LA VIOLENZA È SISTEMICA E MULTIFORME E UNA DI QUESTE FORME È QUELLA DI STATO

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La violenza delle armi e il tentativo di distruzione del più grande laboratorio di Resistenza al patriarcato, esperienza fondata sul rispetto delle diversità sociali e culturali, sull’autogestione, sull’economia sociale, sulla partecipazione di tutte le comunità della regione in chiave femminista ed ecologista.

La violenza delle armi e la cancellazione delle reti di mutualismo senza confini, la colonizzazione delle risorse naturali,  il ricatto delle e dei profughi come chiave di creazione perpetua della fabbrica permanente della paura.

La violenza che supera le geografie e si compatta nell’attacco alle libertà.

La violenza e le sue coperture, quelle della narrazione tossica delle denunce general generiche che si nutrono di retorica ipocrita, quelle delle analisi miopi e immemori, quelle della solidarietà tutta chiacchiere e distintivo, quelle dei proclami con le committenze militari in aumento esponenziale.

Quella del Governo e del Parlamento italiano che, a parole, dicono di volere fermare le armi e, nella pratica, sono perfetti complici di un genocidio in diretta mondiale.

Quella che non ricorda l’accordo del 2016 tra UE e Turchia: un ricatto bilaterale che prevede finanziamenti alla Turchia pari a 6 miliardi di euro per il contenimento delle profughe/i impedendo loro di accedere alla rotta balcanica e raggiungere l’Europa.

Quella che omette la grande esercitazione aerea Anatolian Eagle 2019 a cui hanno partecipato i cacciabombardieri AMX del 51° Stormo dell’Aeronautica Militare di Istrana (Treviso).

Quella che non racconta, l’addestramento delle forze armate, l’intensificazione tra l’Italia e la Turchia del numero delle esercitazioni aeree, terrestri e navali, le visite ufficiali di ministri, sottosegretari e alti comandanti delle forze armate, le attività di formazione di personale turco nelle accademie di guerra e nei reparti d’élite di mezza Italia e, finanche, la “vendita” delle unità navali dismesse, la partecipazione del Ministro della Difesa appena lo scorso 2 maggio 2019 alla fiera internazionale dell’Industria e della Difesa che si tiene a Istanbul con cadenza biennale.

Quella che nasconde la formazione-addestramento delle unità turche, il progetto biennale di “rafforzamento della capacità istituzionale del Comando Generale della Gendarmeria turca in materia di gestione dell’ordine pubblico e controllo della folla”, conclusosi nel febbraio 2019 presso il CoESPU (il Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità dell’Arma dei Carabinieri) con sede presso la caserma “Chinotto” di Vicenza.    Quella che finanzia un progetto indirizzato alla famigerata polizia militare turca: oltre 1.400 gendarmi sono stati addestrati in operazioni antisommossa dai Carabinieri sia in Italia che in Turchia, con particolare enfasi al “controllo in aree rurali manipolate da elementi terroristici” su decisione dell’Unione Europea.

Quella delle partnership commerciali Italia-Turchia che fa accumulare profitti all’industria bellica italiana: negli ultimi 4 anni, il Ministero degli Esteri italiano ha autorizzato l’esportazione di 890 milioni di armi in Turchia, 360 solo nel 2018, rendendo l’Italia il terzo Paese al mondo per esportazioni di armi in Turchia, il tutto nell’ambito di un generale incremento delle autorizzazioni del governo italiano per il commercio di armi verso Paesi in guerra e/o dittature.

Quella di una legge, la 185/1990 che prevede il divieto di export di armi ai Paesi in conflitto ma, seppure legge dello Stato, viene deliberatamente non applicata e sostituita con i teatrini delle promesse futuribili.

Quella di Active Fence, missione Nato inaugurata a giugno 2016, prorogata dal Parlamento italiano nel luglio 2019 sino al 31 dicembre 2019, finalizzata alla  protezione dello spazio aereo turco con la batteria di missili ASTER SAMP, 130 soldati e veicoli logistici a supporto dell’alleato turco, in quanto “sotto minaccia”. Missione il cui fabbisogno finanziario per l’anno 2018 è stato pari a 8.438.295 euro e per l’anno 2019, come riportato nel Dpp (Documento Programmatico Pluriennale) Difesa, è pari a 12.756.907 euro.

Quella del Presidente del Consiglio che lo scorso 11 ottobre, in pieno attacco della Turchia, ha promesso di aumentare di 7 miliardi di euro all’anno la spesa militare per la Nato.

Quella violenza nascosta del doppio gioco ipocrita che appena lo scorso 11 ottobre ha portato il Presidente della Nato, Stoltenberg, a evidenziare l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia» e il Ministro degli Esteri Çavuşoğlu a ringraziare in particolare l’Italia che, dal giugno 2016, ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia.

Quella violenza che non conosce pudore e negli stessi giorni del conflitto si prepara a spedire da Roma il cannone marca Rheinmetall, capace di sparare  600 colpi al minuto.

