Non una di Meno contro la dittatura dei confini: No al Decreto Sicurezza bis

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Mentre il Disegno di Legge Pillon diventa terreno di compromesso tra partiti per dire alle donne, e non solo a loro, cosa devono e non devono fare, il Decreto Sicurezza bis diventa legge. Ottenuto il risultato dell’approvazione in Parlamento, Salvini stacca la spina al governo giallo-verde per incassare il pieno di consensi e riaprire una campagna elettorale permanente che entra ora nella fase cruciale.

Intanto la dittatura dei confini continua a fare ostaggi e morti: mentre 320 naufraghi sono da 10 giorni in attesa di un porto per poter sbarcare, un’altra bracciante perde la vita in un incendio di un capannone nelle campagne del Sud Italia.

Succede tutto in un’estate torrida e violenta e conferma quanto abbiamo sempre detto: la violenza patriarcale è legata a doppio filo alle politiche razziste e di sfruttamento, ed entrambe sono diventate ordinarie pratiche istituzionali, in Italia e a livello globale. La legge Sicurezza bis è un attacco diretto alla libertà di movimento, alle lotte che la sostengono e, più in generale, a tutte le forme di insubordinazione. Questa legge sancisce una seconda volta, come se la prima non fosse abbastanza, che la vita delle e dei migranti non ha importanza a meno che non venga sfruttata, mentre intima a tutte e tutti di abbassare la testa e accettare lo stato presente delle cose per non incorrere in sanzioni e punizioni. Questa legge è la risposta alla ribellione che da più parti e in molti modi negli ultimi anni ha sfidato un neoliberalismo fatto di gerarchie di classe, patriarcali e razziste sempre più feroci.

Salvini non si accontenta di quello che ha già fatto abolendo la protezione umanitaria e condannando alla violenza, agli stupri, alle torture e allo sfruttamento donne e uomini migranti. Ora vuole fare il bis, arrogandosi il diritto di bloccare le navi in transito per motivi di sicurezza che naturalmente deciderà lui, il ministro-padrone, in modo del tutto arbitrario, senza nessun riguardo per la sicurezza di chi la vita la rischia in mare o nei paesi di provenienza.

L’attacco alle ONG, alle capitane e ai capitani che si rifiutano di rispettare i diktat autoritari di governo, e di farsi obbedienti pedine della violenza istituzionale, serve a scoraggiare tutte e tutti coloro che ogni giorno, anche in terra e non solo per mare, si schierano dalla parte delle e dei migranti e contro il razzismo. Milioni di euro vengono stanziati per assicurare alle cittadine e ai cittadini una fantomatica sicurezza messa a rischio dai cosiddetti clandestini che la legge Bossi-Fini, quella Salvini e le leggi europee producono ogni giorno, facendosi beffe di chi sa davvero che cos’è l’insicurezza perché non arriva a fine mese o è schiava di un lavoro precario e povero. Costoro non devono nemmeno pensare di ribellarsi, di opporsi alla violenza dello sfruttamento, altrimenti ne pagheranno il prezzo. Le proteste, gli scioperi, i picchetti, le manifestazioni diventano un crimine. Basterà un fumogeno per diventare un problema di ordine pubblico.

Lo sciopero femminista ha mostrato a livello globale la potenza che può avere un movimento che riconosce e ribadisce quotidianamente che lottare contro la violenza maschile e di genere significa anche lottare contro il razzismo, la precarizzazione e l’attacco alla libertà di autodeterminazione. Non Una di Meno non chinerà la testa e non starà in silenzio. Siamo già schierate con le migranti e i migranti, con chi rifiuta la violenza maschile e di genere, con chi combatte ogni giorno i muri del razzismo e dello sfruttamento. Non sarà il regime della paura e dell’ordine a fermarci, continueremo a sfidarlo come abbiamo fatto finora, occupando le piazze con i nostri corpi, con lo sciopero, con la libertà sessuale e di movimento che rivendichiamo, pratichiamo e non contrattiamo, con le nostre lotte quotidiane di liberazione.

Non ci faremo attendere: alla brutalità della violenza istituzionale risponderemo ancora con la forza del movimento transfemminista globale.

Non Una Di Meno

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Foto dal Presidio del 10 agosto a Milano contro il Decreto sicurezza Bis

Se cade una, cadiamo tutte!

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Manifesto verso una rete di solidarietà femminista internazionale

Il 26 luglio, Alexandra Măceșanu, ragazza di 15 anni, viene data per dispersa. L’adolescente viene rapita tre giorni prima nei pressi della cittadina di Caracal, sequestrata, stuprata ed uccisa da Gheorghe Dincă, di 65 anni. Dincă ha confessato di aver ucciso sia lei che Luiza Melencu, scomparsa già in aprile. Lo shock provocato a livello sociale da questi avvenimenti è continuato nei giorni seguenti, quando si è scoperto che Alexandra aveva lottato durante il sequestro, ed era riuscita a chiamare per ben tre volte la polizia durante i tre giorni di prigionia. Tuttavia, gli agenti non solo non hanno affatto reagito con sufficiente prontezza, anzi, è emerso che hanno parlato alla ragazza in tono sarcastico ed arrogante, minimizzando le sue richieste di aiuto. Questi eventi hanno portato alla luce il gravissimo sessismo nella polizia, l’indifferenza delle autorità verso gli abusi sofferti dalle donne, ed una cultura mediatica che rende la sofferenza un mero spettacolo.

La scomparsa di Alexandra Măceșanu così come quello che ne è seguito – il disinteresse delle autorità, la complicità delle forze dell’ordine, la manipolazione della notizia da parte di varie istituzioni pubbliche e la caduta nel sensazionalismo da parte dei mass-media – sono tutte manifestazioni di una cultura patriarcale che normalizza la violenza maschile, alimenta la sfiducia tra le donne e riduce al silenzio le loro voci.

Il 28 luglio siamo uscite in strada furiose, ma organizzate!

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In solidarietà con Alexandra Măceșanu e contro l’ignoranza e la complicità delle autorità e delle forze dell’ordine, abbiamo urlato “la polizia uccide!” e “se cade una, cadiamo tutte!”.

