Conflitto: sostantivo femminile plurale

È un movimento internazionale di donne quello che ha animato la giornata dello scorso 8 marzo. Un percorso lungo, cominciato in tempi diversi che ha visto una vera e propria escalation nell’ultimo anno. Dal movimento Decido Yo, in Spagna, per il diritto all’aborto, agli scioperi che nell’autunno hanno bloccato la Polonia e l’Argentina, fino all’oceanica manifestazione fucsia all’indomani dell’elezione di Donald Trump.
Imponenti manifestazioni di donne (e non solo) contro la violenza maschile e patriarcale, intesa come uno dei marchi più significativi lasciati sui corpi dai rapporti di potere del nostro tempo. La natura strutturale della violenza è il terreno di riconoscimento reciproco e da qui è nata la prima fioritura di questo movimento. Non per questo la questione della violenza patriarcale sembra astrarsi dalle condizioni di vita materiali, dalla critica alla sfera della produzione e della riproduzione sociale. Infatti nelle piattaforme di quasi tutti i 59 paesi del mondo che hanno raccolto l’appello allo sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo, la questione della violenza è stata definita nel suo profondo intreccio con le condizioni socio-economiche dei rispettivi paesi e in particolare con la specifica condizione della donna. Una condizione che non si ricostruisce attraverso la ricerca di un’identità universale, né tanto meno per sottrazione o balcanizzazione delle identità particolari, ma al contrario si caratterizza per la capacità di un’accumulazione positiva delle identità e delle rivendicazioni, di una richiesta di diritti sempre in termini inclusivi ed estensivi a partire, come ovvio, dalla condizione e dai bisogni delle donne.
Questo movimento sta insomma mostrando una vocazione intersezionale e allo stesso tempo universale, accogliente dal punto di vista delle rivendicazioni fino ad includere le rivendicazioni di diritti per quelle donne, come le migranti, che ancora faticano a riconoscersi come soggetto.
Il riconoscimento dell’esistenza di una enorme quantità di donne che lavorano in condizioni servili e semischiavistiche e la rivendicazione per loro di diritti di cittadinanza e sul lavoro, è infatti ricorrente in moltissimi paesi. Pur non registrandosi al momento una presenza organizzata di donne migranti nei movimenti, c’è una diffusa consapevolezza che una liberazione e un’emancipazione solo parziali non possano esistere.

Cosa insegna lo sciopero dell’8 marzo

Uno sciopero globale e sociale. È stato questo il tratto più evidente della mobilitazione in Italia e nel mondo. Con la particolarità di aver sottratto ai sindacati “l’esclusiva” dell’indizione. In Italia, tantissime sigle sindacali di base ne hanno poi colto l’opportunità e hanno provato a costruirlo nei luoghi di lavoro. E tanto quanto sembra completamente inutile ed estranea a concreti processi sociali la nascita ormai quasi quotidiana di presunte soggettivà politiche di sinistra, ma anche alcune manifestazioni e mobilitazioni concepite in modo del tutto identitario, le soggettività sindacali che hanno saputo cogliere l’opportunità di questo sciopero hanno mostrato come possono divenire strumento utile ad un conflitto sociale più ampio e autonomo.
Al contrario, le organizzazioni politiche e sindacali che non hanno voluto coglierne l’importanza e che anzi lo hanno criticato e persino boicottato, hanno fatto una precisa scelta: hanno deciso di negare la possibilità del conflitto sociale per la liberazione e piena autodeterminazione delle donne.

Il movimento femminista è parte di una battaglia generale

La crisi del debito, la riduzione del welfare e dei diritti legati alla salute e l’abbassamento dei salari producono ulteriori forme di violenza sulle donne. Anche in un momento in cui la femminilizzazione è divenuta la condizione normale del lavoro, le donne restano al gradino più basso fra gli sfruttati, in termini di precarietà, ricattabilità e bassi salari.
I dati sul gender salary gap dimostrano infatti come le differenze retributive siano ancora altissime in Europa e nel mondo; così come l’accesso alle carriere e la segregazione sessuale del lavoro sia ancora un elemento fortissimo.
Lo sciopero dell’8 marzo ha posto al centro dell’analisi i meccanismi che espongono la sfera della riproduzione sociale alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. È riuscito ad abbracciare il lavoro produttivo ma anche riproduttivo, il lavoro formale e quello informale. Ha puntato il dito contro la “catena globale della cura” facendone il paradigma dei meccanismi dell’accumulazione capitalista.
Ci troviamo infatti di fronte sia a una divisione tra lavoro riproduttivo e lavoro produttivo, che assegna il primo come compito non retribuito alle donne, sia a una gerarchia interna alla forza lavoro per cui il genere serve a distinguere settori del lavoro maschili e femminili dove il femminile è generalmente pagato meno.
Questa subordinazione è possibile anche a causa di una svalutazione delle donne sul piano culturale e simbolico, che dà luogo a una serie di violenze: da quella sessuale, domestica, economica ed ostetrica fino alla mercificazione del corpo sui media. La vita delle donne a quanto pare vale meno della gelosia con cui i titoli dei quotidiani giustificano i femminicidi. Da qui lo slogan “Se la mia vita non vale mi fermo e non produco”. Il piano culturale e quello dello sfruttamento sono legati e la violenza è lo strumento che incatena le donne in una condizione subordinata.

