Tavolo Salario, Reddito, Welfare . Libere/u dalla violenza economica

lavoro molestie1

Se la povertà complessiva in Italia, stando ai dati, sembra essere diminuita, quella femminile continua invece ad aumentare. Siamo il quartultimo paese in Europa per occupazione femminile: solo il 48% delle donne ha accesso al lavoro, quindi meno della metà. La ricchezza individuale delle donne è inferiore di circa il 25% rispetto a quella degli uomini. Ancora, le donne sono retribuite in media il 23% in meno rispetto ai colleghi uomini, anche quando più istruite; e il differenziale salariale cresce col crescere del livello dell’istruzione, raggiungendo un picco del 38,5%. Più di 1.400.000 donne ha subito molestie sul luogo di lavoro. Molestie e discriminazioni che, una volta di più, vengono taciute e invisibilizzate quando riguardano le soggettività lgbtqia+.

Pochi, ma salienti numeri, che dipingono il contesto di disuguaglianza, discriminazione, ingiustizia in cui viviamo. Contesto che conosciamo bene, perché è quello contro cui ci battiamo da anni, contro cui il movimento femminista e transfemminista è insorto, inondando le strade e le piazze del globo, affermando che violenza di genere è anche, e non secondariamente, violenza economica, che passa, in modo sistemico, per determinate condizioni di sfruttamento volte a minare l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, delle persone migranti, delle persone lgbtqia+.

Non partiamo da zero. Abbiamo scritto un Piano femminista e transfemminista, contro la violenza di genere. Non ci siamo mai fermate al solo livello della contestazione, ma abbiamo elaborato proposte e rivendicazioni che, oggi più che mai, necessitano di gambe concrete per poter camminare, di essere aggiornate, dove necessario, rispetto al contesto politico mutato.
Ripartendo dalle due giornate di assemblea nazionale a Napoli e dalle rivendicazioni sviluppate nel Piano, proponiamo pertanto di strutturare la discussione attorno ai seguenti assi/domande:

  • Come immaginiamo una campagna di mobilitazione sul salario minimo europeo per combattere gender pay gap, dumping salariale, paghe da fame? Una volta di più a fronte di proposte istituzionali miserrime? Considerando i tabellari infimi di molti contratti collettivi nazionali che riguardano il più delle volte ambiti di lavoro altamente femminilizzato, ha senso contrapporre al salario minimo il rilancio della contrattazione collettiva o una proposta di contrattazione di genere?
  • Abbiamo dettagliatamente criticato il reddito di cittadinanza introdotto dal precedente governo, svelandolo come familista, razzista, altamente condizionato e, dunque, non garante di autonomia e liberazione. A breve partirà la cosiddetta “fase 2” di questa misura. Come immaginare azioni e campagne, per rilanciare, con ancora maggiore forza, la nostra proposta di reddito di autodeterminazione sia nell’ambito dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza che come arma contro molestie, ricatti e sfruttamento?
  • Come ideare campagne e mobilitazioni per un welfare effettivamente universale, gratuito e accessibile a tutt*? A maggior ragione se i servizi continuano a diminuire e a essere sempre più escludenti? La quasi totale assenza di servizi pubblici per l’infanzia e l’assoluta insufficienza di forme di sostegno alla genitorialità (in termini di indennità e congedi parentali), contribuiscono inoltre ad allargare la forbice del gender pay gap, costringono sempre più spesso alla disoccupazione. Quali lotte immaginare allora per un’estensione davvero universale di questi servizi, dei congedi, delle indennità, che riguardi tutte le tipologie contrattuali e chi un lavoro non ce l’ha?
  • In questi anni abbiamo posto a più riprese il problema delle molestie e delle discriminazioni sui luoghi di lavoro e tante azioni e sperimentazioni volte ad affrontare e contrastare lo stesso sono nate. Come arricchirle a partire da uno scambio maggiormente condiviso? Quali strumenti ancora da inventare?
  • Il lavoro e lo sfruttamento nuocciono pesantemente alla salute, sia fisica che psichica, in particolare delle donne, delle soggettività lgbtqia+ e delle persone migranti. Tanto più nelle condizioni di precarietà generalizzata che viviamo. Come indagare questo problema? Di quali strumenti ci dotiamo? Quali azioni e campagne possiamo definire?
  • Come costruiamo il percorso che ci porterà al prossimo sciopero globale dell’8 marzo? Quale rapporto e passaggi con le organizzazioni sindacali? Come intercettiamo vertenze e luoghi di lavoro? Quali pratiche mettiamo in campo per dare corpo e visibilità oltre che al blocco della produzione, anche a quello della riproduzione? E allo sciopero dei e dai generi?

