Il Grassi vuole riaprire Acqualuce? Privatizzazione respinta!

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Un gruppo di ostetriche libere professioniste è stato recentemente contattato dalla direzione sanitaria dell’ospedale Grassi di Ostia per riaprire la Casa del Parto Acqualuce chiusa “grazie” alla spending-review regionale.

Riteniamo questa proposta, arrivata guarda caso a ridosso del 25 novembre e in periodo preelettorale nella Regione Lazio, irricevibile e vergognosa da tutti i punti di vista, sia rispetto alle caratteristiche del servizio sia rispetto alle condizioni di lavoro delle ostetriche: l’assistenza al parto diventerebbe a pagamento per le donne e le ostetriche libere professioniste chiamate a garantirla lavorerebbero a partita IVA, senza alcuna forma contrattuale con la struttura sanitaria.

Da sempre sosteniamo che esiste una relazione tra le condizioni di lavoro, la qualità del servizio prestato e gli esiti in termini di salute per le persone che ne usufruiscono.

Lo abbiamo ribadito più volte nei documenti prodotti durante le assemblee così come nel nostro Piano Femminista, elaborato in questo anno di lavoro e mobilitazione.

La direzione sanitaria pensava di allettare le ostetriche, offrendo loro in tempo di crisi un’opportunità di lavoro “precario-autonomo”, per garantire la riapertura di AcquaLuce privatizzata e probabilmente un ritorno di immagine per qualche candidat* “amic* delle donne”alle regionali.

La mossa però non ha funzionato perchè le stesse destinatarie hanno respinto la proposta al mittente.

Un elemento infatti è sfuggito (e come avrebbero potuto considerarlo?): le ostetriche hanno pensato che fosse necessario rendere partecipi di questa “offerta” le associazioni di donne del territorio e il movimento Non Una Di Meno, cogliendo con chiarezza quel nesso imprescindibile tra lavoro, qualità del servizio e salute delle persone e dopo aver sentito il parere delle donne, hanno risposto alla direzione sanitaria con un comunicato (allegato), coinvolgendo come è giusto che sia, anche gli interlocutori politici, che forse immaginavano di potersi appuntare una coccarda sul bavero in campagna elettorale e si ritrovano invece a dover rispondere a lavoratrici, cittadine e movimento delle donne unite.

Questo è stato possibile perché da anni le donne si battono, riunite in un Comitato, per la riapertura di AcquaLuce pubblica, e grazie alla saldatura fra le istanze di chi, come le ostetriche, lavora per la promozione della salute e della fisiologia nel percorso nascita e per la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo e quelle del movimento NonUnaDiMeno che fa dell’autodeterminazione e della risignificazione del rapporto tra operatrici e utenti un punto cardine delle proprie rivendicazioni.

Lo scorso 8 marzo, nella giornata dello sciopero mondiale delle donne, come Non Una Di Meno abbiamo realizzato un’iniziativa davanti alla “casetta” chiusa, riuscendo ad aprire un tavolo in Regione Lazio dove abbiamo portato, tra le altre rivendicazioni, proprio la riapertura di Acqualuce e l’assunzione di ostetriche che ne potessero garantire il funzionamento gratuito all’interno del SSR.

La risposta della direzione sanitaria del Grassi ci mette di fronte all’ennesimo e sfacciato tentativo di privatizzare pezzi preziosi e virtuosi di sanità pubblica, come lo è stata la Casa del Parto Acqualuce, unica struttura pubblica di eccellenza del centro-sud,  conquistata con enormi fatiche e boicottata in tutti i modi e strenuamente difesa fino all’ennesima chiusura di due anni fa.

Anche questa è violenza, la violenza di un sistema che di fatto subordina il diritto all’autodeterminazione alla logica del profitto e della convenienza politica. Noi non la accettiamo, non ci fermeremo e resteremo unite nella lotta per la rivendicazione dei diritti di tutte.

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