Non una di Meno contro la dittatura dei confini: No al Decreto Sicurezza bis

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Mentre il Disegno di Legge Pillon diventa terreno di compromesso tra partiti per dire alle donne, e non solo a loro, cosa devono e non devono fare, il Decreto Sicurezza bis diventa legge. Ottenuto il risultato dell’approvazione in Parlamento, Salvini stacca la spina al governo giallo-verde per incassare il pieno di consensi e riaprire una campagna elettorale permanente che entra ora nella fase cruciale.

Intanto la dittatura dei confini continua a fare ostaggi e morti: mentre 320 naufraghi sono da 10 giorni in attesa di un porto per poter sbarcare, un’altra bracciante perde la vita in un incendio di un capannone nelle campagne del Sud Italia.

Succede tutto in un’estate torrida e violenta e conferma quanto abbiamo sempre detto: la violenza patriarcale è legata a doppio filo alle politiche razziste e di sfruttamento, ed entrambe sono diventate ordinarie pratiche istituzionali, in Italia e a livello globale. La legge Sicurezza bis è un attacco diretto alla libertà di movimento, alle lotte che la sostengono e, più in generale, a tutte le forme di insubordinazione. Questa legge sancisce una seconda volta, come se la prima non fosse abbastanza, che la vita delle e dei migranti non ha importanza a meno che non venga sfruttata, mentre intima a tutte e tutti di abbassare la testa e accettare lo stato presente delle cose per non incorrere in sanzioni e punizioni. Questa legge è la risposta alla ribellione che da più parti e in molti modi negli ultimi anni ha sfidato un neoliberalismo fatto di gerarchie di classe, patriarcali e razziste sempre più feroci.

Salvini non si accontenta di quello che ha già fatto abolendo la protezione umanitaria e condannando alla violenza, agli stupri, alle torture e allo sfruttamento donne e uomini migranti. Ora vuole fare il bis, arrogandosi il diritto di bloccare le navi in transito per motivi di sicurezza che naturalmente deciderà lui, il ministro-padrone, in modo del tutto arbitrario, senza nessun riguardo per la sicurezza di chi la vita la rischia in mare o nei paesi di provenienza.

L’attacco alle ONG, alle capitane e ai capitani che si rifiutano di rispettare i diktat autoritari di governo, e di farsi obbedienti pedine della violenza istituzionale, serve a scoraggiare tutte e tutti coloro che ogni giorno, anche in terra e non solo per mare, si schierano dalla parte delle e dei migranti e contro il razzismo. Milioni di euro vengono stanziati per assicurare alle cittadine e ai cittadini una fantomatica sicurezza messa a rischio dai cosiddetti clandestini che la legge Bossi-Fini, quella Salvini e le leggi europee producono ogni giorno, facendosi beffe di chi sa davvero che cos’è l’insicurezza perché non arriva a fine mese o è schiava di un lavoro precario e povero. Costoro non devono nemmeno pensare di ribellarsi, di opporsi alla violenza dello sfruttamento, altrimenti ne pagheranno il prezzo. Le proteste, gli scioperi, i picchetti, le manifestazioni diventano un crimine. Basterà un fumogeno per diventare un problema di ordine pubblico.

Lo sciopero femminista ha mostrato a livello globale la potenza che può avere un movimento che riconosce e ribadisce quotidianamente che lottare contro la violenza maschile e di genere significa anche lottare contro il razzismo, la precarizzazione e l’attacco alla libertà di autodeterminazione. Non Una di Meno non chinerà la testa e non starà in silenzio. Siamo già schierate con le migranti e i migranti, con chi rifiuta la violenza maschile e di genere, con chi combatte ogni giorno i muri del razzismo e dello sfruttamento. Non sarà il regime della paura e dell’ordine a fermarci, continueremo a sfidarlo come abbiamo fatto finora, occupando le piazze con i nostri corpi, con lo sciopero, con la libertà sessuale e di movimento che rivendichiamo, pratichiamo e non contrattiamo, con le nostre lotte quotidiane di liberazione.

Non ci faremo attendere: alla brutalità della violenza istituzionale risponderemo ancora con la forza del movimento transfemminista globale.

Non Una Di Meno

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Foto dal Presidio del 10 agosto a Milano contro il Decreto sicurezza Bis

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Se cade una, cadiamo tutte!

