Report tavolo Lavoro e welfare (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Verso la scrittura di un Piano Femminista Antiviolenza, il Tavolo Lavoro e Welfare del movimento Non Una Di Meno, giunto al terzo appuntamento nazionale, ha sintetizzato il proprio lavoro individuando dei punti imprescindibili di analisi; principi largamente condivisi; gli obiettivi e le pratiche per ottenerli.
Forti dell’esperienza dello sciopero globale delle donne che l’8 marzo scorso ha interessato quasi 60 paesi nel mondo, intendiamo ribadire che la saldatura con i temi economici del lavoro e del welfare  è centrale e non secondaria  combattere violenza di genere nel suo aspetto sistemico e non emergenziale, per pensare la trasformazione radicale della società e del sistema produttivo, la risocializzazione del lavoro di cura e di riproduzione, e quindi l’abbattimento della contemporanea divisione sessuale del lavoro e la distruzione del sistema patriarcale.
Combattere la violenza a partire dalla specificità di questi temi vuol dire porsi il problema in termini di prevenzione, non solo ex post, ma provando a individuare ex ante strumenti misure e pratiche che garantiscano l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, in grado quindi di sottrarle preliminarmente alla potenziale spirale di violenza data dalla dipendenza economica, dallo sfruttamento e dall’assenza di servizi. È stata sottolineata la quasi assenza di strumenti che garantiscano l’indipendenza economica e forme di supporto concrete alle donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita dalla violenza, familiare e lavorativa.
In questo senso è stato fondamentale riaffermare la prospettiva femminista, ripartire dalla parzialità e dalla specificità delle condizioni di lavoro e di vita delle donne per affrontare le questioni più complessive legate al lavoro, allo sfruttamento e alla redistribuzione della ricchezza. Ricchezza che rivendichiamo sotto forma di un welfare universale, diretto e indiretto, che risponda ai bisogni delle donne e degli individui e non sia organizzato su base familiare, una volta di più se assumiamo che la casa e la famiglia sono i luoghi primari in cui si genera la violenza.

Abbiamo individuato un nesso stretto tra la ristrutturazione capitalistica in atto e la violenza di genere in tutte le sue forme e dispositivi di nuova segmentazione, esclusione e sfruttamento, nonché la violenza con cui la dismissione crescente del welfare, in nome del risanamento del debito, si abbatte sulle vite delle donne.
Con la categoria della femminilizzazione del lavoro abbiamo letto la generalizzazione a tutta la forza lavoro dei tratti che hanno storicamente caratterizzato il lavoro femminile (intermittenza, gratuità, flessibilità, supplementarietà) e, al tempo stesso, la messa al lavoro delle forme e degli stili di vita, degli stessi generi e delle facoltà relazionali e di cura. Sebbene questo processo riguardi il lavoro nella sua complessità, colpisce ancora le donne in modo particolare laddove è ancora vigente un determinato regime di divisione sessuale del lavoro.
Il portato storico delle lotte femministe ci ha insegnato che la sfera della riproduzione è divenuta immediatamente produttiva.

Le ultime riforme del lavoro hanno segnato un deciso passo in avanti nello smantellamento dei diritti e delle tutele, aumentando esponenzialmente la ricattabilità, in particolar modo delle donne e delle soggettività Lgtbqi e migranti, nei termini in cui la precarietà è diventata la forma normale del lavoro.
A partire da questa prospettiva diventa oggi possibile mettere in discussione un intero ordine di dominio e sfruttamento, coinvolgendo così tutte quelle soggettività che vivono in modi diversi la violenza quotidiana della precarietà. Riconoscere la forza globale di questa prospettiva femminista significa rilanciare la potenza dello sciopero dell’8 marzo e la sua dimensione transnazionale.

È stata accolta la proposta delle compagne argentine di mobilitarsi il 28 settembre sui temi dell’aborto e della libera scelta. È stata poi da tutte espressa la necessità di trovare un momento di comune di mobilitazione a livello nazionale ad ottobre ed è stato nuovamente assunto il 25 novembre come scadenza centrale e di convergenza nazionale, riflettendo sulla possibilità di indire un nuovo sciopero delle donne.

È unanime la volontà di proseguire la lotta, valutando la possibilità di stringere alleanze con altri settori sociali per  radicare il movimento alle vertenze dei territori e per rifiutare ogni nuovo affondo di tagli alla spesa sociale. reclamando piuttosto una reale redistribuzione della ricchezza al fine di prevenire e contrastare la violenza neoliberale e patriarcale che si abbatte sulle donne e tutti, in tutte le sue forme.

A partire da questa analisi di contesto che nella discussione è stata ovviamente assai più articolata in tutte le sue differenti questioni e sfaccettature, abbiamo enucleato i seguenti principi da inserire nel Piano Femminista Antiviolenza:

  • l’autonomia, in primo luogo delle donne, ma anche di tutte le soggettività, come condizione preliminare e necessaria per il contrasto e la prevenzione alla violenza in tutte le sue forme
  • l’autodeterminazione delle donne e di tutti, come liberazione dal ricatto dello sfruttamento, della precarietà dal lavoro pur che sia, e dai ruoli imposti dal patriarcato
  • la socializzazione del lavoro di riproduzione e cura a tutta la società, come condizione necessaria per la liberazione dai ruoli e dalla segregazione lavorativa fondata sulle differenze di genere e razza
  • prevenzione:  ripensamento complessivo della società, dei ruoli e del sistema produttivo e del welfare, al fine di evitare l’insorgenza ex ante delle situazioni di violenza
  • solidarietà, affermando nuovi strumenti e pratiche mutualistiche volti a rompere la frammentazione e la solitudine per riaffermare piuttosto la potenza dell’essere in comune non soltanto nelle sue forme territoriali, ma anche a livello globale
  • principio dell’intersezionalità, intesa come intreccio e combinazione virtuosa nel movimento delle condizioni specifiche di sfruttamento e oppressione dettate dalle nuove gerarchie non solo di genere e di classe, ma anche razziale, senza velleità di livellamento alla ricerca di una condizione universale

Obiettivi:

  • Rivendicazione di un salario minimo dignitoso per tutte e tutti; un salario minimo come rivendicazione non sono nazionale ma in prospettiva anche europea per contrastare i bassi salari, il gender pay gap e i dispositivi di dumping salariale
  • Reddito di autodeterminazione incondizionato e universale, nella sua doppia articolazione: in primo luogo come strumento di contrasto e di garanzia di indipendenza economica per tutte le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da situazioni violente, familiari e lavorative. in secondo luogo come uno degli strumenti principali di liberazione dai meccanismi di ricatto e di sfruttamento sul lavoro. In questo senso è stata rifiutata ogni impostazione workfaristica
  • Permesso di soggiorno incondizionato, slegato dal lavoro e dalle relazioni familiari, per contestare lo sfruttamento del lavoro migrante e delle donne migranti in particolare, in tutti gli ambiti e in particolare in quello della cura e del welfare privatizzato e monetizzato
  • Misure di sostegno ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza: Trasferimento dai luoghi di lavoro con assicurazione di ricollocazione delle donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza, diritto alla casa e aspettativa retribuita.
  • Monitoraggio sulle forme di violenza e mobbing sui luoghi di lavoro e sviluppo di forme di raccordo tra centri antiviolenza e sindacati per un intervento efficace anche sul piano delle molestie sui luoghi di lavoro
  • Infrastrutture sociali: ridenominare i servizi per la riproduzione sociale, in modo di tenere insieme le esigenze del lavoro professionale della cura con il servizio che garantisce alle donne la liberazione di parte del tempo di vita.
  • Welfare universale e anche autonomo, pensato sui bisogni e i desideri delle donne e delle soggettività lgbtiq, adeguato e all’altezza delle forme, delle relazioni e degli stili di vita contemporanei. Esemplari sono gli esperienze delle consultorie autogestite all’interno delle quali sia possibile sovvertire le forme di riproduzione sociale che impongono e fissano le identità e i ruoli di genere. Servizi laici, gratuiti e non ingerenti rispetto alle scelte di vita degli individui.
  • Rifiuto del welkfare aziendale in quanto forma privatizzata di welfare, che rivendichiamo invece accessibile a tutte e tutti, non monetizzabile e slegata dai contratti di lavoro
  • Politiche a sostegno della maternità e alla genitorialità condivisa, quindi indennità garantita e generalizzata a tutte le forme contrattuali e non solo al lavoro garantito, tradizionale.  
  • Rifiuto delle politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, nei termini in cui riafferma una determinata divisione sessuale del lavoro che assegna “naturalmente” alle donne il lavoro riproduttivo e di cura

