Femminismo intersezionale o perché questa lotta è anche tua – #Intersezioni 2

di Andriana e Alice del Collettivo Femminista Grrramigna

Siamo a metà novembre. Le giornate si accorciano, la temperatura si abbassa, spuntano precoci i primi addobbi natalizi. E, soprattutto, si avvicina il 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne. Quest’anno attendiamo la data con particolare trepidazione.
L’anno scorso in questo periodo noi ragazze dell’allora neonato Collettivo Femminista Grrramigna ci preparavamo a partecipare assieme ad altre centinaia di migliaia di donne, femministe, persone di tutte le età e provenienti dalle più svariate esperienze, a quella sconvolgente manifestazione contro la violenza di genere a Roma, in seguito alla quale si è costituita la rete femminista Non Una Di Meno, sulla scia del movimento argentino Ni Una Menos.
Oggi siamo ancora insieme: sabato 25 Novembre prenderemo di nuovo il pullman per Roma e marceremo nelle sue strade. Questa volta, però, non saremo lì soltanto per indignarci contro questa violenza e denunciarla, ma anche per combatterla attivamente: in quest’anno di lavoro Non Una Di Meno ha elaborato un piano, un documento che proviene dalle esperienze di tantissime donne e che contiene proposte concrete per cambiare da cima a fondo il sistema patriarcale e capitalista in cui viviamo.
Da tempo ci definiamo femministe intersezionali, una prospettiva accolta anche da tutta la rete Non Una Di Meno, ma che ad oggi non è sicuramente quella più diffusa in Italia: anzi, ci siamo rese conto che spesso fuori dal nostro ambiente militante non si sappia quasi di che cosa si tratta. Proviamo allora in questa occasione a rielaborare e mettere nero su bianco una nostra prima riflessione su cosa significa per noi fare femminismo.

Cos’è il femminismo intersezionale?

La parola “intersezionale” fa riferimento proprio alla geometria: il punto in cui due rette si intersecano si chiama intersezione. Una retta orientata, cioè che ha un sopra e un sotto, un nord e un sud, si chiama asse, come gli assi del piano cartesiano. Gli assi servono a stabilire ordine e gerarchie: se mettiamo due numeri in fila lungo un asse, sappiamo sempre dire qual è il più grande e qual è il più piccolo. Allo stesso modo, tra le persone è facile dire quali sono più “importanti” di altre: i maschi lo sono più delle femmine, le persone bianche più delle persone nere, le persone cis-gender più di quelle trans-gender, chi ha un corpo abile più di chi possiede delle disabilità… e così via.

Ognuna di queste gerarchie è definita da un asse che divide le persone in base a una caratteristica: il sesso, la razza, l’identità di genere, l’abilità, ecc. Si chiamano assi di oppressione, perché la relazione tra gli individui che si trovano ai due estremi dell’asse è caratterizzata dalla dinamica oppressore-oppressa: da un lato, c’è la persona privilegiata, spesso inconsapevole dei propri privilegi, e più o meno inconsapevolmente propensa a difenderli, anche con la violenza. Dall’altro, c’è la persona che conta meno, che viene discriminata, esclusa e che è più a rischio di subire violenza. Ogni asse di oppressione individua nel soggetto oppresso il protagonista di una lotta di rivendicazione specifica: la donna per l’oppressione di genere, il proletario per quella di classe, l’omosessuale per quella legata all’orientamento sessuale…

Ma dove si colloca allora una donna nera e lesbica? Ogni persona può essere attraversata da più di un asse di oppressione e quindi trovarsi in un punto di intersezione. A questo punto, come schierarsi? Affianco alle donne bianche per combattere il maschilismo o a lato degli uomini neri contro il razzismo? Storicamente, è questa la genesi del femminismo intersezionale: gruppi di femministe nere e/o lesbiche che, alla fine degli anni Settanta, presero coscienza di subire una doppia oppressione, e di essere escluse e discriminate dalle stesse compagne di lotta bianche ed eterosessuali. Prendere in considerazione le intersezioni tra assi di oppressione rende l’analisi politica e sociale più complessa, ma più autentica. Ed è proprio questo che caratterizza il femminismo intersezionale: non accetta di usare un’unica chiave interpretativa e schiacciare tutta l’esperienza di una persona lungo un unico asse di oppressione.

