LO SCHERZO DELLE MOLESTIE SESSUALI NON CI FA RIDERE

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Durante il serale di Amici di Maria De Filippi, lo scorso sabato 22 aprile, è stato trasmesso uno “scherzo” a Emma Marrone registrato durante le prove pomeridiane. Durante il cosiddetto scherzo vediamo la cantante che esegue un pezzo, quando un ballerino d’accordo con lo staff inizia a strusciarlesi contro, ad avvinghiarla e a palparla. Visibilmente turbata Emma dapprima lo allontana, e gli dice di smettere perchè, afferma: “così non riesco a cantare”. Nonostante ciò lo “scherzo” continua e quando il pezzo riprende, di nuovo il ballerino comincia a spingerle contro i genitali mentre lei tenta di scansarlo come può, cercando di continuare a cantare e restando al microfono. La scena prosegue più o meno sugli stessi prevedibili toni, passando da avances moleste a una finta rissa, fino a quando Emma decide di abbandonare lo studio; finalmente la regia le spiega che si tratta di uno scherzo organizzato e la situazione si risolve.

Questo episodio ha innescato un dibattito in Rete da cui emerge in vari modi che lo “scherzo” non è stato apprezzato.


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Uno scherzo basato sulla violenza sessuale non fa mai ridere, e in questo caso la violenza si è mostrata più volte quando la cantante ha detto di smetterla, di essere in difficoltà  e di non voler più lavorare in queste condizioni, ma pur di continuare lo scherzo, che veniva ripreso dalle telecamere, la sua volontà è stata messa in secondo piano.
È nata anche una petizione online che riporta: “Lo scherzo di Amici a Emma non fa ridere perchè oltre a colpire la cantante, colpisce tutte le vittime di violenza e di molestie, facendo credere loro che gli abusi siano normali. Così normali che diventano perfino divertenti. Così divertenti che se ti ribelli, sei una che se la prende troppo.”

Accanto a chi ha esposto queste criticità  sulla vicenda, c’è la rappresentazione dello “scherzo hot a Emma ad Amici” nei media mainstream, a partire dalla trasmissione stessa, che con la scritta “scherzo ad Emma” in sovraimpressione stabiliva il contesto interpretativo: giocoso e divertente.

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Lo stesso taglio è stato adottato da molte testate che già nei titoli non lasciavano dubbi che si trattasse di un semplice scherzo, forse soltanto un po’ più “spinto” o “sensuale”.

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A questo punto Emma che cerca di sottrarsi alle molestie viene descritta come “esagerata”, si scrive che la cantante “sbotta” e “reagisce male”, come se reagire a queste molestie fosse un’anomalia rispetto al commetterle. Negli stessi articoli si considera esagerata e “polemica” tutto ciò che esce da questi vincoli interpretativi della vicenda; come se fossero i media mainstream (in astratto) a poter decidere qual è il confine tra uno scherzo e una prevaricazione, e non chi la subisce.
Lo stesso meccanismo mediatico lo ritroviamo il lunedì successivo quando Emma si è vista consegnare il Tapiro d’Oro da Staffelli per “uno degli scherzi più divertenti” visti in televisione.

Questo è un altro esempio di come viene deviata e incanalata la narrazione di un episodio di violenza anche attraverso la scelta di termini come “scherzo hot” o “sensuale”, oltre all’atto fisico della consegna del tapiro che riporta l’attenzione sulla cantante, piuttosto che sulla regia che ha progettato e confezionato un siparietto con delle molestie sessuali come prodotto comico per suo pubblico.

Il dibattito su questo ed altri episodi di narrazione tossica da parte dei media mainstream non è polemica sterile, ma un contributo necessario per ripensare e costruire tutt* insieme i linguaggi, soprattutto quelli veicolati dai grandi canali d’informazione.
Riscrivere le narrazioni in un’ottica femminista per noi significa anche disattivare tutti quei dispositivi che rappresentano come giocose, scherzose, o anche soltanto ammissibili quelle dinamiche di sopruso che vanno dal mobbing alle molestie sessuali; perchè anche nelle pratiche di tutti i giorni (ad esempio le palpatine sull’autobus) sia chiaro che una violenza si verifica quando un soggetto sente di esser vittima di un abuso (magari perdendo il controllo su ciò che accade al proprio corpo), senza queste dialettiche pacificatrici che riconducono le violenze a un ambito di normalità .

