30-31.01.2021 – GRUPPO SALUTE

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L’appello di lancio di Non una di Meno per il 30 e 31 gennaio 2021, due giornate online dove si articoleranno alcuni Gruppi tematici di discussione verso lo sciopero dell’8 marzo: Violenza e Percorsi di fuoriuscita; Scuola; Economia e Lavoro; Salute; Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica. Qui il form da compilare per partecipare ai gruppi. La seconda tappa è l’Assemblea Nazionale del 6 febbraio, sempre in modalità online. A breve tutte le info. Di seguito il testo del Gruppo Salute.

La situazione pandemica ha evidenziato tutte le criticità di un sistema sanitario colpito da costanti tagli e che trascura la prevenzione e la capillarità in nome delle cure specialistiche che offrono profitti e del sostegno alla sanità privata. La pandemia, così, si è sommata alla carenza di salute dovuta a territori sempre più inquinati, condizioni di lavoro insostenibili e insicure, mancanza di sostegni psicologici e una strutturale violenza di genere e razzista.

Nella gestione dell’emergenza non si sono prodotte discontinuità sostanziali: l’intensificazione delle ore di lavoro e della precarizzazione del personale (assunzioni a tempo vincolate all’emergenza) è andata di pari passo con la santificazione del personale socio-sanitario, mentre nessun investimento sul rafforzamento strutturale e territoriale del sistema sanitario, se non d’emergenza, è stato fatto. Inoltre, la pandemia ha mostrato con forza come il diritto alla salute non sia garantito in maniera uniforme, ma generi ancora più disuguaglianze: pensiamo al colpevole abbandono di migranti, persone ristrette nelle carceri, ospiti di comunità e RSA. In questo contesto si svolge la definizione del Recovery Fund che prevede quasi 20 miliardi di spesa sanitaria. Questione che non sta riguardando i soggetti incarnati, le lavoratrici essenziali, chi ha curato in casa i malati, chi non ha avuto accesso alla salute.

Abbiamo visto emergere tutto questo con forza nella pandemia, ma come donne e soggettività LGBTQIA+ (o soggettività dissidenti?) lo avevamo già sperimentato nella mancanza di consultori (molti meno dell’uno ogni 20.000 abitanti previsto dalla legge), nell’impossibilità di reperire i farmaci per le terapie ormonali sostitutive, nella mancanza di servizi per la menopausa, nell’alto tasso di obiezione di coscienza, dalla difficoltà ad accedere a percorsi di salute mentale e nelle forme di violenza, a partire da quella ostetrica, che colpiscono i nostri corpi nelle istituzioni ospedaliere. E queste criticità si sono aggravate durante la pandemia: in molti territori a essere chiusi o ridotti per primi sono stati proprio i servizi per le donne e per le soggettività LGBTQIA+. 

Per promuovere l’idea della salute come benessere, a partire dal nostro Piano contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, lottiamo perchè i consultori tornino a essere luoghi di elaborazione politica, attraversabili da tutte e tuttu, capaci di costruire relazioni diverse tra soggetti curanti e curati. Sappiamo, infatti, che la cura è una questione collettiva e vogliamo continuare a ribadirlo nello sciopero dell’8 marzo.

Domande:

– Qual è la situazione dei servizi socio-sanitari e per donne e soggettività LGBTIA+ nel tuo territorio? come ha inciso la pandemia? E quali rapporti avete con questi?

– Come valutiamo gli stanziamenti del Recovery Fund per la salute? quali dovrebbero essere?

– Quale è la sanità che vogliamo e la salute che dobbiamo conquistare?    

– Sono state attuate le linee guida sull’aborto farmacologico nella tua regione? quale partita si apre ora dentro il conflitto permanente tra regioni e ministero? Come giocare un ruolo per l’adozione delle nuove linee guida in grado di spezzare il monopolio degli obiettori sull’aborto e la non attuazione della legge 194? Come proseguire una campagna per la RU486 per tutti i corpi gestanti e contro l’obiezione che non sia vincolata alla risposta alle campagne antiabortiste?

– Come rilanciare la battaglia per i consultori come battaglia per la salute e l’autodeterminazione nel territorio?

– Come contrastiamo la prassi della diagnosi e la patologizzazione delle persone trans*, nonostante le recenti determine dell’Aifa?

– Come facciamo ad istituire un percorso consultoriale in cui alle persone trans* siano garantiti i diritti di base, compreso accesso al tos (trattamento ormonale sostitutivo) e all’aborto?

– Come facciamo a formare il personale di consultori e ospedali in materia di autodeterminazione e di accesso alla salute per le persone trans*, in modo da contrastare il fatto che queste siano meno propense ad accedere alle cure per paura di discriminazioni e misgendering?

– Come garantiamo accesso alle cure e assenza di discriminazioni all3 sex workers e alle persone immigrate?

– Quali pratiche individuiamo verso e per lo sciopero dell’8 marzo?

– Come costruire alleanza tra chi cura e chi è curato? 

PAROLE CHIAVE: 

*Differenze 

*Condivisione 

*Autodeterminazione 

*Cura collettiva

*Alleanza tra chi cura e chi è curato

30-31.01.2021 – GRUPPO ECONOMIA E LAVORO

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L’appello di lancio di Non una di Meno per il 30 e 31 gennaio 2021, due giornate online dove si articoleranno alcuni Gruppi tematici di discussione verso lo sciopero dell’8 marzo: Violenza e Percorsi di fuoriuscita; Scuola; Economia e Lavoro; Salute; Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica. Qui il form da compilare per partecipare ai gruppi. La seconda tappa è l’Assemblea Nazionale del 6 febbraio, sempre in modalità online. A breve tutte le info. Di seguito il testo del Gruppo Economia e Lavoro.

La crisi pandemica ha causato una profonda trasformazione del lavoro, produttivo e riproduttivo. L’obiettivo del gruppo lavoro è guardare a queste trasformazioni e immaginare pratiche in vista dello sciopero femminista e transfemminista dell’8Marzo per dar voce alle lotte già in campo e innescarne di nuove. Il nostro sciopero è quanto mai necessario. In questa stagione pandemica ancora di più ci hanno sfruttate, precarizzate, ci hanno costrette a lavori insicuri, invisibilizzati, mal retribuiti o non retribuiti, a causa di una divisione sessuale del lavoro che nasce da una atavica svalutazione dei nostri corpi per averci sempre disponibili.

