Non una di meno: Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

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Come Non Una Di Meno sentiamo l’urgenza di una presa di posizione femminista e transfemminista sull’attuale crisi globale, non solo per analizzare l’emergenza nella quale ci troviamo, ma anche come punto di partenza collettivo: le trame che intessiamo oggi avranno effetti sulla riorganizzazione sociale che cominciamo a intravedere e sul futuro che vogliamo.

Abbiamo annullato lo sciopero dell’8 e 9 marzo perché non potevamo ignorare l’emergenza da Covid-19 e la responsabilità collettiva di evitare la diffusione del contagio. Da subito abbiamo riconosciuto che la pandemia esaspera una «normalità» fatta di violenza, privilegi, emarginazione, oppressione e sfruttamento, e questo giudizio è confermato dalla situazione prodotta dopo il primo mese di «politiche di contenimento».

Restiamo a casa, “ma” la crisi sanitaria attuale svela spietatamente le contraddizioni del sistema, la fragilità delle democrazie e delle politiche pubbliche, le diseguaglianze strutturali, le tensioni che attraversano un sistema produttivo basato sullo sfruttamento delle persone e dell’ecosistema, aprendo le porte a una crisi economica e alimentare senza precedenti.

La violenza contro le donne e le persone LGTBQIA+ cresce nelle case in cui dobbiamo restare per mantenere la distanza sociale. L’oppressione di chi non ha una casa in cui restare, di chi è rinchiusa e rinchius* in un centro di detenzione o di «accoglienza», di chi sta in carcere o preme per attraversare i confini, è diventata ancora più insopportabile. Così come diventa impossibile affrontare autonomamente una gravidanza indesiderata, quando si condivide forzatamente lo spazio domestico con un nucleo familiare al quale avremmo voluto nascondere la nostra scelta.

Lo sfruttamento è diventato più intenso per chi è costrett* ad andare a lavorare in modo da garantire i profitti e per chi svolge tutti quei lavori essenziali per contenere la pandemia. In questa situazione senza precedenti si sono moltiplicati gli scioperi, sia per reclamare la possibilità di restare a casa e non correre rischi di contagio, sia per lavorare in condizioni di sicurezza contro il contagio.

Abbiamo sentito risuonare in molte lotte la parola d’ordine che in tutto il mondo il movimento femminista e transfemminista globale ha urlato in questi quattro anni: «se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo»! La pandemia che non ci permette oggi di scendere in piazza e sentire la forza di una marea di corpi in movimento, ci obbliga a indicare quelli che sono già e saranno, dopo la fine dell’emergenza, i terreni sui quali la nostra lotta deve continuare e crescere: perché non abbiamo nessuna intenzione di tornare alla «normalità» che ci opprime e perché sappiamo che la pandemia imporrà grandi trasformazioni.

Abbiamo combattuto per decenni contro l’identificazione delle donne con lo spazio e le mansioni domestiche, per poter «uscire dalle case». Oggi assistiamo a un rientro forzato di moltissime donne e soggettività LGTBQI+ in una casa che rischia di essere idealizzata come spazio «protetto» esente da sfruttamento, ma per molte e molt* di noi stare a casa non è sicuro. Mentre ogni spazio pubblico è sottoposto a stretti controlli di sicurezza, la quarantena e l’isolamento non fanno che esasperare le situazioni di violenza intra-familiare, che in questi giorni sono cresciute esponenzialmente e in alcuni casi sono già sfociate in femminicidi (otto, solo nel mese di marzo).

Gli effetti dei tagli ai centri antiviolenza diventano ancora più evidenti e pesanti, mentre essere costrette a stare in casa rende quasi impossibile anche solo contattare i numeri e le strutture di riferimento. Ma anche la casa non è più la stessa. Il cosiddetto smart-working, presentato come la soluzione più semplice di fronte al blocco degli spostamenti, si è trasformato in una chiamata alla flessibilità e alla disponibilità costante al lavoro.

