APPELLO AI SINDACATI AUTONOMI DELL’AMBITO AUDIOVISIVO PER L’ADESIONE ALLO SCIOPERO DELL’OTTO MARZO

Siamo le donne che, insieme ad altre 200 mila persone da tutta Italia, hanno costruito le due giornate di mobilitazione del 26 e 27 novembre con lo slogan “Non una di meno”, manifestazione ampiamente ignorata dai media mainstream . Ci siamo riconvocate il 4 e 5 febbraio a Bologna in un’assemblea nazionale con Oltre 2.000 PERSONE, per proseguire il lavoro di scrittura del “Piano Femminista Contro la Violenza Sulle Donne” e per organizzare lo Sciopero Globale delle Donne dell’8 marzo, rispetto alla cui indizione Vi scriviamo. La giornata dell’8 marzo – durante la quale donne e persone solidali in tutto il mondo incroceranno le braccia contro La violenza fisica, psicologica, economica e culturale nei loro confronti – in Italia si articolerà in cortei in numerose città, presidi e piazze tematiche, flash mob e assemblee. Ma, prima di tutto, sarà una giornata senza di noi, senza le donne, perché “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo!”

Sciopereremo interrompendo ogni attività produttiva (lavoro propriamente detto) e riproduttiva (lavoro di cura, domestico, cura di bambini, anziani, parenti, ecc.), declinando lo sciopero in ogni ambito e nell’arco dell’intera giornata, astenendoci dal lavoro, dalla cura, dal consumo, dall’uso dell’energia elettrica per gli elettrodomestici. Sono moltissime le lavoratrici – dipendenti, precarie, autonome, disoccupate – che stanno organizzando lo sciopero nei posti di lavoro, nelle Strutture Sanitarie, nelle aziende private, nelle scuole. Lo sciopero, dunque, è lo strumento che il movimento femminista in almeno 40 paesi del mondo ha scelto di utilizzare contemporaneamente, perché la violenza di genere non è un’emergenza ma un problema strutturale delle nostre società, non si combatte con l’inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della cultura, della società e delle relazioni pubbliche, delle condizioni di vita e di lavoro, non solo delle donne.

Lo scorso 17 gennaio abbiamo rivolto il primo appello ai sindacati per l’indizione dello sciopero generale dell’8 marzo. Un appello cui hanno risposto diverse organizzazioni sindacali di base (Cobas, Usb, SLAI cobas, Usi, SGB) e la CGIL FLC garantendo la copertura sindacale allo sciopero nei settori pubblico e privato, per 24 ore. Ora chiediamo a voi, che lavorate nel campo della comunicazione, di unirvi allo sciopero – anche solo a livello simbolico – poiché riteniamo da un lato che molte delle problematiche delle donne siano in comune con quelle dei tecnici e delle tecniche, degli operatori e delle operatrici video, nonché che anche voi abbiate un ruolo – spesso per volontà di terze parti – nella creazione di quelle immagini e di quell’immaginario che poi diffondono una cultura della violenza. Nello specifico, abbiamo in comune: – Lavoro continuato, senza orari fissi, poco riconosciuto e spesso mal retribuito; – Lavoro saltuario; – Precariato diffuso e standardizzato; (Trovate voi gli altri tratti in comune!) Ricordiamoci che il 60% del pubblico televisivo è femminile eppure l’estetica, l’immaginario e lo sguardo che vengono veicolati tramite il mezzo televisivo e cinematografico sono spesso soltanto maschili. In questa maniera le immagini televisive rivelano alle donne solo un modo di essere (viste) nascondendogliene tanti altri, forse più autentici, rispettosi, potenti.

Il vostro lavoro contribuisce a creare un immaginario sessista tramite: – Appostamenti sotto casa delle vittime di violenza, e inseguimento di loro congiunti (le cosiddette “buche”, standard per i casi di cronaca nera in genere); – Spettacolarizzazione e rivittimizzazione di casi di violenza gravi; – La cancellazione e minimizzazione della violenza quotidiana e meno eclatanti; – Inquadrature che fanno continuamente a pezzi il corpo delle donne (indugiando su parti come seno, culo, coscie e bocca) e che non restituiscono un’immagine integra delle stesse; – Continua sessualizzazione del corpo anche fuori dai contesti opportuni (esplicitamente eroticopornografici) e reso desiderante e desiderabile, ornamentale, compiacente, incapace di essere portatore di competenze, autorevolezza o pensiero divergente (si veda il caso – ancora non placato – Diletta Leotta). Avallare queste differenze di genere contribuisce a quel sistema per cui, per esempio, a chi lavora nell’ambito del giornalismo televisivo capita di essere aggredito in situazioni sconvenienti, magari perché in quanto tecnico diventa “il maschio” di riferimento in contesti pericolosi, in cui è stato condotto da una redazione poco conscia o decisamente menefreghista. Aggressioni all’ordine del giorno che diventano cronaca solo se ad essere aggredito/a è il giornalista che accompagna il tecnico o i tecnici.
Quello che vi chiediamo è di astenervi dal lavoro (qualora possibile) o di mettere in piedi uno sciopero bianco, per sottolineare la vostra vicinanza e per far capire che un’altra televisione è possibile: una televisione che sappia raccontare persone e fatti e non solo drammatizzarli ledendo la dignità delle persone offese e i corpi delle donne, una televisione al contempo capace di dare diritti a chi lavora per trasmissioni, tg, programmi, fiction, ma anche i diritti di chi vi è rappresentato, perché riteniamo che questi due aspetti siano fondamentali e interconnessi. Se al lavoro non si riconosce il giusto valore, scioperare è giusto. Per lo sciopero dell’8 marzo – ma anche nel quotidiano di tutti i giorni – vi chiediamo quindi di intraprendere azioni che sappiano comunicare a chi si trova a decidere cosa passa sullo schermo che non tutto è lecito e che non è possibile farlo con ogni mezzo umano necessario. Per esempio con piccoli gesti, come prendersi solo mezz’ora e organizzare una visione collettiva, sul posto di lavoro, de “il corpo delle donne”, lavoro di selezione di immagini televisive che dura 24′ e racconta quello che passa sullo schermo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la fa, senza “vederla”. Lo si trova senza problemi, on line. O andare a lavoro l’8 marzo con qualcosa di nero e fucsia (anche un braccialetto) come simbolo della vostra partecipazione. Infine, rifiutarsi di partecipare alle “buche” che umiliano la professione e voi stessi, per i casi di cronaca come per gli altri, può essere un altro modo di scioperare. Concludiamo questa lettera, sottolineando l’importanza che tutti i sindacati – anche quelli autonomi – si mettano al servizio della mobilitazione delle donne e si rendano strumento utile alle donne e non, viceversa, ostacolo all’adesione delle lavoratrici e di chiunque intenda partecipare a questa grande giornata internazionale di lotta contro la violenza di genere.

Non Una di Meno: TAVOLO NARRAZIONE DELLA VIOLENZA ATTRAVERSO I MEDIA

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