La crisi ha messo in luce come il lavoro di cura nella salute, nell’educazione e nelle case sia essenziale, ma sia anche il più precario perchè il meno valorizzato. Abbiamo seguito figliə piccolə nella DAD mentre eravamo in smartworking. I turni nei magazzini ci richiedono piena disponibilità e siamo diventate più ricattabili, soprattutto quando dal nostro lavoro dipende un permesso di soggiorno. Ci chiamano eroine nelle corsie degli ospedali, ma siamo sottoposte a ritmi di lavoro senza sosta. Ci hanno definite essenziali quando abbiamo sanificato spazi pubblici e privati, ma siamo senza tutele e con salari bassi. Siamo state costrette a licenziarci per occuparci della cura di anzianə e bambinə.

Siamo le badanti e le lavoratrici domestiche in nero, esposte al ricatto e alla violenza. Siamo diventate sempre più precarie e i pochi sussidi esistenti non ci bastano. Siamo sex workers, siamo escluse da ogni forma di tutela e per continuare a percepire un reddito siamo più esposte al contagio e a sanzioni. Siamo freelance, Partite Iva, non abbiamo garanzie e sentiamo ancora di più l’isolamento nelle nostre case. Non avevamo un contratto, ora abbiamo perso il lavoro. La precarietà ci espone ancor di più alla violenza sui posti di lavoro e nelle case.  Queste trasformazioni vanno oltre lo stesso stato di emergenza e avranno ricadute sociali a lungo termine, come già la scadenza del blocco dei licenziamenti prefigura.

Il Recovery Plan e il Family Act, nonostante una falsa attenzione al genere, rinsaldano la divisione sessuale del lavoro. Le misure proposte concentrano ulteriori risorse nelle mani delle imprese per la ripresa dalla crisi attuale, senza un reale intervento sulle condizioni di lavoro e senza un adeguato rafforzamento del welfare. Infatti, le politiche di conciliazione indirizzate alle donne, agendo su base famigliare, riaffermano che il nostro reddito è sacrificabile e normalizzano il lavoro riproduttivo che svolgiamo ogni giorno nelle case senza retribuzione. La retorica dell’autoimprenditorialità femminile è un alibi per non prendere in carico le difficoltà strutturali dell’accesso al lavoro per donne e libere soggettività. Non vogliamo più supplire a un welfare del tutto assente. Per queste ragioni, lo sciopero femminista e transfemminista, in tutte le sue forme, si mostra nella sua urgenza e pone delle difficoltà inedite. È necessario uno sforzo collettivo per pensare una lettura femminista del presente, della crisi pandemica e delle misure messe in campo per superarla, verso e oltre l’8 marzo.

Il gruppo tematico si propone di costruire un’analisi collettiva dell’attuale fase politica, di formulare rivendicazioni adeguate alle trasformazioni del presente e di proporre pratiche per lo sciopero femminista e transfemminista. In particolare:

   1-Come analizziamo il lavoro, produttivo e riproduttivo, e le condizioni economiche nell’attuale fase politica? Come si è riarticolata la divisione sessuale del lavoro? Quali lotte si sono innescate sul terreno della riproduzione sociale?

   2- Come attualizziamo le rivendicazioni che abbiamo portato avanti in questi anni (reddito, salario e permesso di soggiorno europeo)? Quali pratiche per rispondere alla disciplina dei mercati finanziari sui nostri corpi, alla luce di una lettura femminista del Recovery Plan e del debito? Come riportare la riproduzione al centro delle nostre rivendicazioni?

   3-Come costruiamo lo sciopero femminista nelle sue diverse declinazioni, superando le difficoltà di accesso ai luoghi di lavoro, di mobilitazione nello spazio pubblico e di organizzazione di forme di astensione e protesta tra le mura domestiche? Quali pratiche di sciopero possiamo inventare/reinventare non solo contro il lavoro riproduttivo non salariato, ma anche contro lo smartworking e tutti quei lavori che hanno subito pesanti conseguenze (freelance, lavoro informale, etc.)? Quali rapporti possiamo tessere con lavoratrici, delegate e sindacaliste? In quali contesti e con quali strumenti?

30-31.01.2021-Gruppo Scuola

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L’appello di lancio di Non una di Meno per il 30 e 31 gennaio 2021, due giornate online dove si articoleranno alcuni Gruppi tematici di discussione verso lo sciopero dell’8 marzo: Violenza e Percorsi di fuoriuscita; Scuola; Economia e Lavoro; Salute; Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica. Qui il form da compilare per partecipare ai gruppi. La seconda tappa è l’Assemblea Nazionale del 6 febbraio, sempre in modalità online. A breve tutte le info. Di seguito il testo del Gruppo Scuola.

Traccia gruppo Scuola

Chiudere la scuola, mai come in questo ultimo anno ha significato, per docenti e student* , “non respirare”. Dopo anni di attacchi sistematici alla libertà di insegnamento, di ricollocazione del mestiere di insegnante nella cornice di cura e maternage e di obbedienza a un sistema standardizzato di obiettivi (la sorveglianza Invalsi è in grado di determinare persino il grado di reputazione di ognuna!), la pandemia ha suggellato definitivamente diseguaglianze e ingiustizie di genere “croniche”. Le donne, in epoca emergenziale, continuano ad essere sacrificabili; si sono trovate, soprattutto nei mesi di lockdown, a doversi prendere cura di anzian*, bambin*e contemporaneamente a gestire in smart working ciò che rimane di un lavoro sempre più compromesso e a rischio.

Parliamo di insegnanti, collaboratrici scolastiche, educatrici, etc. Gli unici investimenti sono andati a nuove forme contrattuali, con poche tutele e con ritardi nei pagamenti (contratti Covid), per consentire, soprattutto, l’apertura della scuola d’infanzia e primaria; poiché i bambini e le bambine non potrebbero rimanere a casa da soli in DAD, le maestre restano “le invisibili”, mai considerate come personale a rischio. Diverso è per le scuole superiori in cui si prefigura “danno minore” la sovraesposizione alla didattica digitale, oggettivamente alienante e fonte di stress e solitudine. Non si è investito nella riduzione di classi pollaio e nell’edilizia scolastica.

La già quasi-inesistente educazione sessuale è scomparsa del tutto, mentre la dissoluzione della scuola come spazio di incontro e riferimento ha abbandonato in casa migliaia di giovanissim*, di certo non immuni al preoccupante aumento di violenza domestica misogina o omotransfobica. Non possiamo inoltre non credere che i numerosi episodi di violenza di genere tra ragazz* in età scolastica degli ultimi mesi non abbiano niente a che fare con la dissoluzione di qualsiasi riferimento educativo oltre la famiglia. In compenso i sindacati confederali hanno ridimensionato, riducendolo, il diritto di sciopero.