Sul piano della razza, troviamo un meccanismo analogo che, quando si intreccia alla condizione sociale delle donne, determina diversi livelli di oppressione che ad esempio hanno portato, storicamente, le donne nere a separarsi dal femminismo delle donne bianche e borghesi. È qui che il necessario riconoscimento delle identità specifiche e delle particolari forme di oppressione rischia di dare vita a un’eccessiva frammentazione allontanandosi così da quel piano universale in cui deve invece necessariamente collocarsi.
“La catena globale della cura” è l’esempio perfetto di questo piano universale: le donne bianche dei paesi a capitalismo avanzato, impiegate nel lavoro formale, utilizzano donne di estrazione sociale inferiore o migranti per svolgere il lavoro di cura da cui esse devono sottrarsi per mancanza di tempo o perché ritenuto svilente per una “donna in carriera”. A loro volta, le lavoratrici della cura nei paesi cosiddetti occidentali, sono costrette a delegare quello stesso lavoro per le loro famiglie ad altre donne, spesso rimaste nel paese natìo.
La domanda di giustizia retributiva deve dunque portare con sé anche la domanda di eliminazione delle differenze basate sul genere e sulla razza. Per questo dobbiamo pensare al movimento con un approccio trasformativo che, a partire dalle identità, sappia decostruirle per tendere al superamento del genere, un po’ come il socialismo è una tensione al superamento delle classi.
Dobbiamo mettere in discussione il capitalismo in quanto struttura che genera ingiustizie, ponendo al centro la trasformazione dei rapporti di produzione e il superamento della divisione in classi, mirando a ristrutturare i rapporti di riconoscimento, sfumando o annullando le differenze fra i gruppi.

Per questo non ci interessa l’essenzialismo femminista, con la sua sorellanza universale, perché vogliamo favorire la costruzione di alleanze politiche e sociali del movimento femminista con tutti i settori del lavoro.
Le identità non sono da considerare fisse ed eterne, ma storicamente definite e collocate. E il conflitto parte dal loro riconoscimento ma è, al contempo, lo strumento più efficace per trasformarle. Per questo dobbiamo insistere sulla centralità del conflitto, attraverso il quale le identità si trasformano.
La realizzazione e l’eventuale approvazione del Piano Femminista Antiviolenza costituisce, dal punto di vista del movimento, il necessario mezzo e non il fine. Mezzo perché consente di mettere insieme una serie di punti e linee guida che rappresentano un immaginario femminista da contrapporre all’esistente. Ma ogni punto sulla carta rischierebbe di restare lettera morta se a questo processo non se ne accompagnasse un altro.
Occorre perciò ripensare l’universalismo in termini inclusivi, dinamici e autotrasformativi. Analizzare il capitalismo nei limiti che esso pone alla realizzazione di una società in cui il genere e l’orientamento sessuale non siano più fonte di gerarchie sociali.
Il femminismo di cui sentiamo il bisogno deve avere la capacità anche di pensarsi come parte di una battaglia più generale, che pone al centro la questione dei diritti sociali e civili, contro l’austerità e la disoccupazione, ma allo stesso tempo lotti contro la strumentalizzazione nazionalista e islamofobica dell’idea della liberazione della donna, portata avanti da politiche criminali dell’Unione Europea e dell’Italia a danno delle e dei migranti.
A metà marzo, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa relativamente ai ricorsi di donne musulmane (uno in Belgio e uno in Francia) sulla possibilità di presentarsi al lavoro con il capo coperto in osservanza della propria religione. Nella sentenza la Corte ha affermato che “una regola interna che proibisca di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso non costituisce diretta discriminazione”. Le aziende possono quindi vietare ai propri dipendenti di indossare indumenti che siano “segni religiosi” come il velo islamico.
Questa decisione della Corte Europea è solo l’ultimo di una serie di atti che, negli ultimi anni, ha prodotto vera e propria violenza sulle donne migranti, svilite nella possibilità di scelta e di autodeterminazione.
Una battaglia, questa, troppo spesso combattuta in nome di una presunta difesa della libertà della donne, che ha portato anche una serie di femministe e femminismi a schierarsi con lo Stato e a favore di politiche nazionaliste. Permettendo così di utilizzare un certo discorso femminista come giustificazione di interventi e politiche colonialiste, fenomeno che Sara Farris denuncia come “femonazionalismo”, nel suo testo “Femonationalism and the ‘regular’ army of labor called migrant women” («History of the Present» vol. 2, n. 2 2012, pp. 184-199).

