Dopo il presidio a Il Messaggero…Una lettera del Tavolo Media Roma

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Gentili Redazioni,

scriviamo a proposito dell’azione che l’assemblea territoriale Non Una di Meno Roma ha svolto ieri pomeriggio davanti alla sede del Messaggero, che sta portando avanti la campagna Per una Roma Sicura. Visti i fatti di cronaca delle ultime settimane e la risonanza che stanno avendo sulle pagine dei vostri giornali, riteniamo utile esporvi quali sono a nostro giudizio gli aspetti più problematici e le implicazioni più rischiose di campagne come quella promossa dal Messaggero. Tutte discendono dalla scelta di incentrarla solo su ciò che una donna debba o non debba fare al fine di evitare stupri e aggressioni. Questo rischia di ribadire la violenza maschile contro le donne come dato immutabile della realtà sociale (che le donne possono al massimo sperare di “schivare”). Ma significa anche schiacciare le donne dentro un perenne dualismo: ora vittime inermi, individui deboli che gli uomini “buoni” (“bodyguard addestrati”, taxisti collaborativi) devono proteggere dagli uomini “cattivi” (gli immigrati), ora unici soggetti tenuti a cambiare condotta (e agire con maggiore prudenza, si dice). In questo modo si limita la libertà femminile e, viceversa, si lascia nella protezione dell’invisibilità proprio coloro che cambiare dovrebbero: gli uomini che esercitano violenza.

Non possiamo infatti trattare la violenza maschile contro le donne come una malattia dalle cause incerte e affrontarla in una logica di riduzione dei fattori di rischio o alleggerimento dei sintomi. “Lampioni intelligenti”, informazioni riservate a turiste e studentesse, taxi dedicati, potranno al massimo fare questo, senza però intervenire sulla causa. La violenza maschile contro le donne non è neppure un problema di sicurezza o di ordine pubblico: le aggressioni sessuali che avvengono nella sfera pubblica per mano di sconosciuti o di stranieri incidono per una parte davvero minima, come le statistiche ben illustrano; sono la punta – solo più visibile, ma non più rilevante – di un iceberg tutto immerso nella sfera privata e nelle relazioni di prossimità. Dove, saremo d’accordo, è difficile piazzare lampioni intelligenti…

Concentrarsi solo su questa punta rischia a nostro avviso di falsare il problema, creando inutile allarme sociale e quindi terreno fertile per politiche securitarie e xenofobe. Nonché un palcoscenico di eccellenza per i politici che sapranno cavalcarle per primi. Mentre gli uomini continueranno a vessare le donne indisturbati.

Per andare alla radice della violenza di genere, e devitalizzarla, c’è solo un modo: affrontarla proprio a partire dalle analogie tra ciò che avviene dentro e fuori le mura domestiche, tra i fatti più eclatanti e gravi e l’ordinario sessismo annidato in ogni ambito della nostra società, dalla famiglia alle istituzioni educative alle organizzazioni mediali. C’è, crediamo, una forte linea di continuità tra gli abusi che prendono corpo sui cartelloni pubblicitari, nei social media, all’ora di ricreazione, sull’autobus o sul posto di lavoro.

Giornaliste e i giornalisti, in quanto operatori culturali, possono contribuire moltissimo, se non a fornire le soluzioni – certo non immediate – sicuramente a porre le domande giuste, imprescindibili per vincere questa battaglia. Quali sono i modelli di sessualità e di relazione sentimentale, di maschilità e di femminilità che ci circondano? Quali sono le idee, le canzoni, le storie, le frasi fatte e i comportamenti che nella nostra società e cultura hanno ormai reso normale, accettabile, a volte persino “figa” la violenza di un maschio su una femmina? Perché, insomma, gli uomini abusano delle donne?

Noi ci occupiamo di violenza di genere da molti anni e crediamo che sia fondamentale rivolgersi anche agli uomini, interpellandoli come principali destinatari di queste domande anziché come “cavalieri” che erogano protezione. Noi crediamo sia urgente rompere il paradigma e affrontare finalmente il problema della violenza maschile sulle donne per quello che è: una questione di genere. Per violenza di genere intendiamo anche la violenza nei confronti degli individui non eteronormati (GLBT) perchè figlia di un agire di stampo patriarcale che tarda a sparire.

​Perché non c’è “sicurezza”  né felicità ​ collettiva ​ se non sono garantiti i diritti sul corpo delle donne.

Per questo il 28 settembre le donne saranno in piazza per la giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro [www.28september.org]. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto la media nazionale del 70% di medici obiettori ed è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Il 28 torneremo a chiedere che l’aborto sia ovunque depenalizzato, garantito e sicuro, un diritto per le donne di tutti i paesi.

Libere dalla paura, unite nella solidarietà!

Contributo Tavolo Narrazione della violenza attraverso i media Non una di meno Roma

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