NON UNA DI MENO: PRIMO LUGLIO TRANSFEMMINISTA E TRANSNAZIONALE CONTRO L’ATTACCO PATRIARCALE

Il primo luglio – la data ufficiale di uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul – Non Una di Meno si unirà alle proteste in Turchia, nell’Europa dell’Est e non solo. Ecco l’appello di Non Una di Meno.

In Italia, in Europa e in tutto il mondo, l’attacco patriarcale e la violenza contro le donne e le soggettività LGBT*QIA+ continuano a intensificarsi. Sappiamo bene che la violenza si manifesta in ogni ambito della nostra vita e in moltissime forme, e di cui i femminicidi sono solo quella più visibile. 𝗦𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟰𝟱 𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝘂𝗰𝗰𝗶𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗻𝗼.

Eppure, mentre il Piano nazionale antiviolenza è scaduto ormai da mesi, il contrasto alla violenza maschile e di genere e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno nessuno spazio nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La violenza è gestita in maniera emergenziale e scarsissimi sono gli investimenti economici e politici in tema della prevenzione necessaria per una trasformazione culturale radicale e per contrastare la matrice patriarcale di questa violenza.

Mancano ore di 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲 e 𝗮𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲, manca formazione a tutte quelle figure che operano e lavorano con le persone giovani. Intanto la crisi conseguente alla pandemia ci colpisce ferocemente. Il blocco dei licenziamenti non è riuscito a preservare i nostri posti di lavoro: a dicembre 2020, infatti, 𝘀𝘂 𝟭𝟬𝟭𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗯𝗲𝗻 𝟵𝟵𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲; l’imminente sblocco dei licenziamenti non potrà che peggiorare questa situazione, dimostrando ancora una volta come il peso della pandemia e le sue conseguenze economiche ricadano soprattutto sulle nostre spalle. A tutto questo il governo risponde con la promozione di politiche autoimprenditoriali per le donne, lo sfruttamento mascherato da ‘formazione permanente’ e briciole di welfare familistico.

Il Family Act fa della maternità l’unico legittimo canale di accesso a sussidi miseri e razzisti, perché per beneficiarne sono necessari criteri di residenza che escludono la maggior parte delle persone migranti, mentre d’altra parte Draghi non si fa scrupoli a scendere a patti con quelli che lui stesso ha definito dittatori per ostacolare in ogni modo la libertà di movimento.

Quella prevista dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è una vera e propria pianificazione patriarcale e familistica di uscita dalla crisi pandemica, che presenta il lavoro da casa come ultima frontiera della conciliazione tra lavoro e famiglia, ma per noi significa reperibilità continua, orari che si estendono all’infinito senza un’adeguata retribuzione, spese a nostro carico. Lavorare da casa quando bisogna farsi carico del lavoro domestico e di cura per noi vuol dire uno sfruttamento sempre più intenso.

I licenziamenti, le discriminazioni, i ricatti, le molestie sul lavoro sono una delle facce con cui la violenza patriarcale si manifesta nelle nostre vite.𝗦𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗮 𝗴𝗮𝗿𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗿𝗲𝗱𝗱𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗱𝗲𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝘀𝘃𝗶𝗻𝗰𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 qualsiasi governo non farà altro che riempirci di vuote parole di indignazione contro i femminicidi.

La violenza patriarcale si manifesta nei continui attacchi alla libertà di decidere sui nostri corpi e sulle nostre vite, al diritto all’aborto, in tutte quelle narrazioni che ci vorrebbero ancorare al ruolo di madri e mogli nella famiglia tradizionale e eterosessuale, come quella messa in scena dal primo ministro Draghi nella vergognosa passerella degli Stati Generali della Natalità. L’altra faccia di questa riaffermazione della maternità come destino naturale per lə donnə è l’opposizione reazionaria al DDL Zan. Anche se si tratta di una proposta insufficiente ad arginare la violenza omolesbobitransfobica e le sue cause sociali, per noi è del tutto inaccettabile che venga attaccata in nome dei diritti delle donne.

L’opposizione al 𝗗𝗗𝗟 𝗭𝗮𝗻 è l’insopportabile tentativo di difendere quella famiglia patriarcale dentro la quale si consuma quotidianamente la violenza maschile e di genere che schiaccia le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere identificate con ruoli, generi e posizioni in cui non si riconoscono. Quest’ordine basato sulla violenza è lo stesso che noi donne, lesbiche, trans, froce, bisessuali, persone intersex e migranti sfidiamo ogni giorno con le nostre vite e la nostra libertà.