Quella del grande gioiello italiano nell’offensiva della Turchia in Siria: gli elicotteri da combattimento costruiti in Turchia ma creazioni del Made in Italy, versione avanzata dell’Agusta A129, ovvero i Mangusta, prodotti da Leonardo, azienda a capitale pubblico per il 33 per cento. Piccoli, veloci, robusti, zeppi di apparati hi-tech in grado di scoprire gli obiettivi con un radar e un sistema ad infrarossi a cui non sfugge nulla, neppure di notte, nemmeno nei boschi. Finmeccanica ha ottenuto un miliardo e 79 milioni soltanto per la licenza, l’assistenza e i prototipi.

La violenza camuffata di un Paese, l’Italia, che sposta altrove le responsabilità per assolvere se stessa e tenta di rimandare ancora una volta il momento collettivo in cui sarà chiaro a tutt* che è un Paese con la mani sporche di sangue e una colonia che scodinzola alle potenze imperialiste, arrivando a sacrificare risorse pubbliche e istituzionalizzare lo smantellamento dello Stato sociale a tutto vantaggio dello Stato servo militare .

Ipocrisia e doppio gioco di un Paese in cui i partiti di Governo si dissociano da se stessi e vestono i panni dell’opposizione, tentando di dare una verniciata alle proprie responsabilità politiche,   invece che assumerne di reali e attuali, ivi compresi il sequestro militare delle spiagge in Sardegna e il MUOS in Sicilia.

Contro questa ipocrisia, oggi, Non Una di Meno prende posizione e denuncia le responsabilità del Governo, del Parlamento italiano e del sistema bancario e commerciale che fa profitti con le armi.

Lo fa per mettere in pratica Tolhildan, che in curdo significa vendetta, laddove vendetta significa “costruire il mondo per il quale le compagne e i compagni rivoluzionari hanno lottato fino all’ultimo giorno”.

Un mondo dove le spese militari non possano crescere senza misura mentre Stato sociale, ospedali, centri antiviolenza subiscono un progressivo smantellamento.

Un mondo dove le donne in lotta possano riscrivere la Storia e cancellare la violenza patriarcale, costruendo un cambio di sistema che si fondi sul rispetto della terra, dei corpi, e quindi sulla natura e i suoi cicli.

La rivoluzione in Rojava è la nostra rivoluzione, l’attacco alla libertà del Rojava è un attacco anche alle nostre libertà e alla nostra capacità di farci “marea in movimento”, la lotta delle combattenti curde contro le bande fasciste dello stato islamico è la nostra lotta contro il patriarcato e la violenza sistemica sulle donne e le soggettività LGBTQIA+’.”

Per Hevrin, uccisa, lapidata, vilipesa e usata come simbolo della rivalsa patriarcale, per Zain morta in combattimento, per Orso, che voleva diventare goccia nella tempesta, per tutte le donne in lotta in ogni parte del mondo noi oggi siamo Tolhildan e denunciamo l’ipocrisia e il doppio gioco dell’Italia.

A Napoli abbiamo invaso le strade con la potenza di un corteo selvaggio al grido Le donne in lotta scrivono la storia, con il Rojava fino alla vittoria.

La marea ha rotto gli argini del patriarcato e si è fatta rivolta e oggi chiama alla mobilitazione permanente e alla partecipazione ai due grandi cortei a Milano il 26 ottobre e a Roma il 1 novembre per urlare tutt* insieme Jin, Jïyan, Azadi – Donna, Vita, Libertà e per denunciare le responsabilità italiane, pubbliche, economiche e industriali Made in Italy.

29/30/31 – Verona Città Transfemminista

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Under our eye/Sotto il nostro occhio

Nella famiglia patriarcale eteronormata si produce e riproduce un modello sociale gerarchico e sessista: è il luogo dove si verificano la maggior parte delle violenze di genere ed è il dispositivo che riproduce la divisione sessuale del lavoro e dell’oppressione. Inoltre, la famiglia è uno strumento ideologico utilizzato per scopi razzisti, quando è utilizzato per sostenere la riproduzione dell’identità nazionale dalla pelle bianca. Per questo ribadiamo che la libertà di autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività LGBT*QI+ non può prescindere dalla libertà di movimento delle e dei migranti. La violenza dei confini si esprime sui territori e sui corpi delle persone che li attraversano.

Questa idea di famiglia sarà il cuore del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019 e per questo le femministe e le transfemministe di Non Una Di Meno insieme ad altri movimenti italiani e internazionali occuperanno con rabbia, determinazione e favolosità la città. Il congresso sarà co-organizzato dall’amministrazione locale e patrocinato dalla “Presidenza del consiglio dei ministri – ministero per la famiglia e la disabilità”, e dalla Regione Veneto. Vi prenderanno parte il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il ministro per la famiglia e la disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’istruzione Marco Bussetti, il senatore della Lega Simone Pillon. In questi nomi noi riconosciamo i principali promotori della violenza eteropatriarcale e razzista e della sua istituzionalizzazione. A loro, e a tutti quelli che con loro si riuniranno in nome dell’oppressione e dello sfruttamento, noi opporremo la forza di un movimento transnazionale di liberazione.

