26 NOV 22_ BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI: RIVOLTA TRANSFEMMINISTA – PRESS

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COMUNICATO STAMPA/PRESS RELEASE
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APPELLO PUBBLICO PER CORTEO E ASSEMBLEA – 26 novembre tuttǝ a Roma!
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LINK A FOTO DELLA GIORNATA (IN AGGIORNAMENTO)

LINK AD IMMAGINI DELLE ULTIME PIAZZE PRIMA DEL 26 NOV
28 Settembre 2022 – FURIOSƏ_RISALE LA MAREA Per l’aborto libero sicuro e gratuito

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COMUNICATO STAMPA / PRESS RELEASE 26/27 NOV 2022

BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI: RIVOLTA TRANSFEMMINISTA
Il 26 novembre Non Una Di Meno scende in piazza contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere per dire “Basta guerre sui nostri corpi!”

Sale la marea in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne e di genere, il movimento transfemminista NON UNA DI MENO organizzerà i seguenti eventi:

🔥26 novembre🔥 h 14 – piazza della Repubblica 

Il 26 novembre si svolgerà a Roma il corteo nazionale chiamato da Non Una di Meno contro la violenza maschile sulle donne e di genere. 

Ci mobilitiamo contro le guerre sui nostri corpi: 

Contro la violenza patriarcale che avvelena le nostre vite. Dal 1° gennaio al 22 novembre 2022 sono oltre 100 i femminicidi, lesbicidi e transcidi, come riporta l’osservatorio di Non Una di Meno (i dati saranno aggiornati il 25 novembre) e il conto continua a salire. 

Contro l’economia di guerra che cancella il nostro futuro e le priorità poste dalla pandemia. Crisi climatica, violenza economica, disuguaglianze e impoverimento colpiscono soprattutto le donne, le persone lgbtqia+, migranti, precarie. 

Contro il governo Meloni che attacca l’aborto e l’autodeterminazione riaffermando il diktat “Dio, Patria, Famiglia”, attacca l’educazione alle differenze e sessuale nelle scuole; attacca il welfare e il reddito di cittadinanza, misura insufficiente e condizionata, che ha una platea a maggioranza femminile.

Scenderemo in piazza con i centri antiviolenza femministi e transfemministi che apriranno il corteo e che rivendicano risorse e autonomia fuori dalle logiche di neutralizzazione, dei bandi e della riduzione a meri servizi sociali. 

Scenderemo in piazza con le donne iraniane in rivolta contro l’oppressione del regime, facendo nostro lo slogan “Donna, Vita, Libertà” che da Rojava diventa inno di lotta per l’autodeterminazione di tuttə. 

⚠️ Sarà una manifestazione senza spezzoni né bandiere, dai due camion organizzati il microfono sarà aperto alla molteplicità delle voci che la compongono. Invitiamo le rappresentanti politiche a rimanere in ascolto e non occupare lo spazio mediatico della manifestazione, diamo indicazione alle strutture partitiche, sindacali e organizzate di rispettare le indicazioni date. ⚠️

🔥27 novembre🔥 h 10 – aula magna Facoltà di Lettere Università Roma 3 – via Ostiense 236
Domenica mattina saremo in assemblea nazionale a Roma, per costruire il piano femminista contro le guerre sui nostri corpi, verso lo sciopero dell’8 marzo 2023. 

Scateniamo assieme la rivolta transfemminista contro le guerre sui nostri corpi!

L’unico carico residuale che conosciamo è il patriarcato! 

PERCORSO DEL CORTEO: PARTENZA DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA, VIALE LUIGI EINAUDI, VIA CAVOUR, PIAZZA ESQUILINO, VIA LIBERIANA, VIA MERULANA, VIA DELLO STATUTO, PIAZZA VITTORIO, VIA EMANUELE FILIBERTO, ARRIVO A PIAZZA SAN GIOVANNI

REPORT PLENARIA CONCLUSIVA – 30 ottobre

La plenaria di domenica 30 ottobre è stata dedicata al confronto sul percorso verso e oltre il corteo nazionale del 26 novembre a Roma, in occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere. L’obiettivo è stato rilanciare e mettere a sistema il nostro agire politico quotidiano, in un percorso che sia in grado di costruire un immaginario comune di lotta e trasformazione della realtà a livello nazionale e in forte connessione con la dimensione transnazionale. Ci siamo confrontatə in particolare sul significato che assume il 26 novembre in questo contesto, sull’immaginario, gli slogan e le rivendicazioni con cui vogliamo lanciare la manifestazione e sulle relazioni che vogliamo stringere e rafforzare verso e oltre questo appuntamento.

1. IL 26 NOVEMBRE NEL CONTESTO ATTUALE

L’assemblea ha evidenziato le strette connessioni tra la violenza patriarcale, capitalista, razzista e ambientale e il fatto che queste trovano espressione nella guerra. Abbiamo condiviso come l’analisi sulla violenza patriarcale sistemica e sulle diverse forme che assumono la violenza maschile contro le donne e le violenze di genere siano chiavi di lettura fondamentali in questa fase per tenere insieme le

diverse crisi e oppressioni che viviamo sulla nostra pelle e rafforzare la dimensione transnazionale della nostra lotta. Il 26 novembre, quindi, vuole essere una giornata di mobilitazione contro la violenza patriarcale, che oggi si manifesta anche e primariamente con la guerra: la guerra in Ucraina, le guerre in tutto il mondo, le tante guerre che si giocano sui nostri corpi.

Il nostro ruolo, in questo momento, ci impone una doppia responsabilità: da un lato, essere in opposizione a questo governo e alle sue politiche in chiara continuità con il contrattacco patriarcale transnazionale; dall’altro, non limitarci alla difesa di uno status quo che non ci è mai bastato, ben consapevoli che non vogliamo di certo un patriarcato conservatore, ma nemmeno un patriarcato democratico, vogliamo invece continuare a immaginare e costruire con le nostre lotte un mondo diverso.

Il 26 novembre vuole essere una data ampia, di connessione di diverse oppressioni, di convergenza, perché nelle nostre vite in primo luogo si intrecciano diverse contraddizioni, siamo donne e lavoratrici precarie e sfruttate, persone lgbtqia+, razzializzate e migranti, persone che subiscono gli effetti del carovita, della crisi climatica, della guerra. Il riconoscimento della sistematicità della violenza, quindi, ci aiuta a dare conto di questi intrecci.

La pratica dello sciopero in questo contesto di crisi va ripresa e potenziata, perché sia un’opzione praticabile anche al di fuori della cornice dell’8 marzo, ad esempio se il decreto Gasparri sul riconoscimento della capacità giuridica del nascituro verrà discusso in parlamento.

2.IMMAGINARIO, SLOGAN, RIVENDICAZIONI PER IL 26N

Abbiamo detto che vogliamo costruire un immaginario che renda visibile la nostra forza collettiva e la nostra rabbia, per ribaltare la vittimizzazione che ci impongono i media. Le tre questioni a cui abbiamo dedicato i tavoli, violenza e autodeterminazione, guerra, ecologia politica, ci sembrano tre nodi utili anche per articolare le nostre analisi e rivendicazioni nell’appello verso il 26 novembre, nel quale sarà fondamentale portare un’attenzione particolare all’uso di un linguaggio semplice e diretto.