La polizia uccide!

Siamo una collettività di gruppi femministi. Con la manifestazione Se Cade Una, Cadiamo Tutte! del 28 luglio di fronte al Ministero degli Interni, abbiamo mostrato sia solidarietà con Alexandra, sia furia nei confronti della complicità della polizia con la violenza sulle donne! Abbiamo scritto sul muro all’ingresso del Ministero: “la polizia uccide!”, rendendo chiara la nostra posizione contro un sistema punitivo e di controllo che è complice dell’ umiliazione e distruzione delle vite delle donne.

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Più che puntare il dito contro attitudini e gesti sessisti e misogni, ci rivoltiamo contro l’ordine patriarcale che domina la società! Un ordine basato sulla esclusiva circolazione del suo potere, dele sue risorse e dei suoi benefici materiali tra uomini. In queste transazioni ritroviamo l’infrastruttura di disciplina e controllo dello Stato, della Polizia, della Gendarmeria rumena, di tutte le altre strutture che fanno parte dell’apparato repressivo statale. Nel caso del rapimento e abuso subiti da Alexandra Măceșanu, consideriamo che il ritardo e la condiscendenza che hanno caratterizzato l’intervento della polizia locale vogliano dire complicità!

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Il patriarcato uccide!

Come spesso accade, le violenze sulle donne sono o ignorate, o instrumentalizzate per altri scopi. Allo stesso modo, la tragedia di Alexandra Măceșanu è stata ridotta nel discorso pubblico a tematiche come la critica contro il Partito Social Democratico [PSD – partito attualmente al governo, spesso accusato di corruzione, ndt], contro la corruzione, contro il caos istituzionale o la così detta “arretratezza” rumena. Può così sembrare che questa tragedia sia stata causata da una sorta di patologia rumena, od eventualmente da una mentalità locale “balcanica”. Tutte queste spiegazioni non sono che storie, che servono a coprire efficientemente le vere problematiche alla base, come ad esempio il fatto che l’apparato di potere è una struttura patriarcale al servizio degli interessi di un’elite maschile che ha abbandonato totalmente l’area rurale del Paese. E questo non ha nulla a che vedere con alcuna specificità rumena: si tratta invece di una violenza strutturale che può essere ritrovata in tutte le zone periferiche e semi-periferiche del mondo.

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La violenza di genere è normalizzata

Considerare la Romania un “caso speciale” per quanto riguarda la violenza sulle donne non aiuta. Così come non aiuta il descrivere Gheorghe Dincă come “mostro amorale”. Il presentarlo come un’eccezione o come una deviazione abietta maschera il fatto che la violenza di genere è normalizzata e che, la maggior parte delle volte, inizia nella sfera domestica. Le statistiche sulla Romania mostrano che 1 omicidio su 4 succede in famiglia, che all’incirca la metà dei cittadini rumeni crede che lo stupro possa essere giustificato in certe circostanze, che l’81% dei casi di violenza succede in casa – tanto in ambiente rurale (53% dei casi), quanto in  ambiente urbano (47% dei casi) –, che nell’81% dei casi le vittime di violenza sono donne e che nel 92% dei casi gli aggressori sono uomini, che 1 rumena su 4 è stata aggredita a livello fisico o sessuale da un partner, e che nonostante tutto ciò solo il 4% degli atti di violenza arrivino in tribunale. Inoltre, la Romania è uno tra i principali paesi di origine delle vittime di tratta di esseri umani in Europa, ed un terzo delle vittime sono persone minorenni.

Il sistema uccide!

La violenza sulle donne è sia taciuta che apertamente accettata, a livello di società e a livello istituzionale. Manca un adeguato quadro di protezione per le vittime di aggressioni fisiche e sessuali. L’attitudine delle autorità avvantaggia gli aggressori. I poliziotti insultano, incolpano, molestano e deridono le donne che sporgono denuncia; oppure le consigliano che il fatto “rimanga in famiglia”. I poliziotti rifiutano spesso la deposizione delle denunce fatte da donne rom o donne povere perchè “se la risolvono tra di loro”, e “non c’è bisogno di intervenire”..I funzionari pubblici respingono le denunce ed i mandati di protezione, i  giudici criticano e fanno ironia nei confronti delle vittime di violenza oltre che difendere gli aggressori o coprire la complicità delle autorità nei casi di tratta di persone. I problemi continuano anche a livello dell’educazione: il Ministero dell’Istruzione non rispetta gli obblighi legali sulla prevenzione e sullotta alla violenza: ad esempio manca dai curricula scolastici qualsiasi informazione sui diritti delle donne, sulla disuguaglianza di genere e sulla violenza sulle donne.

Il patriarcato, in complicità col capitalismo ed il razzismo, uccide!

Più che prodotto comportamentale della società, il sessismo è funzionale al capitalismo. L’accumulazione sulla base del profitto ha bisogno non solo di manodopera a basso costo e surplus di ricchezza, ma anche di lavoro gratuito come quello domestico – per la stragrande maggioranza svolto da donne. La precarietà e l’impoverimento della popolazione in tempi di crisi sono per la maggior parte sentite ed affrontate dalle donne – e non da donne qualsiasi ma soprattutto da lavoratrici e donne appartenenti alle comunità rom. Il razzismo va di pari passo con l’ordine patriarcale quando le ragazze e le donne rom non sono ascoltate, sono marginalizzate, umiliate e spinte ancora di più verso la precarietà. Sotto al capitalismo, l’ordine patriarcale spinge a disgregare i legami di solidarietà tra donne provenienti da ambienti diversi: in base alla classe sociale ed economica o all’etnia le donne sono spinte a non solidarizzare le une con le altre e a riprodurre gerarchie disumanizzanti, razziste e classiste.

La nostra lotta contro la violenza di genere è anche una lotta contro le altre violenze che la attraversano. Per questo diciamo: Se Cade Una, Cadiamo Tutte! Ci appelliamo alla solidarietà antirazzista ed anticlassista!

Crediamo nella solidarietà e nella prevenzione!

