  NUDM sostiene e si impegna a fare da cassa di risonanza a tutte le vertenze e alle lotte portate avanti dalle donne migranti e dalle  soggettività razzializzate; ognuna di queste lotte è per noi una  tappa di un percorso di mobilitazione sempre più forte verso lo sciopero dell’8 marzo 2019 e l’oltre l’8 marzo, guardando all’incontro internazionale in costruzione. Anche a questo fine l’assemblea ricorda la necessità, già proposta nell’assemblea di Bologna, che il gruppo comunicazione nazionale venga integrato rispetto al tema della connessione tra razzismo e sessismo.

L’assemblea propone di scrivere un appello a tutte le realtà antirazziste perché si mobilitino in supporto dell’8M e riempiano di pratiche questa giornata.  Ciò è reso ancora più urgente dalle recenti riforme in tema di migrazioni e sicurezza le quali mettono in luce, una volta di più, il nesso tra le politiche securitarie che vengono giocate sui corpi delle donne e degli uomini migranti e la repressione del dissenso e delle lotte.

Citiamo alcune delle frasi e degli slogan che sono stati proposti per la giornata dell’8 marzo:

SCIOPERIAMO PERCHÉ CI AMMAZZANO, PERCHÉ CI FANNO ANNEGARE IN MARE, PERCHÉ NON CI RICONOSCONO CITTADINE, PERCHÉ CI TOLGONO LA PROTEZIONE UMANITARIA, PERCHÉ SUBIAMO IL RAZZISMO IN TUTTE LE FORME!

L’assemblea propone anche di scrivere un VADEMECUM delle PRATICHE DI SCIOPERO DAL RAZZISMO E DAI CONFINI che si va ad aggiungere ai Vademecum che NUDM ha prodotto per l’organizzazione dello sciopero per raccogliere le pratiche che si sono già sperimentate e immaginate a livello territoriale:

  • lanciare una o mille Casa dello sciopero a livello locale come strumento di interazione con le lotte antirazziste facendosi attraversare dalle loro pratiche
  • cominciare la mobilitazione dalle scuole
  • mobilitare il mondo dello sport
  • nominare tutte le forme di razzismo. IO TI CREDO anche sul razzismo.
  • vademecum per chi è nei centri di accoglienza
  • i porti solidali.
  • azioni sui mezzi pubblici
  • sciopero all’incontrario, con prof. che parlano in piazza del decreto sicurezza e del razzismo
  • incontri nelle piazze dove si ritrovano le lavoratrici domestiche e di cura e le varie comunità
  • far convergere le proteste delle operatrici dell’accoglienza nell’8 marzo.

L’Assemblea Libere di muoversi, Libere di restare riconosce le difficoltà che le donne possono incontrare a scioperare, in particolare le donne migranti occupate in settori come quello della cura, proprio perché vivono su loro stesse l’interconnessione tra sistemi di subordinazione basati sul genere, la razzializzazione e la classe. Per visibilizzare la partecipazione di chiunque non possa aderire allo sciopero NUDM adotta i Panuelos fucsia come simbolo di riconoscimento per chi sciopera: si tratta di un simbolo delle lotte che nasce in Argentina che ha e produce un fortissimo valore di solidarietà tra donne. NUDM produrrà Panuelos, diffonderà le modalità con cui rifarli ma invita tutte l’8M a indossare o portare con sé un qualunque fazzoletto triangolare fucsia o le spillette a triangolo di NUDM.

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Vademecum Sciopero 2019 – come scioperare l’8 marzo

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Lo sciopero è un diritto

L’art. 40 della Costituzione dichiara: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Lo sciopero è dunque un diritto di rango costituzionale in capo a ogni lavoratrice e lavoratore, sebbene negli anni abbia subito limitazioni che ne hanno intaccato la potenza. Anche per questo motivo, scioperare e rivendicare nuovi diritti rappresenta un elemento di rottura imprescindibile. Durante lo sciopero il rapporto di lavoro è sospeso, di conseguenza, anche la prestazione lavorativa da parte della lavoratrice e la retribuzione da parte del datore di lavoro.

 8 marzo 2019 – Sciopero generale di 24 ore, settore pubblico e privato

Anche quest’anno, per l’8 marzo, Non Una di Meno ha chiesto a tutte le organizzazioni sindacali di convocare lo sciopero generale di 24 ore, dunque in tutti i settori del pubblico impiego e del privato; a partire dalla convinzione che l’astensione dal lavoro produttivo sia un’articolazione fondamentale dello sciopero femminista (qui puoi leggere l’appello per lo sciopero di Non Una di Meno.

A oggi lo sciopero è stato proclamato da diversi sindacati di base. Sul blog potrai trovare alcune proclamazioni inviate alla Commissione di Garanzia.

Nelle 24 ore del giorno 8 marzo 2019, quindi, tutte le lavoratrici sia del pubblico impiego che del privato possono scioperare perché esiste la copertura sindacale generale. Il che significa che puoi scioperare anche se nel tuo luogo di lavoro non c’è un sindacato di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato (se vuoi saperne di più clicca qui.

La comunicazione dello sciopero arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dall’associazione datoriale alla quale l’azienda fa riferimento.

È comunque possibile, soprattutto per il comparto privato, che qualche datore di lavoro non riceva la comunicazione o neghi di averla ricevuta. In tal caso, controlla le comunicazioni affisse in bacheca, se non compare, richiedila al tuo responsabile del personale o contattaci per avere una copia dell’indizione e dell’articolazione dello sciopero nel tuo settore, così da poterla affiggere direttamente sul posto di lavoro.

A ogni modo, sul blog di Non Una di Meno, nel riquadro “sciopero 8 marzo”, saranno pubblicate le indizioni dei singoli luoghi di lavoro; puoi pertanto estrarre copia di quelle già inviate e utilizzarle.

È anche possibile, data l’estrema frammentarietà del mondo del lavoro contemporaneo, che in qualche luogo di lavoro privato – soprattutto tra quelli che non fanno riferimento alle maggiori confederazioni padronali – non sia stato indetto lo sciopero. In questo caso, rivolgiti al nodo di Non Una di Meno della tua città o a quello a te più vicino: è possibile provvedere alla comunicazione dell’indizione di sciopero (alla Direzione Ufficio del Personale) – tramite i sindacati – fino al giorno prima dello sciopero (fatta eccezione per i posti di lavoro sottoposti a L.146/90, i cosiddetti servizi pubblici essenziali, per i quali è necessario inviare la comunicazione al datore di lavoro almeno 12 giorni prima).

Scuole statali, ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali, dato l’elevato numero e la capillare diffusione sul territorio, ricevono comunicazione dello sciopero tramite una Circolare che il MIUR (nel caso delle scuole statali) e la Regione (per ospedali e servizi sanitari pubblici territoriali) sono tenuti a inviare in ogni singola scuola e a ogni direzione di ente ospedaliero e/o ASL.

Nonostante la proclamazione sindacale dello sciopero, con relativa pubblicazione sul sito della Commissione di Garanzia Sciopero  , avvenga con largo anticipo rispetto alla data prevista, queste circolari spesso arrivano a ridosso dello sciopero o non arrivano e alle lavoratrici viene detto che non possono scioperare. Non solo le lavoratrici possono scioperare, ma è bene segnalare, attraverso la casella di posta elettronica di Non Una di Meno, dove questo accade, per procedere, là dove si persista, con una diffida sindacale.

La Circolare del MIUR verrà comunque pubblicata sul sito appena emanata, in modo da poter essere presentata in ogni scuola dalla stessa lavoratrice. Per la sanità pubblica, essendo le Circolari regionali, ci si può rivolgere al nodo di Non Una di Meno del territorio di appartenenza.

La lavoratrice non è tenuta a dichiarare preventivamente all’azienda la sua adesione allo sciopero, dunque non occorre alcuna comunicazione personale (se non quella dell’indizione dello sciopero).

Nel settore sanità e per molte altre categorie che utilizzano la turnazione, la copertura parte dal primo turno della mattina dell’8 marzo e finisce all’inizio del primo turno della mattina del 9 marzo; tutte le lavoratrici possono quindi scioperare indipendentemente dal turno cui sono adibite: sia la mattina, sia il pomeriggio che la notte.

Nel caso del trasporto pubblico locale l’articolazione delle ore di sciopero, così come delle fasce protette, può variare da città a città. Nel caso di Roma lo sciopero sarà di 24 ore (con esclusione delle fasce protette).

RESTRIZIONI AL DIRITTO DI SCIOPERO: FACCIAMO CHIAREZZA

Sciopero nei servizi pubblici essenziali L. 146/90

La legge 146 del 1990 disciplina il diritto di sciopero per i servizi pubblici essenziali, cioè quelli volti a garantire il diritto alla vita, alla salute, alla libertà, alla libertà di circolazione, all’assistenza e previdenza sociale, all’istruzione e alla libertà di comunicazione.