A dispetto della retorica sui valori e la vita umana, gli attacchi all’aborto e l’apologia della famiglia portata avanti da questi signori del patriarcato sono legati all’organizzazione complessiva della società fatta di violenza e oppressione. Dietro la rivendicazione ideologica della nazione bianca si nasconde un razzismo istituzionale che riproduce continuamente lavoro migrante da sfruttare all’interno dei confini che dichiarano di voler difendere. Dietro l’appello alla famiglia naturale c’è la violenza: l’eterosessualità obbligatoria contro la libertà sessuale delle donne e delle soggettività LGBT*QI+ che rifiutano di riconoscersi nelle identità prescritte e nei ruoli sociali imposti. Ci opponiamo ad ogni tentativo di subordinare le donne al ruolo di cura all’interno della famiglia e alla maternità come destino. Anche il mondo della scuola e della formazione risente di questi attacchi catto-fascisti a causa dell’allarmismo fomentato, anche a livello istituzionale, dalle narrazioni che descrivono i bambini come vittime di una presunta “ideologia gender”, traducendosi in forti limitazioni, se non vere e proprie censure, alla circolazione di saperi che criticano la riproduzione di gerarchie di genere e riconoscono la libertà delle differenze. Sappiamo che il Congresso Mondiale delle Famiglie è una delle difese scomposte di fronte alla potente sollevazione globale delle donne che sta facendo saltare un ordine basato su coercizioni, sfruttamento e gerarchie.

Arriveremo a Verona forti dello sciopero femminista che cresce e si espande: l’8 marzo in centinaia di migliaia abbiamo occupato le piazze e le strade del mondo, incrociando le braccia e disertando i luoghi dello sfruttamento e della violenza patriarcale, per prendere parola contro il razzismo e l’oppressione, per urlare la nostra libertà dalle imposizioni di genere e dalla famiglia eteropatriarcale come istituzione oppressiva. Il femminismo e il transfemminismo che abbiamo messo in campo vanno oltre le identità e le loro codificazioni, transitano negli spazi e nella società per creare nuove forme di lotta, procedono per relazioni più che per individuazioni e attraversano ogni aspetto di una mobilitazione che è globale. Lo sciopero femminista ha svelato il nesso tra violenza etero-patriarcale, razzismo e sfruttamento: portando in piazza la nostra libertà e la nostra forza collettiva l’8 marzo abbiamo spezzato quel nesso. Non Una di Meno è un movimento femminista e transfemminista perché partendo dalla messa in discussione delle relazioni di potere, delle gerarchie e dalla lotta contro la violenza maschile sulle donne e di/del genere ha saputo colpire ogni aspetto della violenza sistemica. Con la nostra lotta abbiamo mostrato che sessismo, sfruttamento, razzismo, colonialismo, fondamentalismo politico e religioso, omo-lesbo-transfobia e fascismo sono legati e si sostengono l’uno con l’altro.

Il femminismo e il transfemminismo di questo movimento partono dalla libertà e dall’autodeterminazione di ciascuna soggettività per costruire processi collettivi di lotta e di liberazione che investono la riproduzione della società.

In questo momento sono sotto attacco tutti i diritti conquistati dalle lotte delle donne: il divorzio, l’aborto e la riforma del diritto di famiglia. A questa ondata reazionaria, rispondiamo con la forza delle rivendicazioni del nostro Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere.

Siamo la marea femminista, transfemminista, antirazzista e antifascista che inonderà Verona aprendo spazi di liberazione a partire dalla forza globale del nostro sciopero femminista.

STATO DI AGITAZIONE PERMANENTE: GIÙ LE MANI DAI NOSTRI CORPI E DAI NOSTRI DESIDERI

 

Under our eye

Affermando la forza di un movimento globale, Non una di meno rivendica:

* Che la scuola e l’università diventino i luoghi primari di contrasto alle violenze di genere: fuori le associazioni no gender e spazio all’educazione alle differenze, sessuale e di genere!

* Che sia avviata una formazione continua di figure professionali coinvolte nel percorso di fuoriuscita dalla violenza delle donne, come insegnanti, avvocati e avvocate, magistrati e magistrate, educatori ed educatrici di chi lavora nei media e nelle industrie culturali, per combattere narrazioni tossiche e promuovere una cultura nuova.

* Che la formazione prosegua nel mondo del lavoro contro molestie, violenza e discriminazione di genere, con l’obiettivo di fornire strumenti di difesa e autodifesa adeguati ed efficaci.

* Consideriamo la salute come benessere psichico, fisico, sessuale e sociale e come espressione della libertà di autodeterminazione. Siamo contro la patologizzazione delle persone trans e la riassegnazione sessuale coatta per le persone intersessuali.