Pratiche:

  • Presidi e forme di solidarietà concreta a sostegno delle donne che hanno subito provvedimenti disciplinari e repressivi in seguito agli scioperi e alle lotte sul lavoro,  a partire dallo sciopero dell’ 8 marzo
  • Costruire reti mutualistiche di solidarietà che accolgano i bisogni delle donne; sovvenzionare casse di resistenza per finanziare tali reti, sulla scia della storia dei movimenti femministi che hanno creato, autogestito e rivendicato servizi delle donne per le donne espropriando al dominio maschile le conoscenze e le decisioni in termini di salute e autodeterminazione sui corpi e come strumento di rifiuto della sessualità normata
  • Campagna contro i ricatti e le molestie sul lavoro come contributo del Tavolo contro la violenza sulle donne
  • Conoscere lo sciopero come pratica di lotta, così come iniziato con l’8 marzo, a partire dall’alleanza tra diversi settori sociali e sindacali, insistendo sul processo di riappropriazione e risignificazione dello stesso, al fine di sovvertire i ruoli sociali imposti, lo sfruttamento e la precarietà, e affermare il rifiuto della violenza neoliberista.
  • Creazione e diffusione di nuove pratiche mutualistiche e sindacali
  • Declinazione del diritto all’abitare dal punto di vista di genere, per tutelare le situazioni di donne sole costrette ad affrontare il calvario dello sfratto e le cui condizioni di precarietà lavorativa rappresentano un ostacolo forte all’ottenimento di una situazione abitativa stabile e dignitosa
  • Costruzione di una banca dati sul gender pay gap, sulle molestie e le discriminazioni sulle donne e le soggettività lgbtiq, per realizzare ricerche incrociate che consentano di mappare i bisogni e le situazioni sui territori, imponendo criteri differenti di lettura e analisi
  • Creazione di un osservatorio che intersechi la ricerca e la produzione e la trasmissione dei saperi, che coinvolga Istat, i centri di ricerca e le università, e che possa servire anche a mappare l’accesso all’università, le ragioni economiche, sociali e culturali che vanno a definire le scelte delle studentesse, native e migranti.
  • Indagine sul rapporto tra sfruttamento e salute delle donne, anche riproduttiva, nei luoghi di lavoro
  • La promozione di una lettura femminista trasversale alle discipline. Riconoscimento anche della pratica dell’ autoformazione fra i dispositivi di produzione e trasmissione di saperi critici situati e femministi
  • Consultori e servizi per la salute anche dentro l’università, come forma di prevenzione per le giovani generazioni e la garanzia del libero accesso alle infrastrutture regionali
Annunci

Report tavolo Legislativo e Giuridico (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Principi generali

La violenza maschile contro le donne è questione sociale, culturale, sistemica e strutturale che nasce e si nutre della disuguaglianza economica e sociale delle donne.

E’ per questo che, nel gestire le azioni di contrasto alla violenza maschile contro le donne, è fondamentale che le giuriste e le avvocate femministe contrastino interventi normativi securitari e parcellizzati che non mettono al centro le donne, le loro scelte ed i loro diritti e si impegnino a promuovere e difendere tutti i diritti delle donne, comprendendo anche i diritti economici e sociali delle stesse, quali precondizioni per la libertà femminile e per il superamento e la fuoriuscita dalla violenza.

La violenza di genere è questione trasversale ed intersezionale che interessa non solo le donne, ma una pluralità di soggettività, discriminate per identità e/o scelta di genere.

La libertà di autodeterminazione delle donne e  l’inviolabilità dei loro corpi costituiscono i principi basilari irrinunciabili che devono ispirare ogni azione di contrasto alla violenza maschile, animando gli obiettivi e le pratiche del piano femminista antiviolenza

Obiettivi del piano femminista contro la violenza

  • realizzare la piena ed effettiva attuazione della Convenzione di Istanbul, che è tuttora ostacolata dal permanere di pregiudizi e stereotipi sessisti, omo-transfobici e discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le soggettività non eteronormate.
  • organizzare -a tutti i livelli – banche dati che garantiscano la conoscenza qualitativa e quantitativa delle violenze di genere, in tutte le forme, quale premessa indispensabile per agire politiche del diritto consapevoli;
  • promuovere e assicurare la formazione specializzata e permanente di tutti gli operatori che entrano in contatto con le vittime di violenza (operatori del diritto, magistrati, avvocati, rappresentando i tribunali uno dei luoghi di massima espressione del patriarcato, ed ancora operatori sociosanitari, educatori, e forze dell’ordine);
  • conferire pieno riconoscimento alla competenza specifica delle donne che lavorano nei centri antiviolenza e nelle case-rifugio femministi.
  • garantire la formazione sin dai percorsi scolastici ed universitari, che deve avere come obiettivo principale il superamento dei pregiudizi e degli stereotipi sessisti
  • riconoscere ogni forma di violenza maschile contro le donne, compresa quella psicologica e economica, nonché quella subita dai minori che vi assistono (cd violenza “assistita”), ed ancora la violenza ostetrica, le molestie sessuali sui luoghi di lavoro, la violenza sul web e attraverso i social media.
  • superare una cultura giuridica che riconduce la violenza maschile sulle donne alla ‘conflittualità’ di coppia, così disconoscendo il fenomeno stesso e sminuendo la credibilità delle donne che la subiscono.
  • garantire protezione e accesso alla giustizia alle donne straniere vittime di violenza, sfruttamento sessuale e lavorativo, tratta e traffico di esseri umani, indipendentemente dalla loro posizione giuridica sul territorio italiano e dalla presentazione della denuncia, garantendo loro un permesso di soggiorno permanente, svincolato dal loro aggressore.
  • assicurare alle vittime di violenza, tratta e sfruttamento l’accesso ai servizi di protezione e supporto, quali le consulenze legali, il sostegno psicologico, l’assistenza finanziaria, l’alloggio, l’istruzione, la formazione e l’assistenza nell’inserimento lavorativo
  • garantire l’effettività del risarcimento del danno per le vittime di violenza, superando l’attuale burocratizzazione delle procedure di accesso ai fondi costituiti;
  • porre a carico dello Stato l’anticipazione di tutte le somme disposte dalla autorità giudiziaria in favore delle donne vittime di violenza sia in sede civile che in sede penale
  • ridurre i tempi della giustizia, anche mediante la previsione di corsie preferenziali tuttora carenti per i procedimenti civili e scarsamente attuate per i procedimenti penali.
  • vietare nei casi di violenza maschile contro le donne la mediazione familiare e le altre forme alternative di soluzione delle controversie, che determinano vittimizzazione secondaria per le donne e per i loro figli/e;
  • escludere espressamente l’affidamento condiviso in tutti i casi di violenza intrafamiliare e opporsi ad altre forme di affidamento che causano pregiudizio per i minori e svuotamento dei diritti economici delle donne, quali l’affidamento alternato dei figli e la conseguente perdita del diritto alla assegnazione della casa familiare, che diventa ennesimo strumento di ricatto e mantenimento della donna in una condizione di sudditanza economica nei confronti degli uomini
  • contrastare la abdicazione da parte dei giudici minorili e civili alla propria funzione  di valutazione e decisione, praticata attraverso una delega di fatto ai CTU e agli operatori dei  servizi sociali, e quindi vietare di procedere a valutazione psicologica e psicodiagnostica sulle donne vittime di violenza e sulla loro capacità genitoriale;
  • introdurre strumenti idonei ad assicurare la più rapida ed efficace protezione della donna con figli/e minorenni, quali la semplificazione delle procedure di rilascio/rinnovo dei documenti e del nullaosta al trasferimento scolastico, agevolando l’accesso ai servizi di sostegno psicologico e alle cure sanitarie;

Pratiche e Mobilitazione

  • Promuovere la diffusione dei principi ispiratori e del lavoro di elaborazione del nostro movimento in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario di Febbraio prossimo
  • Costituire un Osservatorio composto da delegazioni di tutti i “tavoli” di NUDM come strumento di accertamento e raccolta di dati informativi e di documenti utili alla elaborazione di piattaforme legislative e di lotta, oltre a strumento di elaborazione e diffusione di dati relativi alle criticità rilevate nelle prassi giudiziarie e relative a violenza agite in famiglia, nei luoghi di lavori, nelle strutture sanitarie e nei luoghi di detenzione penale e amministrativa.
  • Costituire una banca di raccolta delle sentenze in materia che consenta uno scambio continuo di competenze ed esperienze nei diversi tribunali nazionali
  • Collaborare, con le proprie competenze, alla costituzione di assemblee pubbliche di donne nei territori, utilizzando le sedi delle Associazioni già esistenti e che partecipano al progetto di “NonUnaDiMeno”, o di altri luoghi di incontro da creare insieme alle donne.