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Manifesto verso una rete di solidarietà femminista internazionale

Il 26 luglio, Alexandra Măceșanu, ragazza di 15 anni, viene data per dispersa. L’adolescente viene rapita tre giorni prima nei pressi della cittadina di Caracal, sequestrata, stuprata ed uccisa da Gheorghe Dincă, di 65 anni. Dincă ha confessato di aver ucciso sia lei che Luiza Melencu, scomparsa già in aprile. Lo shock provocato a livello sociale da questi avvenimenti è continuato nei giorni seguenti, quando si è scoperto che Alexandra aveva lottato durante il sequestro, ed era riuscita a chiamare per ben tre volte la polizia durante i tre giorni di prigionia. Tuttavia, gli agenti non solo non hanno affatto reagito con sufficiente prontezza, anzi, è emerso che hanno parlato alla ragazza in tono sarcastico ed arrogante, minimizzando le sue richieste di aiuto. Questi eventi hanno portato alla luce il gravissimo sessismo nella polizia, l’indifferenza delle autorità verso gli abusi sofferti dalle donne, ed una cultura mediatica che rende la sofferenza un mero spettacolo.

La scomparsa di Alexandra Măceșanu così come quello che ne è seguito – il disinteresse delle autorità, la complicità delle forze dell’ordine, la manipolazione della notizia da parte di varie istituzioni pubbliche e la caduta nel sensazionalismo da parte dei mass-media – sono tutte manifestazioni di una cultura patriarcale che normalizza la violenza maschile, alimenta la sfiducia tra le donne e riduce al silenzio le loro voci.

Il 28 luglio siamo uscite in strada furiose, ma organizzate!

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In solidarietà con Alexandra Măceșanu e contro l’ignoranza e la complicità delle autorità e delle forze dell’ordine, abbiamo urlato “la polizia uccide!” e “se cade una, cadiamo tutte!”.

La polizia uccide!

Siamo una collettività di gruppi femministi. Con la manifestazione Se Cade Una, Cadiamo Tutte! del 28 luglio di fronte al Ministero degli Interni, abbiamo mostrato sia solidarietà con Alexandra, sia furia nei confronti della complicità della polizia con la violenza sulle donne! Abbiamo scritto sul muro all’ingresso del Ministero: “la polizia uccide!”, rendendo chiara la nostra posizione contro un sistema punitivo e di controllo che è complice dell’ umiliazione e distruzione delle vite delle donne.

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Più che puntare il dito contro attitudini e gesti sessisti e misogni, ci rivoltiamo contro l’ordine patriarcale che domina la società! Un ordine basato sulla esclusiva circolazione del suo potere, dele sue risorse e dei suoi benefici materiali tra uomini. In queste transazioni ritroviamo l’infrastruttura di disciplina e controllo dello Stato, della Polizia, della Gendarmeria rumena, di tutte le altre strutture che fanno parte dell’apparato repressivo statale. Nel caso del rapimento e abuso subiti da Alexandra Măceșanu, consideriamo che il ritardo e la condiscendenza che hanno caratterizzato l’intervento della polizia locale vogliano dire complicità!

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Il patriarcato uccide!

Come spesso accade, le violenze sulle donne sono o ignorate, o instrumentalizzate per altri scopi. Allo stesso modo, la tragedia di Alexandra Măceșanu è stata ridotta nel discorso pubblico a tematiche come la critica contro il Partito Social Democratico [PSD – partito attualmente al governo, spesso accusato di corruzione, ndt], contro la corruzione, contro il caos istituzionale o la così detta “arretratezza” rumena. Può così sembrare che questa tragedia sia stata causata da una sorta di patologia rumena, od eventualmente da una mentalità locale “balcanica”. Tutte queste spiegazioni non sono che storie, che servono a coprire efficientemente le vere problematiche alla base, come ad esempio il fatto che l’apparato di potere è una struttura patriarcale al servizio degli interessi di un’elite maschile che ha abbandonato totalmente l’area rurale del Paese. E questo non ha nulla a che vedere con alcuna specificità rumena: si tratta invece di una violenza strutturale che può essere ritrovata in tutte le zone periferiche e semi-periferiche del mondo.