Non Una Di Meno, Tavolo Narrazione della violenza attraverso i media

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Intervento in plenaria (23 aprile) del Collettivo Ombre Rosse

Non mi sento piu’ schiava di quando facevo la commessa, la barista, la babysitter etc.
Mi sentiro’ sempre schiava in un mondo dove ogni soggettività è costretta ad avere soldi per qualsiasi cosa.
Il sistema capitalista è un crimine contro l’umanità, non le-i sexworker!
Rispetto alla parola ‘’puttana’’ desidero ribaltarne il senso negativo e patriarcale appropriandomene.
A letto se voglio, e nella rivendicazione del mio lavoro quando lo sento basato sul MIO consenso.
Fare la prostituta non è necessariamente subire una violenza. Negare la mia autodeterminazione invece si, è una violenza.
Si! Faccio la puttana se, come e quando voglio e non me ne vergogno!
Anche questa è autodeterminazione!

A seguire il comunicato del collettivo OmbreRosse:
Siamo un collettivo femminista di lavoratrici sex worker e loro alleate.
In quanto femministe, lottiamo contro la violenza contro tutte le donne, cis e trans, buone e cattive, abili e disabili, di ogni nazionalità, classe sociale, età e etnia.

Sosteniamo la lotta per i diritti delle lavoratrici (e dei lavoratori) nell’industria del sesso per porre fine alla violenza contro tutte le persone che si ritrovano, per circostanze, costrizione o scelta a vendere sesso per vivere.

Come sex worker, lavoratrici che vendono sesso, non solo siamo sottoposte a differenti forme di discriminazione, violenza patriarcale, sessista, transfobica e razzista nei nostri posti di lavoro, ma anche alla stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica e di parte del femminismo, proni ai modelli culturali e legislativi dominanti.

Lo stigma è ciò che unisce tutte le persone che lavorano nell’industria – donne, uomini e persone trans. Coloro che lavorano nell’industria del sesso vedono completamente negate la loro esistenza. Troppo spesso le lavoratrici e i lavoratori dell’industria del sesso vengono identificate esclusivamente con il loro lavoro. Un meccanismo che serve a screditare voci e vissuti, togliendo ogni tipo di possibilità di denuncia delle violenze subite. Il rischio infatti è sempre quello di essere messe a tacere o avere di fronte un’amica, un familiare, una guardia che ti dice che in fondo te la sei cercata. Tutto questo favorisce di fatto gli abusi e le violenze verso le e i sex worker.

Criminalizzare ciò che facciamo per vivere senza interpellarci e senza darci alternative concrete ci rende più precarie, povere e sfruttabili e nega la nostra soggettività.
In più manda un segnale chiaro: vendere sesso è un’attività criminale ed immorale.
Tutto questo, lungi dal proteggere nessuna, se non l’immagine della donna decorosa e pura, rafforza uno stigma sessista funzionale all’asservimento di tutto il genere femminile.

Sostenere la lotta per i diritti di chi lavora vendendo sesso significa sostenere chi, come la maggioranza dei soggetti nel sistema capitalista attuale, si trova a svolgere un’attività remunerativa (cioè un lavoro) per affrontare le proprie condizioni difficili di vita.

Siamo chiaramente contro ogni forma di abuso, sfruttamento, tratta e coercizione e ci batteremo affinché si ponga fine a ogni tipo di violenza e sfruttamento.

Ci opponiamo a politiche che criminalizzano il nostro lavoro e i nostri clienti, che vogliono salvarci da noi stesse o da chi non vogliamo essere salvate, impedendoci di denunciare chi ci abusa veramente, per paura di ripercussioni, stigma, arresti e deportazione.

Per questo richiediamo l’appoggio di tutte/i e chiediamo ai vari gruppi femministi, alle attiviste e a tutte le individualità che attraversano queste assemblee di partecipare ai diversi percorsi di resistenza e lotta per i nostri diritti.
Ombre Rosse
Ombrerosse.noblogs.org

SPECIALE ASSEMBLEA NAZIONALE ROMA 22-23 APRILE: AUDIO, VIDEO, ARTICOLI

Centinaia e centinaia di donne a Roma per la terza assemblea nazionale di Non Una di Meno per continuare la scrittura del Piano femminista contro la violenza.