Crediamo nella solidarietà e nella prevenzione. Crediamo che un mondo migliore non si costruisca tenendo la popolazione ancor di più sotto controllo! La crescita delle misure punitive potrebbe tenere lontani dai loro obiettivi alcuni individui, ma fintantoché il sistema giudiziario continua ad essere sessista, razzista ed omofobo, e fintantoché si dedica a servire gli interessi del profitto, nulla ci garantisce che i processi siano corretti e che le persone vengano realmente protette. Al contrario, la crescita delle misure punitive non elimina il problema: continueremo ad avere molestatori, aggressori e stupratori fino a che non educheremo i ragazzini a non molestare e riprodurremo una cultura di gerarchie immobili e di definizioni restrittive rispetto a cosa vuol dire essere “donna” o “uomo”.

Noi firmatarie siamo un gruppo tra cui si trovano persone precarie, persone rom, persone con orientamento sessuale non-etero, e sappiamo bene che proprio le persone più vulnerabili sono quelle che finiscono più spesso in carcere! Non desideriamo un mondo con più carceri, né carceri più piene di uomini. Il carcere peggiora e traumatizza –non è una scuola che insegna ad essere una persona migliore, tutt’altro: diminuiscono drasticamente le opportunità di vivere in un ambiente che si basa su relazioni di amore, di attenzione ed aiuto reciproco. Non vogliamo perpetuare una pedagogia dell’odio e dell’abuso. Vogliamo una pedagogia che condanni la violenza patriarcale e che si basi sul rispettoare della dignità delle donne.

Solidarietà internazionale

Il movimento #SeCadeUnaCadiamoTutte è contro il patriarcato istituzionalizzato, contro la violenza sistemica della cultura patriarcale, che ignora la sofferenza delle donne e annulla il loro potere, la loro autonomia e le loro capacità. Come organizzatrici di questo movimento dichiariamo solidarietà a un movimento femminista intersezionale più ampio –  Ni una menos e le altre simili iniziative europee, dell’America Latina, degli USA e non solo, che lottano per i diritti delle donne senza differenze di etnia, nazionalità o orientamento sessuale.

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Chiediamo:

  1. Informazioni ufficiali sui casi di abuso da parte della polizia. Chiediamo dati concreti ad ogni livello istituzionale, accompagnati da descrizioni delle misure intraprese nei confronti agenti di polizia che sono stati segnalati per casi di violenza di genere, sia domestica che sul lavoro!
  2. Semplificazione delle procedure attraverso le quali le persone vittime di violenza ignorate dagli agenti di polizia possano sporgere denuncia contro di loro. È necessario che questa procedura sia accessibile e che protegga la persona che sporge denuncia da possibili minacce o ritorsioni.
  3. De-burocratizzazione del processo di rilascio gratuito di certificazioni medico-legali per i casi di stupro, violenza domestica ed altre forme di violenza.
  4. Semplificazione delle procedure istituzionali di segnalazioni di stupro ed aggressioni sessuali: Riportare continuamente gli eventi nel corso delle indagini (a partire dalle persone di fiducia e continuando con specialisti – medici, assistenti sociali, poliziotti, funzionari, ed infine giudici) equivale a rivivere l’evento, ed a accentuare le umiliazioni a cui sono sottoposte le vittime.
  5. Più case di accoglienza per le persone che subiscono violenza domestica e sessuale, in conformità con le raccomandazioni del Gruppo di Lavoro per Combattere la Violenza Sulle Donne del Consiglio Europeo.
  6. Miglioramento e sovvenzione dei trasporti pubblici e dei servizi abitativi a livello nazionale. Vogliamo essere in grado di spostarci in sicurezza sia che viviamo in una città, in un paese o in un villaggio! Vogliamo essere in grado di uscire da relazioni abusive senza timore di rimanere in strada perché non possiamo permetterci un affitto di centinaia di euro al mese!
  7. Introduzione nelle scuole di programmi accessibili dedicati all’educazione alla salute riproduttiva e all’uguaglianza di genere. Vogliamo che l’elaborazione di questi programmi venga realizzata consultando pubblicamente organizzazioni e reti femministe, antirazziste, LGBT, così come persone di ambienti accademici di provata esperienza nel settore.
  8. Formazione obbligatoria della polizia, del personale giuridico e medico sulle problematiche della violenza di genere. I poliziotti, i giudici ed i funzionari pubblici devono imparare ad agire in modo da non minimizzare più la gravità delle segnalazioni di abusi, molestie, violenza e stupro; devono imparare a trattare le persone aggredite con rispetto, evitando il peggioramento del trauma.

“Assieme sopravviviamo! Non Una Di Meno!”  [“Împreună supravieţuim! Niciuna mai puţin!” ]

“Stop alla violenza sulle donne”

“Il patriarcato uccide”

#secadeunacadiamotute [ #cadeunacademtoate ]

#ilsessismouccide [ #sexismulucide ]

#niunamenos

#nonunadimeno

#yositecreo

Cade Una Cădem Toate, România

Testo originale tratto da qui

Traduzione a cura di Alice Venir

 

 

 

 

It’s my fregna. Decoro, sicurezza e criminalizzazione del dissenso

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Il “decoro” – si sa – funge da cornice ideologica alle modifiche di gran parte degli spazi urbani e al tentativo di normalizzare o reprimere soggettività e comportamenti che contraddicono l’ordine neoliberale ed etero-patriarcale della città-vetrina, cattedrale del consumo e dello sfruttamento dei corpi e dei territori. Attraverso la retorica del decoro, i centri delle città vengono svuotati a suon di ordinanze: sono istituite “zone rosse”, è vietato chiedere l’elemosina (pena il Daspo urbano), vengono levate le panchine per impedire la sosta, è vietato mangiare e bere all’aperto, al di fuori dei locali. Tali politiche securitarie e di controllo sociale, attraverso l’utilizzo delle categorie dicotomiche “decoro/indecenza” e “per bene/per male”, mirano al perseguimento di città funzionali esclusivamente all’uso e al consumo di soggetti privilegiati e turisti e a contenere e governare le condotte delle donne e delle soggettività che non si adeguano al paradigma imposto. Non a caso, la retorica del decoro e della “sicurezza” è utilizzata in modo trasversale dalle forze di ogni colore partitico per attuare politiche razziste ed escludenti, strumentalizzando i nostri corpi.