Ora, se seguiamo i vari assi di oppressione dal lato dei privilegiati, incontriamo un personaggio ben preciso: un uomo cis ed eterosessuale, bianco e benestante, adulto, con un corpo funzionale, e tutta una serie di stereotipi accessori che lo caratterizzano (per esempio, ama il calcio, ha un carattere forte ed estroverso, ha avuto moltissime amanti, ma ora sta mettendo su famiglia con una bella fidanzata/moglie). In spagnolo, si chiama sinteticamente l’uomo BBVA, come la banca, neanche a farlo apposta: Blanco, Burgués, Varón (maschio), Adulto. È quindi questo il nemico del femminismo intersezionale? No, il nostro scopo non è eliminare o soggiogare le persone che abbiano queste caratteristiche; il nostro nemico è il sistema stesso, gli assi di oppressione che mettono su un piedistallo l’uomo BBVA: vogliamo far saltare per aria il piedistallo, non l’uomo. Anche perché non è una bella cosa stare sul piedistallo: c’è sempre il rischio di cadere di sotto. Pensate alla mascolinità e alla eterosessualità: si è costantemente sotto minaccia di essere chiamati “femminucce” o “finocchi” se non ci si comporta secondo le aspettative, e quindi di essere precipitati dall’altra parte dell’asse!

Un grande insegnamento del femminismo della differenza (quello della seconda ondata – degli anni Settanta per intenderci) è che è illusorio pensare di abbattere le disuguaglianze saltando sul piedistallo. Il primo femminismo, quello dell’uguaglianza, rivendicava per le donne gli stessi diritti degli uomini: una lotta essenziale nel contesto della prima ondata femminista e siamo tutte molte grate per gli esiti di quelle battaglie (il diritto di voto, di proprietà, di lavoro…). Il problema è che il sistema si adatta a questo tipo di cambiamenti: vuoi un diritto? Eccoti un piccolo piedistallo su cui salire, certo più in basso di quello dell’uomo BBVA; attenta però che adesso puoi cadere, quindi comportati esattamente come si deve, se no torni giù da dove sei venuta! In questo senso si può leggere il matrimonio gay: la concessione di un diritto eterosessuale a patto di seguire esattamente il solito modello di relazione monogama e familiare. E poi, pure se vi concediamo di sposarvi, ricordatevi che finocchi siete e resterete.

Questo meccanismo si chiama “assimilazione”, che è il contrario di “differenza”, da non confondere con “uguaglianza” che è il contrario di “disuguaglianza”. Finché confondiamo tra loro differenza e disuguaglianza, saremo sotto il giogo del sistema: la nostra aspirazione di subalterne e subalterni sarà quella di diventare uguali all’uomo cis ed etero, bianco e benestante, e attraverso il nostro desiderio legittimeremo la sua posizione di dominazione. In altre parole, l’uomo cis, etero bianco e benestante è il soggetto universale, il neutro, il punto di riferimento: gli individui con caratteristiche diverse da queste sono invisibilizzati poiché percepiti come eccezioni alla norma. E fino a quando sarà così essi non potranno che essere sistematicamente emarginati e discriminati.

Per liberarci dall’oppressione allora è fondamentale prima di tutto riappropriarci della nostra identità, partendo dall’idea che il nostro vissuto è valido tanto quanto quello altrui. Ecco che l’identità smette di essere la nostra natura che ci porta necessariamente alla sottomissione, per diventare uno strumento attivo di lotta politica. Quest’idea moltiplicata per tutti gli assi di oppressione e le loro intersezioni dà origine al femminismo intersezionale: una prospettiva politica che abbraccia molteplici lotte contro tutte le oppressioni possibili, senza imporre una gerarchia fra di esse ma rivendicando le specificità di ciascuna.

La prospettiva femminista arricchisce le analisi dei singoli fenomeni sociali individuando tra i pilastri del sistema socio-politico-economico in cui viviamo proprio quella cultura eteronormativa che erige l’uomo BBVA a soggetto universale e naturalmente dominante. Parliamo di un sistema che è capitalista, patriarcale e colonialista, cioè votato all’accumulazione di profitto attraverso lo sfruttamento del corpo delle donne e delle risorse naturali e umane dei paesi del sud globale del mondo. Per far funzionare siffatto sistema, classismo, sessismo e razzismo si intrecciano indissolubilmente in una cultura che ci fa sembrare come naturale, inevitabile e immutabile l’ordine delle cose.

