REPORT Assemblea nazionale ONLINE NON UNA DI MENO – Analisi della cornice politica generale

Dopo la potente assemblea nazionale in presenza a Bologna ci ritroviamo qui, nell’assemblea online co-organizzata dall* compagn* di Reggio Emilia insieme agli altri nodi di Nudm, per non arrestare la lotta e continuare, in questa prima fase dell’assemblea plenaria, ad analizzare insieme questo momento politico e sociale.

Siamo donne, lesbiche, froce, trans, queer, intersex, sex workers, migranti, seconde generazioni, persone disabili. Appare evidente come l’orizzonte politico che abbiamo come Non Una Di Meno sia condiviso.

Altrettanto evidente è come la violenza sui nostri corpi, aumentata dall’inizio della pandemia, sia costante, pervasiva e in continuo aumento. Il covid ha fatto emergere questa violenza che però, come avveniva nella fase pre pandemia, resta un grande rimosso. Il linguaggio che         contraddistingue questa fase è impregnato di “sacrificio necessario”, “accudimento”, “lavori essenziali”. Tutto il sistema, dalla scuola alle strutture sanitarie al lavoro produttivo e di cura, è contraddistinto da un assunto principale: la crescita economica viene prima delle nostre vite.

Il nostro rifiuto di questo enunciato è totale. Ci troviamo davanti a un precariato e a una subordinazione patriarcale che dobbiamo e vogliamo combattere in tutti gli spazi che attraversiamo, nelle case, nei luoghi di lavoro.

L’analisi di fase è fondamentale come lo è “il partire da sé” e “il personale è politico”: il contesto attuale è estremamente complesso e vogliamo analizzare le condizioni materiali che viviamo. Vogliamo evidenziare la grave inadeguatezza del disegno emergenziale del PNRR, della strategia nazionale per la parità di genere, del piano strategico nazionale contro la violenza, tutti strumenti largamente insufficienti e ispirati a logiche prettamente neoliberali e che non prevedono nessun intervento rispetto alla violenza di genere, agli sportelli, alle case rifugio per la comunità LGBT*QIAP+, che vive una doppia invisibilizzazione e marginalizzazione.

I Centri antiviolenza femministi non sono riconosciuti per il fondamentale ruolo politico che svolgono impegnandosi sul terreno dei diritti, dell’educazione, del contrasto alla violenza sistemica, non solo su quello dell’aiuto alle vittime.  E sempre più spesso scelte basate su criteri puramente economici favoriscono, nell’assegnazione dei finanziamenti, soggetti privi di protocolli femministi, come è accaduto nel caso del Cav di Terni.                  

La gestione neoliberale dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, lo smantellamento del welfare, la crisi della sanità pubblica e della scuola, il family act, il decreto flussi, le sanatorie farsa, l’affossamento del ddlzan, il green washing della “transizione ecologica” capitalistica, pilastri della ricostruzione post pandemica, sono per noi tasselli fondamentali per costruire le nuove lotte.

Questo disegno oppressivo e di restaurazione viene mascherato da quello che ci presentano come “ritorno alla normalità”, ma noi sappiamo che “quella” normalità è fatta di sfruttamento dei nostri corpi, è una normalità razzista, abilista, misogina, omolesbobitransfobica.

Vogliamo far emergere come le politiche di ricostruzione postpandemica, tra cui la gestione del PNRR, stanno impattando sulle nostre vite, sulle nostre condizioni materiali, sulla nostra formazione, e nel nostro lavoro. Dobbiamo guardare come cambiano le condizioni materiali di tuttu.

Il PNRR è l’affondo del colpo: mentre le città sono pianificate per espellere le persone nelle periferie, l’ingresso massiccio dei privati in ambito sanitario sembra irreversibile, favorendo la creazione di centri sanitari territoriali finanziati e gestiti da soggetti privati. Il privato entra nella ricerca universitaria, si parla di un piano di ripresa che pianifica una sfrenata privatizzazione.

Vogliamo denunciare l’imposizione sempre più proterva di un modello produttivo estrattivista e specista, che ha determinato una crisi climatica al limite dell’irreversibilità e ha sconvolto gli ecosistemi dell’intero pianeta, mettendo a repentaglio la nostra salute e impedendo la ricerca di un benessere diffuso in grado di connettere economie ed ecologie improntate all’equità e alla promozione dell’autodeterminazione di tutte e tuttu.          

Stiamo inoltre assistendo a una sorta di allarmante militarizzazione della vita, visibile sotto due aspetti: la presenza sempre più massiccia di personale militare nel sistema sanitario nazionale e l’aumento degli investimenti e delle spese militari, a scapito dei finanziamenti che dovrebbero essere destinati a misure sociali per combattere l’impoverimento diffuso della popolazione, in particolare delle donne e delle persone LGBT*QIPA+, e a interventi di prevenzione e contrasto alla violenza maschile sulle donne e alla violenza di genere.

Fondamentale lo sguardo, anche in questa analisi di fase, al contesto femminista transnazionale, mutato da quando è nata Nudm. Per esempio, il movimento femminista argentino ha vinto, mostrandoci che possiamo cambiare la società in cui viviamo, ma ora è meno presente nelle reti transnazionali, che dovrebbero essere sempre più rafforzate per favorire la costruzione di lotte globali. Nel frattempo è nato e cresciuto il movimento femminista cileno, che si è rivelato determinante per il risultato delle ultime elezioni. Anche per noi diventa importante assumere più decisamente un ruolo sociale per opporci al liberismo e al machismo che imperversa.

In questo panorama ci siamo inserite con temi molteplici, declinati in svariati modi e contesti, ma gli assi su cui abbiamo costruito le nostre riflessioni sono stati comuni: cura, reddito di autodeterminazione, salute, isolamento, scuola.

