Appoggiare la riforma della cittadinanza da un prospettiva femminista

di Wissal Houbabi e Enrica Rigo

Il dibattito che si è prodotto attorno alla proposta di riforma della cittadinanza, più che parlare di uno ius soli “temperato”, sembra stemperare, dissolvere la discussione attorno a una partitella politica e elettorale di bassa lega. Una partitella che, sul finire dell’estate, ha ipocritamente giocato in termini razzisti la cronaca quotidiana della violenza maschile contro le donne; una violenza che – non ci stancheremo di ripeterlo – non ha passaporto se non quello del patriarcato.

La proposta di legge in discussione in parlamento è certo una riforma stretta, innanzitutto per la retorica sacrificale che abbraccia. La cittadinanza va “meritata” – dice il testo approvato alla camera – attraverso il sudore delle madri e dei padri (almeno un genitore deve essersi conquistato il permesso di soggiorno di lungo periodo, traguardo che la legge italiana condiziona al lavoro e al reddito) o attraverso i percorsi scolastici che, nel caso della scuola primaria, devono concludersi positivamente (non sia mai che conferiamo la patente dell’italianità a dei somari!).

È una riforma stretta per le donne migranti e le loro figlie, per cui accedere alla cittadinanza significa avere uno strumento per sottrarsi alla subordinazione imposta da mariti e padri e al ricatto del permesso di soggiorno legato alla famiglia. È stretta per chi non vuole crescere i propri figli come status di privilegio o subordinazione, ma semplicemente come bambine e bambini. È stretta per chi, solo qualche anno fa, ha creduto nella possibilità di costruire un’Europa dove la cittadinanza nazionale sarebbe servita a poco; ovvero, ha creduto in quella stessa utopia visionaria che migranti e nuovi cittadini concretizzano ogni giorno attraversando i confini materiali e simbolici che intrappolano l’Europa in una gabbia sempre più angusta di razzismo, nazionalismo, sessismo.

Nonostante stia stretta anche a noi, abbiamo preso una posizione netta per l’approvazione della riforma; innanzitutto come attiviste, per farne uno strumento con cui combattere le battaglie quotidiane contro il sessismo e il razzismo, e per fare della cittadinanza stessa un campo anche di altre battaglie. Prima tra tutte, quella contro le politiche sulle migrazioni e di blocco dei confini messe in campo da questo stesso governo a cui, peraltro, va attribuita la paternità delle leggi Minniti-Orlando e al quale non va lesinata alcuna critica. Le frontiere interne della cittadinanza e quelle esterne – erette contro le e i migranti che chiedono il riconoscimento di diritti o di essere ammessi entro i confini europei, spesso mettendo in gioco la propria vita – non possono essere considerate come questioni separate, se non a costo di costruire le nostre società sulla linea dell’apartheid e del razzismo.

Basterebbe questo per sviluppare poderosi anticorpi contro la retorica dell’italianità abbracciata dagli oppositori della riforma o, peggio, da chi si nasconde dietro preoccupazioni prudenziali: la cittadinanza andrebbe “meritata”, perché “regalarla” sarebbe un pericolo per il futuro e la struttura sociale di questo paese. Sulla base di quali meriti? Quelli di una retorica populista? La stessa che alimenta le stragi sui confini? O quelli di chi la cittadinanza l’ha ottenuta per “ius sanguinis”? Che almeno bisognerebbe avere il buon gusto di chiamare privilegio.

La battaglia per lo ius soli non è più solo quella per una legge che interessa uno o più gruppi di sostenitori o diretti interessati: ha contagiato le scuole di ogni ordine e grado e le aule universitarie, alunni e genitori, attraversando luoghi che per alcuni sono di lavoro, per altri di condivisione e crescita. Quasi a confermare come la questione della cittadinanza si collochi sempre da qualche parte tra le regole che prescrivono chi può essere cittadino e la società nella sua composizione reale. Oggi queste regole sono così indietro rispetto ai soggetti sociali che pretendono di rappresentare e governare che anche una riforma stretta può segnare un lungo passo in avanti.

Peraltro, lo ha mostrato bene oltre un anno di riflessione di Non Una di Meno, un movimento che ha saputo, da un lato, far attraversare ogni pratica femminista dal tema delle migrazioni, dall’altro, ridefinire in termini femministi la critica delle frontiere, del sistema di asilo e accoglienza, il tema dei permessi di soggiorno e, non da ultimo, quello dello ius soli.  La prospettiva è stata proprio quella di rifiutare ogni retorica che vuole dipingere la cultura italiana come un qualcosa di omogeneo nello spazio e nel tempo e che consegna le figlie e figli “di seconda generazione” all’imbarazzante situazione di sentirsi chiedere continuamente se si sentono italiane e italiani.

In Italia, c’è un pezzo di società che rivendica il proprio diritto a non riconoscersi in alcuna identità data, che ha piena coscienza di sé e non accetta più di vivere alcun trattamento discriminatorio. Un pezzo di società che pretende gli stessi diritti di partecipare alla vita politica, di circolare liberamente e di poter restare in questo paese senza subire una vita in continua scadenza. Un pezzo di società che non sarà messa a tacere perché coinvolge quasi un milione di giovani ragazze e ragazzi; nonostante la politica istituzionale si ostini a non riconoscerlo.

 

 

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