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Non ci stancheremo mai di ripetere che la violenza maschile contro le donne è strutturale e che per fermarla bisogna soppiantare la cultura fascista e patriarcale che la sostiene.

In decine di città italiane e del mondo, nella meravigliosa giornata di sciopero globale dell’8 marzo, le donne, le soggettività LGBTIQ+, autoctone e migranti, lavoratrici e disoccupate hanno percorso le strade della città inondandola con una marea indecorosa per scioperare dal lavoro produttivo, riproduttivo, di cura, formale o informale, gratuito o retribuito, contro ogni forma di violenza di genere e dei generi, per costruire un tempo nuovo e aprire spazi di libertà.

Recentemente un’attivista di Non Una di Meno Padova ha ricevuto una denuncia penale per deturpamento e imbrattamento per aver fatto, assieme ad altre compagne, degli stencil murari in difesa della Legge 194, durante il corteo cittadino dell’8 marzo. In una città in cui – il giorno successivo all’8 marzo – viene concesso agli integralisti oscurantisti del Comitato No 194 di esprimere pubblicamente le loro idee violente, non possiamo rimanere in silenzio e far parlare anche i muri è un nostro diritto: vogliamo molto più di 194 perché non ci basta la difesa e l’applicazione della legge, vogliamo una contraccezione gratuita, un’educazione sessuale nelle scuole, più consultori e l’espulsione dei medici obiettori dalle strutture ospedaliere e dai consultori pubblici. Per noi il degrado è infatti rappresentato dalle sfilate garantite ai fascisti stupratori e di Casapound e Forza Nuova che hanno marciato nelle strade padovane in più occasioni e che hanno tappezzato intere aree della città di manifesti inneggianti al fascismo.

Libertà significa anche costruire una città femminista, vivibile e attraversabile da tutt*, una città che combatte contro la violenza e le discriminazioni sulla base del genere, dell’orientamento sessuale, della posizione economica e sociale, dell’abilità e della provenienza geografica, una città con più consultori e meno obiettori di coscienza, dove il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza sia garantito, una città accogliente verso i e le migranti, una città con servizi pubblici gratuiti e un trasporto pubblico realmente funzionante.

Rigettiamo il concetto di decoro urbano, tanto quanto quello di “sicurezza”. Per noi la sicurezza sta nel diritto all’abitare, nel diritto ad un lavoro salariato dignitoso e a un reddito di autodeterminazione per uscire dal ricatto e dalla violenza, nel diritto ad attraversare la città a tutte le ore senza essere molestate, per strada così come nei luoghi di lavoro, nel finanziamento del trasporto pubblico, degli asili nido, dei consultori, dei centri antiviolenza. Per questo lottiamo anche contro il “Decreto Sicurezza bis” che inasprisce le pene a danno dei e delle manifestanti accusat* di danneggiamento, travisamento e resistenza a pubblico ufficiale nel corso delle manifestazioni, vieta fumogeni e materiali “imbrattanti” e trasforma qualsiasi resistenza – attiva e passiva – da violazione amministrativa a reato.

Il decreto, entrato in vigore il 15 giugno e approvato dalla Camera il 25 luglio (entro il 1 agosto sarà sottoposto al voto del Senato per completare la conversione in legge), conferisce al Ministro dell’Interno il potere di emanare provvedimenti volti a vietare o limitare l’ingresso, il transito o la permanenza nelle acque territoriali di navi per motivi di “sicurezza e ordine pubblico”; mira inoltre a criminalizzare le ONG, che diventano il nemico pubblico numero 1 da colpire con multe tra i 3500 e i 5500 euro per ogni migrante tratt* in salvo in mare e trasportat*. Il decreto n. 53/2019 rappresenta così una gravissima violazione dei diritti fondamentali delle e dei migranti, che rischiano di affogare in mare o di essere riportat* nei lager libici, e parallelamente mette pesantemente in discussione la libertà di manifestare dissenso, concretizzando così una preoccupante deriva autoritaria.

Lo sciopero globale dell’8 marzo ha restituito voce alle donne anche rispetto all’agibilità politica e sindacale oggi sempre più ristretta e l’attacco a una compagna per degli stencil testimonia il fatto che la lotta transfemminista fa paura alle forze reazionarie e oscurantiste alle quali è garantita sempre maggiore agibilità. A queste noi continueremo a rispondere con le nostre pratiche indecorose. Se scrivere sui muri “Molto più di 194”, “Obietta su sta fregna” e “La 194 non si tocca” comporta una denuncia, allora denunciateci tutte, perché questa è la lotta di tutte noi.

Non una di Meno

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Comunicato: Non Una Di Meno è un movimento politico autonomo da qualsiasi partito

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Non Una di Meno è un movimento politico transfemminista, intersezionale, antirazzista, antifascista, anticapitalista, autonomo da qualsiasi partito, che mira alla trasformazione radicale della società a partire dalla lotta contro la violenza maschile e di genere e contro le gerarchie sociali.

Per questo, adesso che stiamo entrando nella fase della campagna elettorale per le elezioni europee e amministrative con il suo carico di strumentalizzazioni, vogliamo ribadire che Non Una Di Meno ha scelto di restare fuori dall’arena elettorale: non vogliamo piccole riforme e compromessi che modificano la condizione di pochi mentre lasciano intatte le gerarchie che ci opprimono, i confini che ci dividono e la violenza sociale che ci schiaccia.

Noi siamo un movimento transnazionale che aspira a una trasformazione radicale della società e alla sovversione di rapporti di potere che travalicano i confini nazionali.

Mentre la crisi della rappresentanza politica è un dato di fatto, il nostro movimento ha mostrato la capacità di aprire uno spazio politico sempre più espansivo, nel quale hanno potuto prendere parola in prima persona tutti quei soggetti che rifiutano violenza, oppressione e sfruttamento: donne e persone LGBT*QI+, precar*, italian* senza cittadinanza e migranti che non hanno alcun diritto di voto da esercitare, ma combattono in prima persona per la loro libertà di movimento.

