Intervento di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL

Pubblichiamo il testo integrale e il video dell’intervento di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL, che si è tenuto a Riccione lo scorso 13 dicembre. Abbiamo raccolto l’invito della segreteria FIOM senza illusioni, ma convinte che il nostro intervento al Congresso fosse un’occasione per rivolgerci alle lavoratrici e delegate che stanno già prendendo parte alla lotta di Non Una Di Meno contro la violenza maschile e di genere, e a coloro che vedono nello sciopero femminista una possibilità di combattere il nesso tra questa violenza e la loro quotidiana esperienza di sfruttamento in fabbrica. A Riccione abbiamo trovato un’apertura da parte di lavoratrici e delegate ma anche il rifiuto della segreteria di dichiarare e organizzare lo sciopero dell’8 marzo, senza tuttavia negare la possibilità di iniziativa autonoma nei singoli posti di lavoro che la FIOM non ostacolerebbe.
Molti racconti di lavoratrici e delegate – non pubblicati in video sul sito FIOM, dove non c’è traccia della sessione di dibattito a cui abbiamo preso parte – hanno mostrato che la divisione sessuale del lavoro, la violenza domestica, il carattere maschilista dell’organizzazione del lavoro e del sindacato stesso contribuiscono a determinare la condizione delle operaie, rendendola più precaria e isolata. Diverse di loro hanno parlato della grande manifestazione del 24 novembre e dell’iniziativa di Non Una di Meno, altre hanno esplicitamente dichiarato la necessità di sostenere e organizzare lo sciopero femminista, altre ancora si sono confrontate con questa possibilità.

La segreteria della FIOM, ad oggi, ha dichiarato che non proclamerà lo sciopero. Nel suo intervento conclusivo, ha spiegato che uno sciopero generale di categoria per riuscire deve essere motivato, e che se non riuscisse indebolirebbe il sindacato. Finché continuerà a pensare lo sciopero in termini strettamente sindacali, e non politici e sociali, la segreteria FIOM non potrà vedere l’occasione ‒ riconosciuta e colta dai suoi omologhi europei, come i sindacati spagnoli ‒ di combattere la violenza patriarcale come una delle condizioni che contribuiscono a intensificare la precarietà e lo sfruttamento di tutte e tutti. Nell’ammettere la possibilità che singole RSU possano partecipare all’organizzazione dello sciopero, la segreteria è costretta a riconoscere che il movimento dello sciopero femminista sta attraversando i posti di lavoro anche al di là della linea scelta dalla FIOM, se non contro di essa. Rinnoviamo il nostro invito alle RSU, alle lavoratrici e ai lavoratori affinché promuovano lo sciopero dell’8 marzo. Saremo dalla loro parte in ogni territorio e sosterremo la loro attivazione sui luoghi di lavoro.

A partire da questo punto di forza, nei mesi che ci separano dall’8 marzo noi continueremo a fare dello sciopero femminista un disturbo ‒ l’interruzione della produzione e della riproduzione di questa società ‒ e a cooperare con le lavoratrici e le delegate ‒ non solo metalmeccaniche, ma di ogni comparto ‒ affinché lo sciopero femminista porti la lotta contro la violenza maschile nei luoghi di lavoro e quella contro lo sfruttamento e la precarietà nella società. Lo faremo portando alla luce e contestando ancora una volta l’alleanza tra patriarcato, neoliberalismo e razzismo. Lo faremo mostrando che lo sciopero femminista transnazionale dell’8 marzo non è solo l’occasione per opporsi al governo gialloverde senza compromessi e schierandosi dalla parte delle donne, delle e dei migranti, e di chiunque pratica la libertà sessuale e di movimento, ma anche l’occasione per dire no all’ascesa delle destre reazionarie che ovunque stanno facendo della violenza razzista e di quella patriarcale gli strumenti per intensificare lo sfruttamento quotidiano e l’impoverimento di milioni di persone in tutto il mondo.