Dopo la straordinaria giornata dello sciopero globale dell’8 marzo, che ha portato in piazza centinaia di migliaia di donne in 59 paesi in tutto il mondo e in moltissime città d’Italia, il movimento femminista Non una di meno si è rimesso in marcia, col lavoro di elaborazione del Piano e in vista di una nuova stagione di lotte e mobilitazioni.

Qui uno speciale in attesa dei reports finali dei tavoli

  • Audio di commento sui tavoli tematici a seguito della prima giornata a cura di Radiosonar 
  • Contributi audio a cura di Radio Onda d’urto
  • Diretta streaming video della plenaria di domenica a cura di DinamoPress

Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Quarta parte, Quinta parte, Parte finale

Video riassunto della due giorni nazionale by DinamoPress

Video riassunto della due giorni nazionale by Silvia Carabelli

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnonunadimeno%2Fvideos%2F1972449889641893%2F&show_text=0&width=560

Articoli

Assemblea nazionale 22-23 Aprile a Roma

Dopo la straordinaria giornata dello sciopero globale dell’8 marzo, che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza in più di 54 paesi in tutto il mondo e in moltissime città d’Italia, il 22 e 23 Aprile è proseguito il confronto per continuare il lavoro dei tavoli tematici e la scrittura del Piano nazionale femminista contro la violenza, e per condividere percorsi e pratiche insieme.

Di seguito il report dell’assemblea nazionale

L’assemblea nazionale di Non Una Di Meno dello scorso 22-23 aprile ha segnato un passaggio importante di discussione e di riorganizzazione del movimento dopo gli snodi del 26 novembre 2016 e, in particolare, dello sciopero globale dell’8 marzo 2017.

Sul piano politico e organizzativo ci troviamo di fronte a nuove sfide: rilanciare in avanti e approfondire l’ampiezza rivendicativa, la forza d’impatto e la capacità espansiva che ha nutrito la mobilitazione in questi mesi; incidere sull’esistente, anche sulle politiche istituzionali, senza divenire strumento di governance anziché di conflitto e proposta autonoma.  

I lavori dei tavoli nella giornata del 22, i cui report dimostrano un significativo avanzamento nella sistematizzazione e nell’organicità dei contenuti, hanno corrisposto all’esigenza condivisa, emersa dalla discussione della Plenaria, di fare del Piano Femminista un manifesto politico-programmatico, uno strumento di lotta non fine a se stesso.

Il Piano che abbiamo immaginato è composto di due parti complementari e inscindibili tra loro, che tengono insieme la dimensione dell’elaborazione e quella di proposta e rivendicazione. il Piano Femminista contro la violenza maschile, vuole essere quindi un documento programmatico contenente tutta l’elaborazione politica della violenza come questione strutturale che i tavoli stanno portando avanti.

È accolta la proposta di strutturazione in principi e analisi e in pratiche e obiettivi, utile a fissare l’accumulo di elaborazione fin qui raggiunto e nello stesso tempo a definire il Piano come strumento vertenziale e di rivendicazione su diversi piani. Il Piano è un cantiere aperto nella processualità delle lotte. Andrà definito un gruppo redazionale e strumenti adeguati per portare a compimento questa prima fase del lavoro collettivo.

Emerge l’esigenza di definire con maggiore urgenza un Piano d’azione che affronti in modo più specifico la questione della violenza maschile (violenza intrafamiliare, domestica, sessuale ecc) con proposte concrete discusse nei tavoli che incalzino il Piano Nazionale Antiviolenza e la sua applicazione concreta. Questo secondo documento nel quale saranno affrontate tutte le questioni relative ai centri antiviolenza, alla prevenzione, ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza alla costruzione di reti e nuove sinergie nei territori, sarà solo la prima tappa della battaglia del contrasto alla violenza contro le donne, battaglia che vedrà molti altri momenti sia di elaborazione politica che di conflitto e mobilitazione.

Nella prima sessione della plenaria si è discusso delle prossime tappe di mobilitazione. L’esigenza primaria di costruire un calendario autonomo si misura anche con le prossime scadenze parlamentari e governative. Sta entrando nel vivo la scrittura del nuovo Piano Nazionale Antiviolenza che giungerà all’approvazione tra settembre e ottobre, quando si aprirà la discussione sulla Legge di Stabilità. I decreti Minniti-Orlando rappresentano un terreno di conflitto altrettanto fondamentale per quanto riguarda forme di controllo fondate sul decoro urbano e sulla criminalizzazione dei/delle migranti.

