Report tavolo percorsi di fuoriuscita (14-15 ottobre Pisa)

PIANO ANTIVIOLENZA FEMMINISTA DAL BASSO

Per la prima volta il movimento femminista italiano produce in assoluta autonomia un documento politico che analizza la complessità della realtà e della società in cui le donne vivono mettendo al centro di tutto il contrasto alla violenza maschile e patriarcale sulle donne.
Questo sarà l`atto politico di NUDM ad un anno dalla sua nascita e sarà lo strumento per raggiungere tutte le donne e attraverso cui dare risposte concrete, costruire alternative e trasformare radicalmente l`esistente.
E’ il prodotto di un anno di lavoro, ed è un documento in divenire che si confronta con la trasformazione della violenza maschile sulle donne e si confronta con la società.

Il piano deve essere pronto entro il 15 novembre per essere diffuso in tutti i territori prima della manifestazione nazionale del 25 novembre. Sui punti imprescindibili politici e femministi del piano verrà costruita una campagna di comunicazione e azioni di lotta.

Per quanto riguarda la redazione del piano, il tavolo di percorsi di fuori uscita dalla violenza rimane concorde sull’indice proposto all’incontro nazionale di Napoli, così suddiviso:
1. INTRODUZIONE POSIZIONAMENTO POLITICO
2. PIANO PROGRAMMATICO per contrastare la violenza maschile sulle donne:
– prevenzione
– percorsi fuoriuscita
– aspetti giuridici e legislativi
– costi e risorse

*Molti dei punti qui di seguito sono sintetizzati, per chi volesse approfondire vi invitiamo a leggere i report dei precedenti incontri nazionali.
Acronimi: CAV (Centro Antiviolenza) – CR (Case rifugio) – DPO (Dipartimento Pari Opportunità)

PIANO STRATEGICO/OPERATIVO
1. Modifiche dell’Intesa Stato-Regioni 2014
Su definizione CAV, CR e semi autonomia
Ruolo e formazione delle operatrici
Centri gestiti da organizzazioni non istituzionali, femministe e laiche
Abolizione dell’autorizzazione del servizio sociale su accoglienza – trasferimento che è legato unicamente alle rette e non alle competenze del servizio. I CAV e CR femministi e laici hanno competenza, legittimità per dare autorizzazione di ospitalità in casa rifugio.

2. Modifiche del “quadro strategico” e delle “linee guida” presentate a settembre 2017 dal DPO che esclude e non tiene in considerazione il ruolo politico e di programmazione dei centri antiviolenza femministi e laici
– CAV e CR femministi e laici dentro le cabine di regia sia nazionali che regionali
– Allegati

3. Dati
I dati sulle richieste di aiuto e sui percorsi di fuoriuscita devono essere forniti in modo aggregato e non per singolo caso, ai fini di: una conoscenza specifica dei bisogni territoriali; valutazione economica degli interventi e stanziamento delle risorse; appropriatezza dei servizi erogati; individuazione di programmi di prevenzione e sensibilizzazione.
Rispetto di anonimato, riservatezza e segretezza dei dati aggregati.

4. Risorse e Finanziamenti
Stanziamento adeguato economicamente e rispondente ai bisogni individuati dai CAV femministi e laici
Abolizione art.5Bis L. 119 (ossia del vincolo del 30% dei finanziamenti per apertura nuovi CAV, senza valutarne l’effettiva necessità e senza valutare le necessita di quelli già esistenti che chiudono per mancanza di risorse)
Risorse allocate al DPO e non ai singoli ministeri

5. Mappatura di centri antiviolenza e di luoghi di donne laici e femministi
Il Centro Anti Violenza è un luogo di elaborazione politica femminista il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne. In quest’ottica accoglie e sostiene i singoli percorsi di fuoriuscita dalla violenza, interviene sulla formazione e la prevenzione sensibilizzando il territorio e strutturando reti.
Il Centro antiviolenza è uno spazio autonomo di donne, autogestito da organizzazioni laiche di donne, di supporto e di potenziamento nei quale si rende visibile e si contrasta la disparità di genere promuovendo un ribaltamento dei rapporti di potere sul piano individuale delle relazioni intime e sul piano generale della soggettività delle donne.
Pertanto i centri antiviolenza non sono mai servizi assistenziali e non possono essere istituzionali.
Nei centri antiviolenza la metodologia adottata è quella della relazione tra donne come pratica centrale fondata sulla lettura della violenza di genere come fenomeno politico e sociale complessivo strutturale e non emergenziale.