Proprio in questo contesto di attacco globale alle donne e alle persone LGBT*QIA+, il 26 marzo Erdogan ha decretato l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Pochi giorni dopo, la Polonia ha dichiarato di voler scrivere una Convenzione alternativa, basata sulla centralità della famiglia, e ha proposto di estenderla ad altri paesi dell’Est europeo. Sono due episodi di un unico contrattacco patriarcale contro donne e persone LGBT*QIA+ che ci riguardano direttamente e ci chiamano in causa. La Convenzione di Istanbul è il primo trattato internazionale giuridicamente vincolate per gli stati che l’hanno ratificato: per questo motivo è un documento scomodo.

I partiti ultra conservatori accusano la Convenzione di indebolire la famiglia tradizionale, di incrementare i divorzi e di favorire le rivendicazione delle comunità LGBT*QIA+. Una strumentalizzazione ideologica per nascondere un dato sempre più evidente, ossia che l’unità familiare spesso si basa sulla violenza e sulla sottomissione dellə donnə. La Convenzione richiede agli stati di intervenire contemporaneamente su protezione delle vittime, procedimento contro i colpevoli, prevenzione e politiche integrate. Al di là dei paesi che minacciano il proprio ritiro dalla Convenzione, è grave anche la situazione di quei paesi che, pur avendo ratificato il trattato, non lo stanno rendendo pienamente attuativo, come accade in Italia. Gli obiettivi di leggi e convenzioni promosse per prevenire sono spesso disattesi non solo per mancanza di fondi ma per una precisa volontà politica di non affrontare il problema alla radice.

La violenza istituzionale evidente nei tribunali che continuano ad avvalorare una teoria ascientifica come la 𝗣𝗔𝗦, consentono ai padri violenti e/o abusanti l’affidamento d* figlə a discapito delle donnə che coraggiosamente li hanno denunciati.𝗣𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 – 𝗹𝗮 𝗱𝗮𝘁𝗮 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗼𝗻𝘃𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗜𝘀𝘁𝗮𝗻𝗯𝘂𝗹 – 𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼 𝘀𝗶 𝘂𝗻𝗶𝗿𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘀𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮, 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗘𝘀𝘁 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼.

Con la stessa rabbia che ci ha animate nelle strade di 𝗩𝗲𝗿𝗼𝗻𝗮 𝗖𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗧𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮, quando abbiamo contestato il World Congress of Family, scenderemo ancora una volta in piazza: saremo parte della mobilitazione transnazionale lanciata dai movimenti delle donne e delle persone LGBT*QIA+ in Turchia e della rete E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational, in connessione con le mobilitazioni femministe e transfemministe contro la violenza maschile e di Stato in America Latina, per dire chiaramente che non accetteremo di pagare l’uscita dalla crisi sociale pandemica al prezzo della nostra libertà. Insieme ai 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗶 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗟𝗚𝗕𝗧*𝗤𝗜𝗔+ che da mesi portano avanti la lotta per reclamare #𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼𝗽𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗮𝗻, insieme alle lavoratrici, lə sex workers e le persone migranti che stanno combattendo contro l’impoverimento della loro esistenza e il razzismo, vogliamo costruire una giornata di mobilitazione che tracci la strada delle nostre lotte e alleanze future. Il messaggio deve essere chiaro ancora una volta: non abbassiamo la testa, non restiamo in silenzio!

𝗦𝗘 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗨𝗡* 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗧𝗨𝗧𝗧*
𝗡𝗼𝗻 𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝗻𝗼

#civogliamovive
#civogliamolibere

👇 A breve condivideremo tutte le iniziative in molte città!


🔻 Stay tuned 🔻Grazie a Vittorio Giannitelli per averci concesso di usare la sua foto, scattata a Verona durante Verona Città Transfemminista.

Politiche familiste nell’Italia della ricostruzione postpandemica

Condividiamo il contributo dall’Assemblea di Non una di meno Bologna. Qui la versione in inglese.


Durante la pandemia in Italia il carico di lavoro riproduttivo e di cura -non pagato o mal pagato- è aumentato enormemente ed è pesato principalmente sulle spalle delle donne. La chiusura delle scuole per quasi un anno ha significato per tantissime donne con figli dover far fronte a una conciliazione spesso impossibile tra lavoro domestico e lavoro salariato, mentre il governo ha risposto in maniera del tutto insufficiente con dei bonus babysitter, per altro molto bassi, che generano precarietà per un’altra donna. Già prima della pandemia in Italia una donna su due era disoccupata (48%), ma durante il 2020 le donne sono il 70% del numero complessivo di chi ha perso il lavoro.