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La violenza di genere è normalizzata

Considerare la Romania un “caso speciale” per quanto riguarda la violenza sulle donne non aiuta. Così come non aiuta il descrivere Gheorghe Dincă come “mostro amorale”. Il presentarlo come un’eccezione o come una deviazione abietta maschera il fatto che la violenza di genere è normalizzata e che, la maggior parte delle volte, inizia nella sfera domestica. Le statistiche sulla Romania mostrano che 1 omicidio su 4 succede in famiglia, che all’incirca la metà dei cittadini rumeni crede che lo stupro possa essere giustificato in certe circostanze, che l’81% dei casi di violenza succede in casa – tanto in ambiente rurale (53% dei casi), quanto in  ambiente urbano (47% dei casi) –, che nell’81% dei casi le vittime di violenza sono donne e che nel 92% dei casi gli aggressori sono uomini, che 1 rumena su 4 è stata aggredita a livello fisico o sessuale da un partner, e che nonostante tutto ciò solo il 4% degli atti di violenza arrivino in tribunale. Inoltre, la Romania è uno tra i principali paesi di origine delle vittime di tratta di esseri umani in Europa, ed un terzo delle vittime sono persone minorenni.

Il sistema uccide!

La violenza sulle donne è sia taciuta che apertamente accettata, a livello di società e a livello istituzionale. Manca un adeguato quadro di protezione per le vittime di aggressioni fisiche e sessuali. L’attitudine delle autorità avvantaggia gli aggressori. I poliziotti insultano, incolpano, molestano e deridono le donne che sporgono denuncia; oppure le consigliano che il fatto “rimanga in famiglia”. I poliziotti rifiutano spesso la deposizione delle denunce fatte da donne rom o donne povere perchè “se la risolvono tra di loro”, e “non c’è bisogno di intervenire”..I funzionari pubblici respingono le denunce ed i mandati di protezione, i  giudici criticano e fanno ironia nei confronti delle vittime di violenza oltre che difendere gli aggressori o coprire la complicità delle autorità nei casi di tratta di persone. I problemi continuano anche a livello dell’educazione: il Ministero dell’Istruzione non rispetta gli obblighi legali sulla prevenzione e sullotta alla violenza: ad esempio manca dai curricula scolastici qualsiasi informazione sui diritti delle donne, sulla disuguaglianza di genere e sulla violenza sulle donne.

Il patriarcato, in complicità col capitalismo ed il razzismo, uccide!

Più che prodotto comportamentale della società, il sessismo è funzionale al capitalismo. L’accumulazione sulla base del profitto ha bisogno non solo di manodopera a basso costo e surplus di ricchezza, ma anche di lavoro gratuito come quello domestico – per la stragrande maggioranza svolto da donne. La precarietà e l’impoverimento della popolazione in tempi di crisi sono per la maggior parte sentite ed affrontate dalle donne – e non da donne qualsiasi ma soprattutto da lavoratrici e donne appartenenti alle comunità rom. Il razzismo va di pari passo con l’ordine patriarcale quando le ragazze e le donne rom non sono ascoltate, sono marginalizzate, umiliate e spinte ancora di più verso la precarietà. Sotto al capitalismo, l’ordine patriarcale spinge a disgregare i legami di solidarietà tra donne provenienti da ambienti diversi: in base alla classe sociale ed economica o all’etnia le donne sono spinte a non solidarizzare le une con le altre e a riprodurre gerarchie disumanizzanti, razziste e classiste.

La nostra lotta contro la violenza di genere è anche una lotta contro le altre violenze che la attraversano. Per questo diciamo: Se Cade Una, Cadiamo Tutte! Ci appelliamo alla solidarietà antirazzista ed anticlassista!

Crediamo nella solidarietà e nella prevenzione!

Crediamo nella solidarietà e nella prevenzione. Crediamo che un mondo migliore non si costruisca tenendo la popolazione ancor di più sotto controllo! La crescita delle misure punitive potrebbe tenere lontani dai loro obiettivi alcuni individui, ma fintantoché il sistema giudiziario continua ad essere sessista, razzista ed omofobo, e fintantoché si dedica a servire gli interessi del profitto, nulla ci garantisce che i processi siano corretti e che le persone vengano realmente protette. Al contrario, la crescita delle misure punitive non elimina il problema: continueremo ad avere molestatori, aggressori e stupratori fino a che non educheremo i ragazzini a non molestare e riprodurremo una cultura di gerarchie immobili e di definizioni restrittive rispetto a cosa vuol dire essere “donna” o “uomo”.