Per quanto riguarda il linguaggio, negli anni abbiamo usato termini diversi per far comprendere il nostro messaggio nelle diverse circostanze e considerando a chi ci rivolgiamo: violenza maschile sulle donne e violenza di genere/violenza patriarcale, così come femminismo/transfemminismo non sono termini tra loro escludenti ma sono termini che assumiamo e usiamo a seconda dei contesti. Anche per articolare la giornata del 26N dobbiamo riuscire a mantenere l’eterogeneità del nostro linguaggio e al contempo cercare di essere chiare e comprensibili, per questo abbiamo pensato a diverse forme di comunicazione:

Lo slogan di lancio della manifestazione sarà BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI: RIVOLTA TRANSFEMMINISTA!

Nella comunicazione, grafiche, azioni, striscioni, post useremo anche JIN, JIYAN, AZADI. DONNA, VITA, LIBERTÀ, per richiamare la dimensione transnazionale delle lotte femministe, oltre agli hashtag #siamofurios #risalelamarea #sorellaioticredo.

Tra le tantissime rivendicazioni che, a partire dal Piano femminista contro la violenza, Non Una di Meno porta in piazza abbiamo riconosciuto come centrali in questa fase:

  • Il reddito di autodeterminazione, come ribadito da D.i.RE, strumento fondamentale di fuoriuscita dalla violenza, ma anche risposta agli attacchi classisti al reddito di cittadinanza e strumento di redistribuzione della ricchezza e risposta all’impoverimento dovuto al carovita.
  • Molto più di 194. Vogliamo costruire un tavolo permanente sull’aborto per elaborare rivendicazioni su aborto, educazione sessuale, diritto alla salute che vorremmo.
  • Il rifiuto della guerra e l’opposizione alla corsa al riarmo, a partire dalla nostra lettura femminista e transfemminista del concetto di pace.
  • La lotta contro la presunta Sindrome di Alienazione Parentale e i decreti Allontanamento Zero.
  • L’educazione alle differenze e per prevenire la violenza.
  • L’eliminazione della legge 164 e un focus sui trans*cidi, in forte connessione con il Trans Day ofRemembrance.

3.RELAZIONI

Vogliamo riprendere e rafforzare la relazione con i centri antiviolenza, che è fondativa di questo movimento. D.i.Re stessa ha portato in assemblea la volontà di costruire il 26 novembre insieme, ora serve portare avanti anche un percorso sui territori, perché la manifestazione nazionale sia un punto di partenza per continuare a lavorare insieme. Abbiamo proposto di organizzare sui territori degli incontri verso il 25N con i centri antiviolenza locali.A livello transnazionale, gli interventi delle compagne curde, palestinesi, iraniane hanno sottolineato come il grido DONNA, VITA, LIBERTÀ risuoni ora in tutto il mondo. La violenza contro ogni donna ci riguarda tutte e le lotte contro il patriarcato in ogni paese si danno forza a vicenda, l’unico modo per fuoriuscire dalla violenza è lottare insieme, ogni passo in questo cammino è un passo nella lotta contro il patriarcato, in tutte le sue manifestazioni. Vogliamo ricostruire e riprendere le relazioni transnazionali, a partire dalla call di EAST contro la guerra e verso il 25 novembre che si terrà il 12 novembre. Per fare questo, vogliamo ristrutturare il gruppo di lavoro transnazionale.C’è stato un intenso confronto sulle relazioni con i movimenti ecologisti e il percorso Convergere per Insorgere, promosso dal collettivo di fabbrica GKN. Abbiamo deciso che vogliamo provare ad attraversare questo percorso, consapevoli che potranno esserci delle difficoltà, portando i nostri contenuti ma soprattutto le lotte e le pratiche femministe sul lavoro costruite in questi anni, a partire dallo sciopero, per contaminare e contaminarci.Vogliamo che queste relazioni si costruiscano anche e soprattutto a livello nazionale, per non lasciare soli i territori. Allo stesso tempo, è importante riportare e condividere le esperienze di alleanze dai territori al livello nazionale. Si è discusso molto, inoltre, delle parole che vogliamo usare per nominare gli intrecci di diverse realtà, tematiche e percorsi: parlare di convergenze, intersezioni, contaminazioni rimanda a prospettive diverse ma non contrapposte su queste connessioni. A tal proposito, abbiamo deciso di scrivere una presa di posizione condivisa su cosa significa convergere per noi e perché parteciperemo al corteo a Napoli del 5 novembre “Mo bast… insorgiamo!”.

La data del 5 a Napoli può essere un primo passo per dare importanza al rifiuto delle condizioni di precarietà e violenza che si fanno sentire con maggiore forza in determinati territori del sud. Le compagne dei nodi del sud Italia hanno infatti evidenziato la difficoltà a partecipare ai momenti nazionali, date anche da queste condizioni materiali complesse. È emersa quindi la necessità di interrogarci a livello nazionale su come ritessere connessioni di lotta con compagne e collettive del sud. In generale, abbiamo condiviso una necessità di apertura del movimento senza purismi né paure, poiché abbiamo contenuti e pratiche forti a partire dalle quali metterci in dialogo. In particolare, è fondamentale metterci in gioco in spazi e con persone che non parlano i nostri linguaggi. Per questo, parlando di alleanze e relazioni, non vogliamo pensare solo ai gruppi già organizzati ma anche a persone, spazi e realtà che vogliamo attraversare e coinvolgere. In particolare, per continuare a costruire e rafforzare il processo dello sciopero – pratica che, come si diceva, potrebbe rivelarsi necessaria anche al di fuori dell’8 marzo – ci sembra fondamentale riprendere e rafforzare le relazioni con iscritte e delegate sindacali e non solo. Una proposta è quella di organizzare sui territori dei momenti di confronto sullo sciopero aperti, coinvolgendo movimenti ecologisti, rappresentanti sindacali, lavoratrici e lavoratorə in agitazione, etc.

Senza limitare tale apertura, d’altra parte, è ugualmente importante in questo contesto preservare il movimento dai tentativi di strumentalizzazione da parte dei soggetti politici che sono stati responsabili della situazione in cui ci troviamo e che ora vorrebbero usarci nella loro opposizione al governo. E, oltre a questo tipo di strumentalizzazioni, dobbiamo anche fare attenzione a non appiattire i nostri discorsi al ribasso e, consapevoli delle criticità che esistono in altri percorsi rispetto alla lotta contro la violenza patriarcale, dobbiamo essere in grado di proporre la nostra lettura, forti della potenza collettiva delle nostre elaborazioni.

Durante l’assemblea sono intervenute persone a nome di Stati Genderali, Collettivo di fabbrica GKN, moltissimi collettivi studenteschi che hanno confermato la volontà di attraversare la giornata del 26N e il bisogno di intraprendere percorsi comuni e intrecciarsi con Non Una Di Meno. Per creare davvero uno spazio di confronto, elaborazione e lotta comune, sarà fondamentale dar vita a un’assemblea nazionale il 27 novembre a Roma, aperta e attraversabile da movimenti ecologisti, studenteschi, percorsi di lotta sul lavoro e soggettività lgbtqia+.

RESTITUZIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE NON UNA DI MENO – TUTTI I REPORT

Reggio Emilia, 29-30 Ottobre 2022


Di seguito tutti i link a tutti report della due giorni nazionale a Reggio Emilia. Selezionando la pagina che ti interessa troverai i documenti conclusivi di plenarie e tavoli tematici!