Qui di seguito il testo integrale di Non Una di Meno al Congresso nazionale della FIOM-CGIL

Care compagne,

abbiamo raccolto quest’invito come una discontinuità rispetto al passato, e quindi come l’apertura da parte della FIOM a un movimento femminista e transfemminista esploso quasi tre anni fa, che ha assunto lo sciopero come propria pratica politica e anche per questo si sta rivelando a livello globale una delle poche forze capaci di rispondere con una potenza di massa al contesto duro e pericoloso che stiamo vivendo. Siamo qui per aprire un confronto diretto con quelle lavoratrici e delegate che riconoscono questa possibilità in vista del prossimo sciopero femminista dell’8 marzo, già dichiarato in decine di paesi del mondo, inclusa l’Italia, e che sarà l’occasione per fronteggiare la deriva reazionaria e neoautoritaria caratterizzata non solo da un’escalation della violenza maschile, ma anche e soprattutto dalle misure che si sono fatte e si fanno eco da una parte all’altra del mondo, volte a colpire, punire e restringere l’autodeterminazione e l’autonomia delle donne.

Lo sciopero femminista è stato ed è globale. È stato lanciato nel 2016 dalle compagne polacche e argentine e in seguito in 60 paesi le donne hanno incrociato le braccia al grido di: “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”. Si tratta dell’unico e vero movimento politico e sociale transnazionale che c’è in questo momento storico, di un processo che sta trasformando in profondità le sensibilità, i rapporti sociali, le forme stesse della politica.

Lo sciopero femminista ha dimostrato che la violenza maschile e di genere non è solo un problema culturale o simbolico ma assume forme diverse, che hanno anche lo scopo di intensificare lo sfruttamento nei posti di lavoro e produrre precarietà. Lo sciopero delle lavoratrici migranti della Yoox di Bologna e quello delle operaie di Italpizza a Modena hanno reso evidente che le molestie sui posti di lavoro sono uno strumento quotidiano per disciplinare, isolare e sfruttare le lavoratrici e che sessismo e razzismo s’intrecciano per rendere le lavoratrici più precarie. D’altra parte, l’attacco ai diritti e alle tutele del lavoro e lo smantellamento del welfare sono assi portanti della guerra sistematica contro le donne e contribuiscono a renderle più esposte alla violenza maschile, a partire da quella domestica.

Lo sciopero femminista, nella forma di sciopero dai generi, dal lavoro produttivo e riproduttivo, ha reso evidente il nesso strutturale tra patriarcato e ristrutturazione neoliberale dei rapporti di lavoro e del capitalismo. Per questo motivo, è stato e continua a essere un’occasione per opporsi non soltanto alla disparità salariale, alle molestie e alle discriminazioni sui posti di lavoro, agli attacchi costanti al welfare universale. Lo sciopero dell’8 marzo è la possibilità per opporsi alle politiche della famiglia che stanno riaffermando con forza il modello patriarcale di divisione sessuale del lavoro: si vogliono le donne nuovamente tra le mura domestiche a supplire all’erosione dello stato sociale, si vogliono le minori e i minori ostaggio della “tradizione” del capofamiglia. Portiamo avanti la riproduzione sociale di questo paese, dentro e fuori casa, perché ancora si pensa che questa funzione spetti “naturalmente” alle donne, e oltretutto ciò ancora non viene economicamente riconosciuto: sappiamo bene quanto il settore della cura sia tra i più sfruttati e sottopagati, specialmente quando la forza-lavoro è migrante.