Insegnanti, educatrici ed educator*, prima di altre categorie, hanno dovuto confrontarsi con l’invasione del lavoro negli spazi e negli orari della vita personale. Allo stesso tempo, la didattica online acuisce le differenze sociali tra chi ha i mezzi e il tempo da mettere a disposizione delle figlie e de* figl* per aiutarli a seguire le lezioni online e chi invece non ha le stesse possibilità. D’altra parte, alcune donne non possono stare a casa e anzi sta aumentando moltissimo il carico lavorativo per figure professionali fortemente femminilizzate come infermiere, cassiere, donne delle pulizie, operatrici socio-sanitarie, il cui lavoro è essenziale per la gestione della pandemia. Così, mentre la cura e i servizi alla persona rivelano tutta la loro fondamentale importanza, il decreto approvato dal governo italiano, significativamente e paradossalmente chiamato «Cura Italia», continua a produrre l’invisibilità proprio delle categorie che si occupano di cura e servizi alla persona.

Il decreto esclude del tutto milioni di lavoratrici domestiche e della cura già prive di tutele che, insieme al posto di lavoro, se sono migranti, rischiano anche di perdere il permesso di soggiorno. Allo stesso modo sono escluse moltissime donne che lavorano in nero nei servizi alla persona, nel turismo, nel lavoro stagionale, e moltissime lavoratrici del terzo settore, a cui sono state progressivamente esternalizzate le attività di cura secondo criteri d’impresa che aumentano a dismisura il carico di lavoro a scapito di quelle persone, come gli anziani, che più avrebbero bisogno di essere protette dal contagio. La pandemia rende quanto mai evidente la centralità politica della riproduzione sociale e l’urgenza di continuare a farne un terreno di lotta.

Tutte le contraddizioni dell’organizzazione patriarcale e neoliberale della società stanno esplodendo. Il lavoro precario e mal pagato delle donne impiegate nella sanità e nei servizi alla persona, ma anche la difficoltà del sistema sanitario nazionale di gestire la crisi pandemica, sono l’effetto di decenni di tagli. Il servizio sanitario è stato spogliato di ogni contenuto universalistico, privatizzato in favore dei profitti e privato dei presidi territoriali, al punto che ora rischia di arrivare al collasso. Mentre anche i tentativi di coordinamento al livello dell’Unione Europea rivelano la continuità delle logiche dell’austerità persino di fronte all’urgenza di un intervento fuori dai vincoli di bilancio, il peso materiale e psicologico del contagio viene scaricato sulle singole e i singoli. Noi consideriamo la salute una questione politica e per questo pretendiamo che sia tutelata come bene collettivo, che non può essere perciò limitato al problema di evitare l’estensione del contagio.

Lo Stato tenta di sopperire a queste carenze aumentando il carico lavorativo di chi è già allo stremo e ricorrendo a metafore belliche per garantire l’unità nazionale, trasformando i malati in perdite civili inevitabili e il personale sanitario in “eroi in trincea”.  Il numero esorbitante di morti, però, riguarda in primo luogo la scelta politica di tutelare gli interessi di Confindustria e di quegli imprenditori che hanno proseguito la produzione senza alcuna misura di sicurezza. Le disposizioni in merito alle attività produttive e il braccio di ferro su quali categorie vadano considerate «essenziali» e sulle tutele inderogabili da garantire a chi lavora, hanno messo a nudo lo scontro tra il valore delle vite di lavoratrici e lavorator* e il profitto. A causa del razzismo e del sessismo, per molte lavoratrici e lavorator* è ancora più difficile anche soltanto usufruire dei congedi e dei permessi previsti dalla legge, perché temono future ritorsioni.

Di fronte alla pandemia e ai suoi effetti differenziati, è quanto mai centrale mettere in relazione e comunicazione tutte queste condizioni che rischiano di essere drasticamente isolate e per questo ancora più esposte alla violenza, oppresse e sfruttate.

