Report del tavolo Sessismo nei movimenti (assemblea 4-5 febbraio 2017 a Bologna)

Abbiamo iniziato con una restituzione dai parte dei territori di quello che si muove e si è mosso dopo il documento elaborato dall’assemblea nazionale del 27 novembre 2016, registrando che si sono attivati tanti nuovi spazi di riflessione antisessista: non misti tra donne, discussioni tra uomini sul privilegio maschile, assemblee antisessiste ampie e trasversali a diversi spazi ed appartenenze politiche, discussioni nelle assemblee di gestione di spazi misti e nei collettivi misti su consenso e gestione dei momenti di socialità e di eventuali episodi di molestie e sessismo.

Abbiamo discusso di quanto sia fondamentale creare spazi di autonomia femminista e transfemminista, luoghi di riflessione collettiva sulle dinamiche di potere che vengono agite nelle assemblee, sul linguaggio e le molestie verbali che veicolano dentro gli spazi sociali, sull’importanza di caratterizzare le serate ed i momenti di socialità, sulla gestione nell’immediato e a lungo termine degli episodi sessisti che avvengono.

Gli episodi di violenza e sessismo dentro ai movmenti, agli spazi autogestiti e occupati non sono un’eccezione ma la conseguenza di quotidiane asimmetrie e gerarchie di potere e di divisione binaria dei ruoli all’interno degli spazi sociali. Questo da un lato porta alla riproduzione di ruoli stereotipati maschili e femminili, dall’altro rende difficile l’accesso e l’intelligibilità di persone trans* o di genere non conforme.

Abbiamo riconosciuto come pratica sessista anche quella di delegare alle “compagne” la gestione del sessismo negli spazi: continueremo a combattere il meccanismo di delega e ad avere un’ottica intersezionale e transfemminista che superi l’associazione automatica tra femminile e femminista/antisessista.

Abbiamo condiviso la necessità di avviare percorsi antisessisti all’interno delle realtà autogestite per permettere a tutt* di giungere a una definizione chiara di cosa siano sessismo e violenza, di creare e scambiarci strumenti per riconoscerla, fare rete per combattere i meccanismi di negazione e minimizzazione degli episodi sessisti, misogini, transfobici, omofobici e lesbofobici che avvengono e di complicità con chi li agisce.

La discussione si è poi focalizzata sulla violenza maschile egemonica di genere e ci siamo divise in gruppi per trovare strategie condivise di intervento rispetto a:

 

– come portare solidarietà attiva a chi ha vissuto la violenza

Innanzitutto ascoltare per capire se la persona che ha vissuto violenza chiede supporto e vuole parlare. L’attivazione della solidarietà è definita “a cerchi”: cura di chi ha vissuto la violenza da parte delle persone piu vicine, il secondo cerchio di solidarietà, più allargato, interviene negli spazi con strategie elaborate in precedenza sulla gestione del molestatore, infine la solidarietà del cerchio più allargato che si occupa dell’azione politica. I cerchi devono agire in stretta connessione tra loro perché la cosa più importante è cosa vuole la persona che ha vissuto la violenza.

– come comportarci con la persona che agisce la violenza

Gli spazi sociali, le occupazioni sono vulnerabili alla violenza istituzionale e della polizia oltre che a quella patriarcale, interiorizzata da tutt*. Quindi non c’e una ricetta sola: i contesti cambiano. Siccome nessun contesto e nessuno spazio e’uguale, diventa fondamentale formare reti permanenti antisessiste, reti in contatto tra loro. Queste reti non si devono costituire come “tribunale” e devono riconoscere la violenza quando accade, devono diventare un punto riferimento e uno strumento di potenziamento per le persone che vivono la violenza o che si occupano della solidarietà attiva. Può mettere in campo diverse strategie in accordo con la persona che subisce violenza: la denuncia pubblica, condivisione delle pratiche, organizzazione del supporto, della condivisione e della contaminazione dei diversi contesti. Le reti cittadine però non devono essere uno strumento di delega

rispetto all’allontanamento dei soggetti sessisti. Fino ad ora la pratica condivisa in alcuni spazi autogestiti rispetto a chi agisce violenza è stata la messa al bando. Purtroppo non è una pratica risolutiva al 100%: abbiamo già visto accadere come le persone che vengono messe al bando finiscano in altri spazi o vengano reintegrati a distanza di qualche anno senza alcun discorso ulteriore sulla violenza che hanno agito. Questa strategia da sola non tutela la collettivita’ allargata. Il contesto delle occupazioni abitative è ancora più complicato perché spesso le persone che vivono dentro non hanno percorso politico e non leggono la violenza di genere come questione politica. La discussione non è terminata e questo gruppo in particolare avrebbe bisogno di ulteriore approfondimenti.

– come contaminare con pratiche e discorsi antisessisti gli spazi dei movimenti sociali

Siamo partite dalla condivisione di esperienza positive e negative di capacità e volontà di gestione condivisa di pratiche antisessiste dai territori e dalle singole.

A partire da questa restituzione abbiamo individuato una serie di proposte pratiche per la contaminazione delle autogestioni da un punto di vista femminista e trans*femminista: workshop e giochi negli spazi, pratiche non giudicanti, serate transfemminste queer con strumento “bon ton” (elaborato dall’ Assemblea antisessistaAdessoBasta si tratta di una condivisione di “regole” che garantiscano una condivisa definizione di consenso e safety), autoformazione (ad esempio il workshop dell’assemblea antisessista di Torino). In generale abbiamo sottolineato la necessita di far proliferare negli spazi discorsi transfemministi e queer e di far lavorare gli spazi sui linguaggi.