Per quanto riguarda il Piano Nazionale Antiviolenza e la questione del confronto con il Dipartimento Pari Opportunità, la discussione è stata molto articolata e ha definito che il Piano Femminista come documento politico-programmatico non sarà oggetto di trattativa ma di mobilitazione, la proposta politica del movimento sui temi del Piano Nazionale Antiviolenza si afferma in contrapposizione e in alternativa al Piano Istituzionale.

La definizione delle forme del confronto con il Dpo e dei punti di rivendicazione sul Piano Nazionale Antiviolenza è rimandata alle assemblee territoriali da cui far emergere proposte e ipotesi di lavoro e mobilitazione. 

A questo riguardo, il tavolo Cav e percorsi di autonomia pone in assemblea l’urgenza di definire alcuni passaggi di mobilitazione in vista della prossima approvazione del Piano Nazionale Antiviolenza e rilancia la proposta di una prima giornata nazionale da articolare nei territori per il prossimo 27 maggio. A Napoli la mobilitazione sarà davanti all’ospedale Cardarelli contro il modello campano del Codice Rosa.

Il tavolo Cav e percorsi di autonomia si riconvocherà a Napoli per il 27-28 maggio per proseguire la discussione sui punti relativi alle politiche di fuoriuscita e contrasto alla violenza.

È stata accolta la proposta di attraversamento della data del 28 settembre, rilanciata dalle argentine, come prima data dell’autunno, da articolare come giornata di azioni e mobilitazioni dislocate nei vari territori sui temi dell’autodeterminazione e dell’accesso all’aborto libero, gratuito e garantito, che rilancino la campagna contro l’obiezione di coscienza, per il diritto alla salute e alla libertà di scelta.

Il prossimo 25 novembre è stato indicato come appuntamento di mobilitazione nazionale e globale, la cui articolazione e le cui pratiche e forme di lotta andranno definite nel prossimo appuntamento assembleare.

Rimane invece aperta la possibilità di una scadenza autunnale che preceda il 25 novembre in cui rimettere al centro la rivendicazione di autodeterminazione come autonomia economica, riappropriazione di welfare e libertà di movimento.

Nella seconda sessione si è aperto un primo confronto sugli ambiti decisionali e sugli strumenti organizzativi. La discussione si rende tanto più urgente alla luce della manifesta inadeguatezza della mailing list nazionale come strumento efficace di coordinamento, il cui uso attuale va radicalmente messo in discussione. Deve essere utilizzata infatti per scambiare informazioni e proposte utili in particolare da parte delle assemblee territoriali.

I luoghi preposti alla definizione strategica e politica sono l’assemblea nazionale e le assemblee territoriali. I tavoli di lavoro sono il luogo dell’approfondimento tematico e della condivisione di pratiche e obiettivi elaborati nelle articolazioni territoriali. Si pone ora il compito di superare una eccessiva compartimentazione e favorire l’intersezione virtuosa tra piani di intervento, da realizzarsi attraverso confronti e approfondimenti così come nella costruzione di piani di vertenza e di lotta che intrecciano differenti ambiti. Le mailing list nazionali dei tavoli possono diventare un utile strumento di condivisione, discussione e proposta. Si auspica quindi una maggiore circolarità tra tavoli locali e liste tematiche nazionali.

Assunto quindi che la decisionalità deve coincidere con il grado più alto di democraticità assembleare – che va autoregolamentata a tale fine -, emerge la necessità di individuare dei livelli operativi intermedi – fluidi, a scopo e revocabili – che assolvano a funzioni specifiche e a compiti mirati. In particolare emerge la necessità di definire un gruppo redazionale che lavori alla sistematizzazione del piano femminista come insieme organico; la gestione degli strumenti di comunicazione comuni; un gruppo di coordinamento fra le assemblee territoriali, non fondato su criteri di rappresentanza ma di efficacia e fiducia, finalizzato a mantenere la continuità organizzativa tra un incontro nazionale e l’altro.