Presso Esc Atelier, Via dei Volsci, 159

Tavolo salute e autodeterminazione

salute1

Nella definizione di violenza come fenomeno strutturale e trasversale a tutti i campi dell’esistente, le riflessioni, le battaglie e la produzione di pratiche e discorso sulle tematiche legate a salute e autodeterminazione rimane centrale. Nel Piano Femminista abbiamo voluto definire il concetto di salute come benessere psico-fisico, sessuale e sociale e non come mera assenza di malattia. 

Questo processo di risignificazione del concetto di salute ci ha portate ad aprire campi di battaglia su fronti differenti che, oggi più che mai, hanno bisogno di essere implementati, valorizzati e diffusi. Consapevoli che la strada da percorre è ancora lunga e che il quadro politico è quantomai contraddittorio, pensiamo che sia necessario insistere su alcune questioni specifiche al fine di costruire campagne, azioni ed elementi di forte vertenzialità verso e oltre lo sciopero dell’8 Marzo.

  • Se la salute è strettamente legata al tema dell’autodeterminazione dei corpi e delle soggettività, non può dunque prescindere dall’interrogare i nostri desideri e dal reclamare condizioni economiche e welfare che possano garantirne la realizzazione. In questo senso, le mobilitazioni diffuse in diverse regioni contro la chiusura e la neutralizzazione dei consultori pubblici e la penetrazione delle associazioni pro-life al loro interno aprono immediatamente il campo della sessualità come tema politico. Il campo della riappropriazione del servizio attraverso il coinvolgimento e la formazione della operatrici, della sua relazione con le realtà del territorio in cui è inserito (associazioni, comitati, collettivi studenteschi), della sua radicale ridefinizione alla luce di nuove sensibilità, esigenze e composizione sociale, della riapertura del conflitto tra autogestione e istituzionalizzazione. La storia dei consultori è la storia dei movimenti femministi di questo paese, una storia che rischia di essere annullata, invisibilizzata e inghiottita da un modello di salute inappropriato e dannoso. In che modo costruire rete tra le lotte presenti oggi sul piano nazionale e di quali strumenti dotarci per amplificare questi percorsi virtuosi?
    Campagne specifiche sulla contraccezione gratuita, da connettere al tema dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, e contro la tampon tax possono essere il terreno su cui facilmente i temi dell’autodeterminazione e del welfare entrano in gioco e su cui provare anche a vincere.
  • La salute non è semplice cura della malattia ma strumento di affermazione e di libertà dentro e contro i limiti e le storture imposte dai processi di medicalizzazione, di patologizzazione e psichiatrizzazione e intreccia il tema della giustizia patriarcale come riaffermazione di dispositivi normativi e di controllo sui corpi: maternità e aborto, transizione e accesso alle cure ormonali, benessere psichico, psichiatrizzazione e trattamenti contenitivi, per fare alcuni esempi su cui il potere medico si esercita con maggiore violenza. In questo quadro la lotta all’obiezione di coscienza ha un valore simbolico e politico generale. A partire da quanto già elaborato nel Piano Femminista come riprendere una campagna all’attacco per la libertà di scelta e l’aborto garantito? Quali strategie mettere in campo? Può esserlo la battaglia per la RU486 senza ricovero, fino alla 12 settimana e somministrata anche nei consultori?
    Sul fronte dell’autodeterminazione dei corpi delle soggettività lgbtqia+ potremmo invece dotarci di strumenti di inchiesta che ci aiutino a comprendere quali campi di battaglia aprire e con quali campagne?
  • Negli ultimi anni, a partire dal protagonismo femminista e transfemminista, in particolare nella rivendicazione dell’aborto legale, libero e gratuito, abbiamo visto lo strutturarsi di una fitta rete internazionale antiabortista e transomofoba. La saldatura tra fondamentalismo cattolico e destra estrema si da esattamente sul tema dell’aborto, della famiglia tradizionale e della crociata anti-gender. Una battaglia culturale, dunque, a cui abbiamo dato risposta potente e moltitudinaria a Verona ma che merita continua attenzione e costruzione di discorso e campagna efficace. Altro terreno strategico è quello delle scuole, in un paese in cui la scuola diventa sempre più sessuofobica e prevenzione, educazione sessuale e affettiva diventano tabù e terreno di scontro.
  • Attivare una riflessione a tutto tondo sulle drammatiche ricadute, in termini di salute mentale, di sviluppo di dipendenze, di isolamento e solitudine nel contesto di precarietà selvaggia e performatività imposta. In un mondo in cui aumenta la sofferenza psichica delle persone, assistiamo allo stesso tempo al perdurare di forme violente e inadeguate di risposta e presa in carico del disagio psichico. Pensiamo che questo sia un tema decisivo su cui ricominciare a confrontarci.

