Report del tavolo Educazione e formazione (Assemblea nazionale 4- 5 febbraio 2017 a Bologna)

Il tavolo educazione e formazione ha visto la partecipazione di più di 200 partecipanti: moltissime insegnanti, ma anche operatrici dei centri anti-violenza, educatrici/tori del privato sociale, attivisti/e che sviluppano progetti educativi nelle scuole, studenti e studentesse della scuola superiore e dell’università. Per ovvie ragioni di spazio, questo report non riesce a restituire tutte le sfumature del dibattito e le numerose questioni sulle quali abbiamo ancora bisogno di confrontarci per raggiungere una piena condivisione di lessico e istanze.

Per permettere un confronto più proficuo ed efficace in vista della scrittura del Piano Femminista e per dare voce alle diverse istanze emerse dal confronto del 27 novembre, nella giornata di sabato abbiamo lavorato in quattro sotto-gruppi: i contenuti e le metodologie dell’educazione alle differenze, la formazione e l’auto-formazione delle/ei docenti, la relazione tra mondo educativo e territori/servizi, il mondo dell’università e dell’alta formazione.

#1 I contenuti e le metodologie dell’educazione alle differenze

Con consenso unanime abbiamo definito l’educazione alle differenze per la prevenzione e il contrasto della violenza maschile contro le donne non come una generica educazione alla parità, ma come uno sguardo critico e radicale sui saperi. Non una “materia” e nemmeno l’addizione ai programmi di studio del contributo delle donne intese come appendice al sapere dominante, ma un approccio trasversale capace di riconoscere le fonti socio-culturali delle diseguaglianze tra maschile e femminile e decostruire i rapporti di potere con l’obiettivo di trasformare la cultura di genere dominante.

In questo senso l’educazione alle differenze deve essere sia curricolare che extra-curricolare. Inserirsi nella didattica di ogni disciplina che va ripensata alla luce della critica del sistema patriarcale ed eteronormativo. Ma anche un’educazione trasversale alle relazioni tra i generi, capace di mettere in discussione stereotipi e modelli di comportamento.

Deve essere una pratica educativa intersezionale e “meticcia” che non prende a s/oggetto il femminile bianco occidentale, ma è capace di prendere in considerazione e rendere risorsa le molteplici intersezioni delle identità di genere, degli orientamenti sessuali, delle provenienze geografiche e culturali, delle diverse abilità.

E’ quindi una pratica educativa che affonda le sue radici in un approccio metodologico a partire da sé che si radica sia nella consapevolezza del posizionamento di genere di chi insegna sia nella consapevolezza e valorizzazione delle differenze contestuali di cui studenti e studentesse sono portatrici/tori.

Strumento cruciale di questo processo è il linguaggio: un linguaggio non sessista che riconosce le differenze e non le silenzia nel maschile neutro; un linguaggio capace di rendere conto delle esperienze delle donne e degli uomini nei diversi ambiti della società senza rendere le une ancillari dell’altro.

E’ un processo che deve iniziare al nido e proseguire fino all’università, diventare sistemico e strutturale divenendo patrimonio della cultura educativa su scala nazionale.

#2 Formazione e auto-formazione delle/ei docenti

Per fare questo è cruciale la formazione e auto-formazione del corpo docente: una formazione a tappeto e non frammentata, che coinvolga i/le docenti delle scuole di ogni ordine e grado e il personale ATA, ma anche educatori/trici e operatrici/ori che lavorano in altri luoghi educativi, al di là delle distinzioni tra personale di ruolo e precario.

Deve essere una formazione continua presente nei curricula universitari, in particolare nei percorsi di studio inerenti gli ambiti educativi, della formazione e della pedagogia ed essere presente nei percorsi di abilitazione per accedere all’insegnamento.

Tuttavia, la formazione obbligatoria ai/lle docenti così come è prefigurata dalla legge 107 non può essere una cornice adeguata. Per questo poniamo l’accento sull’auto-formazione e sulla valorizzazione dei saperi e delle pratiche educative sviluppate da insegnanti, associazioni e gruppi sull’educazione alle differenze.

L’autoformazione, infatti, è una pratica che parte dai bisogni, i saperi e le esperienze e genera rielaborazione consapevole delle conoscenze formali e informali, individuali e di gruppo. La formazione (e l’autoformazione) deve avere come presupposto il partire da sé: riconoscere l’autoconsapevolezza, il lavoro di auto-riflessione e messa in gioco personale come indispensabili e non secondari, per interrogare e destrutturare gli stereotipi di genere., le proprie credenze e valori.