Ma non è così. E compito della nostra lotta è proprio quello di svelare che l’eteronorma è una costruzione sociale che ha uno scopo ben preciso, ossia mantenere un sistema che favorisce un gruppo di individui molto concreto.

Contro l’eteronorma, il binarismo di genere e la violenza di genere

La costruzione sociale fondamentale sulla quale poggia la cultura eteronormativa è il binarismo di genere. Per capire cosa si intende con binarismo di genere riassumiamo rapidamente come funziona la nostra società. La cultura eteronormativa ci insegna che l’orientamento sessuale predefinito, quello considerato naturale e giusto, è l’eterosessualità. La coppia eterosessuale è il nucleo della famiglia, e la famiglia è il nucleo della nostra società. Quindi, affinché possa esistere la società per come la conosciamo, è necessario che uomini e donne siano ben distinguibili tra loro. Dunque quando nasciamo la prima cosa che viene fatta dagli adulti che ci circondano è controllare quali organi sessuali abbiamo (o addirittura prima di nascere se viene fatta l’ecografia), e in base a questo farci rientrare in una delle due categorie (se hai una vagina sei donna, se hai il pene sei uomo, se hai entrambi sceglieranno uno dei due da asportare affinché tu possa rientrare in una delle due categorie). E a seconda della categoria nella quale rientreremo, ci viene assegnata una precisa identità di genere: ci viene assegnato un nome, e ci viene insegnato come comportarci, cosa possiamo o non possiamo fare, per chi possiamo provare attrazione.

Binarismo di genere quindi significa che se hai il pene sei uomo, e ti viene imposto un ruolo ben definito, se hai la vagina sei donna, e hai un altro ruolo altrettanto definito. Se sei uomo domini, se sei donna subisci. Pacchetto completo, prendere o prendere. E se sgarri lo fai a tuo rischio e pericolo.

Di conseguenza se sei transgender, o se non ti riconosci né nell’identità maschile né in quella femminile sarai esclus*, invisibilizzat*, considerat* aberrazione, sarai soggett* a violenza fisica, psicologica, economica. Un trattamento simile è riservato a chi ha un orientamento sessuale differente dall’eterosessualità. Inoltre, anche se sei cisgender (ti riconosci nell’identità di genere che ti è stata assegnata in base al tuo sesso biologico) ma non sei del tutto conforme allo stereotipo di genere sei comunque a rischio di ridicolizzazione, emarginazione, esclusione. Pensiamo ad esempio a come viene percepito un ragazzino che fa uno sport tradizionalmente considerato femminile, come il pattinaggio artistico…

Il binarismo di genere è quindi un’istituzione violenta, la quale prevede che vi siano due generi, di cui uno oppresso, e che punisce chiunque sfugga alla sua logica. Tutto questo è violenza di genere.

Che il genere sia un costrutto sociale, che essere uomo o donna sia principalmente la conseguenza di una pletora di stereotipi che ci vengono schiacciati addosso appena veniamo al mondo e che condizionano ogni aspetto della nostra vita, non significa chiaramente negare che esista una violenza di genere ben specifica, che è la violenza maschile sulle donne. Quest’ultima è infatti un fenomeno ben concreto, autentico, con delle precise caratteristiche e di dimensioni drammatiche. Quello che fa il femminismo intersezionale è inserire la lotta alla violenza maschile sulle donne in un discorso più ampio e articolato, che è la lotta alla violenza di genere. Ed è stato proprio questo l’approccio che Non Una Di Meno ha avuto nello scrivere il suo piano antiviolenza.

Ma quindi, alla fin fine, che cosa significa essere una femminista intersezionale?

Innanzi tutto significa che non esistono più buone e cattive femministe. O meglio, non esistono più atti che di per sé sono o non sono femministi, ed è la persona oppressa stessa che decide come autodeterminarsi a seconda della propria condizione. Difatti, siccome ciò che è socialmente imposto a una persona può essere proibito ad un’altra, la liberazione può passare attraverso azioni opposte. Prendiamo ad esempio la depilazione: per una donna cisgender non depilarsi può significare ribellarsi all’idea che i peli sono accettabili solo se sono peli maschili, mentre per una donna transgender è una maniera di vivere autenticamente la propria identità. Analogamente, una musulmana francese che sceglie di portare l’hijab e una musulmana turca che si mette la minigonna, stanno compiendo scelte che sono solo apparentemente in conflitto, poiché entrambe stanno rifiutando di concedere alle rispettive società patriarcali di decidere per loro cosa possono o non possono indossare. O ancora, per una vittima di tratta la prostituzione corrisponde ad un’immensa violenza, mentre per una sex worker può rappresentare un modo degno quanto altri per raggiungere indipendenza economica.