Plenaria Iniziale
Tavolo Violenza
Autodeterminazione
Tavolo Guerre
Tavolo Ecologie Politiche
Plenaria Conclusiva








Aspettando di vederci il 26 Novembre a Roma, buona lettura!

testo introduttivo ASSEMBLEA PLENARIA 29 OTTOBRE

Abbiamo aperto il testo della chiamata a questa assemblea nazionale, frutto di una discussione condivisa tra le assemblee territoriali di Nudm, assumendo gli scenari che ci troviamo di fronte oggi, profondamente mutati rispetto a quelli che hanno caratterizzato la nascita del nostro movimento di lotta, come base da cui partire per immaginare i nostri passi nell’immediato futuro ma anche per definire una prospettiva di più lungo periodo.
Se volgiamo lo sguardo alla prima travolgente marea transfemminista del 26 novembre 2016, non possiamo non rilevare come la situazione sociale e politica che stiamo vivendo presenti tratti impensabili fino a qualche anno fa, un vero e proprio passaggio epocale che ci interroga sul che fare in relazione all’inedito contesto e alla sfida (alle sfide) trasformativa che ci attende. Le parole chiave che abbiamo evocato nelle nostre più recenti discussioni sono state non a caso discontinuità, mutamento radicale, urgenza.

La guerra, le crisi sanitaria, sociale e climatica hanno impattato con la forza di un tornado sui nostri corpi e sulle nostre vite e non possiamo ignorare la centralità che esse assumono nell’analisi della violenza patriarcale, strutturale e sistemica contro cui ci battiamo fin dalla nostra nascita, e che ci impone di mettere e rimettere in discussione elaborazioni teoriche, chiavi di lettura, sguardi e prospettive, strumenti e pratiche. Tutti questi processi hanno reso la violenza patriarcale più intensa e pervasiva, e rendono più difficile raccogliere le forze necessarie per lottare contro di essa, ma anche più urgente che mai ripensare la nostra iniziativa per essere all’altezza di quello che abbiamo davanti.

– Il lockdown e la crisi pandemica hanno riportato al centro il tema della riproduzione sociale come fondamentale terreno di conflitto per chiunque voglia affrontare il tema della violenza strutturale e sistemica senza semplificazioni e riduzionismi.
Abbiamo assistito alla definitiva visibilizzazione del lavoro essenziale e di cura, gratuito o malpagato, denunciando la retorica della sua glorificazione mediatica in assenza di qualsiasi misura di riconoscimento degna di questo nome. Le impennate dei trend che ci hanno consegnato – e ci consegnano tuttora in modo incrementale – cifre da capogiro riguardanti la povertà assoluta e la povertà relativa ci parlano di un impoverimento crescente della popolazione che colpisce con particolare gravità donne, bambinə e lavoratrici precarie lgbtqia+.

La pandemia ha anche mostrato le sempre più evidenti difficoltà nell’accesso alla salute, conseguenza ampiamente prevista dei processi di privatizzazione selvaggia delle istituzioni della cura e del welfare “universalistico”, che decenni di smantellamento dei servizi pubblici hanno condannato ad essere escludenti e classiste (dobbiamo cominciare a riappropriarci di questi termini!).

La crisi pandemica è stata inoltre l’occasione per progettare e sperimentare la riorganizzazione in senso mercatistico e aziendalistico del sistema scolastico e formativo, sempre più schiacciato in logiche di potere e controllo da parte di un mondo economico e finanziario che intende garantire a se stesso la riproduzione di forza lavoro povera e funzionale ai propri obiettivi di profitto. Percorsi formativi standardizzati, la didattica a distanza, già ampiamente sperimentata durante la pandemia, strumenti di controllo dell’insegnamento/apprendimento quali la didattica per competenze, i sistemi di valutazione Invalsi (nella scuola) e Anvur (nell’università), l’ingresso nelle scuole, in veste di esperti, di

rappresentanti dei movimenti pro-vita e di sponsor aziendali, sono solo alcuni dei dispositivi di disciplinamento attivati.

– La crisi climatica sta accelerando e, come abbiamo scritto nel nostro appello, non è più solo lo scenario di un futuro imminente, ma un presente generato da un modello di sviluppo neoliberista, patriarcale e predatorio segnato dalla violenza, dallo sfruttamento dell’ecosistema e del lavoro, che minaccia la vita stessa. La guerra ha posticipato indefinitamente piani di transizione ecologica già insufficienti e orientati al profitto, e di fronte abbiamo la sfida di articolare un discorso femminista e transfemminista all’altezza del conflitto ecologico in corso.

Il tema della riproduzione ambientale ed ecologica si propone con forza e con modalità diverse rispetto al passato, interrogandoci su come costruire collettivamente, secondo una prospettiva antipatriarcale e transfemminista, le condizioni per respingere i diktat della guerra, che impongono sacrifici insostenibili e decretano l’archiviazione dei già insufficienti processi di “riparazione” ambientale avviati, rischiando di chiudere il campo di scontro della lotta globale per la giustizia climatica e quello aperto con la pandemia sul terreno della salute.

– La guerra, come esito ultimo della crisi della globalizzazione, assume i connotati di un evento/processo che sconvolge e ridefinisce la mappa geopolitica ed economica mondiale attraverso la corsa al riarmo e la minaccia atomica, la stretta autoritaria e antidemocratica che colpisce innanzitutto i corpi di donne, migranti, persone LGBTQIA+ e lavoratrici, utilizzando l’approvvigionamento energetico come una delle leve principali.
L’incremento dell’inflazione, che colpisce non solo l’Europa ma sta letteralmente esplodendo nei paesi dell’Est, raddoppiando o triplicando i prezzi nel giro di pochi giorni, significa che la povertà sarà una condizione sempre più diffusa, lo sfruttamento del lavoro gratuito e salariato delle donne nelle case sarà ulteriormente intensificato, le “rimesse” saranno radicalmente impoverite minacciando la sopravvivenza delle famiglie dei migranti.
La guerra russo-ucraina, come tutte le guerre attive o latenti sul pianeta, legittima la violenza sessuale sulle donne socialmente tollerata e la repressione e la cancellazione dei diritti delle persone lgbtqia+ .
I profughi ucraini, prevalentemente donne, sono oggetto di forme di sfruttamento estremo e la guerra è diventata un alibi per instaurare nuove gerarchie tra i migranti.
Il contraccolpo patriarcale transnazionale, alimentato dai discorsi autoritari che prescrivono alle donne i ruoli di mogli e madri di famiglia, le misure e le campagne anti-gender, gli attacchi alla convenzione di Istanbul, le misure antiaborto, tutto converge per consolidare e inasprire la divisione sessista del lavoro e attaccare quei movimenti che mettono in discussione la famiglia patriarcale come nucleo di riproduzione sociale dei sistemi neoliberali e capitalistici. Anche il patriarcalismo reazionario del nuovo governo italiano, che fa della famiglia il perno della riproduzione sociale e della stabilizzazione del mercato, va letto in questa cornice.
La guerra in Ucraina evidenzia in particolare come la posta in gioco oggi, in uno scenario in cui la guerra sta esacerbando la violenza patriarcale, moltiplicando gerarchie e differenze, dividendo le nostre lotte, è come riattivare un’iniziativa politica transnazionale femminista e transfemminista per modificare profondamente le attuali condizioni di riproduzione sociale e le nostre condizioni materiali di vita.

In tutto questo l’affermazione elettorale della destra razzista, antiabortista, familista e ultraconservatrice ci consegna un governo che, al di là delle dichiarazioni “ufficiali”, sta agendo alacremente, sopra o

sottobanco, per depotenziare il diritto all’aborto e sopprimere gli spazi di autodeterminazione delle donne e delle persone lgbtqia+, per svuotare, quando non sopprimere, i percorsi di affermazione di genere, di liberazione dalle oppressioni delle norme imposte dal sistema per tuttə.
Un governo che, prima ancora di costituirsi, ha alimentato a dismisura la propaganda razzista preparandosi a perseguire l’obiettivo della chiusura dei confini. Che vuole programmaticamente ridurre le tasse ai ricchi ed eliminare strumenti già minimi e insufficienti di autonomia economica, come il reddito di cittadinanza. Che già nella sua composizione e nell’immaginario che evoca attraverso le provocatorie denominazioni che ha dato ai suoi ministeri (della famiglia, natalità, e parità di genere, etc.) riproduce uno schema sociale profondamente patriarcale, iniquo e classista. Un governo che nel suo profilo internazionale allinea l’Italia al clima culturale e al programma politico reazionario e autoritario di Polonia e Ungheria, affermando un’idea di fortezza Europa sovranista e razzista.