All’interno degIi spazi burocratizzati e vincolanti della scuola pubblica è necessario favorire dei corti circuiti, dei momenti di incontro in cui ciascuna mette a disposizione delle altre buone pratiche, strumenti, metodologie, bibliografie e le diverse forme di materiale didattico, così da superare la disomogeneità e supportare quel personale educativo che si trova in situazioni di scarse risorse e mezzi o di solitudine quando la propria esperienza è delegittimata o trova difficile attuazione.

#3 La relazione tra mondo educativo e territori/servizi

La scuola, inoltre, intesa come percorso formativo e educativo nella sua interezza (dal nido all’università) è al centro di un processo di costruzione e solidificazione delle relazioni territoriali. La scuola, soprattutto quella dell’obbligo, è un primo centro di aggregazione sociale dove a partire dai più piccoli, genitori e studenti@ incontrano situazioni altri/e, che, probabilmente, mai avrebbero scelte. Nei territori esistono/dovrebbero esistere vari soggetti che a vario titolo agiscono nel contrasto alla violenza maschile sulle donne. A partire da questi e dalle relazioni, dal fare che c’è nei territori, devono essere costruite relazioni e reti che non siano sporadiche o emergenziali, ma costanti e sistemiche.

Una rete di mutuo soccorso materiale e immateriale, che parta dalla condivisione dei sapere per esportare welfare comunitario nei territori.

#4 Il mondo dell’università e dell’alta formazione.

Anche nelle università l’approfondimento di questi contenuti, relegati ad alcuni singoli corsi o al massimo master o borse di studio, è spesso lasciato alla buona volontà di alcune docenti: in generale gli studi di genere sono mancanti nella programmazione quotidiana dei corsi di tutte le discipline. Uno sguardo diverso sulle discipline passa anche attraverso la critica alla gerarchizzazione dei saperi e a quei meccanismi che generano una “segregazione formativa” e parallela segregazione occupazionale; i corsi di studio e indirizzi umanistici sono ancora ampiamente privilegiati dalle studentesse a scapito di quelli scientifici e sono ancora oggi poco valorizzati. Riteniamo non casuale il fatto che le posizioni di vertice e di maggiore stabilità professionale e prestigio all’interno delle università siano ancora monopolio maschile. Sono poche le donne che oltrepassano il soffitto di cristallo e ricoprono ruolo di docente ordinario o di presidenza.

In quest’ottica la formazione e autoformazione sono strumenti essenziali utili nel perseguimento degli obiettivi preposti. La creazione di “commissioni” didattiche apposite può favorire un dialogo proficuo tra questi due livelli. Le commissioni devono sviluppare un sapere critico attraverso la prospettiva di genere; accolgono le proposte degli/delle studenti/esse nei processi di autoformazione e, al contempo, per promuovere la creazione di dipartimenti di studi di genere e corsi di laurea specifici, devono ripensare la struttura stessa dell’università, decostruendo la didattica ordinaria e le modalità tradizionali di trasmissione del sapere.

Alla luce della riscrittura di un piano nazionale femminista contro la violenza, è stata rivolta particolare attenzione anche alla carenza di servizi nelle università: sono assenti consultori e sportelli d’ascolto antiviolenza e asili nido accessibili alle studentesse.

Verso l’8 marzo!

La scuola pubblica è un nodo cruciale per la creazione di quella cultura non sessista necessaria per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne. Per farlo è necessario che l’educazione alle differenze sia praticata in tutti i contesti educativi – dal nido all’università – in maniera strutturale e su scala nazionale. Per educazione alle differenze non intendiamo una generica promozione delle pari opportunità, ma un sapere critico capace di trasformare i rapporti di potere tra i generi e il sistema eteronormativo decostruendo i modelli dominanti di maschilità e di femminilità.

Nei percorsi di avvicinamento all’8 marzo chiediamo a tutte e tutti gli insegnanti di portare le tematiche dello sciopero dentro le assemblee sindacali, di convocarne dove non ci siano.

Rispetto alla giornata dell’8 marzo la discussione ha riconosciuto il ruolo che la formazione ha nell’estensione della pratica dello sciopero, non solo nello scioperare e astenerci dalla didattica in quella giornata, ma nella capacità di costruire un percorso a partire da scuola e università per discutere, elaborare e costruire la giornata stessa.

Si è scelta come pratica di attraversamento di quella giornata la creazione di piazze della formazione con lezioni in piazza, laboratori, mostre. Il mondo della formazione e della ricerca, dai nidi alle università, precari/ie e stabilizzati/e porta la vera Buona Scuola in piazza contro la violenza maschile sulle donne.

Rispetto al rapporto con i sindacati e le mobilitazioni in atto ora rispetto all’approvazione delle leggi delega la giornata dell’8 esprime il rifiuto al sistema educativo prefigurato dalla legge 107 che svuota la scuola di senso e valore minando alle fondamenta la possibilità che essa sia un laboratorio di cittadinanza capace di educare soggetti liberi e auto-determinati.

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