I servizi per cui la legge disciplina tale diritto, quindi, sono molti e diversi tra loro: i più noti – per la loro vicinanza alla vita quotidiana della maggior parte delle persone – sono la sanità, i trasporti pubblici urbani ed extraurbani, l’amministrazione pubblica, le poste, la radio e la televisione pubblica e la scuola; ma devono essere garantiti anche i servizi di raccolta dei rifiuti, l’approvvigionamento di energie, risorse naturali e beni di prima necessità.

In tutti questi ambiti il diritto allo sciopero, quindi, non è assoluto ma relativo alla possibilità di garantire alcuni diritti dei cittadini.

Per questo motivo, per tutti i servizi sottoposti a L. 146/90, devono essere previsti i contingenti minimi di personale tramite contrattazione integrativa o accordo sindacato/azienda. È in capo al datore di lavoro il diritto/dovere di individuare le/i dipendenti da inserire nei contingenti minimi e inviare loro entro 5 giorni dalla data dello sciopero la comunicazione di “esonero dallo sciopero”, ovvero di recarsi in servizio il giorno dello stesso.

Qualora la dipendente inserita nei contingenti minimi abbia intenzione di scioperare, deve inviare entro 24 ore dal ricevimento dell’ordine di prestare servizio una comunicazione all’azienda della volontà di aderire all’astensione e, quindi, di essere sostituita.

L’azienda ha il dovere di verificare la possibilità di sostituzione della dipendente. Solo nel caso tale sostituzione non fosse possibile è ammissibile il rifiuto al diritto. In ogni caso, l’azienda deve comunicare alla dipendente di averla sostituita o meno, quindi se può scioperare o se deve lavorare.

Le aziende che erogano il servizio che lo sciopero potrebbe far venir meno, inoltre, sono obbligate con almeno 5 giorni di anticipo a dare comunicazione all’utenza sulle modalità e gli orari dei servizi essenziali garantiti.

Ricordati che il diritto allo sciopero è un diritto individuale in capo a ogni singola lavoratrice e lavoratore, sancito e garantito dalla Costituzione Italiana, e il cui esercizio non può essere precluso e/o limitato (se non per quanto riguarda le modalità di erogazione dei servizi di pubblica utilità di cui ai paragrafi precedenti).

Per qualsiasi dubbio o abuso al tuo diritto di scioperare contattaci a questa e-mail: nudmsciopero@gmail.com.

Proveremo a rispondere alle tue richieste e seguiremo con il supporto di sindacati e legali qualsiasi sopruso verrà riscontrato.

Qui e di seguito, puoi scaricare le singole adesioni di categoria (in continuo aggiornamento):

  1. Proclamazione SCIOPERO GENERALE
  2. Adesione PUBBLICO IMPIEGO
  3. Adesione LAVORO PRIVATO
  4. Adesione SETTORE ELETTRICO 1
  5. Adesione SETTORE ELETTRICO 2
  6. Adesione SETTORE ELETTRICO 3
  7. Adesione ITALGAS
  8. Adesione TIM
  9. Adesione TRASPORTI
  10. Adesione ACEA
  11. Adesione FERROVIE
  12. Adesione TAXI
  13. Adesione COOPERATIVE
  14. Adesione EXLSU
  15. Adesione SETTORE IDRICO
  16. Adesione SANITA’ PRIVATA: Bambino Gesù, Gemelli, Don Gnocchi, Villa San Pietro, Fatebenefratelli
  17. Adesione CONDOMINI
  18. Adesione SETTORE TERZIARIO (Cedat 85 Srl)
  19. Adesione INDUSTRIA ALIMENTARE (Agecontrol SPA)
  20. Adesione INDUSTRIA METALMECCANICA
  21. Adesione COMMERCIO (Coopfidi)
  22. Adesione ENTI PREVIDENZIALI
  23. Adesione RISTORAZIONE
  24. Adesione PARTECIPATE (Regione e Comune)

 

23 Febbraio: Giornata antispecista, ecofemminista, transfemminista

23 febbraio

«Una stessa linea di confine (demarcazione e separazione) simile a quella posta tra l’Uomo e l’Animale è stata posta così tante volte nella storia dell’umanità (tra padroni e schiavi, tra bianchi e neri, tra uomini e donne, tra occidentali e resto del mondo, tra borghesi e miserabili, tra normali e folli, ecc.) che dovremmo aver imparato quanto sia aleatorio e soprattutto poco innocente il suo posizionamento.
Nei secoli, la costruzione dell’Uomo come antitesi all’animale (e agli umani bestializzati) è stata enfaticamente sostenuta a tutti i livelli, ed è soprattutto la spasmodica ricerca della differenza Uomo/ Animale, indispensabile per consentire lo svolgimento indisturbato delle pratiche di discriminazione, a dover forse essere analizzata con maggior attenzione anche e soprattutto all’interno di quei movimenti che conoscono perfettamente i meccanismi per cui si è proclamato (e lo si ricomincia a fare, Pillon docet) la distanza/differenza tra uomo e donna (dove l’uno riveste i panni della forza e della razionalità e l’altra quelli della fragilità emotività e della imprevedibilità dell’istinto naturale) e via continuando con la riappropriazione dei distinguo tra famiglia naturale e famiglia contro natura, tra soggettività etero e omo, fino alla denaturalizzazione delle persone trans, perché anche il concetto di natura è un concetto politico, un dispositivo di oppressione, il discorso dei potenti.

Partendo dalla creazione dell’Homo Sapiens (denominazione alquanto sessuata, sessista e presuntuosa) fino a quella dell’Uomo Moderno (maschio, bianco, cristiano, etero, sano, proprietario), si ha avuto a che fare più con la politica che con la biologia (e questo dovrebbe far alzare le antennine dato che è nota la forza oppressiva del valore socio politico assegnato a caratteristiche biologiche di per sé neutre) senza contare che tale costruzione segue di pari passo l’accumulazione progressiva del capitale di svalutazione dell’animale, della sua trasformazione a cosa. È così che l’antropocentrismo raggiunge il suo apice, un picco che si configura a tutti gli effetti come un altro tipo di religione (la chiamiamo antropolatria?) che separa puntigliosamente ciò che è sacro e ciò che non lo è, chi è degno di vivere e chi invece può essere macellato. Una fede con le sue regole, i suoi riti, i suoi sacrifici. Inutile ricordare che, come ogni religione che si rispetti, anche questa ha sacrificato, nei secoli, sia gli animali che gli umani a loro equiparati, ed è infinitamente flessibile (come tutte le religioni) alle esigenze di potere nonché a quelle economiche, produttive e riproduttive, inerenti al periodo storico e culturale in cui viene professata e predicata.

Anche la frase “ vale di più la vita di un bambino che quella di un topo” usata spesso riguardo alla sperimentazione animale, attinge proprio a questi assunti, alla norma sacrificale in primis, alla ritualità del sacrificio che enfatizza il concetto del sacro: la sacralità della vita umana a scapito di quella di tutti gli altri, umani disumanizzati compresi.

Anche Darwin viene a sua volta reinterpretato, anche quando dimostra come le differenze di specie siano solo di grado e non di genere.»

Vogliamo ribadire le connessioni profonde che supportano la presa mortifera sui corpi, umani e non umani, sui loro territori e sul pianeta.
Una lotta antisessista, antipatriarcale e anticapitalista
che voglia sovvertire l’attuale struttura economico-sociale
nell’intreccio dei suoi meccanismi di potere, non può prescindere
dalle istanze e dalle lotte antispeciste, transfemministe ed ecofemministe.
VERSO un Lotto marzo in cui TUTTE le soggettività si sentano incluse.
VERSO Lotto marzo come giornata di sciopero produttivo e riproduttivo
VERSO Lotto marzo come sciopero dai consumi
VERSO Lotto marzo come giornata di autodeterminazione.

La forma sarà laboratoriale, costruita sul contributo de* present*.

Gli obiettivi sono quelli di evidenziare pensieri e strategie, di costruire aperture e nuove relazioni e di inventare modalità per Lotto marzo.