Il modello caro ai clerico-fascisti, che promuove la triade Dio-Patria-Famiglia in funzione repressiva e liberticida, non è più il fantasma che si aggirava a Verona e in alcune aule regionali (vd. Regione Emilia-Romagna) nel 2019, ma si incarna oggi in un disegno di governo del paese già in atto e ha le orribili fattezze di uomini e donne ultracattolici e fascisti – oggi uomini e donne “governativi” e “istituzionali”-, Fontana, La Russa, Roccella…

Ed eccoci qui, di fronte a uno scenario e a un clima politico e culturale non solo profondamente mutato ma decisamente avverso alle nostre istanze, a tessere di nuovo il nostro discorso politico ripensandolo, dopo sei anni intensi di lotte del movimento femminista e transfemminista, attraversati da accadimenti anche estremi, qualcuno sicuramente non prevedibile e non previsto.

Riprendiamo qui le parole condivise del nostro appello.
Ripensare il discorso politico non può prescindere dal ripensare e rilanciare pratiche e forme organizzative adeguate alle sfide del presente, in grado di agire i conflitti sui territori e nello spazio politico pubblico, non solo sul terreno della resistenza ma per costruire nuovi immaginari che partano dai nostri bisogni e desideri.
Non può sfuggire dall’interrogarci sul moltiplicare convergenze e costruire percorsi e orizzonti comuni a partire da un approccio intersezionale fondato sulla materialità delle nostre esistenze, dal riconoscimento di privilegi e oppressioni che le percorrono, dall’attraversamento e dalla moltiplicazione di spazi di espressione politica larghi, non identitari nè appropriabili.

Chiamiamo donne, persone lgbtqia+, persone migranti e razzializzate, precariə, disoccupatə, attivistə per il clima e chi si riconosce in queste urgenze a costruire insieme le lotte per i mesi futuri e la mobilitazione nazionale del prossimo 26 novembre.

Facciamo risalire la marea verso e oltre il 26N. Tuttə insieme, Non Una Di Meno!!!

Tocca il titolo che ti interessa per leggere il report

Plenaria Iniziale
Tavolo Violenza
Autodeterminazione
Tavolo Guerre
Tavolo Ecologie Politiche
Plenaria Conclusiva

REPORT TAVOLO ECOLOGIE POLITICHE

ANALISI
Il tavolo ha avuto l’obiettivo di assumere una prospettiva di analisi femminista e transfemminista sul tema delle ecologie politiche. È risultato chiaro fin da subito la necessità di andare oltre le elaborazioni fatte fino a quel momento sul tema, che sono state messe in secondo piano rispetto ad altro. La volontà emersa è quella di rendere concrete e tradurre in pratiche l’intersezionalità delle nostre lotte, andando oltre la teoria, includendo il discorso ecologista e rendendolo parte strutturale delle nostre rivendicazioni. Si è assunto sin da subito uno sguardo focalizzato sulle responsabilità del sistema capitalistico e patriarcale nel determinare la crisi climatica. Questo ci ha permesso di adottare una visione sistemica e strutturale sulle forme di oppressione e di violenza su corpi, umani e non, e sui territori. Questa prospettiva sposta il focus dalla responsabilità individuale della crisi climatica ad una prospettiva collettiva e, appunto, sistemica. Vogliamo uscire dalla retorica volta a colpevolizzare lə singolə e lo stile di vita che essə conducono, in quanto non fa altro che perpetuare dinamiche di privilegio e spostare il focus sui veri colpevoli: governi e multinazionali. In particolare, abbiamo ricordato ancora una volta la necessità di riappropriarci di saperi prodotti dai movimenti femministi e spesso invisibilizzati, e allo stesso tempo abbiamo sottolineato con forza l’importanza di dare spazio a saperi decoloniali e di decostruire la prospettiva occidentale. 

Abbiamo individuato la questione della riproduzione sociale come una lente fondamentale attraverso cui interpretare i fenomeni di devastazione ambientale. In particolare, questa lente ci permette di individuare i nessi fra la lotta ambientalista e quella femminista, a partire dalla possibilità di autodeterminazione sui nostri corpi e sulla nostra salute, messa in serio pericolo anche dalle conseguenze della crisi climatica. Inoltre, le conseguenze provocate da questa crisi riproducono e amplificano la divisione sessuale del lavoro e la violenza di genere. Proprio la lente della riproduzione sociale ci consente anche di leggere in maniera chiara il nesso tra ecologia, razza e genere, in particolare riconoscendo che la crisi climatica è uno dei terreni su cui si gioca la libertà di movimento e si riproducono le disuguaglianze e le oppressioni a livello globale. 

La nostra prospettiva transfemminista è anche importante e necessaria per poter superare l’immaginario di lotta per il clima come lotta giovane e generazionale e iniziare a portare nel dibattito pubblico un tema fondamentale: gli effetti della crisi hanno conseguenze sulle vite di tuttə, ma in misure profondamente differenti. Corpi di donne e persone lgbtqia+ sono quelli più colpiti, e sui quali le ripercussioni sociali derivanti dal cambiamento climatico sono più invasive. Non ci limitiamo, infatti, a proporre una equivalenza tra i corpi delle donne e la terra su cui viviamo, ma proprio a partire dalle oppressioni che subiamo abbiamo sviluppato un punto di vista che ci rende capaci di cogliere le ingiustizie perpetrate contro l’ambiente e i viventi e di proporre soluzioni che non si limitino alla conservazione, ma che abbiano una spinta creatrice e siano in grado di immaginare un futuro possibile, oltre i modi e i processi di produzione e riproduzione sociale del presente. 

Rifiutiamo la cosiddetta transizione ecologica o verde, poiché mantiene la gerarchizzazione dei territori, per cui alcuni vengono sfruttati e devastati più di altri perché, per esempio, sono più poveri. Inoltre, non mette in discussione il sistema di sfruttamento capitalistico e non tiene in considerazione la tutela della salute. Infine, prevede di mantenere, anzi di consolidare e acuire, la divisione sessuale del lavoro e di far ricadere il peso della transizione (e del lavoro di cura che ne deriverà) su donne e persone migranti. Ciò che noi pretendiamo è un radicale cambio di paradigma.

ALLEANZE FRA NUDM E I MOVIMENTI ECOLOGISTI (MA NON SOLO)
Siamo partitə dalle nostre esperienze personali per individuarci come soggetti di intersezionalità e non solo come alleatə. Siamo noi: quellə precariə, sfruttatə,ricattatə sui luoghi di lavoro, che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che si ammalano, che si assumono la responsabilità del lavoro di cura. 

Abbiamo individuato i temi legati alle condizioni materiali di vita su cui è possibile intrecciarsi con altre lotte, come per esempio reddito, salario, carovita, gendergap, salute, welfare di autodeterminazione. Questo ci permette anche di creare alleanze fondate su rivendicazioni concrete, portando le riflessioni femministe e transfemministe in altri terreni, ma anche imparando dal sapere prodotto da altri movimenti che riconosciamo come una fonte preziosa capace di portarci arricchimento. 