Perché vogliamo FARE e COSTRUIRE salute!

Perché ci vogliamo VIVE!

Presso Il Grande Cocomero, Via dei Sabelli 88a

Tavolo ecofemminismo. Libere/u dalla violenza ambientale: transfemminismo ed ecologia

ecofemminismo

Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, vediamo le acque prendersi Venezia e le isole della laguna. La città sommersa mostra gli effetti devastanti di una gestione predatoria del territorio incapace di confrontare i cambiamenti climatici. Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, all’Ilva di Taranto si continua a lottare contro l’alternativa infernale tra lavoro e nocività industriale. Con uno sguardo alla laguna e alle lotte di Taranto, il 24 novembre Non Una di Meno continua a interrogarsi sui nessi che, a livello locale e globale, legano la violenza ambientale alla violenza delle relazioni patriarcali, capitaliste e coloniali.

Costruiamo questo percorso a partire da saperi e le pratiche femministe e antirazziste secondo cui non è un’indifferenziata specie umana a causare la crisi ecologica. Al contrario, le responsabilità della devastazione ambientale e i diversi gradi di esposizione alle nocività industriali, all’inquinamento e al cambiamento climatico dipendono da ineguaglianze strutturali. Solo un corpo a corpo con le relazioni di potere che hanno creato gerarchie lungo le linee del genere, del colore, della classe e del posizionamento geografico può condurre a un radicale cambiamento delle relazioni sociali ed ecologiche. Solo il corpo a corpo con le storie di appropriazione e sfruttamento che hanno ridotto territori ed esseri viventi, umani e non umani, a risorse da sfruttare può aprire la strada alla costruzione dei mondi futuri che desideriamo.

Nel corso dell’assemblea di Napoli abbiamo sostenuto l’importanza di coltivare intersezioni tra movimenti trans/femministi ed ecologisti. Abbiamo individuato tre elementi centrali su cui costruire percorsi di attraversamento e contaminazione:

  1. autodeterminazione di corpi e territori;
  2. valorizzazione di modi di produzione/riproduzione sociale ed ecologica alternativi alla logica dello sfruttamento, della privatizzazione e del profitto;
  3. la reinvenzione dello sciopero. Il 24 novembre torniamo a discuterne in vista delle mobilitazioni del prossimo 8 marzo e oltre.

Questi gli spunti da sviluppare:

  • Quali forme di produzione e riproduzione sociale ed ecologica possono aprire la strada all’autodeterminazione di corpi e territori?
  • Come valutiamo l’avvio di processi di attraversamento tra movimenti femministi, transfemministi ed ecologisti?
  • Quali sono le relazioni tra lo sciopero femminista e lo sciopero per il clima? Lo sciopero dei consumi può essere un terreno di convergenza tra questi movimenti?
  • Quali pratiche per evidenziare l’aspetto della violenza ambientale nello sciopero dell’8M, anche a partire dai contributi che ci possono dare le elaborazioni, esperienze e pratiche queer e dei movimenti LGTBQIPA+ e antispecisti?
  • Quali iniziative vogliamo costruire in vista dell’8M?
  • Come approfondire, valorizzare e disseminare gli intrecci tra saperi situati femministi e quelli delle reti locali che, nel corso delle lotte contro le nocività industriali, le opere inutili, i piani di bonifica e gli effetti del cambiamento climatico producono conoscenze sul nesso tra devastazione ambientale, corpi e salute?
  • Come coltivare le reti di supporto, scambio, terreni di lotta comune che ci legano da Rojava, dov’è in corso il tentativo di estinguere un progetto di autogoverno dal basso, femminista ed ecologista all’Amazzonia dove le popolazioni indigene sono in prima linea nella difesa di territori e cosmovisioni incompatibili con il capitalismo estrattivista?