PROGRAMMA

15.30 Accoglienza

16.00/18.00 “Dai femminismi ai transfemminismi. Esperienze e posizioni a confronto.”
Vogliamo parlare di femminismi e di transfemminismi e del passaggio da una visione binaria ed essenzialista, che fa il gioco di un potere eteronormante, ad una visione in cui ogni soggettività sia libera di autodeterminarsi. Quali difficoltà crea tale passaggio?
Introducono la discussione Nathan Bonnì e Chris Zecca
18.00/19.30 Idee, iniziative e proposte per Lotto marzo

19.30/20.30 Panini e buffet

20.30/22.00 ”Ecofemminismo e Antispecismo: quali intersezioni?”
Discutiamo di sfruttamento e genocidi dei corpi animali, umani e non, e dei territori dove vivono, in un’ottica anticapitalista e intersezionale, con uno sguardo particolare alla cosiddetta bioviolenza, attuale configurazione del potere in relazione agli allevamenti.
Introducono la discussione Raffaella Colombo, Federica Timeto, Roberta Salardi e Alice Tonelli

22.00/23.00 Idee, iniziative e proposte per Lotto marzo

 

8 febbraio 2019: Non una di meno lancia lo sciopero femminista dell’8 marzo

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L’8 febbraio, a un mese dallo sciopero globale, iniziative di lancio in diverse città italiane.

Per il terzo anno consecutivo Non Una di Meno chiama le donne e le soggettività LGBTQI* a partecipare allo sciopero femminista transnazionale dell’8 marzo e ad interrompere ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita.

Lo sciopero globale, che l’anno scorso ha coinvolto circa settanta città italiane e più di settanta paesi nel mondo, è organizzato in risposta a tutte le forme di violenza di genere:

“Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Violenza omofoba e transfobica. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!”

Non una di meno denuncia le diverse forme di oppressione e i loro intrecci: le discriminazioni e la violenza di genere, omofobica e transfobica, lo sfruttamento del lavoro, il razzismo, la violenza del capitalismo, insostenibile per l’ecosistema nel quale viviamo. Agli uomini si chiede di sostenere lo sciopero in tutti modi possibili, soprattutto facendosi carico del lavoro di cura.

Non una di meno contesta i provvedimenti dell’attuale governo, in particolare:

  • il disegno di legge Pillon su separazione e affido, contraria persino alle leggi e alle convenzioni internazionali sulla tutela dei minori e sul contrasto alla violenza sulle donne
  • la legge Salvini sull’immigrazione e la propaganda razzista che la sostiene
  • l’invenzione della cosiddetta “ideologia del gender” in nome di cui si chiudono i programmi di educazione alle differenze di genere a scuola
  • il sussidio di disoccupazione a condizioni proibitive, spacciato per  “reddito di cittadinanza”
  • la finta flessibilità del congedo di maternità
  • le mancate risposte del governo in materia di prevenzione del femminicidio
  • le mancate risposte del governo in materia di sicurezza per l’interruzione volontaria di gravidanza

8 Febbraio, a un mese dall’8 marzo, inizia il countdown verso lo sciopero globale!

Lo sciopero è la nostra risposta alla violenza maschile contro le donne e a tutte le forme di violenza di genere!
Nella giornata nazionale di lancio dello sciopero femminista globale ci troviamo nelle piazze di molte città d’Italia per una serie di iniziative itineranti, flash mob, striscionate, assemblee e altri eventi… Stay tuned

La marea sale…LottoMarzo si avvicina!

Ad Alessandria banchetto e volantinaggio in centro

A Bologna striscionata e azioni simboliche, la sera: Countdown partySabato 9: partecipazione al corteo a Modena indetto da Si Cobas dopo gli scioperi delle lavoratrici di Italpizza

A Catania a fianco delle lavoratrici degli Asili nido Comunali da 9 mesi senza stipendio. e lancio dello sciopero insieme a loro

A Firenze ore 12.00 flash-mob davanti al presidio sanitario di Lungarno Santa Rosa

A Genova striscionata e fumogeni nel pomeriggio dalle ore 16.00

A La Spezia la nascente rete territoriale di Non una di meno ha organizzato vari presidi informativi in vari momenti della giornata. Dalle ore 10.30 alle 11.15 presso l’ASL (Via XXIV Maggio). Dalle 11.30 alle 12.30 a Piazza del Mercato. Dalle 14.30 alle 15 al Mercatino. Dalle 17.30 a Via Prione + Corso Cavour.

A Livorno per lanciare insieme il conto alla rovescia verso l’8 marzo, Assemblea Pubblica dalle ore 17.30 presso il Centro Artistico Il grattacielo, via del Platano 6 – Livorno

A Macerata  dalle ore 20.30, striscioni davanti al monumento ai caduti, per dare il via, simbolicamente ma non troppo, alle iniziative in avvicinamento all’8 marzo. La raccomandazione è quella di portate cartelli, striscioni e le proprie presenze. “Per chi non potesse essere presente ma volesse partecipare: appendete alle vostre finestre quei cartelli e striscioni, fotografateli e condivideteli taggandoci”.

A Milano flash-mob ore 11.00 in Piazza Duomo. “Vestiti di nero, indossa il panuelo o un foulard fuxia e vieni in piazza! Se vuoi, porta un cartello con su scritto perché scioperi”.
Il 9 febbraio appuntamento in P.zza Miani, zona Barona, con banchetto informativo sui servizi della zona, un laboratorio per costruire il tuo pañuelos da portare l’8 marzo e un workshop per parlare di violenza. Merenda popolare e distribuzione di vari materiali informativi.

A Napoli Ore 11.00 Castel dell’ovo. Per il terzo anno consecutivo Non Una di Meno chiama le donne e le soggettività TLGBIQ+ a partecipare allo sciopero femminista transnazionale dell’8 marzo e ad interrompere ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita.

A Padova assemblea alle ore 19.30 presso la sala “Caduti di Nassiriya”. Durante l’assemblea i sindacati saranno invitati a proclamare lo sciopero generale e tutte le associazioni, organizzazioni, gruppi, collettivi e persone singole saranno invitate a partecipare al percorso e contribuire alla giornata.

A Pisa la giornata si articolerà in vari momenti. In mattinata al consultorio in Via Torino per distribuire dei questionari sulla salute sessuale e riproduttiva.
Alle 15.30 appuntamento in Largo Ciro Menotti, in cui verranno esposti i vari percorsi della rete cittadina di Non una di Meno, i questionari prodotti dai tavoli di lavoro sulla salute sessuale e riproduttiva e sulla formazione. Verrà allestito un angolo di produzione pañuelos, i triangoli di stoffa che hanno colorato le piazze femministe argentine e che porteremo con noi in corteo l’8 Marzo!
Una piazza femminista, che denuncia la violenza subita sul posto di lavoro, nelle scuole, nei servizi sanitari, e che ci riunisca affinché troviamo, negli occhi di amiche, donne, la forza di raccontarci e organizzarci.
Dalle 18.30 proprio da Largo Ciro Menotti partirà una street che percorrerà le strade del centro.

A Reggio Emilia dalle 18.00 in diversi punti della città per incontrare le donne e lanciare lo sciopero globale femminista, con flash mob e striscionate

A Romaflash mob ore 15.30 a Via degli Annibaldi (sul Ponticello)

A Torino concentramento in piazza Piazza C.L.N. per una serie di iniziative itineranti nel centro cittadino.

A Vicenza iniziative di avvicinamento.

Grafica di copertina tratta dalla pagina fb di Non una di meno Milano

Reddito di cittadinanza. Una critica femminista – da Non una di meno Roma

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Un testo di analisi di Non una di meno Roma sulla misura di reddito di cittadinanza appena varata dal governo gialloverde. Verso l’8 marzo, Non una di meno Roma ribadisce i contenuti della proposta di reddito di autodeterminazione contenuta già nel Piano Antiviolenza di Non una di meno nazionale, quale strumento di autonomia e liberazione dalla violenza di genere, dalla violenza economica e dalla violenza razzista, dalla precarietà, dallo sfruttamento, dal ricatto del lavoro.