* Sappiamo che l’obiezione di coscienza nel servizio sanitario nazionale lede il diritto all’autodeterminazione delle donne, vogliamo il pieno accesso a tutte le tecniche abortive per tutte le donne che ne fanno richiesta.

*Rivendichiamo la garanzia della libertà di scelta e che la violenza ostetrica venga riconosciuta come una delle forme di violenza contro le donne che riguarda la salute riproduttiva e sessuale.

* Siamo contrarie alle logiche securitarie nei presidi sanitari: riteniamo inadeguati e dannosi interventi di stampo esclusivamente assistenziale, emergenziale e repressivo, che non tengono conto dell’analisi femminista della violenza come fenomeno strutturale e vogliamo équipe con operatrici esperte.

*Rivendichiamo un welfare universale, garantito. Vogliamo la creazione di consultori che siano spazi laici, politici, culturali e sociali oltre che socio-sanitari. Ne promuoviamo il potenziamento e la riqualificazione attraverso l’assunzione di personale stabile e multidisciplinare.

*Incoraggiamo l’apertura di nuove e sempre più numerose consultorie femministe e transfemministe, intese come spazi di sperimentazione (e di vita), auto-inchiesta, mutualismo e ridefinizione del welfare.

*Rivendichiamo un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione incondizionato e universale come strumenti di liberazione dalla violenza eteropatriarcale dentro e fuori i luoghi di lavoro.

*Contro il regime dei confini e il sistema istituzionale di accoglienza, rivendichiamo la libertà di movimento e un permesso di soggiorno europeo senza condizioni svincolato dalla famiglia, dallo studio, dal lavoro e dal reddito.

*Vogliamo la cittadinanza per tutti e tutte, lo ius soli per le bambine e i bambini che nascono in Italia o che qui sono cresciute pur non essendovi nati.

*Critichiamo il sistema istituzionale dell’accoglienza e rifiutiamo la logica emergenziale applicata alle migrazioni.

*Siamo contro la strumentalizzazione della violenza di genere in chiave razzista, securitaria e nazionalista.

*Vogliamo spazi politici condivisi femministi e transfemministi.

*Sappiamo che le violenze sui territori colpiscono anche noi e ci opponiamo alla “violenza ambientale” che si attua contro il benessere dei nostri corpi e gli ecosistemi in cui viviamo, costantemente minacciati da pratiche di sfruttamento.

Qui le traduzione in:
inglese
spagnolo
francese.

Qui il blog di Non Una Di Meno Verona.
Qui l’evento di Verona Città Transfemminista (29-30-31 marzo).
Qui l’evento del Corteo Transfemminista di sabato 30 marzo.

Resoconto dell’incontro dell’8 marzo al Ministero della Salute


L’incontro avvenuto durante la giornata di sciopero globale femminista si è svolto tra il tavolo salute di Non Una di Meno, la Rete Assemblee delle Donne e Consultori, le lavoratrici della sanità pubblica e privata con il sottosegretario Achille Iachino e Luigi Patacchia della segreteria della Ministra Grillo.
Abbiamo richiesto una presa di posizione ufficiale su accesso all’aborto e obiezione di coscienza, ddl Pillon e politiche contro le donne portate avanti dalla maggioranza. Abbiamo posto l’urgenza di un’inversione di marcia rispetto all’aziendalizzazione della sanità che ha portato a privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi. Il peggioramento della qualità dei servizi è infatti strettamente connesso alla precarizzazzione del lavoro nella sanità pubblica.
Gli interlocutori si sono impegnati a riferire quanto discusso alla Ministra e alla convocazione di un tavolo apposito per affrontare i temi proposti.

Lo stato di agitazione permanente continua!

Resoconto dell’incontro dell’8 marzo tra Non Una di Meno Roma e il Ministero del Lavoro

non una di meno ministero del lavoro 8 marzo

non una di meno ministero del lavoro 8 marzo

Di seguito il comunicato dell’incontro che si è svolto al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali alla presenza del vice capo di gabinetto Fabia D’Andrea nella giornata dello sciopero femminista chiamato da Non Una Meno.

Nell’ambito dei presidi della mattina organizzati a Roma per lo sciopero globale femminista, una delegazione di donne, composta dal movimento Non Una Di Meno – Roma e da lavoratrici in sciopero, è stata ricevuta dal Vice Capo di Gabinetto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Fabia D’Andrea.

L’incontro ha messo a tema l’inadeguatezza delle politiche del governo rispetto all’ambito del lavoro e del welfare; politiche che non aggrediscono, anzi aggravano, le condizioni di precarietà e di dipendenza economica, in particolar modo per le donne, come riportato anche dalle lavoratrici Istat presenti all’incontro.

Nello specifico, Non Una Di Meno ha manifestato le proprie critiche alla misura del reddito di cittadinanza appena varata dal governo, sottolineando la problematicità del suo carattere familistico, così come della sua forte condizionalità.

Una misura in aperta contraddizione con la proposta di reddito di autodeterminazione avanzata dal movimento: un reddito che, al contrario, si vuole individuale, incondizionato e universale, slegato dalle condizioni di soggiorno, strumento di autonomia e autodeterminazione per le donne che fuoriescono da relazioni violente e in generale per tutt*.