Il confronto sulla definizione e sulla composizione di strumenti di coordinamento intermedi dovrà proseguire nelle assemblee territoriali di Non Una Di Meno convocate in forma pubblica e aperta.

La Plenaria si è chiusa con la proposta di riconvocazione in Assemblea Nazionale per la metà di settembre. Data e luogo andranno quindi confermati prima dell’estate.

Leggi i report delle discussioni di ogni tavolo!

Non una di meno in solidarietà di Gabriele Del Grande

 

Del-Grande

Dal 10 aprile scorso Gabriele Del Grande, giornalista, blogger e documentarista, è stato fermato dalle autorità turche in un centro di detenzione amministrativa. Solo dopo più di una settimana è riuscito a chiamare la compagna, sta bene, ma le autorità turche non gli hanno dato notizie della durata del fermo né le motivazioni e non gli è stata permessa la nomina di un avvocato. Ha confermato che la natura della detenzione è collegata ad imputazioni legate al suo lavoro di giornalista e documentarista e per questo dal 18 aprile ha iniziato lo sciopero della fame. La rete di colleghe/ e amiche/i amici ha iniziato azioni di mobilitazione per la liberazione immediata di Gabriele, il 22 a Roma è previsto un presidio al Quirinale.

Nelle stesse ora Non Una Di Meno si riunirà per una altra due giorni nazionale, il Tavolo narrazioni e media a nome di tutto il movimento esprime la propria solidarietà e vicinanza ai familiari di Gabriele, condivide l’appello indirizzato al Parlamento e Governo italiano e chiede che Gabriele possa tornare subito a svolgere il suo lavoro prezioso per tutti noi.

Non una di meno

LIBERTA’ E DIRITTI PER GABRIELE DEL GRANDE
Appello al Parlamento e al Governo Italiano

Gentile Presidente del Senato della Repubblica, On.le Pietro Grasso

Conosciamo Gabriele del Grande da molti anni, abbiamo condiviso con lui viaggi, inchieste, racconti, avendo l’onore e il piacere di apprezzare la professionalità e l’umanità con cui ha sempre condotto le sue ricerche. Il suo contributo alla democrazia del nostro Paese è da anni di enorme valore, grazie alla sua capacità di incontrare, conoscere e capire realtà diverse e complesse, grazie alla sua lucidità nel saper collegare responsabilità politiche a quotidiane ingiustizie subite da uomini e donne delle tante culture che vivono nell’Italia e nel Mediterraneo di oggi.
Leggere e vedere le storie raccontate da Gabriele aiuta l’Italia, e non solo, ad essere un Paese più civile. Il suo nuovo progetto sul conflitto siriano è un altro importante tassello di questo lungo percorso di ricerca e civiltà.
E’ necessario che le massime autorità del Paese si attivino con urgenza nei confronti delle autorità turche per garantire la tutela dei diritti un proprio cittadino, nonché di un professionista di altissimo spessore e valore civile. Chiediamo che Gabriele torni quanto prima libero e possa riottenere i suoi diritti di cittadino e giornalista.

Per adesioni scrivere a

iostocongabrielelibero@gmail.com

 

#ParliamoneSubito – Corpi e narrazioni mediatiche “infernali”

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Martedì 18 aprile dalle ore 18:00 presso la libreria Tuba Bazar

via del Pigneto, 39/a

Verso l’assemblea nazionale Non una di meno del 22 e 23 aprile

Non Una Di Meno Roma incontra

Selene Pascarella, giornalista, e Takoua Ben Mohamed, graphic journalist

Viviamo in tempi in cui siamo sempre tutte e tutti immediatamente interconnesse/i con ciò che ci circonda. La realtà e il linguaggio che la racconta entrano prepotentemente in ogni momento nella nostra vita con il loro carico di deformazioni sessiste, razziste e populiste.

Il tavolo romano sulle Narrazioni della violenza attraverso i media presenta una iniziativa di autoformazione e di rilancio del percorso locale verso l’assemblea nazionale che si svolgerà a Roma sabato 22 aprile e domenica 23 aprile.

Durante l’incontro con le due autrici si intende indagare come la violenza sui corpi delle donne viene raccontata dai media mainstream, dalla carta stampata alla radio passando per la tv e i media online e nello stesso tempo mettere in luce il tema della precarietà nel mondo del lavoro freelance nella comunicazione.