Lo sciopero femminista globale è il processo attraverso il quale abbiamo affermato la nostra autonomia, che si è riversata anche nelle strade di Verona e che ha aperto lo spazio transnazionale per il protagonismo di chiunque voglia lottare contro le politiche sessiste, razziste e neoliberali implementate con sempre maggiore intensità a livello globale.

Questa autonomia è la nostra forza e a partire da qui abbiamo rifiutato e rifiutiamo ogni forma di gerarchia e delega, facendo dell’orizzontalità e del consenso assembleare la base della nostra pratica politica.

Sappiamo che i partiti ci vedono come un bacino di possibili voti e che in questa fase di crisi cercano sponde nel movimento, ma diciamo a quei partiti che vogliono relazionarsi con noi di rispettare l’autonomia e le pratiche organizzative del movimento. Le candidature alle europee di alcune attiviste femministe sono frutto di scelte e desideri individuali; scelte che rispettiamo ma che non sono espressione del movimento.

Per questo motivo la sigla nonunadimeno e la grafica consuetamente adottata dal movimento non possono essere utilizzate a scopo elettorale. Tutte le compagne del movimento Non Una Di Meno continueranno ad avere cura dell’autonomia di quel soggetto politico che hanno attivamente contribuito a costruire, un’attenzione che rappresenta un comune denominatore nella pluralità delle nostre pratiche femministe.

Non Una di Meno continuerà la propria lotta con le modalità di un movimento transnazionale nato e cresciuto dal basso: abbiamo un Piano e non ci fermeremo finché non lo avremo realizzato.

Dallo sciopero globale a Verona Città Transfemminista

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L’8 marzo lo sciopero femminista ha travolto gli argini del presente. Lo abbiamo costruito, incoraggiato, organizzato e sostenuto costantemente. L’8 marzo è stata l’esplosione dello stato di agitazione permanente che continua e che ha dato vita a una nuova grande giornata di lotta contro la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere, praticata a partire dalle diverse posizioni nella produzione e nella riproduzione della società. Lo abbiamo alimentato raccogliendo la forza di un processo globale che amplifica ogni presa di parola singolare e locale e ci rende marea. È stato il terzo sciopero globale femminista, eppure ha nuovamente superato le nostre aspettative, i nostri stessi strumenti e percorsi organizzativi.

Inaspettato è stato il numero delle città in Italia che, al grido Non una di meno!, hanno costruito lo sciopero e le manifestazioni di piazza. Non solo nelle grandi città abbiamo visto numeri imponenti. Sono sorti nuovi nodi territoriali, e anche i piccoli centri hanno dato vita a iniziative autonome e diffuse. In tantissime e tantissimi hanno incrociato le braccia: scuole, trasporti, sanità, università, logistica, cooperative sociali, pubblica amministrazione, fabbriche si sono fermate per prendere parte allo sciopero femminista. Moltissime le forme di sottrazione dal lavoro domestico, riproduttivo e di cura praticate anche nelle case.

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Si è reso visibile il lavoro invisibile delle donne: quello che non finisce timbrando il cartellino ma continua tra le mura domestiche, quello che disvela la riproduzione di ruoli di genere fissi e codificati, quello in cui il razzismo istituzionale diventa la leva per abbassare i salari ed estendere la giornata lavorativa alle 24 ore. Anche per questo le vertenze già in atto che hanno animato le piazze hanno trovato nello sciopero femminista una chiave di lettura complessiva e una solidarietà che va oltre le istanze di categoria.

L’8 marzo non è stato, infatti, semplicemente una sommatoria di vertenze, ma un altro passaggio fondamentale nell’articolazione concreta della lotta alla violenza sessista e strutturale che, come tale, si esprime in tutti gli ambiti della vita delle donne, assumendo molteplici forme di sfruttamento, discriminazione e abuso.

La rivendicazione di un reddito di autodeterminazione, di un salario minimo europeo, di un welfare universale si sono intrecciate con la critica dei rapporti capitalistici di produzione e riproduzione sociale, il rifiuto netto espresso contro il Ddl Pillon, il razzismo istituzionalizzato dalla legge Salvini, il governo del fondamentalismo misogino e transomofobico della crociata anti-gender e anti-abortista.

All’incremento quantitativo è corrisposta anche una crescita di intensità. Soprattutto, è a partire dal riconoscimento del lavoro riproduttivo, per la maggior parte ancora affidato alle donne, che lo sciopero femminista si è fatto e deve continuare a farsi strumento di trasformazione del mondo contestando la ripartizione di mansioni e lavori basata sui ruoli di genere. Abbiamo dato inizio a un percorso di liberazione e rottura che coinvolge le relazioni e la società tutta nelle sue gerarchie e imposizioni.

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Cercando inutilmente di limitare l’importanza dello sciopero, il segretario del più grande sindacato italiano, Landini, si è affrettato a dichiarare che quello dell’8 marzo è stato solo uno sciopero politico, immaturo, nonché “controproducente” per le lavoratrici, perché non “preparato” nei luoghi di lavoro. Noi invece ‒ che siamo quelle stesse lavoratrici e lavoratori, casalinghe, disoccupat*, precarie/i, inoccupat* che portano avanti il mondo ‒ lo avevamo annunciato, lo abbiamo preparato e oggi possiamo dirlo con ancora più convinzione: lo sciopero femminista ha innescato un processo di riappropriazione di questo strumento non più definibile con categorie nei fatti superate. Lo abbiamo annunciato e possiamo ripeterlo: lo sciopero femminista è la risposta.

