ASSEMBLEA NAZIONALE BOLOGNA 2021: REPORT TAVOLO VIOLENZA

Ci siamo poste come obbiettivo del tavolo un rilancio politico.

Dal tavolo è emersa la voglia e la necessità di ricreare un discorso comune forte che renda visibile il carattere strutturale della violenza che colpisce donne, frocie, trans*, intersex e persone lgbtqia+, ovvero che mostri tutto quel sommerso della violenza maschile e di genere che viene invisibilizzato, che metta in luce le condizioni materiali che riproducono la violenza nelle strade, nelle case, nelle istituzioni, nelle scuole, sui posti di lavoro, sui confini.

Mostrare il sommerso della violenza vuol dire riconoscere la violenza anche all’interno del movimento e dei nostri spazi, la violenza nelle relazioni queer, la violenza istituzionale esercitata fin dalla nascita verso le persone intersex, riconoscere la violenza nelle carceri e il lavoro di cura di chi si occupa dex detenutx, la violenza dei tribunali e della legge 54 su bigenitorialità, che impone l’affidamento condiviso anche in casi di violenza domestica.

Mostrare il sommerso della violenza vuol dire riconoscere il nesso tra violenza patriarcale e razzismo istituzionale, che, legando il permesso di soggiorno alla famiglia e al lavoro, rende più difficile per le persone migranti sfuggire a situazioni di violenza.

E’ emersa anche la voglia di trovare spazi di condivisione di esperienze al di fuori dei ritmi serrati delle assemblee nazionali e l’esigenza di confrontarci sulle difficoltà materiali che tutti i nodi territoriali hanno dovuto affrontare in questi due anni di pandemia. Quando diciamo che la violenza è aumentata lo diciamo perché lo viviamo sulla nostra pelle, tanto nelle nostre vite quanto attraverso tutte le persone che si rivolgono a noi. Siamo diventate un punto di riferimento per tutte le persone che vogliono sfuggire a situazioni di violenza e dobbiamo farci carico di questo ruolo politico.

È emersa la necessità di confrontarsi e di condividere pratiche e strumenti per far fronte come assemblee politiche alle segnalazioni e alle richieste d’aiuto che ci arrivano. Molti nodi stanno creando dei vademecum su come gestire queste situazioni e dal tavolo violenza che si è riunito negli scorsi mesi sta nascendo un osservatorio su femminicidi, lesbicidi, transcidi, per riuscire a costruire una contro-narrazione sulle violenze. (meduse, la cerchia).

Tanto dai nodi territoriali che da realtà che accompagnano donne e persone lgbtqia+ nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza è emersa la necessità di contaminarci a vicenda. Vogliamo costruire dei momenti di formazione insieme a CAV e case rifugio per persone LGBTQ a noi vicini.

A livello locale, i rapporti con i CAV sono molto eterogenei, anche perché in molti territori non ci sono CAV che adottano un approccio femminista nel leggere e destrutturare situazioni di violenza e mancano esperienze in grado di accogliere e gestire percorsi di fuoriuscita per persone LGBTQ.

Pensiamo sia necessario ricreare un rapporto politico con i CAV, e questo lo si può fare solo a livello nazionale. Non possiamo sostituirci al lavoro dei Centri Antiviolenza, ma dobbiamo avere la forza di incidere sull’approccio che adottano i Centri Antiviolenza, sui protocolli e sui criteri di accesso (ad esempio, ci sono Centri Antiviolenza che non si fanno carico di percorsi di fuoriuscita se non viene fatta denuncia)

Dobbiamo andare oltre una rivendicazione superficiale di un rifinanziamento dei CAV e denunciare la progressiva istituzionalizzazione e la logica neoliberale secondo cui i fondi vengono assegnati ai centri antiviolenza, di fatto favorendo grosse cooperative che non hanno esperienza in tema di violenza di genere, che non rispettano l’autodeterminazione delle donne e delle persone lgbtqia+, ma anzi riproducono delle dinamiche di vittimizzazione e di violenza istituzionale.

Dobbiamo riconoscere le differenze tra la gestione dei percorsi di fuoriuscita per donne e quella per persone LGBTQIA+, ma dobbiamo anche darci la possibilità di immaginare altri metodi al di là dei protocolli e dei criteri di accesso attuali (ad esempio in molti cav non si può accedere se non è stata fatta una denuncia, l’accesso a percorsi di fuoriuscita per persone lgbtq è ancora limitato)

Mentre il PNRR non prevede fondi per i CAV e molti paesi europei nemmeno, ci sono 12 Paesi Ue che hanno scritto alla Commissione europea e alla presidenza di turno slovena dell’Ue per finanziare la costruzione di muri per proteggere le frontiere esterne dell’Ue di fronte ai flussi migratori

È emersa anche la necessità di un confronto e condivisione a livello transnazionale. Per riprenderci le piazze con ancora più forza e creare percorsi comuni tra tutti i nodi si propone di rafforzare la connessione transazionale, che riteniamo ancora più centrale in questa fase in cui con diverse intensità in tutti i paesi si stanno mettendo in atto politiche che attaccano le possibilità di autodeterminazione di donne e persone lgbtqia+.

Tutto questi punti sono da concretizzare nel percorso verso il 25N. La violenza è aumentata in questi due anni e dobbiamo essere in grado di riarticolare il nostro discorso sulla violenza strutturale guardando alle trasformazioni che la crisi pandemica ha portato con se. Vogliamo riaffermare una connessione forte con il TDOR del 20 novembre e riaffermare la comune matrice della violenza contro donne e persone lgbtqia+.

Dobbiamo indirizzare questi discorsi in un processo per far sì che tutte le persone che vogliono sfuggire dalla violenza si possano riconoscere nella nostra lotta, il processo dello sciopero è anche questo. Non si tratta solo di costruire una data ma un processo, dobbiamo essere presenti nei territori, dobbiamo essere in grado portare alla luce le diverse forme in cui si manifesta la violenza e mostrare la nostra rabbia e politicizzare tutti i casi in cui queste violenze avvengono. Le rivendicazioni che facciamo devono essere pensate non come singole campagne ma come parole d’ordine in grado di costruire dei terreni di lotta espansivi e di rottura.

Vogliamo costruire delle città a nostra misura, degli spazi femministi e transfemminsti in tutte le città, vogliamo incidere su tutti quei luoghi in cui la violenza si riproduce per trasformarli, dagli ospedali, alle redazioni, ai Cav alle scuole (l’educazione terreno fondamentale per combattere la violenza).

Vogliamo un reddito di autodeterminazione che ci liberi non solo dalla violenza ma dalle condizioni sociali [di precarietà e sfruttamento] che ci rendono più difficile rifiutarla, mentre il reddito di libertà proposto dal governo costituisce uno strumento assistenziale. Vogliamo la decriminalizzazione del sex work. Vogliamo più fondi per centri antiviolenza autonomi e femministi e per case rifugio per persone lgbtqia+. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo slegato da famiglia e lavoro perché di fronte al contrattacco patriarcale che sta avvenendo a livello transnazionale dobbiamo riaffermare la libertà di movimento per tutte per liberarci dalla violenza maschile e omolesbobitransfobica, dallo sfruttamento e dal razzismo. Queste sono le rivendicazioni da far vivere verso e oltre il 25N.

*Foto di Saraliù Bruni

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