Report tavolo Percorsi di fuoriuscita dalla violenza (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

 

I centri antiviolenza, le case rifugio, le case, le associazioni, gli spazi occupati e autogestiti delle donne sono luoghi politici, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica contro la violenza maschile e patriarcale contro le donne[1].

L’autonomia e il riconoscimento di tutti questi luoghi non è garantita dalle istituzioni che sono permeate da cultura patriarcale, che non combattono la violenza ma se ne occupano con azioni di contenimento, controllo, vittimizzazione e paternalismo.

Centrale in questi luoghi è l’operatrice, figura complessa e articolata che fonda il suo operato nella pratica della relazione e nel contrasto agli stereotipi e alle discriminazioni di genere. L’operatrice, indipendentemente dal profilo professionale posseduto, ha una formazione politica e operativa femminista che tiene anche conto dei saperi intersezionali, formazione acquisita solo ed esclusivamente all’interno dei centri.

Per quanto riguarda il riconoscimento giuridico di un profilo professionale la discussione è ancora aperta e rimandiamo a tavoli tecnici e assemblee future. Siamo invece unanimemente concordi nel ritenere che, in un’ottica in cui è il centro nella sua interezza e complessità a essere riconosciuto e legittimato, le donne che vi svolgono attività, a qualunque titolo, devono avere eguale riconoscimento sia in termini economici che di autorevolezza, riconoscimento funzionale a garantire la continuità e l’adeguatezza del lavoro a vantaggio dei diritti e libertà delle donne.

La discriminante per rientrate nella cornice appena descritta è definire, per quanto complessa e variegata, una metodologia comune. La discussione del tavolo si è quindi concentrata sulla condivisione dei punti cardine dell’agire politico dei centri. Innanzitutto ci sembra fondamentale ribadire che:

Le donne che fuoriescono dalla violenza sono soggette attive non solo nella propria esperienza ma anche in quella delle altre, attraverso la costruzione di relazioni di auto mutuo aiuto, di condivisione di esperienze, nel motivare e nell’esempio concreto. Ogni percorso di fuoriuscita dalla violenza si avvia su iniziativa e scelta della donna coinvolta e ne segue le esigenze e i tempi, supportando e orientando, e mai imponendo passaggi obbligati. La relazione tra donne è in sé una pratica complessiva e articolata da mettere al centro e valorizzare, anche ribadendo la natura dei centri come luoghi in cui è determinante l’approccio indirizzato verso l’autonomia e non verso l’assistenza. Differentemente dai servizi “neutri”, tutte le donne che lavorano al CAV/CR costituiscono una equipe integrata con competenze multifattorali, che lavora in ottica condivisa, mettendo al centro il progetto della donna e la relazione con lei, basata sull’accoglienza di suoi desideri.

L’ascolto empatico e la giusta vicinanza, valutando la giusta misura della relazione, richiedono la capacità di partire da sé, di saper affrontare la violenza, riconoscere e gestire le proprie reazioni emotive. È necessario interrompere qualsiasi ricerca di una figura autoritaria che indichi cosa sia giusto fare e cosa no, lasciare spazio al racconto e ai silenzi senza interporre il proprio giudizio.

Rimandare una lettura politica della violenza che permetta alla donna di assumere consapevolezza e non sentire la propria storia come isolata dal contesto sociale violento e patriarcale in cui si trova, non significa massificarne l’esperienza e standardizzarla attraverso passaggi definiti che potrebbero eludere il vissuto stesso della donna e creare false rappresentazioni della storia di violenza. Ciò significa, che il rischio di un “uso deterministico” nel rileggere la storia di una relazione, può alimentare un’ immaginario della violenza non aderente a quella singola donna, e a quella singola storia, e pertanto può generare il pericolo di generalizzazioni distanti dalla percezione che la donna ha di sé e del maltrattante a cui è legata, rischiando quindi di consolidare un senso di inadeguatezza nella donna e di non tener adeguatamente conto della complessità della relazione tra la donna e il maltrattante che invece è uno dei punti focali dell’elaborazione della violenza.

Il rifiuto della mediazione familiare (imposto anche dalla convenzione di Istanbul), così come l’impossibilità di interlocuzione con l’uomo maltrattante, devono essere considerati tratti distintivi del nostro agire.

Rivendichiamo il posizionamento di parte a favore dei diritti delle donne quale valore discriminante della nostra pratica. Tale posizionamento non significa atteggiamento difensivo delle donne in nome di una loro supposta “minorità”, ma significa consapevolezza della dimensione sistemica della violenza contro le donne. Questo ci porta a schierarci con loro, nella consapevolezza che la supposta neutralità delle istituzioni rappresenta una perpetuazione delle situazioni di violenza contro le donne, perché oblitera la consapevolezza della disparità dei ruoli di potere tra uomini e donne nella storia e tutt’oggi.