Per le occupate non va tanto meglio: contratti precari, redditi bassi e sfruttamento per le donne sono la norma, soprattutto se migranti.
Il lavoro riproduttivo e di cura nei settori considerati essenziali, come i servizi sociosanitari e la sanificazione, è svolto quasi esclusivamente da donne, in gran parte migranti, in cambio di salari molto bassi, contratti con scarsissime tutele e ritmi di lavoro molto intensi. A questo proposito è molto significativa la sanatoria che è stata approvata l’anno scorso per la regolarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti impiegati nell’agricoltura, nel lavoro domestico e nell’assistenza domiciliare agli anziani. Questa sanatoria ha reso evidente l’essenzialità del lavoro migrante in questi settori e il legame tra sfruttamento e razzismo istituzionale. La possibilità di regolarizzazione, infatti, è stata fatta dipendere dai datori di lavoro, aumentando la condizione di ricatto a cui lavoratori e lavoratrici migranti sono sottoposti. Soprattutto, la sanatoria ha sancito la posizione che le donne migranti devono occupare all’interno della divisione sessuale del lavoro transnazionale, letteralmente identificandole come lavoratrici domestiche e della cura.

Per quanto riguarda la violenza maschile e di genere, i Centri Antiviolenza hanno denunciato un forte aumento delle violenze domestiche durante il lockdown e hanno segnalato le mancanze strutturali di fondi e personale per accompagnare le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Le istituzioni non hanno dato nessuna risposta concreta, nonostante le ricadute della crisi pandemica sulle donne rinforzano il vincolo della dipendenza economica e rendono difficilissimo allontanare partner violenti.
Le politiche di ricostruzione che verranno messe in atto sono del tutto inadeguate per rispondere a questi problemi.


Il processo della scrittura del PNRR ha visto il passaggio tra due governi, dal governo Conte formato da una maggioranza di centro sinistra e Cinque Stelle al governo di super Mario Draghi costituito da una grande coalizione che tiene dentro la destra razzista della Lega di Salvini. Quando è iniziata la prima stesura del PNRR sono state fatte una serie di class action da parte di parlamentari donne, centri anti violenza e reti di femministe istituzionali con l’obiettivo di rendere la questione di genere centrale nella ricostruzione post pandemica. In un primo momento, durante il governo Conte, le questioni di genere erano affrontate, almeno a parole, come un problema strutturale, per il quale si sarebbe dovuto prestare un occhio di riguardo, ma da subito è stato evidente che il tema era ed è ancora trattato solo in modo retorico.

La visione di un problema strutturale è poi scomparsa anche a livello retorico nel piano presentato all’unione europea da Draghi, che tratta la problematica solo in termini neoliberali. Nel testo si ragiona infatti su come arginare il problema del profitto perso a causa della bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro. I fondi stanziati per le donne nel PNRR presentato alla commissione UE sono pochissimi, passano principalmente dalle imprese e in minima parte dal welfare. Alle imprese arrivano finanziamenti tramite lo sviluppo dell’empowerment femminile e quindi dei benefit alle imprese gestite da donne – facendo intendere che il problema è delle donne stesse che non hanno sufficiente stima in loro stesse -, e il resto delle imprese possono accedere ai finanziamenti del recovery solo se rispondono a dei degli requisiti di bilanciamento dei generi non specificati sul testo. Per le lavoratrici dipendenti l’unica politica di conciliazione suggerita, oltre un piccolo investimento sui nidi, è lo smart working.

Le politiche di welfare che verranno adottate attraverso il Piano di Ricostruzione e Resilienza (PNRR), finanziato da Next Generation EU, e il piano di riforma Family Act sono prettamente familistiche. Nel particolare le misure più importanti sono: un aumento da 3 a 9 giorni della paternità, la riconversione di tutti i bonus legati ai figli in un assegno unico progressivo in base al reddito, un investimento di risorse negli asili nidi, che si calcola rimanere comunque insufficiente (ad oggi in Italia la disponibilità di posti negli asili nido copre solo il 25% del totale dei bambini che dovrebbe accedervi).

La famiglia è il principale destinatario degli aiuti economici che verranno dati attraverso le politiche di ricostruzione. Questo significa riaffermare la famiglia patriarcale tradizionale come nucleo fondante della società e come unico canale di accesso a forme di welfare e reddito indiretto erogate per far fronte alla crisi, e continuare a fare affidamento sul lavoro domestico gratuito delle donne.