Presso Communia, Viale dello Scalo S. Lorenzo, 33

Tavolo città femminista e transfemminista: spazi femministi, violenza, narrazione tossica e (in)giustizia patriarcale

giornata-contro-violenza-donne-18

I luoghi dove iniziano e si svolgono percorsi di fuoriuscita dalla violenza mettono in discussione il presente attraverso una critica molto forte alle consuetudini riconosciute. Strappiamo al tessuto urbano nuovi spazi di libertà e lavoriamo per la città femminista con centri antiviolenza, case e consultorie. Sveliamo le narrazioni tossiche e ribaltiamone il significato.
Individuiamo i pericoli che abbiamo di fronte: non lasciamo spazio e tempo a nessuna azione patriarcale, come Pas e sistema Pillon, di sedimentare oltre nelle aule dei Tribunali.

Il nostro posizionarci unite e solidali ci mette sotto attacco diretto o indiretto: sempre meno risorse, il dilagare di servizi “neutri” , la violazione dei principi della Convenzione di Istanbul, l’insufficienza di centri antiviolenza e case rifugio, la totale assenza delle case rifugio per persone trans, le minacce ed i rischi di sgombero, i costanti attacchi mediatici alle donne, le molte sentenze ingiuste, frutto di una visione stereotipata dei ruoli sociali attribuiti ai generi.

Partendo da questo quadro di rottura e dalla consapevolezza fortissima del carattere strutturale della violenza,  il movimento ha dato in questi anni le uniche risposte capaci di alzare quel grido altissimo e feroce contro il numero di femminicidi, omicidi in conseguenza di trans fobia e violenza di genere. Abbiamo ridato voce a tutte quelle che non l’hanno più e lo abbiamo fatto dai nostri luoghi meticci e liberati, spesso unici in città dove ci sarebbe bisogno di una presenza costante per svelare denunciare e abbattere le strutture della violenza nei luoghi che attraversiamo; case, scuole fabbriche, posti di lavoro, aule di (in)giustizia. 

Non si tratta di ingiustizie perché nessuna norma può tutelarci fino in fondo in un’ aula dove siamo costantemente sotto processo pur se non imputate, dove il trauma è colpa e le responsabilità l’abili agli atti.  Nessuna norma a servizio della giustizia patriarcale può metterci al sicuro, tracciando sui nostri corpi prassi sessiste e violente e anche in quei luoghi il movimento deve essere parte attiva e presente nell’elaborare strategie e monitorare situazioni a rischio. 

Le recenti sentenze in materia civile, minorile e penale che si susseguono fanno emergere un costante attacco ai diritti delle donne nelle sedi giudiziarie, con la stigmatizzazione, ri-vittimizzazione, colpevolizzazione delle donne sopravvisute a violenza e con criminalizzazione delle reti di solidarietà femminista che si battono quotidianamente.

È necessario attivare campagne di sensibilizzazione e denuncia sulla questione dell’affidamento condiviso applicato ai casi di violenza in violazione della convenzione di Istanbul e contro le valutazioni da parte dei tribunali civili e per i minorenni che delegano le decisioni ai servizi sociali, a psicologi ed educatori con funzioni di magistrati onorari che ritengono prioritario il principio della bigenitorialità alla tutela dei minori oggetto e/o testimoni della violenza sulle proprie madri.

La lotta contro il ddl Pillon non è archiviata, la storia di Lucha y Siesta non è ancora scritta, le violenze prodotte dai Tribunali e dalle Procure con il riconoscimento della alienazione parentale, smentita dalla comunità scientifica, ed interventi d’emergenza e di tipo solo repressivo come il codice rosso continuano a seminare sofferenza e sopraffazione. Non intendiamo fare un passo indietro e piangere un’altr*assassinat*.

  • Quali campagne, azioni, scioperi, mobilitazioni, boicottaggi, e pratiche di lotta incisiva intendiamo portare avanti per liberarci dalla violenza patriarcale e dalla logica binaria? Come attiviamo percorsi di sostegno attivo alle donne che lo vogliano, durante i processi.
  • Come sprigioniamo la potenza sovversiva degli spazi femministi e transfemministi e favoriamo meccanismi di moltiplicazione ?
  • Come difendiamo i nostri spazi e come intessiamo solidarietà attive trans territoriali in grado di non lasciare solo alcun nodo di fronte agli attacchi?

