Report del tavolo Narrazioni della violenza attraverso i media (Assemblea nazionale 4- 5 febbraio 2017 a Bologna)

Dal nostro tavolo è emerso prima di tutto il riconoscimento reciproco delle nostre differenze: siamo singole, associazioni, collettivi femministi e queer, e riconosciamo quanto è stato già fatto in termini di saperi e pratiche femministe messe in campo per modificare un’informazione che non ci piace.

Per cui abbiamo convenuto che per scrivere la parte che ci riguarda del piano nazionale femminista sulla violenza si possa partire dall’ottimo decalogo realizzato dalle donne del Centro documentazione donna di Modena, ampliandolo con gli stimoli e le proposte elaborate attraverso il wiki e arrivate nel corso della discussione.

I punti principali sono:

– Evitare sensazionalismi o censure basate sulla discriminazione delle donne native e migranti e delle persone lgbtqi.

– Riconoscere la cultura sessista alla base della violenza smettendo di parlare di raptus, gelosia e delitto passionale.

– Promuovere un uso consapevole del linguaggio che sia rispettoso dei generi, includente e che restituisca la storia delle donne.

– Evitare le rappresentazioni giudicanti nei confronti delle donne native e migranti e delle persone lgbtqi.

– Superare gli approcci legalitari e repressivi (siamo ad esempio contrarie alle modifiche di legge sull’ergastolo proposte dalla deputata Giuliani) e fare riferimento ai centri antiviolenza e associazioni femministe come fonti principali di informazione e di intervento.

– Monitorare i social media e contrastare le pratiche di violenza veicolate attraverso gli stessi.

– Rispettare la dignità di ogni persona anche nelle immagini e nelle rappresentazioni audiovisuali.

Per operare in tal senso pensiamo che si debba costituire un osservatorio (c’è anche la proposta di chiamarla osservatoria) indipendente, nazionale, femminista e integrato sui vari mezzi e linguaggi della comunicazione (informazione / cinema / arte / musica / pubblicità), che raccolga dati e si occupi di valutare l’andamento dei media e dei social network in Italia rispetto alla questione della violenza sulle donne e di genere. Vogliamo un osservatorio che sia gestito e indirizzato da nostre esperte e che metta in rete anche le buone pratiche di altri paesi.

Ci siamo interrogate sulle forme di intervento dell’osservatorio, poiché alcune di noi hanno messo in discussione la legittimità politica e l’efficacia stessa del sistema della censura, mentre altre, pur favorevoli alla sanzione, denunciano la totale inefficacia degli attuali enti di autoregolamentazione e monitoraggio (IAP, Agicom). È stato proposto che il sistema di sanzione possa riguardare l’obbligo di finanziare e diffondere, con gli stessi investimenti economici e gli stessi usati per i messaggi lesivi, campagne e produzioni femministe e lgbtq.

Immaginiamo all’interno dell’osservatorio un percorso circolare di autoformazione tra associazioni femministe, esperte di comunicazione di genere, centri antiviolenza, associazioni lgbtq, che possa avere effetti a cascata nei diversi territori e ambiti.

Chiediamo alle giornaliste del movimento di fare una mappatura delle persone esperte di tematiche di genere con cui avviare e supportare l’attività dell’osservatorio.

La Rai, nonostante abbia l’obbligo di fare monitoraggio di genere, non attua nessuna forma di misura correttiva sui palinsesti: alcune propongono la creazione di un dipartimento di genere e l’inserimento delle questioni di genere e delle associazioni che si occupano di comunicazione di genere nei processi consultivi della Rai e nei questionari Istat.

Attiveremo azioni perché le banche immagini esistenti, da cui deriva la maggior parte dell’iconografia di giornali e campagne di comunicazione, vengano aggiornate con materiali video e fotografici che siano rispettosi delle differenze e che non rafforzino gli stereotipi di genere. In particolare rispetto alla violenza maschile sulle donne e al femminicidio, vogliamo che siano eliminate tutte le immagini che propongono un immaginario vittimistico ed erotizzato delle donne che subiscono violenza, costruito dal punto di vista di chi esercita la violenza. Si è ipotizzato anche di creare delle banche immagini alternative sulla rappresentazioni di genere, in cui produrre immagini differenti da rendere disponibili gratuitamente.