Un reddito che non si può pensare scisso da una misura di salario minimo europeo, per contrastare i meccanismi di gender pay gap e dumping salariale. Si è chiesto inoltre a gran voce un rifinanziamento complessivo del welfare state. Un welfare capace di redistribuire il lavoro riproduttivo e di cura che ancora oggi ricade per la maggior parte sulle spalle delle donne.

Hanno poi preso parola le vertenze: le lavoratrici di Anpal Servizi hanno denunciato il grande paradosso delle operatrici precarie che ricollocano i disoccupati, chiedendo la stabilizzazione immediata dei 654 precari. Proprio mentre si discute del reddito di cittadinanza sono stati stanziati 500milioni di euro per assumere 6000 navigator, che saranno a loro volta precari. I servizi del reddito di cittadinanza si baseranno interamente sul personale precario.

Le lavoratrici di SOGESID, Società in house del Ministero dell’Ambiente, hanno denunciato la crisi occupazionale imminente, imposta dalla Legge di Bilancio, che prevede la dismissione della convenzione tra SOGESID e lo stesso Ministero. Di più: la riapertura delle procedure concorsuali, invece di essere un’opportunità di assunzione per chi fin qui ha lavorato in regime di esternalizzazione, rischia di buttare in strada personale qualificato e competenze che hanno fin qui garantito attività strategiche per il Paese.

Le lavoratrici di SISTRI hanno gridato la loro rabbia per l’occupazione persa il 31 dicembre. Anche in questo caso, è il Ministero dell’Ambiente che ha deciso di ripensare il sistema di tracciabilità dei rifiuti senza tenere in conto di chi operava con contratti di somministrazione e che da un giorno all’altro si è trovato senza lavoro e dignità.

Le lavoratrici Sky hanno raccontato del loro recente licenziamento (dopo quello di massa che ha riguardato molti tecnici lo scorso anno), seguito al rifiuto di trasferimento di sede impostogli. Le condizioni di vita e familiari di queste lavoratrici non sono state minimamente prese in considerazione dall’azienda, anzi il loro licenziamento è avvenuto dopo mesi di mobbing esercitato attraverso le continue trasferte “comandate”. L’esito finale del licenziamento è stato giustificato da “mancanza di buonafede, diligenza, fedeltà e leale collaborazione” (sic!) da parte delle lavoratrici.

Alla richiesta di una presa in carico delle vertenze e di una risposta sulle questioni avanzate, la Vice Capo di Gabinetto ha replicato di non poter prendere alcun impegno effettivo, rimandando addirittura alle competenze del Ministero delle Pari Opportunità, oggi accorpato al Ministero della Famiglia affidato a Lorenzo Fontana. Inutile sottolineare l’imbarazzo e l’indignazione suscitati dalla suddetta proposta. Constatiamo ancora una volta che questo governo non ha intenzione di prendere sul serio le istanze del movimento femminista e le condizioni di vita e lavorative che le donne vivono sulla propria pelle quotidianamente.

Questo incontro conferma una volta di più l’urgenza dello stato di Agitazione Permanente, che continuerà da oggi nelle piazze di tutta Italia.

Maternità flessibile? Noi scioperiamo! #8Marzo

maternità sciopero 8 marzo
Congedo di maternità

Il congedo di maternità prevede un periodo di 5 mesi di astensione obbligatoria dal lavoro e garantisce per le lavoratrici dipendenti la retribuzione pari all’80% dell’ultima busta paga, arriva al 100% se previsto dal contratto nazionale. Per le lavoratrici parasubordinate e autonome si calcola l’80% della retribuzione media giornaliera calcolata sull’ultimo anno.   
Ma non tutte le donne possono usufruire della maternità pagata: lavoratrici parasubordinate, autonome, lavoratrici agricole, colf e badanti, a domicilio, LSU E APU, disoccupate o sospese possono accedervi secondo alcune condizioni definite nell’art. 24 TU maternità (decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001).

  • Reclamiamo il diritto alla maternità pagata per tutte le donne, indipendentemente dal contratto.
  • Vogliamo un reddito di autodeterminazione individuale e incondizionato per essere libere di scegliere se fare o non fare un figlio senza dover decidere tra la maternità e il lavoro!

Maternità “flessibile”

La manovra finanziaria 2019 sposta al nono mese il congedo obbligatorio di maternità. Da oggi sarà consentito lavorare fino al giorno del parto. Il rischio per la salute e il danno per il benessere psico-fisico è evidente.
La modifica è propagandata come un’opportunità per le lavoratrici. Ma fenomeni come le dimissioni in bianco e i tassi altissimi di disoccupazione femminile, le enormi quote di lavoro nero e grigio e la disparità salariale, testimoniano quanto le donne paghino nella vita professionale la prospettiva della maternità.
In un mercato del lavoro che penalizza le donne, lavorare fino al parto rischia di diventare obbligo, altro che scelta!
E quindi, a chi conviene la maternità cosiddetta flessibile? Di certo non migliora, semmai peggiora, le condizioni di pesante discriminazione delle donne sul posto di lavoro e in famiglia: la cura dei figli è ancora di più a carico delle madri.

