Report GRUPPO LAVORO

*In copertina uno dei cloud elaborati con le parole chiave del gruppo tematico

1 – Come analizziamo il lavoro, produttivo e riproduttivo, e le condizioni economiche nell’attuale fase politica? Come si è riarticolata la divisione sessuale del lavoro? Quali lotte si sono innescate sul terreno della riproduzione sociale? 

Gli interventi che hanno aperto il tavolo hanno fin da subito segnalato la complessità della situazione e la necessità e l’urgenza dello sciopero.

Sex worker, migranti, lavoratrici del settore multiservizi, della scuola, degli ospedali, dei magazzini, autonome e precarie hanno sottolineato in che modo la divisione sessuale del lavoro, la criminalizzazione del lavoro sessuale, il razzismo hanno determinato in modo diverso e profondo gli effetti della pandemia. La pandemia ha evidenziato la centralità della riproduzione sociale e mostrato in tutta la sua brutalità che il modello di produzione neoliberale entra in contraddizione con la riproduzione della vita. 

Crediamo sia essenziale riconoscere come le linee di oppressione e sfruttamento siano molteplici e diverse fra loro ma tutte intersecate. Le donne non hanno mai smesso di lavorare sia dentro che fuori casa. In questi mesi le case sono diventate ancora di più un luogo di lavoro, non soltanto di quello domestico non retribuito ma anche di quello salariato, mentre il capitale taglia i costi, aumenta la precarietà e intensifica lo sfruttamento.

Lo smartworking, che va letto nella sua ambivalente complessità, si è rivelato nella maggior parte dei casi come una forma di sfruttamento intensificato, travalicando gli orari, scaricando i costi su chi lavora e impedendo forme di organizzazione. Le lavoratrici che hanno continuato a lavorare perché “essenziali” hanno dovuto accettare turni di lavoro folli che hanno ristretto ai minimi termini gli spazi di vita e di libertà.

Il sex work non è riconosciuto come lavoro. Lə sex workers sono invisibilizzatə, criminalizzatə e stigmatizzatə, senza alcun tipo di tutela nè sindacalizzazione, ed hanno dovuto affrontare la pandemia e il lockdown da solə. Lə migranti che da sempre fanno i conti con il razzismo istituzionale e la lotta quotidiana per un permesso di soggiorno che anche durante la crisi pandemica continua ad essere vincolato ad un lavoro che non c’è o è sempre più precario, si sono trovatə ancora una volta a dover decidere fra l’essere sfruttatə o clandestinə. Lə  precariə si sono trovatə improvvisamente a casa a dover pagare di tasca loro le utenze, a dover accettare i ritardi dei pagamenti, le ore extra e le condizioni di lavoro insostenibili, perché “se non lo si accetta semplicemente ci sarà qualcuno che lo accetterà al tuo posto”. 

Tuttavia, in questi mesi, lo sfruttamento non è stato accettato passivamente. Dall’inizio della pandemia, abbiamo assistito a mobilitazioni di lavoratrici e lavoratorə della sanità, del personale scolastico e dellə studenti, della pubblica amministrazione e delle politiche attive. Sono stati innumerevoli gli scioperi nel settore della logistica, mentre a novembre le lavoratrici delle multiservizi (un settore fortemente femminilizzato e per lo più composto da donne migranti) hanno scioperato per il rinnovo del contratto nazionale rifiutando le condizioni imposte e attaccando direttamente il ruolo di Confindustria. Da ricordare anche le lavoratrici della Yoox che lottano dal 25 novembre denunciando il razzismo e il maschilismo delle loro condizioni di lavoro. 

Nonostante continuamente invisibilizzatə lə sex worker si sono autorganizzate attraverso pratiche di mutuo aiuto; così come ci sono state anche lotte collettive contro gli affitti esorbitanti e il diritto all’abitare da parte di chi in un momento in cui si era costretti a stare a casa lottavano per la possibilità stessa di averne una.  

   2- Come attualizziamo le rivendicazioni che abbiamo portato avanti in questi anni (reddito, salario e permesso di soggiorno europeo)? Quali pratiche per rispondere alla disciplina dei mercati finanziari sui nostri corpi, alla luce di una lettura femminista del Recovery Plan e del debito? Come riportare la riproduzione al centro delle nostre rivendicazioni? 

Sono 444.000 le persone che hanno perso il lavoro nell’ultimo anno di cui il 70% circa sono donne. Solo tra novembre e dicembre 2020, di 101 mila occupatx in meno, 99 mila sono di donne. Lo sblocco dei licenziamenti previsto a marzo peggiorerà ulteriormente i livelli di occupazione e di attività. Tantissime nel tentativo di conciliare lavoro produttivo e riproduttivo hanno dovuto lasciare il lavoro salariato per prendersi cura di figli o genitori, in una continua riproposizione di ruoli predefiniti che vengono puntualmente riaffermati dalle stesse misure proposte per l’uscita dalla crisi. La discussione e le testimonianze riportate all’interno del tavolo hanno dimostrato ancora una volta che il Recovery Plan e il Family Act sono misure fortemente neoliberali, patriarcali e razziste. 

