Report Tavolo Salute – 30.01.2021

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico

LETTURA E ANALISI:

La situazione pandemica ha evidenziato tutte le criticità di un sistema sanitario che già da molti anni non risponde ai bisogni del benessere collettivo. L’austerity, più che il Covid-19, ha creato la crisi: 37 miliardi tagliati alla sanità pubblica negli ultimi 10 anni; chiuse, nel solo 2019, 194 strutture sanitarie e 413 servizi territoriali (centinaia sono consultori). La gestione aziendalizzata della sanità e la sua privatizzazione, inoltre, creano gerarchie e disuguaglianze, lo smantellamento della medicina del territorio e della prevenzione, una gestione verticistica dei servizi che cancella spazi di democrazia e di condivisione dei saperi. In questo contesto si disconosce che la mancanza di salute non è dovuta solo alla malattia, ma anche a territori sempre più inquinati, a condizioni di lavoro insostenibili e insicure, a mancanza di sostegni psicologici e ad una strutturale violenza di genere e razzista. Assistiamo scontro tra sopravvivenza e profitto, come viene evidenziato anche dalla gestione del piano vaccini.

La pandemia ha prodotto e continua a produrre nuove disuguaglianze. Tra i primi servizi a chiudere ci sono stati i reparti di maternità, i punti nascita e i consultori. La violenza ostetrica è aumentata, tra cesarei imposti in caso di positività al Covid e mancanza di epidurale per destinare gli/le anestesiste ai reparti Covid. Il diritto all’aborto è stato fortemente limitato, con interi ospedali che hanno sospeso il servizio. Lo stesso è avvenuto per le persone trans* che spesso non hanno potuto accedere ai percorsi di transizione e ai farmaci necessari alla terapia ormonale sostitutiva.

Discriminazioni e disuguaglianze sono avvenute anche lungo la linea dell’età. Le persone anziane, fortemente colpite in questa pandemia, scontano la mancanza di servizi pubblici e accessibili che permettano autodeterminazione e autonomia. Le RSA, spesso strutture private, sono istituzioni totali che spesso ledono i diritti degli e delle ospiti e che durante la pandemia sono diventate luoghi chiusi e impermeabili. Inoltre sono luoghi di sfruttamento sul lavoro, tra contratti precari e esternalizzazione dei servizi.

Ugualmente, le strutture psichiatriche, le comunità, i CPT e i CPR si rivelano dei luoghi dove il diritto alla salute non è garantito, ma anzi messo in pericolo. Le rivolte di marzo nelle carceri non hanno trovato risposte e hanno portato le donne ristrette nel carcere di Torino a iniziare uno sciopero della fame per rivendicare il diritto alla salute. A loro va tutta la nostra solidarietà!

Non sottovalutiamo l’aumento delle richieste di aiuto, specialmente nei minori, per l’acuirsi dell’  isolamento sociale insostenibile per il loro crescere.

Nelle strutture socio-sanitarie, l’intensificazione delle ore di lavoro e della precarizzazione del personale, con le assunzioni principalmente a tempo determinato vincolate all’emergenza, è andata di pari passo con la santificazione del personale socio-sanitario che ha pagato con centinaia di morti e migliaia di contagiati la quasi totale mancanza di sicurezza, mentre si è scelto politicamente di non fare nessun investimento di lungo periodo per rispondere alla ormai cronica mancanza di personale nei servizi territoriali e di base. Inoltre il Covid ha colpito tutti i luoghi di lavoro considerati essenziali, e spesso femminilizzati e quindi maggiormente colpiti da precarietà, bassi salari e lavoro nero, in cui agli alti tassi di contagio non sono seguite forme di tutela e in cui si è assistito a forme di mobbing per obbligare le persone a continuare a lavorare anche senza sicurezza.