Mia zia Mary Beton (…) morì per una caduta da cavallo un giorno in cui, a Bombay, era uscita a fare una cavalcata all’aperto. La notizia dell’eredità mi raggiunse una sera, più o meno alla stessa ora in cui veniva approvata la legge che concedeva il voto alle donne. (…) la zia mi aveva lasciato cinquecento sterline l’anno a vita. Delle due cose, il diritto al voto e il denaro, il denaro, devo ammetterlo, mi sembrò di gran lunga la più importante. Prima di allora mi ero guadagnata da vivere mendicando lavori saltuari presso i giornali, facendo la cronaca di uno spettacolino qui o di un matrimonio là, avevo guadagnato qualche sterlina scrivendo indirizzi sulle buste, leggendo a voce alta per le vecchie signore, creando fiori artificiali, insegnando l’alfabeto ai bambini di un asilo. Erano queste le principali possibilità di lavoro aperte alle donne prima del 1918. E non c’è bisogno purtroppo che vi descriva nei dettagli la fatica di questo lavoro (…) né la difficoltà  di vivere con quel denaro (…) perché forse ne avete fatto la prova. Ma ciò che ancora mi rimane nel ricordo come una punizione peggiore delle altre due era quella mistura velenosa di paura e amarezza che quei giorni avevano generato dentro di me. Tanto per cominciare, il fatto di dover fare sempre un lavoro che non si aveva voglia di fare, e di farlo come una schiava, adulando e lusingando, forse non sempre perché era necessario farlo, ma perché sembrava che lo fosse, e la posta in gioco era troppo alta per correre dei rischi. E infine il pensiero di quel solo talento che sarebbe stato un delitto nascondere, piccolo ma caro a chi lo possiede, destinato a perire e con lui io stessa, e la mia anima. Tutto questo diventava una specie di ruggine che divorava la fioritura primaverile distruggendo perfino il cuore stesso della pianta. A ogni modo, come vi dicevo, mia zia morì. E ogni volta che cambio un biglietto da 10 scellini, un poco di quella ruggine, di quella corrosione viene grattata via. E paura e amarezza se ne vanno. Non c’è che dire, mi dicevo infilando il resto nel borsellino, se ripenso alla amarezza di quei giorni, è davvero straordinario il cambiamento di carattere che il possesso di una rendita fissa è in grado di produrre. Nessuna forza al mondo può portarmi via le mie cinquecento sterline. Cibo, alloggio e vestiario sono miei per sempre. Pertanto cessano di esistere non soltanto gli sforzi e la fatica, ma anche l’odio e l’amarezza. Non ho bisogno di odiare nessun uomo. E egli non può ferirmi. Non ho bisogno di adulare nessun uomo, egli non ha niente da darmi.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

Partiamo da una piccola fotografia della povertà e della condizione femminile nel mercato del lavoro (e del non lavoro) in Italia: l’occupazione femminile è al 49,7%, -18,3 punti % di quella maschile; l’inattività femminile al 44%, +20 punti % di quella maschile (ISTAT, 2019); il differenziale salariale di genere complessivo al 43,7% (Commissione Europea, 2018). 2 milioni e 472mila sono le donne in povertà assoluta e 4 milioni e 669mila quelle in povertà relativa (ISTAT, 2018).

Una situazione tutt’altro che rosea, dunque. Che non suona però, ahinoi, come una novità alle nostre orecchie. Novella è invece la misura di reddito di cittadinanza (RdC) appena varata dal governo gialloverde. Dalle prime critiche che abbiamo rivolto alla stessa a inizio autunno – quando il ministro Di Maio indugiava in dichiarazioni su “spese morali”, “Unieuro” e amenità simili – ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi abbiamo finalmente nero su bianco un decreto, che assai ci interessa analizzare da una prospettiva di genere e femminista, avendo elaborato nel nostro Piano una precisa proposta di reddito di autodeterminazione e ritenendo, da sempre, che le questioni economiche, legate al lavoro, al reddito e al welfare, siano fondamentali per ogni azione di contrasto alla violenza di genere.

Tenendo a mente la fotografia iniziale, cominciamo col dire che il reddito di cittadinanza, nonostante il nome, non è una misura universale. Questo reddito non è per tutt@. Al contrario, è categoriale e discrimina tra le diverse povertà. Rivolgendosi a circa 4,6 milioni di poveri (1,4 milioni di famiglie) lascia fuori un’ampia fetta di povertà: secondo gli ultimi dati ISTAT (2018), le persone che versano in povertà assoluta sono 5milioni e 58mila individui (1milione e 778mila famiglie) e quelli in povertà relativa 9milioni e 368mila individui (3milioni e 171mila famiglie residenti). Si tratta quindi di una misura che non interverrà sulla povertà relativa e che non riuscirà a coprire neppure tutti i nuclei familiari in povertà assoluta.

La selettività, inoltre, si staglia, ancora una volta, contro i nuclei e le persone migranti. Sono infatti esclus@ da questa misura coloro che non hanno cittadinanza europea; che non hanno diritto di soggiorno o soggiorno permanente; che non provengono da paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale; che non sono in possesso di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; che non hanno una residenza in Italia da almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo. Una vera e propria discriminante razzista, che non vuole fare i conti, peraltro, con un altro dato molto preciso: quello che ci dice che le famiglie di soli migranti costituiscono il 34,5% della povertà relativa (ISTAT, 2018).

Veniamo a un altro punto che ci sta particolarmente a cuore. Il reddito di cittadinanza è una misura familistica: rivolto appunto al nucleo familiare e non alla singola persona, il sostegno economico sarà calcolato sulla base del numero dei componenti della famiglia e su base annua. L’integrazione al reddito familiare per un nucleo che vive in affitto non potrà superare i 9.360 euro, per chi invece ha una casa di proprietà e paga il mutuo,  i 7.800 euro. Queste cifre riguardano solo coloro che hanno un ISEE uguale a ZERO, giusto per avere un’idea di ciò di cui stiamo parlando. Anche nel caso di coniugi separati e divorziati che abitano, verosimilmente per questioni di difficoltà economica, nella stessa casa, il reddito di cittadinanza verrà comunque calcolato su base familiare; il che vuol dire che ci saranno molte donne separate o divorziate che saranno costrette a coabitare, una volta di più, con gli ex partner perché dovranno condividere con questi il reddito di cittadinanza e gli obblighi a esso collegati. Non solo, la richiesta per il benefit dovrà esser fatta da chi in famiglia ha il reddito più alto; stando ai dati, nella maggior parte dei casi sarà l’uomo, che, di conseguenza, almeno per il momento (promettono variazioni in proposito per il 2020…) sarà il titolare della Carta su cui sarà erogato il reddito.

Si tratta dunque di una misura che non sostiene in alcun modo l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne e degli individui tutt@. E sappiamo come ciò costituisca un enorme problema nei casi di violenza domestica, per le donne che intraprendono o vorrebbero intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Una valutazione che dovrebbe essere imprescindibile nel momento in cui si definisce una misura di questo tipo, soprattutto in un paese in cui la famiglia è il teatro principale della violenza maschile contro le donne, in cui 3 femminicidi su 4 sono commessi proprio in ambito familiare (ISTAT, 2018).

Non favorendo l’indipendenza economica, difficilmente, quindi, questo reddito sarà strumento di prevenzione e riscatto dalle discriminazioni, dalle forme di subordinazione e violenza che le donne vivono in famiglia e nel mercato del lavoro.

Ma veniamo ora a cosa accade una volta che si entra in possesso della fatidica Carta RdC. Il reddito di cittadinanza è infatti estremamente condizionato, una misura oltremodo disciplinante e punitiva. Tutti i componenti del nucleo familiare, a seconda delle caratteristiche individuali, saranno obbligati a osservare quanto previsto da un rigido programma di attività settimanali. Gli “abili al lavoro” (sic!) – coloro che non sono disoccupati di lungo periodo e che comunque hanno maggiore probabilità di essere reimpiegati – stipuleranno il “Patto per il lavoro”, che comporterà il presentarsi regolarmente al Centro per l’impiego per accettare progetti formativi, di orientamento e proposte di lavoro. I “non abili al lavoro” (sic!) – disoccupati di lungo periodo, persone con problemi di tossicodipendenza o disturbi psichici – stipuleranno il “Patto di inclusione sociale” e l’intera famiglia dovrà osservare pedissequamente il programma dettato dai servizi sociali. In generale, tutti i beneficiari del nucleo dovranno garantire 8 ore di lavoro gratuito presso i comuni (si stima per un valore di 1,6 milioni di euro), a eccezione di minori, persone con disabilità e di chi svolge già in casa lavoro di cura nei confronti di figli entro i 3 anni, anziani e invalidi, nella maggior parte dei casi, come si sa, le donne. È il workfare nella sua espressione più radicale, combinato con il welfare familistico che caratterizza il Belpaese. Se ancora sulle spalle delle donne cade il peso del lavoro riproduttivo e di cura, nulla viene fatto per liberarle da questo peso, al contrario, viene riconfermato, addirittura avvalorato. Non solo, il lavoro gratuito – neoservile – viene istituzionalizzato.

È sufficiente che un solo componente della famiglia non rispetti il programma per far scattare sanzioni che possono giungere, progressivamente, fino all’intera eliminazione del benefit; o, addirittura, si prevede anche la reclusione da 1 a 6 anni. Si tratta di un programma altamente vigilato, dove ciascun@ è controllato a vista dal proprio navigator e a distanza dalle piattaforme digitali.