È chiaro quindi che il femminismo intersezionale è necessariamente non dogmatico, poiché ogni azione assume un significato profondamente diverso a seconda del contesto in cui essa viene compiuta. Le parole d’ordine del femminismo intersezionale dunque sono solidarietà e alleanza (io ti sostengo nella tua lotta per autodeterminarti), contrapposte alla sovradeterminazione (io decido in quale modo è legittimo che ti emancipi).

Sfide e potenzialità del femminismo intersezionale

Tutto ciò rende questa lotta una lotta estremamente articolata da portare avanti: non abbiamo i dieci comandamenti che ci dicono cosa è giusto e cosa sbagliato, non abbiamo un ricettario che ci suggerisca come comportarci in una situazione piuttosto che un’altra, dobbiamo sempre stare attente a non invisibilizzarci reciprocamente.

Inoltre, portare avanti il femminismo oggi, in particolare nel mondo occidentale, non è come portarlo avanti negli anni Settanta: non siamo più ai tempi in cui vige il delitto d’onore, o in cui il “donna schiava pulisci e lava” era ampiamente accettato. Siamo ai tempi delle manager, delle presidentesse, del purplewashing. Ugualmente, l’idea di un matrimonio omosessuale o della riassegnazione chirurgica del genere non è più inconcepibile, e tante delle aperte discriminazioni verso soggetti non conformi all’eteronorma o al binarismo di genere non sono più accettate, in nome del politically correct. Tante oppressioni oggi sono più subdole, meno visibili, e la loro espressione si è modificata con l’adattarsi del sistema alle richieste di femminismo e movimenti LGBTQI*. E per questo è più difficile dare loro un nome, e sarebbe anacronistico volerle far coincidere con il tradizionale immaginario di quello che è il patriarcato. Quindi, se non aggiorniamo efficacemente il nostro modo di raccontare l’oppressione eteropatriarcale, tante donne continueranno a considerare il femminismo un movimento obsoleto e vittimista, da rifiutare.

Abbiamo quindi un’infinità di donne e lotte che confluiscono nel femminismo intersezionale, che vogliono andare avanti senza lasciare alcuna indietro. Una sfida immensa, una lotta complessa, che ha luogo in un sistema altrettanto complesso e in evoluzione constante, un sistema che necessita di essere analizzato e rianalizzato, una visione che va riaggiornata di cambiamento in cambiamento. Una sfida importantissima, perché per la prima volta nella storia del femminismo le rivendicazioni delle donne non stanno sorgendo in seno ad altre lotte, ma sono proprio loro che stanno trainando le altre a livello mondiale. La liberazione delle donne non può più quindi essere considerata una lotta di serie B, per questo obiettivo imprescindibile: oggi più che mai è attuale dire che non c’è rivoluzione senza femminismo, non c’è femminismo senza rivoluzione.

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Una risposta a "Femminismo intersezionale o perché questa lotta è anche tua – #Intersezioni 2"

  1. chi ha il pene è un uomo nella maggioranza dei casi e nessuno glielo impone, chi ha la vagina è donna nella maggioranza dei casi e nessuno glielo impone, io sono uomo e nessuno me lo ha imposto, il ruolo di genere è un’altra cosa, posso non riconoscermi in tutti gli stereotipi legati al maschio ma resto maschio e uomo e nessuno me lo ha imposto così è per le donne.
    L’identità di genere non è imposta. e una persona gay che si vuole sposare e vuole la monogamia è persona libera come lo è un etero monogamo.
    Affermare che avere una anatomia femminile o maschile (almeno nei caratteri sessuali secondari relativamente alla minoranza transgender) non centra nulla con l’essere uomo o donna è un errore della queer theory, dire che tutto è culturalmente costruito anche per quanto riguarda il corpo è una menzogna. un uomo che si mette un tubino, porta i capelli lunghi, si trucca e non interviene almeno ormonalmente su di sè rimane un uomo, non è una donna trans

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