 

Report tavolo Femminismi e migrazioni (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Contributo per il piano femminista contro la violenza.

Principi:

Ci opponiamo al regime dei confini, critichiamo il sistema istituzionale d’accoglienza, rivendichiamo libertà di movimento e di soggiorno incondizionata in Europa. Ripudiamo la logica emergenziale applicata alle migrazioni; rigettiamo l’invisibilizzazione delle migranti in nome del decoro urbano e la militarizzazione delle vite di tutte e tutti. Rifiutiamo la vittimizzazione delle donne migranti. Diciamo no al lavoro gratuito per “meritarsi” il diritto di restare e a ogni forma di sfruttamento. Ci opponiamo alle espulsioni, alla detenzione, al ricatto del permesso di soggiorno; no alla selezione delle soggettività indecorose.

Rivendichiamo e risignifichiamo politicamente il diritto d’asilo per le donne che si sottraggono a ogni forma di violenza fisica, psicologica ed economica sia nei paesi di origine che di transito.  Riportiamo il discorso sulla tratta all’interno di quello sulle forme della violenza strutturale e sistemica contro le donne. Imponiamo una prospettiva femminista nell’approccio alla questione della tratta che rifiuta il predominante discorso repressivo e rifiuta di condizionare la tutela delle donne alla narrazione di sé come vittime.

Partiamo dalle nostre vite, consapevoli delle differenze di posizionamento che attraversano ognuna di noi secondo le categorie di genere, razza, classe, orientamento sessuale, identità di genere e abilità.  Combattiamo ogni forma di sessismo nei suoi intrecci con gli altri sistemi di dominio quali il razzismo, il capitalismo e la violenza patriarcale e di stato: ci opponiamo non solo al razzismo istituzionale, ma alle forme di razzismo diffuso che strutturano la società, preesistono ai movimenti migratori e dalle quali nessuna può dirsi immune. A fronte della retorica sull’integrazione che pone un binarismo gerarchico tra “noi” e “loro”, pratichiamo alleanze tra forme diverse di oppressione come abbiamo fatto per lo sciopero globale dell’otto marzo.

Obiettivi:

  • Abolizione dei decreti Minniti- Orlando e delle leggi italiane ed europee che limitano e governano mobilità delle migranti, inclusi il migration compact e gli  accordi internazionali di esternalizzazione delle frontiere
  • Abolizione del sistema della detenzione amministrativa anche tramite l’abrogazione del cosiddetto “reato di clandestinità”. Chiusura di tutti i CIE (rinominati dal nuovo decreto CPR) in quanto strutture di detenzione che limitano la libertà di movimento di tutte e tutti e che invisibilizzano e opprimono le soggettività non conformi (come le persone trans), sottoposte alla discrezionalità dei direttori delle strutture detentive, e spesso private delle cure ormonali e sottoposte a condizioni di prigionia che violano la loro dignità.
  • Permesso europeo incondizionato e illimitato slegato dal lavoro e svincolato da padri e mariti
  • Reddito di autodeterminazione slegato dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno (dialogo con tavolo lavoro)
  • Salario minimo europeo contro la segregazione lavorativa delle donne e la discriminazione salariale e sessuale fuori e dentro i luoghi di lavoro
  • Riconoscimento della casa, della residenza e del domicilio di fatto
  • Accesso incondizionato alla salute e al welfare
  • Diritto all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva per le donne migranti (dialogo con tavolo salute)
  • Riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali ottenuti nei paesi di provenienza
  • Cittadinanza e ius soli per le seconde generazioni e per chi vive sul territorio
  • Procedure semplificate, accelerate e requisiti ridotti (reddito, residenza) per l’ottenimento della cittadinanza per le donne migranti
  • Diritto al ricongiungimento con i figli presenti sul territorio
  • Presenza garantita dei sevizi di mediazione culturale e di traduzione in tutti i presidi sanitari, nei servizi sociali e nei rapporti con la pubblica amministrazione.
  • Messa in discussione e rielaborazione critica della scelta politica di distinguere nettamente il piano nazionale antiviolenza e il piano nazionale antitratta.
  • Garantire l’effettivo accesso e il riconoscimento della protezione internazionale per le donne che si sottraggono a ogni forma di violenza anche economica.
  • Riconoscere esplicitamente le donne e le soggettività non conformi come specifico “gruppo sociale” ai fini della legislazione sulla protezione internazionale
  • Praticare un approccio femminista nei percorsi dedicati sia alle vittime di tratta che alle richiedenti asilo con l’obbiettivo che l’utenza diventi agente delle strategie di fuoriuscita dalla violenza
  • Ridefinire gli strumenti di contrasto alla tratta, incluse le linee guida UNHCR per l’identificazione delle vittime, non in relazione alla coercizione o meno della volontà delle donne bensì sulla base della violenza dello sfruttamento
  • Svincolare il p.d.s. per protezione sociale (art. 18 TUIMM) dal percorso giudiziario
  • Allargare la tutela del p.d.s per le donne che subiscono qualunque forma di violenza (art. 18 bis TUIMM), anche episodica e sul posto di lavoro, svincolandolo dal percorso giudiziario/penale, e garantendone l’accesso effettivo alle donne prive di documenti sul territorio
  • Svincolare il p.d.s. per sfruttamento lavorativo (art. 22 TUIMM) dal percorso giudiziario/penale
  • Favorire i percorsi di fuoriuscita dalla violenza e dallo sfruttamento garantendo reddito di autodeterminazione, diritti e servizi
  • Messa in discussione dei canoni dell’italianità  e della “bianchezza” rileggendo, a partire dal genere, la storia coloniale italiana ed europea e mettendo in luce i rapporti tra razzializzazione, sessismo e sfruttamento.
  • Riscrivere, in quest’ottica, i programmi e i testi scolastici di ogni ordine e grado, sottolineando il ruolo della violenza sui corpi delle donne nei processi storici di colonizzazione
  • Scardinare la strumentalizzazione politica dei corpi delle donne a fini razzisti e securitari
  • Liberare gli spazi urbani dai processi di ghettizzazione coatta e di gentrificazione costruendo spazi politici condivisi e femministi.

Pratiche:

  • Co-formazione/autoformazione sui decreti Minniti/Orlando, sulle loro conseguenze sui corpi delle donne e per il tema asilo-tratta, a partire dalle pratiche delle realtà che partecipano a Non Una Di Meno, anche al fine di individuare pratiche di resistenza e disobbedienza.
  • Autoformazione critica sulle linee guida UNHCR per l’identificazione delle vittime di tratta.
  • Proposta di giornata di mobilitazione delle donne migranti e di tutte le donne sulla condizione politica specifica delle migranti, da pensarsi sul lungo periodo e coordinando sul piano nazionale il lavoro territoriale; la mobilitazione avrà tra gli obbiettivi l’abolizione dei decreti Minniti- Orlando e delle leggi italiane ed europee che limitano e governano mobilità delle migranti.
  • Proponiamo un approccio trasversale, che non settorializzi la questione migrante e affronti le rivendicazioni nel quadro globale della critica al regime dei confini e nel contesto delle lotte migranti esistenti.
  • A partire da  strumenti linguistici e di lotta volti a favorire la partecipazione delle donne migranti   progettiamo di spazi politici condivisi e femministi.
  • Continuiamo la discussione su razzismo e intersezionalità interrogandoci sul nostro posizionamento per decostruire il razzismo interiorizzato.