Nel Recovery Plan, ipocritamente inondato di discorsi sulla parità di genere, l’inclusione sociale delle donne passa essenzialmente attraverso sgravi fiscali e sussidi alle imprese e la formula per la risoluzione del problema dell’occupazione femminile è l’empowerment e l’autoimprenditorialità (che nasconde una realtà di precarietà, falsi contratti autonomi, partite iva e appalti a cooperative) In generale la condizione delle donne e delle persone lgbt*qia+ appaiono come un capitolo a parte invece che qualcosa di costitutivo della società stessa.

Nel Family Act, quando si parla di “conciliazione” si dà per scontato che il salario accessorio è quello della donna, si divide l’assegno unico per i figli fra genitori come se tra loro non esistessero condizioni asimmetriche e inique. Quando si parla di “famiglia” sappiamo che si parla di qualcosa che esclude le soggettività dissidenti e le donne che non accettano di essere schiacciate in ruoli e generi in cui non si riconoscono. Queste misure escludono totalmente le donne migranti: la loro fruizione è possibile solo se in possesso di un permesso di lungo periodo o di un contratto di lavoro di due anni. 

Noi non possiamo accettare queste misure: ancora una volta chiedono a noi di pagare il prezzo più grande. Sappiamo che ogni taglio al welfare va nella direzione di colpire chi è più debole. Mai come ora è necessaria una redistribuzione della ricchezza. Sappiamo che la condizione di autonomia economica è una delle basi imprescindibili non solo per l’autodeterminazione, ma anche per la stessa fuoriuscita dalla violenza. 

Abbiamo rivendicato reddito di autodeterminazione per tuttə e ci troviamo reddito di libertà. Bisogna registrare che la nostra lotta ha avuto un peso, ma non è sufficiente: è necessario legare la nostra rivendicazione ancora più saldamente a un presente in cui la perdita del lavoro e la povertà mostrano che le condizioni per la fuoriuscita dalla violenza strutturale sono sempre più rigide. Il significato di quella «autodeterminazione» deve essere fatto valere non solo come battaglia per misure più adeguate, ma anche per esprimere il nostro incondizionato rifiuto complessivo ad essere sfruttate da una società che vuole ricostruirsi assoggettandoci agli imperativi patriarcali di famiglia, maternità e divisione sessuale del lavoro. Per questo vogliamo legare la rivendicazione di un reddito di autodeterminazione a quella di un welfare non solo realmente universale, ma che superi il modello familistico. 

Pretendiamo un permesso di soggiorno europeo svincolato da famiglia e lavoro e l’abolizione delle leggi Bossi-Fini e Minniti-Orlando. Queste rivendicazioni – sostenute anche da movimenti di migranti, femministi e Lgbtqia+ dentro e fuori l’Europa – devono essere al centro del nostro 8 marzo perché riconosciamo che le linee della violenza razzista si intrecciano con quelle della violenza patriarcale. 

   3- Come costruiamo lo sciopero femminista nelle sue diverse declinazioni, superando le difficoltà di accesso ai luoghi di lavoro, di mobilitazione nello spazio pubblico e di organizzazione di forme di astensione e protesta tra le mura domestiche? Quali pratiche di sciopero possiamo inventare/reinventare non solo contro il lavoro riproduttivo non salariato, ma anche contro lo smartworking e tutti quei lavori che hanno subito pesanti conseguenze (freelance, lavoro informale, etc.)? Quali rapporti possiamo tessere con lavoratrici, delegate e sindacaliste? In quali contesti e con quali strumenti? 

Gli interventi al tavolo lavoro hanno ribadito l’urgenza dello sciopero dell’8 marzo e la necessità di tenere al centro della nostra mobilitazione le diverse posizioni, rivendicazioni ed esperienze che sono state riportate durante l’assemblea. 

Per la costruzione dello sciopero è prioritario riattivare i rapporti con i sindacati che in questi anni hanno sempre appoggiato il movimento femminista e transfemminista e sperimentando nuovi canali di comunicazione con delegate sindacali e lavoratrici.Per questo è prioritario inviare il prima possibile la lettera ai sindacati per accelerarne la sua indizione. È stata inoltre proposta una giornata di rilancio dello sciopero di cui è necessario definire una data il prima possibile.

È stata condivisa l’idea di entrare in contatto con i gruppi virtuali di lavoratrici e lavoratorə nati durante la pandemia, oltre che con le lottegià presenti sul territorio, e condurre pratiche di inchiesta militante per entrare in contatto con lavori invisibilizzati e costruire azioni di boicottaggio. È importate continuare ad approfondire la critica femminista del Recovery Plan e attivare campagne di rivendicazione. È necessario connettere le diverse lotte perché solo unite possiamo far sentire la nostra rabbia. Sappiamo che non sarà facile scioperare e proprio nei settori ‘essenziali’ l’astensione dal lavoro sarà ancora più difficile. Per lo smartworking sarà necessario immaginare forme di sciopero visibili.

Non rinunciamo però a costruire lo sciopero femminista e transfemminista in tutte le forme che lo caratterizzano, non rinunciamo a dare forza e amplificare le molte lotte e i molti scioperi che nel presente pandemico si oppongono alle condizioni patriarcali dello sfruttamento, non rinunciamo a costruire momenti di lotta e agitazione capaci di dare visibilità al lungo percorso di costruzione dello sciopero dell’8M e oltre. 

Lo sciopero è stato definito essenziale perché a chi ci ha definite “essenziali” solo per poterci sfruttare rispondiamo che essenziale è la nostra lotta!

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