Per gli “abili al lavoro”, inoltre, interviene un altro meccanismo perverso di gestione e governo della loro forza-lavoro: quello dell’“offerta congrua”. Più si allunga il tempo di permanenza nel programma, più si amplia il territorio di riferimento delle proposte di lavoro: 100km di distanza da casa nei primi 6 mesi; entro 250 km di distanza dopo il sesto mese; in tutto il paese nel caso di rinnovo del benefit e del programma (dopo 18 mesi). La contraddizione è palese: centralità della famiglia e, però, coazione alla separazione della stessa. Coercizione al lavoro gratuito e sfruttato, pur di “attivare i poveri”, pur di combattere “l’ozio” di chi, come noto, in realtà non smette mai di lavorare, passando da un lavoro precario a un altro, facendo più “lavoretti” contemporaneamente per arrivare a fine mese, in condizioni estreme, prive di tutela, guadagnando nulla; di chi neanche è mai riuscita a entrare nel mercato del lavoro, di chi, oltre a dover fare i suddetti lavoretti di merda, deve anche occuparsi della cura di famigliari e del lavoro riproduttivo dentro casa. È evidente, inoltre, come questo aspetto della distanza proprio dell’“offerta congrua” penalizzi ulteriormente le donne: in assenza di un welfare adeguato, universale e non familistico appunto, per le donne con figli minori sopra i tre anni o con anziani, non invalidi ma comunque a cui dover pensare a casa, sarà assai difficile poter accettare proposte di lavoro a molti km di distanza dalla propria abitazione.

Ma c’è di più. È considerata “offerta congrua” quel salario che supera del 20% l’ultima indennità di disoccupazione percepita dall’ex lavoratrice o lavoratore (già più bassa della retribuzione da lavoro). Ora, se le donne guadagnano mediamente meno rispetto agli uomini, la congrua offerta potrà avere l’effetto di acuire ulteriormente, o comunque di non arginare, i meccanismi di gender pay gap, come anche quelli di dumping salariale che riguardano soprattutto il lavoro migrante. Non solo: considerando che gran parte delle donne non entra proprio nel mercato del lavoro, è ipotizzabile che quel 20% in più sarà calcolato sull’importo mensile del RdC, che però ricordiamo essere un’integrazione al reddito familiare. Nella più rosea delle ipotesi, il salario massimo di riferimento sarà così di 936 euro e magari a centinaia di km di distanza dalla propria abitazione.

Questo reddito di cittadinanza, insomma, si auto-dichiara misura di contrasto alla povertà, ma in realtà finirà per riprodurla, insieme a sfruttamento e subalternità. Il che viene sancito anche dal controllo che ci sarà sulle spese: mensilmente sarà possibile un solo prelievo, di 100 euro per i single e di 210 euro per le famiglie numerose (!!) ed è previsto l’obbligo a spendere tutto il benefit entro la fine di ogni mese (perché in questo modo si vorrebbe far crescere la domanda di consumo). Il diktat è: non puoi risparmiare! Senza possibilità minima di accumulo, è davvero difficile immaginare possibili e minime vie di uscita da condizioni di indigenza. La piattaforma registrerà tutte le spese e il navigator, nella sua funzione di polizia, avrà il compito di segnalare anche le “condotte di consumo non regolari”. Il ministro Di Maio ancora deve spiegarci cosa intende con questa espressione, sono forse le famose “spese immorali”. Noi vorremmo chiedergli se, per esempio, nell’immoralità rientra anche l’accesso alla cultura, all’istruzione, la libertà di scelta delle persone, la vita degna insomma. Rivendichiamo il diritto all’immoralità!

Infine, altri due elementi di riflessione: il primo riguarda il posizionamento di questa misura rispetto alle imprese, a cui, al contrario che ai percettori e alle percettrici del RdC, fa grandi regali, come se non fossero bastati  tutti quelli del precedente governo. Il benefit infatti viene stornato alle imprese attraverso la defiscalizzazione (fino a 18 mesi), qualora esse assumano a tempo indeterminato un/a beneficiario/a del RdC e non lo/la licenzino prima di 24 mesi. Certamente, perché quando si parla di tempo indeterminato, si parla del contratto a tutele crescenti del Jobs Act, privo di articolo 18, dunque rescindibile in ogni momento. Il famoso Decreto dignità non ha infatti intaccato il cuore della riforma del mercato del lavoro più violenta degli ultimi decenni. E se intatte restano precarietà e assenza di tutele, intatto resta il rischio di una maggiore ricattabilità per chi lavora, di una maggiore esposizione per le donne a possibili molestie, violenze e discriminazioni sui luoghi di lavoro.

Del resto – questo il secondo elemento, in sintonia con gli scenari distopici che questo governo ci consegna giorno dopo giorno -, il grande, altro paradosso del RdC sta nel fatto che vorrebbe istituire questo stato di controllo, polizia e umiliazione delle e dei precari attraverso il lavoro di altre e altri precari. Pensiamo in particolare alle lavoratrici e i lavoratori di Anpal servizi che sono proprio ora in mobilitazione. Ma la cosa riguarderà anche i navigator. E quello a cui bisognerebbe guardare, in vista del prossimo sciopero dell’8 marzo ma non solo, è a un’unione delle lotte, tra operatrici e operatori della cosiddetta “industria della ricollocazione” e le/gli utenti, le future e futuri percettrici e percettori del RdC. Per opporsi a questo piano di governo, controllo, segmentazione e sfruttamento della povertà, per tornare a rivendicare il reddito che noi vogliamo, il reddito di autodeterminazione.

Il nostro reddito di autodeterminazione è pensato infatti come strumento di autonomia e liberazione dalla violenza di genere, dalla violenza economica e dalla violenza razzista, dalla precarietà, dallo sfruttamento, dal ricatto del lavoro purché sia. Lo vogliamo pertanto universale e incondizionato, rivolto alla singola persona e non familistico, slegato dalla prestazione lavorativa, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno. Per noi il reddito di autodeterminazione è redistribuzione della ricchezza che quotidianamente produciamo e che quotidianamente ci viene sottratta – altro che guerra a “furbetti”, “oziosi” e “divani”! Garanzia di indipendenza economica per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da relazioni violente, in casa come sul luogo di lavoro; possibilità di rifiutare i lavori di merda, sottopagati, umilianti, possibilità di scegliere, di vivere la vita che vogliamo, di essere felici. Il nostro reddito non regala nulla alle imprese, al contrario, lo vogliamo insieme a un salario minimo europeo, per contrastare i salari da fame e i meccanismi di gender pay gap, di dumping salariale e di segregazione lavorativa delle donne e delle/dei migranti. Lo vogliamo insieme a un welfare universale, gratuito e accessibile a tutt@: non basato dunque sul modello familistico, piuttosto capace di riconoscere garanzie e diritti sociali a tutt@, adeguato alle forme, alle relazioni, ai bisogni, ai desideri, agli stili di vita contemporanei. Servizi laici, gratuiti e non ingerenti rispetto alle scelte di vita delle persone. Infrastrutture sociali in grado di liberare i nostri tempi di vita, di affrontare la questione del lavoro riproduttivo e di cura come un problema che riguarda la società tutta e non soltanto, “naturalmente”, le donne.

Sappiamo quello che vogliamo, siamo in stato di agitazione permanente, l’8 marzo incroceremo di nuovo le braccia in tutto il mondo, che la lotta continui!

Non una di meno Roma

 

 

 

 

 

SEMInARIA 2 : GIORNATE ECOTRANSFEMMINISTE VERSO LOTTOmarzo

SEMInARIA 2 : GIORNATE ECOTRANSFEMMINISTE VERSO LOTTOmarzo

16/17 febbraio 2019 

spazio sociale 100celleaperte, via delle Resede 5

LOTTO marzo rappresenta un’occasione importante di presa di parola a partire dai nostri contenuti e di risignificazione in chiave transfemminista della pratica dello sciopero.

Le giornate del 16 e 17 sono aperte a livello nazionale a tutte le persone che vogliano partecipare sia fisicamente che con proposte via mail scrivendo a retecorpieterranudm@gmail.com

Ci proponiamo di costruire uno spazio che rifiuti ogni forma di pensiero gerarchico e la sua traduzione in discriminazioni quali razzismo e xenofobia, transmisoginia e sessismo, LGBPT*QIA-fobia (comunemente abbreviata in lesbo/omo/trans-fobia), abilismo, classismo, ageismo e adultismo, che rispetti i confini emotivi e fisici delle altre persone. L’interazione tra due persone deve basarsi sul consenso. Prima di instaurare qualsiasi forma di contatto fisico, assicurarsi che l’altra persona sia d’accordo. NO SIGNIFICA NO e Sì E’ REVERSIBILE.

Proponiamo una modalità laboratoriale che se pur strutturata motiva alla creazione del ‘CERCHIO’ LUDICO e contempli la capacità creativa dell’agire collettivo e che non induca alla valutazione di capacità superiori/inferiori tanto meno di talenti speciali.