 

Report tavolo Percorsi di fuoriuscita dalla violenza (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

 

I centri antiviolenza, le case rifugio, le case, le associazioni, gli spazi occupati e autogestiti delle donne sono luoghi politici, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica contro la violenza maschile e patriarcale contro le donne[1].

L’autonomia e il riconoscimento di tutti questi luoghi non è garantita dalle istituzioni che sono permeate da cultura patriarcale, che non combattono la violenza ma se ne occupano con azioni di contenimento, controllo, vittimizzazione e paternalismo.

Centrale in questi luoghi è l’operatrice, figura complessa e articolata che fonda il suo operato nella pratica della relazione e nel contrasto agli stereotipi e alle discriminazioni di genere. L’operatrice, indipendentemente dal profilo professionale posseduto, ha una formazione politica e operativa femminista che tiene anche conto dei saperi intersezionali, formazione acquisita solo ed esclusivamente all’interno dei centri.

Per quanto riguarda il riconoscimento giuridico di un profilo professionale la discussione è ancora aperta e rimandiamo a tavoli tecnici e assemblee future. Siamo invece unanimemente concordi nel ritenere che, in un’ottica in cui è il centro nella sua interezza e complessità a essere riconosciuto e legittimato, le donne che vi svolgono attività, a qualunque titolo, devono avere eguale riconoscimento sia in termini economici che di autorevolezza, riconoscimento funzionale a garantire la continuità e l’adeguatezza del lavoro a vantaggio dei diritti e libertà delle donne.

La discriminante per rientrate nella cornice appena descritta è definire, per quanto complessa e variegata, una metodologia comune. La discussione del tavolo si è quindi concentrata sulla condivisione dei punti cardine dell’agire politico dei centri. Innanzitutto ci sembra fondamentale ribadire che:

Le donne che fuoriescono dalla violenza sono soggette attive non solo nella propria esperienza ma anche in quella delle altre, attraverso la costruzione di relazioni di auto mutuo aiuto, di condivisione di esperienze, nel motivare e nell’esempio concreto. Ogni percorso di fuoriuscita dalla violenza si avvia su iniziativa e scelta della donna coinvolta e ne segue le esigenze e i tempi, supportando e orientando, e mai imponendo passaggi obbligati. La relazione tra donne è in sé una pratica complessiva e articolata da mettere al centro e valorizzare, anche ribadendo la natura dei centri come luoghi in cui è determinante l’approccio indirizzato verso l’autonomia e non verso l’assistenza. Differentemente dai servizi “neutri”, tutte le donne che lavorano al CAV/CR costituiscono una equipe integrata con competenze multifattorali, che lavora in ottica condivisa, mettendo al centro il progetto della donna e la relazione con lei, basata sull’accoglienza di suoi desideri.

L’ascolto empatico e la giusta vicinanza, valutando la giusta misura della relazione, richiedono la capacità di partire da sé, di saper affrontare la violenza, riconoscere e gestire le proprie reazioni emotive. È necessario interrompere qualsiasi ricerca di una figura autoritaria che indichi cosa sia giusto fare e cosa no, lasciare spazio al racconto e ai silenzi senza interporre il proprio giudizio.

Rimandare una lettura politica della violenza che permetta alla donna di assumere consapevolezza e non sentire la propria storia come isolata dal contesto sociale violento e patriarcale in cui si trova, non significa massificarne l’esperienza e standardizzarla attraverso passaggi definiti che potrebbero eludere il vissuto stesso della donna e creare false rappresentazioni della storia di violenza. Ciò significa, che il rischio di un “uso deterministico” nel rileggere la storia di una relazione, può alimentare un’ immaginario della violenza non aderente a quella singola donna, e a quella singola storia, e pertanto può generare il pericolo di generalizzazioni distanti dalla percezione che la donna ha di sé e del maltrattante a cui è legata, rischiando quindi di consolidare un senso di inadeguatezza nella donna e di non tener adeguatamente conto della complessità della relazione tra la donna e il maltrattante che invece è uno dei punti focali dell’elaborazione della violenza.

Il rifiuto della mediazione familiare (imposto anche dalla convenzione di Istanbul), così come l’impossibilità di interlocuzione con l’uomo maltrattante, devono essere considerati tratti distintivi del nostro agire.

Rivendichiamo il posizionamento di parte a favore dei diritti delle donne quale valore discriminante della nostra pratica. Tale posizionamento non significa atteggiamento difensivo delle donne in nome di una loro supposta “minorità”, ma significa consapevolezza della dimensione sistemica della violenza contro le donne. Questo ci porta a schierarci con loro, nella consapevolezza che la supposta neutralità delle istituzioni rappresenta una perpetuazione delle situazioni di violenza contro le donne, perché oblitera la consapevolezza della disparità dei ruoli di potere tra uomini e donne nella storia e tutt’oggi.

Non è mai richiesto un compenso economico e sono garantiti anonimato e segretezza.

La formazione e ricerca di consapevolezza continue dell’operatrice, il confronto con un’equipe stabile, la supervisione e la copresenza di due operatrice nei colloqui con la donna, sono tutti elementi che contribuiscono all’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra il centro e la donna, a limitare la riproposizione di rapporti di dipendenza e permettono la messa in pratica della relazione tra donne scardinando le relazioni di potere proprie del modello patriarcale. La scelta tra la rotazione delle operatrici o la loro fissità attiene alla valutazione che ogni centro fa in base alle esigenze emerse nel corso del suo operato.

Per evitare che si creino dinamiche non trasversali all’interno del centro antiviolenza, è necessario stabilire chiaramente le specifiche funzioni delle differenti figure professionali (psicologa, avvocata, assistente sociale, ecc) che si affiancano all’operatrice.

Nella seconda parte della discussione il tavolo ha ragionato in merito alla scrittura del piano come strumento politico. Il piano che abbiamo immaginato è composto di due parti complementari e inscindibili tra loro, che tengono insieme la dimensione dell’elaborazione e quella della mobilitazione. La prima parte, il Piano Femminista contro la violenza maschile, vuole essere quindi un documento programmatico contenente tutta l’elaborazione che i tavoli stanno portando avanti; dunque un Piano in grado di proporre una lettura della violenza in termini sistemici e complessivi.

La seconda parte, il Piano Femminista d’Azione, affronta in modo più specifico la questione della violenza maschile con proposte concrete, discusse nei tavoli, che incalzino il piano nazionale antiviolenza e la sua applicazione.

Questo secondo documento nel quale saranno affrontate tutte le questioni relative ai centri antiviolenza, alla prevenzione e ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza, lo immaginiamo solo come la prima tappa della battaglia del contrasto alla violenza contro le donne, battaglia che vedrà molte altre tappe sia di elaborazione politica che di conflitto e mobilitazione.

È evidente che la posizione che il movimento Non Una di Meno prende rispetto all’interlocuzione con le istituzioni è tema complesso e spinoso. All’interno del tavolo è emersa la forte esigenza di tenere strettamente connessa la contrattazione che avverrà con del Dipartimento delle Pari Opportunità (e in generale con le istituzioni con le quali interloquiamo) con quella che verrà agita e agitata attraverso mobilitazioni a livello locale e nazionale.

La storia dei centri antiviolenza e degli spazi delle donne ci porta a sottolineare quanto le istituzioni sono per noi esclusivamente una risorsa da usare per il vantaggio delle donne, cui siamo disposte a rinunciare tutte le volte che le istituzioni usino tale vantaggio in modo ricattatorio o controllante nei confronti dei liberi percorsi delle donne. Proprio per questo abbiamo ritenuto necessario definire con chiarezza una cornice di senso teorica e metodologica condivisa sulla quale non siamo disposte a scendere a compromessi. Forti della chiarezza di questa cornice e dell’impossibilità di disgiungere il Piano dalla lotta, crediamo che l’interlocuzione con le istituzioni non è di per sè contraddittoria rispetto alla nostra pratica politica se spesa a vantaggio delle donne, ma ci costituisca come alternativa forte e autorevole.

Il nostro confronto continuo ci porta a pensare che abbiamo bisogno di parole nuove che approfondiscano e facciano incontrare le diverse esperienze e i risultati raggiunti.