Su questa linea si sono conclusi poche settimane fa Gli stati generali della natalità promossi dal Ministero delle pari opportunità e come ospiti d’onore il Papa e il Primo Ministro Draghi. Riprendendo le parole del sito: “Un figlio è un dono, ma è anche un bene comune, capitale umano, sociale e lavorativo”. La maternità è presentata non soltanto come l’unico destino legittimo per le donne, ma anche come un obbligo morale verso la società. Quelle che scelgono di non essere madri commettono il peccato di un ‘individualismo’ antisociale.
Non si tratta quindi di politiche che contrastano violenza di genere, fisica e economica, che si è intensificata con la crisi pandemica. Al contrario, queste misure riaffermano una società patriarcale e razzista, che colpiscono le possibilità di autodeterminazione delle donne, delle e dei migranti e delle persone lgbtqia+. I requisiti per accedere a questi aiuti economici, in particolare l’assegno unico per il figlio, sono razzisti perché escludono nei fatti la stragrande maggioranza delle persone migranti. L’unico modo in cui le donne migranti potranno usufruire di questi soldi sarà in modo indiretto, ossia lavorando come babysitter, lavoratrici domestiche o badanti in cambio di bassi salari per fare in modo che le donne italiane lavorino anche fuori casa. Queste politiche familiste colpiscono ed escludono le persone lgbtqia+. Rispetto alle loro condizioni e ai loro diritti in questi giorni in Italia stiamo assistendo a una forte reazione conservatrice.

Al momento è in discussione un disegno di legge (ddl Zan) contro la violenza omolesbobitransfobica e questo ha suscitato una forte reazione dai partiti di destra. Questa legge è molto limitata e in sostanza prevede un aumento delle pene contro la violenza omolesbobitransfobica, senza tuttavia programmare alcuno stanziamento di risorse per prevenirla e contrastarla efficacemente. Si tratta quindi di una proposta del tutto insufficiente, ma è evidente che molti, opponendosi a essa e nascondendosi dietro a un dibattito centrato sulla libertà di espressione, vogliono negare l’esistenza del fenomeno della violenza contro le persone lgbtqia+, e più in generale di mantenerle ai margini della società. A più riprese le donne e le soggettività lgbtqia+ sono scese in piazza, ci sono stati molti scioperi nella logistica e nei multiservizi, in molti casi le protagoniste sono state donne che hanno rivendicato la possibilità di una vita decente che potesse anche conciliare la loro scelta di maternità come nel caso delle compagne migranti delle Yoox. Anche quest’anno l’8 marzo è stata una forte giornata di mobilitazione nazionale tenendo presente la complessità della situazione legata al Covid. Continuiamo a sentire forte l’urgenza di farci sentire, di attaccare un sistema che ha svelato tutte le sue contraddizioni in pandemia ma che ora velocemente si sta ricostruendo nel tentativo di mantenere tutti i privilegi.

È per questo che scenderemo in piazza di nuovo il primo di luglio, in una cornice transnazionale, che connetta tutte le direttrici di violenza. L’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul ci riguarda direttamente, perché esprime in maniera lampante il tentativo di legittimare la violenza maschile contro le donne, e contemporaneamente di affermare la famiglia patriarcale e la repressione delle persone lgbt*qai+ come pilastri dell’ordine sociale. Questo tentativo sta avvenendo anche in Italia, dove la Convenzione è formalmente stata ratificata ma viene costantemente disattesa, e dove la violenza patriarcale si sta diffondendo sempre di più come pratica legittima di garanzia dell’ordine sociale. Non possiamo accettarlo e non lo accetteremo, per questo saremo anche noi in piazza il primo luglio: accanto a coloro che lottano in Turchia contro la violenza maschile e di Stato, contro l’autoritarismo e per la libertà sessuale, insieme a chi, in Italia e in ogni parte del mondo, non accetta più di abbassare la testa e restare in silenzio di fronte alla violenza patriarcale, al razzismo e allo sfruttamento!

Essenziale è la nostra vita, essenziale il nostro lavoro, essenziale la nostra lotta!


Non una di meno Bologna


*Foto di copertina di Margherita Caprilli

Appello per una giornata di azione transnazionale il 1° luglio

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Fermiamo l’offensiva patriarcale! Solleviamoci per la Convenzione di Istanbul!

English

La decisione di Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul è una dichiarazione di guerra contro le donne e alle persone lgbtqi+ di tutto il mondo: la violenza patriarcale e di Stato è dichiarata in questo modo una questione privata che non deve essere punita, mentre le donne possono essere picchiate, uccise e stuprate; la libertà sessuale deve essere repressa perché ciò è essenziale per proteggere l’idea di famiglia tradizionale e mantenere l’ordine sociale.