Ma l’otto marzo noi scioperiamo! Lo sciopero femminista e transfemminista dovrà svelare scelte e investimenti non basati sui bisogni della scuola pubblica, delle lavoratrici e dei/delle bambine, ma dettati dalla volontà politica di tenere in vita un sistema capitalista-patriarcale che non deve perdere linfa e sostentamento e che, anzi, sta cercando di riorganizzarsi secondo logiche sempre più mercantilistiche e privatistiche. Dentro e fuori le aule scolastiche, continueremo a pretendere una scuola “rovesciata”, che rifiuti il ruolo di “predestinate alla cura” assegnato alle donne e alle soggettività dissidenti – ruolo definito “essenziale” nella crisi pandemica ma in realtà discriminato, sfruttato e disconosciuto – e affermi la prospettiva di genere in tutte le discipline, i metodi e gli ambiti di condivisione e costruzione del sapere e in percorsi di educazione sessuale vincolanti. Per prevenire la violenza maschile contro le donne si deve partire fin da piccoli e piccole. L’unico “starting strong” ammesso!

Stimoli per la discussione

-Come analizziamo il sistema-scuola in tutte le sue articolazioni e aspetti, sia strutturali che formativo-didattici, nell’attuale fase politica? Come analizziamo il lavoro nella scuola e intorno alla scuola, che in tempo di pandemia ha ancor di più evidenziato come le attività di riproduzione della vita siano principalmente a carico delle donne e perpetuino disuguaglianze strutturali sia in ambito lavorativo che dentro le mura domestiche?

-Come ripensiamo attualizziamo le rivendicazioni portate avanti nel periodo pre-pandemia? Cosa proponiamo dal punto di vista legislativo/normativo nel nostro paese perché si compia una trasformazione di programmi/curricoli/testi scolastici tale da considerare imprescindibile la lotta all’omolesbotransfobia, al razzismo, sessismo e messaggi stereotipati? Quali investimenti in progetti, formazione per educare alle differenze? Quale può essere il contributo concreto di Non Una Di Meno in termini di trasformazione della didattica e costruzione di interventi formativi?

-Come si può costruire lo sciopero femminista dentro la scuola? Quali pratiche politiche e lotte sindacali possono contribuire a sgretolare strutture/dispositivi/abitudini discriminatorie e sessiste dentro la scuola e rafforzare consapevolezza/libertà delle insegnanti? Quali lotte e pratiche studentesche possono trasformare la “normalità” della formazione e del suo mondo? Come si possono costruire connessioni sinergiche e strutturali tra i diversi soggetti/soggettività operanti nella scuola?

30-31.01.2021 – Gruppo Corpi Ecosistema Giustizia Climatica

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L’appello di lancio di Non una di Meno per il 30 e 31 gennaio 2021, due giornate online dove si articoleranno alcuni Gruppi tematici di discussione verso lo sciopero dell’8 marzo: Violenza e Percorsi di fuoriuscita; Scuola; Economia e Lavoro; Salute; Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica. Qui il form da compilare per partecipare ai gruppi. La seconda tappa è l’Assemblea Nazionale del 6 febbraio, sempre in modalità online. A breve tutte le info. Di seguito il testo del gruppo Corpi Ecosistema Giustizia Climatica 

Assemblea Nazionale Non Una Di Meno, 30-31 gennaio 2021

Prima parte 
Presentazione gruppo, pratiche e note metodologiche
Obiettivi e presentazione del gruppo (Verso 8M, si inserisce percorso nazionale di NUDM, inserito in un processo che va dalla scrittura del piano agli altri spazi di elaborazione che come NUDM ci siamo datu – vedere link e testi terza parte)
Obiettivi del gruppo (trasversali ad altri gruppi): a) analisi condivisa; b) Recovery Fund; c) Pratiche 8M sciopero. Tutte le macroaree di approfondimento della due giorni del 30/31 sono trasversali. Lo abbiamo scritto nel PIANO che la violenza è sistemica. 


PROPOSTA DI INTRO E CONTESTUALIZZAZIONE

Non si potrà prescindere dal parlare delle relazioni tra corpi nell’ecosistema parlando di educazione/formazione, di salute, di violenza ambientale, criminalizzazione e violenza di genere, di produzioni/economia e lavoro, di welfare ma crediamo importante uno spazio di approfondimento e di elaborazione che sappia dare energia alle nostre pratiche.
Lo abbiamo scritto nel PIANO ci vogliamo liberə dalla violenza ambientale, dalle violenze sui territori che colpiscono anche noi, per generare spazi e pratiche transfemministe contro lo sfruttamento neoliberare, oltre il modello antropocentrico.
La violenza della pandemia ha rimesso al centro la vulnerabilità come tratto comune fra tutti gli esseri viventi, la morte come parte della vita, la logica del profitto e della produzione a qualsiasi costo, l’accaparramento dell’acqua, dell’aria, dei corpi e della terra…, la violenza indiscriminata sulla biodiversità e gli ecosistemi, la finanziarizzazione dei beni comuni e essenziali per la vita.
Il capitalismo predatorio e coloniale e le politiche neoliberiste degli ultimi 30 anni hanno smantellato le politiche pubbliche di welfare, sanità e scuola e hanno stravolto i rapporti di forza, accentuando le diseguaglianze.
É oggi più urgente che mai superare i binarismi alla base delle linee di oppressione e privilegio di cui si nutre l’attuale sistema di produzione capitalista ed eteronormato: alteritá//subordinazione, agricolo//urbano, umano/animale, noi/loro, oggetti//soggetti, natura//cultura, produzione//riproduzione, uomo//donna, etero//LGT*BQIPA+, bianco//nero, abile//disabile, vecchiə//giovanə, nord//sud, …
Guardiamo a popoli e movimenti rivoluzionari femministi, ecotransfemministi e/o antipatriarcali (da Las mujeres indigenas por el buen vivir alla rivoluzione delle donne del Rojava e la condivisione dei saperi di Jineology, dal movimento zapatista al popolo palestinese…) e alle loro elaborazioni. Siamo parte di una marea globale che abbatte frontiere e si afferma a livello transnazionale, tessendo e articolando connessioni, percorsi e pratiche verso orizzonti comuni di lotta e liberazione.
Ribaltando il paradigma che vuole le donne e i corpi femminilizzati come naturalmente legati alla Terra e alla riproduzione, vorremmo analizzare i nessi che pensiamo esistano tra violenza ambientale e violenza di genere 
L’ecosistema e la terra stanno lentamente morendo a causa delle logiche capitaliste di sopraffazione e del delirio di onnipotenza su ogni cosa vivente e non vivente dell’autodefinitosi “homo sapiens”. 
Riconosciamo queste forme di violenza come strutturali e funzionali allo sviluppo del sistema economico capitalistico e patriarcale 
È in atto un vero e proprio terricidio (parola  introdotta dal movimento mujeres del buen vivir). Confermiamo la volontà di fermare, il famoso treno veloce che continua a correre sui binari verso la distruzione. 
A un anno dall’inizio di questa pandemia globale, che continua a colpire milioni di persone, la politica istituzionale, attraverso misure quali quelle del recovery Fund, conferma di voler continuare sullo stesso treno e sugli stessi binari. Non solo, vogliono anche accelelare la corsa. 
Il recovery Fund vincola l’italia a destinare il 37% dei fondi alla green economy. Un Piano che acapparra lessico, campo semantico e politico. Parla di sostenibilità ambientale senza qualificarne il concetto, proponendo un impianto narrativo che indebolisce ulteriormente diritti e politiche pubbliche. Non c’è visione sistemica che leghi l’urgenza di una transformazione radicale del modello di produzione, alla salute, al welfare e all’educazione, al lavoro, e soprattutto alla violenza di genere. Continua a spianare la strada al modello imprenditoriale del green wahsing e ai capitali finanziari, promuovendo grandi opere  e non affrontando le questioni strutturali che sono al cuore dell’attuale crisi pandemica. Reclama una svolta green mentre il governo si accinge a calendarizzare proposte di legge che allargano il mercato degli OGM riconfermando il potere devastante delle multinazionali sull’ecosistema. Parla di aiuti alla filiera agroalimentare, mentre braccianti e violazioni della grande filiera globale restano innominate, impunite e invisbili.
Nessun nuovo green washing su di noi, sui corpi tutti e sui territori! 
Questo grido deve risuonare forte il prossimo 8 Marzo con lo sciopero femminista e transfemminista globale. 
Vogliamo una geografia fucsia per l’ecosistema.
Traccia di lavoro:

  • Come scendiamo dal treno e che direzione diamo al nostro muoverci?
  • Le conseguenze della devastazione ambientale, del terricidio e della crisi climatica agiscono su tutti i corpi allo stesso modo? Quali sono i tratti comuni con il genocidio animale?
  • Qual è il ruolo delle donne, dei corpi femminilizzati, degli animali e della terra nella riproduzione sociale?
  • Quali le possibili relazioni tra corpi femminili, femminilizzati, razzializzati, animalizzati, soggettività LGBT*QIA+, animali non umani e tutti i corpi viventi in un’ottica intersezionale e di convivenza multispecie?
  • Il recovery plan: in quali elementi si sostanzia il Green washing? Quali le criticità e i campi di battaglia politica?
  • Quali pratiche proponiamo per la costruzione di alternative al sistema? 
  • Quali esperienze di resistenza e solidarietà multi-specie a partire dai corpi oppressi vogliamo rilanciare in vista del prossimo 8 Marzo?
  • Lo  sciopero dei e dai consumi che attraversa l’8M è una lotta politica collettivaanticapitalista: come riusciamo a generare processualità che superino il piano della scelta individuale?
  • Quali pratiche di sciopero per questo 8M dove molte saranno le restrizioni imposte sui territori e i corpi? Quali pratiche di sciopero di genere e dai generi? …di sciopero dei e dai consumi? … di sciopero produttivo e riproduttivo?

Pratiche del gruppo: 
1. Raccolta tra tutte le assemblee delle pratiche fino ad ora agite per lo sciopero dei generi e dei consumi2. apertura e comunicazione a chi ha lavorato con noi in questi anni intrecciando gli scioperi e il percorso transfemminista al movimento del clima, ai BLM, ai movimenti LGTBQIPA+, agli spazi ecotransfemministi e CAV, alla cultura antispecista
Seconda parte: Materiali di riferimento
Assemblea dello spazio ecotransfemminista multispecie del 30 maggio 2021 https://retecorpieterranud.wixsite.com/seminaria/post/spazio-ecotransfemminista-multispecie dal greenwashing del ricovery fund (su cui io personalmente non ho fatto approfondimenti) e ho trovato questi articoli https://www.genova24.it/2021/01/fridays-for-future-solo-54-del-recovery-fund-e-per-lambiente-inaccettabile-greenwashing-249038/https://www.huffingtonpost.it/entry/serve-un-recovery-plan-green-senza-greenwashing_it_5f6d8014c5b61af20e73780bhttp://www.vita.it/it/article/2020/12/11/venturi-aiccon-recovery-fund-un-futuro-debole-sta-generando-un-piano-d/157688/

  • Quali forme di produzione e riproduzione sociale ed ecologica possono aprire la strada all’autodeterminazione di corpi e territori?
  • Come valutiamo l’avvio di processi di attraversamento tra movimenti femministi, transfemministi ed ecologisti?
  • Quali sono le relazioni tra lo sciopero femminista e lo sciopero per il clima? Losciopero dei consumi può essere un terreno di convergenza tra questi movimenti?
  • Quali pratiche per evidenziare l’aspetto della violenza ambientale nello sciopero dell’8M, anche a partire dai contributi che ci possono dare le elaborazioni, esperienze e pratiche queer e dei movimenti LGTBQIPA+ e antispecisti?
  • Quali iniziative vogliamo costruire in vista dell’8M?
  • Come approfondire, valorizzare e disseminare gli intrecci tra saperi situati femministi e quelli delle reti locali che, nel corso delle lotte contro le nocività industriali, le opere inutili, i piani di bonifica e gli effetti del cambiamento climatico producono conoscenze sul nesso tra devastazione ambientale, corpi e salute?
  • Come coltivare le reti di supporto, scambio, terreni di lotta comune che ci legano da Rojava, dov’è in corso il tentativo di estinguere un progetto di autogoverno dal basso, femminista ed ecologista all’Amazzonia dove le popolazioni indigene sono in prima linea nella difesa di territori e cosmovisioni incompatibili con il capitalismo estrattivista?

 report roma
sciopero 8 marzo
sciopero dei generi e dei consumi

  • 23 marzo 2019 sciopero per il clima a cui abbiamo partecipato come TCT NUDMwixsite.com/seminaria/post/23marzoa-roma-per-manifestazione-contro-il-cambio-climatico-e-le-grandi-opere costruendo la nostra presenza in un percorso con movimenti ecologisti e queer

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Terza parte: a disposizione per riflessioni e link a materiali dello sciopero di generi e consumi anni precedenti 