Ci opponiamo a tutto quello che è imposto istituzionalmente, le donne che subiscono violenza maschile non sono né malate né problematiche quindi non devono essere sottoposte ad alcun tipo di diagnosi patologizzante. Per questo il tavolo riconferma il rifiuto del Codice Rosa in tutte le sue applicazioni –  e vi proponiamo quindi una data di mobilitazione a maggio a livello nazionale da svolgersi localmente.

Infine avendo lasciato in sospeso alcuni punti importanti da condividere e avendo il desiderio di continuare a confrontarci abbiamo deciso che il Tavolo Percorsi si rincontrerà in un momento nazionale il 27 e 28 maggio nella città di Napoli.  Invitiamo chi voglia partecipare ad essere lì con noi per avere poi nei tempi previsti un Piano Femminista che tenga conto della libertà e dell’autodeterminazione e il riconoscimento dei centri antiviolenza come luoghi politici in cui si realizza la libertà delle donne.

[1] Con donne si intende donne cisgender, transessuali e lesbiche.

REPORT TAVOLO EDUCAZIONE E FORMAZIONE (ASSEMBLEA NAZIONALE 22-23 APRILE ROMA)

PRINCIPI

Definiamo l’educazione alle differenze come uno sguardo critico e radicale sui saperi, un approccio trasversale e interdisciplinare necessario alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere, da promuovere nei diversi contesti educativi, formativi e di ricerca, formali e non.

Consideriamo l’educazione alle differenze, inoltre, in una prospettiva intersezionale e basata su principi non classisti, non sessisti, non razzisti, non fascisti, non etero-normati e aconfessionali.

Inoltre, affinché l’educazione alle differenze costituisca un reale ripensamento in ottica femminista delle prospettive educative, che vada oltre l’emergenzialità, occorre che diventi sistemica e che sia il risultato di metodi e pratiche cooperativi, orizzontali e partecipati da tutti i soggetti che vivono i contesti scolastici e universitari. Tale prospettiva si pone necessariamente in antitesi all’attuale modello educativo, parte integrante del sistema neoliberale e patriarcale che crea gerarchizzazione, esclusione e discriminazione, producendo soggetti sempre più precari e sfruttati.

A fronte della cattura neoliberale del concetto di autonomia -introdotto in ambito scolastico e universitario dalla riforma Berlinguer e portato alle estreme conseguenze dalla L.107/2015- è necessario che tutti i soggetti coinvolti tornino a determinare i processi di produzione e trasmissione di saperi, conquistino nuovo protagonismo riappropriandosi della piena facoltà di individuare bisogni e necessità della scuola e dell’università, di gestire le risorse, di progettare in cooperazione metodi e pratiche didattiche e di ricerca, di creare reti mutualistiche territoriali non basate sulla logica del mercato, con realtà autorganizzate che condividano prospettive e pratiche femministe.

Dalla riflessione sul ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori nei contesti educativi e formativi emerge come le riforme della scuola e dell’università da una parte e quelle del mercato del lavoro dall’altra abbiano usato strumentalmente la retorica della missione e del sacrificio, ponendo particolare enfasi sulle capacità relazionali e di cura, considerate tipicamente femminili, allo scopo di precarizzarci e impoverirci sempre di più.

La conseguenza macroscopica di questo modo di intendere il lavoro di insegnanti ed educatrici, come fosse la prosecuzione di un ‘naturale istinto materno’ e non una professionalità acquisita in anni di studio e formazione, è il determinarsi dell’ormai tristemente noto soffitto di cristallo, un meccanismo che vede la presenza dell’80% di forza lavoro femminile nei primi due cicli d’istruzione e una netta diminuzione della stessa nei gradi superiori (secondo ciclo e università) e nella distribuzione di ruoli di potere (prof. ordinari e rettori).

Rifiutiamo con forza la retorica della missione e del sacrificio e il carico di lavoro gratuito e la discriminazione che ne conseguono.

OBIETTIVI

  1. Finanziamento pubblico strutturale del settore dell’educazione, della formazione e della ricerca (dal nido all’università), da destinarsi nello specifico a:
  • retribuire le ore di formazione di docenti ed educatrici, sia per chi le eroga che per chi vi partecipa.
  • attivare percorsi strutturati di prevenzione e contrasto della violenza di genere con realtà territoriali, che prevedano una retribuzione adeguata per le figure coinvolte, in opposizione alla logica di bandi una tantum
  • stabilizzare insegnanti e ricercatori precari/e e adeguarne gli stipendi alla media europea
  • garantire una ricerca slegata dalle logiche di mercato e che sappia mettere al centro la qualità e le esigenze della società.
  1. Abolizione della L.107/2015 e della riforma Gelmini e apertura di un processo dal basso di scrittura delle riforme di scuola e università.
  2. Ridefinizione della centralità e dell’autonomia degli organi collegiali come luoghi privilegiati per il confronto e l’elaborazione dei percorsi formativi e didattici che veda coinvolti tutti i soggetti partecipi dei processi di formazione ed educazione.
  3. Definizione di percorsi di formazione dal basso e di autoformazione, in contrasto con il nuovo piano nazionale formazione docenti che si basino sui principi esposti e coinvolgano realtà competenti nell’elaborazione e nella realizzazione di progetti formativi orientati alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere
  4. Estensione del sistema di welfare vigente: consultori diffusi nei territori, accesso al diritto allo studio, sostegno alla genitorialità, reddito di autodeterminazione.
  5. Rimodulazione dei programmi universitari a partire dalle esigenze dei soggetti che vivono i contesti formativi, seguendo i principi esposti sopra.

PRATICHE

  • Autoformazione, ovvero l’elaborazione collettiva di percorsi formativi da attivarsi attraverso la cooperazione e il confronto tra i soggetti coinvolti nel processo di educazione e formazione a partire dai loro desideri e dalle loro necessità. Autoformazione come riappropriazione di un sapere critico non neutro e situato.
  • Realizzazione di una piattaforma digitale attraverso la quale condividere e mettere in rete materiali, esperienze e progetti frutto dell’elaborazione dei diversi tavoli di NUDM
  • Costruzione di osservatori e laboratori d’inchiesta al fine di realizzare una mappatura delle esperienze positive e di sanzionare quelle sessiste, razziste e omo-transfobiche.
  • Organizzazione di seminari tematici da portare avanti a livello nazionale e territoriale.
  • Partecipazione del corpo docente ai percorsi di autogestione e dei percorsi di lotta degli/lle studenti/esse.
  • Individuazione, sanzionamento e boicottaggio dell’editoria scolastica e universitaria sessista, razzista e omotransfobica.
  • Lancio della campagna pubblica nazionale ‘Li correggiamo noi’ relativa alla pratica didattica dell’autocorrezione dei libri di testo da promuovere nella classi
  • Costruzione di una campagna comunicativa ad apertura dell’anno 2017-2018 per una scuola e un’università non sessiste, razziste e omotransfobiche.
  • Scrittura e redazione di un vademecum informativo per socializzare pratiche e mettere a disposizione strumenti in modo tale da potenziare l’agire dei/lle singole nei territori.
  • Bilancio di genere: ripensamento dei modelli di stanziamento dei fondi costanti in prospettiva di genere e intersezionale.

 

REPORT TAVOLO DIRITTO ALLA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA (assemblea nazionale 22-23 Aprile Roma)