  • Se otto mesi vi sembrano pochi, provate voi a lavorare: non serve flessibilità, serve estendere la maternità e distribuire il carico del lavoro di cura con strumenti e servizi adeguati!

Secondo  i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro sono state più di  25mila le donne con figli fino a 3 anni di età che hanno lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Gli uomini che hanno lasciato il lavoro per questi motivi 2250.
I costi elevati e la mancanza di asili e servizi per l’infanzia rendono difficile mantenere un’occupazione soprattutto per chi ha salari bassi. Del resto sono solo 4 le regioni in Italia che raggiungono gli standard europei e nazionali fissati per l’offerta di posti negli asili nido (33 posti ogni 100 bambini). La situazione certo non migliorerà con la legge sull’autonomia differenziata che il governo vuole approvare, anzi  il divario  di opportunità tra regioni crescerà  a dismisura.

  • Reclamiamo invece un piano nazionale straordinario di finanziamento, qualificazione e potenziamento della rete degli asili nido e servizi pubblici per l’infanzia, rendendoli realmente diffusi a livello territoriale e  garantendone condizioni d’accesso universali.  

Congedo di paternità e non solo

Mentre la maternità diventa flessibile, il congedo di paternità obbligatorio e retribuito è di soli 5 giorni, mentre nel resto d’Europa si raggiunge la media di 8 settimane.
Il congedo di paternità con indennità al 100% in Spagna e Portogallo è di 4 e 5 settimane, in Francia, Estonia e Danimarca è di 2 settimane. In Germania è facoltativo ma copre 12 settimane al 65% di retribuzione. (Ocse – 2017)
In Italia il congedo parentale è di 6 mesi per le madri e di 6 mesi, estendibili a 7, per i padri. Solo per sei mesi, però, è prevista l’indennità al 30% della busta paga e fino ai 6 anni di età del figlio, per il resto  è senza retribuzione. È facoltativo e utilizzabile alternativamente da madre o padre: la non obbligatorietà e l’assenza di retribuzione spinge i padri a non usufruire del congedo parentale. Se i padri che godono del congedo vanno dal 62% in Francia al 75% in Spagna, in Italia sono solo il 18,4%.

  • Vogliamo condividere con chi amiamo l’esperienza della maternità a tutto tondo, prima durante e dopo il momento del parto. Vogliamo un congedo accessibile a tutt* e a tutte le forme di amore e di famiglia. Una diritto che sia riconosciuto in forma aggiuntiva alle madri single, riconoscendo il maggior carico di responsabilità e cura cui devono far fronte.

  • Reclamiamo il congedo di paternità obbligatorio e retribuito di 5 settimane – in aggiunta e non in alternativa al congedo obbligatorio per le madri – come in altri paesi d’Europa!

  • Vogliamo l’estensione incondizionata dei congedi retribuiti – di maternità, di paternità e parentale – con l’aumento della percentuale di copertura economica a tutte le tipologie contrattuali, non solo al lavoro subordinato e parasubordinato, e non solo in presenza di un contratto di lavoro.

Per la maternità e la genitorialità condivisa e garantita
l’8marzo #noiscioperiamo

Libere Di Muoversi, Libere Di Restare – 9 Febbraio, Roma

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L’incontro

Il gruppo che ha partecipato ai lavori verso il Piano di Non Una di Meno sul tema ‘femminismi e migrazioni‘ invita per il giorno 9 Febbraio a Roma tutte le persone e le realtà interessate ad una giornata di discussione sui temi dell’antirazzismo, migrazioni, cittadinanza e intersezionalità, a partire da quanto costruito da NUDM su questi temi nelle manifestazioni, assemblee e attività degli ultimi anni e verso l’appuntamento dello Sciopero globale delle donne dell’8 Marzo.

Fra gli obiettivi della giornata:

  • costruire lo sciopero dell’8 marzo come una giornata non solo femminista ma anche antirazzista, nelle rivendicazioni e nelle pratiche, approfondendo il radicamento sociale di questa giornata di mobilitazione;
  • contribuire con una prospettiva antirazzista e intersezionale alla preparazione dell’incontro internazionale che sta organizzando NUDM, ossia mettendo al centro temi come le seconde generazioni e le nuove cittadinanze, nonché l’importanza di pratiche antirazziste nei vari aspetti della nostra vita quotidiana;
  • capire che azioni intraprendere per costruire l’intreccio fra NUDM e istanze di lotta di soggetti migranti e razzializzati, ovvero non solo sostenere queste lotte ma farne una componente centrale per NUDM, in una prospettiva femminista intersezionale; continuare a riflettere sul nesso tra violenza, confini e libertà di movimento;
  • individuare l’approccio migliore per allargare il numero di partecipazioni attive alle nostre assemblee e alle nostre manifestazioni ossia per includere persone/gruppi che finora non si sono sentite ancora interpellat* dal movimento NUDM e/o che non sono riuscite a parteciparvi poiché non hanno trovano una modalità praticabile per il loro coinvolgimento personale o dei gruppi cui appartengono.