Questi temi, così come la lotta al decreto Minniti, che restringe ancor più il campo già estremamente esiguo dei diritti delle e dei migranti, sono temi e lotte femministe, perché riguardano da vicino la condizione di vita di milioni di donne che vorremmo spesso avere accanto a noi nella nostra lotta ma che fatichiamo ad intercettare. Una difficoltà dovuta anche ad un’errata lettura di quello che significano, in termini di marginalizzazione e criminalizzazione, interventi normativi di questa portata, che minano alla base la possibilità di avere diritti sul piano lavorativo, politico e di cittadinanza.

Al femminismo falsamente universalista, che non fatica ad allearsi con l’islamofobia ed il razzismo, che contribuisce a marginalizzare e ad azzittire la voce delle donne migranti, andrebbe contrapposto invece un altro tipo di femminismo che tra l’altro porti con sé la critica antirazzista, in cui far posto anche alle donne migranti come parte integrante dei processi di trasformazione.

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Non è (solo) la Rai. #ParliamoneSubito

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Il 20 marzo è andata in onda l’ennesima rappresentazione sessista delle donne, espressione mediatica della violenza maschile sulle donne.
Oltre l’immaginabile, la TV di stato ha espresso frasi e concetti sessisti, misogini e razzisti durante la trasmissione “Parliamone sabato” condotta da Paola Perego.
Tutta la trasmissione è stata pervasa da toni umilianti, svilenti e offensivi nei confronti del genere femminile, cercando di alimentare un’assurda competizione tra donne per ottenere il piacere maschile. Nessuna parola sulla personalità, autonomia e autodeterminazione delle singole donne.
Non solo, la trasmissione ha svelato l’intreccio fra sessismo e razzismo, additando improbabili “competenze” a donne provenienti da specifiche zone del pianeta.
Il movimento Non Una Di Meno esprime ancora una volta la propria indignazione. Non si tratta di stigmatizzare un solo programma televisivo, oppure la conduttrice o gli autori dello stesso, ma di ampliare il discorso rispetto al linguaggio sessista e razzista veicolato in televisione e che alimenta un’immagine sociale degradata delle donne e nutre in questo modo la cultura della violenza sulle donne.
Il 22 marzo a Roma e a Milano le donne del movimento Non una di meno si sono mobilitate presso le sedi della Rai per evidenziare la necessità di un linguaggio , di una cultura e di una narrazione differente sui corpi delle donne nella televisione italiana, troppo spesso fertile di stereotipi di genere.
La chiusura del programma “Parliamone sabato” è un atto doveroso, ma non sufficiente, così come non sono sufficienti le scuse da parte della presidente Rai, Monica Maggioni, e del direttore di Rai1, Andrea Fabiani, avvenute via twitter.
Non siamo disposte a stare a guardare, chiediamo al Governo azioni immediate per la realizzazione di un Osservatorio su Media capace di intervenire e prevenire il sessismo nei media e chiediamo all’Ordine dei giornalisti, al sindacato in Rai e a tutti gli organi competenti di intervenire in ogni sede.
Invitiamo anche il mondo dell’informazione al prossimo incontro pubblico del tavolo tematico sulla narrazione della violenza attraverso i media che si terrà mercoledì 29 marzo alle ore 18 a San Lorenzo, in Via dei Volsci 159.