Presso Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti, 9a

Tavolo migrazioni. Libere di muoverci libere di stare: contro ogni confine e razzismo.

migranti2

Non c’è femminismo senza antirazzismo non è uno slogan, ma il riconoscimento che la lotta delle donne migranti, ai confini esterni dell’Europa e su quelli interni alle nostre città, è una lotta di libertà e autodeterminazione. È una lotta contro la violenza patriarcale ed economica, delle società di partenza così come di quelle di arrivo, ed è una lotta contro istituzioni patriarcali come quella del privilegio della cittadinanza ereditata per diritto di sangue.

Nel Piano contro la violenza di NUdM libertà di movimento, libertà dagli status che limitano il diritto al soggiorno e libertà dal razzismo sono temi trasversali a ogni altro, fino a toccare la crisi ecologica e ambientale che stiamo attraversando. Negli scioperi dell’8 marzo, il nesso tra lavoro produttivo e riproduzione sociale, ha messo in primo piano il ruolo e il contributo delle donne migranti nella lotta femminista contro il capitalismo neoliberale globale.

Siamo consapevoli che la trasversalità agli altri temi non basta. Mai come in questo momento storico l’intersezione degli gli assi di oppressione ha raggiunto livelli così alti di criminalizzazione delle migrazioni e di ogni forma di solidarietà e sostegno nei loro confronti, in primo luogo quella fornita dalle reti e dalle comunità migranti.

Abbiamo bisogno di elaborare rivendicazioni concrete e strategie di solidarietà, al fianco e con le donne migranti, al fianco di ogni soggettività razzializzata, stigmatizzata e vulnerabilizzata dal sistema patriarcale dei confini.

Verso e oltre lo sciopero dell’8 marzo è necessario riattivare campagne e strategie di mobilitazione contro le leggi sicurezza, sostenute dai governi di ogni colore, e i cui effetti stanno producendo una nuova ondata di clandestinizzazione delle esistenze delle donne e degli uomini migranti; è necessario rivendicare la libertà di movimento attraverso un permesso di soggiorno europeo e la fine delle politiche di detenzione e rimpatrio; è necessario lottare insieme perché una società femminista non può più tollerare la cittadinanza ereditata per diritto di sangue.

Presso Esc Atelier, Via dei Volsci, 159

Assemblea nazionale Non Una Di Meno-Roma 24 novembre 2019

panuelo-banner

Testo di convocazione 

Il 24 novembre ci incontreremo ancora una volta in assemblea nazionale e sarà un passaggio importante e significativo. Con la manifestazione del 23 novembre entriamo infatti nel 4° anno di movimento femminista e transfemminista che in Italia ha preso il nome di Non Una di Meno.

La nuova ondata tiene e continua a diffondersi nel mondo. Il movimento globale femminista si misura oggi con l’acuirsi dello scontro politico.  Le donne assumono sempre più un ruolo centrale dentro le mobilitazioni contro il nuovo autoritarismo e contro la violenza economica, come in Cile, in Ecuador, in Rojava… questo non segna lo snaturamento del femminismo ma l’efficacia della lettura della violenza patriarcale come prisma attraverso cui leggere le relazioni di potere dentro la società, come paradigma su cui si declinano i dispositivi di controllo e di governo dei corpi dentro la torsione autoritaria e la ristrutturazione neoliberale.

Patriarcato e neoliberismo sono più che mai alleati e gli ultimi fatti in particolare in Cile lo confermano: la vendetta e la criminalizzazione si fa efferata tanto più si tratta di corpi di donne in rivolta.

In Italia viviamo un contesto politico quanto più pericoloso tanto più è contraddittorio. Questo ci costringe ad un esercizio necessario: elaborare la prospettiva del movimento a partire da uno sguardo a quanto fatto fin qui.

Non è banale fermarsi a ragionare sulla straordinaria durata del movimento di Non Una Di Meno in Italia. La continuità ne definisce la qualità e la forza di analisi e di proposta. La grande capacità di elaborazione collettiva ha fin qui saputo tenere insieme sensibilità, prospettive, pratiche ed esperienze differenti, senza disperdere il fuoco da cui siamo partire: la lotta alla violenza maschile e di genere come fenomeno strutturale. Abbiamo avuto la forza di fare questo, di proliferare nei territori, di moltiplicarci nelle piazze, di parlare alle tante e ai tanti, perché abbiamo costruito insieme una cornice politica forte e condivisa, frutto di una lunga elaborazione e non di semplice giustapposizione di temi.