Programma della giornata

11.00: arrivo e saluti
11.30: prima parte della discussione
13.30: pranzo
14.30: seconda parte della discussione
18.00: conclusione e partenze

Importante: per aiutare l’organizzazione dell’assemblea, chiediamo di compilare il modulo di adesione.

Logistica

Dove: Casa delle donne Lucha y Siesta
Via Lucio Sestio 10
00174 Roma

Trasporti: La Casa delle Donne “Lucha y Siesta” è a pochi metri dalla fermata della metropolitana “Lucio Sestio” (Linea A), normalmente raggiungibile in 20 minuti dalla stazione Termini.

Translation will be available upon request

La traducción español será disponible

Comunicato YPJ Internazionali in occasione del 25 Novembre, giornata mondiale contro la violenza contro le donne [Ita – Esp – Eng – Deu]

Comunicato delle YPJ Internazionali, in occasione del 25 Novembre, giornate mondiale contro la violenza contro le donne. [Esp] [Eng] [Deu]

Il momento è adesso!

Oggi 25 Novembre, ancora una volta le donne e le identità non egemoniche in tutto il mondo stanno inondando le strade significando con i loro differenti corpi e colori la fine di una ormai troppo lunga storia patriarcale.

Il momento è adesso, non stiamo solo chiedendo la fine immediata della guerra globale contro le donne, ma siamo anche pronte a sferrare un attacco al cuore del sistema, creando una nuova vita libera.

Per migliaia di anni ci hanno insegnato ad essere mansuete, ci hanno insegnato che l’unica violenza legittima è quella dello stato patriarcale in tutte le sue differenti sfaccettature: forze di polizia, esercito, frontiere e prigioni, famiglia, chiesa, istituzioni mediche e di “salute” mentale, lavoro, scuole e così via. Abbiamo chiaro che un potere che usa la violenza per opprimere e reprimere le persone non potrà mai essere legittimato. Riconosciamo inoltre che anche noi siamo il prodotto della socializzazione del sistema di oppressione patriarcale, ancora molto radicato dentro di noi e nelle nostre comunità, e che non potremo mai essere davvero libere finché non riusciremo a sradicarlo completamente dalla nostra mentalità.

Crediamo sia arrivato il momento di distruggere questo monopolio della violenza una volta per tutte e riprenderci quello che è sempre stato nostro: l’uso dell’autodifesa.

Le donne hanno dentro di sé una forza ancestrale pronta ad uscire fuori a difesa dei nostri valori, delle nostre terre e della libertà.

Come internazionaliste in memoria di tutte le donne che hanno lottato, per le nostre nonne partigiane, per le nostre sorelle combattenti e per tutte le donne che lotteranno nel futuro oggi abbiamo deciso di prendere parte alle forze democratiche di donne, Ypj.

Abbiamo deciso di partecipare per supportare e difendere una Rivoluzione guidata da organizzazioni autonome di donne che è ispirazione e speranza per tutte noi, in ogni parte del mondo.

Abbiamo deciso di far parte delle Ypj riconoscendo l’importanza di assumere la responsabilità della nostra stessa difesa contro l’oppressore. Dobbiamo difendere noi stesse, perché nessun altro lo può fare per noi.

Autodifesa significa lotta nelle idee e nell’azione contro il potere e la sua violenza per proteggere ciò che è essenziale e significativo, la nostra unità.

L’autodifesa appartiene a tutti gli esseri viventi; umani, animali e anche piante, come una rosa che cresce le spine, non per attaccare, ma per difendersi, o gli alberi che si ergono dalla terra uno accanto all’altro, proteggendosi, creando una foresta.

Con la paura, le paranoie securitarie e la violenza sistemica, nel trascorso della storia il nostro oppressore ha cercato di persuaderci a delegargli la nostra difesa. Rappresentandoci solo come vittime o esseri deboli hanno schiacciato le nostre possibilità di lotta, di aiuto e di solidarietà reciproca. Come potrà mai difenderci il nostro nemico?

Quando ci siamo ribellate ci hanno chiamato streghe, pazze o isteriche.

Nella società moderna ci hanno aperto la possibilità di essere parte dei loro eserciti nazionali, presentandolo come un successo dell’equità di genere; ma noi non saremo mai soldati, vogliamo essere donne libere in un mondo libero. E questa è una grande, grande differenza.

Nelle Ypj autodifesa significa molto più che una pratica militare. Le Ypj coinvolgono le donne come un tutto, con i loro corpi, le loro menti e i loro spiriti, in un processo costante di sviluppo collettivo.

Attraverso un’educazione ideologica, capiamo in profondità che cosa stiamo difendendo e ancora più importante a vivere e crescere assieme.

