Lettera alla Regione Lazio

Al Presidente della Regione Lazio

On. Nicola Zingaretti

 

All’Assessora alla Politiche Sociali – Regione Lazio

Rita Visini

 

Alla Cabina di Regia della Sanità – Regione Lazio

 

 

Con lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo 2017 si intende portare all’attenzione pubblica e politica la difficile condizione in cui le donne vivono ogni giorno. Il movimento NON UNA DI MENO ha sempre denunciato che la violenza sulle donne è un fenomeno strutturale e non emergenziale che, in quanto tale, attraversa tutti gli ambiti della vita e della società. Per questo sta lavorando ad un Piano Femminista Antiviolenza che individui differenti piani di intervento e differenti interlocutori istituzionali, politici e sociali.

Per questo motivo, la mobilitazione dello sciopero globale delle donne a Roma si dà appuntamento sotto la sede della Regione Lazio, essendo un interlocutore privilegiato su tre questioni fondamentali in quanto di sua pertinenza:

 

  1. I centri e gli sportelli antiviolenza

I centri e gli sportelli antiviolenza nascono dall’esperienza femminista e garantiscono supporto ed efficacia là dove investono sull’autonomia delle donne che fuoriescono da condizioni di abuso e violenza. In particolare per quanto riguarda i bandi appena promossi dalla Regione Lazio, finalizzati al finanziamento dei centri e dei servizi antiviolenza, riscontriamo un’inadeguatezza di fondo nella strutturazione del servizio, nella scarsità e nell’incertezza delle risorse economiche previste (66.000 euro annui per un centro antiviolenza aperto un minimo di 5 giorni a settimana compresi festivi, con reperibilità telefonica h24). I servizi antiviolenza sono degli strumenti essenziali nel contrasto al fenomeno, la cui efficacia può essere seriamente compromessa da procedure, tempi e azioni che non valorizzino l’autonomia e l’approccio femminista degli stessi; così come lo scarso investimento di risorse non può avere come ricaduta immediata l’ulteriore precarizzazione delle operatrici che sostengono la gestione di centri e sportelli.

In ultimo, nella sola città di Roma da giugno 2016 a oggi, è già stato chiuso un centro antiviolenza su quattro. Il supporto alle donne nei percorsi di autodeterminazione e fuoriuscita dalla violenza non può prescindere dalla stabilità e dalla continuità nello svolgimento dell’operato dei Centri Antiviolenza. Un segnale in questo senso da parte istituzionale è necessario e quanto mai urgente.

 

  1. il Sistema Sanitario Regionale

La progressiva esternalizzazione dei servizi socio-sanitari a cooperative e società committenti e l’avanzare del privato convenzionato, assorbendo quote sempre più consistenti di finanziamento pubblico, producono un peggioramento tangibile della qualità dei servizi per l’utenza e delle condizioni di lavoro del personale impiegato (sia con contratti da lavoro dipendente, para-subordinato che autonomo). La forza-lavoro occupata nel settore socio-sanitario vede un’alta percentuale di manodopera femminile, su cui il peso della precarizzazione e della compressione salariale si rovesciano con sempre maggiore violenza, non favorendone l’autonomia economica, la conciliazione tra lavoro e vita (dove per vita non bisogna intendere la sfera del lavoro riproduttivo intesa, ancora una volta, a carico esclusivo delle donne), la dignità. Molte vertenze aperte nelle strutture sanitarie pubbliche e nel privato convenzionato fanno proprio lo sciopero dell’8 marzo per rappresentare le loro rivendicazioni e per fare richiesta alla Cabina di Regia della Sanità della Regione Lazio di calendarizzare tavoli di interlocuzione e trattativa sulle singole vertenze, a partire dalla giornata dell’8 marzo fino alle prossime settimane, in base all’urgenza.

 

  1. La salute sessuale e riproduttiva delle donne, delle migranti, delle soggettività lgbtqia

La libertà di scelta e l’autodeterminazione delle donne, in tema di salute sessuale e riproduttivo, nella Regione Lazio è sempre più a repentaglio. Il tasso di medici ginecologi obiettori di coscienza, pari all’80,7%, ne è il dato più eclatante. A fronte di una situazione tanto grave, vanno messe in campo misure realmente incisive e che agiscano su diversi ambiti: la formazione, sanitaria e culturale, del personale medico e paramedico; l’introduzione, dove non è ancora in uso, e l’incremento della somministrazione della RU486, anche per l’ITG; riportare a pieno regime i reparti per l’IVG, ormai chiusi o a funzionamento ridotto; il rifinanziamento dei consultori pubblici e il potenziamento della diffusione territoriale, garantendone la laicità e favorendone la riarticolazione dei servizi adeguatamente agli stili di vita e alla nuova composizione sociale; l’immediata riapertura della Casa del Parto di Acqualuce, all’ospedale Grassi di Ostia, come atto concreto al fine di favorire e diffondere un approccio al parto che rispetti la fisiologia, il corpo e le scelte delle donne, anche nei reparti di maternità delle altre strutture ospedaliere, garantendo la reale applicazione della Legge Regionale 84/1985.

 

 

Chiediamo quindi alla Cabina di Regia della Sanità e all’Assessorato alle Politiche Sociali che vengano istituiti dei tavoli di interlocuzione con la rete NON UNA DI MENO sui temi sopra illustrati, al fine di verificare la possibilità e l’effettiva disponibilità a orientare scelte e politiche in direzione di un maggiore accoglimento delle esigenze delle donne residenti nella regione, indipendentemente dallo status e dalla provenienza, e di tutti coloro i quali non trovano risposta adeguata nei servizi pubblici in materia di salute e autodeterminazione.


nonunadimeno@gmail.com

NON UNA DI MENO – ROMA

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