Abbiamo individuato dei possibili terreni di alleanza su alcune tematiche – da approfondire – come per esempio quelle dell’antispecismo. Abbiamo sentito l’esigenza di allearci con la lotta di classe e la lotta antirazzista per assumere uno sguardo decoloniale e femminista rispetto alla crisi climatica. Questo ci ha portatə anche a rivendicare, per tutti i popoli, un ambiente ospitale dove potersi autosostenere e autodeterminare e avere le condizioni fondamentali per vivere in salute. Non possiamo però slegare queste rivendicazioni da quelle per la libertà di movimento delle e dei migranti, più espostə a situazioni di violenza e di ricatto.
Abbiamo anche messo in luce come il contrasto e il rifiuto della guerra siano strettamente legati alla lotta ecologista. 

Abbiamo discusso su come allearci e abbiamo evidenziato la complessità di realizzare, nella pratica, una lotta intersezionale: proprio perché viviamo molteplici oppressioni spesso ci troviamo a non avere le forze per affrontare tutte le mobilitazioni, o non ci sentiamo preparate a sufficienza su alcuni temi per prendere parola pubblicamente. Non si tratta, però, di sottrarsi, ma di costruire potenza collettiva che ci sostenga e ci permetta di lottare insieme. Questo anche perché riconosciamo la responsabilità politica di portare una prospettiva transfemminista in luoghi diversi dai nostri. Veniamo sempre più chiamatə a farlo e, se non lo facciamo, corriamo spesso il rischio che i nostri discorsi vengano strumentalizzati da soggetti terzi. 

VERSO IL 26 NOVEMBRE
Identifichiamo la data del 26 Novembre non come una ricorrenza, ma come una data attraversata da diverse lotte. In questo contesto, scendiamo in piazza contro la violenza strutturale, partendo dalle nostre condizioni materiali per costruire alleanze e iniziare a lavorare verso lo sciopero dell’8 marzo 

Abbiamo condiviso l’importanza di trovare pratiche inedite per visibilizzare gli impatti della crisi climatica su donne e persone lgbtqia+ e per mostrare la violenza che ne deriva, superando la lettura maschile e mainstream del fenomeno della crisi ambientale. Nel creare alleanze con le lotte ambientaliste (ma non solo) verso il 26 novembre, ci proponiamo di attraversare spazi di confronto dove poter costruire percorsi comuni e prenderci il tempo per conoscere le altre lotte ed elaborare una condivisione di tematiche. Tuttavia, pensiamo sia necessario che anche i “margini” si costituiscano come terreni di alleanza e che creare alleanze territoriali e laboratori politici sia fondamentale in questo senso, per superare la gerarchia tra centro e periferie che agisce anche facendo pagare la crisi climatica ai territori già più fragili. In questo crediamo che la capillarità della diffusione dei nodi di Non Una Di Meno possa essere una ricchezza per costruire iniziativa politica, lotte territoriali e saperi locali da condividere e rendere contestualmente patrimonio collettivo.

REPORT TAVOLO GUERRA

Il tavolo Guerra ha aperto un momento di discussione e confronto sulla guerra in Ucraina, sul tema delle guerre in generale e sulla nostra prospettiva transfemminista, un ambito di confronto che fino a oggi non aveva avuto questa ampiezza e focalizzazione. Dal tavolo è emerso il bisogno condiviso di fare del rifiuto della guerra in Ucraina una priorità del movimento femminista e transfemminista da qui in avanti, in vista della manifestazione del 26 Novembre a Roma e oltre. Per noi la lotta contro la violenza maschile e di genere in questo momento non può prescindere dall’opposizione a questa guerra che sta trasformando radicalmente le nostre condizioni di vita e di lotta.

Ci siamo a lungo confrontate sulla possibilità di parlare di guerra o guerre. La discussione è stata articolata e ha espresso posizioni diverse rispetto alla discontinuità e centralità della guerra in Ucraina. Abbiamo però condiviso l’urgenza di trovare dei terreni comuni a partire dai quali costruire un discorso femminista e transfemminista e una mobilitazione contro la guerra. Come rete di movimento ci siamo sempre schierate contro tutte le guerre, oggi questo nostro rifiuto deve confrontarsi con il presente e non può fare a meno di riconoscere gli effetti che la guerra in Ucraina sta producendo sulle nostre vite. La guerra in corso si pone in forte discontinuità e al tempo stesso riconfigura gli altri conflitti nel mondo. Un altro tema al centro della discussione è stato quello dell’aumento delle spese militari e per il riarmo che implica precise scelte da parte dei governi europei e va a svantaggio di altre destinazioni dei soldi pubblici. La contestazione di queste
politiche di riarmo non significa che non siamo dalla parte di tuttə e tutti coloro che sono obbligatə a difendersi
per sopravvivere, ma che vogliamo innanzitutto la fine di questa guerra. Abbiamo ritenuto fondamentale unire al nostro rifiuto della guerra il tema del disarmo globale. Contemporaneamente abbiamo sviluppato una riflessione sulla necessità di superare queste polarizzazioni su tematiche che non sono in nostro potere e che per loro natura si presentano con una dicotomia che non ci appartiene, per concentrarci invece, partendo dall’analisi della violenza patriarcale, sulle logiche di questa guerra.

Non ci ritroviamo dunque nella polarizzazione del dibattito che abbiamo visto fin dall’inizio della guerra e che replica i fronti di guerra, che invece Noi vogliamo e dobbiamo attraversare per radicare le nostre lotte nel presente. Siamo dalla parte di coloro che ovunque stanno pagando il prezzo della guerra e i suoi effetti e la stanno rifiutando. Non siamo neanche per un pacifismo vuoto e indeterminato perché per noi la pace è un terreno di battaglia femminista contro violenza patriarcale, razzismo e sfruttamento.
La guerra in Ucraina, che produce morte e miseria, è una guerra alle donne che legittima la violenza patriarcale, impone gerarchie sessuali e di genere, produce effetti materiali sulle nostre vite, come l’inflazione e il carovita, intensifica l’attacco alle donne e alle persone lgbtqia+, chiude spazi di lotta. Legittima governi conservatori e reazionari come il governo Meloni, che forte della sua legittimazione atlantica attaccherà le donne e le persone lgbtqia+, o Erdogan e il governo polacco. Sottrae fondi al welfare per destinarli alla militarizzazione, distrugge i territori e l’ecosistema.

Nel tavolo abbiamo anche ripercorso le ricadute delle guerre sui nostri territori e la militarizzazione di ogni ambito della società. Allo stesso tempo abbiamo condiviso le diverse iniziative di lotta che ci sono state in questi mesi sui territori – la lotta contro la base di Coltano e le basi in Sardegna, contro il rigassificatore, le carovane in sostegno alle donne ucraine – e le lotte transnazionali come quelle promosse dall’Assemblea Permanente contro la guerra e la rete EAST. Abbiamo parlato della scuola e dell’istruzione, ambiti che sono anch’essi trasformati dalle guerre e nei quali in questo istante è fondamentale prendere posizione contro la guerra mettendo in comunicazione studentx, docenti, genitori.