Il primo luglio, il ritiro della Turchia dalla Convenzione sarà ufficiale. Sarà una giornata di lotta e di sciopero in tutta la Turchia. Ma questo non basta: vogliamo trasformare il primo luglio in una giornata di lotta globale, per rispondere con una sollevazione comune all’attacco patriarcale che stiamo vivendo ovunque.

Ritirandosi dalla Convenzione, Erdogan vuole garantire l’impunità e la legittimità della violenza domestica e di Stato contro le donne e le persone Lgbtqi+ – che ha subito un aumento proprio durante il coprifuoco imposto dopo il ritiro dalla Convenzione –, così come le torture per mano della polizia, gli abusi sessuali e le incarcerazioni contro le donne e i bambini curdi. L’Unione Europea finge di non vedere, fintantoché il regime di Erdogan tiene i richiedenti asilo fuori dai confini europei.

Il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, però, non è un fatto isolato. La Convenzione viene ora respinta in tutta l’Europa centro-orientale. In Polonia, quelle stesse forze politiche che hanno quasi completamente vietato l’aborto alla fine dello scorso anno ora vogliono scrivere una convenzione alternativa. Da est a ovest, da nord a sud, i governi stanno sfruttando la pandemia per rimettere le donne in quelle posizioni sociali che esse stanno contestando: nelle case, a prendersi cura gratuitamente della famiglia, oppure sfruttate e sovraccaricate di lavoro nei settori essenziali – lavoro di cura, assistenza sanitaria, sanificazione, logistica, agricoltura, pulizie – che sono mal pagati e svalutati. Più è visibile il carattere essenziale del nostro lavoro, più le nostre libertà vengono attaccate.

Non ci lasciamo ingannare dalla menzogna che vede l’Unione Europea come baluardo dell’uguaglianza di genere, perché l’UE tollera, e addirittura promuove, la violenza patriarcale con il suo regime dei confini, con la violenza della polizia, con il razzismo istituzionale e con il ricatto del permesso di soggiorno. Ovunque, i governi stanno mettendo in atto politiche patriarcali:

– ostacolando il divorzio, anche se da partner violenti, e mettendo in discussione il diritto agli alimenti;

– tagliando i fondi per i centri antiviolenza;

– finanziando sussidi sociali per le famiglie, accessibili secondo criteri razzisti, che quindi escludono le migranti e favoriscono lo sfruttamento di altre donne;

– limitando o vietando la libertà di aborto;

– criminalizzando le persone Lgbtqi+;

– reprimendo le proteste antigovernative;

– sfrattando e segregando persone e intere comunità, soprattutto poveri e rom, nelle periferie degradate delle città;

– rendendosi complici e legittimando stupri e torture su donne migranti e rifugiate.

Il primo luglio vogliamo gridare che la lotta delle persone LGBTQI+ per la libertà sessuale e contro la loro criminalizzazione, e quella contro la violenza patriarcale sulle donne, costituiscono una lotta transnazionale comune per la sovversione della riproduzione neoliberale e razzista della società patriarcale. Ispirandoci allo sciopero femminista globale, alle lotte in corso dalla Polonia all’Argentina, alla forza delle rivendicazioni femministe nelle rivolte popolari in America Latina, dalla Colombia al Cile, e alla lotta quotidiana delle donne contro la violenza maschile e di Stato, chiamiamo tutte e tutti a mobilitarsi il primo luglio insieme a chi sta lottando in Turchia. Chiamiamo a mobilitarsi contro il modo in cui, dall’Europa all’America Latina e oltre, la pandemia e le sue conseguenze sono gestite a spese delle donne, delle persone Lgbtqi+, delle e dei migranti, delle e dei Rom, dei lavoratori e delle lavoratrici essenziali.

Il 23 maggio ci sarà un incontro online organizzato da E.A.S.T. per coordinare la giornata di mobilitazione transnazionale del 1° luglio. Invitiamo attivistə, lavoratrici e lavoratorə e le organizzazioni che condividono l’urgenza di un’azione collettiva per opporsi alla violenza patriarcale a unirsi a noi per questo incontro. Discuteremo di come mobilitarci insieme, quali pratiche condividere, quali slogan comuni possono risuonare a livello transnazionale.

Per partecipare, inviaci un’e-mail a essentialstruggles@gmail.com.

E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational

*Foto di Ilaria Turini