Non una di meno: per noi anche i muri della città parlano

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Impegnate insieme ad altre centinaia di donne nella costruzione dello sciopero dell’8 marzo a Roma, e poi nel proseguire il percorso di mobilitazione contro la violenza di genere che da mesi agita la parola d’ordine NON UNA DI MENO sulle pagine di tutti i giornali e nelle piazze, ci era sfuggito un appuntamento di cui abbiamo appreso recentemente l’esistenza. https://www.facebook.com/events/308939856175599/

https://www.facebook.com/events/835896609881547/ (i 2 eventi fb della stessa iniziativa).
Questo appuntamento usa i colori, il nome, le parole, il percorso di non una di meno più come un brand che come una reale presa di parola sul tema della violenza sui corpi delle donne .

Eppure, benchè i riferimenti a NON UNA DI MENO siano più che espliciti, nessuna comunicazione è giunta né attraverso la pagina facebook, nè tantomeno nelle assemblee e nelle numerose iniziative pubbliche che hanno preparato lo sciopero dell’8 marzo, su cui però si ha la pretesa di aprire il confronto…

Si gioca sull’equivoco insomma, si parla dello sciopero, di violenza di genere, si lancia come evento copromosso da NON UNA DI MENO … ma non lo si dice a NON UNA DI MENO. A proposito di meccanismi di esclusione, prevaricazione, uso strumentale delle donne… non una di meno è un percorso aperto e pubblico proprio per questo non accetta appropriazioni.
L’iniziativa è presentata come un giorno di attivismo per la ripulitura del murale contro i femminicidi in via dei sardi. Opera meritoria, senz’altro, ma quel murale rappresenta un atto di denuncia, non di decoro urbano. Sovrapporre i due piani è quanto di meno opportuno si possa fare perché confonde la sostanza con la forma, laddove proprio la logica del decoro è troppo spesso rivolta come un atto d’accusa contro le donne vittime di violenza.
La street art è un’arte, per definizione, non semplicemente decorativa, esposta al sentimento e all’usura del tempo, ai cambiamenti che avvengono nella società. Il murale di via dei sardi racconta una ferita aperta e bruciante, è un atto di denuncia delle donne di Roma che a nostro avviso è svilente e fuorviante utilizzare come mero esercizio di igiene urbana.
Inoltre, si è aperta una fase nuova finalmente. Non vogliamo più contare solo le vittime ma vogliamo riaffermare la nostra forza. È tempo di restituire sui muri della città il segno di questa forza e di quell’autonomia che rivendichiamo. e non lo farà qualcuno al nostro posto, lo faremo noi tutte, NON UNA DI MENO… stay tuned!

The inappropriate weapon of feminist strike

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Roma

The images from Italy and from the entire world should not leave any doubt about how successful was the global women’s strike. But demonstrations are not the only way to have a clear picture about it: the partial data we refer to are showing a participation of 24% of dependent workers (we are using the data from Di Vico’s article on Corriere della Sera, although he is not clear enough on his references). This was happening while the CGIL (the main Italian Trade Union) was calling for assemblies in the workplace, in open antagonism with the strike. We should add data that are not observable or detectable, about the participation of casual workers, free-lances, volunteers and non-regular workers.

Over the last decades the right to strike has been denied to a growingly wider range of workers. Therefore this instrument of struggle has lost meaning and effectiveness, the global women’s strike has given it new significance, bringing its original strength back. The general strike, denied by the unions, has been practiced in every corner of the country to make political and practical issues central again, and not at all symbolic, if with the word symbolic we mean testimonial and abstract.

The struggle against gender violence is a struggle for autonomy, for minimum wage, for an income of self-determination, for equal pay. Through striking, we want to raise the issue of care work (unpaid or underpaid) that is carried out mainly by women, and the need for new welfare that should be inclusive, open and guaranteed. The freedom to choose about our lives without encountering ideological or material obstacles. Striking, we talk about a kind of knowledge that is not a neutral object, but that so far has been against women, about stereotypes and pre-established roles, about narratives and dangerous removals.

The battle to take back the strike was fought in every workplace, every school, every company. The hundreds of emails to NON UNA DI MENO, which were asking how to strike, indicate the will and the difficulty to exercise a constitutional right that for too long has been in the hands of trade union secretariats more than in the hands of female and male workers. Despite all this, workers caught the opportunity to cross their arms together, all around the world, exercising a radical and concrete form of struggle.