Uno sciopero certamente politico, ma anche sociale e vertenziale, come dichiariamo nel nostro Piano femminista. Perché è riuscito a rompere l’isolamento delle condizioni individuali e locali di oppressione e sfruttamento, riunendo le tante figure del lavoro dipendente, precario, in nero, non retribuito. Moltissime lavoratrici e lavoratori, delegate e delegati, hanno scioperato e sono scese in piazza e lo hanno fatto anche contro le indicazioni delle proprie strutture sindacali. Non solo, si sono messe in gioco fin da subito nel percorso che ha portato all’8 marzo, in moltissimi incontri di preparazione, nelle Case dello sciopero e nei momenti di discussione pubblica durante lo sciopero stesso, luoghi che sono la messa in pratica nel presente del futuro che vorremmo. Questi sono stati momenti in cui costruire il senso politico della mobilitazione in maniera condivisa, a partire dalle vite dei soggetti coinvolti, e in cui dare corpo a forme di partecipazione politica che includono nella capacità di immaginare una sovversione dell’esistente. Tutte le organizzazioni sindacali dovrebbero riconoscere quanto i luoghi e le condizioni del lavoro riproducano e alimentino le più varie forme di violenza maschile contro le donne e di violenza di genere, sostenendo le vertenze che lottano per scardinare tutto ciò.

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Il cammino verso lo sciopero è stato e deve continuare a essere un percorso di riconoscimento reciproco, di crescita personale e collettiva creando luoghi di incontro inaspettati, di condivisione di esperienze che abbiano sempre la forza di rompere la frammentazione e la solitudine e costruire relazioni nuove di solidarietà e cura. In questo senso il processo che ha portato alla costruzione dell’8 marzo è stato fondamentale: un grande esercizio di messa in discussione personale e collettiva in cui l’obiettivo era lo spazio di visibilità, il diritto di esistenza di ogni soggettività che voleva esserne parte. Donne, lesbiche, froce e persone trans hanno unito le forze con chi non è più disposta ad accettare di essere identificata con ruoli di genere rigidi e oppressivi, che vengono poi messi a valore e sfruttati. Abbiamo scioperato riconoscendo che le molestie e le discriminazioni sul lavoro servono anche a intensificare la precarietà, lo sfruttamento e i ricatti; abbiamo incrociato le braccia accanto alle donne migranti che nella piazza femminista hanno potuto gridare contro il razzismo istituzionale che vorrebbe ridurle al silenzio.

Il pomeriggio dell’8 marzo abbiamo goduto dello spettacolo di piazze nelle quali un comune sentimento di forza collettiva ha messo in movimento una marea potente e inarrestabile. Lo sciopero femminista è stato, e deve a maggior ragione continuare a essere, un grande spazio di politicizzazione e un urlo forte di liberazione. Questo movimento ha aperto uno spazio di azione non identitario, intersezionale, sociale e politico che non può che opporsi con tutta sua forza globale a tutti i governi neoliberali, misogini, omolesbotransfobici e razzisti, con i quali non potrà mai scendere a patti. Non c’è contrattazione possibile con coloro che difendono l’istituzione oppressiva della famiglia patriarcale e eteronormata legittimando la violenza domestica, che attaccano la libertà sessuale e di abortire invocando la maternità e i ruoli di genere come un «destino naturale», che digrignano i denti in difesa dei confini mentre intensificano al loro interno lo sfruttamento del lavoro migrante. Contro questi fautori della reazione e della violenza, contro i custodi dell’ordine e delle sue gerarchie che si incontreranno a Verona dal 29 al 31 marzodopo la mobilitazione del 9 marzo a Padova, dove lo sciopero è continuato per contrastare la marcia del Comitato No194, durante la tre giorni di «Verona Città Transfemminista» scateneremo la forza globale che lo sciopero femminista dell’8 marzo ha portato nel mondo, iniziando già a lavorare per un prossimo 8 marzo ancora più potente!

Non Una di Meno

29/30/31 – Verona Città Transfemminista

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Under our eye/Sotto il nostro occhio

Nella famiglia patriarcale eteronormata si produce e riproduce un modello sociale gerarchico e sessista: è il luogo dove si verificano la maggior parte delle violenze di genere ed è il dispositivo che riproduce la divisione sessuale del lavoro e dell’oppressione. Inoltre, la famiglia è uno strumento ideologico utilizzato per scopi razzisti, quando è utilizzato per sostenere la riproduzione dell’identità nazionale dalla pelle bianca. Per questo ribadiamo che la libertà di autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività LGBT*QI+ non può prescindere dalla libertà di movimento delle e dei migranti. La violenza dei confini si esprime sui territori e sui corpi delle persone che li attraversano.

Questa idea di famiglia sarà il cuore del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019 e per questo le femministe e le transfemministe di Non Una Di Meno insieme ad altri movimenti italiani e internazionali occuperanno con rabbia, determinazione e favolosità la città. Il congresso sarà co-organizzato dall’amministrazione locale e patrocinato dalla “Presidenza del consiglio dei ministri – ministero per la famiglia e la disabilità”, e dalla Regione Veneto. Vi prenderanno parte il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il ministro per la famiglia e la disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’istruzione Marco Bussetti, il senatore della Lega Simone Pillon. In questi nomi noi riconosciamo i principali promotori della violenza eteropatriarcale e razzista e della sua istituzionalizzazione. A loro, e a tutti quelli che con loro si riuniranno in nome dell’oppressione e dello sfruttamento, noi opporremo la forza di un movimento transnazionale di liberazione.

A dispetto della retorica sui valori e la vita umana, gli attacchi all’aborto e l’apologia della famiglia portata avanti da questi signori del patriarcato sono legati all’organizzazione complessiva della società fatta di violenza e oppressione. Dietro la rivendicazione ideologica della nazione bianca si nasconde un razzismo istituzionale che riproduce continuamente lavoro migrante da sfruttare all’interno dei confini che dichiarano di voler difendere. Dietro l’appello alla famiglia naturale c’è la violenza: l’eterosessualità obbligatoria contro la libertà sessuale delle donne e delle soggettività LGBT*QI+ che rifiutano di riconoscersi nelle identità prescritte e nei ruoli sociali imposti. Ci opponiamo ad ogni tentativo di subordinare le donne al ruolo di cura all’interno della famiglia e alla maternità come destino. Anche il mondo della scuola e della formazione risente di questi attacchi catto-fascisti a causa dell’allarmismo fomentato, anche a livello istituzionale, dalle narrazioni che descrivono i bambini come vittime di una presunta “ideologia gender”, traducendosi in forti limitazioni, se non vere e proprie censure, alla circolazione di saperi che criticano la riproduzione di gerarchie di genere e riconoscono la libertà delle differenze. Sappiamo che il Congresso Mondiale delle Famiglie è una delle difese scomposte di fronte alla potente sollevazione globale delle donne che sta facendo saltare un ordine basato su coercizioni, sfruttamento e gerarchie.