In questa stessa cornice reazionaria si inscrivono gli attacchi alla libertà sessuale e il brutale controllo che i governi cercano di affermare sulle nostre vite e sui nostri corpi. Mentre gli attacchi all’aborto libero sicuro e gratuito aggravano la sua già difficile applicazione della legge 194 e vorrebbero trasformare la maternità in un destino inevitabile, il DDL Pillon, le surreali proposte sul terzo figlio e le proposte di modifica del congedo di maternità riaffermano una concezione patriarcale della famiglia. Si tratta di una guerra di matrice ideologica, fondata su un’interpretazione mistificante delle differenze di genere come “teoria del gender” che ha dirette ricadute materiali e che riafferma una concezione proprietaria dei rapporti familiari e lavorativi, che condanna e reprime tutte quelle scelte affettive che non ricadono nei ruoli previsti dalla famiglia patriarcale e ogni forma di educazione alle differenze nelle scuole e nei luoghi pubblici. Come abbiamo detto con chiarezza nelle piazze del 24 novembre, quando una manifestazione di 200mila persone ha invaso le strade di Roma, l’alleanza tra governance neoliberale e ordine patriarcale ha una faccia esplicitamente razzista: il Dl sicurezza ormai divenuto legge legittima lo stupro come pratica di governo della libertà di movimento, perché le donne che hanno subito violenza nei paesi di partenza e in quelli di transito non potranno reclamare un permesso di soggiorno. Producendo clandestinità, la legge Salvini renderà le donne migranti sempre più esposte alla violenza, e produrrà una forza lavoro sempre più ricattabile che si aggiungerà alle fila di chi deve accettare qualunque condizione di lavoro e di salario per rinnovare il permesso di soggiorno. Come la violenza patriarcale, così il razzismo diventa una leva per intensificare lo sfruttamento, con effetti che non riguardano solo le donne o i migranti ma tutto il lavoro. I dati allarmanti sulla povertà in Italia, la strutturale disoccupazione femminile, la disparità salariale, parlano soprattutto di donne, di giovani donne, non libere di andarsene, di decidere della propria vita. In questo contesto, la proposta governativa di un reddito di cittadinanza non solo non mira a cancellare la povertà, ma al contrario si rivela uno strumento per obbligare al lavoro e per incentivare la dipendenza di chi si trova in questa condizione.

In questi anni, lo sciopero femminista ci ha permesso di portare in piazza e nei posti di lavoro, con la forza di un movimento di massa e globale, rivendicazioni concrete, che sono raccolte nel nostro Piano femminista contro la violenza maschile e di genere: noi chiediamo un salario minimo europeo per contrastare i salari da fame, i meccanismi di disparità e di dumping salariale; un reddito incondizionato e universale, slegato dal reddito familiare, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, un reddito che noi definiamo di autodeterminazione perché deve essere garanzia di indipendenza economica e autonomia, di prevenzione della violenza, di liberazione dai ricatti delle molestie e dello sfruttamento; noi chiediamo un welfare universale e gratuito, non basato sul modello familistico, ma sul principio dell’autonomia delle donne e di tutti, adeguato alle relazioni, ai bisogni e ai desideri; dunque, il ri-finanziamento e potenziamento dei servizi pubblici dell’infanzia, nonché l’accesso universale agli stessi; politiche a sostegno della vera genitorialità condivisa, attraverso l’estensione incondizionata delle indennità di maternità, paternità e parentale a tutte le tipologie contrattuali, e non solo in presenza di contratto. Infine, la dimensione globale delle lotte per l’autodeterminazione e i diritti del lavoro è oggi un tema inaggirabile. Per questo abbiamo assunto la lotta per un permesso di soggiorno europeo, per la cittadinanza e l’asilo, come nostra lotta: se il ricatto della clandestinità produce violenze e sfruttamento sui confini interni ed esterni, noi rivendichiamo per tutti libertà di muoversi e di restare.

Il movimento globale dello sciopero femminista e transfemminista ha riaperto uno spazio di riconoscimento e azione politica nella crisi generale delle forme organizzate di opposizione, partendo dal proprio vissuto, assumendo la propria parzialità come punto di partenza per costruire connessioni, rifiutando la vittimizzazione in cui tentano di ricacciarci sempre più apertamente. Abbiamo riportato una pretesa di libertà e uguaglianza nel clima fomentato dal governo di Maio-Salvini e dalle destre reazionarie di tutto il mondo, che alimentano la paura e in questo modo approfondiscono le disuguaglianze e la disgregazione. Lo abbiamo fatto con le pratiche quotidiane, costruendo reti di mutuo soccorso, casse di resistenza, strumenti di solidarietà a sostegno di vertenze. Soprattutto, lo abbiamo fatto trasformando a parola d’ordine della denuncia delle molestie, il #metoo – anch’io ‒ in #wetoogether, tutte insieme, dando vita a manifestazioni diffuse su tutti i territori e di massa che hanno rotto l’isolamento, la frammentazione, l’individualismo per riaffermare la potenza dell’essere insieme, della Marea capace di riunire le molteplici figure del lavoro e del non lavoro e di gettare le basi per lottare e trasformare lo stato di cose presente.