  • ASSEMBLEA NAZIONALE NUDM NAPOLI 19-20 Ottobre 2019 
  • nel report della plenaria 
  • Ci siamo dette che alla violenza sistemica maschile che sta esplodendo a livello globale in maniera esponenziale dunque rispondiamo con la pratica transfemminista dell’intersezionalità del “FARE SPAZIO” .
  • Violenza sui corpi, violenza istituzionale, giustizia Patriarcale, mediatica ed ecologica: è su questi terreni che vogliamo costruire quotidianamente la nostra “vendetta”, che, come ci insegnano le donne curde, non vuol dire occhio per occhio ma costruire la società che vogliamo nella pratica agendo il conflitto.
  • report tavolo NON UNA DI MENO, NON UN GRADO IN PIU’, NON UNA SPECIE DI MENO ass nazionale Napoli 
  • Ormai tre anni fa Nonunadimeno nel suo piano ha riconosciuto la violenza ambientale come uno dei volti della violenza patriarcale. Oggi, riprendere il filo del discorso non era più rimandabile, perché le mobilitazioni degli ultimi anni femministe, transfemminste ed ecologiste hanno ribaltato l’agenda politica: quelle che fino erano sempre state considerate appendici accessorie dei movimenti oggi ci danno una prospettiva chiara sul profondo nesso che c’è tra capitalismo, patriarcato, colonialismo ed estrattivismo. Ed è proprio a partire dall’analisi e dalla consapevolezza di questo nesso che vogliamo partire per l’elaborazione delle nostre pratiche.
  • Se la lotta ecologista è una lotta contro il sistema economico capitalista, non possiamo non tener conto che questo sistema si basa sull’accumulazione originaria del lavoro riproduttivo delle donne e della terra. Non è quindi un legame essenzializzato che lega le donne alla terra, ma il ruolo che storicamente è stato loro assegnato. Ed è quindi partendo dalla nostra declinazione di sciopero riproduttivo e con un’ottica intersezionale che vogliamo approcciare i movimenti ecologisti. Il capitalismo divide sistematicamente corpi e terre da sfruttare e già sfruttate secondo le linee del genere, della razza, della specie, della classe, ed è per questo che alcuni corpi ed alcuni territori sono più sfruttati di altri. Lo sfruttamento dei corpi e dei territori è ciò che lega le due lotte. Non si può parlare di autodeterminazione di corpi e territori senza parlare di ecologia.
  • Non vogliamo la quota verde nella marea fucsia o la quota fucsia nella marea verde, ma una reale intersezione delle lotte che si traduce in attraversamenti e contaminazioni con il movimento ecologista che sta invadendo le piazze del mondo e con le lotte ambientali che già da anni esistono sui nostri territori.
  • Crediamo sia necessario segnare la continuità tra il 22 novembre (Trans Freedom March), il 23 novembre (manifestazione nazionale Nonunadimeno) e 29 novembre (quarto sciopero globale di Fridaysforfuture) tessendo relazioni con le assemblee territoriali, transterritoriali   e transnazionali confrontandoci sui temi che ci accomunano: sciopero, autodeterminazione e produzione\riproduzione.
  • Vogliamo sostituire la retorica universalizzante dell’”ambiente da salvare” con una pratica di lotta che parta dai nostri territori. Le lotte territoriali negli anni sono state il piano di resistenza e anche di criminalizzazione della stessa ed è solo a partire dalle resistenze locali che possiamo avere uno sguardo realmente transnazionale.
  • Sui territori ci sono corpi e comunità sapienti che hanno prodotto conoscenze specifiche sul nesso tra devastazione ambientale e salute. Questi saperi non sono riconosciuti e sono esclusi da ciò che viene proposto nelle scuole come “educazione ambientale”. Riteniamo fondamentale autorganizzarci per la condivisione di saperi situati volti a creare percorsi autodeterminati e determinanti sull’educazione ecologica e transfemminista, relazionandoci con la componente giovanile che anima i movimenti ecologisti del paese, i collettivi studenteschi e universitari, ricercatoru e docentu.
  • Ci dicono che siamo in emergenza climatica: ma noi conosciamo la retorica dell’emergenza perché è la stessa che hanno usato per la violenza di genere, che noi sappiamo essere problema strutturale e non emergenziale. Allo stesso modo non c’è un’emergenza climatica ma piuttosto un’urgenza dovuta a sfruttamento sistematico delle nostre vite e dei territori che non è più accettabile e sostenibile.
  • Rifiutiamo i piani dei green deal perché non cambiano il sistema in cui queste emergenze continuano a prodursi. I comitati delle lotte territoriali sono i terreni di resistenza che ci hanno insegnato che non sono emergenze, perché non sono eccezioni.
  • La nostra resistenza comincia quindi dal rifiuto di espropri, cementificazioni, e tutte le opere inutili e dannose per la nostra salute e i nostri territori.  Rifiutiamo i piani di bonifica come militarizzazione del territorio e come piani di  investimento di altri sfruttatori; non si può parlare di bonifica senza parlare di autodeterminazione dei corpi e dei territori e di diritto alla salute.
  • Siamo contro i confini culturalmente costruiti tra umano e non umano. Vogliamo rompere con l’idea dell’eccezionalismo della natura umana ed uscire da una prospettiva antropocentrica e vogliamo farlo realmente nelle pratiche. Essere antispecistu non può limitarsi ad uno stile di vita vegano, così come uno stile di vita vegano non dovrebbe essere solo una scelta individuale ma un processo politico collettivo che sia anche una lotta al sistema di produzione capitalista.
  • Proponiamo di trovare un obbiettivo sensibile durante la manifestazione del 23 novembre a Roma per rilanciare il Global Strike del 29 e che all’interno della manifestazione trovino spazio tutti questi contenuti.
  • Proponiamo di pensare allo sciopero dell’8 marzo, che quest’anno cadrà di domenica, focalizzandoci anche sullo sciopero dai consumi e dal lavoro riproduttivo.
  • Vogliamo porci come obbiettivo la collettivizzazione del lavoro riproduttivo (l’otto marzo e tutti i giorni) come forma di sciopero dallo stesso, perché le donne dei comitati che si battono contro la violenza ambientale ci hanno insegnato che funziona ed è una strada da praticare.
  • Quando ci interroghiamo sulla pratica del boicottaggio e lo sciopero dai consumi dobbiamo considerare che debba andare di pari passo con un ripensamento della produzione e una sinergia con i/le lavoratoru e braccianti migranti e non. Abbiamo bisogno di costruire legami di fiducia tra aree rurali e città, produttoru e consumatoru, con le collettive e i collettivi agroecologici. Un processo che si interroghi sulla questione dei consumi non come scelta individuale ma come questione politica collettiva e che superi la logica del chilometro zero per arrivare ad una produzione a sfruttamento zero.
  • Vogliamo continuare la riflessione e discussione politica nelle nostre assemblee locali e alle prossime assemblee nazionali oltre le scadenze.
  • Ci auguriamo di poter riprendere tutti gli spunti importanti che non abbiamo avuto il tempo di approfondire durante la due giorni di Napoli, come la proposta di una campagna contro gli OGM e i trattati libero mercato, che si inserisce in una prospettiva di lotta transnazionale e anticoloniale. Una lotta che si costruisce in rete con gli altri movimenti dei popoli originari e degli altri paesi superando un facile concetto di solidarietà e passando ad un atteggiamento consapevole nella lotta contro il capitalismo e il liberismo a livello globale.
  • Feliciu della discussione che è appena iniziata ma che già ci offre svariati spunti di riflessione e di lotta, torniamo nei nostri territori col desiderio di metterci in contatto, in ascolto, in sinergia con tuttu lu soggettu in lotta come noi e facciamo delle nostre elaborazioni una prassi politica.
  • Siamo rivolta: è il momento di colpire al cuore del patriarcato.
  • Manifestazione 23 novembre – appello 
  • La lotta femminista e transfemminista crea resistenza e alternativa nella costruzione di legami e intrecci attraverso la riappropriazione dello sciopero come pratica di conflitto come processo di trasformazione dell’esistente che opponga la cura, l’autodeterminazione e l’equità sociale allo sfruttamento dei corpi e dell’ambiente.
  • Attacchiamo la violenza ambientale e lo sfruttamento che devastano e opprimono i nostri corpi, i nostri territori e ci schieriamo contro i trattati del libero commercio.
  • ASSEMBLEA NAZIONALE ROMA 24 NOVEMBRE 
  • Tavolo ecofemminismo. Libere/u dalla violenza ambientale: transfemminismo ed ecologia 
  • Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, vediamo le acque prendersi Venezia e le isole della laguna. La città sommersa mostra gli effetti devastanti di una gestione predatoria del territorio incapace di confrontare i cambiamenti climatici. Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, all’Ilva di Taranto si continua a lottare contro l’alternativa infernale tra lavoro e nocività industriale. Con uno sguardo alla laguna e alle lotte di Taranto, il 24 novembre Non Una di Meno continua a interrogarsi sui nessi che, a livello locale e globale, legano la violenza ambientale alla violenza delle relazioni patriarcali, capitaliste e coloniali.
  • Costruiamo questo percorso a partire da saperi e le pratiche femministe e antirazziste secondo cui non è un’indifferenziata specie umana a causare la crisi ecologica. Al contrario, le responsabilità della devastazione ambientale e i diversi gradi di esposizione alle nocività industriali, all’inquinamento e al cambiamento climatico dipendono da ineguaglianze strutturali. Solo un corpo a corpo con le relazioni di potere che hanno creato gerarchie lungo le linee del genere, del colore, della classe e del posizionamento geografico può condurre a un radicale cambiamento delle relazioni sociali ed ecologiche. Solo il corpo a corpo con le storie di appropriazione e sfruttamento che hanno ridotto territori ed esseri viventi, umani e non umani, a risorse da sfruttare può aprire la strada alla costruzione dei mondi futuri che desideriamo.
  • Nel corso dell’assemblea di Napoli abbiamo sostenuto l’importanza di coltivare intersezioni tra movimenti trans/femministi ed ecologisti. Abbiamo individuato tre elementi centrali su cui costruire percorsi di attraversamento e contaminazione:
  • autodeterminazione di corpi e territori;
  • valorizzazione di modi di produzione/riproduzione sociale ed ecologica alternativi alla logica dello sfruttamento, della privatizzazione e del profitto;
  • la reinvenzione dello sciopero. 
  • Il 24 novembre torniamo a discuterne in vista delle mobilitazioni del prossimo 8 marzo e oltre.
  • Questi gli spunti da sviluppare:
  • Quali forme di produzione e riproduzione sociale ed ecologica possono aprire la strada all’autodeterminazione di corpi e territori?
  • Come valutiamo l’avvio di processi di attraversamento tra movimenti femministi, transfemministi ed ecologisti?
  • Quali sono le relazioni tra lo sciopero femminista e lo sciopero per il clima? Lo sciopero dei consumi può essere un terreno di convergenza tra questi movimenti?
  • Quali pratiche per evidenziare l’aspetto della violenza ambientale nello sciopero dell’8M, anche a partire dai contributi che ci possono dare le elaborazioni, esperienze e pratiche queer e dei movimenti LGTBQIPA+ e antispecisti?
  • Quali iniziative vogliamo costruire in vista dell’8M?
  • Come approfondire, valorizzare e disseminare gli intrecci tra saperi situati femministi e quelli delle reti locali che, nel corso delle lotte contro le nocività industriali, le opere inutili, i piani di bonifica e gli effetti del cambiamento climatico producono conoscenze sul nesso tra devastazione ambientale, corpi e salute?
  • Come coltivare le reti di supporto, scambio, terreni di lotta comune che ci legano da Rojava, dov’è in corso il tentativo di estinguere un progetto di autogoverno dal basso, femminista ed ecologista all’Amazzonia dove le popolazioni indigene sono in prima linea nella difesa di territori e cosmovisioni incompatibili con il capitalismo estrattivista?