We believe, therefore, that those unions, as CGIL and FIOM, were wrong to not catch this opportunity, and on the contrary try to get rid off it, if not openly fight against this possibility; they did not want to seize the symbolic and political push and recognize the women’s battle as common and material one.
It is remarkable that, from the silence registered on November 27th – the day after the huge national demonstration against male violence on women – today we witness a chorus of disapproval. From important editorialists to the Education Minister Fedeli, we can definitely say that the “inappropriate weapon” of a feminist strike has been hurting a lot. For the newspaper Corriere della Sera we should spend our time mending. Becoming thus new good Penelopes “keepers of the West” which are threatened by the new “Proci” (suitors of Penelope). Too bad that it is precisely this West, made of Grosse Koalitionen, neoliberalism, new patriarchal and racist government, neo-Nazism, that is producing our subordination, our exclusion, the conditions of violence, exploitation, and poverty which are increasingly harder and harder.

The call, to which we responded on March 8th in more than fifty countries of the world, tells us to recognize ourselves as something different; something that goes beyond borders, genders, races. Women became the main actor of a shout of redemption: women’s lives matter and they shall not be put at your service.

To strike was not a mistake. Now we are stronger and we can return to write our feminist plan against violence on women. The appointment is for the next national assembly the 22nd to 23rd of April in Rome. Were we wrong for asking for bread, besides roses? Certainly not. And we will continue to do so.

Non Una di Meno Roma

Con lo sciopero l’8 marzo è tornata una giornata di lotta

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.
Questo slogan è risuonato ieri nelle piazze di 55 paesi in tutto il mondo. Migliaia di donne, insieme, hanno scioperato, manifestato e dimostrato la loro forza.
Lo abbiamo detto e lo abbiamo fatto. A dispetto di chi non ci credeva, di chi ci ha ostacolato e di chi ci ha sottovalutato.

Dalle manifestazioni dell’autunno in Italia alle marce contro Trump negli USA, dallo sciopero delle donne polacche alle manifestazioni contro la violenza in Argentina, le donne di tutto il mondo hanno recuperato il valore rivoluzionario della giornata dell’8 marzo. Perché l’8 marzo non è una giornata di festa ma una giornata di lotta.

In un mondo in cui le donne subiscono ogni forma di violenza, da quella fisica a quella economica, da quella ostetrica a quella sul posto di lavoro, ci siamo riappropriate dello strumento più potente che abbiamo: lo sciopero. Attraverso lo sciopero abbiamo rimesso al centro dell’attenzione di tutti il lavoro delle donne, a casa come sul luogo di lavoro. A chi ci ha detto che lo sciopero non è lo strumento adatto, che è simbolico e che non ci appartiene, rispondiamo che le donne da sempre hanno usato questo strumento. Dal 1975 in Islanda ad oggi, lo abbiamo recuperato. Le critiche, forse, sono dettate dalla paura di vivere un giorno senza le donne. Lo sciopero è lo strumento che ci ha permesso di unire tutte le rivendicazioni in una sola, grande, globale giornata di lotta.

Inoltre quest’anno la giornata internazionale della donna ha assunto un carattere globale inedito. Solo la determinazione delle donne è stata capace di reinventarsi e di organizzare uno sciopero globale. Invadere le strade di tutto il mondo, unite dalle stesse parole d’ordine. In un mondo che impone sempre più aspramente la chiusura delle frontiere abbiamo dimostrato che la determinazione delle donne supera i confini.

La cronaca della giornata è cominciata in Australia (mentre per noi era ancora martedì 7 Marzo), dove le lavoratrici degli asili nido hanno smesso di lavorare alle 15:20, ora in cui a causa della disparità salariale avrebbero iniziato a lavorare gratis. Sono state organizzate iniziative in tutto il sud-est asiatico, dall’Indonesia al Giappone. Le donne sono scese in piazza a Mosca, Varsavia, Istanbul. A Buenos Aires decine di migliaia di donne hanno marciato contro la violenza maschile sulle donne. E proprio dall’Argentina era partito l’appello per uno sciopero internazionale l’otto marzo, unite nello slogan #NiUnaMenos. Negli Stati Uniti a partire dalle proteste contro la sfrontata misoginia di Trump, migliaia di donne hanno invaso le strade delle principali città statunitensi. A Roma, una giornata intera di sciopero. Chiusi molti asili e scuole, sciopero dei trasporti, diverse iniziative la mattina per poi convergere tutte nel corteo serale che ha sfilato per il centro della capitale. Dal sostegno alle lavoratrici di Almaviva, al ministero dell’istruzione, dall’università alla regione. Da Sidney a Montevideo, da Mosca a New York, abbiamo fermato il mondo intero con uno Sciopero Globale delle Donne.