  1. ANALISI E PRINCIPI
  • consideriamo la salute come benessere psichico, fisico, sessuale e sociale e come espressione della libertà di scelta: la salute non è solo l’assenza della malattia.
  • I corpi e i desideri, i bisogni e le condizioni materiali d’esistenza vanno rimessi al centro per valorizzare la dimensione del piacere come cardine della salute sessuale.
  • Il Rapporto tra diritto alla salute, autodeterminazione e libertà di scelta va letto nel quadro di un progressivo smantellamento del welfare, di aziendalizzazione, privatizzazione e precarizzazione della sanità pubblica. Mettere in luce la relazione tra condizioni di lavoro degli operatori/trici e il benessere delle persone che accedono ai servizi è infatti un passo necessario per risignificare il rapporto tra i soggetti coinvolti.
  • La salute sessuale non può essere pensata solo in chiave riproduttiva e medica. La violenza istituzionalizzata agisce sui corpi e le soggettività considerati fuori dalla norma attraverso processi di patologizzazione e medicalizzazione. quindi centrale rimodulare l’universalità del diritto alla salute in senso estensivo e con attenzione alle soggettività, non solo bianche, giovani, abili ed etero; ripartire dalla trasformazione della composizione sociale, degli stili e delle condizioni di vita (soggettività lgbtqi, migranti, precarie).
  • L’autodeterminazione si afferma attraverso la riappropriazione e la condivisione di saperi e risorse su cui si fondano il potere medico e l’asimmetria tra utenti e specialisti/operatori.
  1. OBIETTIVI
  • IVG:
  • l’obiezione di coscienza nel servizio sanitario nazionale è illegittima perché lede il diritto all’autodeterminazione delle donne. Infatti l’obiezione di coscienza, in qualunque campo, costituisce un diritto all’inosservanza di un obbligo giuridico vincolante per tutti e comporta la violazione della legge, Dunque non può essere considerata un diritto da nessun ordinamento che voglia sopravvivere ed essere effettivo perché la garanzia dei diritti è costruita sulla certezza dell’adempimento degli obblighi: senza tale certezza i diritti sono lasciati alla mercé della volontà individuale. L’obiezione di coscienza alla IVG si pone come mezzo per sabotare la certezza della realizzazione del diritto della donna a interrompere la propria gravidanza, e dunque come ostacolo al diritto di autodeterminazione delle donne.
  • Il contrasto all’obiezione di coscienza deve quindi agire su un piano politico e culturale e deve essere messo in atto attraverso pratiche molteplici:
  • Campagna contro l’obiezione di coscienza (negli ospedali, nei consultori e nelle farmacie) anche attraverso l’uso di strumenti condivisi di inchiesta, informazione e agitazione (es obiezionerespinta.info come strumento comune di denuncia, mappatura e azione)
  • Azione di pressione sugli Enti Regionali, avendo questi competenza in materia di IVG e non solo (garanzia del servizio Ivg, protocolli di applicazione, formazione del personale, organizzazione del servizio, assunzione stabile del personale, sanzioni economico-amministrative per i Direttori Generali delle aziende sanitarie che non garantiscono il servizio ivg).
  • De-ospedalizzazione dell’aborto attraverso l’incremento della somministrazione della RU486, modifica del relativo protocollo di somministrazione e uniformazione dell’uso a livello nazionale: RU486 fino a 63 giorni, senza ospedalizzazione, somministrato anche dalle ostetriche nei consultori.
  • Abolizione delle sanzioni amministrative per le donne che ricorrono a aborto autoprocurato fuori dai termini di legge, perché costituiscono un ricatto e un deterrente al ricorso a cure mediche in caso di complicazioni.

VIOLENZA OSTETRICA – MEDICALIZZAZIONE – PATOLOGIZZAZIONE:

  • La violenza ostetrica deve essere riconosciuta, anche a livello giuridico, come una delle forme di violenza contro le donne che interessa la salute riproduttiva e sessuale, declinata sia nella scelta della maternità sia nel suo rifiuto (v. Statement dell’OMS del 2014)
  • la libertà di scelta della donna per quanto concerne la gravidanza e il parto va garantita mettendo in atto differenti politiche e strumenti:
    • la promozione della cultura della fisiologia della gravidanza, del parto, del puerperio e dell’allattamento attraverso l’applicazione in tutti i punti nascita di Linee Guida e protocolli Evidence Based; la diffusione di informazioni corrette; l’introduzione dell’agenda di gravidanza e del ricettario ostetrico; la formazione degli operatori/trici; la rilevazione e pubblicazione di dati statistici su indicatori di violenza ostetrica (ad es. revisione moduli CEDAP e affidamento dell’analisi dei dati all’ISS).
    • l’apertura di case maternità pubbliche gestite da ostetriche e rimborso per il parto in casa riconosciuto da SSN.
  • l’abolizione della pratica della rettificazione neonatale dei genitali per le persone intersex va perseguita in quanto pratica violenta, in un’ottica di superamento del binarismo di genere.
  • Emerge la necessità di ridefinire le procedure e il trattamento dei percorsi di transizione fuori da ogni logica patologizzante. Allo stesso tempo va garantito l’accesso alle terapie ormonali, al sostegno e alle cure per le persone trans.
  • il Diritto alla salute, anche sessuale e riproduttiva, in carcere, in luoghi di internamento e in condizioni di autonomia limitata incontra pesanti limitazioni che richiedono un piano di attivazione specifico e necessario. In particolare si pone l’urgenza di svincolare l’accesso alla copertura sanitaria dall’obbligo di residenza per i migranti senza documenti, di superare il limite dei tre mesi di presenza certificata sul territorio per accedere ai servizi sanitari.
  • il diritto all’autodeterminazione va garantito anche in caso di una scelta non riproduttiva irreversibile (es. chiusura delle tube).

CONSULTORI E CONSULTORIE:

  • I consultori vanno risignificati come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari.
  • La ri-politicizzazione del consultorio va agita attraverso forme di riappropriazione del servizio: l’apertura all’attraversamento di corpi differenti per età, cultura, provenienza, desideri, abilità; il riconoscimento dei saperi transfemministi, prodotti e incarnati dai soggetti.
  • Le consultorie sono spazi di sperimentazione, autoinchiesta, mutualismo e ridefinizione di welfare fondamentali da diffondere per ripensare e ricostruire processi di circolarità tra nuove esperienze di autogestione e forme di riappropriazione dei servizi.
  • La riqualificazione dei consultori pubblici si attua anche con:
    • l’assunzione di personale stabile con differenti competenze e professionalità (es. mediatori linguistici e culturali), in numero tale da garantire la presenza di èquipe multidisciplinari  complete in ciascun consultorio.
    • Il potenziamento e rifinanziamento della rete nazionale dei consultori nel rispetto del rapporto tra numero di consultori e numero di abitanti.
    • l’apertura dei consultori in diverse fasce orarie per garantire l’accesso a tutte le tipologie di utenti e poter espletare le attività di prevenzione secondo il modello dell’offerta attiva (POMI 2000) nel territorio.
  • I consultori pubblici devono assolvere al compito di garantire l’accesso alla contraccezione gratuita; all’informazione e alla prevenzione delle Malattie Sessualmente Trasmissibili, dentro e fuori i consultori; ai servizi e l’offerta per le sessualità e le pratiche non riproduttive.

FORMAZIONE:

  • il terreno della formazione universitaria e del personale già operativo si rileva di particolare importanza e mette in evidenza l’utilità di un confronto anche con il tavolo formazione su questo tema.
  • Emerge la necessità di produrre e rimettere al centro saperi e approcci transfemministi, a partire dai quali orientare e contaminare i percorsi di formazione istituzionali. Altrettanto importante è, quindi, aprire terreni di conflitto sul sapere biomedico e sulle sue modalità di trasmissione.
  • l’educazione sessuale nelle scuole, nel rispetto delle differenze, va finalmente garantita (punto da articolare anche in relazione al tavolo formazione).
  • Va promossa dentro e fuori dai consultori una differente cultura del corpo attraverso percorsi di autoformazione e di consapevolezza a partire dal proprio piacere e dalla salute sessuale.
  • Ridefinire la formazione mettendo al centro l’autoderminazione dei soggetti significa mettere in crisi il potere medico. Contrastare il monopolio dei saperi e la loro gerarchizzazione, quindi, passa anche attraverso una ripoliticizzazione del rapporto tra utenti e operatori che rompa l’asimmetria e il meccanismo della delega.
  1. PRATICHE
  • assumiamo il 28 Settembre, giornata di azione internazionale sul tema dell’aborto rilanciata da NI UNA MENOS Argentina, come giornata di azioni territoriali e dislocate sul tema dell’autodeterminazione, della libertà di scelta e dell’accesso all’aborto.

Report tavolo NARRAZIONI DELLA VIOLENZA ATTRAVERSO I MEDIA (assemblea nazionale 22-23 aprile Roma)

Il tavolo Narrazioni ha proseguito il lavoro delle assemblee nazionali precedenti dividendo, come da proposta dell’assemblea romana per tutti i tavoli di lavoro,  la propria discussione in:

  1. PRINCIPI E ANALISI

Molto era stato già condiviso e approvato nella scorsa assemblea nazionale del 4-5 febbraio a Bologna e in quella del 27 novembre a Roma  (vi invitiamo a leggere i report stilati  in quelle occasioni: 4-5 febbraio ’17; 27 novembre ’16) . Si è deciso di stilare delle LINEE GUIDA di analisi critica del presente e di condivisione delle buone pratiche (vademecum, guide per sicurezza online) per una differente narrazione della violenza sulle donne native e migranti e lgbtqi nei media. Già a Bologna abbiamo convenuto che per scrivere la parte che ci riguarda del piano nazionale femminista sulla violenza si possa partire dall’ottimo decalogo realizzato dalle donne del Centro documentazione donna di Modena, ampliandolo con gli stimoli e le proposte elaborate nel corso della discussione.