30-31.01.2021 – GRUPPO VIOLENZA DI GENERE, PERCORSI DI FUORIUSCITA E PRATICHE NUDM SUI TERRITORI

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L’appello di lancio di Non una di Meno per il 30 e 31 gennaio 2021, due giornate online dove si articoleranno alcuni Gruppi tematici di discussione verso lo sciopero dell’8 marzo: Violenza e Percorsi di fuoriuscita; Scuola; Economia e Lavoro; Salute; Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica. Qui il form da compilare per partecipare ai gruppi. La seconda tappa è l’Assemblea Nazionale del 6 febbraio, sempre in modalità online. A breve tutte le info. Di seguito il testo del GRUPPO VIOLENZA DI GENERE, PERCORSI DI FUORIUSCITA E PRATICHE NUDM SUI TERRITORI.

Assemblea Nazionale Non Una Di Meno, 30-31 gennaio 2021

CONTESTO SUL TEMA

Durante la  pandemia abbiamo subìto la Casa come luogo sicuro a discapito della dimensione sociale, politica e lavorativa. In casa abbiamo perso lavori già precari e vissuto in maniera forzata il carico del lavoro riproduttivo, tenendo appesa al virtuale buona parte delle relazioni non domestiche, escluse dalle concessioni previste dai decreti. L’isolamento si è fatto presto insopportabile, vista l’impossibilità di sottrarsi a violenze fisiche, psicologiche, economiche, allo stigma sociale per le persone  lgbtqia*, le persone trans* e queer nella famiglia di origine, l’ esclusione dal discorso pubblico e il relegamento nel solo ambito privato. Le soggettività colpite dal diktat maschile ed eteronormativo sono le persone lgbtqia* e le donne, le cui esistenze precarie, non tradizionali e anti patriarcali hanno tenuto duro sotto i colpi di un’emergenza globale che ha reso lampanti le rivendicazioni storiche dei movimenti transfemministi.