PROGRAMMA

sabato 16 febbraio 

10.00 ACCOGLIENZA

10.30 – 14.00 (DIS)CONESSIONI CORPOREE E PENSIERO ECOTRANSFEMMINISTA

Laboratorio di espressione corporea e aspetti teorici per esplorare e condividere pratiche verso il pensiero ecotransfeminista e antispecista

14:00 – 16:00 PRANZO (*) 

16.00- 19:00 LABORATORIO DI PRATICHE SU SCIOPERO DEI CONSUMI E DAI CONSUMI, DEI GENERI E DAI GENERI 

Come dare visibilità e trasformare in pratiche, verso e oltre #LOTTOmarzo, le campagne riGENERIamoci liberamente e quelle contro le grandi opere, il cambio climatico, lo sfruttamento e distruzione del pianeta, lo sfruttamento violento di animali umani e non

19:00 – 21:00  CENA (*)

21:00 VOCI IN LIBERTÀ PER LA CANZONIERA RIBELLA 

Voci in libertà per la Canzoniera Ribella. Riscalderemo le nostre voci per prepararci al Lotto Marzo e oltre

domenica 17 febbraio 

11- 14 RICONNESSIONI 

conclusioni proposte per le assemblee di NUDM e per #LOTTOmarzo

(*) Il pranzo e la cena sono prelibati, vegani e preparati con prodotti bio. Per qualsiasi comunicazione riguardante allergie e intolleranze contattarci. Per evitare l’uso della plastica provvederemo insieme a lavare piatti, i bicchieri e posate. Ci saranno vino, birre, acqua, succhi, té e caffé

Si consigliano abiti comodi e il rispetto degli orari

Call

Come movimento transfemminista conosciamo bene la violenza ambientale. Il Piano di Non Una Di Meno ha riconosciuto il biocidio e la devastazione ambientale come una delle espressioni della violenza patriarcale contro i corpi delle donne, delle soggettività LGBPT*QIA, degli animali umani e non umani, della terra.

Una violenza sistemica, che si fonda in tutti gli ambiti del vivere su logiche di proprietà e sfruttamento del capitalismo estrattivista, pastorale e patriarcale in cui i corpi oppressi di animali umani e non e la terra sono al contempo “femminilizzati” e “naturalizzati”.

Si sfrutta la terra per soddisfare la crescente domanda di consumo indotta, riproducendo l’idea che lo sviluppo corrisponda alla crescita economica. Una violenza che invisibilizza e criminalizza le lotte per il diritto alla libertà e all’autodeterminazione sui nostri corpi e per la difesa di terra, acqua, aria, boschi…

Non possiamo non vedere come in diverse parti del mondo si stiano affermando governi reazionari e autoritari che promuovono politiche di dominio sui corpi e sull’ambiente considerati risorse sfruttabili e a disposizione.

Stiamo vivendo una politica caratterizzata da un patriarcato fortemente violento, razzista, sessista, transomofobo e abilista, incubatore di quella saldatura tra la Lega, neofascisti e fondamentalisti cattolici che, nelle amministrazioni locali e al governo del Paese, cerca agibilità politica proprio sui nostri corpi, attraverso forme di oppressione, strumentalizzazione, imposizione di modelli e negazione di diritti e libertà.

Portiamo la radicalità di un punto di vista transfemminista nel nostro cammino verso l’8 marzo, giornata dello sciopero globale transfemminista durante la quale praticheremo forme di sciopero di genere e dai generi, dal lavoro produttivo e riproduttivo, ma anche dai consumi e dalle grandi opere in nome dell’ecofemminismo per costruire alternative pratiche a questo sistema.

Evento fb

Tratto dal blog della Rete terra, corpi, territori e spazi urbani

Qui i materiali scaricabili

Non una di meno: l’8 marzo noi scioperiamo!

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L’8 marzo, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono le nostre vite, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, negli ospedali, nelle scuole, dentro e fuori i confini.

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!

Scioperiamo in tutto il mondo contro l’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo. Chiamiamo chiunque rifiuti quest’alleanza a scioperare con noi l’8 marzo. Dal Brasile all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi alla libertà di abortire vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e rom. Patriarcato e razzismo sono armi di uno sfruttamento senza precedenti. Padri e padroni, governi e chiese, vogliono tutti «rimetterci a posto». Noi però al “nostro” posto non ci vogliamo stare e per questo l’8 marzo scioperiamo!

Scioperiamo perché rifiutiamo il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne, strumentalizzando i figli. Combattiamo la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista. Non sopportiamo gli attacchi all’«ideologia di genere», che nelle scuole e nelle università vogliono imporre l’ideologia patriarcale. Denunciamo il finto «reddito di cittadinanza» su base familiare, che ci costringerà a rimanere povere e lavorare a qualsiasi condizione e sotto il controllo opprimente dello Stato. Rifiutiamo la finta flessibilità del congedo di maternità che continua a scaricare la cura dei figli solo sulle madri. Abbiamo invaso le piazze di ogni continente per reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà.

Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Queste parole d’ordine raccolgono la forza di un movimento globale. L’8 marzo noi scioperiamo!

Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero, svuotata da anni di politiche sindacali concertative. Dobbiamo lottare perché chiunque possa scioperare indipendentemente dal tipo di contratto, nonostante il ricatto degli infiniti rinnovi e l’invisibilità del lavoro nero. Dobbiamo sostenerci a vicenda e stringere relazioni di solidarietà per realizzare lo sciopero dal lavoro di cura, che è ancora così difficile far riconoscere come lavoro.  Invitiamo quindi tutti i sindacati a proclamare lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo e a sostenere concretamente le delegate e lavoratrici che vogliono praticarlo, convocando le assemblee sindacali per organizzarlo e favorendo l’incontro tra lavoratrici e nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. Lo sciopero è un’occasione unica per affermare la nostra forza e far sentire la nostra voce.

Con lo sciopero dei e dai generi pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività e affermiamo il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex. Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti.

Con lo sciopero dei consumi e dai consumi riaffermiamo la nostra volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali.

Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne.

«Non una di meno» è il grido che esprime questa forza e questa voce. Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!

 

*Immagine di copertina di MP5

 

Intervento di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL

Pubblichiamo il testo integrale e il video dell’intervento di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL, che si è tenuto a Riccione lo scorso 13 dicembre. Abbiamo raccolto l’invito della segreteria FIOM senza illusioni, ma convinte che il nostro intervento al Congresso fosse un’occasione per rivolgerci alle lavoratrici e delegate che stanno già prendendo parte alla lotta di Non Una Di Meno contro la violenza maschile e di genere, e a coloro che vedono nello sciopero femminista una possibilità di combattere il nesso tra questa violenza e la loro quotidiana esperienza di sfruttamento in fabbrica. A Riccione abbiamo trovato un’apertura da parte di lavoratrici e delegate ma anche il rifiuto della segreteria di dichiarare e organizzare lo sciopero dell’8 marzo, senza tuttavia negare la possibilità di iniziativa autonoma nei singoli posti di lavoro che la FIOM non ostacolerebbe.
Molti racconti di lavoratrici e delegate – non pubblicati in video sul sito FIOM, dove non c’è traccia della sessione di dibattito a cui abbiamo preso parte – hanno mostrato che la divisione sessuale del lavoro, la violenza domestica, il carattere maschilista dell’organizzazione del lavoro e del sindacato stesso contribuiscono a determinare la condizione delle operaie, rendendola più precaria e isolata. Diverse di loro hanno parlato della grande manifestazione del 24 novembre e dell’iniziativa di Non Una di Meno, altre hanno esplicitamente dichiarato la necessità di sostenere e organizzare lo sciopero femminista, altre ancora si sono confrontate con questa possibilità.

La segreteria della FIOM, ad oggi, ha dichiarato che non proclamerà lo sciopero. Nel suo intervento conclusivo, ha spiegato che uno sciopero generale di categoria per riuscire deve essere motivato, e che se non riuscisse indebolirebbe il sindacato. Finché continuerà a pensare lo sciopero in termini strettamente sindacali, e non politici e sociali, la segreteria FIOM non potrà vedere l’occasione ‒ riconosciuta e colta dai suoi omologhi europei, come i sindacati spagnoli ‒ di combattere la violenza patriarcale come una delle condizioni che contribuiscono a intensificare la precarietà e lo sfruttamento di tutte e tutti. Nell’ammettere la possibilità che singole RSU possano partecipare all’organizzazione dello sciopero, la segreteria è costretta a riconoscere che il movimento dello sciopero femminista sta attraversando i posti di lavoro anche al di là della linea scelta dalla FIOM, se non contro di essa. Rinnoviamo il nostro invito alle RSU, alle lavoratrici e ai lavoratori affinché promuovano lo sciopero dell’8 marzo. Saremo dalla loro parte in ogni territorio e sosterremo la loro attivazione sui luoghi di lavoro.