La manifestazione contro la guerra che si terrà a Roma il 5 novembre ci impone di pensare e discutere che pace vogliamo. Per noi non c’è pace senza lotta alla violenza patriarcale e di genere. Abbiamo anche enfatizzato l’importanza di mettere insieme la lotta contro la guerra e il caro vita per costruire una politica transnazionale di pace. È emersa l’urgenza di articolare una posizione autonoma femminista e transfemminista che ci permetta di parlare alle donne e alle libere soggettività e di intervenire all’interno dei movimento producendo alleanze con movimenti sul territorio e movimenti transnazionali che già si oppongono alla guerra. Su questo è emerso forte il desiderio sia di ricostruire/rafforzare un gruppo transnazionale di NUDM, sia di unirsi alla chiamata di EAST del 12 e verso il 26N per unire la nostra lotta a quella delle
compagne iraniane, ucraine e russe. Per questo dal tavolo è emerse la necessità di caratterizzare la manifestazione del 26 novembre contro la violenza maschile e di genere in modo da mostrare il nesso tra violenza patriarcale e guerra e rendere evidente la necessità di costruire una pace femminista e transfemminista. Per questo abbiamo discusso diversi slogan come “no alla guerra sui nostri corpi e alla vita”o lo slogan “Jin Jiyan Azadi” (donna vita libertà) che richiama esplicitamente la potente rivolta guidata dalle donne in Iran e la lotta delle compagne curde.

Infine per il 26N riteniamo necessario pensare insieme come caratterizzare il corteo con la nostra opposizione alla guerra, quali punti segnalare e quali azioni fare in tal senso.

REPORT TAVOLO VIOLENZA E AUTODETERMINAZIONE

Il tavolo Violenza e autodeterminazione ha restituito la complessità dei percorsi che i territori stanno portando avanti in questi anni, la volontà e necessità di costruire nuove alleanze e rinsaldare quelle esistenti, realizzare strumenti da condividere con tutti i nodi territoriali e le persone che desiderano replicare gli stessi percorsi. Abbiamo ribadito più volte quanto sia necessario e improrogabile trovare strumenti efficaci di condivisione delle conoscenze, così che le esperienze territoriali condivise non rimangano un elenco di “belle cose fatte” ma percorsi reali di autodeterminazione.

Desideriamo e riteniamo necessario avviare tavoli di lavoro permanenti su tematiche specifiche:


• L’elaborazione di un documento per la cancellazione della legge 164/82 e per focalizzare il tema dei trans*cidi, pericolosamente in aumento. Questo tavolo nazionale dovrebbe e potrebbe essere anche un luogo di confronto di e per soggettività froce e queer.
• Un tavolo di lavoro permanente sull’aborto e la 194, in alleanza con personale medico e ostetrico, a partire dai dati raccolti da noi e dalle realtà a noi vicine. Sulla 194 abbiamo le idee chiare: dobbiamo andare oltre la difesa di questa legge, guardando al lavoro di progetti come “Obiezione Respinta” e “IVG, ho abortito e sto benissimo!”. È necessario mappare i consultori in base alle percentuali di obiezione di coscienza, i cimiteri dei feti, l’applicazione delle linee guida per la ru486.
Va fatta un’operazione quanto più possibile pubblica, dettagliata e chiara per far emergere quali sono gli elementi che noi respingiamo e quali invece quelli che desideriamo. Dobbiamo costruire un manifesto dal basso, alla stregua dell’esperienza Argentina, sull’accesso all’aborto che vogliamo. Respingiamo innanzitutto il fatto che nella legge aborto e maternità siano associati: vogliamo che l’aborto sia disgiunto dal concetto di maternità, e che la genitorialità acquisisca invece una sua specificità. Esigiamo l’eliminazione dell’obiezione di coscienza, del periodo di attesa di 7 giorni e vogliamo smascherare la retorica ricattatoria degli aiuti economici portata avanti dalla destra. La contraccezione deve essere gratuita per tuttə.
• La pratica della mappatura dal basso è uno strumento che in questo momento politico è ancora più importante perché ci permette di far emergere e sistematizzare ciò che vogliamo condividere, la realtà che viviamo e che viene costantemente cancellata. Come, ad esempio il progetto ZTL e la mappatura ASPEC dei servizi in base alla loro accessibilità e inclusività verso le persone aspec; è importante fare rete con tutte le consultorie autogestite e tra progetti di mappatura: ztl, meduse, osservatorio femminicidi trans*cidi, lesbicidi e infanticidi.
• L’educazione sessuale e affettiva di genere – l’autodeterminazione passa da qui – deve assolutamente far parte dei programmi scolastici e includere percorsi di formazione costanti del personale docente/non docente. Ma anche attraversare i luoghi di formazione in maniera transfemminista, mettendo al centro il concetto di consenso e di molteplicità delle specificità dei generi.
• Dobbiamo continuare con forza a presidiare i tribunali e i processi di chi ha subito violenza di genere e istituzionale
• Dobbiamo mettere di nuovo al centro delle nostre discussioni il reddito di autodeterminazione per fuoriuscire dalla violenza, sottoponendo a critica il rapporto tra donne, libere soggettività, lavoro e reddito e rivendicando autonomia al di là del lavoro. Il reddito per fuoriuscire dalla povertà e per ottenere autonomia, slegato dalla cittadinanza, potrebbe essere il filo rosso che lega le lotte locali di cui si è parlato nella plenaria di apertura (consultorie, gruppi di mutuo aiuto).
• Vogliamo lanciare uno stato di agitazione permanente: se LORO ci vogliono incubatrici, NOI saremo pronte a rispondere con uno sciopero, anche fuori dalla cornice dell’8 marzo. Se LORO proveranno a discutere il ddl Gasparri, se proveranno a discutere leggi che mettono in pericolo le vite della comunità lgbtqia+, il diritto e accesso alla salute per tuttə, NOI bloccheremo il paese. Dobbiamo costringere i sindacati a uscire allo scoperto, riallacciare i rapporti che avevamo, crearne di più forti, costruirne di nuovi.
• Bisogna mappare pratiche di mutuo aiuto per non condannare alla solitudine le persone e lə bambinə che rimangono solə dopo femminicidi e trans*cidi. Dobbiamo darci forza insieme, perché l’elaborazione del lutto diventi uno strumento di lotta. Collettivizzare quel dolore ci permette di essere trasformative. E per tuttə noi vogliamo e pretendiamo che venga riconosciuto ogni tipo di legame di cura e sostegno presente nelle nostre comunità che non è previsto e tutelato fuori dalla forma del matrimonio, egualitario e non, e in generale della “famiglia naturale”.
• Per un reale processo di superamento della violenza di genere vogliamo lavorare con campagne nazionali diffuse sul consenso, che invadano gli spazi social ma soprattutto gli spazi fisici che attraversiamo.
• L’Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi deve diventare uno strumento collettivo: gli appuntamenti dell’8 di ogni mese sono strumenti fondamentali da moltiplicare e diffondere in ogni territorio, per non far sparire i nomi di chi è mortə per mano del femminicida o della violenza sociale patriarcale, per farsi sentire vicine a chi resta, per incontrare persone nuove, per contrastare la narrazione razzista e securitaria che ci vogliono imporre. È importante che almeno una persona per nodo faccia parte attivamente dell’osservatorio per poter avere una copertura di informazioni quanto più capillare, data la difficoltà di reperimento delle informazioni. Per il 26N si propone un’azione collettiva di tutto il corteo a partire dagli ultimi dati dell’osservatorio.
• Sguardo transnazionale: ora più che mai è necessario rilanciare il piano transnazionale per avere una connessione con le nostre sorelle in Iran, Kurdistan, Palestina, Russia, Ungheria, USA, America del sud e tutti gli altri territori in lotta per sostenere le donne e soggettività che stanno battendosi contro il patriarcato, ma anche e soprattutto per farci contaminare dalle altre visioni e pratiche. Decolonizziamo il nostro pensiero. Il 12 novembre siamo statə invitatə da EAST a partecipare all’incontro transnazionale con donne iraniane.
• L’assemblea ha accolto l’intervento di Giuliana per la rete D.i.Re, è dunque necessario lavorare a una alleanza fattiva con i centri antiviolenza laici e femministi, rivendicandone il carattere e il valore politico, alternativo ai servizi pubblici e istituzionali fortemente legati a una cultura assistenziale e a procedure di accoglienza limitate da norme rigide e sorde all’obiettivo dell’autodeterminazione. Accogliamo la critica della rete D.i.Re ai centri per i maltrattanti, a cui viene dedicata parte dei finanziamenti, già esigui, destinati ai centri antiviolenza. Costruiremo insieme il percorso verso e oltre il 26novembre.
• Abbiamo accolto anche Dina, la mamma di Juana Cecilia, morta per mano dell’ex partner violento, che con grande coraggio ci ha restituito la sua testimonianza, partecipando al tavolo e al corteo. Non Una Di Meno le starà accanto in questo difficile percorso. Ricordiamo che il 4 novembre alle 9 a Reggio Emilia ci sarà un’udienza del processo, probabilmente l’ultima prima della sentenza.
• È fondamentale saper agire l’intersezionalità delle nostre lotte, ancora una volta partendo da noi stessə e dalle nostre assemblee e affrontando con coraggio il razzismo, l’abilismo, il sessismo, l’omolesbobitransfobia interiorizzata. Dobbiamo uscire dalle nostre zone di comfort attraversando i margini e lottare perché i privilegi di alcunə diventino diritti di tuttə.
• Il 26 novembre e in avvicinamento a quella data vogliamo portare in evidenza tutti i tipi di violenze che subiamo per motivi di genere, razza e classe. In quella data, e sempre, vogliamo che sia evidente e inequivocabile a tuttə che ci è chiara l’interconnessione strettissima tra la violenza patriarcale e la violenza capitalista, razzista e contro il pianeta nel quale viviamo; la nostra lotta le tiene e le terrà sempre e sempre più radicalmente intrecciate. Che le guerre vicine e
lontane sono l’espressione machista di queste oppressioni e che non ci troveranno mai a
parteggiare per una delle fazioni.