L’altissimo numero di femminicidi è la punta dell’iceberg di un sistema il cui scioglimento farebbe emergere le forme di violenza più invisibili contro le persone trans e non binarie. La violenza maschile è strutturale e diffusa in maniera capillare nella società, le sue fondamenta sono ancora salde in un retroterra culturale e politico retrogrado e patriarcale, che attacca chi critica il ruolo di genere come destino e  legittima le violenze sui nostri corpi, vedi la “cultura dello stupro”. Il numero delle violenze sulle persone trans, intersex e non binarie, sulle donne, le lesbiche, é alto e le narrazioni sono inquinate da pregiudizi culturali che mirano a invisibilizzare, vittimizzare, nascondere gli episodi di violenza maschile, per questo è necessario costruire da subito una cornice di lavoro che metta in discussione le rappresentazioni stereotipiche e stigmatizzanti della violenza.  

La flessione delle denunce nella prima parte del 2020 non é stata determinata dall’assenza di abusi intrafamiliari, ma, anzi, da una serie di concause che già avevamo rilevato nella stesura del Piano Femminista di Non Una Di Meno e da una crescente sfiducia da parte di chi vive situazioni di violenza verso i percorsi proposti dalle istituzioni preposte ad arginare il fenomeno. Gli effetti della pandemia confermano le nostre rivendicazioni “storiche”, richiedendo uno sforzo di rilancio delle lotte fino ad ora abbiamo tracciato. 

In questo quadro è necessario porre saldamente alla base della discussione il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia di ciascuna libera soggettività, e denunciare le forme di violenza e di utilizzo dei nostri corpi e sulle nostre vite, come il revenge porn, lo sfruttamento della prostituzione e la tratta.  

Come noto Non Una di Meno nasce a partire da un’alleanza fra collettivi femministi, associazioni, centri antiviolenza, singole/u, un rapporto che è nel tempo cambiato, in maniera diversa per ogni assemblea territoriale. Approfondire la relazione può favorire la rete di sostegno ai percorsi di uscita dalla violenza, ricerca del lavoro, reti amicali, supporto ai servizi. L’ottica è rinforzare i servizi forniti dai Centri AntiViolenza (CAV) e permettere alle reti sociali locali di svolgere un lavoro di supporto e solidarietà fondamentali. Partendo da queste nostre esperienze condivise leggiamo il Recovery fund e ripartiamo da alcune domande, che aprano alla discussione collettiva per produrre rivendicazioni diffuse.

Quali sono le PRATICHE DI RISPOSTA AI FEMMINICIDI,  ALLA VIOLENZA DI/DEL GENERE?

Obiettivi: 

  • denunciare il fenomeno in tutte le sue forme (stalking, discriminazioni di genere, omolesbobitransfobiche, soprusi, stupri, attacchi verbali) 
  • trovare le parole adeguate: non siamo vittime, non ce la siamo cercata
  • supportare chi resta e le pratiche di solidarietà come quelle nate grazie a Non una di meno Piacenza attorno al lesbicidio di Elisa Pomarelli
  • ottenere la centralità della nostra voce nel discorso pubblico in modo che non si assuma più come canone il corpo e la soggettività cisgender e binari, motivo per cui viene somministrata alle persone trans* una normalizzazione violenta
  • promuovere un cambio culturale per la visibilizzazione della violenza verso le persone  lgbtqia*, le persone trans* e queer

Quali sono le PORTE DI FUORIUSCITA DALLA VIOLENZA e i loro limiti? 

Obiettivi:

  • mettere in luce le debolezze del sistema dell’antiviolenza istituzionale (formazione del personale delle forze dell’ordine, dei tribunali e del sistema sanitario e gestione finanziamenti)
  • mettere in luce le rivendicazioni più urgenti in tema di CAV e ampliare le pratiche (la presa in carico, oltre alle donne, delle soggettività non binary e trans, diffondere il reddito di autodeterminazione) 
  • mettere in luce le criticità del sistema sanitario ai fini dell’emersione di ogni forma della violenza come quella ospedaliera, ostetrico/ginecologica e andrologica
  • porre l’accento sui percorsi di autonomia e di libertà per le donne, le persone lgbtqia*, le persone trans* e queer e le sex worker

Quali sono le forme della VIOLENZA ISTITUZIONALE e come contrastarla?

Obiettivi:

  • rivendicare quali sono i livelli di assistenza sanitaria di base e le forme di tutela e garanzia della salute riproduttiva più inclusive per migranti, persone private della libertà personale, persone trans e non binarie 
  • sostituire con l’autonomia e l’autodeterminazione il discorso psichiatrico sulle persone trans*, basato su criteri cisgender, sovradeterminanti e violenti
  • denunciare che i Tribunali sono un luogo dove chi cerca “giustizia” spesso trova percorsi lunghi e complicati, costellati da parole e pratiche che rischiano di reiterare la violenza.  Continuare il lavoro sulla PAS che da 30 anni è presente nei Tribunali e richiede una presa di posizione
  • denunciare che le istituzioni moltiplicano la violenza e riproducono le rappresentazioni sessiste tipicamente associate alle donne e alle persone LGBTQIA+, relegando al silenzio o all’invisibilità le loro esperienze. Dobbiamo nominarci, combattere e imporre un cambiamento nella relazione.

Come sviluppare la RELAZIONE CON I CAV e le  PRATICHE DI ACCOGLIENZA DIFFUSA?

Obiettivi:

  • definire dinamiche virtuose fra Non una di meno e CAV per favorire l’emersione di situazioni di violenza, la condivisione di strumenti per il sostegno dei percorsi di autonomia
  • aprire nuovi luoghi sicuri dove costruire accoglienza, percorsi di autonomia e favorire un lavoro culturale sulla violenza maschile, di supporto in particolare alle persone lgbtqia* trans e queer che attualmente si trovano senza risposte concrete. Le esperienze come Lucha y Siesta, la Limonaia – Zona Rosa, La Magnifica occupata, la  Mala servanen jin occupata, la casa delle donne di Alessandria devono moltiplicarsi sui territori. 

E, in definitiva: Come facciamo “vivere” queste riflessioni all’interno delle pratiche di sciopero trasversali che metteremo in campo l’8 Marzo?

30-31 gennaio – Non una di Meno: Gruppi tematici verso l’8 marzo

L’appello di lancio di Non una di Meno per il 30 e 31 gennaio 2021, due giornate online dove si articoleranno alcuni Gruppi tematici di discussione verso lo sciopero dell’8 marzo: Violenza e Percorsi di fuoriuscita; Scuola; Economia e Lavoro; Salute; Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica. Qui il form da compilare per partecipare. La seconda tappa è l’Assemblea Nazionale del 6 febbraio, sempre in modalità online. A breve tutte le info. Stay tuned.