Lo sciopero è per noi lo strumento, la pratica eminente con cui abbiamo affermato e stiamo riaffermando la nostra forza. L’esempio spagnolo dello scorso anno è per noi particolarmente significativo, perché ha visto tutti i sindacati, in forme differenti, rispondere alla chiamata delle donne e partecipare a un processo che ha cambiato gli equilibri politici, sociali e culturali del paese con uno sciopero che ha coinvolto cinque milioni di persone.

Sul terreno dello sciopero la comunicazione con la direzione della FIOM non è stata delle migliori, diversamente dal rapporto con lavoratrici e RSU che in molti casi negli scorsi anni hanno invece raccolto la sfida di praticare lo sciopero oltre la sua dimensione strettamente vertenziale. Nonostante l’obiezione che non è possibile fare uno ‘sciopero delle donne’, molte lavoratrici hanno riconosciuto che uno sciopero generale contro la violenza patriarcale non solo è possibile ma è necessario, e può permettere di coinvolgere tutti i lavoratori su una questione che con sempre maggiore evidenza non riguarda solo le donne ma la riorganizzazione dei rapporti sociali. Molte lavoratrici hanno preso l’iniziativa, nelle fabbriche come negli uffici o nelle scuole, e hanno fatto dello sciopero un campo di battaglia anche contro la resistenza delle strutture sindacali di riferimento. Queste iniziative hanno certamente messo in questione l’idea che lo sciopero sia un monopolio sindacale, ma non possono essere ignorate senza correre il rischio di delegittimare le lavoratrici e i lavoratori che hanno visto nello sciopero la possibilità reale di far valere la propria forza nella lotta contro la violenza. Noi crediamo che i sindacati debbano registrare che è in atto un processo di riappropriazione e risignificazione dello sciopero come pratica di lotta da cui non si può tornare indietro. Sono ormai stretti, incapaci di leggere la realtà mutata, steccati e distinzioni tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra piano materiale e simbolico, tra sciopero vertenziale e politico. Ad attacco globale, globalmente bisogna rispondere: bisogna cioè andare oltre il corporativismo delle categorie e dei confini nazionali, unire le figure del lavoro, della precarietà, di chi non può scioperare, invece di frammentarle ulteriormente, estendere tutele e diritti invece di restringerli. Dunque lo sciopero femminista si vuole insieme vertenziale, sociale e politico: solo così si può rifiutare la violenza neoliberale, patriarcale e razzista che si sta abbattendo sulle nostre vite.

Noi sappiamo che lo sciopero è un diritto soggettivo, ancora costituzionalmente presidiato per fortuna, della lavoratrice e del lavoratore; che lavoratrici e lavoratori possono praticarlo anche con la copertura tecnica di un solo sindacato. Sappiamo anche, però, che nonostante il dettato costituzionale, troppi sono i limiti normativi e fattuali che rendono lo sciopero, soprattutto nei lavori di servizio e di cura, enormemente complicato quanto inaccessibile. Pensiamo che la FIOM abbia, nei confronti delle sue iscritte, la responsabilità di dichiarare lo sciopero e creare le condizioni affinché l’8 marzo esso sia praticabile anche in tutte le fabbriche metalmeccaniche, diventando l’occasione per una presa di posizione chiara contro le politiche patriarcali, neoliberali e razziste che segnano questo presente, di un’opposizione al governo senza compromessi. Crediamo che sostenere lo sciopero non significhi solo dichiararlo, e per questo ci rivolgiamo a lavoratrici, delegate e RSU affinché possano aprire a NUDM la possibilità di partecipare alle assemblee sui posti di lavoro. Mentre nei nostri occhi è ancora vivida l’immagine della piazza della Lega a Roma la scorsa settimana, crediamo che non sia questo il tempo giusto per attendere o rassegnarsi. È il tempo di rispondere con coraggio e radicalità. Di fronte a milioni di donne che in tutto il mondo stanno praticando li sciopero al grido Non Una di meno, nessuno può continuare a fare quello che faceva prima.

Nessuna si salva da sola, nessuna si salverà rimanendo ferma.

 

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