Dal raptus che tutto contiene alla retorica della difesa delle “nostre donne”, passando per gli stereotipi sulle donne dell’est mandati in onda dal presupposto “servizio pubblico” della Rai. Parleremo anche di come oggi i mass media semplifichino e a volte inventino il/la “diverso/a” e di come superare il colonialismo mediatico sui corpi delle donne, che vengono stereotipate attraverso simboli religiosi e/o culturali come il velo, per rinchiuderci in recinti e tenerci distanti in nome di una fittizia uguaglianza “occidentale” tra i generi. Di tutte queste cose e di molte altre ancora #parliamonesubito.

La violenza maschile sulle donne non ha paese, razza, classe, religione specifica e spesso è dissimulata nel paternalismo. Per questo attraverso l’autoformazione si vuole riflettere sul ruolo fondamentale dei media per trasformare i linguaggi che veicolano modelli stereotipati e sessisti, proponendo nuove modalità, nuove parole e nuovi linguaggi per raccontare la realtà.

Selene Pascarella:
giornalista freelance, si occupa di cronaca nera, horror fiction e produzione seriale televisiva. Ha militato in diversi tabloid italiani. Nel 2011 ha pubblicato il saggio “L’alba degli zombie. Voci dall’apocalisse: il cinema di George Romero” con Danilo Arona e Giuliano Santoro (Gargoyle Books) e nel 2016 “Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di nera” della collana Quinto Tipo, curata da Wu Ming 1 per le Edizioni Alegre.

Takoua Ben Mohamed:
graphic journalist e sceneggiatrice, disegna e scrive storie vere a fumetti su tematiche sociali di sfondo politico come l’islamofobia, razzismo, immigrazione, diritti umani, violenza contro la donna per la promozione del dialogo interculturale ed intereligioso. Ha fondato “il fumetto intercultura” all’età di 14 anni grazie agli studi in giornalismo e all’attivismo in associazioni giovanili, culturali ed umanitarie di volontariato, collaborando con università italiane ed estere, scuole ed associazioni facendo conferenze e mostre.

 

Lettera aperta alle lavoratrici e scioperanti de Lottomarzo

Care scioperanti: lavoratrici-disoccupate-inoccupate-studentesse-artiste-professioniste-casalinghe-pensionate…
scriviamo, dopo lo Sciopero globale dello scorso 8 marzo, in primo luogo per ringraziare tutte per la forza, il coraggio, per la passione, la fantasia con cui è stata animata e fatta vivere questa splendida giornata di lotta e mobilitazione globale.

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Lo Sciopero è stato un successo. Non era facile andare controcorrente, sfidare il blocco che in tante aziende è stato disposto non tanto e non solo dai datori, ma anche dai sindacati confederali, che non hanno ritenuto la violenza maschile sulle donne ragione abbastanza concreta per proclamare lo sciopero generale.

Eppure, noi lo sentivamo nei nostri corpi, nelle nostre teste, nel nostro diritto inalienabile a vivere e lavorare con dignità e libertà; lo avete e lo abbiamo fatto, reinventandolo tutte insieme, senza paura.

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Saragozza, Spagna

In tanti luoghi di lavoro, nei servizi e nelle cooperative, nelle scuole e negli ospedali, nel pubblico impiego come in quello privato, abbiamo incrociato le braccia, ci siamo astenute dalla fatica, abbiamo lottato. E non hanno scioperato soltanto le lavoratrici dipendenti; lo hanno fatto anche, mettendosi doppiamente a rischio, le lavoratrici autonome e parasubordinate, quelle precarie che il diritto di sciopero non lo hanno. Ognuna a suo modo, ognuna mettendosi in gioco fino in fondo. Abbiamo scioperato in Italia, milioni di donne hanno scioperato e si sono mobilitate in tutto il mondo, in oltre 50 paesi.
Dobbiamo dirlo, senza arroganza: forse il più importante evento di lotta degli ultimi decenni.
Passato l’evento, con il ricordo ancora nitido, si tratta ora di consolidare questa straordinaria nuova marea femminista, conquistando uno dopo l’altro i diritti che ci vengono negati quotidianamente, affermando concretamente, battaglia dopo battaglia, il nostro Piano femminista contro la violenza. Piano che, già a partire dalle assemblee nazionali di novembre e di febbraio scorsi, abbiamo cominciato a delineare. Per questo motivo, invitiamo tutte a continuare insieme questo percorso, a partecipare ai prossimi appuntamenti e momenti di discussione: alle riunioni dei Tavoli che stanno proseguendo nel lavoro di studio e di scrittura per il Piano, sino alla prossima assemblea nazionale di Non una di meno, che si svolgerà a Roma il 22 e 23 aprile. Saranno occasioni per elaborare collettivamente quanto è accaduto lo scorso 8 marzo, per portare a termine il nostro Piano, per definire le prossime scadenze di lotta, per articolare il nostro intervento nei territori.
Ci siamo riprese la strada e la piazza, ci siamo riprese lo Sciopero, ora dobbiamo imparare a riprenderci tutto. Unite possiamo farcela.