Noi firmatarie siamo un gruppo tra cui si trovano persone precarie, persone rom, persone con orientamento sessuale non-etero, e sappiamo bene che proprio le persone più vulnerabili sono quelle che finiscono più spesso in carcere! Non desideriamo un mondo con più carceri, né carceri più piene di uomini. Il carcere peggiora e traumatizza –non è una scuola che insegna ad essere una persona migliore, tutt’altro: diminuiscono drasticamente le opportunità di vivere in un ambiente che si basa su relazioni di amore, di attenzione ed aiuto reciproco. Non vogliamo perpetuare una pedagogia dell’odio e dell’abuso. Vogliamo una pedagogia che condanni la violenza patriarcale e che si basi sul rispettoare della dignità delle donne.

Solidarietà internazionale

Il movimento #SeCadeUnaCadiamoTutte è contro il patriarcato istituzionalizzato, contro la violenza sistemica della cultura patriarcale, che ignora la sofferenza delle donne e annulla il loro potere, la loro autonomia e le loro capacità. Come organizzatrici di questo movimento dichiariamo solidarietà a un movimento femminista intersezionale più ampio –  Ni una menos e le altre simili iniziative europee, dell’America Latina, degli USA e non solo, che lottano per i diritti delle donne senza differenze di etnia, nazionalità o orientamento sessuale.

romania3RIVENDICAZIONI

Chiediamo:

  1. Informazioni ufficiali sui casi di abuso da parte della polizia. Chiediamo dati concreti ad ogni livello istituzionale, accompagnati da descrizioni delle misure intraprese nei confronti agenti di polizia che sono stati segnalati per casi di violenza di genere, sia domestica che sul lavoro!
  2. Semplificazione delle procedure attraverso le quali le persone vittime di violenza ignorate dagli agenti di polizia possano sporgere denuncia contro di loro. È necessario che questa procedura sia accessibile e che protegga la persona che sporge denuncia da possibili minacce o ritorsioni.
  3. De-burocratizzazione del processo di rilascio gratuito di certificazioni medico-legali per i casi di stupro, violenza domestica ed altre forme di violenza.
  4. Semplificazione delle procedure istituzionali di segnalazioni di stupro ed aggressioni sessuali: Riportare continuamente gli eventi nel corso delle indagini (a partire dalle persone di fiducia e continuando con specialisti – medici, assistenti sociali, poliziotti, funzionari, ed infine giudici) equivale a rivivere l’evento, ed a accentuare le umiliazioni a cui sono sottoposte le vittime.
  5. Più case di accoglienza per le persone che subiscono violenza domestica e sessuale, in conformità con le raccomandazioni del Gruppo di Lavoro per Combattere la Violenza Sulle Donne del Consiglio Europeo.
  6. Miglioramento e sovvenzione dei trasporti pubblici e dei servizi abitativi a livello nazionale. Vogliamo essere in grado di spostarci in sicurezza sia che viviamo in una città, in un paese o in un villaggio! Vogliamo essere in grado di uscire da relazioni abusive senza timore di rimanere in strada perché non possiamo permetterci un affitto di centinaia di euro al mese!
  7. Introduzione nelle scuole di programmi accessibili dedicati all’educazione alla salute riproduttiva e all’uguaglianza di genere. Vogliamo che l’elaborazione di questi programmi venga realizzata consultando pubblicamente organizzazioni e reti femministe, antirazziste, LGBT, così come persone di ambienti accademici di provata esperienza nel settore.
  8. Formazione obbligatoria della polizia, del personale giuridico e medico sulle problematiche della violenza di genere. I poliziotti, i giudici ed i funzionari pubblici devono imparare ad agire in modo da non minimizzare più la gravità delle segnalazioni di abusi, molestie, violenza e stupro; devono imparare a trattare le persone aggredite con rispetto, evitando il peggioramento del trauma.

“Assieme sopravviviamo! Non Una Di Meno!”  [“Împreună supravieţuim! Niciuna mai puţin!” ]

“Stop alla violenza sulle donne”

“Il patriarcato uccide”

#secadeunacadiamotute [ #cadeunacademtoate ]

#ilsessismouccide [ #sexismulucide ]

#niunamenos

#nonunadimeno

#yositecreo

Cade Una Cădem Toate, România

Testo originale tratto da qui

Traduzione a cura di Alice Venir