E che siamo e saremo sempre la voce di tutte quelle donne,
froce e corpe che più non hanno voce.

REPORT PLENARIA INIZIALE – 29 ottobre

La plenaria ha confermato un punto molto importante emerso dalle nostre analisi e ripreso ampiamente nel testo introduttivo dell’assemblea: lo scenario in cui ci muoviamo è profondamente cambiato.

Pur essendo la violenza patriarcale il fulcro delle numerose analisi svolte – il nostro osservatorio ci ha indicato, per esempio, come gli attacchi alle donne, alle identità trans e a quelle non conformi si siano moltiplicati, e come nelle narrazioni dei media siano presenti in modo diffuso e massiccio la volontà di controllo e prevaricazione patriarcale strutturale di questo sistema e l’invisibilizzazione delle radici profonde di questa violenza – molti interventi hanno infatti parlato della guerra e del rischio di guerra nucleare, dell’inflazione, dell’economia di guerra e degli effetti della riduzione delle spese sociali. A questo si sono aggiunti altri temi imprescindibili quali in particolare l’irrigidimento dei confini, i flussi migratori bloccati, gli effetti della crisi climatica e della ristrutturazione capitalistica sui nostri corpi e sui corpi-territori in cui viviamo.

Partendo da queste e altre considerazioni, si è discusso della necessità di organizzarci diversamente, di ragionare sul fatto che siamo in un momento profondamente diverso rispetto a quello che ha caratterizzato le passate stagioni di lotta e che i profondi e traumatici cambiamenti avvenuti stanno portando anche altri “pezzi” della società a decidere di insorgere; pezzi della società con cui dovremmo stabilire rapporti e creare alleanze per intrecciare lotte e costruire risposte collettive ai problemi strutturali e sistemici che dobbiamo affrontare.

Abbiamo, non a caso, parlato molto di convergenza, della necessità di contaminarci e di contaminare le altre lotte con le nostre pratiche, di espandere i confini dei nostri margini. Di ricercare attivamente la creazione di una piattaforma comune fra movimenti transfemministi, antipatriarcali, anticapitalisti, antirazzisti, antimilitaristi, ecologisti, etc. Di lottare contro la marginalizzazione delle persone lgbtqia+ e per la liberazione del potenziale rivoluzionario che esprimono. Di contrastare l’inasprirsi della violenza dei confini e l’intensificarsi dello sfruttamento del lavoro migrante, funzionale ai nuovi assetti della riproduzione sociale e del lavoro di cura. Di cercare, partendo da questi margini, di praticare le intersezioni necessarie tra diverse prospettive di lotta, a partire dalle comuni matrici oppressive dei vecchi e nuovi processi di violenza, marginalizzazione, discriminazione.

In questa cornice è risultato determinante l’intervento della rete D.i.Re (Donne in Rete Contro la Violenza) che in assemblea ha parlato in modo molto netto e deciso della necessità di lottare assieme e del desiderio che dopo il 26 si apra una nuova fase di lotta comune mossa dalla volontà di convergere, una nuova fase di relazione “intima e politica” fra rete antiviolenza e movimento femminista e transfemmista, per contrastare gli attacchi di un patriarcato sempre più aggressivo. Desiderio, questo, espresso con forza anche dagli STATI GENDERALI.

Sempre in quest’ottica si è parlato della necessità di riprendere il discorso transnazionale, di tornare a legarci a reti come EAST e TRASNFRONTERIZAS per ripensare ai legami delle nostre lotte contro la violenza patriarcale con quelle innescate e condotte nelle altre parti del mondo.

Il cambiamento sta riguardando anche – e non poteva che essere così – Non Una Di Meno, perché molti nodi stanno cambiando, stanno cambiando le persone che ne fanno parte, stanno cambiando le pratiche, ed è diffusamente sentita l’esigenza di creare momenti di coinvolgimento più frequenti e confrontarci maggiormente anche fra di noi.

Le pratiche che abbiamo affinato e raccolto nel corso degli anni però, pur nella necessaria prospettiva di mutamento e adeguamento ai nuovi scenari, dovrebbero continuare ad essere un riferimento fondamentale per le nostre lotte. È quindi imprescindibile continuare ad avere come punto di innesco delle lotte il “partire da noi”, dalle nostre condizioni materiali di vita, creando però allo stesso tempo un immaginario che non sia semplicemente difensivo, ma che contenga una visione progettuale e trasformativa verso un futuro migliore. Partire da sé per leggere, affrontare e cambiare il mondo. Leggere, affrontare e cambiare il mondo in relazione all’impatto che il mondo, con i suoi scenari mutati, ha su di noi.

Ciò significa andare verso ed oltre il 26 novembre, giorno della manifestazione nazionale a Roma, uscendo dalla retorica di vittime e portando invece in piazza il nostro essere marea. Non vittime, ma corpi in lotta, corpi resistenti mossi da desideri, sogni e piaceri per sostenere una trasformazione realmente rivoluzionaria. Dovremmo, ad esempio, ripensare la 194, ormai inapplicabile, per andare oltre. La riflessione sulla guerra, tema su cui abbiamo cominciato a prendere parola e a costruire azioni significative, ci sollecita a immaginare che pace vogliamo, legandola all’autonomia economica, all’autodeterminazione (altro tema di cui si è discusso molto), a chiederci insomma cosa significa pace in un’ottica transfemminista.

Si è parlato infine della necessità di diffondere il nostro immaginario politico, potentissimo, perché possa motivare tutt* a scendere in piazza con la propria rabbia e il proprio amore.