A dispetto delle critiche che lo sciopero ha ricevuto, degli arresti (a New York) e delle cariche ( a Napoli), i giornali non hanno potuto nascondere dietro la solita retorica della Festa della Donna, le rivendicazioni che le donne hanno fatto emergere ieri. Tuttavia non è mancato il tentativo di nascondere la portata della giornata di ieri, di ridurla a una notizia da raccolta fotografica (addirittura dopo la notizia della presenza di Berlusconi in un McDonald). Questo dimostra che, oggi come in passato, “una giornata senza di noi” fa paura.

Siamo scese in piazza ieri rispondendo alla chiamata internazionale per uno sciopero contro la violenza maschile sulle donne. A partire dalla riscrittura di un piano femminista antiviolenza rivendichiamo i diritti delle donne. Il diritto a una sanità accessibile che garantisca l’aborto gratuito e sicuro per tutte. Il diritto a un welfare basato sui diritti delle donne, che le renda indipendenti dalla violenza economica che siamo costrette a subire. Il diritto alla giusta retribuzione del lavoro, per combattere la disparità salariale. Il diritto a un’istruzione senza stereotipi di genere. Il diritto a essere donne, lesbiche, trans senza nessuna discriminazione. Il diritto a vivere in un mondo senza frontiere.

La giornata del 26 Novembre e la giornata dell’8 marzo lo dimostrano.
Un nuovo movimento femminista è iniziato

di Degender Communia
da Communianet.org

 

L’ARMA IMPROPRIA DELLO SCIOPERO FEMMINISTA

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Le immagini delle piazze italiane e di tutto il mondo non dovrebbero lasciare dubbi sul successo dello sciopero globale delle donne. Ma le enormi manifestazioni di piazza non bastano a rappresentarlo: i dati, ancora parzialissimi (non sappiamo infatti a quali dati faccia riferimento di vico sul corriere), parlano di un’adesione delle lavoratrici Inps del 24%, ad esempio, questo mentre contemporaneamente la Cgil indiceva assemblee sui luoghi di lavoro, in aperto antagonismo con lo sciopero. A ciò andrebbe aggiunto il dato, non rilevato né rilevabile, dell’adesione nel mondo del lavoro autonomo, precario, gratuito e nero. Uno strumento di lotta svuotato di senso e efficacia dal venire meno di un diritto per una fascia sempre più estesa di lavoratrici e lavoratori è stato, infatti, risignificato e riconsegnato alla sua originaria forza. Lo sciopero generale, negato dai sindacati confederali, è stato praticato in ogni angolo del paese per mettere al centro temi tanto politici quanto concreti, nient’affatto simbolici, se per simbolico si intende testimoniale e astratto. La lotta alla violenza di genere è lotta per l’autonomia, per il salario minimo e per il reddito di autodeterminazione, per la parità salariale. Scioperando vogliamo porre il problema del lavoro di cura (gratuito o sottopagato) che ricade sulle donne; della necessità di un nuovo welfare includente, aperto e garantito. Della libertà di scegliere delle nostre vite senza incontrare ostacoli ideologici o materiali. Scioperando parliamo di un sapere che non è un oggetto neutro ma finora è stato contro le donne; di stereotipi e ruoli prestabiliti; di narrazioni e rimozioni pericolose.

La battaglia per riprenderci lo sciopero si è combattuta su ogni posto di lavoro, in ogni scuola, dentro ogni azienda. Centinaia le email giunte a NON UNA DI MENO per sapere come scioperare testimoniano la volontà e insieme la difficoltà di esercitare un diritto costituzionale da troppo tempo appannaggio delle segreterie sindacali più che delle lavoratrici e dei lavoratori. Malgrado ciò, l’occasione di incrociare le braccia tutte insieme in tutto il mondo, di esercitare quindi una forma radicale e concreta di lotta, è stata pienamente raccolta.

Crediamo dunque che l’errore sia stato di quei sindacati, come la Cgil e la Fiom, che non hanno colto questa occasione, anzi l’hanno liquidata, se non combattuta, come possibilità; non hanno voluto cogliere la spinta ideale e politica, constatare il riconoscimento delle donne in una battaglia comune e materialissima.