Arriveremo a Verona forti dello sciopero femminista che cresce e si espande: l’8 marzo in centinaia di migliaia abbiamo occupato le piazze e le strade del mondo, incrociando le braccia e disertando i luoghi dello sfruttamento e della violenza patriarcale, per prendere parola contro il razzismo e l’oppressione, per urlare la nostra libertà dalle imposizioni di genere e dalla famiglia eteropatriarcale come istituzione oppressiva. Il femminismo e il transfemminismo che abbiamo messo in campo vanno oltre le identità e le loro codificazioni, transitano negli spazi e nella società per creare nuove forme di lotta, procedono per relazioni più che per individuazioni e attraversano ogni aspetto di una mobilitazione che è globale. Lo sciopero femminista ha svelato il nesso tra violenza etero-patriarcale, razzismo e sfruttamento: portando in piazza la nostra libertà e la nostra forza collettiva l’8 marzo abbiamo spezzato quel nesso. Non Una di Meno è un movimento femminista e transfemminista perché partendo dalla messa in discussione delle relazioni di potere, delle gerarchie e dalla lotta contro la violenza maschile sulle donne e di/del genere ha saputo colpire ogni aspetto della violenza sistemica. Con la nostra lotta abbiamo mostrato che sessismo, sfruttamento, razzismo, colonialismo, fondamentalismo politico e religioso, omo-lesbo-transfobia e fascismo sono legati e si sostengono l’uno con l’altro.

Il femminismo e il transfemminismo di questo movimento partono dalla libertà e dall’autodeterminazione di ciascuna soggettività per costruire processi collettivi di lotta e di liberazione che investono la riproduzione della società.

In questo momento sono sotto attacco tutti i diritti conquistati dalle lotte delle donne: il divorzio, l’aborto e la riforma del diritto di famiglia. A questa ondata reazionaria, rispondiamo con la forza delle rivendicazioni del nostro Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere.

Siamo la marea femminista, transfemminista, antirazzista e antifascista che inonderà Verona aprendo spazi di liberazione a partire dalla forza globale del nostro sciopero femminista.

STATO DI AGITAZIONE PERMANENTE: GIÙ LE MANI DAI NOSTRI CORPI E DAI NOSTRI DESIDERI

 

Under our eye

Affermando la forza di un movimento globale, Non una di meno rivendica:

* Che la scuola e l’università diventino i luoghi primari di contrasto alle violenze di genere: fuori le associazioni no gender e spazio all’educazione alle differenze, sessuale e di genere!

* Che sia avviata una formazione continua di figure professionali coinvolte nel percorso di fuoriuscita dalla violenza delle donne, come insegnanti, avvocati e avvocate, magistrati e magistrate, educatori ed educatrici di chi lavora nei media e nelle industrie culturali, per combattere narrazioni tossiche e promuovere una cultura nuova.

* Che la formazione prosegua nel mondo del lavoro contro molestie, violenza e discriminazione di genere, con l’obiettivo di fornire strumenti di difesa e autodifesa adeguati ed efficaci.

* Consideriamo la salute come benessere psichico, fisico, sessuale e sociale e come espressione della libertà di autodeterminazione. Siamo contro la patologizzazione delle persone trans e la riassegnazione sessuale coatta per le persone intersessuali.

* Sappiamo che l’obiezione di coscienza nel servizio sanitario nazionale lede il diritto all’autodeterminazione delle donne, vogliamo il pieno accesso a tutte le tecniche abortive per tutte le donne che ne fanno richiesta.

*Rivendichiamo la garanzia della libertà di scelta e che la violenza ostetrica venga riconosciuta come una delle forme di violenza contro le donne che riguarda la salute riproduttiva e sessuale.

* Siamo contrarie alle logiche securitarie nei presidi sanitari: riteniamo inadeguati e dannosi interventi di stampo esclusivamente assistenziale, emergenziale e repressivo, che non tengono conto dell’analisi femminista della violenza come fenomeno strutturale e vogliamo équipe con operatrici esperte.

*Rivendichiamo un welfare universale, garantito. Vogliamo la creazione di consultori che siano spazi laici, politici, culturali e sociali oltre che socio-sanitari. Ne promuoviamo il potenziamento e la riqualificazione attraverso l’assunzione di personale stabile e multidisciplinare.

*Incoraggiamo l’apertura di nuove e sempre più numerose consultorie femministe e transfemministe, intese come spazi di sperimentazione (e di vita), auto-inchiesta, mutualismo e ridefinizione del welfare.

*Rivendichiamo un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione incondizionato e universale come strumenti di liberazione dalla violenza eteropatriarcale dentro e fuori i luoghi di lavoro.

*Contro il regime dei confini e il sistema istituzionale di accoglienza, rivendichiamo la libertà di movimento e un permesso di soggiorno europeo senza condizioni svincolato dalla famiglia, dallo studio, dal lavoro e dal reddito.

*Vogliamo la cittadinanza per tutti e tutte, lo ius soli per le bambine e i bambini che nascono in Italia o che qui sono cresciute pur non essendovi nati.

*Critichiamo il sistema istituzionale dell’accoglienza e rifiutiamo la logica emergenziale applicata alle migrazioni.

*Siamo contro la strumentalizzazione della violenza di genere in chiave razzista, securitaria e nazionalista.

*Vogliamo spazi politici condivisi femministi e transfemministi.

*Sappiamo che le violenze sui territori colpiscono anche noi e ci opponiamo alla “violenza ambientale” che si attua contro il benessere dei nostri corpi e gli ecosistemi in cui viviamo, costantemente minacciati da pratiche di sfruttamento.

