REPORT ASSEMBLEA NAZIONALE NON UNA DI MENO, ROMA, 26 NOVEMBRE 2017

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“Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme”, questo il senso delle due giornate di Non Una Di Meno a Roma. Il Corteo del 25 novembre e l’assemblea nazionale, entrambe partecipatissime, ci restituiscono intera la forza del movimento femminista a un anno dal suo avvio.  Le giornate del 25 e del 26 Novembre, hanno mostrato la potenza e la determinazione di questo movimento femminista, capace di unirsi nelle differenze intorno ad obiettivi comuni e che, con caparbietà, promette e poi mantiene. Due giorni di forte protagonismo delle donne che sono scese in piazza con un elemento di grande rilancio: il Piano Femminista come documento politico e programmatico e come strumento delle lotte a venire.

La presentazione contemporanea e coordinata del piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere in diverse città d’Italia ha dato il giusto peso all’evento: rappresenta, infatti, allo stesso tempo un fatto storico e un dato politico inediti, dimostra la determinazione e la maturità politica di un movimento femminista capace di elaborazione e decisione collettiva in grado di fare delle differenze una ricchezza, di lavorare in centinaia in relazione e presenza, di fare dei saperi e delle pratiche femministe programma politico per un cambiamento radicale della società.

Oggi possiamo dirci che la lettura della violenza come problema sistemico e l’approccio intersezionale sono la cifra di questo movimento e hanno giocato un ruolo fondamentale nella sua definizione, elementi più forti di eventuali differenze e conflittualità.

Siamo partite da un vuoto politico generale che ha immobilizzato questo paese e abbiamo dato vita a due manifestazioni enormi, al primo sciopero globale delle donne, di genere e dai generi costruito a partire dai nostri luoghi di lavoro – tipici e atipici – fino ad arrivare a tante e diverse da noi; abbiamo realizzato decine e decine di campagne che stanno sedimentando mutualismo e solidarietà nei territori, che vanno dall’unione del lavoro tra i centri antiviolenza ed i collettivi, agli spazi autogestiti, alle consultorie ecc, alla scrittura di una piattaforma strategica e di azione che rimarrà un cantiere aperto di lavoro e trasformazione.

L’assemblea è stata capace di coniugare i passaggi futuri con la ricchezza e la complessità dei nostri corpi delle nostre storie, delle nostre molteplici soggettività e ha accolto la necessità di rendere il piano uno strumento dinamico di allargamento, conflitto, costruzione e conquista. Abbiamo quindi aperto una sfida importante e in grado di scuotere dalle fondamenta questo sistema: tradurre in pratica concreta, in lotte e campagne il nostro piano femminista, stabilendo insieme modalità e processualità condivise che lancino ancora una volta il cuore oltre l’ostacolo, che mettano in piedi processi di  modifica dell’esistente. La prima sessione dell’assemblea ha restituito la ricchezza di pratiche e piani di intervento sviluppati nei territori. Ma anche la capacità di avere un livello locale che si intreccia  con una dimensione internazionale, cominciando a condividere anche piattaforme, immaginari e obiettivi comuni. In particolare sono emersi come terreni condivisi e trasversali di conflitto e vertenza già aperti e da rilanciare:

  • campagne e pratiche di solidarietà e autotutela che svelino le retoriche di politiche securitarie, razziste e di militarizzazione delle città, riaffermare autodeterminazione e libertà di movimento con attraversamento dello spazio pubblico, come già fatto con le passeggiate transfemministe;
  • campagne contro la colpevolizzazione delle donne che hanno subito violenze e molestie;
  • lo slogan “le strade libere le fanno le donne che le attraversano”, significa anche riappropriazione e difesa degli spazi delle donne a rischio e quindi da difendere;
  • Vertenzialità e campagne di informazione e contronarrazione su sessualità e salute a partire dalla parola d’ordine “obiezione respinta”, in vista della mobilitazione del 22 maggio per i 40 anni della legge 194;
  • coniugare campagna politica e culturale alle lotte per il welfare, anche autogestito e femminista (centri antiviolenza, consultori, …);
  • articolare lavoro di inchiesta e intervento a partire dal lavoro di cura, sociale e relazionale la dove le forme di sfruttamento espongono anche e in particolare a ricatto sessuale e molestie;
  • insistere sull’intreccio formazione e lavoro a partire dalla battaglia contro buona scuola e alternanza scuola lavoro, “le scuole libere le fanno i femminismi che l’attraversano”!