È significativo che al silenzio registrato il 27 novembre, all’indomani della enorme manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne, oggi si sostituisca un coro di disapprovazione. Da autorevoli editorialisti fino alla ministra Fedeli, l’”arma impropria” dello sciopero femminista ha fatto molto male, evidentemente. Dovremmo dedicarci al rammendo, secondo il Corriere della sera. Farci dunque, da brave Penelopi, “custodi dell’Occidente” minacciato da nuovi Proci. Peccato che sia proprio l’“Occidente” delle Grosse Koalitionen, del neoliberismo che si fa governo patriarcale e razzista, dei neo-nazismi, quello che produce la nostra subalternità, la nostra esclusione, le condizioni di una violenza, di uno sfruttamento, di una povertà sempre più duri.

L’appello a cui abbiamo risposto l’8 marzo in più di cinquanta paesi del mondo è a riconoscersi in altro, in qualcosa che va aldilà dei confini, dei generi, delle razze. Le donne si sono fatte le interpreti principali di un grido di riscatto: le nostre vite valgono e non le mettiamo al vostro servizio.

Scioperare non è stato dunque, un errore. Ora torniamo più forti di prima a lavorare al Piano femminista contro la violenza sulle donne. L’appuntamento è per l’assemblea nazionale dei tavoli di lavoro in programma per il 22-23 aprile a Roma. Abbiamo sbagliato a chiedere il pane, oltre le rose? Siamo certe di no. E continueremo a farlo.

Non Una di Meno Roma

Lotto marzo sciopero globale delle donne non una di meno – Lettera alla ministra Fedeli

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Egregia Ministra Valeria Fedeli,
nella giornata di oggi, milioni di donne di oltre cinquanta Paesi del mondo stanno
scioperando contro la violenza maschile. Come saprà, nel nostro Paese, si conta (Istat
2014) che circa 6,8 milioni di donne hanno subito violenze maschili almeno una volta
nella loro vita. Converrà con noi che si tratta di un dato allarmante, che contrasta con
quella facile retorica di chi, in questi anni, ha sostenuto un presunto raggiungimento di
una definitiva emancipazione femminile dalle più arcaiche condizioni di dominio.
Contrariamente a questa rappresentazione, abbiamo invece scoperto sulla nostra pelle
che nella contemporaneità la violenza si presenta in molteplici forme. Si tratta, dunque, di
una vera e propria “violenza sistemica”, che pervade ogni campo dell’esistente, una
violenza che attraversa la società tutta, dalla famiglia, alla scuola, al lavoro, alla sanità.
È per questo motivo che abbiamo deciso che fosse giunto il momento di rompere con la
consumata ritualità della “festa della donna”, scegliendo invece lo sciopero come
strumento della nostra lotta. La violenza maschile sulle donne non vive soltanto nelle
mura domestiche e nella vita privata; al contrario si alimenta della precarietà che
caratterizza il lavoro contemporaneo, in modo particolare quello delle donne, le quali,
sottoposte al ricatto della differenza salariale, alle dimissioni in bianco, al peso
riproduttivo, faticano doppiamente a sottrarsi da legami o relazioni violente.
Ci rivolgiamo a Lei per segnalarle che oggi anche tutto il mondo della scuola ha
incrociato le braccia, è sceso in piazza, ha riconvertito in quest’ultima settimana la
didattica aprendola alle tematiche di genere.
Siamo insegnanti precarie e di ruolo, siamo personale ATA, collaboratrici ed
esternalizzate, educatrici, mamme, studentesse, ricercatrici; siamo quelle che la scuola la
fanno ogni giorno e siamo anche parte di quella marea che ha già invaso le strade di
Roma lo scorso 26 novembre.
Ma ci teniamo a dirle che siamo anche quelle che hanno già manifestato chiaramente la
propria contrarietà alla legge 107, i cui effetti hanno prodotto un peggioramento
notevole delle nostre condizioni lavorative e di vita e un pesante arretramento della
qualità dell’insegnamento e quindi del diritto all’istruzione delle studentesse e degli
studenti dal nido all’università. Due esempi del fallimento dell’ultima riforma della scuola,
per noi emblematici perché riguardanti il mondo studentesco e il corpo docente, sono
l’alternanza scuola-lavoro e il concorso a cattedra.
L’alternanza scuola-lavoro che dovrebbe fornire, oltre alle conoscenze di base, quelle
competenze necessarie a inserirsi nel mercato del lavoro, si sta traducendo nella
diffusione di forme di lavoro gratuito assolutamente prive di tutele accompagnate da
discutibili piani formativi. L’accordo tra Miur e McDonald’s è esemplare in tal senso.
Il concorso docenti si è rivelato un fallimento da tutti i punti di vista: procedure fumose,
prove di selezione discutibili, lunghissimi tempi di valutazione delle prove scritte e
soprattutto migliaia di cattedre rimaste vacanti. Le/i docenti non ammesse/i rischiano di
essere espulse/i definitivamente dal mondo della scuola per effetto dell’applicazione
della sentenza europea che vieta la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i
36 mesi.
Il Concorso, da strumento di reclutamento potenzialmente atto a ridurre l’incidenza dei
precari, viene trasformato in una macchina in grado di moltiplicare le divisioni e la
competizione e di tagliare fuori dal mondo della scuola i/le precari/e.
In queste ultime settimane il Suo ministero è impegnato a discutere i decreti delegati,
che finiranno per inasprire ulteriormente alcuni tratti già contenuti nella “Buona Scuola”.
Nella giornata dell’8 Marzo, giornata dello sciopero globale delle donne, ci troviamo in
presidio di fronte al MIUR perché vogliamo il ritiro immediato dei Decreti Delegati e un
reale processo di stabilizzazione di tutte e tutti le/i docenti precari/e, entrambe
condizioni imprescindibili perché si realizzi l’educazione alle differenze nelle scuole.
Egregia Ministra, l’educazione alle differenze per noi non è una “materia”, non è un
progetto realizzato una tantum da associazioni esterne alla scuola e nemmeno l’addizione
ai programmi di studio del contributo delle donne intese come appendice al sapere
dominante. L’educazione alle differenze è un approccio trasversale capace di riconoscere
le radici socio-culturali delle diseguaglianze tra maschile e femminile e di decostruire i
rapporti di potere con l’obiettivo di trasformare la cultura sessista. È un processo che
deve iniziare al nido e proseguire fino all’università, diventare sistemico e strutturale
divenendo patrimonio della cultura educativa su scala nazionale.
Per fare questo è cruciale garantire la continuità didattica e non l’intermittenza
contrattuale, un contesto lavorativo cooperativo e non competitivo e la valorizzazione
dell’autoformazione dei e delle docenti come pratica che parta dai bisogni, dai saperi e
dalle esperienze e che generi rielaborazione consapevole delle conoscenze formali e
informali, individuali e di gruppo.
Nella giornata di oggi milioni di donne in tutto il mondo si fermano per contrastare la
cultura sessista e la violenza di genere che questa produce. La scuola ha un ruolo
determinante in questa lotta, Le chiediamo delle risposte immediate ai nodi
fondamentali esposti nella lettera.
Se le nostre vite non valgono, allora scioperiamo!