6. Formazione: dal momento che stanno proliferando corsi, anche universitari, per operatori e operatrici antiviolenza, che cancellano l`esperienza e i saperi dei CAV, è necessario ribadire che:
La formazione per le operatrici viene fatta dai e nei CAV femministi e laici
L’operatrice è una figura complessa e articolata che fonda il suo operato nella pratica della relazione e nel contrasto agli stereotipi e alle discriminazioni di genere. L’operatrice, indipendentemente dal profilo professionale posseduto, ha una formazione politica e operativa femminista che tiene anche conto dei saperi intersezionali
Nella Formazione di altre figure professionali coinvolte nel percorso di fuoriuscita dalla violenza delle donne – formazione che deve essere permanente e multidisciplinare – svolgono un ruolo cardine i CAV e le loro attiviste

7. Educazione
E’ necessario un confronto con il tavolo Educazione per stabilire percorsi e obiettivi comuni

8. Prevenzione
E’ necessario un confronto con i tavoli Salute, Educazione e narrazioni (vedi report Napoli)

9. Percorsi di autonomia
E’ necessario un confronto con il tavolo Lavoro e welfare e il tavolo Giuridico su: molestie, flessibilità oraria, aspettativa, reddito di autonomia-Congedo jobs act (vedi report Napoli)

10. Femminismi e migrazioni
E’ necessario un confronto con il tavolo Migrazioni (vedi report Napoli)

Per la redazione del PIANO: Il gruppo redazionale del PIANO avrà il compito di assemblare quello che è stato prodotto, rendendolo sintetico, coerente e comunicabile.

MANIFESTAZIONE NAZIONALE 25 NOVEMBRE
Per la manifestazione nazionale del 25 novembre, siamo concordi che sia a Roma, ma solo se nel mese di ottobre ci sarà una forte attivazione dei territori. Il tema centrale deve essere l`autonomia delle donne e quindi: autonomia economica, lavoro, formazione e casa. E riteniamo molto importante creare una connessione con le mobilitazioni a livello internazionale.

Le AZIONI proposte VERSO IL 25 NOVEMBRE ed oltre:
Bloccare l’approvazione dei due documenti (linee guida e quadro strategico) del DPO in Conferenza Stato-Regioni (A Roma il 17 ottobre)
Protesta nella giornata delle forze armate (4 novembre) in tutti i territori
Mobilitazione sulla Legge di stabilità

GRUPPO COMUNICAZIONE
C’è la forte necessità di coordinare i gruppi territoriali con il nazionale.
La proposta per l’assemblea è: I gruppi di comunicazione territoriali o una referente territoriale per la comunicazione si coordinano con il gruppo nazionale, secondo indicazioni di metodo comuni.

Appoggiare la riforma della cittadinanza da un prospettiva femminista

di Wissal Houbabi e Enrica Rigo

Il dibattito che si è prodotto attorno alla proposta di riforma della cittadinanza, più che parlare di uno ius soli “temperato”, sembra stemperare, dissolvere la discussione attorno a una partitella politica e elettorale di bassa lega. Una partitella che, sul finire dell’estate, ha ipocritamente giocato in termini razzisti la cronaca quotidiana della violenza maschile contro le donne; una violenza che – non ci stancheremo di ripeterlo – non ha passaporto se non quello del patriarcato.

La proposta di legge in discussione in parlamento è certo una riforma stretta, innanzitutto per la retorica sacrificale che abbraccia. La cittadinanza va “meritata” – dice il testo approvato alla camera – attraverso il sudore delle madri e dei padri (almeno un genitore deve essersi conquistato il permesso di soggiorno di lungo periodo, traguardo che la legge italiana condiziona al lavoro e al reddito) o attraverso i percorsi scolastici che, nel caso della scuola primaria, devono concludersi positivamente (non sia mai che conferiamo la patente dell’italianità a dei somari!).