Qui le traduzione in:
inglese
spagnolo
francese.

Qui il blog di Non Una Di Meno Verona.
Qui l’evento di Verona Città Transfemminista (29-30-31 marzo).
Qui l’evento del Corteo Transfemminista di sabato 30 marzo.

Resoconto dell’incontro dell’8 marzo al Ministero della Salute


L’incontro avvenuto durante la giornata di sciopero globale femminista si è svolto tra il tavolo salute di Non Una di Meno, la Rete Assemblee delle Donne e Consultori, le lavoratrici della sanità pubblica e privata con il sottosegretario Achille Iachino e Luigi Patacchia della segreteria della Ministra Grillo.
Abbiamo richiesto una presa di posizione ufficiale su accesso all’aborto e obiezione di coscienza, ddl Pillon e politiche contro le donne portate avanti dalla maggioranza. Abbiamo posto l’urgenza di un’inversione di marcia rispetto all’aziendalizzazione della sanità che ha portato a privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi. Il peggioramento della qualità dei servizi è infatti strettamente connesso alla precarizzazzione del lavoro nella sanità pubblica.
Gli interlocutori si sono impegnati a riferire quanto discusso alla Ministra e alla convocazione di un tavolo apposito per affrontare i temi proposti.

Lo stato di agitazione permanente continua!

Resoconto dell’incontro dell’8 marzo tra Non Una di Meno Roma e il Ministero del Lavoro

non una di meno ministero del lavoro 8 marzo

non una di meno ministero del lavoro 8 marzo

Di seguito il comunicato dell’incontro che si è svolto al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali alla presenza del vice capo di gabinetto Fabia D’Andrea nella giornata dello sciopero femminista chiamato da Non Una Meno.

Nell’ambito dei presidi della mattina organizzati a Roma per lo sciopero globale femminista, una delegazione di donne, composta dal movimento Non Una Di Meno – Roma e da lavoratrici in sciopero, è stata ricevuta dal Vice Capo di Gabinetto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Fabia D’Andrea.

L’incontro ha messo a tema l’inadeguatezza delle politiche del governo rispetto all’ambito del lavoro e del welfare; politiche che non aggrediscono, anzi aggravano, le condizioni di precarietà e di dipendenza economica, in particolar modo per le donne, come riportato anche dalle lavoratrici Istat presenti all’incontro.

Nello specifico, Non Una Di Meno ha manifestato le proprie critiche alla misura del reddito di cittadinanza appena varata dal governo, sottolineando la problematicità del suo carattere familistico, così come della sua forte condizionalità.

Una misura in aperta contraddizione con la proposta di reddito di autodeterminazione avanzata dal movimento: un reddito che, al contrario, si vuole individuale, incondizionato e universale, slegato dalle condizioni di soggiorno, strumento di autonomia e autodeterminazione per le donne che fuoriescono da relazioni violente e in generale per tutt*.

Un reddito che non si può pensare scisso da una misura di salario minimo europeo, per contrastare i meccanismi di gender pay gap e dumping salariale. Si è chiesto inoltre a gran voce un rifinanziamento complessivo del welfare state. Un welfare capace di redistribuire il lavoro riproduttivo e di cura che ancora oggi ricade per la maggior parte sulle spalle delle donne.

Hanno poi preso parola le vertenze: le lavoratrici di Anpal Servizi hanno denunciato il grande paradosso delle operatrici precarie che ricollocano i disoccupati, chiedendo la stabilizzazione immediata dei 654 precari. Proprio mentre si discute del reddito di cittadinanza sono stati stanziati 500milioni di euro per assumere 6000 navigator, che saranno a loro volta precari. I servizi del reddito di cittadinanza si baseranno interamente sul personale precario.

Le lavoratrici di SOGESID, Società in house del Ministero dell’Ambiente, hanno denunciato la crisi occupazionale imminente, imposta dalla Legge di Bilancio, che prevede la dismissione della convenzione tra SOGESID e lo stesso Ministero. Di più: la riapertura delle procedure concorsuali, invece di essere un’opportunità di assunzione per chi fin qui ha lavorato in regime di esternalizzazione, rischia di buttare in strada personale qualificato e competenze che hanno fin qui garantito attività strategiche per il Paese.

Le lavoratrici di SISTRI hanno gridato la loro rabbia per l’occupazione persa il 31 dicembre. Anche in questo caso, è il Ministero dell’Ambiente che ha deciso di ripensare il sistema di tracciabilità dei rifiuti senza tenere in conto di chi operava con contratti di somministrazione e che da un giorno all’altro si è trovato senza lavoro e dignità.

Le lavoratrici Sky hanno raccontato del loro recente licenziamento (dopo quello di massa che ha riguardato molti tecnici lo scorso anno), seguito al rifiuto di trasferimento di sede impostogli. Le condizioni di vita e familiari di queste lavoratrici non sono state minimamente prese in considerazione dall’azienda, anzi il loro licenziamento è avvenuto dopo mesi di mobbing esercitato attraverso le continue trasferte “comandate”. L’esito finale del licenziamento è stato giustificato da “mancanza di buonafede, diligenza, fedeltà e leale collaborazione” (sic!) da parte delle lavoratrici.

Alla richiesta di una presa in carico delle vertenze e di una risposta sulle questioni avanzate, la Vice Capo di Gabinetto ha replicato di non poter prendere alcun impegno effettivo, rimandando addirittura alle competenze del Ministero delle Pari Opportunità, oggi accorpato al Ministero della Famiglia affidato a Lorenzo Fontana. Inutile sottolineare l’imbarazzo e l’indignazione suscitati dalla suddetta proposta. Constatiamo ancora una volta che questo governo non ha intenzione di prendere sul serio le istanze del movimento femminista e le condizioni di vita e lavorative che le donne vivono sulla propria pelle quotidianamente.

Questo incontro conferma una volta di più l’urgenza dello stato di Agitazione Permanente, che continuerà da oggi nelle piazze di tutta Italia.