I punti principali già emersi sono:

  • contrastare l'(an)estetizzazione, normalizzazione e spettacolarizzazione della violenza maschile contro le donne e della violenza di genere;
  • evitare sensazionalismi o censure basate sulla discriminazione delle donne native e migranti e delle persone lgbtqi;
  • riconoscere la cultura sessista alla base della violenza smettendo di parlare di raptus, gelosia, delitto passionale, ponendo l’accento sulla natura strutturale della violenza e sovvertendo il frame dell’amore romantico e del conflitto di coppia;
  • promuovere un uso consapevole del linguaggio che sia rispettoso dei generi, includente e che restituisca la storia delle donne;
  • evitare le rappresentazioni giudicanti nei confronti delle donne native e migranti e delle persone lgbtqi;
  • superare gli approcci legalitari e repressivi e contrastare l’utilizzo della violenza per la stigmatizzazione in chiave securitaria delle città;
  • fare riferimento ai centri antiviolenza e associazioni femministe come fonti principali di informazione e di intervento e seguire modalità rispettose e tutelanti quando si interagisce con donne che hanno subito violenza;
  • monitorare i social media e contrastare le pratiche di violenza veicolate attraverso gli stessi;
  • rispettare la dignità di ogni persona e comunicare in modo corretto e consapevole la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere anche nelle immagini e nelle rappresentazioni audiovisuali, così come nelle rappresentazioni artistiche;
  • nessuna rivittimizzazione secondaria attraverso i media, ma cercare di proporre modelli positivi e porre l’accento sul protagonismo delle donne;
  • superare la rappresentazione della donna sola e senza rapporti di solidarietà femminile;
  • evitare la patologizzazione dell’uomo violento, che ancora una volta privatizza e individualizza il fenomeno.

Alcuni interventi hanno posto l’accento sulla questione del lavoro sottopagato e della mancanza di formazione delle lavoratrici freelance, a partita Iva nel mondo della comunicazione, un settore che vive di lavoro sommerso e sfruttato.  L’appiattimento della comunicazione e le narrazioni tossiche che la contraddistinguono, sono dovuti in parte anche alla ricattabilità di chi lavora nel settore.

  1. OBIETTIVI

– L’obiettivo primario è quello di un cambiamento strutturale nel modo di pensare, rappresentare, comunicare la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere, che prevenga, prima ancora di correggere, le rappresentazioni tossiche dei media. A questo scopo esigiamo percorsi diffusi e capillari di FORMAZIONE OBBLIGATORIA in tutti gli ambiti della comunicazione.

Vogliamo corsi sul linguaggio sessuato, sul femminicidio e sulla violenza di genere nelle scuole di ogni ordine e grado, negli istituti professionali e gli enti formativi per tutti gli operatrici e gli operatori della comunicazione (giornalist/e, conduttori/trici, sceneggiatori/trici, autori/trici, registi/e, responsabili marketing, social media ), con inserimento della tematica nell’esame per l’ingresso nell’Ordine dei giornalisti).

– Esigiamo la creazione di una OSSERVATORIA  sulla rappresentazione delle donne e della violenza per ogni ambito della comunicazione (stampa, televisione, radio, pubblicità, social media). L’Osservatoria dovrà essere autonoma e indipendente e deve assumere come principi di analisi e di contrasto alla violenza le nostre linee guida per una corretta rappresentazione delle donne native e  migranti e delle soggettività lgbtqi e per una corretta narrazione della violenza di genere.

Immaginiamo all’interno dell’Osservatoria un percorso circolare di autoformazione tra associazioni femministe, esperte di comunicazione di genere, centri antiviolenza, associazioni lgbtqi. Durante l’assemblea si è chiarito come l’Osservatoria non debba essere espressione del movimento NUDM, ma un soggetto indipendente e con una prospettiva femminista, capace di coinvolgere esperte di comunicazione di genere che si occupano regolarmente di monitorare lo spazio di informazione.  NUDM deve mantenere il suo protagonismo nel creare azioni dal basso e fare pressioni affinché le sue linee guida vengano recepite da chi lavora nei differenti ambiti della comunicazione.

Si è peraltro rilevato positivamente come alcune azioni dal basso abbiano già portato a decisioni importanti (la chiusura dello show Parliamone Sabato di Rai Uno, in seguito alla divulgazione di contenuti sessisti e razzisti) e come all’interno della dirigenza RAI sia stato realizzato, in seguito al monitoraggio 2016, un primo momento di formazione sul sessismo nei contenuti e nelle modalità di conduzione dei programmi in palinsesto

L’Osservatoria non dovrà avere un ruolo censorio, ma formativo, esigendo che sia svolta una formazione interna alle realtà che si occupano di comunicazione che violino i principi e le linee guide da essa adottate. Sarà finanziata con fondi pubblici attraverso un meccanismo simile a quello dei centri antiviolenza, che ne garantisca l’indipendenza e il posizionamento femminista.

– È stata ribadita l’importanza della creazione di BANCHE IMMAGINI ALTERNATIVE sulle rappresentazioni di genere con materiali video e fotografici che siano rispettosi delle differenze e che non rafforzino gli stereotipi di genere. Il tavolo narrazione di Bologna sta lavorando al progetto. Oltre alla creazione di banche immagini alternative si esige anche la rivisitazione di quelle attuali, che per quanto riguarda la violenza contro le donne o questioni “sessuate” forniscono immagini stereotipate, vittimizzanti, che comunicano la debolezza delle donne.

– Si è pensato di lavorare ad una mappatura dei siti e dei portali di informazione che trattino tematiche di genere in ottica femminista.

– Vogliamo maggiori investimenti su campagne di informazione e di prevenzione dell’opinione pubblica sulla portata del concetto di discriminazione di genere.

Si è posta una critica al linguaggio sovente utilizzato nel mondo della politica e nelle campagne istituzionali che ripropongono stereotipizzazioni di genere e in cui non si tiene conto della disparità economica e salariare delle donne.

  1. PRATICHE

– L’assemblea si è posta delle pratiche di azione per le prossime scadenze tra cui fare pressione affinché il nuovo accordo di servizio pubblico Stato-Rai assuma le nostre linee guida.

– Crediamo che sia necessario trovare una strategia comunicativa progettuale e non emergenziale, che ci permetta di pianificare campagne comunicative di ampio respiro e di sviluppare strumenti condivisi che ci permettano di intervenire prontamente nei momenti in cui vi è un’esigenza comunicativa del movimento.

-Abbiamo pensato anche di iniziare una campagna di sensibilizzazione tramite apposizione di un bollino (virtuale e non) contro le cattive narrazioni nei media. Tale bollino è stato già prodotto dalla rete NUDM Torino e nelle prossime settimane verrà creato un KIT con materiale grafico che ogni persona potrà scaricare dal sito di Nudm.

– Stiamo lavorando alla creazione di una rete di ARTIVISTE, con la possibilità anche di organizzare un festival e iniziative culturali autoprodotte. Crediamo che questi strumenti riescano a moltiplicare l’energia politica che abbiamo prodotto in questi mesi. Inoltre vorremmo proporre pratiche artistiche anche per le prartiche di piazza.

– Vogliamo diffondere un VADEMECUM per un uso ecologico e efficace della mailing list, basata su una comunicazione non violenta. Inoltre proponiamo al prossimo incontro nazionale un seminario di autoformazione sulla comunicazione non violenta, in presenza e in rete, sulle pratiche di ascolto e sul’uso delle ml e degli strumenti digitali.

– Vogliamo realizzare delle linee guida per la scrittura di articoli giornalistici in ottica femminista specificatamente nell’ambito della cronaca nera. Rispetto alla narrazione dei femminicidi, è stato proposto di lavorare sulle componenti vittima / carnefice / movente / circostanze / frame e di collaborare con la rete Giulia alla stesura della loro pubblicazione annuale sulle buone pratiche di comunicazione.