L’assemblea ha inoltre rilanciato lo sciopero globale  dell’8 marzo, non come elemento rituale, bensì come strumento di costruzione ed avanzamento, di soggettivazione reale di donne, soggettività eccentriche, migranti e di potenziali infinite differenti soggettività . La vicenda delle molestie sui luoghi di lavoro ha squarciato il velo del silenzio sulla violenza, come hanno fatto in passato altri episodi eclatanti di cronaca, ponendo al centro della scena il tema del potere e del ricatto nella precarietà lavorativa, ma come abbiamo visto già succedere molte volte questo squarcio si potrebbe richiudere velocemente, se non siamo in grado di produrre dinamiche di solidarietà, di attivazione delle donne e di tutte quelle soggettività che da questi ricatti e violenze sono colpite quotidianamente

Va reso concreto e praticabile lo scarto che siamo riuscite a produrre, per il momento solo sui media, tra il #metoo, come denuncia individuale di episodi di violenza, al #wetoogether, come strumento di reazione collettiva.
Ci siamo riappropriate dello sciopero rivendicandolo come strumento femminista sottratto al monopolio sindacale e restituito alle lavoratrici formali e informali, precarie e al nero, alle disoccupate e senza retribuzione per sottolineare che la società dipende da noi dal nostro lavoro fisico ed emotivo . Per questo motivo abbiamo assunto l’appello delle compagne femministe argentine  di cui riproduciamo un piccolo estratto: “il nostro sciopero non è solo un evento, è un processo di trasformazione sociale e di accumulazione storica di forze insubordinate che non può essere imbrigliato nelle regole della democrazia formale.

Il nostro movimento eccede costitutivamente l’esistente, attraversa frontiere, lingue, identità e scale per costruire nuove geografie, radicalmente diverse rispetto quelle del capitale e dei suo movimenti finanziari.” Per immaginare la concreta costruzione dello sciopero,  abbiamo ribadito la necessità di un passaggio assembleare nazionale da costruire nella seconda metà di gennaio che sia un momento di condivisioni delle pratiche di costruzione dello sciopero, immaginando anche un confronto con le tante realtà che a livello globale costruiranno il prossimo 8 Marzo.

Abbiamo condiviso la necessità di immaginare una scadenza e possibile articolazione sul terreno delle migrazioni, come possibile tappa di avvicinamento all’ 8 Marzo. Di queste due scadenze, bisogna definire territorialmente le date.

E’ emersa la necessità di valorizzare e non disperdere l’enorme accumulo di elaborazione e proposta avanzati nei tavoli tematici. L’esigenza emersa è quella di immaginare nuovi ambiti di confronto e costruzione collettiva che possano intrecciare saperi e punti di vista a partire dalle campagne e dalle esigenze che lo sviluppo del movimento pone. Non solo plenarie quindi ma capire come costruire di volta in volta ambiti di discussione specifici.

E’ stata inoltre avanzata la proposta di articolazione di  assemblee regionali dove se ne pone l’esigenza, esempio in Lombardia per la vertenza dei centri antiviolenza contro la regione.

Per quanto riguarda i gruppi formatisi in occasione del 25 novembre: gruppo comunicazione e ufficio stampa, sono stati riconosciuti come efficaci strumenti di di lavoro e di comunicazione interna e esterna. Emerge quindi l’esigenza di mantenerli come strumenti di continuità di lavoro e di raccordo, eventualmente riconfigurabili nella composizione a partire dalle esigenze territoriali.

Sul piano della comunicazione occorre proseguire la riflessione e la sperimentazione sui linguaggi in grado di potenziare la diffusione.

Anche la questione del rapporto con le istituzioni è stata citata. C’è necessità di capire come articolare un rapporto conflittuale con le istituzioni a partire dalla lotta, da rivendicazioni radicali e da percorsi di autonomia. Il piano va tradotto anche in conquiste concrete attraverso battaglie da articolare su tutti i livelli istituzionali.

Siamo una macchina di tenacia, intelligenza e passione collettiva che ha aperto uno spazio di possibilità e di conflitto dentro il deserto prodotto da nuovi fascismi e neoliberismo.

La rivoluzione o sarà femminista e transfemminista queer o non sarà.

Non ci fermeremo, la marea è alta.

Wetoogether ,  siamo tempesta!

 

 

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