Intendiamo produrre vademecum, manuali e strumenti che diano indicazioni sul linguaggio e l’approccio più appropriati da usare per affrontare i temi indicati e restituire la complessità delle diverse identità di genere (per esempio l’uso dei pronomi corretti per le persone trans).

Desideriamo risolvere a monte il problema della comunicazione sessista, mirando a cambiare la cultura da cui essa nasce attraverso percorsi di formazione diffusi e capillari in tutti gli ambiti della comunicazione: dal giornalismo alla pubblicità, dalla comunicazione pubblica a quella artistica, passando attraverso tutte le forme di produzione di immaginario popolari (serie tv, videoclip), la formazione deve iniziare già nei percorsi scolastici e universitari, e proseguire in tutti i corsi di specializzazione. Inoltre vanno inserite in modo strutturale nei programmi scolastici le azioni di educazione critica all’immagine.

Vogliamo corsi sul linguaggio sessuato, il femminicidio e la violenza sulle donne e di genere all’interno della formazione per le giornaliste e i giornalisti e soprattutto chiedere che queste materie siano obbligatorie per l’esame di idoneità professionale come giornalista.

Consideriamo importante a questo fine coinvolgere i centri antiviolenza, le associazioni e le esperte femministe e nella formazione di tutte le figure professionali della comunicazione.

Per avere un impatto sui social media, le compagne di EigenLab di Pisa a breve presenteranno un progetto su come intervenire sugli algoritmi di facebook e twitter per veicolare i nostri contenuti, facendoli uscire dalle cerchie di contatti in cui tali social sono strutturati.

Riteniamo fondamentale creare dei manuali di autoregolamentazione e autodifesa nell’uso dei social, che possano essere utilizzati da tutte le donne e persone lgbtqi vittime di “cyberviolenza” e violazioni della privacy.  Chayn Italia ha pubblicato sul suo sito la “Guida per la sicurezza online fai-da-te rivolta a tutte le donne” (http://chaynitalia.org/le-guide-di-chayn/come-gestire-la-sicurezza-online-fai-da-te/)

Sullo sfondo di tutto questo ragionamento, resta aperto il dibattito sull’equilibrio tra le fonti di finanziamento, l’autonomia e la continuità delle azioni, tenendo fermo il riconoscimento economico del lavoro svolto da parte di chi prenderà parte all’osservatori@, da chi si occuperà dei corsi di formazione e dalle e dai professionisti della comunicazione. Una delle proposte è di sperimentare un modello simile a quello dei centri antiviolenza femministi, in cui le risorse sono erogate a un soggetto che mantiene la sua autonomia e il suo posizionamento politico femminista, non istituzionalizzato.

Fra noi sono presenti numerose artiste, videomakers, fotografe, attrici e in generale lavoratrici del mondo dello spettacolo che vogliono mettersi in rete per collaborare e dare visibilità alle produzioni artistiche che promuovono linguaggi e rappresentazioni sensibili alle tematiche di genere. Per concretizzare questo scambio proponiamo di dedicare una sezione del sito Non Una di Meno ai progetti artistici sulla violenza di genere.

Si è condivisa l’esigenza di strutturare corsi di autoformazione per tenersi aggiornate sul linguaggio e gli stereotipi di genere con il supporto dei centri antiviolenza e le associazioni femministe e lgbtq.

Vogliamo che le scuole di arte drammatica, di cinema e di belle arti inseriscano nella propria didattica corsi sul linguaggio e le rappresentazioni di genere.

Intendiamo proporre un festival che promuova il percorso di Non Una di Meno e il piano nazionale femminista contro la violenza attraverso molteplici forme di espressioni artistiche: spettacoli di teatro, laboratori, proiezioni, mostre e dibattiti.

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