– Sosteniamo la gestione diretta di spazi di approfondimento su radio libere e piattaforme comunicative indipendenti.

– Proponiamo la creazione di gruppi di lavoro coordinati, sono stati proposti ad esempio un gruppo che possa lavorare sulle campagne twitter e uno dedicato alla costruzione artistica e comunicativa della presenza in piazza: si potrebbe pensare a delle campagne e a dei format da condividere con tutto il movimento

Crediamo che tutte queste pratiche dal basso che il movimento deve assumere rappresentino la nostra forma di monitoraggio, pressione, boicottaggio, denuncia e controllo sui media.

Ribadiamo, infatti, che nei mesi precedenti la forza del movimento ha prodotto un’attenzione e una reazione nei media e nell’opinione pubblica, e, forti di questa attenzione, vogliamo proporre e diffondere una nostra narrazione differente.

COME CONTINUIAMO CON LA SCRITTURA DEL PIANO…

Come metodologia per la scrittura del Piano abbiamo deciso di suddividere il lavoro nei tavoli territoriali allargandoli alle soggettività interessate. Il tavolo narrazioni di Milano lavorerà su formazione, pubblicità, social media, netiquette mailing list e pagina Fb, il tavolo narrazioni di Bologna lavorerà sui principi (mettendo insieme in modo fluido e coerente i contenuti già emersi nei diversi incontri del tavolo e integrando le linee guida prodotte dal Cdd di Modena), sulle banche immagini e sulla proposta del kit/bollino, il tavolo narrazioni di Roma sta lavorando alla stesura di un vademecum per la cronaca nera, ponendosi l’obiettivo di creare relazione con osservatori, istituti di ricerca che lavorano in Rai, impegnandosi ad abbozzare una proposta di Osservatoria indipendente; lavorerà, inoltre sulla mappatura di siti e portali di informazione che trattano tematiche di genere in ottica femminista.

Lettera alla direttora dell’Huffington Post Lucia Annunziata

Progetto senza titolo (2)
Gentile Direttora Lucia Annunziata,

siamo rimaste letteralmente scioccate dal contenuto di un blog ospitato sulla sua testata. Il pezzo in questione, che è stato scritto da Deborah Dirani e si intitola “La festa della mamma di un’assassina”, si occupa del recente caso di infanticidio perpetrato da una neomamma minorenne. Con questa lettera le chiediamo di prendere pubblicamente le distanze dall’articolo dannoso in primis alle donne, pubblicando sull’HuffPost la replica e le ragioni di Non Una Di Meno. 

In primo luogo, riteniamo che sia da irresponsabili utilizzare un registro simile, che finisce per scatenare la “canea”, la visceralità in chi legge, alimentando linciaggi mediatici di cui il web fornisce fin troppi esempi. Questo è tanto più vero quanto più si tratta di un caso che coinvolge una minorenne; un caso che tocca problemi culturali e sociali profondi, che si intrecciano con le vite e le tragedie reali di persone in carne ed ossa, generando ferite destinate a rimanere anche nel tessuto sociale. Se è comprensibile esprimere dolore, l’indignazione facile dovrebbe invece essere evitata da chi ha la responsabilità di fare informazione, una responsabilità che impone competenze oppure impone di documentarsi adeguatamente (e se nessuna delle due condizioni è soddisfatta, sarebbe meglio tacere). Per contribuire all’elaborazione collettiva di fatti che feriscono l’opinione pubblica come questo serve l’esercizio di coscienza, non l’invito alla forca.

In secondo luogo, la cronaca di Dirani appare ulteriormente inadeguata in considerazione della peculiarità del crimine in questione. L’ampia letteratura sull’infanticidio, infatti, prodotta entro cornici disciplinari diverse (dalla psicanalisi alla criminologia) ci ricorda che le circostanze in cui prendono corpo questi gesti sono assai più complesse della “generosa dose di ignoranza mescolata a una manciata di disumanità” o della natura “carognesca” che compaiono nella grossolana eziologia in cui si cimenta Dirani. Tali circostanze hanno a che vedere con la difficoltà delle condizioni materiali e psicologiche in cui si trova la madre, che, lo ricordiamo, in questo caso peraltro è una minore.

L’infanticidio costituisce materia talmente peculiare e controversa da meritare una disciplina ad hoc (l’art. 578 del Codice Penale); soprattutto, costituisce materia oscura e dolorosa, e non sarà superfluo fare presente che un’intera scuola di pensiero ritiene questo un crimine simile alle automutilazioni che le donne infliggono al loro stesso corpo (si veda, ad esempio, Motz, A. [2008], The Psychology of Female Violence: Crimes Against the Body, London, Routledge).

Dell’articolo desideriamo segnalare alcuni passaggi in particolare:

– il primo paragrafo, in cui la giornalista, a fronte di una dinamica, come detto, ancora tutta da chiarire, si arroga il diritto di discernere se il gesto della ragazza sia da imputare al “raptus di follia” (altra dicitura molto grossolana a cui, per fortuna, sono ormai sempre meno i giornalisti e el giornaliste che ricorrono), a “un attimo di cervello in tilt” oppure se sia invece stato lucidamente “tramato”

– nel secondo paragrafo, nel menzionare la madre della ragazza, che non si sarebbe accorta della gravidanza della figlia, Dirani si chiede (e la sua domanda non appare retorica ma frutto di genuina curiosità) come mai questa sedicenne, incinta contro il proprio volere, con ogni probabilità terrorizzata dal cambiamento fisico che stava vivendo e dal pensiero del dopo, abbia ritenuto di non confidare alla madre di essere incinta. La giornalista procede per ipotesi e si lancia in ricostruzioni delle dinamiche del fatto, passando in rassegna le altre opzioni disponibili alla ragazza per disfarsi della neonata senza ucciderla (opzioni, che, si intende, colpevolmente non ha scelto). Curiosamente, si esclude dal novero delle ipotesi quella, più intuitiva, che la ragazza sia stata presa dall’angoscia davanti al materializzarsi di un segreto e di una “colpa” inconfessabili e che lei era del tutto impreparata a gestire;

– nel paragrafo successivo si elencano quindi, in forma decisamente retorica, i “disturbi” che la sedicenne avrebbe voluto evitarsi uccidendo la neonata: il “sonno perduto”, il “seno svuotato”, “l’impazzimento e la depressione per un tardivo sussulto ormonale”, ecc., giungendo a concludere che la ragazza è meno di una bestia, difettandole persino quel misto di “istinto e animalità” che è garanzia della riproduzione della specie. E’ davvero difficile non notare la distorta visione del materno che emerge dallo scritto della giornalista, una visione nutrita da arcaiche nozioni di determinismo biologico, che vorrebbero le madri umane simili a  mucche, capaci di stabilire immediatamente e automaticamente una relazione con la prole per il solo fatto 

di averla generata; è difficile non notare come sia proprio questa distorta visione e le aspettative, le pressioni che porta con sé a far “impazzire di depressione” molte madri.

– a conclusione dell’articolo originale rimasto visibile per due giorni e successivamente modificato si leggeva “quindi buona festa della mamma anche a te: che questa festa ti perseguiti ogni giorno di quel resti della tua povera vita.”, una minaccia, non un augurio di crescita, di responsabilizzazione e di comprensione del proprio gesto. Si auspica la “persecuzione” della ragazza. Sembra davvero troppo anche per un articolo di colore.

Non una volta nell’articolo, pur così prodigo di ammonimenti e “pagelle” verso la ragazza e la madre, si chiama in causa il ruolo di altri soggetti: quello del padre, ad esempio, o del resto della famiglia, o della società bigotta e (l’articolo stesso lo prova) misogina in cui viviamo. Un articolo fatto di ipotesi e anatemi non è un articolo ma un’accusa. Accusa che tra l’altro, contravviene anche al dovere di tutelare una donna minorenne, il cui delitto non è ancora passato in giudicato.

Cara Direttora, per concludere, ci auguriamo che ogni storia di donna, non una di meno, tanto meno quella di una infanticida minorenne, venga narrata non con la scure giudicante ma nel pieno rispetto della sua complessità.

Tavolo narrazione della violenza  – NON UNA DI MENO