L’obiezione di coscienza uccide i diritti delle donne

C’è una grande solerzia nel difendere supposti diritti degli obiettori e non ce n’è alcuna nel difendere i diritti delle donne.
Questo è il dato che salta agli occhi in maniera eclatante nel penoso dibattito che sta infuocando queste due giornate a seguito della decisione di San Camillo e Regione Lazio di mettere a concorso dei posti riservati a medici per l’espletamento del servizio di IVG. Decisione che ci sembra un tiepido e minimo segnale nel panorama generale e della quale certo non ci accontentiamo, ricordiamo infatti che è ancora in ballo proprio al San Camillo la nomina del Primario ed è concreto il rischio che il posto possa essere assegnato a un medico proveniente da un ospedale confessionale.
Rigettiamo con forza la narrazione paradossale che addirittura vuole dipingere i medici obiettori come vittime di discriminazione.
Dove sarebbe leso il diritto dei medici obiettori in un Paese in cui abbiamo una media del 76% di ginecologi obiettori e del 49% di anestesisti? Dove ci sono regioni con il 90% di obiettori, dove su 94 strutture con reparti di ginecologia e ostetricia solo in 62 si offre il servizio di IVG? Ha parlato di discriminazione il Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma e provincia, a proposito del bando, e forse non ha ben chiaro il significato della parola discriminazione in una Regione in cui l’81% dei ginecologi sono obiettori, non certo un’esigua minoranza soggetta a vessazioni e dove la scelta dell’obiezione si traduce in vantaggi di carriera.
La possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza che senso ha oggi a quasi quarant’anni dalla sua applicazione?
Chi oggi sceglie di studiare medicina e poi sceglie di specializzarsi in ginecologia (o in anestesia) sa che nel nostro Stato il diritto delle donne a interrompere una gravidanza in modo sicuro per la loro salute è sancito da una Legge che sta per compiere 40 anni, sa quindi che tra le mansioni previste per un medico che operi nel servizio pubblico c’è anche quella di effettuare le IVG, se la sua coscienza lo rende contrario all’aborto dovrebbe ripensare alle proprie scelte professionali optando per un’altra specializzazione o non partecipando a concorsi per lavorare nel servizio pubblico. Come per altre professioni non dovrebbe essere consentito l’accesso a persone che per motivi di coscienza non possono garantire l’espletamento di mansioni proprie di quella professione.

Ancora una volta abbiamo sentito voci di uomini sentenziare sul corpo delle donne e ancora una volta dal dibattito di questi giorni è stata drammaticamente assente proprio la voce delle donne che vogliamo invece rimettere al centro.
La voce la alziamo forte per dire che I diritti lesi sono quelli delle donne che a causa dell’obiezione di coscienza dilagante sono costrette a spostarsi di provincia o di regione per riuscire a trovare una struttura che pratichi l’ivg, che si mettono in fila alle 5 del mattino per riuscire a rientrare fra le poche a cui sarà garantita la prestazione quel giorno, che sono costrette a trascorrere la degenza insieme a partorienti e neonati dopo un aborto terapeutjco, che non possono quasi mai accedere all’aborto farmacologico.
Alziamo forte la voce, come già abbiamo fatto dopo la terribile morte di Valentina, per ricordare che di obiezione si può morire.
Se davvero si vuole ridurre il numero di interruzioni si dovrebbe fare una seria educazione sessuale nelle scuole, si dovrebbe garantire l’accesso libero e gratuito alla contraccezione , nclusa quella di emergenza, si dovrebbero potenziare e non smantellare i consultori.
Le duecentomila donne scese in piazza il 26 novembre, le 2000 riunitesi in 8 tavoli tematici il 27 a Roma e poi ancora il 4 e 5 febbraio a Bologna hanno detto scelto tra i punti di rivendicazione per lo sciopero delle donne dell’8 marzo il diritto all’autodeterminazione perché sui.nostri corpi decidiamo noi e vogliamo aborto libero e sicuro, aborto farmacologico fino a 63 giorni e senza ricovero ospedaliero, contraccezione garantita e lotta alla violenza ostetrica.
Anche per questo torneremo in piazza l’8 marzo con le donne di 40 Paesi e saremo di nuovo marea .

Non una di meno Roma

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