QUESTI GLI ORARI DEI GRUPPI, clicca per leggere il testo di convocazione di ogni Gruppo tematico

SABATO 30 GENNAIO
14.00-17.00: Gruppo Economia e Lavoro
17.30-20.30: Gruppo Salute

DOMENICA 31 GENNAIO
10.00-13.00: Gruppo Scuola
14.00-17.00: Gruppo Corpi, Ecosistema, Giustizia Climatica
17.30-20.30: Gruppo Violenza e Percorsi di fuoriuscita

Negli ultimi anni abbiamo vissuto lo sciopero femminista e transfemminista globale come una manifestazione di forza, il grido di chi non accetta di essere vittima della violenza maschile e di genere. Abbiamo riempito le piazze e le strade di tutto il mondo con i nostri corpi e il nostro desiderio di essere vive e libere, abbiamo sfidato la difficoltà di scioperare causata dalla precarietà, dall’isolamento, dal razzismo istituzionale, abbiamo dimostrato che non esiste produzione di ricchezza senza il nostro lavoro quotidiano di cura e riproduzione della vita, abbiamo affermato che non siamo più disposte a subirlo in condizioni di sfruttamento e oppressione.

A un anno dall’esplosione dell’emergenza sanitaria, la pandemia ha travolto tutto, anche il nostro movimento e la nostra lotta, rendendoli ancora più necessari e urgenti. Lo scorso 8 marzo ci siamo ritrovatə allo scoccare del primo lockdown e abbiamo scelto di non scendere in piazza a migliaia e migliaia come gli anni precedenti, per la salute e la sicurezza di tutte. È a partire dalla consapevolezza e dalla fantasia che abbiamo maturato in questi mesi di pandemia, in cui abbiamo iniziato a ripensare le pratiche di lotta di fronte alla necessità della cura collettiva, che sentiamo il bisogno di costruire per il prossimo 8 marzo un nuovo sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi. Non possiamo permetterci altrimenti. il prossimo 8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi.

Dobbiamo creare l’occasione per dare voce a chi sta vivendo sulla propria pelle i violentissimi effetti sociali della pandemia, e per affermare il nostro programma di lotta contro piani di ricostruzione che confermano l’organizzazione patriarcale della società contro la quale da anni stiamo combattendo insieme in tutto il mondo. Non abbiamo bisogno di spiegare l’urgenza di questa lotta. Le tantissime donne che sono state costrette a licenziarsi perché non potevano lavorare e contemporaneamente prendersi cura della propria famiglia sanno che non c’è più tempo da perdere. Lo sanno le migliaia di lavoratrici che hanno dovuto lavorare il doppio per ‘sanificare’ ospedali e fabbriche in cambio di salari bassissimi e nell’indifferenza delle loro condizioni di salute e sicurezza. Lo sanno tutte le donne e persone Lgbt*QIAP+ che sono state segregate dentro alle case in cui si consuma la violenza di mariti, padri, fratelli. Lo sanno coloro che hanno combattuto affinché i centri antiviolenza e i consultori, i reparti IVG, i punti nascita, le sale parto, continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di personale e di finanziamenti pubblici aggravata nell’emergenza. continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di fondi.

Lo sanno le migranti, quelle che lavorano nelle case e all’inizio della pandemia si sono viste negare ogni tipo di sussidio, o quelle che sono costrette ad accettare i nuovi turni impossibili del lavoro pandemico per non perdere il permesso di soggiorno. Lo sanno le insegnanti ridotte a ‘lavoratrici a chiamata’, costrette a fare i salti mortali per garantire la continuità dell’insegnamento mentre magari seguono i propri figli e figlie nella didattica a distanza. Lo sanno lə studenti che si sono vistə abbandonare completamente dalle istituzioni scolastiche, già carenti in materia di educazione sessuale, al piacere, alle diversità e al consenso, sullo sfondo di un vertiginoso aumento delle violenze tra giovanissimə. Lo sanno le persone trans* che hanno perso il lavoro e fanno ancora più fatica a trovarlo perché la loro dissidenza viene punita sul mercato. A tuttə loro, a chi nonostante le difficoltà in questi mesi ha lottato e scioperato, noi rivolgiamo questo appello: l’8 marzo scioperiamo! Abbiamo bisogno di tenere alta la sfida transnazionale dello sciopero femminista e transfemminista perché i piani di ricostruzione postpandemica sono piani patriarcali.

A fronte di uno stanziamento di risorse economiche per la ripresa, il Recovery Plan non rompe la disciplina dell’austerità sulle vite e sui corpi delle donne e delle persone LGBT*QIAP+. Da una parte si parla di politiche attive per l’inclusione delle donne al lavoro e di «politiche di conciliazione», dando per scontato che chi deve conciliare due lavori, quello dentro e quello fuori casa, sono le donne. Dall’altra non sono le donne, ma è la famiglia – la stessa dove si consuma la maggior parte della violenza maschile, la stessa che impedisce la libera espressione delle soggettività dissidenti ‒ il soggetto destinatario dei fondi sociali previsti dal Family Act. E da questi fondi sono del tutto escluse le migranti, confermando e mantenendo salde le gerarchie razziste che permettono di sfruttarle duramente in ogni tipo di servizi. Così anche gli investimenti su salute e sanità finiranno per essere basati su forme inaccettabili di sfruttamento razzista e patriarcale. Miliardi di euro sono poi destinati a una riconversione verde dell’economia, che mira soltanto ai profitti e pianifica modalità aggiornate di sfruttamento e distruzione dei corpi tutti, dell’ecosistema e della terra.

Poco o nulla si dice delle misure contro la violenza maschile e di genere, nonostante questa sia aumentata esponenzialmente durante la pandemia, mentre il «reddito di libertà» è una risposta del tutto insufficiente alla nostra rivendicazione dell’autodeterminazione contro la violenza, anche se dimostra che la nostra forza non può essere ignorata. Questo 8 Marzo non sarà facile, ma è necessario. Lo sciopero femminista e transfemminista non è soltanto una tradizionale forma di interruzione del lavoro ma è un processo di lotta che attraversa i confini tra posti di lavoro e società, entra nelle case, invade ogni spazio in cui vogliamo esprimere il nostro rifiuto di subire violenza e di essere oppressə e sfruttatə. Questa è da sempre la nostra forza e oggi lo pensiamo più che mai, perché ogni donna che resiste, che sopravvive, ogni soggettività dissidente che si ribella, ogni migrante afferma la propria libertà fa parte del nostro sciopero.

Il 30 e 31 ci saranno i gruppi divisi per tematiche per costruire le prime tappe dello sciopero femminista ed il 6 febbraio l’Assemblea per discutere collettivamente e indicare quali sono per noi terreni di lotta nella ricostruzione pandemica.

Proprio oggi che il nostro lavoro, dentro e fuori casa, è stato definito «essenziale», e questo ci ha costrette a livelli di sfruttamento, isolamento e costrizione senza precedenti, noi diciamo che “essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!”.