Migliaia di mani hanno scritto il piano Femminista contro la violenza maschile contro le donne e di genere. Da li forse occorre ripartire, come metodo e come pratica di confronto, di elaborazione e di lotta. Su questa base sostanziale abbiamo legittimato e agito la nostra autonomia.

Il piano delle lotte si è fatto pratica coniugando la stato di agitazione permanente con la costruzione di istituzionalità dal basso e mutualistiche che difendiamo e moltiplichiamo (gli spazi femministi e transfemministi, i cav, gli sportelli, i presidi territoriali, i progetti web come obiezione respinta, le consultorie, le assemblee delle donne …); aprendo il grande processo della riappropriazione dello sciopero, facendolo proliferare oltre i confini angusti imposti dalla legge e dalle centrali sindacali; attraversando la società, le generazioni, l’immaginario collettivo, contaminando e contaminandoci. Solo aprendoci rimaniamo autentiche. E solo a partire da una forte condivisione guadagniamo forza.

Non dobbiamo avere paura di discutere, non ci sono temi tabù, ci sono piuttosto temi che vengono usati come clave, come arieti per rompere il movimento. Ma una cosa dobbiamo assumerla, per discutere e affrontare il presente e il futuro: nessuno ci può giudicare, e non è nostro compito giudicare altre donne, altre soggettività, altre esperienze. Dobbiamo piuttosto continuare a leggere e riconoscere forme di oppressione, di privilegio e di autodeterminazione anche quando non ci appartengono. Dobbiamo anche utilizzare al meglio gli spazi di discussione e di confronto di cui ci dotiamo, gli strumenti e metodologie e inventarne di nuovi o dismetterne altri se non funzionano.

Abbiamo voluto riprendere la convocazione in tavoli benché i tempi siano stretti, perché sentiamo forte l’esigenza di riprendere a sostanziare il Piano come patto politico e programmatico dinamico e in divenire, strumento di lotta, per arrivare preparate, aprire il processo di costruzione dello sciopero immediatamente, farne un’occasione di mappatura, inchiesta e di conflitto dentro il quadro mutato di un governo che lascia intatto l’assetto profondamente patriarcale e razzista della giustizia, delle strategie di contrasto alla violenza, dello stato sociale, del lavoro, dell’educazione. Eppure degli spazi vanno aperti, non possiamo fermarci alla denuncia, alla testimonianza, dopo 4 anni abbiamo bisogno di agire vertenzialità concrete, di riprendere azione culturale e politica, di sedimentarci e allargare le nostre reti, di battaglie politiche e culturali di ampio respiro.

Va infine registrata l’irruzione sulla scena globale di un altro “atteso imprevisto” parliamo dei giovani e giovanissim*, delle donne e delle comunità che trovano nello spazio del movimento globale per la giustizia climatica uno spazio di espressione e di lotta. Pensiamo che molto abbia contribuito l’immaginario e il lavoro fatto in questi anni dal movimento ecotransfemminista. A partire da questo accumulo di ragionamento e di pratiche, è lo sciopero la traccia comune su cui aprire confronto, attraversamenti e la costruzione di pratiche condivise, contaminando le narrazioni, intrecciando riproduzione sociale e giustizia climatica dentro il quadro della critica al capitalismo estrattivista.

La centralità dello sciopero dell’8 marzo in questo panorama va valorizzata e agita immediatamente. Per questo sarà importante confrontarci sulla data e sull’opportunità della convocazione domenicale e di possibili chiamate dello sciopero globale del clima.

Lo sciopero ci proietta immediatamente sul piano transnazionale: come sostanziare un maggiore livello di confronto e di coordinamento tra movimenti femministi nel mondo? Come metterlo immediatamente in opera verso lo sciopero dell’8 marzo? Come accrescere la forza globale e l’impatto locale delle nostre lotte e pratiche?

Allungare lo sguardo oltre i confini non deve farci perdere di vista la rivolta esistenziale, quotidiana e permanente che ognuna di noi agisce ogni giorno in casa, al lavoro, a scuola, negli spazi della politica. La violenza è strutturale e trasversale a tutti gli ambiti sociali, nessuno spazio può considerarsi liberato, questo pone un enorme tema politico ma è la sfida che abbiamo scelto di affrontare e su cui metterci in discussione insieme a chi vuole essere nostro alleato in questa lotta.

Dobbiamo inventare, condividere pratiche e riflessioni; continuare a politicizzare il tema della violenza di genere e del perdurare delle strutture patriarcali anche nei movimenti.

Non Una Di Meno

Tutti i tavoli del 24 Novembre