Non una di meno

Basta violenza dei tribunali contro le donne! Senza consenso è stupro!

Il 15 febbraio 2017 il Tribunale di Torino ha assolto Massimo Raccuia, ex commissario della Croce Rossa, accusato di molestie e stupro da una dipendente interinale della Cri. Nel procedimento, avviato nel 2011, il pm Marco Sanini ha chiesto 10 anni per l’imputato, credendo alle parole della donna. La donna invece è passata da parte lesa a imputata per calunnia, poiché il suo racconto è stato giudicato inverosimile e il fatto non sussiste. Ora, prima di ogni analisi, il nostro pensiero va a Laura a cui noi crediamo. Le sue parole e il suo gesto ci danno forza e da ora in poi non la lasceremo sola.

Se toccano una toccano tutte!
I processi per stupro li conosciamo in tutta la loro violenza, per questo motivo alcune avvocate richiedono un cambiamento sostanziale nel modo in cui vengono affrontati. La prassi è che la donna, parte lesa, venga obbligata a ricordare e raccontare nei particolari i momenti della violenza subita di fronte all’accusato. Inoltre vengono assunti particolari irrilevanti quali le abitudini e lo stile di vita della donna che influenzano la valutazione dell’attendibilità della parte lesa.
Ma veniamo alla sentenza del collegio presieduto dalla Giudice Diamante Minucci: non ci stupisce ma ci ricorda l’arroganza dei tribunali. Questa volta però per quanto ci riguarda si è passato il limite del ragionevole. Basterebbe poco a confutare la base stessa della sentenza, secondo cui “se non ha urlato non c’è stata violenza”: molto spesso chi subisce violenza non è in grado di reagire. Ma quello che più ci interessa non è la mancanza di logica e l’evidente ignoranza di questo collegio, ma la precisa responsabilità politica e sociale che si assume con questa pronuncia. Trattando il caso senza il dovuto approfondimento ripropone, perpetua e rafforza un modello culturale sessista e violento, e si rende complice delle violenze future.

Qui infatti non si parla di lettura dei fatti ma di ragionamento fondato sul non riconoscimento della violenza perché la reazione ad essa è stata giudicata debole. È evidente che questo impianto non segue alcuna logica, perché la reazione non misura la veridicità della violenza agita. Inoltre la giudice per sostenere la sua tesi sentenzia che dire Basta non Basta e prosegue affermando che il racconto della donna è inverosimile poiché non è accompagnato da condotte tipiche riscontrabili durante uno stupro. Questa posizione del tribunale oltre che assurda e illogica è di una gravità inaudita; non siamo di quelle che chiedono pene e aggravanti ma di certo riconosciamo il portato che queste sentenze hanno sulla nostre vite: rafforzano il potere di chi stupra e indeboliscono chi reagisce.
Ora poniamo noi delle domande: La violenza c’è solo se chi la subisce urla? Lo stupro sussiste solo se c’è il test di gravidanza che lo prova o altre condotte tipiche? Se la reazione non è forte vuol dire che c’è consenso? Una donna che racconta uno stupro deve essere lucida e chiara?

Ci basta il basta di Laura per dire che se non c’è consenso è stupro.

Questa sentenza ci coinvolge tutte per questo la nostra lotta sarà più forte e più determinata.

Lanciamo anche l’appello a tutte le Reti Nudm di costruire presidi, azioni o volantinaggi davanti i Tribunali delle varie città il 12 aprile alle ore 12 #LottoMarzo sempre #NonUnaDiMeno