Non è mai richiesto un compenso economico e sono garantiti anonimato e segretezza.

La formazione e ricerca di consapevolezza continue dell’operatrice, il confronto con un’equipe stabile, la supervisione e la copresenza di due operatrice nei colloqui con la donna, sono tutti elementi che contribuiscono all’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra il centro e la donna, a limitare la riproposizione di rapporti di dipendenza e permettono la messa in pratica della relazione tra donne scardinando le relazioni di potere proprie del modello patriarcale. La scelta tra la rotazione delle operatrici o la loro fissità attiene alla valutazione che ogni centro fa in base alle esigenze emerse nel corso del suo operato.

Per evitare che si creino dinamiche non trasversali all’interno del centro antiviolenza, è necessario stabilire chiaramente le specifiche funzioni delle differenti figure professionali (psicologa, avvocata, assistente sociale, ecc) che si affiancano all’operatrice.

Nella seconda parte della discussione il tavolo ha ragionato in merito alla scrittura del piano come strumento politico. Il piano che abbiamo immaginato è composto di due parti complementari e inscindibili tra loro, che tengono insieme la dimensione dell’elaborazione e quella della mobilitazione. La prima parte, il Piano Femminista contro la violenza maschile, vuole essere quindi un documento programmatico contenente tutta l’elaborazione che i tavoli stanno portando avanti; dunque un Piano in grado di proporre una lettura della violenza in termini sistemici e complessivi.

La seconda parte, il Piano Femminista d’Azione, affronta in modo più specifico la questione della violenza maschile con proposte concrete, discusse nei tavoli, che incalzino il piano nazionale antiviolenza e la sua applicazione.

Questo secondo documento nel quale saranno affrontate tutte le questioni relative ai centri antiviolenza, alla prevenzione e ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza, lo immaginiamo solo come la prima tappa della battaglia del contrasto alla violenza contro le donne, battaglia che vedrà molte altre tappe sia di elaborazione politica che di conflitto e mobilitazione.

È evidente che la posizione che il movimento Non Una di Meno prende rispetto all’interlocuzione con le istituzioni è tema complesso e spinoso. All’interno del tavolo è emersa la forte esigenza di tenere strettamente connessa la contrattazione che avverrà con del Dipartimento delle Pari Opportunità (e in generale con le istituzioni con le quali interloquiamo) con quella che verrà agita e agitata attraverso mobilitazioni a livello locale e nazionale.

La storia dei centri antiviolenza e degli spazi delle donne ci porta a sottolineare quanto le istituzioni sono per noi esclusivamente una risorsa da usare per il vantaggio delle donne, cui siamo disposte a rinunciare tutte le volte che le istituzioni usino tale vantaggio in modo ricattatorio o controllante nei confronti dei liberi percorsi delle donne. Proprio per questo abbiamo ritenuto necessario definire con chiarezza una cornice di senso teorica e metodologica condivisa sulla quale non siamo disposte a scendere a compromessi. Forti della chiarezza di questa cornice e dell’impossibilità di disgiungere il Piano dalla lotta, crediamo che l’interlocuzione con le istituzioni non è di per sè contraddittoria rispetto alla nostra pratica politica se spesa a vantaggio delle donne, ma ci costituisca come alternativa forte e autorevole.

Il nostro confronto continuo ci porta a pensare che abbiamo bisogno di parole nuove che approfondiscano e facciano incontrare le diverse esperienze e i risultati raggiunti.

Ci opponiamo a tutto quello che è imposto istituzionalmente, le donne che subiscono violenza maschile non sono né malate né problematiche quindi non devono essere sottoposte ad alcun tipo di diagnosi patologizzante. Per questo il tavolo riconferma il rifiuto del Codice Rosa in tutte le sue applicazioni –  e vi proponiamo quindi una data di mobilitazione a maggio a livello nazionale da svolgersi localmente.

Infine avendo lasciato in sospeso alcuni punti importanti da condividere e avendo il desiderio di continuare a confrontarci abbiamo deciso che il Tavolo Percorsi si rincontrerà in un momento nazionale il 27 e 28 maggio nella città di Napoli.  Invitiamo chi voglia partecipare ad essere lì con noi per avere poi nei tempi previsti un Piano Femminista che tenga conto della libertà e dell’autodeterminazione e il riconoscimento dei centri antiviolenza come luoghi politici in cui si realizza la libertà delle donne.

[1] Con donne si intende donne cisgender, transessuali e lesbiche.

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