Vorremmo creare un toolkit sul sito NUDM che sia accessibile e si concentro proprio sulle micropratiche che si sono già sperimentate e sono state virtuose.

In ultimo, riconosciuta la necessità di reti autonome femministe e transfemministe, ci siamo chieste come queste reti possano definire piani di comunicazione con gli spazi e movimenti sociali.

– Come creare e mantenere spazi fisici di autonomia transfemminista

La necessità di spazi autonomi di soggettivazione politica femminista, transfemminista e queer, in grado di interagire con gli spazi sociali è condivisa da tutte. Bisogna moltiplicarli e difendere quelli che già esistono. Ne abbiamo bisogno per elaborare in autonomia le strategie di sovversione del privilegio, di resistenza all’insofferenza di molti spazi sociali verso le questioni antisessiste, di gestione di forme di violenza invisibilizzate dal binarismo di genere, come quella che avviene nelle relazioni non etero, di valorizzazione delle genealogie femministe e queer.

– che strumenti ci diamo per riconoscere la violenza ed il sessismo dentro gli spazi sociali e costruire una nostra narrazione, eliminando tutte quelle operazioni di negazione, minimizzazione e neutralizzazione che vengono operate attraverso il linguaggio

E’ importante mantenere il focus sulla quotidianità ed uscire da una visione “emergenziale” della violenza.

Il dato emerso dall’autoinchiesta promossa negli spazi a Roma ricalca esattamente quello nazionale: 1/3 delle donne ha subito molestie, violenze o episodi di prevaricazione. Questo dato è aggravato dal fatto che gli spazi sociali, a differenza della società intera, si definiscono “antisessisti” senza però promuovere l’antisessismo in modo efficace. Registriamo infatti un iperuso della parola “antisessista” come “etichetta” che porta le realtà a credere di avere processi di accountability, di essere “quelli buoni”.

Come nella violenza domestica, anche la violenza di genere che si dà negli spazi sociali, realtà autogestite, si presenta in forma di “escalation”, tanto più che troppo spesso la gestione di episodi di violenza somiglia ad una difesa “famigliare” del gruppo: chiusura, minimizzazione, negazione, allontanamento (a volte della persona che subisce la violenza). Le uniche forme di contrasto a cui abbiamo assistito fino ad ora, come la violenza machista contro il violento o la messa al bando della persona che agisce violenza, non sono sufficienti né tantomeno risolutive. Per combattere la violenza di genere bisogna costruire strategie che vanno dal riconoscimento delle relazioni di potere che si costituiscono nell’autogestione -spesso sottovalutato negli spazi- alla costruzione di un discorso comune e condiviso sulla violenza di genere e le sue intersezioni con la classe e la razza: spesso la presunta “singolarità” dell’accaduto o l’idea che sia una questione privata e soggettiva rischiano di invisibilizzare la violenza.

Questo ci porta ad esprimere la necessità di far partire processi di autoformazione e riflessione negli spazi, non accettando per prim* il sessismo nelle sue espressioni quotidiane, eliminando la paura di essere “non gradit*” quando si pone la questione e lavorando affinché il sessismo diventi un problema per tutt*.

 

Nella giornata di lotta dell’8 marzo vogliamo coinvolgere gli spazi stessi in un processo di messa in discussione e riflessione rispetto alla violenza, al sessismo, agli immaginari e alle relazioni che riproduciamo anche tra di noi; dall’altro vogliamo che le nostre  modalità di lotta, autorganizzaazione, socialità, cura e relazione contaminino le piazze e le città.

Per fare questo abbiamo pensato a:

– striscioni appesi fuori dagli spazi, volantini, iniziative, elaborazione documenti e contributi, prese di parola…

– “da oggi non ve ne facciamo passare una”: campagne comunicative, grafiche, video, spillette, stickers e elementi vari di riconoscibilità e visibilità

–  elaborazione grafiche che mettano in questione l’estetica machista dei nostri movimenti e delle nostre pratiche

– scioperiamo dal lavoro di cura e ribaltiamo la divisione sessuata dei ruoli e dei compiti dentro gli spazi

– scioperiamo dai generi binari imposti e frocizziamo gli spazi sociali e gli spazi pubblici inondandoli con la nostra favolosità (taz antisessiste, creazioni di zone temporaneamente liberate dal sessismo all’interno di iniziative di movimento)

– scardiniamo la gerarchia delle lotte e delle oppressioni che ogni giorno pretende di indirizzare le nostre energie e che continua a vedere l’antisessismo come un tema e non come una lettura complessiva dell’esistente

 

Il nostro contributo alla stesura del piano femminista contro la violenza di genere ed alla costruzione della piattaforma verso lo sciopero dell’8 marzo è:

 

“Contro la strumentalizzazione della violenza di genere in chiave razzista securitaria e nazionalista, contro la violenza delle istituzioni, la violenza della polizia, dei tribunali, dei CIE, delle frontiere e di tutti quei dispositivi che reprimono la nostra autodeterminazione e presa di spazio e parola, apriamo, costruiamo e ci riprendiamo spazi politici e fisici antisessisti nei territori per elaborare strategie di resistenza e autogestione.”

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