A questa emergenza si somma la violenza strutturale che attraversa anche i luoghi della salute e che si misura con lo scontro sulle nuove linee guida dell’AIFA sulla RU486 e sulle terapie ormonali per la transizione; passa dalla patologizzazione dell’intersessualità, a quella delle persone trans* e non binarie che devono rispondere a standard ormonali binari e a percorsi di psichiatrizzazione – e alla mancanza di tutele per rifugiati/e LGBTQIA+. Ma la violenza sono anche le carenze di formazione del personale sanitario e degli studenti universitari di medicina e lauree brevi, su molte patologie ginecologiche (come la vulvodinia, l’endometriosi e la fibromialgia) che spesso non sono riconosciute dal servizio sanitario nazionale, rendendo difficile non solo la diagnosi, ma anche la cura, perpetuando una cultura patriarcale, ospedalocentica e farmacocentrica. La violenza si esprime in servizi psicologici e psichiatrici carenti, gerarchici e infantilizzanti, oltre che spesso patriarcali e binari; nella mancanza di accessibilità ai servizi per le persone disabili; nelle discriminazioni e nelle molestie che subiscono donne e persone LGBTQIA+. La violenza è anche l’attacco contro il diritto all’aborto, che fa sì che molte Regioni abbiamo, esplicitamente o meno, rifiutato di attuare le linee guida sull’aborto farmacologico e impedendo la sua somministrazione nei consultori. La violenza sta nella mancanza di finanziamento dei consultori stessi, che sempre più spesso diventano privati, con alti tassi di obiezione di coscienza e con prestazioni sempre più ridotte (ad esempio in molte Regioni non accolgono le persone in menopausa, rimandandole agli ospedali).

RIVENDICAZIONI E CAMPI DI BATTAGLIA:

I servizi che abbiamo a disposizione non corrispondono ai nostri bisogni e ai nostri desideri, non rispondono alla molteplicità delle nostre vite e delle nostre soggettività. Per questo in vista dello sciopero dell’8 marzo non ci limitiamo a difendere l’esistente, ma chiediamo che i soldi del Recovery Fund siano destinati a potenziare la medicina territoriale e a colmare le carenze che abbiamo messo in luce. Sappiamo che questi soldi non bastano e per questo rivendichiamo la necessità di una patrimoniale che permetta di reperire altre risorse. Vogliamo assunzioni stabili e tutela della salute per chi lavora nei servizi socio-sanitari. Vogliamo re-inventare e re-immaginare i consultori attraverso le assemblee e i coordinamenti delle donne e libere soggettività. Vogliamo poter scegliere come abortire, anche in telemedicina. Vogliamo poter scegliere come partorire. Vogliamo poter accedere agli ormoni in maniera autodeterminata. Vogliamo che il diritto alla salute sia pienamente garantito indipendentemente dai documenti, soprattutto nei luoghi di confine. Vogliamo una giustizia riproduttiva anche nei servizi dedicati alla salute mentale. Vogliamo poter invecchiare senza dover ricorrere a istituzioni locali e subire disumanizzazione. Vogliamo che i lavori di cura non siano vittime del ricatto tra santificazione e sfruttamento. Vogliamo una sanità e un welfare che permettano la nostra autodeterminazione e che non creino gerarchie tra chi cura e chi è curata. Vogliamo moltiplicare i luoghi delle donne e delle persone LGBTQIA+ dove costruire benessere collettivo, luoghi troppo spesso sotto attacco, come la Limonaia appena sgomberata a cui mandiamo tutta la nostra forza.

Per questo l’8 marzo vogliamo scioperare insieme alle lavoratrici dei servizi sanitari, costruendo alleanze capaci di mettere in atto gli strumenti di cui abbiamo bisogno per stare bene, a partire dalla complicità! Lo sciopero dell’8 marzo sarà uno sciopero capace, ancora una volta, di mettere in relazione la salute con tutti gli aspetti della nostra vita, dal lavoro all’ecosistema, per ribadire che ci vogliamo vive!

Pratiche (in ordine sparso):

  • Costruire forme di sciopero nelle RSA e nei servizi socio-sanitari insieme alle lavoratrici
  • immaginare Performance collettiva, video, collage, topomastica femminista, utilizzo di spille/bigliettini da utilizzare contro le limitazioni allo sciopero dell’8 marzo.
  • Creare mappatura e mobilitazione sull’adozione delle nuove linee guida sull’aborto farmacologico
  • promuovere attivazione per il potenziamento dei consultori come presidi territoriali per l’autodeterminazione e per la salute delle donne e delle libere soggettività.
  • Attivare campagna contro l’obiezione di coscienza e sugli accordi tra ospedali e gruppi pro-vita per lo smaltimento dei prodotti del concepimento (cimiteri dei feti)
  • La creazione di una “cassetta degli attrezzi” che metta insieme, per essere condivisi e diffusi, tutti gli strumenti e le iniziative già in atto nelle tante mobilitazioni a livello nazionale (inchieste, monitoraggi, accompagnamento, mutuo aiuto, denunce, sanzioni fucsia, vertenze).

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