Impariamo che a volte le relazioni e le comunità che costruiamo sono più utili e forti di una singola arma. La società moderna cerca di dividerci e di metterci una contro l’altra, ma nelle Ypj stiamo creando un autodifesa che si basa sul mutuo supporto e sulla solidarietà fra donne. I gruppi autonomi di donne come Ypj sono lo spazio dove incontrarci e riconoscerci fuori dal sistema capitalista e dalla sua mentaliltà, trovando la forza di fare un passo più in là, verso questo nuovo mondo che portiamo nel cuore.

Continuiamo la nostra lotta accompagnate dalle nostre Sheid, Avesta Xabur, Anna Campbell, Ivana Hoffman e tutte quelle donne che coraggiosamente hanno dato la loro vita per un futuro libero insieme.

Jin Jian Azadi

Accademia Ypj internazionale “Ivana Hoffman”

 

MANIFESTO PER L’ANTISESSISMO NEL RAP ITALIANO

fight-sexism

Premessa

Questo documento non vuole essere un’imposizione o uno strumento di censura/autocensura ma un punto di partenza per una discussione seria e approfondita. A tutti gli artisti e le artiste che si riconoscono nei suoi valori chiediamo di sottoscriverlo e farlo girare. A chi, invece, non lo condivide, chiediamo comunque di prendere esplicitamente posizione e contribuire alla discussione con le proprie argomentazioni. Di sicuro, da ora in poi tutti i concerti e gli eventi musicali che ci vedono coinvolte ad ogni titolo saranno ancora più attenti e selettivi nel rifiutare la partecipazione di chiunque, direttamente o indirettamente, si rende protagonista di testi o pratiche sessiste.

  1. L’ammissione

Chiediamo a chi scrive e a chi ascolta rap di ammettere che, insieme a valori positivi e infinite potenzialità estremamente interessanti, esiste un problema serio di sessismo all’interno della scena, è questa (an)estetizzazione che contribuisce a suo modo, consapevoli o meno, alla normalizzazione e all’accettabilità sociale della violenza sulle donne.

  1. L’impegno all’antisessismo formale

Chiediamo a chiunque sottoscrive questo manifesto di non produrre o promuovere testi di carattere esplicitamente sessista, il sessismo e l’omofobia negli spazi Hip Hop continuano a non essere controllati, non è più accettabile giustificarli come una componente valoriale imprescindibile della cultura.

  1. L’impegno all’antisessismo sostanziale.

Chiediamo a chiunque sottoscrive questo manifesto di non produrre o promuovere testi implicitamente sessisti, oggettificanti nei confronti della donna e del suo corpo o in cui si dia per scontata una posizione subalterna del genere femminile, testi che influenzano i modelli sociali e la mentalità comune, fuori e dentro ai contesti Hip Hop.

  1. Il diritto/dovere all’autocritica

Chiunque si è reso in passato protagonista o promotore di testi o comportamenti sessisti può e deve prendere coscienza dell’errore e delle conseguenze di tali comportamenti. L’autocritica è sempre ammessa e salutare, senza censura e processi pubblici. Non ci sono rapper che non si siano pentiti di qualche loro pezzo, ma è inaccettabile continuare a far finta di niente e soprattutto è imperdonabile difendere questo atteggiamento.

Si ha una contorta interpretazione di ciò che è la libertà di espressione, il rap è una responsabilità condivisa.

  1. La coscienza che anche l’uomo è vittima del maschilismo

Chiediamo di comprendere ed ammettere che il machismo e la cultura patriarcale offendono anche il genere maschile, non è solo gerarchia tra uomini e donne, ma anche gerarchia tra gli stessi uomini e, per estensione, la sua produzione artistica. Un testo che allude a discorsi superficiali, in fondo, non richiede né intelletto né critica da parte di chi lo riceve. E’ naturale che i fan percepiscano i rapper di maggior spicco come modello da seguire, il problema emerge nel momento in cui la gravità dei fatti compiuti da un rapper viene giudicata sulla base del suo stesso successo: più quest’ultimo è alto e più è accettabile ciò che dice o fa, accondiscendendo ai contenuti più beceri e rafforzando il problema della misoginia e della cultura machista.

  1. Il dibattito

Chiediamo ad artisti ed ascoltatori di affrontare il problema del sessismo in tutti i luoghi – reali e virtuali – dove si fa musica e si discute di musica. L’evoluzione è fisiologica ma il rispetto non deve mancare: il rispetto per se stessi, per le persone e per la cultura.

  1. La promozione dell’antisessismo

Chiediamo ai locali, i centri sociali, le associazioni e le realtà che organizzano eventi musicali di prendere posizione e promuovere dando supporto agli artisti ed alle artiste che si siano impegnat* in maniera esplicita contro il sessismo.

La scena rap non ha mai risposto concretamente alle critiche riguardo al sessismo, non ha mai preso una netta posizione ed è ora il momento di farlo esplicitamente.

(Foto tratta da qui)