Questo è il nostro impegno politico nel presente e per il futuro che ci aspetta oltre la pandemia. Oggi abbiamo il compito di dare visibilità e voce a chi in modi diversi sta vivendo gli effetti delle misure di contenimento del contagio: a chi resta a casa e può evitare il contagio solo esponendosi ancora di più alla violenza domestica, a un lavoro sempre più intenso, al peso della povertà attuale e futura. Oggi, per far emergere tutte le situazioni di sfruttamento, dobbiamo essere presenti e consentire una presa di parola anche a chi non può «stare a casa», ma è costrett* a lavorare in condizioni rese ancor più dure dalla mancanza di sicurezza per la propria salute e dal razzismo.

Dobbiamo sostenere con ogni mezzo tutte le pratiche di cura e di solidarietà nate spontaneamente per far fronte alle difficoltà dell’isolamento, tutte le mobilitazioni e gli scioperi di chi non accetta di ammalarsi e morire per il profitto. Oggi dobbiamo continuare le lotte che ci aspettano domani e dare forza al progetto di trasformazione contenuto nel nostro Piano Femminista contro la violenza.

Riconosciamo più che mai l’urgenza di un femminismo e transfemminismo che sappiano portare avanti una battaglia contro il sistema capitalistico che, con la devastazione ambientale, la violenza estrattivista e gli allevamenti intensivi, ha rimodulato il mondo a suo uso e consumo, creando le basi per la diffusione incontrollabile di questa epidemia. Da questa fase si esce con la coscienza che il cambiamento del nostro rapporto con gli ecosistemi è ineluttabile e che la loro cura deve essere trasformata in una forma di lotta.

Ci opporremo a ogni intervento – a partire da quelli previsti dal decreto «Cura-Italia» ‒ che affronti l’emergenza riproducendo gerarchie sociali e condannando alla miseria chi, nel lavoro riproduttivo e in quello produttivo, ha sostenuto con la propria precarietà la riproduzione dell’intera società.

Per questo da subito rivendichiamo un reddito di autodeterminazione accessibile a tutte e tutt*, incondizionato e individuale, che non solo risponda alle difficoltà imposte dalla quarantena, ma che permetta anche di sottrarci al ricatto della violenza maschile e di genere e a quello di dover accettare di lavorare a qualunque condizione, salariale e di sicurezza, pur di sopravvivere.

Sosteniamo tutte le battaglie per l’aumento del salario, a partire da quelle portate avanti dalle lavoratrici impegnate negli ospedali e nelle attività di sanificazione, che oggi stanno pagando a carissimo prezzo la diffusione della pandemia. Proprio perchè riconosciamo la salute come una dimensione di benessere complessiva, rivendichiamo la necessità di non dimenticare la salute sessuale e riproduttiva: difendiamo la nostra possibilità di abortire chiedendo l’estensione dell’aborto farmacologico a 63 giorni, fuori dagli ospedali, nei consultori o attraverso tecniche di telemedicina.

Reclamiamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato dal lavoro e dalla famiglia e soprattutto immediato, perché oggi più che mai milioni di migranti rischiano di non poter accedere nemmeno alle cure mediche essenziali, o ai sussidi per l’emergenza e di ricadere in clandestinità per la perdita del lavoro.

Diamo voce al Piano femminista contro la violenza, tenendo viva la comunicazione politica e il coordinamento transnazionale con milioni di donne e soggettività dissidenti che in tutto il mondo stanno oggi combattendo contro il contagio e per non subire domani la violenza e le disuguaglianze imposte da questo sistema. L’8 e il 9 marzo non abbiamo potuto scioperare, ma lo sciopero e la lotta femminista e transfemminista globale non si fermano: appena sarà possibile, ci riverseremo nelle piazze e non solo, per ribadire che ci vogliamo vive e libere da qualsiasi forma di violenza e oppressione.

Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

Non una di meno

 

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