Libere di muoverci, libere dai confini. Diritto d’asilo contro la violenza

belovedAbbiamo scelto lo pseudonimo di Beloved per raccontare la storia di una giovane donna, rimpatriata illegalmente dal centro di detenzione amministrativa di Ponte Galeria nel settembre 2015, mentre il ricorso sulla sua domanda d’asilo era ancora pendente.

Beloved, come tante, era arrivata in Italia nell’estate 2015 assieme ad altre compagne di viaggio, attraversando il deserto e il Mediterraneo. Era fuggita dalla Libia dopo essere scappata da un bordello dove era stata portata forzatamente. La sua fuga, la sua capacità di resistere e opporsi alla violenza, sono state considerate dalla Commissione Territoriale per il diritto d’asilo come la prova che Beloved era partita volontariamente per l’Italia; “senza costrizioni” – come recita la motivazione della decisione. Il 17 settembre 2015 furono espulse in 20, nel corso di un rimpatrio che un rapporto del Gruppo di esperti sulla tratta del Consiglio d’Europa del gennaio 2017 ha indicato come “trattamento inumano e degradante”. In 10 casi, tra cui quello di Beloved, un giudice aveva sospeso l’esecutività del rimpatrio, riconoscendo a Beloved e alle sue compagne di viaggio il diritto a stare in Italia, almeno fino a quando il Tribunale non avesse deciso sulla loro domanda di protezione.
Da quel viaggio, che per la legge è di sola andata, sono tornate in 5, attraversando di nuovo il deserto e il Mediterraneo, nonostante avessero il diritto a rimanere in Italia.

Si sono opposte alla violenza patriarcale dei loro carnefici, alla violenza domestica ed economica, a quella dello sfruttamento dei corpi messi a profitto, alla violenza degli scafisti e del regime europeo dei confini.

Quando Beloved ha presentato nuovamente domanda d’asilo, non si è narrata come vittima, ma ha raccontato le sue strategie di resistenza, la sua autodeterminazione e la sua libertà. Strategie che il diritto considera come una colpa, quella dell’insolenza e dell’insubordinazione verso l’ordine dei confini e delle politiche migratorie. Ѐ forse per questo che la sua domanda non è stata ritenuta meritevole di essere riesaminata.

Abbiamo scelto un nome simbolico per raccontare la protagonista di questa storia, perché la storia di Beloved racconta il regime di apartheid e razzismo su cui l’Europa si sta costruendo. Racconta dei segni che i confini tracciano sulle esistenze delle e dei migranti; racconta la storia di migliaia di donne che stanno aspettando la decisione sulla propria domanda d’asilo o alla quale la protezione è stata negata perché hanno deciso di non raccontarsi come vittime, né come eroine, ma come donne che scelgono la propria libertà; racconta delle donne imprigionate in Libia dalle politiche italiane ed europee di controllo dei confini.

Non accetteremo che Beloved venga nuovamente rimpatriata e, se necessario, alla violenza dei confini opporremo i nostri corpi accanto al suo. Fino a quando non le verrà riconosciuto il diritto di muoversi e di restare; a lei come alle altre donne che chiedono asilo.

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