LottoMarzo

Decine di migliaia di donne in tutta Italia, e molte di più nel mondo, si sono riversate nelle piazze e hanno preso parte allo sciopero globale contro la violenza sulle donne.

La mobilitazione che in Italia è partita con la costruzione del corteo del 26 novembre non si ferma qua!

L’otto marzo a Roma… Verso il corteo delle 17.00 a Colosseo

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Centinaia di donne hanno riempito le piazze degli appuntamenti mattutini previsti a Roma per lo sciopero globale. Sotto la sede della Regione Lazio la Piazza dal titolo “libere di scegliere, pronte a reagire!” ha visto convergere le vertenze delle operatrici socio-sanitarie del privato convenzionato e delle esternalizzate della sanità pubblica, i centri antiviolenza e tutte le rivendicazioni che riguardano la salute, l’autodeterminazione e la libertà di scelta.
Una delegazione di NON UNA DI MENO è stata ricevuta da rappresentanti delle cabine di regia della salute e contro la violenza sulle donne, dalla consigliera Marta Bonafoni, dalla segreteria dell’assessora al lavoro e alle pari opportunità Lucia Valente.
L’incontro è stato l’occasione per aprire un primo confronto sui temi della tutela dei diritti del lavoro in ambito sanitario, salute e centri antiviolenza. La richiesta della delegazione è stata quella di aprire tavoli specifici in cui approfondire le questioni accennate e aprire un’interlocuzione nel merito delle diverse istanze presentate.
Per il 24 e il 27 marzo verranno calendarizzati i tavoli per quanto riguarda i temi della salute e dei centri antiviolenza.

L’ultimo appuntamento della giornata dello sciopero sarà per il corteo cittadino che partirà alle ore 17 dal Colosseo.