26 novembre tuttə a Roma – Non Una Di Meno! BASTA GUERRE SUI NOSTRI CORPI – RIVOLTA TRANSFEMMINISTA!

Il prossimo 26 novembre scendiamo in piazza convintə che la lotta contro la violenza patriarcale non può prescindere dall’opposizione alle guerre sui nostri corpi:

🟣 È la guerra che ha come scenario il chiuso delle case e delle relazioni, ma non è una guerra privata: è l’espressione terribile e estrema della violenza strutturale contro le donne e le libere soggettività. Dall’inizio del 2022 sono 91 in Italia i femminicidi, lesbicidi e transcidi.

🔴 È la guerra combattuta sul campo, aperta dall’invasione russa dell’Ucraina, una guerra che ci coinvolge e ci riguarda tuttə, non solo perché mai come ora la sentiamo vicina e incombente. Violenze, lutti, stupri, distruzione segnano le vite di chi fugge e di chi resta a seconda dei ruoli imposti e cristallizzati dal binarismo di genere, riducendo le donne a terreno di conquista.

La guerra riapre in modo strumentale e ipocrita il tema dell’accoglienza in Europa su base etnica e identitaria occultando la realtà di sfruttamento e ricatto dell’immigrazione – soprattutto femminile – e rafforzando i già inquietanti criteri di merito per la selezione all’ingresso e per l’accesso alla cittadinanza sociale.

🟠 È la stessa guerra che si intensifica sui vari fronti già aperti nel mondo (Afganistan Kurdistan, Palestina, Yemen, …), una guerra volta alla definizione del nuovo ordine mondiale e che mette questi stessi fronti a sistema nello scontro tra potenze emergenti e in declino; affermando la logica patriarcale del più forte, con le bombe e la minaccia atomica, con la deriva autoritaria e antidemocratica da Est a Ovest; approfondendo violenza, discriminazione e oppressione prima di tutto sui corpi delle donne, delle soggettività fuori norma, dissidenti, migranti.

🟢 È la guerra che ridisegna l’economia e il welfare in funzione del riarmo e della mobilitazione bellica e che cancella le priorità imposte dalla crisi economica, sociale e climatica. Carovita, disoccupazione, povertà sono l’altra faccia della siccità, dell’avvelenamento ambientale, della crisi alimentare, della pandemia tuttora in corso: colpiscono gli strati più fragili della popolazione ma diventano effetti collaterali accettabili e si trasformano in armi contro poverə, giovani, donne, migranti.

Si concretizza nella guerra al reddito di cittadinanza (la cui platea è a maggioranza femminile, e che è già pesantemente condizionato e familistico); con il contingentamento energetico domestico a favore delle imprese; con l’enfasi sulla natalità come dovere civile ma senza alcuna previsione di investimento sui salari e sul welfare pubblico; attraverso la sostituzione dei diritti umani, sociali e civili con il merito come meccanismo di selezione che legittima e acuisce disparità, disuguaglianze e meccanismi di oppressione.

📛 È la guerra dichiarata ai nostri corpi desideranti e autodeterminati, e che ne fa nuovamente un campo di battaglia. Violenza patriarcale istituzionalizzata e cultura dello stupro sono il presente da ribaltare.

L’affermazione elettorale della destra antiabortista, razzista e ultraconservatrice porta al governo chi in questi anni nelle amministrazioni regionali e in Parlamento ha negato l’accesso all’aborto chirurgico e farmacologico; la possibilità di autodeterminazione di donne e persone lgbtiaq+, anche nell’ambito dei percorsi di affermazione di genere. Una guerra che nega la violenza omolesbobitransfobica e che si oppone all’educazione alle differenze e sessuale nelle scuole agitando lo spettro di una inesistente “ideologia gender”. A questa linea programmatica da seguito l’istituzione del Ministero per la famiglia, la natalità e le pari opportunità affidato a Eugenia Roccella.

‼️L’attacco all’aborto legittima la violenza patriarcale nelle case, nello spazio pubblico, nei posti di lavoro e di formazione, in rete, nei media, riaffermando come principio la subalternità delle donne e delle persone con utero, e con esse delle soggettività non binarie e fuori norma.

È la battaglia identitaria principale della destra autoritaria.

L’Italia del governo Meloni non si sottrae a questo schema e si allinea a Polonia e Ungheria, agli Usa di Trump e dei gruppi ultracattolici, ai regimi autoritari, anche nella criminalizzazione di stili di vita e comportamenti ritenuti “devianti”, nell’ambito di una lettura delle giovani generazioni pericolosa e stigmatizzante. Esemplare risulta infatti l’urgenza con cui è stato proposto il decreto anti-rave, utilizzato strumentalmente per limitare spazi di libertà “fuori mercato” e di agibilità politica.

In questo contesto polarizzato, scardiniamo i binarismi, facciamoci spazio, attraversiamo il campo di battaglia per ribaltare i piani!

📣 Chiamiamo tuttə a scendere in piazza per fermare le guerre sui nostri corpi, per opporre alla militarizzazione delle vite, la rivolta transfemminista contro la violenza, l’oppressione e la povertà. Per fare dell’autodeterminazione un terreno di lotta in avanti, per fare dell’autodifesa una pratica collettiva di resistenza alla violenza.

Perché se non possiamo ballare, non è la nostra rivoluzione!

💥Per questo, l’irruzione sulla scena della rivolta delle donne iraniane sovverte i termini dello scontro e rovescia i ruoli. Rimette al centro l’autodeterminazione come terreno di conflitto e di trasformazione. Ci indica con chiarezza cosa ci è nemico e ci insegna a chiamarlo per nome, a disvelare quanto la violenza sia esperienza quotidiana, strumento di governo e controllo dei nostri corpi, riconnettendo le resistenze femministe e transfemministe riprendendo il grido delle combattenti curde Jin Jiyan Azadì – donna vita libertà.

⚧ Il 20 NOVEMBRE saremo nelle piazze e nelle iniziative per il TdOR- Trans Day of Remembrance per aprire la settimana di mobilitazione contro la violenza patriarcale verso il 25 novembre.

🌊 IL 26 NOVEMBRE A ROMA SARÀ MAREA contro le guerre sui nostri corpi, sarà un corteo autodeterminato, le assemblee territoriali di Non Una Di Meno sono lo spazio condiviso di organizzazione del corteo.

⚠️ Sarà una manifestazione senza spezzoni né bandiere, dai due camion organizzati il microfono sarà aperto alla molteplicità delle voci che la compongono. Invitiamo le rappresentanti politiche a rimanere in ascolto e non occupare lo spazio mediatico della manifestazione, diamo indicazione alle strutture partitiche, sindacali e organizzate di rispettare le indicazioni date.

Porteremo in piazza la voce di chi non ha più voce e di chi vede la propria voce invisibilizzata, sommersa, ricattabile. Saremo in piazza anche per chi non potrà esserci, per chi vive una condizione di privazione forzata della libertà; per le donne e le soggettività detenute, quelle rinchiuse nei CPR o ‘contenute’ nei reparti e nelle cliniche psichiatriche. Perché nessuna dovrebbe restare sola!

IL 27 NOVEMBRE CI RITROVEREMO IN ASSEMBLEA NAZIONALE presso la facoltà di lettere di Roma 3 per discutere, intrecciare le lotte e organizzare la rivolta transfemminista verso l’8 marzo e oltre.

🔥 Scateniamo assieme tutta la nostra rabbia erotica, sempre mossə dal desiderio!!

L’UNICO CARICO RESIDUALE CHE CONOSCIAMO È IL PATRIARCATO!

NON UNA DI MENO