A partire da questo punto di forza, nei mesi che ci separano dall’8 marzo noi continueremo a fare dello sciopero femminista un disturbo ‒ l’interruzione della produzione e della riproduzione di questa società ‒ e a cooperare con le lavoratrici e le delegate ‒ non solo metalmeccaniche, ma di ogni comparto ‒ affinché lo sciopero femminista porti la lotta contro la violenza maschile nei luoghi di lavoro e quella contro lo sfruttamento e la precarietà nella società. Lo faremo portando alla luce e contestando ancora una volta l’alleanza tra patriarcato, neoliberalismo e razzismo. Lo faremo mostrando che lo sciopero femminista transnazionale dell’8 marzo non è solo l’occasione per opporsi al governo gialloverde senza compromessi e schierandosi dalla parte delle donne, delle e dei migranti, e di chiunque pratica la libertà sessuale e di movimento, ma anche l’occasione per dire no all’ascesa delle destre reazionarie che ovunque stanno facendo della violenza razzista e di quella patriarcale gli strumenti per intensificare lo sfruttamento quotidiano e l’impoverimento di milioni di persone in tutto il mondo.

Qui di seguito il testo integrale di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL

Care compagne,

abbiamo raccolto quest’invito come una discontinuità rispetto al passato, e quindi come l’apertura da parte della FIOM a un movimento femminista e transfemminista esploso quasi tre anni fa, che ha assunto lo sciopero come propria pratica politica e anche per questo si sta rivelando a livello globale una delle poche forze capaci di rispondere con una potenza di massa al contesto duro e pericoloso che stiamo vivendo. Siamo qui per aprire un confronto diretto con quelle lavoratrici e delegate che riconoscono questa possibilità in vista del prossimo sciopero femminista dell’8 marzo, già dichiarato in decine di paesi del mondo, inclusa l’Italia, e che sarà l’occasione per fronteggiare la deriva reazionaria e neoautoritaria caratterizzata non solo da un’escalation della violenza maschile, ma anche e soprattutto dalle misure che si sono fatte e si fanno eco da una parte all’altra del mondo, volte a colpire, punire e restringere l’autodeterminazione e l’autonomia delle donne.

Lo sciopero femminista è stato ed è globale. È stato lanciato nel 2016 dalle compagne polacche e argentine e in seguito in 60 paesi le donne hanno incrociato le braccia al grido di: “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”. Si tratta dell’unico e vero movimento politico e sociale transnazionale che c’è in questo momento storico, di un processo che sta trasformando in profondità le sensibilità, i rapporti sociali, le forme stesse della politica.

Lo sciopero femminista ha dimostrato che la violenza maschile e di genere non è solo un problema culturale o simbolico ma assume forme diverse, che hanno anche lo scopo di intensificare lo sfruttamento nei posti di lavoro e produrre precarietà. Lo sciopero delle lavoratrici migranti della Yoox di Bologna e quello delle operaie di Italpizza a Modena hanno reso evidente che le molestie sui posti di lavoro sono uno strumento quotidiano per disciplinare, isolare e sfruttare le lavoratrici e che sessismo e razzismo s’intrecciano per rendere le lavoratrici più precarie. D’altra parte, l’attacco ai diritti e alle tutele del lavoro e lo smantellamento del welfare sono assi portanti della guerra sistematica contro le donne e contribuiscono a renderle più esposte alla violenza maschile, a partire da quella domestica.

Lo sciopero femminista, nella forma di sciopero dai generi, dal lavoro produttivo e riproduttivo, ha reso evidente il nesso strutturale tra patriarcato e ristrutturazione neoliberale dei rapporti di lavoro e del capitalismo. Per questo motivo, è stato e continua a essere un’occasione per opporsi non soltanto alla disparità salariale, alle molestie e alle discriminazioni sui posti di lavoro, agli attacchi costanti al welfare universale. Lo sciopero dell’8 marzo è la possibilità per opporsi alle politiche della famiglia che stanno riaffermando con forza il modello patriarcale di divisione sessuale del lavoro: si vogliono le donne nuovamente tra le mura domestiche a supplire all’erosione dello stato sociale, si vogliono le minori e i minori ostaggio della “tradizione” del capofamiglia. Portiamo avanti la riproduzione sociale di questo paese, dentro e fuori casa, perché ancora si pensa che questa funzione spetti “naturalmente” alle donne, e oltretutto ciò ancora non viene economicamente riconosciuto: sappiamo bene quanto il settore della cura sia tra i più sfruttati e sottopagati, specialmente quando la forza-lavoro è migrante.

In questa stessa cornice reazionaria si inscrivono gli attacchi alla libertà sessuale e il brutale controllo che i governi cercano di affermare sulle nostre vite e sui nostri corpi. Mentre gli attacchi all’aborto libero sicuro e gratuito aggravano la sua già difficile applicazione della legge 194 e vorrebbero trasformare la maternità in un destino inevitabile, il DDL Pillon, le surreali proposte sul terzo figlio e le proposte di modifica del congedo di maternità riaffermano una concezione patriarcale della famiglia. Si tratta di una guerra di matrice ideologica, fondata su un’interpretazione mistificante delle differenze di genere come “teoria del gender” che ha dirette ricadute materiali e che riafferma una concezione proprietaria dei rapporti familiari e lavorativi, che condanna e reprime tutte quelle scelte affettive che non ricadono nei ruoli previsti dalla famiglia patriarcale e ogni forma di educazione alle differenze nelle scuole e nei luoghi pubblici. Come abbiamo detto con chiarezza nelle piazze del 24 novembre, quando una manifestazione di 200mila persone ha invaso le strade di Roma, l’alleanza tra governance neoliberale e ordine patriarcale ha una faccia esplicitamente razzista: il Dl sicurezza ormai divenuto legge legittima lo stupro come pratica di governo della libertà di movimento, perché le donne che hanno subito violenza nei paesi di partenza e in quelli di transito non potranno reclamare un permesso di soggiorno. Producendo clandestinità, la legge Salvini renderà le donne migranti sempre più esposte alla violenza, e produrrà una forza lavoro sempre più ricattabile che si aggiungerà alle fila di chi deve accettare qualunque condizione di lavoro e di salario per rinnovare il permesso di soggiorno. Come la violenza patriarcale, così il razzismo diventa una leva per intensificare lo sfruttamento, con effetti che non riguardano solo le donne o i migranti ma tutto il lavoro. I dati allarmanti sulla povertà in Italia, la strutturale disoccupazione femminile, la disparità salariale, parlano soprattutto di donne, di giovani donne, non libere di andarsene, di decidere della propria vita. In questo contesto, la proposta governativa di un reddito di cittadinanza non solo non mira a cancellare la povertà, ma al contrario si rivela uno strumento per obbligare al lavoro e per incentivare la dipendenza di chi si trova in questa condizione.

In questi anni, lo sciopero femminista ci ha permesso di portare in piazza e nei posti di lavoro, con la forza di un movimento di massa e globale, rivendicazioni concrete, che sono raccolte nel nostro Piano femminista contro la violenza maschile e di genere: noi chiediamo un salario minimo europeo per contrastare i salari da fame, i meccanismi di disparità e di dumping salariale; un reddito incondizionato e universale, slegato dal reddito familiare, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, un reddito che noi definiamo di autodeterminazione perché deve essere garanzia di indipendenza economica e autonomia, di prevenzione della violenza, di liberazione dai ricatti delle molestie e dello sfruttamento; noi chiediamo un welfare universale e gratuito, non basato sul modello familistico, ma sul principio dell’autonomia delle donne e di tutti, adeguato alle relazioni, ai bisogni e ai desideri; dunque, il ri-finanziamento e potenziamento dei servizi pubblici dell’infanzia, nonché l’accesso universale agli stessi; politiche a sostegno della vera genitorialità condivisa, attraverso l’estensione incondizionata delle indennità di maternità, paternità e parentale a tutte le tipologie contrattuali, e non solo in presenza di contratto. Infine, la dimensione globale delle lotte per l’autodeterminazione e i diritti del lavoro è oggi un tema inaggirabile. Per questo abbiamo assunto la lotta per un permesso di soggiorno europeo, per la cittadinanza e l’asilo, come nostra lotta: se il ricatto della clandestinità produce violenze e sfruttamento sui confini interni ed esterni, noi rivendichiamo per tutti libertà di muoversi e di restare.

Il movimento globale dello sciopero femminista e transfemminista ha riaperto uno spazio di riconoscimento e azione politica nella crisi generale delle forme organizzate di opposizione, partendo dal proprio vissuto, assumendo la propria parzialità come punto di partenza per costruire connessioni, rifiutando la vittimizzazione in cui tentano di ricacciarci sempre più apertamente. Abbiamo riportato una pretesa di libertà e uguaglianza nel clima fomentato dal governo di Maio-Salvini e dalle destre reazionarie di tutto il mondo, che alimentano la paura e in questo modo approfondiscono le disuguaglianze e la disgregazione. Lo abbiamo fatto con le pratiche quotidiane, costruendo reti di mutuo soccorso, casse di resistenza, strumenti di solidarietà a sostegno di vertenze. Soprattutto, lo abbiamo fatto trasformando a parola d’ordine della denuncia delle molestie, il #metoo – anch’io ‒ in #wetoogether, tutte insieme, dando vita a manifestazioni diffuse su tutti i territori e di massa che hanno rotto l’isolamento, la frammentazione, l’individualismo per riaffermare la potenza dell’essere insieme, della Marea capace di riunire le molteplici figure del lavoro e del non lavoro e di gettare le basi per lottare e trasformare lo stato di cose presente.