Il lavoro di cura ricade esclusivamente sui nostri corpi, peggiorando ancora di più la vita dentro e fuori casa. Il tema della cura attraversa e si lega a tutti i temi trattati ed è strettamente intrecciato al reddito di autodeterminazione e al benessere. Già presente nelle nostre riflessioni in questi anni ed eternamente ignorato a livello istituzionale, si è reso visibile nel periodo pandemico. Il covid ha mostrato come lo stare in casa, durante il lockdown, sia un fattore di rischio per le violenze e ha evidenziato le fragilità dell’attuale sistema di cura.

Lavoratoru “essenziali”, termine comparso sui media durante il lockdown, è scomparso    immediatamente appena il lockdown è finito, lasciando soltanto lo sfruttamento delle lavoratrici italiane e, ancora di più, di quelle migranti, necessarie per il lavoro di cura. Diventa importante focalizzarci sulla costruzione di percorsi di collettivizzazione della cura.

Il reddito di autodeterminazione risulta centrale nelle nostre rivendicazioni per molteplici motivi: per svincolarci dai ricatti del lavoro, per la fuoriuscita dalla violenza, per opporci alla logica di valore delle nostre vite legata alla produttività, per esigere che il lavoro di cura venga retribuito.

Viene proposto di diffondere e comunicare cosa significhi per noi il reddito di autodeterminazione, cercando di arrivare a tutte quelle soggettività che condividono una condizione di grave e crescente sfruttamento e ponendoci in forte contrapposizione al reddito di libertà, insufficiente a livello economico e discriminatorio per le donne migranti.

Affrontando il tema della salute abbiamo constatato che il tema del covid e dei vaccini ha polarizzato il dibattito sulla sanità. Ormai, quando si parla di salute, si intende esclusivamente se si è o meno positivu al covid. Per noi la salute è molto di più, è parlare di quello che per noi è benessere, in casa e nei luoghi di lavoro, è riportare al centro dell’attenzione il tema della salute mentale, è far emergere i tagli e il saccheggio della sanità pubblica. Ed è anche parlare di tutte quelle pratiche sanitarie, come l’aborto, che lo stato ha messo in secondo piano sfruttando la presenza della pandemia. La mancanza di una sanità territoriale, una distribuzione iniqua dei vaccini ci mettono di fronte all’evidenza che la salute è un tema di classe, dal momento che non tutte e tuttu possono permettersi i presidi medici e i controlli necessari.

Centrale è stata l’analisi dell’isolamento che stiamo vivendo. Assistiamo a un annullamento della dimensione collettiva,  ed è per questo motivo che noi dobbiamo e vogliamo creare il racconto di una dimensione autenticamente collettiva della lotta femminista e transfemminista, della lotta delle lavoratrici e lavoratoru. Il sistema che ci   opprime ha colto l’occasione della pandemia per frammentare ancor di più tutta la classe lavoratrice.

Dobbiamo trovare spazio di parola, nuove pratiche, per avvicinarci a chiunque possa riconoscersi nelle nostre lotte. Il governo usa la logica emergenziale in tanti ambiti, salute, lavoro, etc., in modo da negare la natura collettiva dei problemi e trattarli come se riguardassero soltanto singoli soggetti. Mentre parlare di queste tematiche in maniera intersezionale mette assieme tutti i problemi per raccontarne la dimensione collettiva. Dobbiamo rompere l’isolamento, cardine del sistema neoliberale e patriarcale nel mondo della scuola, del lavoro e della cura.

Per quanto riguarda l’ambito scolastico, l’immagine attuale della scuola, fatta di DaD, riunioni da remoto, protocolli inadeguati per la sicurezza sul lavoro, è desolante. A fronte di ciò prevale la solita retorica con cui si alimenta una visione patriarcale della scuola, si parla di sacrificio e missione educativa. Facendo riferimento anche a figure di volontari per tenere le scuole aperte, scaricando la responsabilità sul personale ata, docenti e dipendenti tuttu, non garantendo congedi retribuiti e bonus babysitting a genitori in isolamento che devono lavorare da casa.

C’è anche una costante riduzione dei salari in tutto il settore scolastico. Questo sistema sta diventando sempre più patriarcale attraverso pratiche svilenti quali le valutazioni invalsi, altri dispositivi valutativi e bonus, che rendono il mondo della scuola sempre più simile a   un’azienda, come testimonia la terribile morte sul lavoro, ieri, di Lorenzo, uno studente di 18 anni coinvolto in un progetto di alternanza scuola/lavoro.

Dobbiamo mettere al centro l’investimento in tutti i comparti del welfare. Se si creeranno le condizioni per effettuare lo sciopero femminista e transfemminista, si potrà aderire attraverso l’astensione dal lavoro produttivo, riproduttivo e di cura, sottopagato o gratuito; ma anche attraverso altre forme di astensione e lotta divenute ormai pratiche consuete nel processo di risignificazione dello sciopero da parte del nostro movimento.

Moltissime le voci che hanno riconosciuto nello sciopero femminista e transfemminista lo strumento fondamentale per affrontare questo fosco presente di sfruttamento e oppressione, uscendo dall’isolamento e creando legami e connessioni, sia laddove lotte importanti sono state attuate o sono in atto (attraverso il rafforzamento di rapporti di solidarietà già attivi, come nel caso di Yoox, Gkn, RGIS), sia nei casi in cui è possibile creare ex novo intrecci e collaborazioni con realtà che intendono mobilitarsi su obiettivi e vertenze che ci chiamano in causa.

In uno scenario che rende sempre più precarie e opprimenti le nostre vite, usiamo la nostra rabbia come motore di cambiamento!

*Foto di Luca Profenna

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