Tavolo ecofemminismo. Libere/u dalla violenza ambientale: transfemminismo ed ecologia

ecofemminismo

Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, vediamo le acque prendersi Venezia e le isole della laguna. La città sommersa mostra gli effetti devastanti di una gestione predatoria del territorio incapace di confrontare i cambiamenti climatici. Nei giorni in cui la marea femminista e transfemminista torna a salire, all’Ilva di Taranto si continua a lottare contro l’alternativa infernale tra lavoro e nocività industriale. Con uno sguardo alla laguna e alle lotte di Taranto, il 24 novembre Non Una di Meno continua a interrogarsi sui nessi che, a livello locale e globale, legano la violenza ambientale alla violenza delle relazioni patriarcali, capitaliste e coloniali.

Costruiamo questo percorso a partire da saperi e le pratiche femministe e antirazziste secondo cui non è un’indifferenziata specie umana a causare la crisi ecologica. Al contrario, le responsabilità della devastazione ambientale e i diversi gradi di esposizione alle nocività industriali, all’inquinamento e al cambiamento climatico dipendono da ineguaglianze strutturali. Solo un corpo a corpo con le relazioni di potere che hanno creato gerarchie lungo le linee del genere, del colore, della classe e del posizionamento geografico può condurre a un radicale cambiamento delle relazioni sociali ed ecologiche. Solo il corpo a corpo con le storie di appropriazione e sfruttamento che hanno ridotto territori ed esseri viventi, umani e non umani, a risorse da sfruttare può aprire la strada alla costruzione dei mondi futuri che desideriamo.

Nel corso dell’assemblea di Napoli abbiamo sostenuto l’importanza di coltivare intersezioni tra movimenti trans/femministi ed ecologisti. Abbiamo individuato tre elementi centrali su cui costruire percorsi di attraversamento e contaminazione:

  1. autodeterminazione di corpi e territori;
  2. valorizzazione di modi di produzione/riproduzione sociale ed ecologica alternativi alla logica dello sfruttamento, della privatizzazione e del profitto;
  3. la reinvenzione dello sciopero. Il 24 novembre torniamo a discuterne in vista delle mobilitazioni del prossimo 8 marzo e oltre.

Questi gli spunti da sviluppare:

  • Quali forme di produzione e riproduzione sociale ed ecologica possono aprire la strada all’autodeterminazione di corpi e territori?
  • Come valutiamo l’avvio di processi di attraversamento tra movimenti femministi, transfemministi ed ecologisti?
  • Quali sono le relazioni tra lo sciopero femminista e lo sciopero per il clima? Lo sciopero dei consumi può essere un terreno di convergenza tra questi movimenti?
  • Quali pratiche per evidenziare l’aspetto della violenza ambientale nello sciopero dell’8M, anche a partire dai contributi che ci possono dare le elaborazioni, esperienze e pratiche queer e dei movimenti LGTBQIPA+ e antispecisti?
  • Quali iniziative vogliamo costruire in vista dell’8M?
  • Come approfondire, valorizzare e disseminare gli intrecci tra saperi situati femministi e quelli delle reti locali che, nel corso delle lotte contro le nocività industriali, le opere inutili, i piani di bonifica e gli effetti del cambiamento climatico producono conoscenze sul nesso tra devastazione ambientale, corpi e salute?
  • Come coltivare le reti di supporto, scambio, terreni di lotta comune che ci legano da Rojava, dov’è in corso il tentativo di estinguere un progetto di autogoverno dal basso, femminista ed ecologista all’Amazzonia dove le popolazioni indigene sono in prima linea nella difesa di territori e cosmovisioni incompatibili con il capitalismo estrattivista?

Presso Communia, Viale dello Scalo S. Lorenzo, 33

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