Lo sciopero è per noi lo strumento, la pratica eminente con cui abbiamo affermato e stiamo riaffermando la nostra forza. L’esempio spagnolo dello scorso anno è per noi particolarmente significativo, perché ha visto tutti i sindacati, in forme differenti, rispondere alla chiamata delle donne e partecipare a un processo che ha cambiato gli equilibri politici, sociali e culturali del paese con uno sciopero che ha coinvolto cinque milioni di persone.

Sul terreno dello sciopero la comunicazione con la direzione della FIOM non è stata delle migliori, diversamente dal rapporto con lavoratrici e RSU che in molti casi negli scorsi anni hanno invece raccolto la sfida di praticare lo sciopero oltre la sua dimensione strettamente vertenziale. Nonostante l’obiezione che non è possibile fare uno ‘sciopero delle donne’, molte lavoratrici hanno riconosciuto che uno sciopero generale contro la violenza patriarcale non solo è possibile ma è necessario, e può permettere di coinvolgere tutti i lavoratori su una questione che con sempre maggiore evidenza non riguarda solo le donne ma la riorganizzazione dei rapporti sociali. Molte lavoratrici hanno preso l’iniziativa, nelle fabbriche come negli uffici o nelle scuole, e hanno fatto dello sciopero un campo di battaglia anche contro la resistenza delle strutture sindacali di riferimento. Queste iniziative hanno certamente messo in questione l’idea che lo sciopero sia un monopolio sindacale, ma non possono essere ignorate senza correre il rischio di delegittimare le lavoratrici e i lavoratori che hanno visto nello sciopero la possibilità reale di far valere la propria forza nella lotta contro la violenza. Noi crediamo che i sindacati debbano registrare che è in atto un processo di riappropriazione e risignificazione dello sciopero come pratica di lotta da cui non si può tornare indietro. Sono ormai stretti, incapaci di leggere la realtà mutata, steccati e distinzioni tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra piano materiale e simbolico, tra sciopero vertenziale e politico. Ad attacco globale, globalmente bisogna rispondere: bisogna cioè andare oltre il corporativismo delle categorie e dei confini nazionali, unire le figure del lavoro, della precarietà, di chi non può scioperare, invece di frammentarle ulteriormente, estendere tutele e diritti invece di restringerli. Dunque lo sciopero femminista si vuole insieme vertenziale, sociale e politico: solo così si può rifiutare la violenza neoliberale, patriarcale e razzista che si sta abbattendo sulle nostre vite.

Noi sappiamo che lo sciopero è un diritto soggettivo, ancora costituzionalmente presidiato per fortuna, della lavoratrice e del lavoratore; che lavoratrici e lavoratori possono praticarlo anche con la copertura tecnica di un solo sindacato. Sappiamo anche, però, che nonostante il dettato costituzionale, troppi sono i limiti normativi e fattuali che rendono lo sciopero, soprattutto nei lavori di servizio e di cura, enormemente complicato quanto inaccessibile. Pensiamo che la FIOM abbia, nei confronti delle sue iscritte, la responsabilità di dichiarare lo sciopero e creare le condizioni affinché l’8 marzo esso sia praticabile anche in tutte le fabbriche metalmeccaniche, diventando l’occasione per una presa di posizione chiara contro le politiche patriarcali, neoliberali e razziste che segnano questo presente, di un’opposizione al governo senza compromessi. Crediamo che sostenere lo sciopero non significhi solo dichiararlo, e per questo ci rivolgiamo a lavoratrici, delegate e RSU affinché possano aprire a NUDM la possibilità di partecipare alle assemblee sui posti di lavoro. Mentre nei nostri occhi è ancora vivida l’immagine della piazza della Lega a Roma la scorsa settimana, crediamo che non sia questo il tempo giusto per attendere o rassegnarsi. È il tempo di rispondere con coraggio e radicalità. Di fronte a milioni di donne che in tutto il mondo stanno praticando li sciopero al grido Non Una di meno, nessuno può continuare a fare quello che faceva prima.

Nessuna si salva da sola, nessuna si salverà rimanendo ferma.

 

Contro la violenza,di genere e ambientale, cambia il sistema, sovverti il capitale!

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Il 24 novembre  dopo due anni di lotte in 150.000 abbiamo sfilato a Roma arrivando da più di 20 città e il 25 abbiamo dato vita a una grande e partecipata assemblea nazionale dando prova della nostra forza vitale, della nostra capacità di mobilitazione, della nostra autonomia, della radicalità del nostro percorso politico e del radicamento del nostro movimento nei territori.

 L’8 dicembre #agitazionepermanente per la messa in sicurezza dei territori contro le grandi opere inutili e dannose e sul clima .

Il cambiamento  climatico si traduce nell’aumento delle oppressioni e diseguaglianze per le quali intere popolazioni (umane e non) sono costrette  a spostarsi trovando sofferenza, morte e confini sbarrati.

Come movimento femminista e transfemminista conosciamo bene la violenza ambientale. Il Piano di Non Una Di Meno ha riconosciuto il biocidio e la devastazione ambientale come una delle espressioni della violenza patriarcale contro i corpi delle donne e delle soggettività LGBPT*QIA, degli animali non umani, della terra.
Una violenza sistemica, che si fonda in tutti gli ambiti del vivere su logiche di proprietà e sfruttamento del capitalismo estrattivista e del patriarcato in cui i corpi oppressi di animali umani e non e la terra sono al contempo “femminilizzati” e “naturalizzati”. Si sfrutta la terra per soddisfare la crescente domanda di consumo indotta, riproducendo l’idea che lo sviluppo corrisponda alla crescita economica. Una violenza che invisibilizza e criminalizza le lotte per la difesa delle risorse (terra, acqua, aria, boschi,…), per il diritto alla libertà e all’autodeterminazione sui nostri corpi.

Non possiamo non vedere come in diverse parti del mondo si stiano affermando governi reazionari e autoritari che promuovono politiche di dominio sui corpi e sull’ambiente considerati risorse sfruttabili e a disposizione. Allo stesso tempo, non possiamo non vedere come le donne e le comunità native siano ovunque in prima fila nella resistenza contro lo sfruttamento neoliberale delle risorse (dalle attiviste Mapuche e Guaranì in america del sud, alle mamme della Terra dei Fuochi a quelle NoPfas, No TAP e NO TAV,….) e nella sperimentazione di nuove forme di autodeterminazione e autogestione dei territori, di condivisione del lavoro di cura e di riproduzione, di un modello di vita sostenibile e alternativo al modello capitalista antropocentrico e androcentrico.

Stiamo vivendo una politica caratterizzata da un patriarcato fortemente violento, razzista, sessista, transomofobo e abilista, incubatore di quella saldatura tra la Lega, neofascisti e fondamentalisti cattolici che, nelle amministrazioni locali e al governo del Paese, cerca agibilità politica proprio sui nostri corpi, attraverso forme di oppressione, strumentalizzazione, imposizione di modelli e negazione di diritti e libertà.

Portiamo nelle piazze dell’8 dicembre la radicalità di un punto di vista femminista e transfemminista nel nostro cammino verso l’8 marzo, giornata dello sciopero globale femminista durante la quale praticheremo forme nuove di sciopero di genere e dai generi, dal lavoro produttivo e riproduttivo, ma anche dai consumi e dalle grandi opere in nome dell’ecofemminismo per costruire pratiche di alternative a questo sistema.

Le manifestazioni dell’8 dicembre rappresentano un’occasione importante di presa di parola a partire dai nostri contenuti e di risignificazione in chiave femminista di una mobilitazione che ci appartiene.

Una presa di parola anche nei confronti di una narrazione mediatica mainstream che invisibilizza la radicalità dei percorsi femministi e antirazzisti mentre esalta la cosiddetta “rivoluzione gentile” (e neoliberale) delle donne imprenditrici torinesi a sostegno della realizzazione del TAV, opera inutile e dannosa a cui da oltre trent’anni le comunità della Val Susa, e non solo, si oppongono con fermezza e determinazione.

Cambiamo il sistema, non il clima

Assemblea transterritoriale Terra Corpi Territori e Spazi urbani di Non Una di Meno

Mail: retecorpieterranudm@gmail.com

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