È una riforma stretta per le donne migranti e le loro figlie, per cui accedere alla cittadinanza significa avere uno strumento per sottrarsi alla subordinazione imposta da mariti e padri e al ricatto del permesso di soggiorno legato alla famiglia. È stretta per chi non vuole crescere i propri figli come status di privilegio o subordinazione, ma semplicemente come bambine e bambini. È stretta per chi, solo qualche anno fa, ha creduto nella possibilità di costruire un’Europa dove la cittadinanza nazionale sarebbe servita a poco; ovvero, ha creduto in quella stessa utopia visionaria che migranti e nuovi cittadini concretizzano ogni giorno attraversando i confini materiali e simbolici che intrappolano l’Europa in una gabbia sempre più angusta di razzismo, nazionalismo, sessismo.

Nonostante stia stretta anche a noi, abbiamo preso una posizione netta per l’approvazione della riforma; innanzitutto come attiviste, per farne uno strumento con cui combattere le battaglie quotidiane contro il sessismo e il razzismo, e per fare della cittadinanza stessa un campo anche di altre battaglie. Prima tra tutte, quella contro le politiche sulle migrazioni e di blocco dei confini messe in campo da questo stesso governo a cui, peraltro, va attribuita la paternità delle leggi Minniti-Orlando e al quale non va lesinata alcuna critica. Le frontiere interne della cittadinanza e quelle esterne – erette contro le e i migranti che chiedono il riconoscimento di diritti o di essere ammessi entro i confini europei, spesso mettendo in gioco la propria vita – non possono essere considerate come questioni separate, se non a costo di costruire le nostre società sulla linea dell’apartheid e del razzismo.

Basterebbe questo per sviluppare poderosi anticorpi contro la retorica dell’italianità abbracciata dagli oppositori della riforma o, peggio, da chi si nasconde dietro preoccupazioni prudenziali: la cittadinanza andrebbe “meritata”, perché “regalarla” sarebbe un pericolo per il futuro e la struttura sociale di questo paese. Sulla base di quali meriti? Quelli di una retorica populista? La stessa che alimenta le stragi sui confini? O quelli di chi la cittadinanza l’ha ottenuta per “ius sanguinis”? Che almeno bisognerebbe avere il buon gusto di chiamare privilegio.

La battaglia per lo ius soli non è più solo quella per una legge che interessa uno o più gruppi di sostenitori o diretti interessati: ha contagiato le scuole di ogni ordine e grado e le aule universitarie, alunni e genitori, attraversando luoghi che per alcuni sono di lavoro, per altri di condivisione e crescita. Quasi a confermare come la questione della cittadinanza si collochi sempre da qualche parte tra le regole che prescrivono chi può essere cittadino e la società nella sua composizione reale. Oggi queste regole sono così indietro rispetto ai soggetti sociali che pretendono di rappresentare e governare che anche una riforma stretta può segnare un lungo passo in avanti.

Peraltro, lo ha mostrato bene oltre un anno di riflessione di Non Una di Meno, un movimento che ha saputo, da un lato, far attraversare ogni pratica femminista dal tema delle migrazioni, dall’altro, ridefinire in termini femministi la critica delle frontiere, del sistema di asilo e accoglienza, il tema dei permessi di soggiorno e, non da ultimo, quello dello ius soli.  La prospettiva è stata proprio quella di rifiutare ogni retorica che vuole dipingere la cultura italiana come un qualcosa di omogeneo nello spazio e nel tempo e che consegna le figlie e figli “di seconda generazione” all’imbarazzante situazione di sentirsi chiedere continuamente se si sentono italiane e italiani.

In Italia, c’è un pezzo di società che rivendica il proprio diritto a non riconoscersi in alcuna identità data, che ha piena coscienza di sé e non accetta più di vivere alcun trattamento discriminatorio. Un pezzo di società che pretende gli stessi diritti di partecipare alla vita politica, di circolare liberamente e di poter restare in questo paese senza subire una vita in continua scadenza. Un pezzo di società che non sarà messa a tacere perché coinvolge quasi un milione di giovani ragazze e ragazzi; nonostante la politica istituzionale si ostini a non riconoscerlo.